Frances McDormand Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/frances-mcdormand/ un blog di approfondimento culturale Sat, 29 May 2021 18:38:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Frances McDormand Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/frances-mcdormand/ 32 32 Nomadland, i dinosauri e l’arte del kintsugi https://minimaetmoralia.it/cinema/nomadland-dinosauri-kintsugi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/nomadland-dinosauri-kintsugi/#respond Mon, 10 May 2021 07:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48619 Il film di Chloè Zhao vincitore agli Oscar è un racconto intimo, mai retorico né didascalico, che fa di un contesto storico particolarmente critico lo sfondo per un viaggio individuale.

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In una scena a metà di Nomadland, Fern cammina di sera per le strade di una cittadina americana. Costeggia un cinema chiuso, guarda l’insegna: in programma c’è The Avengers di Joss Whedon.

La regista Chloé Zhao ha spiegato che questa citazione dal Marvel Cinematic Universe è lì per ricordarci che Nomadland è ambientato nel nostro mondo, nella nostra realtà. Più precisamente, il film si svolge a cavallo tra 2011 e 2012 (anno d’uscita del film sui Vendicatori), quando l’impatto della crisi finanziaria del 2008 era ancora forte sull’economia americana e globale.

La grande recessione è certamente tra le premesse della pellicola di Zhao, e in alcuni dialoghi del film, in particolare quelli tra Fern e sua sorella Doll, assume i contorni di un trauma irrisolto, di un peccato ancora da espiare per un’intera nazione.

A parte questo, Nomadland ha poco della denuncia o dello statement didascalico nei confronti delle turbolenze del capitalismo finanziario. Per quanto sia basato sul lavoro d’inchiesta della giornalista Jessica Bruder e utilizzi, soprattutto nella prima metà, molti stilemi del documentario d’osservazione, il film di Zhao è un racconto intimo, che fa di un certo contesto storico lo sfondo per un viaggio individuale, diviso in tre atti come qualsiasi storia di finzione tradizionale.

Anche Amazon, nel film, non è tanto l’Amazon della realtà giornalistica da cui apprendiamo le enormi contraddizioni e criticità della corporation di Jeff Bezos; è un elemento narrativo e in quanto tale rappresenta uno dei tanti lavori stagionali, certamente precari, squallidi e alienanti, cui una nomade può dedicarsi per fare un po’ di cassa e ripartire nei suoi giri.

*

Da stanziale, ho conosciuto diverse persone che hanno fatto una scelta simile a quella dei nomadi del film ma giocando d’anticipo, in gioventù, prima ancora di essere divorati ed espulsi dal sistema. Qualche lavoretto stagionale in giro per il mondo, da Fuerteventura al Messico fino alla Patagonia e alla Florida (da clandestini, con o senza Trump al governo), e poi via a godersi la vita sempre un po’ più stanchi e incerti, ma decisamente vivi, tra un impiego e l’altro.

Questa vitalità, più che libertà, è molto relativa in Nomadland, i cui protagonisti sono tutti o quasi anziani. Gente rotta, prima di tutto nel corpo: usurati dal lavoro e dalla vita nomade, i compagni di strada di Fern hanno tutti un cancro, un fegato o un intestino andato. Queste fratture sembrano però ricamate preziosamente dall’interno come nella pratica giapponese del kintsugi, in cui i cocci di un vaso di ceramica vengono saldati insieme con polvere d’oro.

È per questo, credo, che nel film non ci sono conflitti né particolari attriti tra esseri umani. Dalle ferite dei personaggi di Nomadland – per lo più attori non professionisti che interpretano sé stessi – emana sempre qualcosa di bello e prezioso, di profondamente umano.

Linda, Swankie, Dave e gli altri sono sempre solidali, pronti alla condivisione e all’aiuto reciproco, anche fuori dalla comunità nomade. Il conflitto è tutto interiore, allora, ed è quello di Fern. Perché Fern, come forse molti tra noi occidentali, non accetta la ricomposizione della frattura nemmeno quando è impreziosita dall’esperienza: rivorrebbe il vaso ancora intero, come nei patti iniziali. Con l’oro dentro.

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Nel cerchio dell’anello d’oro che la tiene legata al defunto marito Bo, Fern trova il loop del lavoro stagionale inseguito da nomade, anno dopo anno, in nome della propria libertà. Una libertà condizionata, perché il legame con Bo sembra più una maledizione, della peggior specie poiché autoinflitta: imprigiona Fern anche nel movimento della vita nomade, ne fa una donna incapace non tanto di fermarsi, quanto di legarsi a qualcun altro, di uscire da sé stessa per connettersi davvero agli altri.

La vita vagabonda, insomma, è prima di tutto una questione personale, per Fern, anche se certamente si aggancia alle iniquità di un sistema che succhia la vita a uomini e donne per poi espellerli quando smettono di essere produttivi. Ma come racconta Doll, Fern è sempre stata in moto perpetuo, inquieta e un po’ weird sin da ragazzina, una sorta di pioniera: il suo furgone-guscio, non a caso, si chiama “Vanguard” – e d’altro canto la stessa Fern rivendica con fierezza di essere una “houseless”, più che una “homeless”.

Ma se i pionieri, pur macchiandosi del peccato della conquista e del controllo della natura, avevano il futuro davanti e anzi finirono col rappresentare quello dell’America intera, al contrario i nomadi moderni vivono in un eterno presente stagionale, dunque circolare, perché il futuro lo hanno ormai alle spalle, e non solo per questioni anagrafiche: è proprio il loro mondo a essere esaurito, come quello del brontosauro riprodotto a grandezza naturale in uno dei parchi per turisti visitati da Fern nel suo girovagare.

Alla fine, il massimo cui possono ambire i nomadi raccontati da Zhao è poter dire di aver vissuto una pretty good life ed essere ricordati, dopo la morte, dagli amici attorno al fuoco, come accade alla povera Swankie. È tanto, è poco?

