Francesco Gallo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-gallo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 15 Mar 2021 15:48:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Francesco Gallo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-gallo/ 32 32 Un’oscura intimità https://minimaetmoralia.it/letteratura/unoscura-intimita/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/unoscura-intimita/#respond Tue, 16 Mar 2021 07:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48082 Prima ancora di stringerlo tra le mani, Alfabeto Simenon (BD Edizioni) è stata per me una piacevolissima scoperta editoriale. Finalmente, mi sono detto. Ecco il testo che mi introdurrà alla vasta, anzi vastissima produzione romanzesca di questo gigante della letteratura. Strano ma vero: di George Simenon – questo incontenibile, infaticabile scrittore belga in lingua francese […]

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Prima ancora di stringerlo tra le mani, Alfabeto Simenon (BD Edizioni) è stata per me una piacevolissima scoperta editoriale. Finalmente, mi sono detto. Ecco il testo che mi introdurrà alla vasta, anzi vastissima produzione romanzesca di questo gigante della letteratura.

Strano ma vero: di George Simenon – questo incontenibile, infaticabile scrittore belga in lingua francese – avevo letto soltanto le Memorie intime (la voluminosa autobiografia dedicata alla figlia Marie-Jo, morta suicida), la corrispondenza con Federico Fellini (un personalissimo feticcio letterario e cinematografico) e un gustoso reportage (pubblicato anche questo presso i tipi di Adelphi) intitolato Il mediterraneo in barca. Non avevo affrontato nessuno dei suoi romanzi. Né quelli definiti alimentari (centosettanta, scritti tra il 1925 e il 1930), né quelli con protagonista Maigret (settantacinque, scritti in un arco di tempo che va dal 1930 al 1975), tantomeno quelli considerati dallo stesso Simenon “romanzi duri” (tra i più celebri: Tre camere a Manhattan e L’uomo che guardava passare i treni).

Per fortuna mia – e delle lettrici e dei lettori che si lasceranno conquistare da queste pagine lo scrittore Alberto Schiavone, vincitore nel 2017 del Premio Fiesole Narrativa Under 40 con il romanzo Ogni spazio felice (Guanda), e il disegnatore Maurizio Lacavalla, autore del fumetto Due attese (Edizioni BD) nominato al Napoli Comicon come Migliore Opera Prima, con Alfabeto Simenon hanno realizzato un progetto narrativo che, oltre a offrire un’esperienza di lettura godibilissima, si presenta come un agile strumento di conoscenza.

Ventisei lettere. Ventisei iniziali. Dalla A di Alias (perché tanti furono i nom de plume adoperati da Simenon: George Sim, Jacques Dersonne, Poum et Zette, J.K. Charles…) alla Z di Zézette (misteriosa reminiscenza sentimentale che affiora ne La vedova Couderc, romanzo pubblicato da Gallimard nel 1942).

Schiavone, appassionato di “miti andati un po’ a male” – da ricordare Belushi. In missione per conto di dio (Edizioni BD) e una biografia di Diego Armando Maradona (Edizioni Clichy) – compone un mosaico di Simenon, scrittore la cui immagine è sempre stata contraddistinta da uno abbacinante successo, mettendone in risalto le complessità in penombra.

Lacavalla, da par suo, sperimenta un approccio grafico suggestivo e, cosa fondamentale, efficace. Qualcuno avrebbe potuto aspettarsi una tentativo “alla Hergé”, l’altro genio belga (quasi coetaneo di Simenon) che con la linea chiara ha dato vita alle mille e più mille disavventure del reporter Tin Tin e del suo fido cagnolino Milù. Poche pagine sono sufficienti, invece, perché siano ben altri i modelli che tornano alla mente: le figure oniriche e perturbanti di Dino Buzzati intraviste nel Poema a fumetti e le storie nerissime di Diabolik scritte da Angela e Luciana Giussani. Grazie alla punta dei suoi pennelli, Lacavalla immerge Simenon e i suoi personaggi di fantasia in un paesaggio dai contorni incerti e tremolanti come un banco di nebbia.

Proprio alla nebbia dobbiamo l’apparizione di uno dei più celebri personaggi della storia della letteratura, il commissario Maigret.

È il 1929. Simenon sta facendo il giro del mondo in barca a vela assieme alla prima moglie Régine Tigy Renchon, la governante-amante Henriette Boule Liberge e il cane Olaf. Un giorno, mentre attende la riparazione della Ostrogoth nel porto di Delfzijl, Simenon sta battendo freneticamente sui tasti della macchina da scrivere quando, all’improvviso, scorge qualcuno che emerge dalla vacuità grigiastra che l’avvolge.

È lui. Maigret. Un uomo alto, corpulento, dai modi burberi, in grado di risolvere misteri e delitti indagando, più che le dinamiche criminali, le motivazioni psicologiche dei ladri e degli assassini.

Due anni dopo, presso l’editore Fayard, vede la luce Pietro il Lettone. A questo primo romanzo con Maigret protagonista ne seguiranno altri settantaquattro. Un successo straordinario grazie al quale Simenon diventa il terzo autore di lingua francese più tradotto al mondo – dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre). Una fortuna invidiabile basata su una disciplina ferrea capace di sparigliare ogni genere di imprevisti orditi dalla realtà. È il “metodo Simenon”: un elenco del telefono (per trovare il nome giusto da dare ai personaggi), un set di almeno otto pipe, un thermos (contenente caffè, whisky oppure vino a seconda della stagione), un gran numero di matite già temperate. Si inizia alle 06:30, dopo una doccia gelata. Un capitolo al giorno per nove giorni. Al decimo giorno il libro è pronto. Pochissime le correzioni. Sembra incredibile, eppure è così. Determinazione. Ammaestramento. Ma dentro Simenon c’è qualcosa di oscuro, di irrequieto. Un’ossessione che si agita. Di che si tratta?

