Francesca Borri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesca-borri/ un blog di approfondimento culturale Fri, 19 Oct 2018 08:40:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Francesca Borri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesca-borri/ 32 32 Alan Rusbridger e la nuova era del giornalismo https://minimaetmoralia.it/altro/alan-rusbridger-la-nuova-del-giornalismo/ https://minimaetmoralia.it/altro/alan-rusbridger-la-nuova-del-giornalismo/#respond Fri, 19 Oct 2018 08:40:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38430 di Francesca Borri

Molte notizie. Più notizie di sempre. Ma anche meno notizie. Siamo in molti a provare la stessa sensazione, oggi: avere allo stesso tempo più e meno informazione di prima.

Sapere di più, forse. Ma capire di meno.

Nel giornalismo, d'altra parte, è in corso una rivoluzione. Letteralmente. Il giornalismo è stato a lungo un processo verticale. I quotidiani avevano il monopolio dell'informazione, perché avevano il monopolio dei mezzi di produzione dell'informazione, intesi proprio come mezzi materiali: le presse. E quindi ogni notizia veniva trasmessa, appunto, in verticale: da chi scriveva a chi leggeva. Ora invece è tutto orizzontale. Chiunque, con il suo iPhone, può parlare alla sterminata platea di internet, aprirsi un canale Youtube, un account Twitter, un blog, e definirsi un citizen journalist - anche se nessuno di noi si affiderebbe mai a un citizen dentist. Però, è innegabile: prima, per dire qualcosa avevi bisogno dei giornali. Oggi, non più.

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di Francesca Borri

Molte notizie. Più notizie di sempre. Ma anche meno notizie. Siamo in molti a provare la stessa sensazione, oggi: avere allo stesso tempo più e meno informazione di prima.

Sapere di più, forse. Ma capire di meno.

Nel giornalismo, d’altra parte, è in corso una rivoluzione. Letteralmente. Il giornalismo è stato a lungo un processo verticale. I quotidiani avevano il monopolio dell’informazione, perché avevano il monopolio dei mezzi di produzione dell’informazione, intesi proprio come mezzi materiali: le presse. E quindi ogni notizia veniva trasmessa, appunto, in verticale: da chi scriveva a chi leggeva. Ora invece è tutto orizzontale. Chiunque, con il suo iPhone, può parlare alla sterminata platea di internet, aprirsi un canale Youtube, un account Twitter, un blog, e definirsi un citizen journalist – anche se nessuno di noi si affiderebbe mai a un citizen dentist. Però, è innegabile: prima, per dire qualcosa avevi bisogno dei giornali. Oggi, non più.

E il problema è che il caos è gratis. La qualità è a pagamento.

Pochi possono discutere di giornalismo con più autorevolezza di Alan Rusbridger, al timone del Guardian per vent’anni. E non solo perché il Guardian online è ora il quotidiano inglese più letto al mondo. Ma soprattutto, per quello che è il Guardian. Che viene fondato nel 1821, dopo che un giorno d’agosto, a Manchester, 60mila cittadini si radunano in piazza per un comizio in cui si parla di suffragio universale e uguaglianza di diritti: e la polizia fa irruzione. Si avranno 11 morti e 400 feriti. E innumerevoli arresti, tra cui quello del solo reporter presente. John Edward Taylor, imprenditore, decide allora di scrivere un pezzo in sua sostituzione: perché sia noto a tutti quello che è avvenuto, e che è avvenuto davvero. Perché nessuno possa dire che la polizia ha agito per difendersi. Nessuna manifestazione sarà più repressa con tanta violenza. Il Massacro di Peterloo segna una svolta nei rapporti tra i cittadini e le autorità. Tra i cittadini e il potere. E segna l’inizio del Guardian: come servizio pubblico.

Guardian. Il guardiano, il sorvegliante. Il protettore. Il nome dice tutto.

Per Alan Rusbridger, è l’essenza stessa del giornalismo: public service. E infatti, il suo Guardian è stato il Guardian di Nick Davies, uno dei migliori giornalisti di inchiesta di tutti i tempi. Che oggi è noto a tutti per Wikileaks, ma in realtà, ha indagato il potere per tutta la vita. Perché viene dall’Inghilterra operaia, da periferie difficili di violenza e degrado, e di sé dice solo: I just wanted to get my own back on people who abuse power. Cercavo rivalsa e riscatto. Nick Davies potrebbe sembrare un giornalista atipico. Uno che raramente fa capolino in redazione, e giusto per dire un po’ come va. Quante querele, quante rogne aspettarsi. Uno con l’eterna tentazione di lasciare tutto e andarsene in giro per il mondo – ma sempre trattenuto da questo senso morale: dall’incapacità, davanti a un’ingiustizia, di non reagire.

Uno che in realtà, ci dice che gli atipici sono tutti gli altri. “Per dire che un treno è deragliato in Polonia, sono sufficienti le agenzie”, dice un giorno ad Alan Rusbridger. “Il nostro ruolo non è rielaborare le notizie che arrivano dalle agenzie. Il nostro ruolo è capire quali sono, tra migliaia di notizie, le notizie che contano davvero, e dedicare ogni nostra energia all’indagine. All’approfondimento. Al commento”.

Negli anni della rivoluzione, la stella del Guardian resta il giornalista più tradizionale di tutti. Quello che come nei film, bracca le sue fonti. Si piazza alla porta. Certo, internet gli offre nuovi strumenti. Ma al fondo, mentre gli altri macinano sette pezzi al giorno, Nick Davies lavora a un’inchiesta per mesi. Il suo primo strumento è il meno tecnologico di tutti: il tempo. Esattamente quello che nell’era dell’informazione istantanea nessuno ha più.

E però, è anche vero l’inverso. Il Guardian di Nick Davies è il Guardian di Alan Rusbridger. Non c’è l’uno senza l’altro. Entrano al Guardian lo stesso giorno del 1979, insieme: e insieme lasciano nel 2015. Perché non esistono giornalisti senza giornali. Da freelance, e da freelance di guerra, è una cosa che ho imparato presto. Se in Siria si sono avuti così tanti sequestri, non è perché la Siria è la guerra più pericolosa di sempre. No. Il Libano di Robert Fisk era uguale. La differenza è che siamo i giornalisti più vulnerabili di sempre. Non esiste vero reportage senza sostegno logistico, legale, finanziario. Editoriale. Il Guardian a un certo punto finisce in tribunale con la Tesco. Una catena di supermercati che ha accusato di elusione fiscale. Le parcelle degli avvocati potrebbero arrivare oltre i 5 milioni di euro. Ma quale freelance può mai permettersi di sfidare davvero un governo, o una multinazionale?

Il giornalismo non è un’avventura individuale, è un’impresa collettiva.

Non c’è giornalista senza giornale: e né c’è informazione senza giornali. Alan Rusbridger racconta per esempio tutta l’opera di filtro e analisi sui documenti di Wikileaks. E lo scontro con chi invece, come lo stesso Julian Assange, vorrebbe semplicemente gettare tutto in rete. Così. Senza il minimo interesse per le conseguenze. Senza il minimo senso di responsabilità. Ma perché ormai, siamo passati dai newspapers ai viewspapers. Un giornale è complessità. Un giornale è fatti e sfumature, dice. Mentre ora conta solo la semplificazione. L’impatto. E nella sua accezione più negativa. L’impatto su di sé, sulla propria visibilità. Non sulla società.

Alan Rusbridger arriva alla guida del Guardian nel 1995. Quando tutti parlano di internet, ma nessuno ha ancora chiaro cosa sia. E quindi, giorno dopo giorno, si ritrova ad affrontare tutti gli eventi che cambiano il giornalismo. Uno a uno. Perché sono tanti piccoli eventi, in realtà. Alcuni, ovvi. Come l’avvento di Facebook. Dei social network. Altri, meno. Come la fine delle inserzioni. Degli annunci. Parte essenziale degli introiti. Anche per gruppi editoriali blasonati come quello del Guardian: che non campava dei suoi Nick Davies, ma dei profitti di una rivista di auto usate. Quello che è noto a tutti, comunque, di questi ultimi vent’anni, è il risultato: il crollo delle vendite, e quindi dei lettori, e quindi della pubblicità, e quindi delle risorse. E quindi, ulteriormente, delle vendite. E dei lettori, e della pubblicità, e delle risorse. In un avvitamento che sa di fine della stampa. Eppure, c’è domanda di informazione di qualità. Il Guardian non ha mai concesso niente alla semplificazione, all’impatto: e nella sua versione online, è diventato, appunto, il più letto al mondo. C’è domanda, sì. Ma c’è mercato?

In questi anni si sono moltiplicate fonti di finanziamento alternative. Come le fondazioni. Le ONG. Perché una cosa è certa: le notizie non sono mai state così tante come oggi. Ma se non sono più i giornali a pagare, chi paga? Chi c’è, dietro tutto quello che leggiamo? Sembra una domanda sul futuro del giornalismo. Ma è una domanda sul futuro della democrazia.

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Quando il giornalismo racconta la guerra https://minimaetmoralia.it/giornalismo/giornalismo-e-guerra/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/giornalismo-e-guerra/#comments Fri, 28 Nov 2014 16:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24246 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

«Non accettiamo più i lavori di giornalisti freelance che viaggino in luoghi dove noi non ci avventureremmo […] Se qualcuno si reca in Siria e al ritorno ci offre immagini o informazioni, non le useremo». Per Michèle Léridon, Global News Director dell’agenzia giornalistica France Press, uno dei colossi dell’informazione globale, l’uccisione e il rapimento di giornalisti in Siria e Iraq impongono di «riaffermare alcune regole di base» del giornalismo di guerra. E di ripensare l’equilibrio tra il dovere di informare, la necessità di garantire la sicurezza dei reporter, la preoccupazione per la dignità delle vittime. Affidata al sito della France Press il 17 settembre 2014, la presa di posizione di Léridon suona tardiva e un po’ tartufesca, ma rimane significativa. Perché proviene dall’interno di un’agenzia che per sua stessa natura alimenta la tendenza bulimica del sistema dell’informazione.

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«Non accettiamo più i lavori di giornalisti freelance che viaggino in luoghi dove noi non ci avventureremmo […] Se qualcuno si reca in Siria e al ritorno ci offre immagini o informazioni, non le useremo». Per Michèle Léridon, Global News Director dell’agenzia giornalistica France Press, uno dei colossi dell’informazione globale, l’uccisione e il rapimento di giornalisti in Siria e Iraq impongono di «riaffermare alcune regole di base» del giornalismo di guerra. E di ripensare l’equilibrio tra il dovere di informare, la necessità di garantire la sicurezza dei reporter, la preoccupazione per la dignità delle vittime. Affidata al sito della France Press il 17 settembre 2014, la presa di posizione di Léridon suona tardiva e un po’ tartufesca, ma rimane significativa. Perché proviene dall’interno di un’agenzia che per sua stessa natura alimenta la tendenza bulimica del sistema dell’informazione.