Di sicuro, per Fern non è abbastanza, perché per lei il vaso era rotto già da prima della vita nomade, a partire da un vecchio compromesso con sé stessa: l’idea cioè di fermarsi a vivere per amore di Bo nel nulla di Gerlach-Empire, la minuscola cittadina artificiale poi cancellata dalla crisi dell’azienda per cui la coppia lavorava.

Fern accetterà le proprie fratture solo quando deciderà di tornare a Empire per affrontare i suoi fantasmi tra gli scheletri degli edifici della citta fossile – fossile come ciò che resta ancora oggi dei dinosauri (ancora loro) nel nulla dei deserti d’America.

*

Seguendo l’evoluzione del conflitto interiore di Fern, Nomadland riesce a scongiurare il rischio di sciogliere nell’escapismo le contraddizioni di un mondo che sembra aver esaurito il suo ciclo. Il film di Zhao non è un manifesto né un inno alla vita randagia e libera nella natura incontaminata dei deserti americani: nel suo svolgersi non troviamo alcun lirismo consolatorio, nessuna possibilità di trascendenza.

Ogni sguardo sulla natura, per quanto accompagnato dalla straordinaria fotografia di J.J. Richards (e dalla colonna sonora invero un po’ zuccherosa di Ludovico Einaudi), è sempre antiretorico, spesso contrappuntato da un pianto in solitudine. Non è la contemplazione né l’immersione nel paesaggio a liberare Fern dai suoi fantasmi: neppure starsene a mollo nuda in un fiume di montagna la purifica, la libera del tutto, così come passeggiare in solitudine tra i cunicoli rocciosi di un canyon lunare non fa altro che portarle ulteriore smarrimento.

Allo stesso modo, nonostante tra i nomadi sopravvivano certe eco delle comunità hippie, in Nomadland non c’è alcuna connessione mistica con l’universo: le stelle e i pianeti lontani si osservano attraverso un umanissimo telescopio, coi piedi sempre ben piantati per terra; la polvere cosmica che ci cade addosso è la stessa che racconta ancora oggi l’estinzione di massa dei dinosauri (sempre loro), mentre le rocce eterne si sgretolano tra le mani di chi le raccoglie per farsi sabbia, polvere e poi niente.

Tra le stesse terre “conquistate” dai nomadi, in fondo, ci sono le Badlands e il Nebraska delle canzoni di Bruce Springsteen, lande di desolazione e alienazione in cui l’uomo non smette mai di essere predatore. Lo sottolineano i raccordi di montaggio che insistono su pezzi di carne animale: tanto le frattaglie date in pasto all’alligatore nel rettilario, che nell’inquadratura successiva diventano il burger cucinato nel fast food in cui lavora Fern, quanto i polli e i tacchini allevati in giardino dalla famiglia di Dave; questi ultimi in particolare trovano immediata corrispondenza nelle portate del pranzo del Ringraziamento, dunque nella potenziale stabilità che la famiglia potrebbe rappresentare per Fern e da cui Fern, ovviamente, non vedrà l’ora di fuggire.

*

È probabile che per la parte “cosmica” del cinema di Chloé Zhao dovremo aspettare The Eternals, il film Marvel girato da questa regista cinese cresciuta tra Europa e USA e che a nemmeno quarant’anni ha già due Oscar, due Golden globe e un Leone d’Oro sulle spalle. Ecco spiegato, forse, il vero motivo di quell’easter egg di cui parlavo all’inizio: una sorta di autocitazione, di presagio benaugurante per qualcosa che doveva ancora avvenire nella carriera di Zhao.

Curioso, piuttosto, il fatto che proprio l’epilogo della saga degli Avengers abbia raccontato, con Infinity War nel 2018 e poi con Endgame nel 2019, la sparizione di una grossa fetta della popolazione mondiale; un po’ quello che accade con gli anziani improduttivi di Nomadland, se vogliamo, ma senza che sia necessario l’intervento di terroristi alieni.

Questo film di Zhao invece sta tutto per terra: ciò che di buono racconta è tale perché concreto, umano, terreno nella fragilità di cocci riparati con l’oro come nell’estrema frugalità di secchi di plastica per la defecazione all’aperto e sdraio aperte sul vuoto dei canyon del South Dakota.

Piccoli dettagli che sembrerebbero appartenere alla nostra realtà, quella fuori dal cinema accanto a cui passeggia Fern, e che invece assumono valore e ci toccano in profondità quando stanno dentro, sul grande schermo, nel buio di una sala chiusa.

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L’America di Ebbing, Missouri https://minimaetmoralia.it/cinema/lamerica-ebbing-missouri/ https://minimaetmoralia.it/cinema/lamerica-ebbing-missouri/#comments Thu, 01 Feb 2018 14:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36071 di Simone Bachechi (Questo pezzo contiene spoiler.)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è film dalle atmosfere coeniane, i cineasti che hanno diretto la (bravissima) Frances McDormand in opere come Fargo, dove la stessa interpreta il ruolo dello sceriffo.

Ma qui, è lei a chiedere giustizia. Perché in questo film dallo humour nero, tra i favoriti nella corsa agli Oscar, firmato da Martin McDonagh, la protagonista Mildred (Frances McDormand, appunto), interpreta una madre divorata dai sensi di colpa, alla quale è stata brutalmente uccisa la figlia.

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Swing and a Diss: Mildred (Frances McDormand) and Willoughby (Woody Harrelson) discuss Mildred's Burma-Shave-inspired quest for justice in Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

di Simone Bachechi (Questo pezzo contiene spoiler.)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è film dalle atmosfere coeniane, i cineasti che hanno diretto la (bravissima) Frances McDormand in opere come Fargo, dove la stessa interpreta il ruolo dello sceriffo.

Ma qui, è lei a chiedere giustizia. Perché in questo film dallo humour nero, tra i favoriti nella corsa agli Oscar, firmato da Martin McDonagh, la protagonista Mildred (Frances McDormand, appunto), interpreta una madre divorata dai sensi di colpa, alla quale è stata brutalmente uccisa la figlia. Il suo unico scopo è quello di ottenere giustizia con ogni mezzo, fino all’ultima ratio della vendetta, scavalcando anche la legge, quella che dovrebbe risolvere il caso, incarnando appieno quello spirito in parte anarcoide e libertario del paese dei pionieri.  I tre manifesti del titolo sono dunque l’urlo di una madre che ha perduto l’affetto più grande e che scardina la cittadina del Missouri dal torpore e l’accattonaggio morale con la sua determinazione all’ottenere giustizia.

