Fossati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fossati/ un blog di approfondimento culturale Fri, 16 Nov 2012 10:51:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fossati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fossati/ 32 32 Il ritorno del commissario Magrite di Gianni Mura https://minimaetmoralia.it/libri/ischia-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/libri/ischia-gianni-mura/#comments Fri, 16 Nov 2012 08:35:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11364 Un omaggio di Fabio Stassi per festeggiare il ritorno del commissario Magrite, protagonista di Ischia (Feltrinelli), il nuovo romanzo di Gianni Mura. Oggi alle 18 Gianni Mura incontrerà i lettori alla libreria Feltrinelli di Galleria Colonna a Roma e il 27 novembre sarà ospite della libreria minimum fax insieme a Giuseppe Smorto per un appuntamento speciale di Punto e Svirgola, la rubrica di Repubblica.it. (Immagine: René Magritte, Decalcomania.)

Bentornato, commissario Magrite 

Magrite lo vedo arrivare sotto i portici di Piazza Vittorio, all’ora stabilita. Sono cinque anni che non ci incontriamo e ho l’impressione che nasconda qualche chilo di troppo sotto una vistosa maglietta a righe, i jeans, e un giaccone che ricorda vagamente un eskimo. Ma la prima cosa che riconosco di lui è la sua andatura basculante, da orso che si è volontariamente licenziato da un circo, e quello sguardo spaesato che si posa su tutto, e di tutto è curioso: di un gruppo di asiatici che fumano, delle felpe dei pakistani, dei banchi di abiti usati… Sembra di essere a Marsiglia, mi dice allegro appena gli sono a tiro. Volevo farla sentire a casa, rispondo. Grazie, ma spero che lei abbia scelto bene anche il ristorante, Non sono un esperto, ma se non ha nulla in contrario la porterei dal nepalese, è un posto alla buona, si mangia bene e si spende poco, Si può scegliere il vino? No, ma stamane gli ho fatto mettere in frigo un rosso di Montefalco, Approvato allora, andiamo a vedere.

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Un omaggio di Fabio Stassi per festeggiare il ritorno del commissario Magrite, protagonista di Ischia (Feltrinelli), il nuovo romanzo di Gianni Mura. Oggi alle 18 Gianni Mura incontrerà i lettori alla libreria Feltrinelli di Galleria Colonna a Roma e il 27 novembre sarà ospite della libreria minimum fax insieme a Giuseppe Smorto per un appuntamento speciale di Punto e Svirgola, la rubrica di Repubblica.it. (Immagine: René Magritte, Decalcomania.)

Bentornato, commissario Magrite 

Magrite lo vedo arrivare sotto i portici di Piazza Vittorio, all’ora stabilita. Sono cinque anni che non ci incontriamo e ho l’impressione che nasconda qualche chilo di troppo sotto una vistosa maglietta a righe, i jeans, e un giaccone che ricorda vagamente un eskimo. Ma la prima cosa che riconosco di lui è la sua andatura basculante, da orso che si è volontariamente licenziato da un circo, e quello sguardo spaesato che si posa su tutto, e di tutto è curioso: di un gruppo di asiatici che fumano, delle felpe dei pakistani, dei banchi di abiti usati… Sembra di essere a Marsiglia, mi dice allegro appena gli sono a tiro. Volevo farla sentire a casa, rispondo. Grazie, ma spero che lei abbia scelto bene anche il ristorante, Non sono un esperto, ma se non ha nulla in contrario la porterei dal nepalese, è un posto alla buona, si mangia bene e si spende poco, Si può scegliere il vino? No, ma stamane gli ho fatto mettere in frigo un rosso di Montefalco, Approvato allora, andiamo a vedere.