Che Léridon parli soprattutto di giornalisti freelance non deve sorprendere. C’è una ragione contingente: James Foley, il reporter statunitense sgozzato il 19 agosto 2014 da un militante dello Stato islamico, era un freelance, collaboratore abituale di France Press. E c’è una ragione strutturale: l’informazione è un settore capitalistico come gli altri, deve produrre profitti, occupare in modo parassitario sempre nuove “terre vergini”, sfruttarle e poi spostarsi altrove, costruire o rilanciare “califfi” sempre nuovi, più barbuti e sanguinari dei precedenti. I freelance soddisfano queste esigenze compulsive. Professionisti specializzati ma duttili, in forte competizione tra loro, flessibili/precari, affrontano quei rischi che i “protetti” non possono o non vogliono più assumersi. Valigia alla mano, mentre gli “inviati” si raccomandano con la segretaria di redazione sull’albergo in cui alloggiare, i freelance sono già sul campo. Nessuno li invia. Sul fronte di guerra, vanno per conto proprio.

È passato molto tempo infatti da quando le guerre erano dominio pressoché esclusivo di pochi inviati, ammirati dai lettori, coccolati dagli editori e spesso contesi a suon di denaro sonante: «Salpo oggi per Yokohama. Parto per Hearst. Avrei potuto andare per l’“Harper” o per il “Collier” oppure per il “New York Herald” – ma Hearst mi ha fatto l’offerta migliore». È il 7 gennaio 1904, Jack London scrive all’amico e poeta Cloudesley Johns. Quell’Hearst a cui si riferisce London – che l’anno precedente aveva pubblicato Il richiamo della foresta e Il popolo degli abissi, inchiesta esemplare nel quartiere operaio londinese di East End – non è altri che William Randolph Hearst, «magnate dell’editoria e della comunicazione americana nei primi anni del Novecento, che avrebbe fornito poi il modello per il megalomane Citizen Kane di Orson Wells», nota Cristiano Spila nell’introduzione a Jack London. Corrispondenze di guerra (Nova Delphi 2013). A ventotto anni Jack London è una firma riconosciuta. Il 7 gennaio 1904, accettando l’offerta del proprietario del “San Francisco Examiner”, si imbarca sul piroscafo ‘Siberia’ alla volta del Giappone, per poi raggiungere la Corea e seguire il conflitto tra Russia e Giappone. Più che per necessità economiche, parte per inseguire quell’intreccio inedito tra azione e scrittura, avventura e narrazione che solo la guerra può offrirgli. Come ricorda Clotilde Bertoni in Letteratura e giornalismo (Carocci 2009), tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento quell’intreccio avrebbe attratto sui fronti di guerra grandi nomi della letteratura, da Stephen Crane a John Steinbeck, da John Dos Passos a George Orwell, da André Malraux fino allo scrittore-reporter per antonomasia, Ernest Hemingway.

Nelle sue corrispondenze, Jack London lo ammette. È stato mosso da suggestioni letterarie e dal desiderio di un contatto con la realtà più incandescente, più vera: la guerra. «Mi ricordavo delle descrizioni di Stephen Crane sotto il fuoco a Cuba», scrive. «Avevo sentito – oddio, cos’è che non ho sentito! – di corrispondenti di ogni livello e condizione proprio nel bel mezzo di battaglie e schermaglie di ogni tipo, dove la vita era intensa e si vivevano momenti immortali». Cerca una vita intensa, momenti immortali e tragicamente esemplari, il conflitto e la violenza, Jack London. Ma rimane deluso: «sono venuto in guerra aspettando di provare fremiti. I miei soli fremiti sono stati quelli di indignazione e irritazione». È l’ammissione di una disillusione. Il crollo dell’ambiguo ideale romantico della “bellezza” della guerra, già demistificato cinquant’anni prima da Tolstoj con le storie poi raccolte ne I racconti di Sebastopoli (Garzanti 2014). Ma è anche un artificio letterario, di cui si sarebbe dimostrato maestro indiscusso proprio Hemingway. Quello di fluttuare tra autocompiacimento e autoironia, di enfatizzare e dissacrare allo stesso tempo la figura del reporter. Che diventa tanto più un “personaggio” credibile e vicino al lettore quanto più revoca la sua posizione di osservatore onnisciente, tanto più coraggioso quanto più ammette limiti, debolezze e passi falsi.

Nella sua prima corrispondenza, inviata il 3 febbraio 1904, Jack London riferisce di essere stato scambiato per una spia. Si trova a Nagasaki, dove aspetta di imbarcarsi per Chemulpo, in Corea. Scatta alcune foto ai facchini per strada. Finisce al comando militare giapponese. «Mi sono ritrovato in una selva di uniformi blu, tra spade e bottoni dorati […] All’inizio fu tutto molto comico – “ottimo”, ho pensato, “passare un po’ di tempo prima di partire col vaporetto”. Quando, però, sono stato portato in una stanza al piano superiore e le ore scorrevano, ho pensato che era una cosa seria».

L’artificio di giocare sul proprio status, di celebrarsi e allo stesso tempo denigrarsi, finirà con l’essere adottato da quasi tutti i corrispondenti di guerra consapevoli, mossi da ambizioni letterarie o dal desiderio di fare “giornalismo intenzionale” (la definizione è del polacco Kapuściński, ne Il cinico non è adatto a questo mestiere, nuova edizione e/o 2011, a cura di Maria Nadotti). Lo dimostra Michael Herr, l’autore di Dispacci (Bur 2008), un libro fondamentale, forse il più onesto, nell’ampia letteratura sulla guerra del Vietnam. «Potrei lasciarvi continuare a credere che eravamo tutti coraggiosi, spiritosi, affascinanti e vagamente tragici, che eravamo come un insuperabile commando di arditi, un formidabile squadrone, il Terribile Chi, amanti del pericolo», scrive Herr. «Potrei usare anch’io questa favola, ne verrebbe senz’altro un film più carino, ma tutto questo discorso su di noi, tanto come soggetti quanto come oggetti, va rivisto e corretto».

A quasi quarant’anni di distanza dalla pubblicazione di Dispacci, con l’emergere delle nuove guerre che coinvolgono i civili più che i soldati, accanto alla categoria dei reporter coraggiosi e arditi si è affermata e consolidata quella degli “empatici”: «Le persone cattive non possono essere dei bravi giornalisti. Se si è una buona persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie. E diventare immediatamente, fin dal primo momento, parte del loro destino. È una qualità che in psicologia viene chiamata “empatia”», scrive Kapuściński.

Ma l’ingresso sulla scena degli empatici non ha cambiato le cose. L’invito di Michael Herr a rinunciare alla “favola” del reporter di guerra, chiarendone e correggendone compiti, strumenti e obiettivi è rimasto inevaso. Tranne rare eccezioni – quella di Kapuściński appunto – vecchi cinici coraggiosi e nuovi empatici sono spesso due espressioni della stessa, vecchia patologia del giornalismo di guerra: il feticismo del conflitto. L’idea che la violenza – la violenza fisica, non quella storica, politica, economica, sociale, ideologica, culturale – sia l’unica lente per raccontare un paese in guerra. I cinici e coraggiosi ne sono attratti: pasteggiano parlando di sangue incrostato e tibie umane morsicate da cani randagi, osservano con perizia da chirurghi braccia amputate e gambe saltate per aria. Gli empatici la denunciano: per loro le vittime di guerra non sono numeri, ma persone. Nome, cognome, età, relazioni famigliari, vicende passate e sogni futuri interrotti. Spetta a loro, ricostruire la storia di una vita, restituirgli dignità, conferirgli quell’integrità che la violenza insensata della guerra ha spezzato.

Per i cinici la violenza è un elemento inevitabile del mondo, per gli empatici una rottura dell’ordine naturale delle cose che può essere esorcizzata con la narrazione. Per entrambi, si dimostra un limite, una forma di miopia. Perché finiscono per vedere solo la violenza. Dimenticando che la guerra è storia e politica sedimentate. E scordando di interrogarsi sul voyeurismo predatorio di ogni forma di giornalismo, sul proprio ruolo, sulle proprie responsabilità. Michael Herr solleva interrogativi ancora urgenti e attuali, quando racconta le ragioni che lo condussero in Vietnam: «Ci andai con la convinzione, grossolana ma seria, che si deve essere capaci di guardare qualsiasi cosa, seria perché agii di conseguenza e partii, grossolana perché non sapevo, ci volle la guerra per insegnarmelo, che eri responsabile di tutto ciò che vedevi come di tutto ciò che facevi».

Sentieri di lettura

Anche per Oliviero Bergamini, autore di Specchi di guerra. Giornalismo e conflitti armati da Napoleone a oggi (Laterza 2009), il giornalista che ha inaugurato la storia dei corrispondenti di guerra è William H. Russell, inviato nel 1854 dal “Times” al seguito del corpo di spedizione inglese nella guerra di Crimea contro la Russia. La vita di Russell – nato a Dublino nel 1820, amico degli scrittori Charles Dickens e William Makepeace Thackeray – è stata raccontata da Alan Hankinson in Man of Wars: William Howard Russell of the Times of London (Heineman 1982), mentre le sue corrispondenze sono state raccolte da Nicholas Bentley in Russell’s Despatches from the Crimea 1854-1856 (Panther 1966).

Sulla storia del giornalismo di guerra, rimane utile I reporter di guerra: storia di un giornalismo difficile da Hemingway a Internet, di Mimmo Candito (Baldini e Castoldi 2002). Alle domande fondamentali – “A cosa servono i corrispondenti di guerra? Cosa ci si aspetta da loro? Chi crede ancora in loro?”  – cerca di rispondere invece Phillip Knightley nell’ormai classico The First Casualty: The War Correspondent as Hero and Myth-Maker from the Crimea to Iraq (versione aggiornata, Johns Hopkins University Press 2004).

Oltre agli studi storici e critici, è ampia la pubblicistica di giornalisti e scrittori su conflitti specifici. Sulla guerra in Vietnam, si può leggere Reporting Vietnam. American Journalism (due volumi, 1959/1969 e 1969/1975, a cura di Milton J. Bates, The Library of America 1998), l’ottimo Fire in the Lake. The Vietnamese and the Americans in Vietnam, della giornalista Frances Fitzgerald (Back Bay 1972), e il dossier su “Literature and the Vietnam War” apparso nell’estate del 2010 per la rivista “Dissent”.

Ci sono libri utili per comprendere anche i conflitti più recenti: sulla “guerra al terrorismo”, è fondamentale Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 settembre, di Lawrence Wright (Adelphi 2007), insieme ad American Ground, di William Langewiesche (Adelphi 2003), autore che si è occupato della guerra irachena in Regole d’ingaggio (Adelphi 2007) e di nuovi e vecchi strumenti di guerra in Esecuzioni a distanza (Adelphi 2011). Finora, il testo più ambizioso e completo sul conflitto in Afghanistan è quello di Anand Gopal, No Good Men Among the Living: America, the Taliban and the War through Afghan Eyes (Metropolitan Books 2014), mentre tra i giornalisti “embedded” si distingue Sebastian Junger, autore di War (Sperling & Kupfer 2011).

Sul conflitto in corso in Siria, sono disponibili due libri recenti di giornaliste italiane, La guerra dentro, di Francesca Borri (Bompiani) e Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra, di Susan Dabbous (Castelvecchi),  scritti con onestà e impegno ma entrambi troppo schiacciati sull’attualità. Per recuperare il senso della guerra come combinazione di storia e politica, c’è Robert Fisk e il suo Cronache mediorientali. Il grande inviato di guerra inglese racconta cent’anni di invasioni, tragedie e tradimenti (Il Saggiatore, nuova edizione 2009).

