Francesco Adragna Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-adragna/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Sep 2014 08:52:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Francesco Adragna Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-adragna/ 32 32 Il grand tour di Sicilia, seconda parte https://minimaetmoralia.it/reportage/il-grand-tour-di-sicilia-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/reportage/il-grand-tour-di-sicilia-seconda-parte/#respond Wed, 10 Sep 2014 13:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23205 Pubblichiamo la seconda parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica in tre puntate dQui la prima parte.
Mazara Del Vallo. Nella notte fra il 4 e il 5 marzo 1998, gli otto uomini dell’equipaggio di un peschereccio dal nome indimenticabile – Capitan Ciccio – non dormono. Passano le ore contemplando l’uomo che  hanno salvato dai mari. Lo hanno cercato per un anno intero, dopo averne individuato casualmente la posizione tra Pantelleria e Capo Bon, Tunisia. Adesso giace sul ponte, ha gli occhi che cercano ancora la luce dopo oltre due millenni di buio. “Sembrava come uno che si era aggrappato per essere salvato”. Le parole del Capitano Francesco Adragna sono la spiegazione migliore del miracolo. Nessuno – nessuno studioso, nessun artista, nessun esperto – ha trovato mai espressione migliore per raccontare quel che non si può raccontare. Ossia che il ragazzo di bronzo, forse opera di uno dei più grandi artisti dell’antichità greca – Prassitele (Atene, IV a.C.) –, è ancora vivo.

L'articolo Il grand tour di Sicilia, seconda parte proviene da Minima et Moralia.

]]>
satiro-1

Pubblichiamo la seconda parte di un reportage di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica in tre puntate dQui la prima parte. (Fonte immagine

Mazara Del Vallo. Nella notte fra il 4 e il 5 marzo 1998, gli otto uomini dell’equipaggio di un peschereccio dal nome indimenticabile – Capitan Ciccio – non dormono. Passano le ore contemplando l’uomo che  hanno salvato dai mari. Lo hanno cercato per un anno intero, dopo averne individuato casualmente la posizione tra Pantelleria e Capo Bon, Tunisia. Adesso giace sul ponte, ha gli occhi che cercano ancora la luce dopo oltre due millenni di buio. “Sembrava come uno che si era aggrappato per essere salvato”. Le parole del Capitano Francesco Adragna sono la spiegazione migliore del miracolo. Nessuno – nessuno studioso, nessun artista, nessun esperto – ha trovato mai espressione migliore per raccontare quel che non si può raccontare. Ossia che il ragazzo di bronzo, forse opera di uno dei più grandi artisti dell’antichità greca – Prassitele (Atene, IV a.C.) –, è ancora vivo.

La questione non è semplice, infatti. Il ragazzo non è un uomo comune. Ha orecchie di capro e una coda perduta usciva dal fondoschiena. La sua animalità lo assimila agli dei. E infatti questo satiro che balla una danza circolare, gli occhi estatici attratti da una luce abbacinante, i capelli fluenti che seguono l’onda centrifuga, le gambe slanciate nel moto rotante, non è vivo soltanto per la sua bellezza, per la straordinaria perfezione del gesto, per l’altezza dell’arte. Uomini caprini, i satiri manifestano l’esplosione massima della fertilità, della vitalità, e si accompagnano sempre a Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza, spesso ballando. Proprio come il nostro ragazzo che, seguendo il bastone perduto in mare, il sacro tirso dionisiaco, asta culminante in una pigna avvolta di edera e vite, volteggia costante nel movimento circolare fino a perdere se stesso, ossia il senso della propria individualità, e fino a entrare, come i dervisci, in uno stato di trance. Uno stato in cui passato e presente, maschio e femmina, notte e giorno, vita e morte sono nozioni che non hanno più senso. È il momento in cui si muore per rinascere, ci si perde per ritrovarsi, si vive fino alla fine per vincere la fine.

Che fosse casuale o meno la sua presenza da queste parti (il satiro danzante fu forse perduto in un naufragio), il ragazzo che sconfigge la morte danzando racconta perfettamente la Sicilia greca a cui stiamo andando incontro. È una Sicilia di maghi, sapienti e filosofi in cui riti, religioni legate alla terra, esperienze mistiche s’intrecciano in una continua battaglia contro il tempo e contro la fine. Abituati alle nostre categorie che tracciano linee nette e che perdono senza appello la saggezza degli uomini della Capitan Ciccio, non sappiamo più fare i conti con noi stessi e con quel che ci circonda e rischiamo così di non cogliere quanto dell’antichità ancora ci parla da queste parti.

