francesca matteoni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesca-matteoni/ un blog di approfondimento culturale Tue, 23 Jul 2024 15:05:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg francesca matteoni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesca-matteoni/ 32 32 Un fantasy ecologista per tornare a parlare con gli alberi: Tundra e Peive di Francesca Matteoni https://minimaetmoralia.it/libri/un-fantasy-ecologista-per-tornare-a-parlare-con-gli-alberi-tundra-e-peive-di-francesca-matteoni/ https://minimaetmoralia.it/libri/un-fantasy-ecologista-per-tornare-a-parlare-con-gli-alberi-tundra-e-peive-di-francesca-matteoni/#respond Thu, 02 Mar 2023 08:39:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51932 Una ragazza, un folletto e un gatto mutaforma intraprendono un viaggio magico nel tentativo di scongiurare una mutazione che rende alberi e piante pericolosamente ostili. Sembra quasi la trama di un nuovo manga invece è la peculiare operazione di Nottetempo che inserisce per la prima volta un romanzo nella sua collana Terra, dedicata alla saggistica […]

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Una ragazza, un folletto e un gatto mutaforma intraprendono un viaggio magico nel tentativo di scongiurare una mutazione che rende alberi e piante pericolosamente ostili. Sembra quasi la trama di un nuovo manga invece è la peculiare operazione di Nottetempo che inserisce per la prima volta un romanzo nella sua collana Terra, dedicata alla saggistica a tema eco-ambientale. L’autrice “prescelta” per questa inaugurazione è Francesca Matteoni, scrittrice, poetessa e studiosa di folklore e magia. Il suo Tundra e Peive ci trasporta in un universo sovrannaturale che strizza l’occhio alla fiaba, parla come una leggenda, e ha il retrogusto di un film fantasy anni ‘80.

In un tempo e un luogo imprecisato, la noncuranza degli uomini ha fatto sì che gli alberi mutassero, ibridandosi con materiali come il ferro e infestando il mondo con la venefica Malvaspina. Gli unici a voler correre ai ripari di fronte a questi allarmanti cambiamenti sono una manciata di personaggi non-umani o umani solo in parte: Talia, una ragazza che ignora il suo misterioso passato, il vivace folletto Tundra, il suo gatto Peive, in grado di assumere le sembianze anche di altri animali, Bess, che per tutti è una sarta di mezza età ma in realtà appartiene alla stirpe degli Antichi, esseri secolari in contatto con il mondo degli alberi e delle fate. Gli elementi fondanti del fantasy ci sono tutti, una protagonista predestinata, una minaccia incombente da fermare, creature fatate, alberi saggi e un po’ bisbetici, stregoni malvagi, animali parlanti e ovviamente un viaggio. Affinché tutti ritrovino il loro posto e capiscano chi sono davvero, occorre viaggiare nello spazio e nel tempo, affrontare mostri, ricordare e sognare o meglio ricordare sognando.

Il messaggio ambientalistico di Tundra e Peive appare fin da subito chiaro, forse a tratti perfino un po’ ingenuo, ma di quell’ingenuità che è tipica della fiaba, del racconto da focolare. Anche se il libro comincia con le parole “Questa non è una favola”, ciò appare come un modo quasi magrittiano di riaffermarsi attraverso la negazione, sottolineare che anche se si parla di folletti e streghe, lo sfacelo a cui stiamo andando incontro è drammaticamente reale. A prendere più concretamente le distanze dal genere favolistico è invece il linguaggio del romanzo, che palesa la provenienza magico-poetica dell’autrice: il lessico elevato, sembra volto a iper-liricizzare una natura panteistica dove tutto è vivo, perfino chi è già morto.

A rimescolare ulteriormente le acque troviamo poi una forma curiosamente ibrida di citazionismo: nel racconto appaiono sia creature provenienti dal folklore scandinavo, come i myling – anime dei bambini morti – e i kelpie – pericolosi spiriti dall’aspetto equino, sia degli imprevedibili riferimenti alla cultura pop, come quando il folletto Tundra suona con il suo rudimentale flauto I don’t wanna grow up dei Ramones (specificando che è proprio la versione dei Ramones e non l’originale di Tom Waits).