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Raccontare il Medio Oriente in fiamme https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-medio-oriente-in-fiamme/ https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-medio-oriente-in-fiamme/#comments Mon, 03 Nov 2014 06:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24067 Questo pezzo è apparso su il manifesto. (La foto è di Giuliano Battiston)

Che cosa rimane delle “primavere arabe”, delle rivolte iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia e che hanno poi contagiato Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrain, parzialmente l’Iraq? Alcuni libri recenti ci aiutano a trovare una risposta. Quello di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore, è dedicato all’Egitto, ed è un reportage realizzato tra la fase immediatamente successiva alle dimissioni forzate di Hosni Mubarak e quella, più recente, che segna la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi, l’ex generale e membro del Consiglio supremo delle Forze armate eletto il 27 maggio 2014 con un voto boicottato dalla maggioranza degli egiziani.

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provincial council candidate Kunduz

Questo pezzo è apparso su il manifesto. (La foto è di Giuliano Battiston)

Che cosa rimane delle “primavere arabe”, delle rivolte iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia e che hanno poi contagiato Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrain, parzialmente l’Iraq? Alcuni libri recenti ci aiutano a trovare una risposta. Quello di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore, è dedicato all’Egitto, ed è un reportage realizzato tra la fase immediatamente successiva alle dimissioni forzate di Hosni Mubarak e quella, più recente, che segna la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi, l’ex generale e membro del Consiglio supremo delle Forze armate eletto il 27 maggio 2014 con un voto boicottato dalla maggioranza degli egiziani.

È una parabola storica di fondamentale importanza, quella di cui è stato testimone l’autore di Egitto. Democrazia militare (Exòrma, pp. 240, euro 14): «quattro anni di movimenti sociali, di aspirazioni culminate nella repressione», dalle barricate degli attivisti di piazza Tahrir alla strumentalizzazione e al discredito verso i movimenti giovanili, liberali e di sinistra, fino al ritorno all’ordine imposto dall’elité militare con gli strumenti che le sono congeniali: «atti criminali sistematici contro i civili, processi politici, detenzioni di massa, omicidi, minacce, tortura nelle carceri».

Nel mezzo, c’è la cronaca dei momenti più significativi della storia recente del paese: la contestata elezione, il 30 giugno 2012, del presidente islamista Mohammed Morsi, il fallimento dei Fratelli musulmani al governo, «che hanno operato seguendo le stesse logiche di Mubarak»; il Golpe di stato militare del 3 luglio 2013 contro Morsi; il massacro di Rabaa al-Adaweya del 14 agosto 2013, quando la polizia spara sui manifestanti indifesi che contestano il golpe, causando almeno 867 morti: «in poche ore, le speranze di una pacifica transizione democratica di milioni di egiziani si infrangono con una carneficina». E poi il passaggio di al-Sisi dall’uniforme alla giacca e cravatta, simbolo di quell’«ambigua relazione tra elite militare e politica che domina l’Egitto dalla rivoluzione del 1952».

Egitto. Democrazia militare è un reportage “politico”, che però ha il pregio di raccontare le vicende politiche attraverso il filtro di quelle sociali e culturali, oltre che da prospettive molto diverse. L’autore attraversa il Cairo in lungo e in largo, ma non si accontenta, sa che è rischioso «ingabbiare l’opposizione al regime all’interno di piazza Tahrir». Visita le fabbriche di Mahalla al-Kubra, nel Delta del Nilo, dove i Fratelli musulmani sono accusati di «essere dei feloul, uomini del vecchio regime»; a Port Said incontra i familiari degli ultras uccisi dagli uomini vicini al Partito nazionale democratico di Mubarak; si inoltra nel Sinai, dove i jihadisti si alleano con i giovani beduini e con i contrabbandieri e lo Stato è solo repressione e brutalità; da Alessandria passa a Suez, «città di soldati e lavoratori», discutendo con sindacalisti e operai. Al Cairo incontra i rapper le cui strofe hanno ispirato le rivolte; dà voce agli “zebelin”, gli uomini che ogni giorno raccolgono i rifiuti. Finisce poi nei quartieri “6 ottobre” e “Rehab”, nella “piccola Siria”, dove «profughi, rifugiati, politici scappati dalla guerra di Assad trovano un riparo, e forse una nuova vita».

E proprio alla guerra di Assad, o meglio alla guerra contro Assad, è dedicato il libro della giornalista Francesca Borri, Una guerra dentro (Bompiani). I ribelli, scrive l’autrice, hanno tutti una storia simile: sono «operai, ingegneri, camionisti, studenti, commercianti: hanno visto la Tunisia, in televisione, hanno visto l’Egitto, e hanno cominciato a protestare anche loro. Corteo dopo corteo, pacifici». Poi la repressione di Assad, le armi al posto degli striscioni, «la primavera siriana che diventa la guerra di Siria», la fine della resistenza popolare, uno scontro che «sempre più diventa guerra per procura», la popolazione «in trappola tra un regime feroce e un’opposizione disorganizzata, di ventenni in maglietta e fucile», fino alla progressiva affermazione dei gruppi islamisti, «sempre più numerosi e sempre più radicali», prima rispettati, poi temuti.

Più che per la cronaca del conflitto siriano, Una guerra dentro risulta però interessante per le riflessioni dell’autrice sul giornalismo di guerra, per la messa in scena del “dietro le quinte”. L’autrice è onesta: allieva di Antonio Cassese – primo presidente del Tribunale internazionale dell’Aja, scomparso nel 2011 – nel giornalismo vede un mezzo per denunciare le ingiustizie, per dare voce ai senza voce, per risvegliare le coscienze (e quietare la propria). Le risulta facile bersagliare il circo mediatico: giornalisti – compresa lei – che pagano 300 dollari ai ribelli «per il giro turistico della Aleppo sotto attacco»; corrispondenti delle tv che non sanno «chi si oppone a chi e per quali ragioni»; cameraman inesperti che sbarcano in Siria «con giubbotto antiproiettile e bermuda», in tasca una guida Lonely Planet; direttori e capo-redattori cinici che chiedono solo le storie forti, il jihadista europeo, la cecchina in tacco sette. É consapevole, l’autrice di Una guerra dentro: sa che in ogni conflitto si rischia di «essere strumento di propaganda»; che l’assuefazione alla morte trasforma i giornalisti in stenografi anestetizzati; riconosce i limiti e ironizza sull’«aura dell’eroe indomito, tu che rischi la vita per dare voce ai senza voce», il «dito puntato contro tutti gli indifferenti del mondo».

È onesta e consapevole, Francesca Borri. Non abbastanza però per fare quel passo indietro che pure invoca come necessario: «indietro dal fronte, o più esattamente intorno», perché «la guerra non è il fronte, è tutto il resto – tutto quello che sta intorno al fronte e lo genera». La guerra dentro, infatti, è un libro tutto centrato sul fronte, sullo stesso «sangue e bum bum» che chiedono i caporedattori cinici. Un libro in cui si insiste troppo, con scrittura a tratti perfino compiaciuta, sui «bambini stravolti e smagriti, una maglia sdrucita e poco altro, la pelle riarsa, logora sugli spigoli delle scapole», in cui ci si muove sempre tra bombe e pezzi di cranio scambiati per calcinacci, tra i rantoli dei moribondi che «incrinano l’aria rappresa della controra», tra «corpi carbonizzati, occhi spalancati, orbite vuote», tra «stracci di carne, bambini di carbone». Tra bambini nati «in una tomba, in un’alba di missili». Un libro in cui, a dispetto del buone intenzioni, il feticismo del conflitto nasconde «tutto quello che sta intorno al fronte e lo genera».

Fare un passo indietro rispetto al fronte, per capire le ragioni che generano e alimentano la guerra, è l’obiettivo esplicito de La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna (Edizioni dell’Asino, pp. 60, euro 5), a cura di Osservatorio Iraq–Medio Oriente e Nord Africa e di Un ponte per…, associazione di volontariato e solidarietà internazionale. Il libro ha visto la luce grazie al lavoro di coordinamento di Cecilia Dalla Negra e Stefano Nanni e include contributi di autori diversi, accomunati dall’idea che, «per rilanciare un approccio alternativo ai conflitti» (Giulio Marcon e Francesco Martone), in particolare a quello iracheno, «non si possa prescindere dalla storia, almeno quella degli ultimi trent’anni» (Enzo Mangini, Stefano Nanni). L’interesse maggiore è però rivolto al periodo post-Saddam Hussein.

Dal 2003 parte l’analisi di Roberto Iannuzzi, ricercatore all’Unione delle Università del Mediterraneo (Unimed), che lega la riconfigurazione dell’Iraq su basi etniche e confessionali e la presa del potere della componente sciita ai riposizionamenti strategici di Iran, Arabia Saudita e Turchia, per chiudere sul paradosso attuale: «il fatto che gli Stati sunniti che fanno parte della coalizione anti-Is sono gli stessi che hanno contribuito a far emergere lo Stato islamico». Allo Stato islamico sono dedicati i saggi di Clara Cappelli e di Ludovico Carlino: la prima prova a ricostruirne la strategia economica, il secondo offre un profilo biografico-militare del “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi. Il giornalista iracheno Latif al-Saadi, in Italia dal 1994, individua le premesse del settarismo attuale nelle politiche promosse e avallate dalla Coalition Provisional Authority guidata dal governatore statunitense Paul Bremer III, mentre Martina Pignatti Morano fornisce uno spaccato della repressione subita dall’opposizione politica e dai movimenti sociali: «il fatto che la resistenza armata sia cresciuta tra le tribù sunnite, e abbia deciso perfino di allearsi a una fazione lontana dalla cultura irachena come l’Is, è dovuto in parte agli ostacoli posti dal governa alla resistenza civile e nonviolenta».

L’esule iracheno Jasim Tawfik Mustafa invita a evitare facili entusiasmi sul “successo diplomatico dei kurdi”: «anche se, per la prima volta nella storia, i combattenti di tutte le aree del Kurdistan storico combattono contro un unico nemico, non è affatto scontato che le rispettive agende politiche siano compatibili tra loro e soprattutto con le intenzioni dei paesi che appoggiano la nuova “guerra globale contro il jihadismo”». Domenico Chirico critica la miopia della comunità internazionale, immobile di fronte «alla guerra silenziosa» successiva al 2003, mentre Francesco Vignarca punta il dito sull’ipocrisia dell’Europa, che arma i peshmerga «per fermare qualsiasi accusa di inazione» senza «immischiarsi troppo in un pantano» inevitabile.  La crisi irachena è uno strumento utile per comprendere le ragioni della crisi irachena. Meno utile risulta sul “che fare”: troppo rituale suona il generico invito di Giulio Marcon e Francesco Martone al ritorno alle Nazioni Unite «che, uniche, possono avere un ruolo di prevenzione dei conflitti e di costruzione della pace».