Dai portici al ristorante sono pochi passi. In realtà chiamarlo ristorante è un po’ troppo. È un locale a metà tra una sala mensa e una pizzeria di quartiere. Magrite si tocca i baffi, ma senza scomporsi. Stasera l’autore che lo ha creato, Gianni Mura, presenterà il secondo romanzo in cui si parla di lui. Gli consiglio il pollo rosso, ma anche gli spaghettini conditi, assicuro, danno soddisfazione, oppure un misto di verdure. Vada per il pollo rosso, dice dopo avere passato in rassegna tutti i piatti esposti al bancone. Ne ordino due alla cassa. Una donna ci sorride con disarmante gentilezza asiatica, il vino ce lo farà portare al tavolo, promette. Ci andiamo a sedere nell’unica sala pranzo. Troviamo posto dietro tre egiziani che discutono animatamente. Il più alto lo conosco, si chiama Yazer, gli abbiamo commissionato un trasloco nella biblioteca dove lavoro. Si alza per abbracciarmi generosamente. Uno come lui fa sempre rumore, anche quando sposta una sedia. Gli presento il commissario. Il resto del locale è occupato da magrebini, tailandesi, indiani, gente che vive ai bordi del mercato, o ha una piccola bottega, vende schede telefoniche, affitta camere a ore per conto dei cinesi. Si vede che lei è di casa qui, dice Magrite, nel suo incerto italiano. Ci vengo spesso, mi ci trovo.

Arriva il vino, e riempiamo i bicchieri.

Sa che se avesse mandato una e-mail, o un sms, o spedito un fax, e non una lettera con tanto di francobollo non credo che ci saremmo visti? Lo immaginavo. Ma come faceva a immaginare pure che avrei preso un aereo per Roma? Ho pensato che avrebbe voluto assistere di persona all’incontro di Gianni, e so che stasera si nasconderà tra il pubblico per sentire che cosa dirà.

Magrite butta giù un sorso di vino. Ha un’espressione impenetrabile, gattesca, ma sembra che cominci a divertirsi. Passa un dito sulla mappa del Nepal disegnata sulla tovaglietta di carta del ristorante, sull’area verde del Royal Chitwan National Park, per l’esattezza.

I giornalisti sono grandi pettegoli, non si sa mai cosa possono raccontare, dice. Di cosa si vergogna? Lo sa che in una foresta come questa – indica la cartina – se incontri una tigre devi guardarla negli occhi,  ma con gli elefanti non hai scampo? Non cambi discorso, è per questo che è venuto? No, cercavo solo un alibi per tornare a Roma, c’è anche una mostra di Doisneau al palazzo delle Esposizioni che mi interessa molto, Il fotografo che collezionava i baci degli innamorati a Parigi? Sì, proprio lui, Una mostra romantica per visitarla da solo, Chi le dice che sarò solo? Ha ragione, mi scusi, ma dall’ultima volta che ci siamo incontrati, al Tour, la trovo decisamente più sentimentale di quanto ricordavo, Il patetico è il mio terreno, lo disse Bolaño in una delle sue ultime interviste, Bella frase, Ma lei il libro di Gianni lo ha letto? Non vorrei apparirle troppo patetico anch’io, ma le confesso che le ultime pagine mi hanno commosso, ero in treno e una suora di colore mi ha chiesto se stavo bene, le ho dato un bacio e ho nascosto la testa nel suo velo, È un libro che spinge a baciare le suore, quindi, per lei? Spinge ad abbracciare le persone che hanno perduto qualcosa, Ne è sicuro? In un certo senso io credo che Gianni, attraverso di lei, abbia scritto un piccolo trattato sull’amore.

Il commissario si gira impercettibilmente verso Yazer e i suoi amici egiziani che ora stanno ridendo. Non si può fumare qui? chiede all’uomo che ci serve il pollo. È un nepalese minuto appena sceso dall’Annapurna, sembra, non capisce la lingua, ma a gesti fa segno di no, che non si potrebbe. A Katmandu, dalle sue parti, sì, ma qui non è possibile. Si scusa e si allontana. Magrite posa il pacchetto delle Gauloises blu sul tavolo, rassegnato. Poi riprende il filo del discorso, lentamente.

L’amore è un sentimento che non si finisce mai di indagare, c’è l’amore che si consuma in quartieri come questo, vicino a una stazione, di fretta, perché ha sempre a che fare con gli arrivi, le partenze, i viaggi, e c’è l’amore che alcuni uomini nutrono per tutta la vita per un ricordo, come quello di Peppe Iovine o Pepé le Couteau, il vedovo che ho conosciuto a Ischia, c’è l’amore delle donne verso le donne e quello degli uomini…

Lo ascolto con attenzione. Storpia un po’ le parole, ma il senso è chiaro.