Nel febbraio del 1977 Federico Fellini ha appena fatto uscire nei cinema Il Casanova. Simenon, invece, non scrive più dal 1972. Nel rapporto epistolare tra i due (contenuto in Carissimo Simenon, Mon Cher Fellini, sempre per Adelphi) si può leggere: «Sa, Fellini, nella mia vita credo di essere stato più Casanova di lei! Un anno o due fa ho tirato le somme. Dall’età di tredici anni e mezzo ho avuto 10.000 donne. Il mio non era assolutamente un vizio. Non ho perversioni sessuali, avevo solo bisogno di comunicare. E anche le 8000 prostitute che vanno annoverate tra le 10000 erano degli esseri umani, esseri umani femmina. Avrei voluto conoscere tutte le femmine. Purtroppo, per via dei miei matrimoni, non potevo concedermi delle vere avventure. È incredibile quante volte in vita mia sono riuscito a fare l’amore alla svelta! Ma non è facile trovare un contatto umano, nemmeno se lo si cerca. Si trova soprattutto il vuoto, non crede?»

Le donne. Importantissime. Sia nei romanzi che nella vita di Simenon. Ma sono state usate, queste donne. Maltrattate. Sminuite. È palese che l’obiettivo di Alfabeto Simenon non sia quello di emettere alcun giudizio in merito a questo rapporto sicuramente complesso se non dichiaratamente problematico; Schiavone e Lacavalla, tuttavia, fanno sì che certi personaggi femminili riescano a sottrarsi al giogo dell’esuberante Simenon: a volte si ha addirittura l’impressione che vogliano e possano evadere dalla gabbia del fumetto. Nell’ultima tavola della storia di Tigy, per esempio, gli occhi dolenti della donna incontrano lo sguardo del lettore in una scena che ricorda quella di Monica e il desiderio, pellicola di Ingmar Bergman che fece dire a Jean-Luc Godard: «Quegli straordinari minuti durante i quali Harriet Andersson [l’attrice che interpreta Monica], prima di tornare nuovamente a letto con il tipo che aveva lasciato, guarda fisso nella cinepresa, i suoi occhi ridenti sono svelati da sgomento, e prende lo spettatore a testimone del disprezzo che ha di se stessa per aver scelto involontariamente l’inferno invece del cielo. È il primo piano più triste della storia del cinema.»

Schiavone e Lacavalla hanno qui senz’altro il merito di tracciare una rotta tra le centinaia di romanzi scritti da George Simenon. E, come se non bastasse, dimostrano – qualora ce ne fosse ancora bisogno – che il fumetto può meritoriamente accomodarsi al fianco dei linguaggi letterari e cinematografici quando cercano di sviscerare i desideri più complessi dell’animo umano.

 

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Lw’nafh ng yar, ovvero: tutto quello che avreste sempre voluto sapere su H.P. Lovecraft / Seconda Parte https://minimaetmoralia.it/interviste/lwnafh-ng-yar-ovvero-tutto-quello-che-avreste-sempre-voluto-sapere-su-h-p-lovecraft-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lwnafh-ng-yar-ovvero-tutto-quello-che-avreste-sempre-voluto-sapere-su-h-p-lovecraft-seconda-parte/#respond Tue, 02 Feb 2021 13:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47791 Un’intervista di Francesco Gallo a Gianfranco Calvitti, Providence Press: qui la prima parte. di Francesco Gallo 1920-1928: l’arco di tempo preso in considerazione da questo secondo volume della biografia di ST JOSHI racchiude una parte importantissima della produzione letteraria lovecraftiana di finzione. Partiamo dal novembre del 1921: dopo essere stato rifiutato per ben due volte […]

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Un’intervista di Francesco Gallo a Gianfranco Calvitti, Providence Press: qui la prima parte.

di Francesco Gallo

1920-1928: l’arco di tempo preso in considerazione da questo secondo volume della biografia di ST JOSHI racchiude una parte importantissima della produzione letteraria lovecraftiana di finzione. Partiamo dal novembre del 1921: dopo essere stato rifiutato per ben due volte da “Weird Tales” e “Fantasy Magazine”, HPL pubblica sulla rivista amatoriale “The Wolverine” un racconto intitolato The Nameless City. Giungiamo all’agosto del 1928, quando HPL porta a termine la prima stesura di The Dunwich Horror, uno dei suoi lavori più suggestivi. (E remunerativi: Farnsworth Wright, l’editore di “Weird Tales”, gli stacca un assegno di 240$, equivalenti a circa 3500$ attuali.)

Nel mezzo, HPL scrive storie come The Music of Erich Zann [1921], Herbert West-Reanimator [1922], Cool Air [1926] e The Case of Charles Dexter Ward [1927]. Il ciclo dei Miti di Cthulhu, tuttavia, inizia qualche anno prima. Dopo alcuni juvenilia (The Little Glass Bottle [1898-99], The Mysterious Ship [1902], The Mystery of the Grave-Yard [1898-99], nel luglio del 1917 HPL scrive due storie: si tratta di esperimenti narrativi scritti con un piglio decisamente adulto. Si intitolano The Tomb e Dagon.