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Viaggio al termine di Aleppo https://minimaetmoralia.it/reportage/viaggio-al-termine-di-aleppo/ https://minimaetmoralia.it/reportage/viaggio-al-termine-di-aleppo/#comments Tue, 14 Oct 2014 13:20:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23851 di Francesca Borri Da quando si combatte, agosto 2012, da quando è iniziato l’assalto dei ribelli dell’Esercito Libero, una sola cosa non è cambiata, qui. L’unica contraerea è il maltempo. L’unico rifugio la fortuna. Abbiamo raccontato di una città in macerie, in questi mesi. Di grandinate di mortai, strade tempestate di cecchini, missili e cannonate, […]

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di Francesca Borri

Da quando si combatte, agosto 2012, da quando è iniziato l’assalto dei ribelli dell’Esercito Libero, una sola cosa non è cambiata, qui. L’unica contraerea è il maltempo.
L’unico rifugio la fortuna.
Abbiamo raccontato di una città in macerie, in questi mesi. Di grandinate di mortai, strade tempestate di cecchini, missili e cannonate, abbiamo raccontato di una città sfigurata dal tifo, dalla leishmaniosi, dalla fame, di bambini che sembrano l’Etiopia, la Somalia, la pelle sulle ossa come cera, per cena erba e acqua piovana. Fiumi che vomitano cadaveri, foschie di insetti su resti di intestino, di fegato, polmone, granate, razzi, aerei, attivisti decapitati, 15enni giustiziati: negli ospedali sotto bombardamento, per bisturi un coltello da cucina, per anestetico la carezza di un’infermiera, abbiamo visto corpi mozzati, sulle sedie, teste, mani, dita, cocci di cranio.
150mila morti accertati, 220mila stimati. Abbiamo raccontato l’orrore, in questi mesi, sgomenti, la brutalità, la ferocia. Il dolore. Abbiamo usato ogni parola possibile.
Esaurito ogni aggettivo.
Scusate. Ancora non sapevamo cosa è una guerra.
Perché il fronte vero, ad Aleppo, oggi è uno solo: è il cielo. Si muore così, qui: senza preavviso. Un’esplosione, dal nulla, il lampo, uno schiaffo di vento, e l’aria che si fa rovente di fiamme, sangue, schegge – e nella polvere, tra le urla, solo questi stracci di carne, questi bambini di carbone. Non esiste riparo: le case non hanno scantinati. Seminterrati. Niente. E i ribelli, malamente armati da Arabia Saudita e Qatar, non hanno che queste vecchie mitragliatrici sovietiche, le doshka, questi pezzi di ruggine. Contro un aereo, sono potenti quanto cerbottana. Ad Aleppo all’improvviso, semplicemente, muori. Si scava con le mani, non ci sono pale, ruspe, e comunque non c’è benzina, non c’è più neppure elettricità, si scava alla luce dei telefonini, degli accendini, i cadaveri che ti fissano incastonati tra mozziconi di pilastri.
La controffensiva di Assad è iniziata a dicembre. Entri in città attraverso 15 chilometri di linea del fronte, adesso, a partire dalla zona industriale di Sheik Najjar, un tempo così saldamente controllata dai ribelli da ospitare la sede del Consiglio Rivoluzionario, l’amministrazione provvisoria di Aleppo che era lì ottimista a ripristinare tubature, riaprire scuole, persino ripiantare gli alberi – e invece entri così, adesso, tra mortai, RPG, kalashnikov, un aereo in testa, il gas a manetta, per rifugiarti il più veloce possibile nei quartieri residenziali: e cioè sotto i barili esplosivi. Barili. Barili farciti di benzina e tritolo, giù dagli elicotteri a due, tre, quattro alla volta. Piovono a decine, ogni giorno, ogni notte, ogni ora, ovunque, letteralmente ovunque, una media di 50: e non si ha alcuna distinzione tra civili e combattenti, l’unica differenza è che il fronte è bombardato con gli aerei, più precisi – ribelli e lealisti, al solito, sono così vicini che si insultano mentre si sparano: i barili colpirebbero anche i lealisti. Ma è l’unica differenza. Perché per il resto, il criterio di distinzione, ad Aleppo, di selezione degli obiettivi, è uno solo: senso orario o antiorario.
Continuiamo a chiamarla così. Aleppo. Ma è Dresda, ormai.
Chilometri e chilometri – Aleppo non esiste più. E’ ogni giorno più in macerie.
E però non è deserta come sembra. Come dicono. Perché diventare rifugiati, come osserva il mio interprete, “è un lusso che non tutti possono permettersi”. Non ha i 150 dollari per pagarsi un’auto fino in Turchia, più i 100 dollari a testa, moglie e tre figli, per corrompere un poliziotto e attraversare clandestino la frontiera: in pochi hanno ancora un passaporto – e comunque in Turchia ormai i rifugiati sono 700mila: i campi delle Nazioni Unite sono al tracollo. Sembra deserta, Aleppo: e invece a centinaia, a migliaia, esausti, sono ancora qui.
80mila, secondo le stime. Masticando cartone per spegnere la fame, lo sguardo macero, stravolto, fermi laceri a bordo strada, il naso per aria – perché un tempo l’aereo arrivava e bombardava: due, tre volte la settimana, bombardava e spariva, ora l’elicottero volteggia, e all’improvviso, bombarda: due, tre volte l’ora. All’improvviso muori. Non c’è altro, ad Aleppo. Non c’è altro. Aspetti e muori, in questo nido di vespe, questo nido di tuoni, nient’altro, solo il ronzio che si fa più forte, a tratti, e solo questo urlo, all’improvviso, tayara! tayara!, un aereo!, e tutti che si tuffano sotto una sedia, dietro un armadio, un vaso un secchio, qualsiasi cosa – perché sembra deserta, Aleppo, e invece a centinaia, a migliaia, terrorizzati, ti sbucano addosso dalle macerie. Vivono così, in mezzo ai corpi mai recuperati: pensando che magari una casa già colpita è meno probabile sia colpita di nuovo – tra le pietre, tra le lastre di cemento galleggiano vestiti, libri, un orologio, una scarpa con ancora dentro il piede di un bambino. “Per voi non siamo che un numero”, protesta un ragazzo a Sayf al-Dawla mentre insiste per dettarmi l’elenco delle vittime dell’ultimo bombardamento. Nome a nome. Ma da gennaio l’ONU ha fermato il conto dei morti: troppo difficile aggiornarlo, le fonti, ha spiegato, sono inaffidabili – e quindi, invece di fermare la guerra, ha fermato il conto dei morti. Protesta, il ragazzo, insiste per raccontarmi la loro storia, uno a uno: non sa che per noi i morti, in Siria, non sono più neppure un numero.
Ma parlare, ad Aleppo, domandare, è difficile. E non solo perché i giornalisti sono ancora nel mirino di al-Qaeda, ancora costretti a girare clandestini, il più invisibile possibile – di oltre 20 di noi, al momento, non si hanno tracce. Parlare è difficile perché i siriani provano a risponderti, uomini, donne giovani, anziani, chiunque: iniziano, una frase, una frase e mezza – ma poi ti franano sulla spalla, disperati: e piangono. Piangono, e sono loro, a domandartelo – Perché? Perché? ti chiedono, e non riescono a dirti altro, disperati. Ti abbracciano e piangono.
Piangono fino alla nuova esplosione. Fino a quando una doshka non tossisce questi quattro, cinque colpi: non per difenderti, non per abbatterlo, solo per avvertirti che un elicottero pochi secondi e arriva, pochi secondi e forse muori, mentre subito, di nuovo, senti anche tu il rumore, sempre più forte, più vicino, in questi pochi secondi infiniti, e tutti di nuovo che urlano, di nuovo che corrono – e di nuovo, violenta, l’esplosione. L’apnea. Al-Ansari, ore 16.40. La prima a riaffiorare è la sagoma di una donna. Fora la nebbia di polvere e cordite, ti barcolla incontro. Poi un uomo, un altro, un altro ancora, uno che sviene, tra le braccia, sfilacciati, questi corpi indecifrabili, questi corpi strappati, che gocciolano, che colano a terra. Il bambino che hai incrociato poco prima che ora è lì, grigio, ancora stretto al suo orso di pezza.
Un tappeto, sparsi, un ventilatore, un torso. Un triciclo.
E per giorni, all’alba, in controluce, come cercatori di conchiglie, vedrai le donne chine su questa battigia di resti umani. Tra le dita uno scampolo di stoffa, uno scampolo di figlio.
Muori, ad Aleppo. Nient’altro. Aspetti e muori.
Sono soli, i siriani, completamente soli, di qua dalla linea rossa – qui dove non si muore di gas, ma di tutto il resto: e quindi non importa a nessuno. Gli sfollati sono 9 milioni: quasi metà della popolazione. E 3,5 milioni sono in aree che l’ONU definisce “difficili da raggiungere”.
Gli imam, a novembre, hanno autorizzato a cucinare i gatti randagi.
Nonostante la risoluzione 2139 del Consiglio di Sicurezza, adottata il 22 febbraio, ordini di non ostacolare l’accesso agli aiuti umanitari, l’ONU, che per statuto opera mediante l’unico governo riconosciuto, e cioè il governo di Assad, per ora ha scelto di non forzare. E di adeguarsi. Assad vieta ai convogli di aiuti di entrare dalla frontiera con la Turchia, gestita dai ribelli, obbligandoli a entrare molto più a sud, con tempi e costi, e rischi, fino a dieci volte maggiori, denuncia Human Rights Watch. E soprattutto, con così tante restrizioni di movimento che quasi tutto, il 90 percento, finisce nelle aree sotto il controllo del regime – il regime sostiene che è per garantire la sicurezza degli operatori umanitari: anche se il racconto dei ragazzi della Croce Rossa, con tanto di cartellina con nomi e foto, è un po’ diverso: il regime ha arrestato e torturato molti di quelli che hanno provato a raggiungere le aree sotto il controllo dei ribelli.
Quelli che le hanno raggiunte, d’altra parte, sono stati sequestrati da al-Qaeda.
Alcuni convogli, in teoria, sono entrati proprio in questi giorni: ma nessuno ad Aleppo sembra avere ricevuto qualcosa. Riso, zucchero. Non ti imbatti mai in niente, qui, che abbia un logo straniero. Una bottiglia di latte: niente. L’unica certezza è che quando sei embedded con i ribelli, quale che sia il gruppo, degli oltre mille in cui sono ormai sgretolati, il cibo non manca mai. E in effetti: gli islamisti, e in particolare i ragazzi che sbarcano qui dalle periferie europee in barba e ipad, su facebook esaltano la Siria come “un jihad a cinque stelle”, promettendo alle potenziali reclute che non troveranno un nuovo Mali – tutto fame e sabbia.
Anche perché questa è la sola altra certezza, qui. Un solo luogo, ad Aleppo, non è mai stato bombardato: il quartier generale di al-Qaeda. E così nel resto della Siria. Per la sua collocazione, è l’unico obiettivo militare legittimo in senso stretto – l’unico che potrebbe essere colpito senza danni collaterali sproporzionati al vantaggio militare conseguito. Ma è ancora lì.
E così nel resto della Siria.
Tranne al-Qaeda, è tutto sotto attacco. “Ormai non è più questione di aiuti umanitari”, mi dice Moayed Zarnaji, volontario della Croce Rossa. “Un chilo di riso non ti fa alcuna differenza. Muori comunque”. E spesso, muori comunque anche se sopravvivi al bombardamento: nessuno ti verrà a tirare fuori dalle macerie. Hanno istituito la Civil Defense, adesso, ragazzi con torcia, guanti, caschetto di plastica, un trattore, una specie di Vigili del Fuoco. Sono una trentina: ma il numero varia di giorno in giorno, di ora in ora – perché i cadaveri, ad Aleppo, sono sempre a coppia: il secondo è di chi è corso di istinto in soccorso, ed è stato centrato dal secondo barile. E se anche ti tirano fuori dalle macerie, nessuno, qui, ha più niente per curarti. Sono rimasti due ospedali. Anzi – uno: l’altro è stato centrato mentre scrivevo. “E se anche ti curano, torni sotto gli elicotteri”, mi dice una bambina. Il suo braccio sinistro è tutto schegge e cicatrici. Non fa in tempo a mostrarmi quello destro che esplode un mortaio, in fondo alla strada, e corre via.
Perché aspetti e muori, ad Aleppo. Nient’altro.
E niente è più feroce del primo bombardamento. Quando qualcuno, lì sotto, è ancora vivo, e senti le voci, le urla, tra la polvere, mentre ancora non distingui nulla, saa’idni! saaa’idni!, implorano, aiuto!, aiuto!, e come questa donna, adesso, siamo a Soukkari, davanti alle urla dei suoi due nipoti, 17 e 18 anni, e i parenti che la trattengono, lei che cerca di svincolarsi, e cade, si rialza, urla, saa’idini! saa’idni!, ed è il momento più atroce, i fratelli, i padri gli amici, tutti che li trattengono, e loro che cercano di svincolarsi, disperati, che si precipitano sulle macerie, così, a mani nude, e subito, un altro elicottero che arriva, puntuale, volteggia, sadico, mentre tutti corrono, ancora, e non si capisce più dove, ora, tutti che si svincolano, che cadono, e si rialzano, tra le urla, il frastuono delle pale, la polvere il sangue – l’esplosione.
Perché muori, ad Aleppo. Nient’altro.
La città è divisa in due: metà sotto il controllo dei ribelli, metà sotto il controllo del regime. E a settembre nella metà est, nella metà dei ribelli, un nuovo regime, quello di al-Qaeda, ha sostituito il vecchio. Ma oggi neppure ha più senso parlare di un regime, qui, si tratti dei ribelli o di Assad: perché Aleppo, semplicemente, è terra di nessuno. Preda di bande criminali. I checkpoint sono sostanzialmente scomparsi: i ribelli sono tutti al fronte, asserragliati nella battaglia. Dopo essersi dedicati più a saccheggi e estorsioni che al governo della città, e soprattutto, dopo essersi trucidati in scontri interni, spianando così la strada alla controffensiva di Assad, sono ora impegnati a tagliare le vie di rifornimento con Damasco, oltre che in un’operazione diversiva a sud-ovest, in provincia di Latakia. I nostri analisti seguono gli sviluppi militari passo passo, mappa alla mano, chi avanza, chi arretra: ora dopo ora: ma chiunque avanzi, chiunque arretri, in realtà nessuno governa più niente, qui – è vita allo stato brado. Nessuno controlla più nessuno.
Non si conquistano che macerie.
L’unico segno visibile di autorità è all’ingresso del Karaj al-Hajez, più comunemente noto come “il viale della morte” – perché è il punto di passaggio tra le due metà di Aleppo: ed è sotto il tiro costante dei cecchini di Assad. Per chi vive a est, è fondamentale. Per tanti, tantissimi, la sola fonte di reddito è il salario di dipendenti statali. Da ritirare a ovest. O il commercio di frutta, carne verdura, perché a ovest i prezzi sono più alti: e vendi un chilo lì per ricomprarne due qui. Ma soprattutto, a ovest non sei sotto bombardamento. E hai gli aiuti umanitari. Gli sfollati sono tutti là. E quindi è qui, al Karaj al-Hajez, l’unico segno visibile di autorità. Gli islamisti di al-Qaeda prima hanno vietato il trasporto di cibo. Ora hanno costruito un muro.
Non discutono più di politica, i siriani. La guerra, ormai combattuta essenzialmente da stranieri, jihadisti da una parte, Hezbollah e iraniani e mercenari sparsi dall’altra, sembra non interessarli più. Non ti parlano più di “aree liberate”. Ora è solo: Aleppo Est e Aleppo Ovest.
“L’Esercito Libero avanza, avanza, sembra stia per vincere – e all’improvviso, non arrivano più armi. E il regime passa al contrattacco, allora. Avanza, avanza: sembra stia per vincere – e all’improvviso, all’Esercito Libero arrivano nuove armi. Ed è così da mesi”, riassume Alaa Alloush, uno degli ultimi attivisti ancora qui. Ancora vivi. “Siete tutti lì a discutere dell’opportunità di un intervento esterno. Ma l’intervento esterno, qui, è già in corso. Abbiamo piuttosto bisogno di un intervento interno: che la Siria sia restituita a noi siriani”.
Perché l’unica priorità, qui, è sopravvivere. Elicotteri, aerei, aerei, elicotteri: non c’è tregua. E a sera, non ti rimane che rannicchiarti in un angolo: terrorizzato. Su Aleppo Today, la televisione locale, il bollettino dei morti scorre come i titoli di coda, in basso, costante, mentre alla finestra, nel buio, ogni dieci, venti, trenta minuti, lo spettro di Aleppo ricompare nel lampo di un’esplosione. Continuo a guardare nervosa l’ora. Ad aspettare l’alba: ma sono l’unica, è un’abitudine di un’altra vita. Perché la sola differenza tra la notte e il giorno, qui, è che di notte neppure puoi correre via. La notte la guerra, ad Aleppo, si fa assassinio. Non si combatte: si muore e basta. A caso.
Perché bombardano, qui, bombardano, bombardano. Bombardano. Nient’altro.