Il risultato finale è un eco-fantasy ora affascinante ora bizzarro, sicuramente atipico nel ritmo, più riflessivo che avventuroso, in cui il dualismo tra bene e male – tipico del genere – si rispecchia nel binomio Natura-Uomo. Francesca Matteoni, pur essendo umana – o almeno così ci risulta – non sembra avere dubbi sulla fazione con cui schierarsi, al punto che nel romanzo gli umani, le città, la tecnologia sono sì citati, ma praticamente mai raccontati. I protagonisti sono tutti in qualche modo legati al mondo magico e alla saggezza secolare degli alberi, l’indifferente città da difendere è, almeno narrativamente, molto lontana. Forse perché quella città siamo noi lettori, con il nostro asfalto, le nostre automobili e la nostra indifferenza. Noi che continuiamo ad amare le storie ma abbiamo smesso di credere alle fate, che non riusciamo più a vedere dei volti nei tronchi dei vecchi alberi, che restiamo convinti che ciò che muore non possa rinascere sotto altre forme. Raccontarci le peripezie di Talia, condividerne le visioni suggestive, talvolta quasi lisergiche, attraverso cui si riappropria dell’identità perduta, farci accompagnare Bess, l’Antica, nella sua sfida contro il perfido Senzastelle, portarci a scoprire la profonda tristezza che si cela dietro l’apparentemente spensierato folletto Tundra, è il modo con cui Matteoni prova a risvegliare ciò che abbiamo smesso di essere: umani sì, ma bambinescamente connessi con la natura, capaci quindi di ascoltare il suo richiamo, il suo grido di allarme.

E deciderci finalmente a fare qualcosa.

 

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In un eterno presente: l’esordio narrativo di Francesca Matteoni https://minimaetmoralia.it/editoria/in-un-eterno-presente-lesordio-narrativo-di-francesca-matteoni/ https://minimaetmoralia.it/editoria/in-un-eterno-presente-lesordio-narrativo-di-francesca-matteoni/#comments Tue, 09 Jun 2015 13:30:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27219 Questo articolo è uscito sull’Indice dei libri del mese.

Secondo una celebre e affascinante tesi di Carl Gustav Jung, l’archetipo del fanciullo contiene in nuce «la totalità dell’uomo». Potrebbe essere questa la chiave per accostarsi a Tutti gli altri (Tunué), esordio narrativo della poetessa pistoiese Francesca Matteoni, la quale, non per nulla, è anche una profonda conoscitrice degli archetipi e del pensiero mitico. Se, infatti, soltanto i primi capitoli di questa atipica autobiografia letteraria hanno come protagonista l’autrice bambina, anche nei successivi si torna continuamente all’infanzia, come ineludibile prefigurazione dell’esistenza. Non solo: lo sguardo narrativo di Francesca Matteoni sembra costantemente improntato a quello «stupore infantile» a cui Elémire Zolla intitolò una sua memorabile raccolta di saggi.

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(fonte immagine)

Secondo una celebre e affascinante tesi di Carl Gustav Jung, l’archetipo del fanciullo contiene in nuce «la totalità dell’uomo». Potrebbe essere questa la chiave per accostarsi a Tutti gli altri (Tunué), esordio narrativo della poetessa pistoiese Francesca Matteoni, la quale, non per nulla, è anche una profonda conoscitrice degli archetipi e del pensiero mitico. Se, infatti, soltanto i primi capitoli di questa atipica autobiografia letteraria hanno come protagonista l’autrice bambina, anche nei successivi si torna continuamente all’infanzia, come ineludibile prefigurazione dell’esistenza. Non solo: lo sguardo narrativo di Francesca Matteoni sembra costantemente improntato a quello «stupore infantile» a cui Elémire Zolla intitolò una sua memorabile raccolta di saggi.

Nel mondo dell’infanzia, così come nelle pagine di Tutti gli altri, la realtà si confonde con l’invenzione fantastica, il visibile con l’invisibile, cosicché anche le vicende effettivamente vissute appaiono alla stregua di un sogno allucinatorio. Così recita l’incipit di un capitolo, che è anche una dichiarazione di poetica: «Ho scritto la mia infanzia in sogno. Ne escono giorni primaverili, piogge improvvise e sciantillì rossi, visitatori emersi da vite sconosciute come dall’acqua i relitti e le sirene. Un gioco ordinario che si trasforma nella più ardita delle scoperte». Non è quindi un caso che non pochi capitoli di questo libro onirico siano intitolati ai personaggi del mito, della letteratura per l’infanzia, della fiaba o del fumetto (Pinocchio, Medusa, Mangiafuoco, Nembo Kid, Pippi Calzelunghe, ecc.).