Willoughby, lo sceriffo di Ebbing dice: “ci ha dichiarato guerra”. Tutto il film è la piccola grande guerra di Mildred contro tutto e tutti per ottenere giustizia per sua figlia, in primis contro la polizia inetta e razzista. E il razzismo è un tema non troppo secondario del film, del quale proprio la polizia sembra farsi interprete come Mildred denuncia alla troupe televisiva: “la polizia è troppo impegnata a torturare la gente di colore per risolvere un crimine vero”. Ma Tre manifesti a Ebbing, Missouri, parla anche dei vizi della cosiddetta America profonda; sembra quasi di ritrovarsi nelle atmosfere di FlanneryO’Connor, forse non a caso “citata” nel pubblicitario che stampa i manifesti e che si può notare intento a leggere un suo libro quando Mildred si presenta nel suo ufficio. Quell’America e quei luoghi, dove il razzismo, la paura, il conformismo pseudo-religioso porta i cittadini a rintanarsi nelle più  rassicuranti convenzioni, magari poi accorgendoci che queste derivano da trascorsi più o meno traumatici, come  nella figura dell’agente Dixon (Sam Rockwell) succube della madre, presumibilmente gay, personaggio straordinario che nel corso della narrazione sviluppa una propria progressione etica e trasformazione. Proprio lui, l’inetto, il razzista, il balordo, anche se con la divisa e che lo porta ad essere una delle figure più  potenti dell’ intero film.

La sceneggiatura è sontuosa, non a caso ha fatto incetta di riconoscimenti ovunque e tiene lo spettatore incollato alla poltrona fino alla fine. L’anelito e il dilemma morale è quello che spinge lo spettatore a dover prendere posizione. Se è normale parteggiare da subito per Mildred, nel corso del film, soprattutto dopo il suicidio dello sceriffo, per il cancro che lo sta divorando e non per le implicite accuse mossegli, dopo le sue commoventi lettere lasciate alla moglie, a Dixon e a Mildred stessa, qualche dubbio si può insinuare e il dilemma come nell’Antigone sofoclea diviene quello tra la legge degli uomini e quella del sangue.

Il plot originario si snoda in un complicato intreccio da thriller poliziesco per scoprire l’assassino. Se la locale polizia poteva apparire quantomeno complice omertosa del brutale omicidio, man a mano si insinuano più profonde riflessioni sulla stessa liceità del rispondere alla rabbia con la rabbia. La frase a suo modo ingenua gettata come un sasso nello stagno dalla altrettanto ingenua compagna diciannovenne dell’ex marito di Mildred, “la rabbia genera altra rabbia”, è come una dolce farfalla che spiega le ali in un altrimenti crudo far west dei sentimenti dove vige la legge del più forte.

A questo proposito, si segnala l’intensità del brano della lettera post-mortem che lo sceriffo Willoughby consegna all’agente Dixon dicendogli che per fare il detective, quello a cui l’agente aspira, serve l’amore, proprio questo, quella cosa che declinata al proprio lavoro, ma anche in senso più ampio è la cura del dettaglio. Il tutto è condito da una colonna sonora bellissima e da un humour folgorante, brutale e sanguigno (anche in senso letterale); su tutte basterebbe la scena di Mildred che strappa di mano il trapano al proprio dentista, il quale aveva fatto un esposto contro i manifesti affissi e che viene trafitto all’unghia da Mildred con lo stesso trapano.

La scelta morale su da quale parte stare è lasciata agli spettatori con un bellissimo finale aperto degno di questo grandioso film, quando Mildred e l’ispirato agente Dixon, completando il proprio riscatto morale, decidono di avviarsi in auto per andare a uccidere uno stupratore, anche se a questo punto sappiamo non essere in realtà quello della figlia di Mildred, come una sorta di giustizia divina che sopraggiunge. O forse no, non lo faranno, chiudendosi il film con i due in auto che si confessano i propri dubbi su quello che avevano deciso di intraprendere, e si riservano di decidere strada facendo.

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Fuori dal film https://minimaetmoralia.it/non-fiction/fuori-dal-film-marianna-crasto/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/fuori-dal-film-marianna-crasto/#respond Sun, 01 Mar 2015 10:04:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25484 Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Marianna Crasto ringraziando l’autrice e la rivista.

di Marianna Crasto

Attorno al tavolo della cucina c’è stata una di quelle sedute psicanalitiche in cui io e mia madre ci scambiamo il ruolo di paziente e medico ogni sette minuti. Capita di continuo e ovunque: sul bordo del letto, in bagno, davanti al bidone della spazzatura, a volte non saprei dire dove abbiamo cominciato e dove siamo andate a finire perché può succedere che gironzoliamo per casa mentre parliamo, e lei addirittura stenda i panni e io a passarle le mollette di fianco.

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Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Marianna Crasto ringraziando l’autrice e la rivista.

di Marianna Crasto

Attorno al tavolo della cucina c’è stata una di quelle sedute psicanalitiche in cui io e mia madre ci scambiamo il ruolo di paziente e medico ogni sette minuti. Capita di continuo e ovunque: sul bordo del letto, in bagno, davanti al bidone della spazzatura, a volte non saprei dire dove abbiamo cominciato e dove siamo andate a finire perché può succedere che gironzoliamo per casa mentre parliamo, e lei addirittura stenda i panni e io a passarle le mollette di fianco.