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Aleppo Rewind https://minimaetmoralia.it/reportage/aleppo-rewind/ https://minimaetmoralia.it/reportage/aleppo-rewind/#comments Thu, 28 Nov 2013 14:49:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16712 Pubblichiamo un reportage da Aleppo di Francesca Borri. (Foto: Stanley Greene, courtesy Francesca Borri.)

di Francesca Borri

"Tranquilla", mi dice Ahmed, mentre attraversato l'ultimo checkpoint entriamo in città, un colpo di mortaio che subito scrolla l'aria. "Ora che sei ad Aleppo, sei al sicuro". E abbassa la testa per schivare un cecchino.

La mia prima volta qui, poco più di un anno fa, sotto l'elmetto non avevo neppure il velo. Poi, dopo il velo, un giorno mi hanno chiesto una maglia lunga. Dopo la maglia lunga, un abito fino alle caviglie. E adesso anche una fede al dito: "perché devi sempre camminare vicino un uomo: l'uomo a cui appartieni". E perché ora che dominano gli islamisti, e la priorità, per molti, non è Assad ma la shari'a, ora che ai crimini del regime si sommano i crimini dei ribelli, ai giornalisti è vietato l'accesso - di 18 di noi, al momento, non si hanno tracce. E quindi il mio elmetto, oggi, è un velo. Il mio antiproiettile un nijab. Perché l'unica, per infilarsi ad Aleppo, è passare per siriana. Clandestina. Niente domande, per strada, neppure un taccuino, una penna. "Ma non è questione di velo", mi dice una donna che mi riconosce immediata dalla pelle, dalle mani: "per sembrare siriana, oggi devi essere sudicia, smunta e disperata".

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stanley greene

Pubblichiamo un reportage da Aleppo di Francesca Borri. (Foto: Stanley Greene, courtesy Francesca Borri.)

di Francesca Borri

“Tranquilla”, mi dice Ahmed, mentre attraversato l’ultimo checkpoint entriamo in città, un colpo di mortaio che subito scrolla l’aria. “Ora che sei ad Aleppo, sei al sicuro”. E abbassa la testa per schivare un cecchino.

La mia prima volta qui, poco più di un anno fa, sotto l’elmetto non avevo neppure il velo. Poi, dopo il velo, un giorno mi hanno chiesto una maglia lunga. Dopo la maglia lunga, un abito fino alle caviglie. E adesso anche una fede al dito: “perché devi sempre camminare vicino un uomo: l’uomo a cui appartieni”. E perché ora che dominano gli islamisti, e la priorità, per molti, non è Assad ma la shari’a, ora che ai crimini del regime si sommano i crimini dei ribelli, ai giornalisti è vietato l’accesso – di 18 di noi, al momento, non si hanno tracce. E quindi il mio elmetto, oggi, è un velo. Il mio antiproiettile un nijab. Perché l’unica, per infilarsi ad Aleppo, è passare per siriana. Clandestina. Niente domande, per strada, neppure un taccuino, una penna. “Ma non è questione di velo”, mi dice una donna che mi riconosce immediata dalla pelle, dalle mani: “per sembrare siriana, oggi devi essere sudicia, smunta e disperata”.

Aleppo non è che fame, ormai, fame e Islam, nient’altro, per strada si vende di tutto, sembra ognuno abbia rovesciato a terra il salotto di casa, teiere, televisori telefoni, tovaglie, interruttori della luce, qualsiasi cosa – più esattamente: pezzi di qualsiasi cosa: perché Aleppo non è che macerie, poi, uno ti vende il passeggino, un altro le ruote. Nei vicoli più stretti, perché non siano centrate dai mortai, le altalene tipiche dell’Eid, la festa con cui i musulmani celebrano la devozione di Abramo: i maschi a destra con i loro kalashnikov di plastica, a sinistra le femmine, già velate, mentre due padri jihadisti spingono premurosi in barba, tunica e cintura esplosiva.

Circa un milione di siriani abitano ancora qui, nella Aleppo sotto il controllo dell’Esercito Libero – quelli che non hanno i 150 dollari per pagarsi un’auto fino al confine con la Turchia. Decine di bambini scalzi e stracciati, sfigurati dalle cicatrici dell’ultima epidemia di lesmania, seguono madri altrettanto scalze e emaciate, completamente in nero, completamente coperte, tutti con la scodella in mano in cerca di una moschea in cui distribuiscano pane, come in una Somalia, un’Etiopia sperduta, gialli di tifo. E ti conficcano gli occhi addosso, quando li incroci, come tutti i veri bambini di guerra: che non sono mai quelli che vi mostriamo nei giornali, in televisione – quelli che sorridono grati quando gli allunghi un biscotto.

Perché sono questi, invece, i bambini veri: esausti, muti, lo sguardo di stupore per l’orrore della vita, questi, o quelli falciati dai missili di Assad, e di cui trovi pezzi, teste braccia, negli ospedali. Dove le vittime sono sempre a coppia. Perché di fianco a un cadavere, ad Aleppo c’è sempre il cadavere di chi ha provato a salvarlo, ed è stato abbattuto da un cecchino – mentre sono bambini anche i medici, ormai, “perché qui sono partiti o morti tutti, e mentre il mondo pensa ai gas, noi continuiamo a essere uccisi da tutto il resto”, mi dice Abu Yazan, 25 anni, studente improvvisato primario. Che semplicemente, confessa, non solo in magazzino ha poco più che disinfettante e cerotti, ma non ha idea di come curare i suoi pazienti: “perché un conto è amputare una gamba, un conto curare un’ischemia”. Fuori, all’ingresso, una tenda con secchio e spazzola: l’unico antidoto disponibile in caso di attacco chimico. E naturalmente, fuori, i corpi senza nome. La gente passa, solleva appena il lenzuolo, si accerta non sia un fratello, un cugino.

In teoria, la Aleppo dei ribelli ha un’amministrazione civile: il Consiglio Rivoluzionario. Ma è stato nominato dall’estero, da quella Coalizione Nazionale che è l’opposizione ad Assad creata artificialmente dalla comunità internazionale, e che qui non interessa a nessuno, accusata di chiacchierare comoda di Siria dagli hotel a cinque stelle della Turchia. E comunque, sono arrivati solo 400mila dollari, per ripristinare l’elettricità, disinfestare le strade, riaprire le scuole: e sono finiti – Lakhdar Brahimi, il mediatore ONU per la Siria, guadagna 189mila dollari l’anno.