Quest’ultimo, contenente un essere mostruoso dedito al culto della divinità marina omonima (la ritroveremo in The Shadow over Innsmouth [1931]), spalanca le porte di uno dei cicli narrativi più fantastici della storia della letteratura. Come se non bastasse, la pubblicazione su The Vagrant prima, e su Weird Tales poi, fornisce a HPL l’opportunità di scrivere In Defence of “Dagon”.
Di che si tratta? E in che modo ST JOSHI ricostruisce la questione?

In Defence of Dagon (in italiano In Difesa di Dagon) è il titolo collettivo di una serie di tre saggi (La parola alla difesa! del gennaio 1921, Arringa della difesa! dell’aprile 1921, e Parole conclusive del settembre 1921) che Lovecraft diffuse tramite il Transatlantic Circulator, un sorta di “circolo” di corrispondenti che si scambiavano storie e poesie tra Stati Uniti e Inghilterra sottoponendole a un fuoco incrociato di analisi critica. Questi saggi rappresentano, in quel momento, i suoi scritti filosofici più brillanti: Lovecraft li scrisse per difendere la sua metafisica etica e la sua filosofia etica.

S.T. Joshi cita molto spesso stralci dei tre saggi (il cui nome collettivo venne in realtà ideato anni dopo da R.H. Barlow) per sottolineare quella che era la filosofia di Lovecraft all’epoca della stesura, anche se avrebbe mantenuto alcune di quelle convinzioni fino alla fine della sua vita.
Per esempio, all’epoca Lovecraft aveva fatto sua la “dottrina” del materialismo puro come  letta nel libro Modern Science and Materialism il cui autore, l’inglese Hugh Elliot, la imperniava su tre principi. Ebbene, Lovecraft spiega e chiarisce questi principi secondo la sua visione, e rimarrà loro fedele per sempre. Ma questo è soltanto uno dei passaggi.

Questi saggi, però, sono importanti perché illustrano quelle convinzioni di Lovecraft che ritroviamo riflesse poi nei racconti.

Il 22 febbraio 1921 HPL si trova a Boston per assistere a una conferenza. Ha trentun anni e sta per trascorre la sua prima notte fuori casa. L’episodio, già di per sé straordinario, ha il merito di dare il via a una lunga serie di viaggi. Nell’aprile del 1922 HPL è a New York. A luglio esplora la “regione delle streghe”. Ad agosto visita Cleveland. Nell’estate del 1930, dopo essere stato a Quebec in Canada per una gita di tre giorni, lavora a un reportage lungo centotrentasei pagine intitolato A Description of a Town of Quebeck. Sarà pubblicato da Donald M. Grant, Publisher, nel 1976, a cura dello scrittore L. Sprague de Camp. (A proposito: c’è la possibilità di leggerlo qui in Italia, prima o poi?) HPL, tuttavia, evita quegli spostamenti in grado di imprimere una sterzata decisiva alla sua vita.

Nel 1924 gli viene proposta la direzione della rivista “Weird Tales”, ma HPL rifiuta perché dovrebbe trasferirsi a Chicago. L’anno successivo, invece di seguire sua moglie nel Midwest, decide di restare a Brooklyn.

Quali sono le ragioni che S.T. Joshi individua in questo suo atteggiamento così ambivalente? C’entra qualcosa la sua famiglia, per caso?

Per quanto riguarda la direzione di Weird Tales e il trasferimento a Chicago, in quel caso influirono più fattori: il disgusto di Lovecraft per la città, le difficoltà che avrebbe potuto incontrare sua moglie Sonia nella ricerca di lavoro, il fatto che Henneberger (uno dei proprietari di Weird Tales e colui che gli aveva fatto l’offerta) fosse pesantemente indebitato — il che significava, in quel momento, la mancanza di garanzie che la rivista non avrebbe chiuso. Accettare la direzione sarebbe stato un salto nel vuoto e New York rimaneva il luogo ideale per chi, come Lovecraft, avesse voluto entrare a far parte, in un modo o nell’altro, del mondo editoriale.

A Lovecraft piaceva viaggiare, soprattutto visitare località “antiquarie”, dove ritrovare l’architettura e le atmosfere del passato (ecco perché amava Quebec e Charleston, in Virginia, per esempio). Tutto questo per dire che Lovecraft non era assolutamente restio agli spostamenti, ma non ebbe, in realtà, molte occasioni di farlo per dare una svolta alla sua vita. E poi, chiaramente, c’era il suo attaccamento all’amata Providence, e quando ebbe l’occasione di tornarvi dopo i due terribili anni a New York non se la fece sfuggire. 

Forse è solo qui che interviene malamente la famiglia (e cioè le due zie), e questo intervento, unitamente a un atteggiamento discutibile di Lovecraft, impedì che Sonia potesse seguire il marito a Providence (tutti i dettagli nel secondo volume di Io Sono Providence).

(Vuoi leggere A Description of a Town of Quebeck? Guarda, dopo tre volumi per circa 1800 pagine complessive di biografia lovecraftiana, terrò la saggistica lontana da me con una pertica lunga tre metri. Ma i lettori potranno trovare la storia del viaggio a Quebec nelle prime pagine del terzo volume di Io Sono Providence).

“The oldest and strongest emotion of mankind is fear, and the oldest and strongest kind of fear is fear of the unknown.” Nel novembre del 1925, durante un viaggio a New York, HPL inizia a comporre quello che nel giro di un paio di anni diventa L’orrore soprannaturale nella letteratura: si tratta molto probabilmente del primo saggio critico sulla letteratura dell’orrore. Grazie ai volumi custoditi all’interno della New York Public Library (inaugurata trent’anni prima), HPL tratteggia i confini di una mappa incredibilmente vasta, ma ricca di dettagli.