Stavolta è stato al tavolo della cucina, quindi stavamo bevendo il caffè, quando mi ha detto di aver conservato in un qualche cassetto non meglio identificato il quaderno dove annotava l’orario delle medicine di nonna, morta ufficialmente il diciannove maggio scorso, una settimana precisa dopo aver compiuto novantasei anni. La questione qui non è tanto mia nonna e la sua morte, giacché destino delle nonne di novantasei anni è morire, come mi ha insegnato Anna Paquin in un dialogo con Philip Seymour Hoffman ne La 25a ora: la questione è questo quaderno su cui sono annotate cose come

Toradol  mezza fiala – 10:30
Dilatrend  20 gocce  12:00
Levodopa carbidopa  1 compressa  18:30
Peptazol – 1 compressa – 19:00

per pagine e pagine a coprire una lunga sette giorni di agonia. Questo quaderno, oggi e a mesi di distanza, non può esistere perché queste due donne si sono odiate con impegno e ostinazione nell’ultimo decennio, senza mai un ripensamento, senza mai riposare la voce dall’urlarsi insulti da un capo all’altro del corridoio, Cartagine e Roma sotto forma di femmine che hanno partorito e sono state partorite. Mia madre avrebbe già dovuto buttarlo nel secchio della carta insieme a tutte quelle cose che, nella somma, facevano la persona – le gonne e le camicette, i libricini di preghiere vecchi di settant’anni e macchiati di giallo e marrone, lenzuola consumate e calendari delle missioni dei Frati Comboniani, le ricevute delle bollette del gas pagate nel 1981 – e che abbiamo già smistato e smaltito dalle nostre vite secondo le regole condominiali, dipende dai giorni ma comunque sempre dopo le 20:00. C’è stato molto rispetto in quella settimana, sì, ma io lo so che non era amore, era soltanto una donna che stava morendo e una che continuava a vivere: maniacali precisione e cura nella somministrazione delle medicine erano esattamente quello che mi aspettavo. Che il quaderno sopravvivesse a mia nonna, quale simbolo o ricordo o monito, no.

La seduta è finita e io non ho detto niente: lei mi ha parlato del quaderno in maniera del tutto incidentale, confessando in primo piano qualche altra malinconia che non ho ascoltato, impegnata a dissimulare. Ognuna è andata a fare le sue cose, la posa del caffè si è indurita sul fondo delle tazzine, la domenica pomeriggio è diventata domenica sera: io pensavo al quaderno ormai da 6 ore e ho continuato per le successive 6. Si è fatta notte pensando a un oggetto di cancelleria.

Il primo momento utile per parlare con mia sorella è stato alle quattro del mattino, quando è ritornata a casa, ero rimasta sveglia apposta per poterla incrociare. Le ho chiesto se si era divertita e mentre mi rispondeva l’ho interrotta per dirle che non l’ascoltavo a causa del quaderno, con una strana voce che mi saliva estranea da un punto nascosto non so dove dentro, e da lì arrivava fino al primo piano del letto a castello dove sta lei. Le ho chiesto Cosa dovremmo fare secondo te? e Dovremmo dire qualcosa a mamma? e poi Ho provato a cercarlo mentre lavava i piatti ma non ho fatto in tempo, è il guanto di gomma più veloce del west, fino a che sono arrivata alla questione che più mi pressava, cioè che la permanenza stessa del quaderno nelle nostre vite era sbagliata dopo il culmine emozionale del funerale e sostanzialmente ostativa alla rinascita dei personaggi. Lei non aveva detto una parola durante tutto il mio racconto: temevo si fosse addormentata lasciandomi a parlare da sola e forse quasi lo speravo. Ma in quel momento è stata zitta come solo una persona sveglia e in ascolto può decidere di stare.

Personaggi? Ma che siamo, un film? – e dopo il punto interrogativo si è zittita come una che vuol dormire, così ho dovuto dormire anch’io. Questo è successo domenica.

Ho lavorato molto male tutta la settimana. Faccio perlopiù fotocopie ma si può sbagliare a farle – il test di ingresso è la fotocopia del fronte retro della carta di identità sulla stessa facciata del foglio: ormai sono brava, ma sovrappensiero sono fottuta – e si può essere ripresi dal proprio capo per questo. Mi sarei anche imbarazzata se non fossi stata impegnata a pensare al quaderno, alla sua forma, alla sua posizione nel cassetto, al cassetto stesso, agli altri oggetti che ci avrei trovato dentro, a quello che avrei letto nella grafia di mia madre – agitazione, apprensione, calma, fretta, scrivi ma fai presto che forse ha smesso di respirare, se ha smesso di respirare è inutile far presto e tanto vale curare la calligrafia. Il fine settimana stava arrivando e io ero contenta perché avrei avuto tutto il tempo del mondo per cercare il quaderno e provavo una strana vergogna perché ero eccitata come da tanto tempo non ero e mi sembrava macabro eccitarsi per la combo quaderno/morte/medicine.

– Perché, dico io.
– Perché cosa?
– È solo un quaderno. Perché lo cerchi.
– E me lo chiedi?
– Lo sto facendo.
– Perché non dovrebbe esistere.
– Ma che cazzata!
– …
– …
– Cosa speri di ottenere trovandolo?
– …
– …
– COSA. SPERI. DI. OTTENERE.
– Un film di Wes Anderson.
– …
– …
– …
– …
– Cosa cazzo significa Dio mio!
– UN. FILM. DI. WES. ANDERSON.

Anche se ho alzato la voce, mia sorella si è messa comunque a dormire, così ho dovuto dormire anche io. Ci incontriamo solo la notte, tutti i giorni di tutte le settimane da due anni. Fa gli strani orari della lavoratrice autonoma, poi va in giro, poi va a dormire sul divano del suo ragazzo finché non suona la sveglia del cellulare precedentemente impostata intorno alle tre e mezza e finalmente torna a casa da me e mamma, perché qui si torna sempre alla navicella madre indipendentemente da quante candeline spegni. Credo che se ci incontrassimo a orari civili, evitando di parlarci al buio dai livelli sfalsati di un letto a castello Mydal, capirci ci verrebbe assai meglio.