E così, senza più neppure i 25 dollari al mese per gli impiegati, inutile meravigliarsi se quando chiedo di incontrare chi oggi governa Aleppo, mi ritrovo al tribunale islamico. O meglio, clandestina, mi ritrovo a casa di Luay, il membro di al-Qaeda, la sagoma nera di sua moglie che bussa e lascia il caffè dietro la porta chiusa – ogni gruppo ribelle ha nella corte un suo rappresentante. Domando che legge applicano, mi risponde: la shari’a shari’a, per intendere che non applicano un codice scritto, ma la volontà dei giudici – “perché nella nostra tradizione, i giudici sono esperti di giurisprudenza, uomini saggi e autorevoli, di cui la comunità si fida”. Se non fosse che ad Aleppo, come sempre, sono partiti o morti tutti, e quindi sono bambini anche i giudici, ormai: ha 32 anni, Luay. Prima della guerra era un praticante avvocato. “In effetti, non è facile”, ammette. “A parte che hanno tutti un’arma, qui, e non hanno bisogno di un tribunale per farsi giustizia. Ma soprattutto, non è facile occuparsi dei crimini compiuti dai ribelli. Saccheggi, estorsioni. Quando abbiamo provato a processare Nemer, il capo di una delle milizie più violente, i suoi uomini hanno circondato il tribunale fino a quando non abbiamo archiviato il caso”.

In compenso, il tribunale ha emanato un divieto con tanto di cartello all’ingresso del Karaj al-Hajez, più comunemente noto come il viale dei cecchini – perché è il punto di passaggio tra le due metà di Aleppo, e come un libro di Stephen King, è dominato dai tre minareti di una moschea: attraversare è giocarsi la vita ai dadi. E il cartello dice: Divieto di trasportare cibo e medicine. Perché se prima era il regime a assediare e affamare la metà città dei ribelli, ora sono i ribelli, conquistate tutte le strade di accesso ad Aleppo, a assediare e affamare la metà città del regime. La gente si avvolge addosso con lo scotch le fettine di carne, riempie di uova finti televisori. Ogni tanto qualcuno, uno sparo asciutto, muore. E per mezz’ora, un’ora, il viale si svuota, il cadavere che rimane lì, al sole, un gatto che lo annusa. Poi il primo, timido, sbuca da una via laterale, esita un momento: è un ragazzo: e attraversa, rapido. Un secondo, poi, un terzo: il viale che torna ad affollarsi, il cadavere ancora lí. I cecchini, nei loro minareti, che aspettano con fiducia.

Non parlano più di “aree liberate”, i siriani: ma di Aleppo est e Aleppo ovest – nei telefonini, non ti mostrano più le foto dei figli, dei fratelli uccisi dal regime, ma semplicemente le foto, bellissime, di Aleppo prima della guerra. Perché nessuno, qui, combatte più il regime: i ribelli ormai si combattono tra loro. Chi non è impegnato in saccheggi e estorsioni è impegnato contro l’ISIS, sigla che sta per Stato islamico dell’Iraq e del Levante, il gruppo legato ad al-Qaeda che mira al califfato – e che si fa chiamare solo al-Dawlat, lo Stato: come un nuovo regime. “E siamo persino meno liberi di prima”, mi dice un attivista di una delle due ultime ong rimaste. “Perché prima se non ti impegnavi politicamente, nessuno si intrometteva nella tue scelte private. Ora ti proibiscono la musica, l’alcool. Le sigarette”. Mentre il fronte è completamente fermo. Nella città vecchia, la prima unità dell’Esercito Libero in cui sono stata embedded, un anno fa, è sempre lì. Sempre allo stesso incrocio, sempre che tenta di stanare lo stesso cecchino. Impresa complicata: si sono venduti i kalashnikov per pagare le cure in Turchia di un compagno ferito. Anche Salaheddin è sempre uguale. Le case, sfiancate dall’artiglieria, sono vuote, da quelle dilaniate dondolano nel vento una lampada una tenda, fossili di vite normali. In un angolo, raggomitolato su una sedia, il solito gatto che sembra dormire: e invece è morto. In un giorno di battaglia, di solita battaglia metro a metro, naso a naso, avanziamo di cinque isolati. Poi le munizioni finiscono. E torniamo indietro. Con 7 uomini in meno.

Tra le macerie è cresciuta l’erba, tanto la guerra è diventata carne di questa città. Al fragore di un mortaio, i bambini neppure si girano. Solo a una grandinata di proiettili cominciano a discutere: è una doshka, dice Ahmed, 6 anni, no è un kalashnikov a canna corta, dice Omar, 6 anni anche lui, senti?, è più leggero di un draganov.

E il fronte più emblematico, alla fine, il fronte più vero è Bustan al-Qasr: perché è da sempre l’epicentro delle manifestazioni del venerdì – quelle da cui tutto è iniziato. Ma al corteo, oggi, non sono che bambini. Perché sono partiti o morti tutti, qui, ormai: e chi non è né partito né morto, è sparito nel nulla. Come Abu Maryam, il più noto degli attivisti. Perseguitato dal regime, poi dai ribelli, è stato infine fermato dall’ISIS. E si è dissolto. Alla testa del corteo, sua nipote Nasma. 10 anni. Non hanno più neppure benzina, il furgoncino con gli amplificatori è spinto a mano.

A non essere spariti, invece, sono gli sfollati accampati poco lontano, a ridosso del fiume. Perché tutto l’argine, da mesi, è faglie e tuguri: non sono baracche, non sono grotte, non sono che pezzi di cose, lamiere, assi di legno, teli di plastica – cumuli, cumuli di pezzi di cose, a un certo punto, semplicemente, ti ci ritrovi dentro, tra donne, bambini, anziani mutilati e muti, queste bocche senza denti, un ragazzo down, per terra, con la sua cena di riso e insetti su un ritaglio di cartone.

Torni, ad Aleppo, ogni volta, e tra gli sfollati è sempre tutto uguale: cambiano solo i nomi. Ibtisam Ramdan, 25 anni, abitava qui, con i suoi tre figli e la tubercolosi in un trancio rancido di fognatura. Ma si è avventurata con il più piccolo in cerca di pane, un giorno, ed è stata centrata da un cecchino. Gli altri due si sono consumati così, di stenti: troppo pericoloso raggiungerli – fino a quando un mortaio non li ha polverizzati, in questa Aleppo disseminata di tombe ovunque, anche nell’aria, questo sterminato monumento al civile ignoto.

Pochi metri più su il fiume, che divide Aleppo est da Aleppo ovest, continua a vomitare avanzi violacei di uomini giustiziati con un proiettile alla nuca, le mani legate. Non si è mai capito chi siano. Ribelli giustiziati dai lealisti, o lealisti giustiziati dai ribelli? Dipende dai punti di vista – o forse solo dalla corrente.

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Sul caso Borri: guardare il dito e non la luna https://minimaetmoralia.it/interventi/sul-caso-francesca-borri/ https://minimaetmoralia.it/interventi/sul-caso-francesca-borri/#comments Thu, 18 Jul 2013 09:31:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15026 Qualche giorno fa il pezzo di Francesca Borri ha dato il via a un acceso dibattito in rete. Pubblichiamo un commento di Ilaria Maria Sala, giornalista freelance socia dell’agenzia di giornalisti indipendente “Lettera22”.


di Ilaria Maria Sala

Dico anch’io la mia sulle questioni sollevate dall’articolo di Francesca Borri. Con alcune premesse: non la conosco, non l’avevo mai letta prima e non amo il suo stile, sono freelance da tutta la vita ma non ho mai fatto la giornalista di guerra.

Dopo l’iniziale sgomento dato da una denuncia così accorata, ecco che molti hanno cominciato a chiederle ma tu a che ora eri e dove? In Bosnia? Quando la guerra era finita? E come hai fatto a vedere del sangue? E ad Aleppo? Ma guarda che non c’eri solo tu. Etc. I problemi che solleva – secondo me reali e gravi – è bene discuterli.

La ragazza – magari antipaticissima – è in Siria, che non sembra certo il migliore posto in cui essere, ma si discute della sua scelta e non: chi è il fetentone che ti pubblica per una miseria, che forse delle responsabilità le ha? Invece: ma questo ginocchio come sarebbe che ti hanno sparato e non lo sapevamo? E non si è sfracellato? Perché disquisire di menischi e di proiettili, ma non del fatto che pagare 70 dollari a pezzo è causa, non sintomo, di una stampa scadente?

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Qualche giorno fa il pezzo di Francesca Borri ha dato il via a un acceso dibattito in rete. Pubblichiamo un commento di Ilaria Maria Sala, giornalista freelance socia dell’agenzia di giornalisti indipendente “Lettera22”.

di Ilaria Maria Sala

Dico anch’io la mia sulle questioni sollevate dall’articolo di Francesca Borri. Con alcune premesse: non la conosco, non l’avevo mai letta prima e non amo il suo stile, sono freelance da tutta la vita ma non ho mai fatto la giornalista di guerra.

Dopo l’iniziale sgomento dato da una denuncia così accorata, ecco che molti hanno cominciato a chiederle ma tu a che ora eri e dove? In Bosnia? Quando la guerra era finita? E come hai fatto a vedere del sangue? E ad Aleppo? Ma guarda che non c’eri solo tu. Etc. I problemi che solleva – secondo me reali e gravi – è bene discuterli.

La ragazza – magari antipaticissima – è in Siria, che non sembra certo il migliore posto in cui essere, ma si discute della sua scelta e non: chi è il fetentone che ti pubblica per una miseria, che forse delle responsabilità le ha? Invece: ma questo ginocchio come sarebbe che ti hanno sparato e non lo sapevamo? E non si è sfracellato? Perché disquisire di menischi e di proiettili, ma non del fatto che pagare 70 dollari a pezzo è causa, non sintomo, di una stampa scadente?

Io credo che l’informazione italiana sia così in crisi anche perché facciamo un prodotto che soffre delle cose che denuncia Borri. Magari è una wannabe? Magari drammatizza perché le piace il dramma? Che importa? Certo la stampa è in crisi nel mondo intero. Ma sarebbe bello essere “in crisi” come il New York Times, Bloomberg o il Wall Street Journal. Alcuni dei problemi non sono solo congiunturali, ma tutti nostri.

Perché a chi è mai capitato, in Italia, che nei momenti in cui le cose andavano meglio (e ci sono stati) qualcuno dicesse alè, invece di aumentare all’assunto di turno a cui già pago ferie e contributi, aumento a te che sì sei al pezzo, ma colori il giornale di cose vere, viste, e uniche?

In questo discutere dei freelance come feccia disposta a prendere una pedata in pagamento ci si dimentica un particolare: i freelance ricoprono un ruolo molto importante. In Italia sono trattati da sfigati, disposti a scrivere ma rimpiazzabili. Si tace il fatto che i giornali sanno che senza i freelance avrebbero un prodotto molto più povero, e che se noi abbiamo bisogno di loro per maggiore visibilità e un volano più “autorevole” di un blog per cose che consideriamo importanti, loro hanno bisogno di noi per avere originalità, persone sul posto e uno sguardo spesso competente. Perché le conoscenze e la passione di un bravo freelance, che è in loco da tempo e parla di frequente varie lingue, è difficile che siano a disposizione di un inviato, o di chi da anni fatica dal desk. Infatti, i freelance non solo continuano ad esistere, ma ad essere cercati dai giornali. (E di freelance raccapriccianti ne ho visti tanti, prima che qualcuno dica che santifico la categoria intera. Ma di freelance bravi davvero ce ne sono molti, non assunti per motivi che andrebbero analizzati oltre “la crisi”).