Prende le mosse da testi antichissimi, come il Libro di Enoch (un manoscritto risalente al I secolo a.C.) e il Clavis Salomonis (un grimorio del XV secolo a.C.). Analizza le opere più importanti degli autori gotici (Horace Walpole, Ann Radcliffe, Charles Brockden Brown). Tributa un intero capitolo a Edgar Allan Poe. Passa in rassegna i maestri contemporanei: Arthur Machen (1863-1947), Algernon Blackwood (1869-1951), Lord Dunsay (1878-1957) e M.R. James (1862-1936). (Nota triste: con l’eccezione di quest’ultimo, tutti gli sopravvivranno.) Il lavoro di HPL, pubblicato per la prima volta su rivista, e ampliato tra il 1933 e il 1935 su The Fantasy Fan, impressiona anche Edmund Wilson, celebre critico letterario americano, noto detrattore dei racconti di HPL.

Per quale motivo HPL scrive questo testo?

Il tutto parte da W. Paul Cook (un amico e collega di Lovecraft nel mondo del giornalismo amatoriale) che gli chiede “un mio articolo sugli aspetti del terrore & del bizzarro nella letteratura” (come scrive Lovecraft in una lettera) da pubblicare sulla rivista da lui curata, il Recluse. Cook non aveva specificato il senso dell’articolo: fu lo stesso Lovecraft a decidere l’impostazione cronologica e storica del saggio, e gli occorrerà circa un anno e mezzo per completarlo dopo le maratone di lettura alla Biblioteca Pubblica di New York.

Come giustamente dici, L’orrore soprannaturale nella letteratura è un’opera fondamentale in quel periodo, perché lo studio del genere era praticamente inesistente: c’era stato The Supernatural in the Modern English Fiction (1917), che Lovecraft lesse solo negli anni ’30 bollandolo giustamente come troppo schematico e schizzinoso di fronte ad alcuni autori troppo “spaventosi”, mentre Lovecraft riesce a realizzare un’analisi puntuale e cronologica che raggiunge il suo apice negli ultimi sei capitoli del suo saggio, con un profondo excursus che va dal post-gotico al contemporaneo.

Ma l’altra grande ragione d’importanza di questo saggio è che in esso Lovecraft non solo difende il weird come forma letteraria dignitosa (qui troviamo la nota citazione di apertura “L’emozione più antica e più forte dell’umanità è la paura, e il tipo di paura più antica e più forte è la paura dell’ignoto”), ma cerca anche di definire cosa sia il racconto weird. E tutto questo partendo, se vogliamo, da ciò che aveva già scritto negli altri tre saggi In Difesa di Dagon.

Il 3 novembre 2020 si sono tenute le 59me elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America. A detta di molti esponenti dello stesso partito repubblicano, Donald Trump è stato uno dei peggiori presidenti della storia. Tra le questioni affrontate dalla sua amministrazione (sempre in maniera scellerata, secondo me) c’è anche quella relativa alle «fake news». Durante la notte del 16 ottobre 2020, dopo aver contribuito a diffondere una notizia notoriamente falsa a proposito del suo avversario, Joe Biden (responsabile, secondo un articolo, della messa in scena dell’uccisione di Osāma bin Lāden), a un’intervistatrice che gliene chiedeva le ragioni Trump ha risposto: «That was a retweet, I’ll put it out there. People can decide for themselves.»

Pur restando convinto che l’uomo più potente del mondo dovrebbe saper mettere in pratica un atteggiamento assai più cauto nei confronti di quello che pensa, dice e fa, per primo mi rendo conto che un concetto come «verità», inteso come «proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso», stia diventando sempre più difficile da gestire. HPL, però, si divertiva a mescolare le carte!
Nel 1927 scrive, come fosse autentica, la History of the Necronomicon, cioè la cronologia posticcia del suo più celebre pseudobiblion. Nel 1929, tra le righe del racconto The Call of Cthulhu, inserisce l’indirizzo reale («the Fleur-de-Lys Building in Thomas Street») di un critico e vivace corrispondente di HPL sulle pagine del “Providence Journal”, forse per ripicca personale.

È giusto dire che il rapporto di HPL tra “vero” e “falso”, ma anche tra la “fiction” e “non fiction” e tra “realtà” e “sogno”, non sia mai stato risolto?

Per quanto riguarda la narrativa, la risposta è anche forse troppo semplice, e te la faccio dare direttamente da Lovecraft, che affermò: “nessuna storia weird può davvero generare terrore a meno che non sia concepita con tutta la cura & la verosimiglianza di un vero e proprio imbroglio.” Quindi il falso diventa vero proprio per acquisire una sua forma di realtà che è quella che, poi, deve causare la reazione del lettore.

Il rapporto realtà/sogno è più complesso, sia dal punto di vista pratico che, se vogliamo, filosofico. Nel primo caso, sappiamo che molte opere di Lovecraft sono state ispirate da sogni vividissimi che lui aveva anche il pregio di ricordare perfettamente. Ma questo va a incidere anche sul secondo punto. Cosa sappiamo effettivamente della realtà, a parte ciò che ci ha svelato la scienza? È davvero tutto qui? Forse Lovecraft avrebbe detto di sì, ma sappiamo anche che il sogno ci permette di visitare mondi completamente diversi, “alieni”, che potrebbero avere qualche influenza sulla realtà stessa anche solo nella misura in cui mettiamo su carta quello che abbiamo sognato. Razionale com’era, credo che Lovecraft considerasse il sogno semplicemente un altro aspetto della realtà. Non saprei neanche se, perciò, “risolto” sia un termine che possiamo usare. Da un certo punto di vista, è una questione che non avrà mai una risposta.