Le piace Ischia? Ha una bella luce orientale, a volte sembra la stessa che filtra dalla cattedrale di Rouen, ma in realtà è un paradigma assoluto dell’Italia, Ne è convinto? Ah, sì, per come la vedo io riassume in poco spazio tutta l’avventura frustrante, e al tempo stesso sfolgorante, del vostro essere italiani, Ma come l’ha trovato il nostro paese, questa volta? Malmesso, i giovani se ne vanno, e anche certi pensionati, ma li capisco, ho pure scoperto che nel vostro codice penale non è previsto il reato di omofobia, Né di tortura, purtroppo, Da quando ho letto Jean Amery, la tortura per me equivale a un omicidio, perché uccide qualcosa di essenziale, la fiducia nel genere umano, Jean Amery dice che è un’esperienza peggiore di quella di un campo di concentramento, Era uno che sapeva di cosa stava parlando, Ha ragione, è uno scandalo che ci fa vergognare, Ma nonostante tutto Ischia continua a sedurmi lo stesso, e poi le isole sono perfette per tentare un discorso sull’amore, perché sono circolari, e danno il tempo, Credo sia l’unico commissario che conosco in grado di citare Roland Barthes, Adoro Barthes, ma anche lui sapeva bene che alla fine quella che citiamo tutti è la vita.

Si tocca la barba ispida. Provo a incalzarlo.

Pensa davvero che l’amore sia la saldatura temporanea di due solitudini? chiedo a bruciapelo. Penso anche di peggio, se è per questo, vuole proprio sapere l’idea che mi sono fatto? Sono tutt’orecchi, Io credo che l’amore segua sempre qualche naufragio, Non la capisco, È come quando interviene qualcosa ad amputare un poco la tua umanità, e allora si crea un vuoto, Il suo ragionamento è piuttosto enigmatico, commissario, Accade anche nel mestiere di vivere, tutti i giorni, non solo nel mio, Si spieghi meglio, Vede, i marinai bretoni dicono che quando si è in mare, il pericolo maggiore è la terra, Cos’è, un indovinello? No, è che anche sulla terra molte cose possono naufragare: la fiducia, la pietà, l’umanità, appunto, per tanti motivi, E allora si ama per disperazione, O per non precipitarci dentro, vedo che inizia a capire, Solo un poco, ma mi sembra riduttivo, Non l’è mai capitato di sentirsi come una balena fiocinata o spiaggiata di fronte all’ordine omicida del mondo? Un’immagine molto forte, devo ammetterlo, O come un grigio burocrate della morte, se preferisce, senza più nessuna strumentazione a bordo, Vuol dire che sono stati d’animo come questi che generano l’amore? A me piace usare più la parola disperanza che disperazione, perché è un termine di confine tra due sentimenti opposti, anche se mi hanno detto che è un errore in italiano, Leopardi la adoperava, In fondo, anche l’amore è un sentimento di frontiera, Sa che la ritrovo più filosofo e poeta che uomo d’azione, cosa le è successo? Mah, sarà la vecchiaia che incombe, che vuole, si può invecchiare anche senza diventare adulti, Aspetti, questo verso lo conosco, Brel, Jacques Brel, vero? Sì, La chanson des vieux amants, Mi perdoni la banalità, ma si sente più giovane o più vecchio della sua età? E se le dicessi che non ho mica vent’anni, ne ho molti di meno? Altra citazione, Vediamo se indovina pure questa, È facile, gioco in casa: Fossati, Bravo, si vede che ascoltiamo la stessa musica, Allora non crede che si possa amare solo con gli occhi? Fino a un certo punto, bisogna pur passare il tempo, bisogna pur che il corpo esulti: sempre Brel, stessa canzone, la traduzione è del vostro Battiato, A giudicare dal libro di Gianni, lei è una piccola enciclopedia ambulante, Tengo la memoria in allenamento, ma solo per quello che mi ha appassionato, il resto lo dimentico in fretta, Le invidio tutti quei racconti di cantanti, attrici, scrittori, uomini di sport che hanno dovuto fare i conti con la miseria, con la solitudine, la sfortuna, la sconfitta, Ho un debole per queste storie, Per la cantante Fréhel, ho scoperto, per il volto di Jean Seberg, la mitica Giovanna D’Arco, Fu anche la protagonista di Fino all’ultimo respiro, Godard, già, ora me ne ricordo, Mi piacciono le persone che hanno la voce o lo sguardo che sembrano venirgli dalla pancia: se fossi uno scrittore, è così che vorrei scrivere, in maniera popolare, ruvida, vera, Generosa, anche? Sì, per quello che si può, non mi vergogno di dire che non ho mai biasimato l’ingenuità di chi sta dalla parte dei generosi, non dei calcolatori, Dal lato sbagliato del marciapiede, Sì, da quello dei pizzaioli romeni, dei camerieri bretoni, delle bariste polacche, Dei traslocatori egiziani, Dei cuochi nepalesi, l’elenco è infinito, È un piacere pranzare con lei, Grazie, Il pollo le piace? Non credevo fosse così tenero, e soprattutto questa salsa piccante arancione non è male, Lo sa che Fossati si è ritirato? Ci penso spesso anch’io, mi basterebbe una piccola casa in cui entri la tosse del mare, con un pergolato di glicine, magari, o anche solo una pianta di pomelia su un balcone, o un aspidistra, e una cantina fornita, naturalmente, È sempre un convinto rossista? Di ferro.