Oggi è sabato e fuori c’è un bel sole, così ho ricominciato a cercare il quaderno perché non lavoro e mia madre è andata alla posta. Una volta mi ha detto che il problema non è tanto quello che prova, ma quello che non prova. Non è tanto che non le piaccia avere a che fare con l’odio – il suo verso gli altri o viceversa – quanto il non sapere che fare con il non-amore, la non-pietà, il non-affetto, che sono cose ben diverse e spaventose perché presuppongono impegno. A non-provare niente ci si deve applicare con attenzione e abnegazione: un affettucolo superficiale e un odio tragico se lo meritano tutti. Ma uno che si impegna a essere indifferente è spaventoso, e se lo è lui lo sei pure tu. Facciamo sempre bassa manovalanza casalinga quando ci psicanalizziamo, quella volta sbucciavamo le mele per una torta. Lei si riferiva a tutte le persone che verso di noi non-sentono nulla, ma anche a se stessa che non-sentiva nulla verso sua madre. Un sentimento abbastanza cagacazzo da maneggiare, le dissi. Parve soddisfatta: continuammo a sbucciare.

Ho cercato nel cassetto delle mutande, tra i vestiti estivi e quelli invernali, dove nasconde i soldi, dove conserva i biglietti di auguri, nel cassetto delle lenzuola, in quello delle tovaglie, nei pensili della cucina, tra i dvd perché ho pensato che un quaderno messo di dorso può confondersi con un dorso di dvd. Soltanto che a casa abbiamo dodici mobiletti contenitori dvd Benno e ci ho messo un’ora intera a scandagliarli tutti e lo stesso è successo quando ho cercato tra i libri, perché abbiamo sette librerie Billy. Ma il quaderno non è uscito fuori, mia madre non è ancora tornata, e io mi sono ritrovata sul divano a piangere e a pensare al quaderno come la cosa più assurda del mondo. Ecco cosa risponderei adesso a mia sorella, se fossero le quattro di notte e mi chiedesse cosa cazzo io stia facendo con quella sua aria saputella, le direi che cerco un quaderno assurdo, che non ha ragione di esistere perché quelle due si odiavano a morte, e forse addirittura non-sentivano-niente a morte, il che è anche peggio se avesse una cazzo di vaga idea di cosa sia una seduta psicanalitica con nostra madre. Ma non c’è mai quando ho la risposta giusta, l’esprit de l’escalier dicono. Hanno ragione, ci vediamo stanotte, stronzetta.

Caro Wes Anderson,

Scusa se non sono esattamente parallela alla telecamera, ma tanto anche il divano non è esattamente centrato sulla parete. Capisci, mi affannerei per un risultato comunque scadente.

Tua,

M.

Piangere è un’azione estremamente sgradevole da un punto di vista estetico, a meno che non si indossi una pelliccia, si tenga in mano una sigaretta e si abbiano le fattezze di Gwyneth Paltrow. Sto riguardando The Royal Tenenbaums per la tredicesima volta, lunga distesa sul divano, ma disordinata, superficialmente buttata sui cuscini come un cappotto durante una festa, con tutta l’agitazione che passa da fuori attraverso i pori, il naso rosso e bagnato di muco, gli organi interni che pesano uno sull’altro, un groviglio orribile di tessuti molli, le gambe senza alcun legame logico-geometrico con le braccia con la testa con la parete con il pavimento. Mi sembra di mancare di rispetto a Wes con la mia goffa presenza e il mio non saper dove cercare questo quaderno che avrà sicuramente una brutta copertina, e forse addirittura le orecchie sulle pagine e a volerci trovare un senso non ce lo trovo, mi dispiace, la sceneggiatura fa acqua, i personaggi cazzeggiano tutto il tempo, e piangono, e sono brutti, non come in The Grand Budapest Hotel con tutti quei vestiti viola e la copertina del libro lillarosa, in pendant con il vivere.

Caro Wes, 

non sono le palette cromatiche studiate con l’aiuto degli astrofisici di Pantone, nemmeno sono le musichette indie, i vestiti hipster, gli amori puri, le vite avventurose. È la simmetria, l’angolo perfetto davanti alla telecamera. È il mondo geometrico dove tutti vanno da qualche parte, trovano le cose e queste cose hanno un senso, oppure non trovano le cose e non trovarle ha un senso, e si vaga confusi ma sempre dritti e così dopo un po’ la confusione sparisce grazie, appunto, alla simmetria.

È l’ordine, Wes, e la sua mancanza mi costringe a mettere in pausa il dvd, perché fuori dal film quando si piange è un gran casino, e nessuno ti viene a baciare sulla bocca o sulla fronte, e nessuno ha mai il coraggio di rasarsi a zero barba e capelli sottolineando chiaramente il cambiamento in atto, o di lasciarsi dietro sulla banchina un set di valigie Louis Vuitton. Fuori dal film sottintendiamo un sacco di cose, e non bruciamo mai le foto o i diari o i quaderni così da andare avanti una volta e per sempre.

Tua,

M.

Quando lo vedo, bellissimo e solo, dentro al cassetto dove non avevo guardato, inizia il commento di Bill Murray alla colonna sonora. Bill sta dicendo che il moderato utilizzo delle percussioni richiama discretamente a un’idea di palpitazione. L’inserimento degli ottoni crea un’atmosfera non banale. Frances McDormand lo interrompe dicendo che è una stronzata: ci sarebbero stati meglio i piatti, casinisti e fragorosi, per sottolineare che il ventricolo destro quasi mi scoppia. Si mandano a fanculo, poi mi sveglio con la tachicardia.

Mia sorella si sta arrampicando sulla scaletta di faggio, ma rimango immobile sotto le coperte, immobile come solo una che è sveglia può stare, ma lei non fa caso a queste cose e crede che stia dormendo davvero.

Che avessi un problema con la vita nel film e la vita fuori dal film l’ho pensato quella volta che ho comprato dei guanti neri al gomito per imitare Eva Green che imitava la Venere di Milo in The dreamers di Bertolucci. Per la verità entrai soltanto in un negozio di giocattoli nel periodo di Carnevale, ma i commessi iniziarono a fare troppe domande – che tipo di vestito, quanti anni ha la bambina, come mai i guanti non erano già compresi nella confezione del costume – e via, a mani vuote, con addosso chissà che colpa. Avevo anche a disposizione una porta da aprire su fondo nero, ma l’ho superata, perché si trattava solo di un gioco da fare a letto. Invece non potrò superare questo: approfittando che ero in ufficio, mia madre ha buttato gli ultimi sacchi dell’immondizia superstiti – ci sono ancora sacchi dopo mesi dalla morte di mia nonna, eppure era alta al massimo 1,40 e viveva in una sola stanza in cui faceva quasi tutto, mi sembra incredibile.