Nell’estate del 1921, a Boston, frequentando i congressi della NAPA (National Amateur Press Association), HPL conosce Sonia Haft Greene, una ragazza di trentotto anni con il pallino degli affari (a New York gestisce un negozio di cappelli) e la passione per la scrittura (pubblica poesie, racconti e opere teatrali). Tre anni dopo, HPL e Sonia si sposano. Vanno a vivere nell’appartamento di lei al n. 259 di Parkside, Brooklyn. Il matrimonio, però, ha breve durata. Due anni dopo la coppia si separa. Il 25 marzo 1929 HPL si reca alla Corte Superiore di Providence per presentare un’istanza di divorzio.

Nell’unica lettera a noi pervenuta indirizzata a Sonia [la si può leggere in L’età adulta è l’inferno, Lettere di un orribile romantico, a cura di Marco Peano], HPL scrive: “Il vero amore fiorisce ugualmente bene nella presenza come nell’assenza, dando così prova di essere una forza più alta e immaginativa, diretta verso la parte più eterna, spirituale ed esteticamente sensibile della personalità.”

Cosa ha rappresentato Sonia Greene per HPL? E in che modo questo matrimonio ha segnato la sua produzione?

Sicuramente Sonia fu importante per lui per una certa affinità intellettuale e credo che Lovecraft le volesse bene sinceramente. Ma non era un uomo per cui la vita matrimoniale potesse avere uno stimolo o un significato. Forse si sposò perché è una cosa che i gentiluomini fanno (e per lo stesso motivo non voleva divorziare, anzi era più che disponibile a portare avanti un matrimonio a distanza, lui a Providence e Sonia a New York). Forse, se la coppia avesse vissuto a Providence, le cose sarebbero andate diversamente e probabilmente le opere scaturite sarebbero state molto diverse dalla scarna produzione narrativa di quei due anni newyorchesi. Ma lì Lovecraft si trovò anche in una situazione economica disagevole unita ai rovesci economici patiti da Sonia, e la necessità di trovare lavoro nonché un ambiente cittadino che detestava frenarono la sua creatività. E tutto questo influì molto più del matrimonio.

Durante i primi mesi della pandemia ho letto, con piacere e ammirazione, due testi: Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati, di Francesco Guglieri, e Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani, di Gianluca Didino. Per meglio approfondire certi argomenti, entrambi gli autori hanno fatto ricorso all’immaginario lovecraftiano: Guglieri quando rende omaggio a Stephen Jay Gould, celebre biologo e storico della scienza, Didino quando parla di Mark Fisher, filosofo, critico musicale e blogger britannico.

Fisher, in effetti, è stato il primo a sfruttare la carica immaginativa dei racconti di HPL per mettere a punto alcune categorie fondamentali per la comprensione del mondo contemporaneo. «Le storie di Lovecraft,» scrive Fisher nel suo ultimo libro The weird and the eerie, «si concentrano in maniera ossessiva su ciò che sta al di là: un esterno che irrompe per mezzo d’incontri con entità anomale provenienti dal remoto passato, stati alterati di coscienza, bizzarri contorcimenti nella struttura del tempo. L’incontro con l’esterno si conclude spesso con il crollo e la psicosi.»

L’«entità anomala» con la quale stiamo attualmente facendo i conti, però, non è giunta in mezzo a noi dall’esterno, come accade al fattore Nahum Gardner nel racconto The Colour Out of Space, ma, sulla base di quanto ha spiegato (addirittura preconizzato) lo scrittore David Quammen in Spillover. L’evoluzione delle pandemie, in mezzo a noi c’è sempre stata; nascosta in una grotta, magari nel corpicino di un pipistrello, ma qui, sulla Terra. 

L’influenza spagnola, l’epidemia che tra il gennaio 1918 e il dicembre 1920 causò 50.000.000 di morti, arrivò anche negli Stati Uniti. Lovecraft se n’è mai occupato? Il freddo razionalismo che caratterizzava il suo pensiero si basava su quale concezione del pianeta?

La sua concezione di un universo che obbediva alle leggi della Natura si rifà al materialismo meccanicistico citato all’inizio. Questo lo portò fin dall’inizio a considerare il genere umano quasi con l’occhio di un entomologo che studia le formiche e, di conseguenza, a vedere il pianeta semplicemente come un ingranaggio di un meccanismo sconfinato. Ecco perché noi siamo irrilevanti ed ecco perché non ha alcun senso parlare di un dio interessato alle faccende degli uomini. È quello che è stato definito il “cosmicismo” di Lovecraft.

Quanto sopra è una sintesi anche fin troppo scarna del pensiero di Lovecraft. In realtà le sue posizioni sull’argomento sono molto ricche di argomentazioni, esempi, sfumature. Nella biografia, Joshi analizza tutto questo nel dettaglio fornendo un ritratto particolareggiato della ricchezza della filosofia di Lovecraft che, anche se si collocò su queste posizioni fin da giovanissimo, ebbe sempre una mente aperta e una visione delle cose in costante evoluzione, sia con le nuove teorie scientifiche (in quegli anni nacque anche la Teoria della Relatività che mise in crisi la fisica classica e con cui anche Lovecraft dovette fare i conti per poterla inserire nella sua filosofia) sia con i modi di vedere la realtà delle correnti artistiche di inizio Novecento.