Rovescia nei bicchieri il vino rimasto e beve, lasciando le ditate sul vetro.

Le chiedo io, ora, una cosa, se vede Gianni stasera gli dica di aggiornare la mia lista, Quella delle mogli e delle amanti eventuali? Esatto, mi ero dimenticato di Simone Signoret, come consorte, per amante Jean Seberg va benissimo, Mi sa che lei ripensa spesso alle ragazze della sua vita, Penso spesso ai vecchi cinema in cui andavamo insieme, Il più bel film francese? Les enfants du paradise, ma è solo il primo che mi torna alle labbra, Ci avrei giurato, ma, mi perdoni, da dove le sale questa punta di nostalgia? Si cerca sempre sé stessi nei vecchi film, ma forse vale solo per quelli della mia età, Di che altro ha nostalgia? Della mia casa d’infanzia, a Malaucène, o di quando insegnavo letteratura nelle banlieue, dei bicchieri di pastis che mi offrivano davanti al mare cristallino di Marsiglia i due vecchietti amici di Fabio Montale, degli anagrammi di mio padre… devo a lui se mi piace divertirmi con le parole, Non si prende mai sul serio? La vita lo fa già abbastanza, preferisco essere un lubrico buffone, quando ci riesco, e poi come farei con un nome così, Curioso, davvero, commissario Magrite con una t, Un gioco di assonanze, imperfetto come me, Forse un rimando, Che ci può essere in comune tra Maigret e Magritte? me lo chiedo da quando sono nato, Lo sguardo, È un’interpretazione generosa, ma ormai devo usare gli occhiali per tutto, lo sa? e poi sono già divenuto un commissario, mi farò anche pittore? Lei mi sembra un uomo che vorrebbe dipingere un mondo che non esiste più o non è mai esistito, Un altro mondo possibile, sì, non uno alle mie spalle, Un mondo surreale, Forse, ma senza nostalgia, la nostalgia quando ha a che fare solo con il passato diventa uno sciroppo dolciastro e velenoso che gli uomini tengono in bocca come una radice finché non gli paralizza le gambe, gli occhi, i sogni, Con cosa dovrebbe avere a che fare, invece, commissario? Con la mancanza, perché solo la mancanza appartiene al presente, vede, la nostalgia riguarda i reduci, la mancanza i mutilati, È un ritratto impietoso della sua generazione? Solo i mutilati continuano a vivere dentro al tempo, con tutta la vergogna di quello che hanno perduto, i reduci mantengono la debolezza superba di sentirsi interi, ma sono appena dei fantasmi, Credo di avere capito a quale delle due categorie lei appartiene, non c’è bisogno che nasconda una mano nella maglietta, lo vuole un digestivo? Cosa propongono qui, Hanno un rum particolare, si chiama Khukri, le va di assaggiarlo? Solo un goccio, però, ho un appuntamento, tra poco.