Forse in questi sacchi c’era anche il quaderno ma il fatto che non abbia avuto la possibilità di vederlo, di effettivamente appurare che era sopravvissuto al suo scopo, mi impedisce di mettere la parola fine, di chiosare come ogni voce fuori campo dovrebbe.

Trovo mia madre uguale a come l’ho lasciata stamattina: non riesco a capire se abbia vissuto un’esperienza in qualche modo catartica o se abbia bisogno di un confronto liberatorio, ancorché oscuro, sullo stile di quello tra Anjelica Huston e Brody/Schwartzman/Wilson. Non so come comportarmi: sono molto arrabbiata ma lei è così tranquilla, mi dice che a portar giù i sacchi le è venuto un po’ di mal di schiena ma poi le è passato, così ha cucinato le melanzane come piacciono a me, e non so se ho la forza di rifiutare le melanzane o imporle alcunché di catartico.

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Cosa potrete vedere alla 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/#comments Thu, 24 Jul 2014 10:07:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22376 di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l'elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all'Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d'Agnolo Vallan.

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di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l’elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all’Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d’Agnolo Vallan.

Manglehorn, di David Gordon Green.

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Nel precdente “Joe” aveva salvato Nicholas Cage dalla caduta libera in cui l’attore stava precipitando restituendolo a un ruolo decente. A un anno di distanza David Gordon Green ci riprova con Al Pacino. Gli mette accanto Holly Hunter, Chris Messina e Harmony Korine (proprio lui, il regista di Spring breakers che molti fece agitare alla Mostra di due anni fa). Manglehorn è la storia di un ex detenuto (Pacino) che cerca di cancellare il passato lavorando come ferramenta in una piccola città. Ovviamente il passato tornerà a cercarlo. David Gordon Green è regista di film robusti e ben piantati sulla terra. 

Pasolini, di Abel Ferrara

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Ed ecco il primo film che solleverà casini alla mostra di quest’anno. Con Willem Defoe nel ruolo di Pasolini, Riccardo Scamarcio in quello di Ninetto Davoli. E poi c’è Maurizio Braucci (il più bravo sceneggiatore italiano, vedi alle voci Gomorra, L’intervallo, Piccola patria, Bellas Mariposas…) arruolato nella banda dell’Esquilino. A preoccupare è però più che altro il pratone della Casilina con la scena possibile delle fellatio seriali di Petrolio. A questo si attaccheranno quelli che vanno al cinema per riempire qualche pagina di cronaca. I filologi duri e puri saranno invece tormentati dal fatto che Defoe recita in inglese. A chi glie l’ha fatto notare, pare che Ferrara abbia risposto anche giustamente: “‘fanculo! Non è un saggio accademico. È un film di Abel Ferrara!”

Near Death Experience, di Gustave Kervern e Michel Houellebecq (interpretato da Michel Houellebecq)

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Questo volto devastato appartiene al Michel Houellebecq di oggi. Che insieme a Gustave Kerven ha dato vita a un film cucito addosso alla poetica (oltre che alla figura) dell’autore di Particelle elementari e Estensione del dominio della lotta. Dopo la il dramma c’è la farsa. Dopo la farsa la tragedia. Ma dopo la tragedia arriva il teatro della peste di Artaud, vale a dire il comico e il disturbante. All’insegna del comico e del disturbante questo NDE (Near Death Experience) in cui lo scrittore francese (o ciò che ne rimane, forse la parte più preziosa) domina la scena vestito da ciclista (come il signor Tirone di Ciprì e Maresco) e cerca di farla finita forse senza successo.

Roy Andersson, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

 

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Non conosciuto dal grande pubblico, secondo alcuni, semplicemente, lo svedese Roy Andersson è tra i cinque registi viventi più grandi del mondo. Al pari di Lynch o Cronenberg. Solo che Andersson è un europeo, e dunque si trova molto più a suo agio a spaziare nei territori che furono di Samuel Beckett e soprattutto (per il cinema) di Luis Buñuel. Ci sono anche i Monty Python e il Jacques Tati di Monsieur Hulot nel suo cinema, solo scaraventati in atmosfere molto meno rassicuranti. Candidabile Leone.

Trois coeurs, di Benoît Jacquot

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Con Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Chaterine Deneuve, Chiara Mastroianni. In mezzo a tanta sperimentazione, auteurs, aspiranti tali e autori pazzi, un sofisticato melodramma borghese dovrebbe sulla carta andare bene. Storia di tradimenti, coincidenze, palpitazioni all’inseguimento dell’amore negato proprio a chi lo cerca. Per signore di ogni sesso e età.

Nynphomaniac vol.II integrale, di Lars von Trier

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Ecco la Gainsbourg in una posa decisamente diversa rispetto a quella del film di Jaquot. A proposito di registi pazzi, geniali e furbacchioni. Potrete vedere al Lido la seconda parte non censurata di Nynphomaniac. Per la maggior parte del pubblico maschile (rapida indagine tra i miei amici) era più importante (vol. I integrale) capire quanto a fondo si spingeva Stacy Marin nei suoi pompini anziché scandagliare con più dovizia di particolari rispetto alla versione censurata le sevizie inferte alla quasi milf Charlotte nel vol. II. Pare però che proprio in questo II vol. integrale (insieme alle profondità di CG) ci siano perfino inserti con dei Thomas Mann d’annata. A ogni modo per adesso l’ingombro è sempre lui. Lars. Terrorizzato com’è da qualunque mezzo che non sia guidato da egli stesso, raggiungerà il Veneto nel suo camper. Ma come fare a superare le acque? Ha preso il brevetto di volo (elicottero) e nautico proprio per questo. Agli organizzatori della mostra comincia a stare già pesantemente sul capo opposto dell’antipatia. Vale a dire: è simpatico.