Nelle sue lettere, Lovecraft cita diverse volte l’epidemia di spagnola che si abbatté anche sugli Stati Uniti e fece centinaia di vittime anche nel Rhode Island e a Providence. Non saprei dirti quanto questo abbia in qualche modo suggestionato Lovecraft (non ho approfondito la questione), fatto sta che, per esempio, in Herbert West, Rianimatore troviamo cadaveri causati da un’epidemia, e magari la visione dei morti accatastati in fosse comuni nella sua città proprio a causa dell’impatto dell’epidemia può aver influenzato alcuni dei primi lavori di Lovecraft. Secondo alcuni critici è avvenuto proprio questo.

Tra il 1920 e il 1928, lo abbiamo detto, HPL scrive soprattutto racconti. Interrompe la scrittura di lavori scientifici. (L’ultimo suo lavoro in questo ambito resta The Truth about Mars [1917].) Rallenta la stesura di saggi di argomentazione filosofica. (Restano importanti: Nietzscheism and Realism [1922], East and West Harvard Conservatism [1922] e The Materialist Today [1926].) Mantiene costante il componimento di poesie. Si concentra maggiormente sugli scritti giornalistici, seppure pubblicati in ambito amatoriale; durante la nostra precedente chiacchierata, in effetti, avevi già spiegato come a un certo punto HPL fosse diventato «un vero e proprio “gigante” di quell’ambiente». Negli stessi anni, tuttavia, HPL dà il via ad alcune importantissime corrispondenze. Il 12 agosto 1922 inizia il carteggio con lo scrittore e poeta Clark Ashton Smith.

Quattro anni più tardi è la volta di August W. Derleth. È anche il periodo in cui inizia a intensificarsi una seconda attività, purtroppo per HPL sempre più indispensabile per ragioni economiche: la revisione, e in certi casi la vera e propria scrittura, di manoscritti altrui. Tra i nomi più celebri a beneficiare del talento di HPL, c’è stato anche Harry Houdini, il famoso illusionista.
Come è nato l’incontro tra i due? È vero che dovevano scrivere un libro?

Houdini aveva proposto a Lovecraft di scrivere un libro (assieme a C.M. Eddy) intitolato The Cancer of Superstition, che doveva essere una lunga critica nei confronti delle superstizioni di ogni tipo e che fosse permeato di un certo rigore accademico. Di questo libro è rimasto solo uno schema delineato da Lovecraft e un’introduzione scritta quasi certamente da Eddy, ma il progetto si bloccò perché Houdini morì improvvisamente e sua moglie non volle portarlo avanti.

Subito prima, Houdini aveva incaricato Lovecraft (pagandolo in anticipo) di scrivere un articolo che attaccasse l’astrologia. Non sappiamo se Lovecraft lo abbia mai fatto: questo articolo non è mai spuntato fuori.

Il primo “incontro” tra Lovecraft e Houdini avvenne tramite il sopracitato Henneberger. Poiché Weird Tales non andava bene, Henneberger reclutò Houdini, allora all’apice della fama, affinché scrivesse per la rivista pulp (anche se in realtà i racconti di Houdini vennero scritti da alcuni ghostwriter). Quindi Henneberger si rivolse a Lovecraft per fargli mettere su carta una storia che Houdini voleva far passare per vera (quella che sarebbe diventata Sotto le Piramidi). Houdini fu entusiasta del racconto e invitò Lovecraft ad andarlo a trovare (non si sa se questo accadde), e in seguito cercò anche — senza successo — di dargli una mano nella sua ricerca di lavoro.

Non so te, ma io ho un problema con le trasposizioni cinematografiche delle opere di HPL. Sul grande schermo i suoi orrori cosmici mi paiono rimpicciolirsi, farsi grossolani e posticci.
L’anno scorso il regista Richard Stanley ha girato Color Out of Space, ma, a parte la scriteriata mimica facciale di Nicolas Cage nel ruolo del protagonista, l’ho trovato un film piuttosto mediocre. Anche il thriller fantascientifico Underwater [2020] devo considerarlo un film lovecraftiano “ufficiale”: il mostro che appare nelle sequenze finali, ha svelato il regista, non presenta soltanto delle somiglianze con Cthulhu. È proprio lui! Il Sognatore Immenso di R’lyeh. Peccato la pellicola sia stata un’altra occasione mancata.

Le storie lovecraftiane che preferisco sono quelle che trattano HPL in maniera obliqua. Penso a In the Mouth of Madness [1994] di John Carpenter, con la storia di John Trent, un investigatore privato che si perde negli oscuri labirinti narrativi dello scrittore dell’orrore Sutter Cane. Mi viene in mente The Lighthouse [1919] di Robert Eggers, una storia di violenza maschile, isolamento e creature marine presa, in realtà, da un racconto incompiuto di Edgar Allan Poe.

Lo scorso agosto è arrivata Lovecraft Country della HBO. Tratta da un romanzo dello scrittore Matt Ruff, la serie, prodotta da Jordan Peele (regista di Get Out [2017] e di Us [2019]), narra la vicenda di Atticus “Tic” Freeman, un ex soldato impegnato a ritrovare il padre negli Stati Uniti degli anni 50 durante la segregazione razziale. Un’ironia davvero beffarda e perfetta: la prima trasposizione televisiva (quindi: popolare) dell’universo cosmico di HPL ha per protagonista un uomo afrodiscendente!