Una delle prove lampanti è a Eraclea Minoa, sottocolonia di Selinunte, dove il meraviglioso teatro costruito nel VI secolo a picco sul mare che guarda Pantelleria, è ancora imbrigliato nell’insipienza di chi è considerato esperto. Scolpiti in marna arenacea, una pietra facile a sfarinarsi, i magnifici gradoni portati alla luce sessant’anni fa hanno attraversato epopee di rovina, da un tentativo di impermeabilizzazione a una copertura in plexiglass, fino all’orrore di oggi: una copertura in tubi innocenti e pannelli in vetroresina, “provvisoria” dal 1995 e ormai perlopiù in rovina. Il vecchio guardiano, seduto accanto al teatro, un cruciverba in mano, mi dà un’altra lezione antica: “La pietra è viva. Ha bisogno di respirare. Ha bisogno di aria. Come noi, lì soffoca. Provi a sentire il caldo che fa”. Intollerabile. Ha ragione. Il mare e la spiaggia, oltre la cittadina che fu, sono quel che ancora è vivo. “Vada giù di là” mi dice “Non c’è nessuno. È meraviglioso. Quel che si rovina rinasce altrove”. Le sue parole echeggiano quanto spiegò in versi uno dei più grandi sapienti dell’antica Trinacria. Un mago/filosofo che ci aspetta trenta chilometri più in là in quella che oggi chiamiamo Agrigento e che allora era Akragas.

Bisogna arrivare al tramonto o all’alba per godere la luce dei famosissimi templi, costruiti mentre Empedocle scriveva poemi che avrebbero dato immensa felicità a Platone e Aristotele, ma anche a moltissimi uomini comuni. I cicli della vita, gli elementi che costituiscono ogni cosa (Aria, Acqua, Terra e Fuoco), la morte e la rinascita con cui si assemblano e disgregano, le forze che agiscono su morte e rinascita (Amore e Contesa) e la vita che passa da un’anima all’altra e la capacità di vivere bene e di vedere tutta insieme la verità. Non scriveva per teorici, Empedocle. Poetava per aiutare i suoi concittadini a cercare la vita felice, a curarsi di se stessi, a conoscere il potere delle parole e delle visioni umane. E infatti non prese le distanze dalla città, non si appartò dalla vita pubblica. Suo padre aveva lottato per la democrazia e lui si batté perché si consolidasse. Dopo i primi grandi tiranni, la Sicilia conobbe infatti sessant’anni di vita pubblica segnata dall’Assemblea dei cittadini con voto a maggioranza (466-405) e Akragas, morto Terone, divenne, come aveva predetto Pindaro, “la città più bella di quelle abitate dai mortali”.

Oggi, questa magnificenza è meta di un turismo insaziabile che però si tiene perlopiù lontano dal magnifico museo o dal Giardino della Kolymbethra, una conca scavata dai prigionieri cartaginesi sconfitti dal tiranno Terone a Himera nel 480, piscina idilliaca poi trasformata in giardino arabeggiante. Un biglietto di pochi spicci pagato al Fondo Ambiente Italiano che ha ridato vita al giardino respinge paradossalmente il turista disposto a pagare oro per osceni souvenir. Anche su questo Empedocle avrebbe parole chiarificatrici (“Ingenui! Non dimostrano certo ingegno acuto con i loro affanni!”) ma a noi il mago/filosofo che frequentava le pendici dell’Etna per accedere a visioni estatiche e vedere aldilà del divenire, come capitava, con altro procedimento, al Satiro, serve ancora per un’ultima scoperta. La legge è cambiare prospettiva e superare le apparenze. Possiamo allora squarciare il velo dagli scempi dell’Agrigento moderna e infilarci tra i vicoli della bella città medioevale.

Improvvisamente mi accorgo che gli abusi anni 60/70, non soffocano affatto la valle dei templi, come ripete il ritornello di innumerevoli denunce. Gli orribili palazzoni soffocano piuttosto l’Akragas di oggi: una città viva, multirazziale, accogliente. E allora penso al senso del ciclo di nascita e morte empedoclea. Per rinascere è necessario morire. La Contesa spezza gli equilibri e genera nuova vita. Un giorno, ne sono certo, i palazzoni verranno sgretolati, spazzati via da una morte portatrice di vita. La lunga Contesa avrà i suoi effetti e il centro di Agrigento, dietro la valle dei templi, tornerà a splendere brulicante di vita.

L'articolo Il grand tour di Sicilia, seconda parte proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/reportage/il-grand-tour-di-sicilia-seconda-parte/feed/ 0