Belluscone, una storia siciliana, di Franco Maresco

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Il ritorno di quel genio di Maresco. Con un film pare molto bello. Un film autodichiaratamente postumo, visto che il berlusconismo vive ormai in questa forma. E un film, in cui, una volta ancora (come nel miglior Sciascia) si parla della Sicilia per l’Italia. Non è (vale a dire) un film su Berlusconi, ma sull’Italia analfabeta già berlusconizzata prima ancora che Silvio scendesse in campo, e (sempre berlusconizzata) persino dopo che il suo astro è tramontato. È anche un film da cui dovrebbe capirsi se Forza Italia è stato il partito della Mafia. Tra Maresco e Ciprì a parer mio non c’è partita. È Maresco colui che resterà. Del resto, basta vedere come fa recitare Dell’Utri nella clip di qui sotto per capire che la classe non è acqua. Un sogno: vedere Franco Maresco e Abel Ferrara che bevono insieme un whisky in uno degli orrendi bar del Lido.

Birdman, di Alejandro Gonzàlez Inarritu

Si tratta del filmone con Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts che aprirà la Mostra. Inarritu si era fatto molto amare con Amores Perros, aveva raggiunto il successo con 21 grammi, aveva farto storcere la bocca con Biutiful. Birdman è il varco per capire se ha già fatto la fine di Aronofsky o se un compagno che ha volte ha sbagliato.

Fires on the Plain, di Shinya Tsukamoto

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Che gli vuoi dire a Shinya Tsukamoto, il papà di Tetsuo e Tokyo Fist? Niente, perché Tsukamoto è uno dei grandi del cinema mondiale. Qui alle prese con un remake (ma a modo tutto suo) di un classico antimilitarista. Siamo nell’orrenda macelleria del fronte filippino, alla fine della II guerra mondiale, e un soldato senza più bussola né dimora vaga in uno scenario da puro incubo, non così dissimile da ciò che accade ancora oggi nelle parti calde del mondo. Anche qui, sulla carta: possibile Leone. 

La trattativa, di Sabina Guzzanti

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Dovrebbe essere lo speculare del film di Maresco. Dove lì c’è poesia, qui ci sono i documenti. Dove lì l’ambiguità e la complessità etica è il punto di forza, qui dovrebbe esserlo il romanzo delle stragi a tesi. Vale a dire il fatto che la trattativa ci fu, e che in quel periodo assurdo e quasi già dimenticato che l’Italia visse agli inizi degli anni Novanta la nascita di Forza Italia non fu casuale né certo dettata dal pericolo rosso. La Mafia, ovvero una parte dello Stato. Del resto, che il covo di Riina fu perquisito per precisa disposizione delle istituzioni molti giorni dopo la cattura del boss (non trovandoci ovviamente nulla) e che l’agenda rossa di Borsellino sia scomparsa sono fatti che dovrebbero continuare a far riflettere. A ogni modo, anche qui: dopo la proiezione si prevede un gran casino.

Olive Kitteridge, la nuova serie HBO

2002 Toronto Film Festival - "Laurel Canyon" Portraits

Era già successo, succederà ancora. Una serie televisiva a un festival del cinema. In questo caso si fanno le cose in grande. La nuova serie HBO con Frances McDormand al centro della scena, tratto da Olive Kitteridge, romanzo premio Pulitzer di Elizabeth Strout e ormai libro di culto da qualche anno a questa parte. La serie sarà lanciata negli USA nel 2015, e a Venezia sarà trasmessa integralmente. È una mini-serie, quattro puntate, sulla falsariga della formula (una sola serie) dimostratasi vincente con True Detective. I puristi storceranno il naso (“per quanto sofisticate e complesse, le nuove serie tv non sono cinema!”) Per i maniaci del genere, sarà invece una vera e propria manna.

Giovane e favoloso, di Mario Martone martone-leopardi

Martone racconta Giacopo Leopardi, con Elio Germano nel ruolo del poeta di Recanati. Speriamo sia più del buon film che in teoria dovrebbe essere. Anche perché (letterariamente parlando) dovrà vedersela col Pasolini di Ferrara.

Loin des Hommes, di David Oelhoffen

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Tratto da un celebre racconto di Albert Camus. Ambientato durante la guerra d’Algeria. Con Viggo Mortensen nel ruolo dell’insegnante/protagonista che si ritrova in un’avventura inizialmente più grande del suo ruolo. Un western immerso nel fluido magico del pensiero meridiano.

Alix Delaporte, Le Dernier Coup de Marteau

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Attenzione a Alix Delaporte. Grande talento, arriva il secondo film, una storia di marginalità e sentimenti difficili, con al centro una donna e suo figlio adolescente. La regista aveva dato prova di una grande forza narrativa nel precedente Angèle e Tony. Potrebbe essere questo il film che sfonda porte già abilmente prese a calci l’altra volta. Potrebbe essere, vale a dire, la vera rivelazione di questa Mostra del Cinema. Stiamo a vedere.

Hungry Hearts, di Saverio Costanzo

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Con Alba Rohrwacher, Adam Driver e Roberta Maxwell. Adam Driver il bellone di Girls, nuovo mito erotico delle ragazze aggiornate. Girato tutto a New York. Tratto dal Bambino indaco di Marco Franzoso, rigirato a quanto pare come un guanto in chiave polanskiana. Costanzo gira molto bene. “In memoria di me” era un film bello quanto poco visto. Questa è la prova da cui si capirà se Costanzo è in grado di avere la meglio sul proprio talento (e quindi fare un film maiuscolo) o farsi (come a volte ha rischiato) fagocitare in maniera leziosa dalla propria arte non comune.

Anime nere, di Francesco Munzi

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Attenzione a Francesco Munzi. Il suo potrebbe essere (insieme a quello di Maresco) il più bel film italiano presente al Lido. Munzi aveva esordito benissimo con Saimir. Si era un po’ appannato ne Il resto della notte. Ma qui dovrebbe essere arrivato al suo film capolavoro. Così almeno scommette la redazione de “Lo Straniero”, nella quale c’è qualcuno che il film lo ha già visto e giura: “è un capolavoro”. Storia di ‘ndrangheta, girata in chiave nerissima da puro gotico meridionale. Ad alcuni ricorderebbe Fratelli (The Funeral) di Abel Ferrara. 