Riesco in qualche modo a pagare il conto e con il rum in pancia trovo il coraggio per un’ultima domanda, fuori dal locale. Sto per chiedergli se è innamorato della donna con cui andrà a vedere la mostra di Doisneau. Gli dico invece: tifa sempre per l’Olympiques Marsiglia? Il commissario tira su il naso e odora il quartiere. Mi abbracci Gianni, sussurra. Lo vedo allontanarsi canticchiando sotto i baffi un’altra canzone di Brel, Litanies pour un retour: Mon coeur ma mie mon âme, mon ciel mon feu ma flamme…

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In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori? https://minimaetmoralia.it/cultura/in-nome-di-cosa-continuiamo-a-sentirci-migliori/ https://minimaetmoralia.it/cultura/in-nome-di-cosa-continuiamo-a-sentirci-migliori/#comments Sat, 13 Jun 2009 11:04:42 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=40 Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

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[pubblicato su Diario]

Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

Nato nella metà degli anni Settanta, faccio parte di una generazione cresciuta sotto l’ombrello di troppe certezze e che, per contrappasso, si è trovata risucchiata nei buchi neri di un’incertezza cosmica. Fin dalla più tenera età sono stato indottrinato, ma in un modo naturale, involontario, visto che non ci potevano essere dubbi su quale fosse la verità e dove risiedesse. A cinque anni leggevo Repubblica e Paese Sera seduto in braccio a mio padre. E più o meno a quell’età ho imparato la fondamentale distinzione tra bene (sinistra) e male (destra, centro, religione, Andreotti).

Mi tornano in mente le domeniche, quando ascoltavamo Banana Republic, il live del mitico tour De Gregori – Dalla del 1979, mentre nel nostro appartamento venivano celebrate rievocazioni ufficiali della contestazione. Ero fiero che i miei genitori, come dicevano loro, avessero fatto il Sessantotto e che mia madre avesse partecipato ai gruppi femministi di autocoscienza e che per un certo periodo avesse distribuito Lotta Continua all’università. Mi piaceva sentire quelle storie, che mi facevano venire voglia di tornare indietro nel tempo per contribuire alla causa a modo io, o anche solo per poter dire di esserci stato. A quattordici anni ero lo spettatore della Notte della Repubblica che tifava contro Sergio Zavoli.

D’estate andavamo in campeggi sulla costa greca frequentati esclusivamente da gente di una certa frangia. Erano giornalisti del Manifesto, insegnanti universitari con fantomatici trascorsi nei Nap, psichiatri antistrutturalisti che avevano fatto i candidati nelle liste di Democrazia Proletaria. Sentivo come il privilegio di essere parte di un’elite di migliori. I peggiori non li avevo mai visti. Ma immaginavo si nascondessero nel potere, la forza oscura che aveva impedito all’utopia di avverarsi.

Agli inizi degli anni Novanta ero abbastanza grande per assistere coi miei occhi alla stagione del cambiamento. L’implosione del potere reazionario che per cinquant’anni aveva tenuto in pugno l’Italia stava lasciando enormi spazi vuoti che sarebbero stati riempiti con dosi massicce di speranza. A Napoli, la mia città, l’elezione di Antonio Bassolino fu salutata come un momento di profondo rinnovamento, una specie di rivoluzione elettorale che avrebbe persino spinto qualcuno a intonare The times They’re a-Changin’. Se ci penso adesso, è incredibile come nella figura di un uomo di apparato – un uomo che avrebbe fatto dell’esercizio del potere la propria ragion d’essere politica – si concentrassero un miscuglio di aspettative così campate in aria. Di certo nessuno si aspettava il sovvertimento del sistema capitalista, ma nelle persone che conoscevo, nei miei genitori e nei loro amici, potevo intravedere un luccichio negli occhi, un senso di risarcimento per tutte le battaglie perse, le delusioni, le soddisfazioni che il potere aveva loro negato. Quella elezione, insieme ad altre, fu anche una specie di rimborso generazionale. E quindi, ancora una volta, un investimento di illusioni, fatto di quel tipico sentimento di speranza estraneo alla realpolitik che, in modo del tutto incongruo, continua, anche oggi ma più flebilmente, a percorrere lo spirito di certe manifestazioni del Pd o della sinistra radicale. Si percepisce negli inni di Fossati che risuonano, nelle bandiere che sventolano quando qualche oligarca ancora ben voluto sale sul palco di una piazza, nell’abbigliamento dei ragazzi, figli di famiglie di sinistra, passate senza soluzione di continuità dal culto di Marcuse a quello di Dario Franceschini.