L’autrice-narratrice trascorre la propria fanciullezza tra le montagne pistoiesi e Follonica, dove si trasferisce nel periodo estivo. Su questo suggestivo sfondo toscano, lontanissimo dalle stereotipate oleografie da cartolina, si compie la sua iniziazione al patimento e alla morte, che si affacciano nelle trame, talora feroci e spietate, delle esperienze infantili, così come nella percezione empatica delle sofferenze di animali e insetti. C’è come una fatale inclinazione al dolore nel carattere della protagonista, accentuata, forse, anche dal divorzio dei genitori, che la porterà a compiere un precoce tentativo di suicidio. Suicida morirà inaspettatamente il suo amico più caro, lasciando nella sua coscienza una ferita emotiva indelebile. Nell’adolescenza e negli anni universitari, si sente attratta soprattutto dai diversi, dai border-line (il pronome altri del titolo va inteso anche in questa accezione): da qui la straziante relazione sentimentale con il compaesano tossicodipendente Akela (altro nome letterario), che la trascinerà con lui sull’orlo dell’abisso. Nella intensa cronaca di questa passione travagliata l’autrice si mette a nudo senza infingimenti e auto-giustificazioni consolatorie, come la propria pretesa di salvare il partner, definita, senza mezzi termini, «l’inganno più subdolo dell’amare». Per guarire dalle ferite di questo amore doloroso, la protagonista si spingerà fino alle punte estreme della Scandinavia, dove l’incontro improvviso con un alce (una vera e propria epifania) la aiuterà a riannodare i fili della propria esistenza.

Ho sempre pensato che ci sia qualcosa di specioso e artificioso nell’idea di Bildung, nella pretesa, cioè, tipica di molta narrativa occidentale di ieri e di oggi, di imprimere ex post al racconto di un’esistenza la forma semplificatrice e tranquillizzante di una linea progressiva. Niente di tutto questo nel libro di Francesca Matteoni che, anzi, si riallaccia a quella concezione ciclica del tempo, propria del mondo antico e di certo pensiero orientale, così come della filosofia nietzscheana dell’eterno ritorno: «il tempo, per quanto possiamo illuderci del suo avanzare a precipizio, è in realtà circolare e torna, marcando la stessa traiettoria, convergendo al centro, come se il futuro fosse solo lo svolgimento di una tesi primordiale. Il bagliore diffuso di un eterno presente». Tutti gli altri ha, per l’appunto, una struttura a spirale, in cui le esperienze e le memorie si dipanano circolarmente nello spazio e nel tempo: cosicché da Londra, dove la protagonista si trasferisce dopo la laurea per svolgere ricerche universitarie in campo storico, la scena si sposta nuovamente a Pistoia (non voglio svelare il finale, ma l’ultimo capitolo s’intitola, eloquentemente, Madre, come a voler esplicitamente sancire la chiusura di un cerchio esistenziale).

Molti e variegati sono i riferimenti letterari, filosofici, musicali e cinematografici di Francesca Matteoni, alcuni resi espliciti nel romanzo stesso, altri più occulti. Più di altri, la prosa evocativa e, a tratti, felicemente barocca di Francesca Matteoni mi ha ricordato Curzio Malaparte (dipenderà forse dal genius loci toscano?).  Ma, al di là di ogni eventuale accostamento, Tutti gli altri è, nonostante qualche caduta di tono, un esordio narrativo singolare e convincente, che conferma pienamente, in ambito narrativo, il raro talento poetico di Francesca Matteoni.

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L’amor scortese – intervista a Marco Simonelli https://minimaetmoralia.it/interviste/lamor-scortese-intervista-a-marco-simonelli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lamor-scortese-intervista-a-marco-simonelli/#comments Tue, 31 Mar 2015 08:08:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26037 (Una versione ridotta di questo pezzo è uscita sul dorso toscano del Corriere della Sera; la foto è di Tom Garretson) Venga dentro di me che sto carponi, venga strappandomi l’orecchio coi suoi denti e al solito poi mi ricopra di diamanti. Venga dietro, davanti, arrivi ai bivi dei miei possessivi patimenti dei miei remissivi […]

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(Una versione ridotta di questo pezzo è uscita sul dorso toscano del Corriere della Sera; la foto è di Tom Garretson)

Venga dentro di me
che sto carponi,
venga strappandomi l’orecchio coi suoi denti
e al solito poi
mi ricopra di diamanti.

Venga dietro, davanti,
arrivi ai bivi dei miei possessivi patimenti
dei miei remissivi struggimenti
dei miei attivi sentimenti
dei miei passivi straneamenti

arrivi lei altrimenti
sopra la mia fronte prepotente
sopra la mia guancia strafottente
sopra la mia spalla prorompente

Marco Simonelli, poeta, traduttore e performer attivo da un decennio sulla scena fiorentina e nazionale, consacrato nel 2012 dall’inclusione nell’Undicesimo Quaderno Italiano di Poesia di Marcos y Marcos, esce oggi con Poesie d’amore splatter, nuovo libro che raccoglie anche parti importanti della sua produzione passata. Un percorso, quello di Simonelli, sviluppatosi in maniera circolare: dopo il debutto con un racconto in versi, il poeta fiorentino ha vissuto una fase di ricerca e sperimentazione con incursioni nel monologo drammatico, nella “spoken-word” e nel recupero del sonetto elisabettiano, mentre negli ultimi anni ha ritrovato interesse per la narrativa in versi.