L’urlo e il furore, di James Franco

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È molto pericoloso affrontare cinematograficamente William Faulkner. Più pericoloso di lui c’è solo Cervantes, su cui quasi ogni regista si è rotto già le corna. Con Proust e Joyce (volendo escludere l’ultimo John Huston, che però si limitava con saggezza a The Dead, racconto simbolo dei Dubliners) manco saggiamente ci si prova. James Franco, faulknerianamente parlando, si è già fatto parecchio male con Mentre morivo (al contrario il suo Figlio di Dio da Cormac McCarthy non era malaccio) e adesso ci riprova addirittura con L’urlo e il furore, interpretando tra l’altro (udite udite) Benj Compson, il personaggio più difficile, cioè il fratello ritardato della celebre famiglia. Il pericolo è il mestiere di James Franco e questo è un merito a patto che non sia incoscienza o tracotanza. Vedremo. 

Realité, di Quentin Dupieux

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Aaaattenzione a quello che potrebbe, dovrebbe, deve diventare il film culto di questa Mostra! Quentin Dupieux, chi è costui per il grande pubblico? Forse qualcuno lo conosce come Mr. Oizo, lo scatenato musicista elettronico che ideò il pupazzetto giallo fuori di testa (agitava la testa su e giù convulsivamente a ritmo di musica) che finì anche nella pubblicità della Levi’s. I cinefili non dimenticano Wrong Cops, film assurdo del 2013. Il problema è che Dupieux è un pazzo. E anche un genio. E con Realité si scatena raccontando sì Hollywood (come epicentro e metafora del male e dell’assurdo), e però scaraventandosi nella direzione opposta rispetto a quella verso cui puntava il Lynch di Mullholland Drive o il più recente Cronenberg di Maps to the Stars. Non la tragedia allucinata, insomma, ma l’allucinazione dei fratelli Marx e di Hollywood Party, senza dimenticare che Dupieux è nato in francia, dunque gli appartiene anche Tatie, Quneneau e l’Oulipo. Se i cinefili in cattedra e naftalina avessero più coraggio, eleggerebbero Dupieux a eroe continentale.

Good Kill, di Andrew Niccol

EXCLUSIVE: Ethan Hawke and Zoe Kravitz get into Air Force costumes while filming scenes for 'Good Kill'

Il film che farà vergognare gli Stati Uniti di avere Obama come miglior presidente possibile, e l’Accademia di Svezia (con stanza però a Oslo) di avergli conferito il Nobel per la pace. Si parla infatti di droni. Meglio, del pilota di droni Ethan Hawke che ogni mattina si sveglia, va in ufficio (nel deserto del Nevada, cioè proprio nei pressi di una città come Las Vegas), uccide talebani e civili afghani dallo schermo di un videogioco, poi torna a casa da moglie e figli. E, molto umanamente, comincia a impazzire. Ora, Andrew Niccol per chi non lo ricorda ha sceneggiato Truman Show. A distanza di vent’anni il piano se uno ci pensa bene si è completamente ribaltato. Prima sembrava tutto vero ma era in realtà falso. Adesso sembra falso (lo schermo e il joystick di un pilota di droni) ma è tutto tragicamente vero.

Ulrich Seidl, Im Keller

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Ve lo ricordate Canicola? Allora ricordate anche Ulrich Seidl e la sua fama di regista estremo. Che qui (trattasi se non sbaglio di documentario) scopre che la realtà è più folle di ogni immaginazione. Cosa si nasconde, infatti, nei seminterrati dei paesini austriaci? La cosa più tenue che può capitare di vedere è il sadomaso estremo. Oppure un gruppo di vecchietti vestiti alla tirolese che cantano inni nazisti. A dimostrazione che l’Austria è la degna patria odiata da Thomas Bernhard e parodiata da chiunque realizzi che non a caso si trova al centro dell’Europa.

Una menzione infine per The look of silence di Joshua Oppenheimer (bravo, coraggioso e molto discusso documentarista), Italy in a Day di Gabriele Salvatores (interessante esperimento di taglia e cuci da materiale altrui da cui dovrebbe ricavarsi una giornata tipo in Italia) e Io sto con la sposa, film-domumentario-verità su un gruppo di italiani che ha violato le leggi comunitarie per far sì che un gruppo di profughi siriani raggiungesse la Svezia.

Ecco. Magari i film più belli saranno altri, ma questo è ciò che io ricavo in fretta e furia dalla conferenza stampa. Un grazie a Valentina Aversano per la ricerca delle immagini in tempo reale e il montaggio frenetico di questo pezzo fatto in fretta e furia.

Infine: piccolo momento di orgoglio autocelebrativo. Consentitecelo, visto che questo blog è tanto popolare quanto povero in canna e a qualche soddisfazione dobbiamo pure aggrapparci. minima&moralia e Venezia. L’anno scorso uno degli autori di minima&moralia, Giorgio Vasta, aveva scritto uno dei film in concorso, “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante. Quest’anno, come l’anno scorso, altri due autori di minima&moralia, Nicola Lagioia e Oscar Iarussi, sono tra i selezionatori della Mostra. Alcuni autori di cui minima&moralia ha parlato in tempi non sospetti sono in giuria quest’anno (Alice Rohrwacher e Roberto Minervini), così come è in giuria – e ne siamo contenti – la scrittrice Jhumpa Lahiri. Il bravissimo Maurizio Braucci ha collaborato al film di Abel Ferrara. Anche quest’anno, come l’anno scorso, la nostra amata Tiziana Lo Porto seguirà i film della Mostra, e (probabilmente come l’anno scorso) Christian Raimo ne stroncherà due su tre, ma il terzo gli sembrerà un capolavoro. Come vedete non ci facciamo mancare neanche la (chiamiamola così) dialettica interna. Viva minima&moralia, e viva pure Venezia, che è una delle poche cose italiane che all’estero si filano.

Buona visione a fine agosto.

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