Un inciso su come si lavora con giornali esteri: quelli anglosassoni, che amiamo criticare ma poi sono quelli che tutti in Italia (e altrove) si traducono e scopiazzano, trattano con rispetto i freelance. Prima di farti lavorare, dicono quanto pagano e quanto ci vuole affinché il pagamento sia trasmesso. Poi, dopo che il pezzo è stampato ti arriva una mail della segretaria di redazione con il pdf del tuo articolo e il ringraziamento.

In Italia, molti colleghi in questi giorni hanno invece detto che siamo noi che “roviniamo la piazza”. Il fango versato su Baldoni, morto in guerra mentre lavorava per Diario, è allucinante. In tanti a esclamare “un freelance! Cosa ci faceva li! È roba da professionisti, quella!”. I freelance sono dei professionisti. Di nuovo: i freelance sono dei professionisti. Alcuni, come in tutte le professioni, sono dei professionisti molto bravi. Nel mondo anglosassone lo sanno. In Italia, sembra di no.

Solo che poi ad essere plagiata è la stampa anglosassone, non quella italiana. Un motivo ci sarà? Altro confronto: inventa un’intervista, in una pubblicazione inglese mainstream, e sei fuori. La chiamano “firing offence”: crimine che ti rende licenziabile. Hai fatto un plagio? Non scrivi più. Venitemi a spulciare l’eccezione sul tabloid inglese straccione, e di nuovo non volete capire quello che cerco di dire.

Torniamo a noi: fatto sconcertante ritrovato in certe redazioni italiane, la certezza che il lettore sia un deficiente che vede solo il suo ombelico. Per cui ben vengano le tante valanghe di pezzi approssimativi, scritti con un bel rimpastone di agenzie misturato a pezzi dall’inglese (che le lingue altre non le sappiamo e anche quella insomma) o solo delle belle traduzioni firmate in fretta come roba nostra, prima che copi qualcuno altro. Tanto il lettore non se ne accorge, è idiota. Poi ci lamentiamo che il lettore, che abbiamo appena insultato, smetta di comprarci. Sarà che tanto scemo non è? Ora molti blog riprendono queste nefandezze e ne fanno dei bei post con scritto parola per parola il pezzo copiato e quello originale, ma il problema nelle redazioni è ignorato. A volte per motivi veri: sotto organico, non si viene mandati più nemmeno a coprire qualcosa che avviene nella porta accanto, quindi bisognerà informarsi leggendo online. Ma informarsi da altri e scopiazzarli non dovrebbe essere equiparato.

Altro difetto frequente, non solo italiano, che stride con la denuncia di crisi: mentre ti dicono di non poterti pagare decentemente perché non hanno soldi, paracadutano quello dall’Italia perché la storia si fa grossa, e non può essere lasciata a te che la conosci. Non a collaborare con te, che per una storia grossa ci vorrebbe, ma perché ci vuole il pezzo da cinquanta dalla redazione. Che costa un’ira, ma sai com’è.

Ci sono quelli che ricevono e accettano premi per pezzi copiati, tradotti dall’inglese.

Ma in tutta questa desolazione, facciamo i raggi x all’antipatica Francesca Borri.  Se fosse perché è nostra abitudine fare i raggi x, allora beh, bisogna aspettarselo, è solo giusto. Invece no! Il giornalismo italiano non ha paura di copiare, inventare, e mentire. Ma quello fa lo stesso. Il trattamento sdegnato dei raggi x è solo per una freelance animata da ………. (riempite con l’insulto preferito) e da una reale curiosità per quello che succede nel mondo e alla gente che lo popola, trattata in modo vergognoso. E che magari ha l’ego debordante.

E poi, un’altra cosa vera la ragazza la dice: i soldi per coprire le cavolate di Berlusconi non mancano mai. Gli inviati al royal baby, alle olimpiadi, alle nozze dell’ultimo imbecille di moda con l’ultima scemetta che si è vista in tv – quelli ci sono sempre, magari un po’ più poveri ma ci sono.

Forse il ginocchio se l’è solo sbucciato, ma davvero è l’unica cosa che notate in quel pezzo? E ‘sta fame di verità quando ce la siamo scoperti?  C’è il caso di Antonio Talia, di Agi China, che ha denunciato molto pubblicamente di plagio Visetti, ma la redazione di Repubblica tace, tace, tace. Prima di lui a quel quotidiano ce ne sono stati molti, denunciati apertamente o solo noti agli addetti – ma si vede che questo per Repubblica fa lo stesso: anni fa, vicino Bologna dove risiede, cenai da Ronald Dore, esperto di Giappone fintamente intervistato da Repubblica. Lui chiese che l’intervista fosse ritratta, pubblicarono solo che il Professore non si riconosceva più nelle dichiarazioni riportate. Ripeté che non andava bene, che proprio lui con quel giornalista non aveva parlato mai, era in Giappone quando quello gli lasciò il messaggio in segreteria (era negli anni Novanta, prima dei cellulari). E gli risposero chiedendo perché lui volesse rovinare la carriera di un giornalista promettente. È questo, il giornalismo promettente?

E che dire dell’ira funesta di Tiziano Terzani nei confronti di chi s’inventò un’intervista a Pol Pot, sul Manifesto? Non è servita a nulla, il signore in questione continua a fare il giornalista – anche se poi di interviste finte ne ha fatte altre, ma si scaglia contro i falsi altrui.

Tutta roba successa prima, molto prima della “crisi” e che per questo seleziono come aneddoti credo importanti per capire perché siamo arrivati qui. In giornali che, a modo diverso, si erigono a metro morale altrui. Per dire che questo è un modo di fare nostro, italiano, di noi che fra l’altro siamo fra i pochi paesi che ancora hanno l’Ordine dei giornalisti! Che non si sa perché: se ne è espulsi solo se non si paga la retta – invece ogni tipo di copiatura, cialtronaggine, menzogna, stortura, forzatura, falsità che altrove ti renderebbe impubblicabile, fa lo stesso. Nel paese dei Minzolini, di Libero e del Giornale, dove le notizie esistono solo per essere snaturate, che deontologia crediamo che garantisca l’Ordine dei Giornalisti, che non ha idea dei tempi – e infatti difende gli stipendiati, non i freelance – però decide che la formazione obbligatoria è una bella cosa, anche se chi non ha stipendio se la dovrà pagare da sé? Il fatto è che i freelance si formano, obbligatoriamente, ogni giorno, da anni, imparando cose nuove, intervistando, muovendosi, riproponendosi come consulenti o altro se necessario.

Ma il problema temo sia culturale, in Italia: il modo in cui chi è assunto continua a guardare chi non lo è, senza rendersi conto che la barca affonda per tutti. e che chi è all’esterno non è certo il nemico o l’idiota da sfruttare, il nemico, semmai, è la situazione in cui siamo tutti. E dalla quale secondo me si potrebbe uscire, ma ci vuole un impegno anche da parte di chi è “dentro”.

È una casta, quella dei giornalisti assunti, è vero. Odio la parola e l’uso che ne viene fatto di recente, ma bisogna ammettere che di questo si tratta. Cieca ai suoi privilegi, ti dice “ah, beata te che te ne stai fuori di qui!”, e da brava casta però spara su chi è fuori, dicendo: eh ma questa, con quel ginocchio ferito? E quand’è che è successo? E in Bosnia, che la guerra non c’era più, come lo avrebbe visto, il sangue? Pazzesca, questa Borri.

 

Bolognese, laureata in Cinese e Studi religiosi a Londra, Ilaria Maria Sala negli ultimi vent’anni è vissuta tra Pechino, Tokyo e Hong Kong. Socia dell’agenzia di giornalisti indipendente “Lettera22”, già collaboratrice del Diario e Il Sole 24 Ore, oggi scrive principalmente per La Stampa e il Wall Street Journal. Ha curato e tradotto per Manifestolibri il testo “Rivoluzione e democrazia”, di Wei Jingsheng (1996), e pubblicato “Il dio dell’Asia. Religione e politica in Oriente. Un reportage”, Il Saggiatore, 2006; nel 2007, assieme a Cecilia Brighi e Irene Panozzo, ha curato il volume “Safari Cinese, la Cina alla conquista dell’Africa”, Edizioni O barra O; il suo ultimo libro è “Lettera dalla Cina”, edizioni Una Città, con prefazione di Gianni Sofri. Attualmente vive a Hong Kong. Twitter: @IlariaMariaSala

 

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Il lavoro delle donne https://minimaetmoralia.it/fotografia/il-lavoro-delle-donne/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/il-lavoro-delle-donne/#comments Fri, 12 Jul 2013 00:08:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14973 Ieri ho letto sul sito della Columbia Journalism Review questo pezzo che era stato molto segnalato in rete. L’ha scritto Francesca Borri, reporter italiana free-lance, autrice di due libri sulle guerre. L’avevo tradotto forse dignitosamente perché mi sembrava potesse innescare un dibattito sull’informazione. Francesca mi ha scritto e mi ha gentilmente inviato il suo originale […]

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Ieri ho letto sul sito della Columbia Journalism Review questo pezzo che era stato molto segnalato in rete. L’ha scritto Francesca Borri, reporter italiana free-lance, autrice di due libri sulle guerre. L’avevo tradotto forse dignitosamente perché mi sembrava potesse innescare un dibattito sull’informazione. Francesca mi ha scritto e mi ha gentilmente inviato il suo originale in italiano. Se volete commentare sul sito della CJR o scrivere all’autrice, questo è l’indirizzo: http://www.cjr.org/feature/womans_work.php. La foto,
Aleppo dopo un missile, è di Stanley Greene.

di Francesca Borri

Mi ha infine scritto. Cioè: dopo oltre un anno, un attacco di tifo e un proiettile al ginocchio, ha visto la televisione, il mio direttore, e ha pensato che l’italiana rapita fossi io: e mi ha infine scritto. Mi ha scritto: ma se hai internet, non è che twitti il sequestro?

Cioè, poi uno torna la sera, che poi tornare neppure è il verbo giusto, qui, con i mortai intorno che ti esplodono ovunque, e la polvere la fame, la paura, uno si ferma la sera, in una base dei ribelli in mezzo all’inferno, e spera di trovare un amico, una parola una carezza: e trova solo Clara, invece, che sta in vacanza a casa tua e ti ha scritto otto volte, Urgente!, perché sta cercando il tesserino per entrare alle terme, e dico: otto volte, e per il resto solo messaggi tipo questo Paolo: bellissimo il suo pezzo: come il suo libro sull’Iraq – solo che non è sull’Iraq, il mio libro: è sul Kosovo.

Non so: l’unica cosa che ho capito, onestamente, è che uno ha questa immagine romantica, no?, il freelance pronto a rinunciare alla sicurezza di uno stipendio fisso in cambio della libertà di seguire le storie che più ha voglia di seguire: e invece non sei affatto libero, l’opposto: sei al traino delle notizie in prima pagina. Perché la verità è che l’unica possibilità che ho di lavorare, oggi, è stare in Siria: cioè: stare dove non vuole stare nessuno – la verità è che la seconda lingua, ad Aleppo, dopo l’italiano è lo spagnolo: perché ai greci non è rimasto neppure di che pagarsi il biglietto aereo. E più che Aleppo, a essere precisi: il fronte: perché poi ti chiedono solo il sangue, solo il bum bum – cioè, racconti gli islamisti, e tutta la loro rete di attività sociali, racconti la ragione della loro forza, un pezzo molto più difficile del fronte, provi a spiegare, non solo a emozionare, e ti rispondono: ma qui in 6mila battute non è morto nessuno.