Poesie d’amore splatter,” spiega Simonelli, “è un libro in quattro parti – Sesto sebastian, che a sua volta è un piccolo trittico, Poesie d’amore splatter, la parte centrale che dà il titolo alla raccolta, Gli ultimi colpi e la conclusiva Palinodia – che raccoglie materiali scelti dai miei lavori precedenti più una lunga coda di inediti, tra quelli che hanno mostrato la miglior resa nella lettura ad alta voce, che è parte essenziale della mia attività. Non solo perché sono anche performer: se un testo supera la prova della lettura ad alta voce, significa che ha raggiunto un buon livello di maturazione. La poesia è essenzialmente un accadimento vocale.”

“Il tema del libro, invece, è l’amore colto nelle sue manifestazioni più estreme. Il blocco di poesie che lo apre, una nuova messa in scena del martirio di San Sebastiano in chiave pop, è un monologo in versi uscito nel 2004, che col tempo è diventato un mio ‘cavallo di battaglia’ nelle letture pubbliche. Lo rappresento da dieci anni; c’era bisogno di una ristampa. Così ho deciso di affiancargli poesie vecchie e nuove, tutte accomunate dal tema erotico-mortifero, ma sempre con una nota di leggerezza. Tra le influenze dirette c’è infatti il ‘300 toscano riletto in chiave parodica, dato che il mio ‘amore splatter’ è essenzialmente un amore scortese.”

“Va detto,” aggiunge il poeta, “che un’altra fonte d’ispirazione classica sono i sonetti shakespeariani: negli anni ne ho scritti un centinaio e qui ne pubblico quattordici. E poi credo vi sia l’influenza di un certo clima neovanguardista e manierista nella ricerca di una forma in grado di rivitalizzare e aggiornare il concetto di ‘poesia d’amore’. In questo caso, in chiave anche manifestamente queer. Recentemente ho avuto l’onore e l’onere di essere l’ultima voce antologizzata nel volume Le parole fra gli uomini, un excursus critico a cura di Luca Baldoni che per la prima volta prende in esame e mappa la poesia gay italiana del ‘900, da Saba a – appunto – Simonelli. In area anglosassone antologie del genere sono in circolazione da trent’anni; da noi siamo abbastanza indietro.”

“A livello stilistico, al di là delle influenze classiche devo molto al magistero maieutico di Danilo Dolci, Mariella Bettarini e Franco Buffoni e certamente la poesia di Amelia Rosselli ha avuto un forte impatto sulla mia scrittura. Molte delle poesie qui incluse, poi, hanno visto la luce all’interno di un laboratorio composto da poeti dell’area fiorentina: il lavoro di lima è essenzialmente un’esperienza collettiva. Se è vero che oggi c’è un piccolo rinascimento letterario a Firenze e in Toscana, con l’emersione di una nuova coorte di scrittori e critici dopo un periodo di relativo silenzio, la nostra poesia ha invece sempre goduto buona salute. Dopo il lunghissimo magistero post-ermetico, i poeti più interessanti della scena toscana sono soprattutto donne: Elisa Biagini, Rosaria Lo Russo, Francesca Matteoni. Voci diverse accomunate dalla consapevolezza che la poesia sia soprattutto una modalità d’intervento pratico nella realtà. Tra l’altro mi sento di dire che non è vero che la gente non legge poesia. Il fatto è che la poesia – e anche il fare poesia – è un ‘bene di lusso’ praticamente gratuito, pubblicato spesso con difficoltà e senza movimenti di denaro. Funziona e si diffonde in modo completamente proprio. Questo rende meno visibili i lettori di poesia, ma esistono e sono agguerriti ricercatori e collezionisti. L’assenza di business garantisce poi una libertà praticamente assoluta. Anche l’editore che ho scelto va in questo senso: Poesie d’amore splatter esce come edizione d’arte a tiratura limitata con copertina serigrafata per le edizioni Sartoria Utopia di Francesca Genti e Manuela Dago. Cuciono personalmente i libri a mano, sono delle vere artigiane della pagina, e col tempo hanno pure messo insieme un catalogo molto interessante.”
poesiedamoresplatter

Homo domine et regum dominatio
sia il dazio del suo corpo un momento assai divino
sia vino il sangue suo, siano pane le sue pene
sia il pene conservato in una teca

e cieca vada adorandolo la folla –
di quella polla di plasma vado fiera.

Ogni sua falla è d’amor miniera.

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