Quando qualche volta mi capita di parlare con i miei genitori e i loro amici, sessantenni delusi ed estranei a qualsiasi tipo di partecipazione che veleggiano sulle acque calme delle gratificazioni spirituali ed enogastronomiche, e affronto la delicata questione del giudizio su ciò che di buono la loro generazione ha fatto, finisco quasi sempre per litigare con tutti. La loro versione della storia non mi convince, continua ad assomigliare troppo a una fiaba senza lieto fine dove i buoni avrebbero potuto vincere se non fosse stato per i cattivi (che hanno sempre la meglio). Quello che rimprovero loro è il sottrarsi a qualsiasi ammissione di responsabilità. Di solito mi rispondono che almeno ci hanno provato a fare le battaglie che andavano fatte e hanno comunque contribuito a migliorare il Paese, mentre noi – la generazione di cui faccio parte – non abbiamo neanche tentato di fare qualcosa. La mia obiezione è che il senso di quelle battaglie va letto alla luce di cosa è successo dopo. E, sotto questa luce, le famose battaglie non sembrano avere avuto molto senso se si pensa all’Italia berlusconiana o alla condizione disperatamente priva di prospettive che la maggior parte dei miei coetanei si trova ad affrontare. Sono anche loro – la generazione dei Veltroni, dei D’Alema, dei Cacciari, baby boomer passati dalle più ambiziose utopie al pragmatismo prussiano – ad avere lasciato ai propri figli quest’Italia, un luogo brado e senza futuro dove vige la legge del più forte e l’ingiustizia sociale è una prassi consolidata.

Qualche tempo fa, proprio nel corso di uno di questi rendez-vous intergenerazionali, sfinito da una discussione su Berlusconi come unica causa dei nostri guasti, mi sono messo a urlare: «Siete degli ingenui». Qualcuno mi ha urlato di rimando: «Allora spiegacelo tu cos’è il potere».

Ho capito che il problema era il diverso significato che stavamo attribuendo alla parola. Pur continuando a identificare in modo quasi automatico la parola potere con l’immagine del volgare imprenditore brianzolo tirato e abbronzato mentre passeggia con la bandana a Porto Cervo, il mio modo di relazionarmi al potere aveva cessato di essere un fatto puramente astratto. Avevo conosciuto un potere familiare e insospettabile, elegante e colto, che in qualche modo aveva demolito le mie ultime certezze.

Per fare capire ai miei genitori e ai loro amici cosa cercavo di dire, avrei potuto consigliare la lettura delle Lettere a nessuno di Antonio Moresco, quadro avvilente, tragico, grottesco del potere culturale italiano, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e di recente ristampato da Einaudi. È un libro in cui, attraverso appunti, stralci e lettere, Moresco racconta pezzi della sua vita, dagli anni Settanta, Ottanta, fino al momento della rinascita come scrittore celebrato e odiato, stimato e villipeso. La parabola delinea in modo preciso e disperato un’estenuante lotta donchisciottesca contro il potere. Dapprima, con l’impegno politico in un gruppuscolo della sinistra extraparlamentare – una vita di stenti, delusioni, frustrazioni, e fiducia mal riposta – e poi, con i tentativi di fare leggere i suoi scritti, o quantomeno di farsi ascoltare, da alcuni illustri esponenti della cultura italiana (i nessuno del titolo). Quali che siano il contesto storico e lo scenario, Moresco appare sempre come una formichina alle prese con cose titaniche e impossibili da combattere. Ma le sue lettere a Giovanni Raboni, Maria Corti, Goffredo Fofi e il fastidio o – nel migliore dei casi – il silenzio che riceve in cambio danno esattamente la misura di come le articolazioni del potere siano multiformi e mascherate. Ne esce fuori il ritratto di un Paese dove pubblicare un libro senza uniformarsi alla logica dominante – la logica delle amicizie e delle leccate di culo, dei libri scritti per andare incontro al gusto del pubblico – può risultare utopistico come realizzare una nuova rivoluzione d’ottobre.

Leggendo mi è venuto da pensare che per chi non si adegua all’esistente è sempre dietro l’angolo il rischio di fare la parte del martire. Così come lo diventa Moresco, la cui figura nel corso della lettura assume proprio la forma di un martire laico che a un certo punto si convince della sua santità. Ma bisognerebbe ribaltare la prospettiva, perché, parafrasando un vecchio adagio di sinistra, è proprio questo il caso in cui il personale deve diventare politico.

In Italia la cultura continua a essere un campo sostanzialmente di sinistra – l’ultimo settore monopolizzato dalla sinistra – ma se si volesse descrivere onestamente lo stato attuale dell’industria culturale con lo stesso grado di severità che impieghiamo per descrivere la situazione politica, si potrebbe utilizzare una lista di aggettivi simili: disastroso, dittatoriale, populista, ambiguo.