In realtà avrei dovuto capirlo da lì, da quella volta che Marco mi chiese un pezzo da Gaza, perché Gaza, al solito, era sotto bombardamento e perché tanto Gaza, mi arrivò questa mail, la conosci a memoria: che importa che stai ad Aleppo. E perché io invece sono finita in Siria perché ho visto su Time le foto di questo tipo, Alessio Romenzi, uno che si è infilato nelle condutture dell’acqua ed è sbucato a Homs quando ancora nessuno sapeva che Homs esisteva: e un giorno ho visto queste foto, mentre ascoltavo i Radiohead, ho visto quegli sguardi, dritti, giuro, ma degli sguardi che ti si inchiodavano addosso, perché Assad li stava sterminando uno a uno, e nessuno neppure sapeva che Homs esisteva, e giuro: era una morsa alla coscienza che alla fine potevi solo dire: devo andare in Siria. Ma subito: devo andare in Siria – e invece la cosa più frustrante, qui, è che scrivi da Roma o scrivi da Aleppo, per loro è uguale. Ti pagano uguale: 70 dollari a pezzo. Luoghi in cui ogni cosa costa il triplo, perché poi in guerra si specula su tutto, e per dire, dormire, qui, sotto il tiro dei mortai, un materasso per terra e l’acqua gialla che domani ho di nuovo il tifo, costa 50 dollari a notte, l’auto 250 dollari al giorno. Con il risultato che finisci per massimizzare, non minimizzare, il rischio. Perché non solo non puoi permetterti un’assicurazione, quasi mille dollari al mese, ma più in generale, non puoi permetterti un fixer, cioè un locale che ti curi la logistica, l’organizzazione, non puoi permetterti un interprete: ti ritrovi in città sconosciute completamente solo. In mezzo ai proiettili. Sono perfettamente consapevoli che con 70 dollari a pezzo ti obbligano a tagliare su tutto, e sperare di morire, se sei colpito, perché non potresti mai permetterti di essere ferito: però poi il pezzo lo comprano comunque: anche se non comprerebbero mai il pallone della Nike cucito dal bambino pakistano. E come quella volta a Castelvolturno, gli scioperi dei braccianti clandestini: che mi arrivò questa mail: voglio un pezzo indignato! 50 euro al giorno! prendono solo 50 euro al giorno!, ma che mondo è? – e tutti noi eravamo lì per 20 euro al pezzo.

E poi con questa storia delle nuove tecnologie c’è questa idea, no?, questo equivoco di fondo: che l’informazione sia velocità, una gara a chi pianta per primo la bandiera sulla luna. E così è ovvio, le agenzie sono imbattibili. E però è una logica autolesionista: perché hai materiale standardizzato, e il tuo quotidiano, la tua rivista non ha più alcuna unicità: alcuna ragione per cui dovrei pagare per averti. Cioè: per le notizie ho internet: e gratis. A un giornale chiedo di più. Chiedo analisi, chiedo approfondimento – chiedo di capire, non solo di sapere. Perché la crisi, oggi, è dei giornali, non dei lettori: i lettori ci sono, e contrariamente a quanto pensano i direttori, sono lettori intelligenti, che vogliono cose intelligenti: semplicità, ma non per questo semplificazione – perché poi io ogni volta che pubblico il pezzo di colore, cioè, poi trovo sempre queste dieci mail, gente che mi dice sì però, bellissimo pezzo: magnifico affresco: però io voglio capire cosa succede in Siria, e io vorrei tanto rispondere che non posso fare un’analisi, perché se tento un’analisi me la cestinano dicendo e tu chi sei, bimba, per fare un’analisi?, anche se ho due lauree, un master due libri e dieci anni di guerre sparse, alle spalle, e la mia giovinezza, onestamente, è finita ai primi pezzi di cervello che mi sono schizzati addosso, avevo ventitrè anni ed ero in Bosnia. Perché come freelance, la verità è che siamo solo giornalisti di seconda classe. Anche se poi siamo solo freelance, qui, perché questa è una guerra bastarda, è una guerra del secolo scorso, una guerra di trincea combattuta a colpi di fucile, ribelli e lealisti sono così vicini che si insultano mentre si sparano: al fronte, la prima volta giuro, non ci credi, con queste baionette che hai visto solo nei libri di storia, ed eri convinto non si usassero più dai tempi di Napoleone, oggi che la guerra è la guerra dei droni: e invece qui è metro a metro, strada a strada, e fa paura, minchia, fa paura perché io scrivo, intanto, e qui esplode tutto – e però ti trattano come un ragazzino: fai una foto da copertina e ti dicono: ma eri solo nel posto giusto al momento giusto, fai un pezzo da esclusiva, come quello dalla città vecchia, che siamo stati i primi a entrarci, con Stanley, e ti dicono: e come giustifico che il mio inviato non è riuscito a entrarci e tu sì? Uno mi ha scritto: lo compro ma lo firma lui.

E poi sei donna: e ti chiedono sempre di scrivere di donne. E d’accordo quella volta che non avevo il velo sotto l’elmetto, e nel rifugio erano tutti uomini e mi hanno lasciato sotto i mortai: e infatti è il mio pezzo più citato: ma onestamente è stata una volta sola, mentre gli altri giornalisti: e perché sono tutti maschi, onestamente, e sono loro a ripeterti che non sei abbastanza coperta, e non ti siedi in modo abbastanza decente, e non guardi in modo abbastanza umile, e non sei abbastanza rispettosa della cultura locale, e e e – e anche se loro poi non hanno mai aperto un Corano. E indipendentemente dal velo, comunque: come Jonathan, l’altra sera: bombardavano tutto, e io stavo lì in un angolo con quest’aria che che altra aria puoi avere? se forse tra un minuto muori, e Jonathan se ne viene, mi squadra, mi fa: questo non è un posto per donne – e a uno così, ma che vuoi dirgli?, idiota: questo non è un posto per nessuno. Perché onestamente è solo segno di sanità mentale, se ho paura, perché Aleppo è tutta cordite e testosterone, e poi sono tutti traumatizzati, Henri che non parla che di guerra, Ryan strafatto di anfetamine, e però a ogni bambino squarciato vengono solo da te e ti domandano: come stai?, perché tu sei femmina e fragile, e a te verrebbe da rispondere: sto come stai tu – e perché le volte che ho un’aria ferita, in realtà, sono le volte che mi difendo, tirando fuori ogni emozione ogni sentimento: sono le volte che mi salvo.

Perché poi uno pensa: la Siria. E invece è un manicomio. Il ragazzo italiano che non trovava lavoro e ora combatte con al Qaeda e la madre è qui a inseguirlo per Aleppo per prenderlo a padellate, il turista giapponese che sta al fronte, e sta veramente qui in vacanza, dice che ha bisogno di due settimane di adrenalina, il neolaureato svedese in giurisprudenza che è venuto a raccogliere prove sui crimini di guerra e Damasco voleva andarci in autostop: o i musicisti americani con le barbe da bin Laden, che dicono che così sembrano siriani, anche se sono biondi e alti due metri, e hanno portato medicine per la malaria anche se qui la malaria mica c’è: e vogliono distribuirle suonando, tipo pifferaio magico – e per non dire i vari funzionari di Onu sparse, che tu gli dici: c’è un bambino con la lesmaniosi, possiamo curarlo in Turchia? no non possiamo, si scusa la mail: è un bambino specifico, e noi possiamo occuparci solo dell’infanzia in generale.

E perché poi anche noi: perché sei un giornalista di guerra, e alla fine stai sempre un metro sopra gli altri, no?, con quest’aura dell’eroe tu che rischi la vita per dare voce ai senza voce, e hai visto cose che gli altri non hanno mai visto, e sei una miniera di aneddoti, a cena, sei l’ospite figo ed è una gara per averti, e – e invece poi arrivi, e scopri approssimazione ovunque e questo mantra: it’s a secret, it’s a secret, perché invece di fare rete tra noi, di fare muro, fare sindacato, siamo i nostri primi nemici, e la ragione dei 70 dollari a pezzo non è che mancano le risorse, perché poi le risorse per il pezzo sulle amiche di Berlusconi si trovano sempre: la ragione vera è che chiedi 100 dollari e un altro è pronto a vendere a 70: ed è la concorrenza più feroce, tra noi, zero collaborazione, zero aiuto – come Beatriz, oggi, che per essere la sola a scrivere del corteo mi indica la strada sbagliata, e mi fa infilare tra i cecchini: cioè: tra i cecchini: per un corteo come mille altri. Perché poi diciamo di essere qui come Romenzi, qui perché un giorno nessuno possa rispondere: ma io non sapevo, e invece siamo qui solo per vincere un premio, per avere infine due righe dal direttore: avere spazio, con tutti questi fotografi che inseguono il singolo scatto, e non gli importa niente della continuità, della completezza della narrazione: del ritratto di insieme – e i fotografi solo perché i writers sono quasi tutti in Turchia: raccontano quello che gli raccontano i fotografi. E siamo qui a intralciarci da soli come se avessimo tra le mani il pezzo da Pulitzer: e invece non abbiamo proprio niente, stretti tra il regime che ti rilascia il visto solo se sei contro i ribelli e i ribelli che non è che sei libero, con loro, vedi solo quello che vogliono che tu veda, esattamente come con il regime – e la verità è che siamo un fallimento, i lettori che a stento ricordano dove sta Damasco, dopo due anni, e il mondo che della Siria dice di istinto: quel casino della Siria, perché della Siria non si capisce niente, solo sangue, sangue sangue ed è per questo che i siriani la verità è che ci detestano, come l’ultima foto, quel bambino con sigaretta e kalashnikov, un bambino di sette anni, ed è ovvio che la foto è costruita, e però è su tutti i giornali, adesso, e tutti a strillare: che barbari questi siriani, che barbari questi arabi, e all’inizio mi fermavano, mi dicevano grazie, grazie che mostri al mondo i crimini di Assad, oggi uno mi ha fermato, mi ha detto: Vergognati.

Ma perché poi: io per prima. Ma perché se davvero avessi capito qualcosa, di questa guerra, non avrei avuto paura di amare, paura di osare, nella vita, se solo davvero avessi capito qualcosa, della Siria, di questa vita che forse tra un minuto finisce, e invece di essere qui, adesso, stretta al muro in quest’angolo rancido e buio, a rimpiangere disperata tutto quello che non ho avuto il coraggio di dire, ora che è tardi, è tardi per tutto, e come ho potuto perdere quanto di più bello avevo? – e perché è questa l’unica cosa da raccontare, di una guerra, il solo pezzo che davvero avrei dovuto scrivere, ora che è tardi, invece che distrarmi tra ribelli lealisti, sunniti, sciiti, l’unica cosa da capire: la storia che mi è rimasta impigliata tra le dita: voi che potete, voi che domani siete vivi, ma che state aspettando? perché non amate abbastanza?, l’unica cosa da scrivere, da queste macerie, se solo davvero avessi capito qualcosa: voi che avete tutto, ma perché avete così paura?

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