Quali credi che siano i limiti e i meriti delle trasposizioni cinematografiche di HPL? Come mai i suoi orrori continuano ad affascinare?

Gli orrori di Lovecraft toccano più livelli. A quello più elementare, li possiamo concepire quasi come una sfida dei “buoni” contro i “mostri malvagi venuti dallo spazio esterno”, quindi una sorta di contrapposizione tra bene e male che però era qualcosa di completamente distante dalla filosofia di Lovecraft e dalla sua visione dell’universo (anche se poi queste concezioni tornano lo stesso nella sua narrativa). A livello più elevato, quello che accade è che i vari protagonisti delle storie di Lovecraft si trovano di fronte qualcosa che mette in crisi il loro concetto di realtà, qualcosa che dimostra l’irrilevanza del genere umano e dei suoi obiettivi, che perdono significato di fronte alle incarnazioni dell’ignoto del cosmo. Ecco perché molti dei personaggi di Lovecraft, nel migliore dei casi, perdono il senno: non solo perché si ritrovano a fronteggiare l’inconcepibile, ma anche perché il risultato finale è che il loro sistema di valori e di credenze è andato in pezzi, e non potrà mai tornare integro.

Questa è la parte che il cinema fa fatica a mostrare. Ci sono state eccezioni (Il Seme della Follia che citi, ma aggiungerei anche qualcosa come Fog e Il Signore del Male, sempre di Carpenter, e anche l’Alien di Ridley Scott), ma credo che derivi in parte dai limiti narrativi del mezzo e in parte dall’assenza di registi in grado di interpretare la filosofia di fondo di Lovecraft (l’unico a riuscirci è stato Carpenter, a mio avviso).

Il progetto della Providence Press, costellato da libri proiettati verso “un orizzonte sconosciuto, dove perdersi e dal quale, forse, mai più tornare”, continua a proporre opere interessanti. Confermate l’amore per Robert E. Howard, il creatore di Conan il Cimmero, pubblicando un secondo volume di racconti con protagonista il detective del macabro Steve Harrison, e una seconda raccolta di storie con al centro il personaggio di Francis Xavier Gordon, ovvero: El Borak. Avete pubblicato da poco un’antologia di racconti weird di guerra, Weird War Tales, e Il ragno del tempo, il nuovo romanzo del Premio Urania Maico Morellini. Avete dato alle stampe un libro-game, Malice della Valle di Mezzo di David Sharrock, e presto toccherà al sesto numero della vostra rivista di saggi e racconti, Providence Tales.

Augurando a te e a tutta la tua squadra di poter andare oltre i limiti delle pubblicazioni programmate, ti chiedo se ci sono ancora dei testi o magari degli autori che vorresti introdurre nel panorama editoriale italiano.

Tra le ultime uscite ci sono il secondo volume di El Borak (che sarà un balenottero di 488 pagine dove un centinaio sono dedicate al carteggio tra Howard e Lovecraft), il sesto numero di Providence Tales (incentrato sui racconti horror a sfondo natalizio) e anche il volume di Flaxman Low, uno dei primi detective dell’occulto pubblicato originariamente a fine Ottocento e che precede anche i più famosi John Silence e Carnacki.

Tra febbraio e maggio arriveranno Aylmer Vance di Alice & Claude Askew, ancora un altro detective dell’occulto (il libro è già pronto ma in questi ultimi mesi abbiamo fatto molte uscite e non volevamo esagerare), il settimo Providence Tales (quasi esclusivamente dedicato all’horror marittimo), e il primo volume di una collana dedicata alle scrittrici di horror e fantastico (la prima sarà un’autrice americana molto poliedrica che ha scritto una piccola antologia secondo noi molto valida). A fine anno, sperando di riuscire a chiudere in tempo il terzo e conclusivo Io Sono Providence, ci sarà un altro scrittore americano misconosciuto ma autore di piccoli gioielli straordinari e, forse, un altro detective dell’occulto, anche lui creato da un autore americano.

E dopo un 2021 di matrice quasi esclusivamente yankee, ci concentreremo su un 2022 di stampo britannico. Ci sarà sicuramente un volume di Algernon Blackwood e presumibilmente un paio di volumi di ghost stories dal sapore tipicamente inglese. 

Non menzionerò gli autori, ma posso garantire che saranno collection assolutamente intriganti. E poi chissà, di autori e progetti ne abbiamo anche troppi… Se purtroppo o per fortuna, devo ancora capirlo. 

Permettimi, in queste ultime righe, di ringraziare te per lo spazio che ci hai dedicato e tutti i lettori che ci seguono e che, dopo quattro anni e poco più di una trentina di uscite, ci permettono di continuare a presentare storie e autori ingiustamente dimenticati o trascurati. E poiché siamo stoici come gli eroi di Robert E. Howard, non abbiamo intenzione di fermarci.

 

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Pronto soccorso per speleologi narrativi: terza parte di un viaggio da Damanhur https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pronto-soccorso-speleologi-narrativi-terza-parte-un-viaggio-damanhur/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pronto-soccorso-speleologi-narrativi-terza-parte-un-viaggio-damanhur/#comments Mon, 23 Mar 2020 13:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42429 Pubblichiamo la terza e ultima parte del reportage di Francesco Gallo: qui la prima puntata, qui la seconda.

 

11.