Anche qui siamo nel regno delle diseguaglianze e del conformismo, dello sfruttamento e della doppia morale. Siamo in un sistema che non è in grado di riconoscere a un testo un adeguato valore economico, a meno che l’autore di quel testo non sia uno scrittore di successo che abbia già sfondato il mercato. Nello stesso tempo abbiamo un mercato che dimostra una grande ostilità nei confronti dei prodotti difficili e quindi – da un punto di vista letterario, cinematografico, televisivo – finisce per scommettere sempre sul sicuro, sull’opera media. Viviamo, peraltro, una sindrome da trincea, in ragione della quale finiscono per essere privilegiati gli autori e le opere schierati aprioristicamente, rispetto agli sguardi obliqui, dissonanti, disturbanti, realmente anticonformisti.

La mia esperienza, che del resto è simile a quella delle persone che conosco e che fanno il mio stesso lavoro – e che quindi non è martirologica ma sistemica – delinea il quadro di una cultura autoritaria, forte con i deboli e in definitiva non libera. Innanzitutto perché lavorare nel campo della cultura – nei giornali, nelle case editrici – molto spesso, a meno di non essere scrittori di best seller, significa abituarsi a non essere pagati, oppure a essere pagati a piacere, il che è un terribile sintomo di come la cultura stessa sia considerata un optional, una ginnastica mentale per gente ricca di famiglia, qualcosa di cui in definitiva si può anche fare a meno.

E poi ci sono le case editrici – assolutamente di sinistra – sempre più assetate di libri «freschi» e «divertenti», che possano «stuzzicare il lettore» senza essere «troppo pesanti». E che dunque a quest’atmosfera nazionale che – ne sono certo – si spingerebbero a definire plumbea, opprimente, fascistoide, volgarmente incolta, offrono la risposta dell’Intrattenimento, della volatilità, della facilità spacciata per cultura sopraffina. Che poi è la logica che guida manifestazioni come lo Strega, l’unico premio letterario al mondo dove a essere ricompensata non è la qualità o l’eventuale novità di un testo, ma la sua vendibilità.

Infine i metodi della cooptazione, che sono ancora una volta praticati attraverso lottizzazioni, corsie preferenziali, conoscenze, adulazioni. Letteralmente impossibile realizzare la normalità di essere ricevuti da chicchessia a seguito di invio del curriculum. Lo stesso Moresco, che in un celebre articolo scritto qualche anno fa, intitolato La restaurazione e fonte di molte polemiche sui blog letterari, diceva cose simili, ha giustamente fatto notare che mentre è pacifico sostenere che l’Italia sia un paese affetto da una «intossicazione delle forme economico-politiche e democratiche», non lo è altrettanto sostenere che quest’intossicazione riguardi anche la cosiddetta cultura.

Deve essere per colpa di questa cecità che a un tratto ho incominciato a sviluppare un odio viscerale per i miti mediatici della sinistra contemporanea. Propugnatori della qualità come Fabio Fazio e Roberto Benigni e Giovanni Floris e Serena Dandini. Ognuno a suo modo ha coltivato la propria arcadia televisiva, ritenendosi esente da qualsiasi contagio, e continuando la sua opera di pedagogia delle masse. Nessuno di loro ammetterebbe di essere stato inoffensivo, o addirittura funzionale alla macchina del potere. Eppure ci dev’essere un motivo se in questo cosiddetto ventennio berlusconiano hanno continuato a lavorare, a percepire stipendi milionari, a occupare il loro spazio di potere, stabilendo cosa dovesse essere letto (Paolo Giordano), ascoltato (Giovanni Allevi), visto (Ferzan Ozpetek) – ancora intrattenimento spacciato per elevato nutrimento che soltanto loro sanno offrire – e proteggendo le loro reti di amicizie, e identificando nella destra la causa di tutti i mali, o esercitando sulla sinistra un giudizio dolcemente critico, bonario e di prammatica, come un rimprovero paterno.

Tutte queste persone di sinistra si troverebbero senz’altro d’accordo sul fatto che l’Italia sia oppressa da un’odiosa forma di potere, ma ancora una volta qual è il loro contributo? Perché nessuna di queste persone si preoccupa di misurare le proprie responsabilità? In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?

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