Quattrocento milioni di anni fa viveva sul nostro pianeta una classe di molluschi chiamata ammoniti; privi di endoscheletro, questi flaccidi, innocui esserini abitavano le profondità dei mari trovando protezione nelle circonvoluzione delle loro conchiglie, simili, nell’aspetto, ai gusci delle lumache. Estinti nel Cretaceo, duecentocinquanta milioni di anni dopo pare non abbiano lasciato discendenti diretti.

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del reportage di Francesco Gallo: qui la prima puntata, qui la seconda.

11.

Quattrocento milioni di anni fa viveva sul nostro pianeta una classe di molluschi chiamata ammoniti; privi di endoscheletro, questi flaccidi, innocui esserini abitavano le profondità dei mari trovando protezione nelle circonvoluzione delle loro conchiglie, simili, nell’aspetto, ai gusci delle lumache. Estinti nel Cretaceo, duecentocinquanta milioni di anni dopo pare non abbiano lasciato discendenti diretti.

Ai giorni nostri, fanno bella mostra di sé nelle teche dei musei, e delle collezioni private, in quanto fossili primi; fondamentali per la datazione delle rocce grazie al loro ciclo vitale, eccezionalmente breve. In parole semplici, se sappiamo qualcosa in merito alla scala dei nostri tempi geologici lo dobbiamo a queste semplici conchiglie.

Si tratta proprio di un’ammonite: inequivocabilmente lo è, quella che sta affrescata su una delle pareti dei Templi dell’Umanità.
Sputa uno sbuffo di vapore biancastro che s’innalza contro uno sfondo blu ceruleo che poi s’addensa in una miriade di sfere colorate. Un essere gigantesco, con le braccia protese in avanti, soffia attraverso questa collezione, diffondendo ovunque i pallini gialli, rossi, verdi, arancioni… Un secondo gigante, con una specie di lancia che gli fuoriesce dall’ombelico, corre intorno a un albero, ostentando un atteggiamento di fiera contesa nei confronti di un terzo essere: muscoloso, con la pelle lattiginosa, e il capo chino in avanti come la testa di un toro che si prepara alla carica, mi fa venire in mente l’extraterrestre che si vede nelle prime scene di Prometheus, il prequel di Alien.
«È così che è nata la vita,» ci spiega Cinciarella Fragola. «Dal Vuoto Primordiale viene fuori il Seme dell’Universo, il quale, spinto dall’Energia, arriva fin sulla Terra. Ecco gli Esseri Umani, quindi, che affrontano la Negatività: la Noia, la Pigrizia, la Testardaggine, l’Egoismo, l’Avidità…»

Comprendere i misteri del cosmo pare sia un gioco da ragazzi, qui a Damanhur. Il fossile è il Vuoto Primordiale; lo spruzzo di vapore: il Seme dell’Universo; il gigante che soffia: l’Energia. L’albero, piantato in un circuito selfico: la Terra — e tutta la Terra è Damanhur. Gli Esseri Umani sono il tizio nudo che corre; la sua lancia possiede una struttura a doppia elica: si tratta del DNA. I sentimenti che ci fanno sentire tristi, oppure irritabili, hanno l’aspetto della Negatività; un gigante forzuto e minaccioso.

Torno a ripeterlo: i misteri del cosmo hanno ben poco di misterioso, qua sotto. Varcata la soglia dei Templi dell’Umanità, la comprensione di fenomeni inspiegabili come la materia oscura, il bosone di Higgs o la forza di gravità, rinuncia tanto all’osservazione scientifica — con telescopi, sonde e quant’altro — quanto alla rappresentazione matematica — con numeri, radici quadrate e parentesi che si dissolvono nell’aria come un plotone di formiche scarmigliate da uno sbuffo di vento. Ciò che resta sono disegni che non sfigurerebbero sulle pagine di pubblicazioni come Il mio primo libro di astronomia, oppure: Pop Up Facts Space.

Mi trovo, adesso, nella Sala della Terra.
È composta da stanze gemelle di forma circolare, chiamate Stanza Superiore e Stanza Inferiore; sono messe in collegamento da una breve scalinata a rappresentare il simbolo dell’infinito: ∞. Collocarsi al centro della Stanza Superiore significa disporsi sopra a un pavimento di marmo nero, lucidissimo, che ospita: il doppio quadrato di Damanhur, due coppie di tori realizzate con la tecnica del mosaico e otto colonne, rivestite di ceramica bianca e alte circa sette metri sistemate nella regione più esterna a mo’ di perimetro. L’elemento della mascolinità — richiamata dai tori che scalpitano, immobili, sotto la suola di gomma delle mie All Stars — è il principio universale preso in considerazione.

Cinciarella Fragola, la quale ci ha già narrato la storia della Creazione e dell’Evoluzione, ci guida nella Stanza Inferiore. Ci stanno quattro porte di dimensioni ridotte, due gong, un’incredibile quantità di statuette di terracotta; stanno posizionate a terra, lungo la base della parete circolare. Un’altra colonna, caratterizzata da una figura a rilievo, s’innalza dal pavimento e si congiunge in perfetta armonia con il soffitto. Pare di osservare il gambo di un fungo che sale e poi con le lamelle colma la parte sottostante della cappella. «La Stanza Inferiore è la nostra arca. Le persone che vedete,» Cinciarella Fragola allude alle statuette, ma senza guardarle; pare abbassare anche la voce, quasi volesse evitare di disturbarle: «sono state realizzate da noi damanhuriani e sistemate qui. Le abbiamo messe al sicuro. Ogni abitante di Damanhur ha realizzato una propria versione. Come potete vedere, ce ne sono di più grandi, di più piccole, alcune assomigliano al loro Creatore, altre no… Altre intendono mostrare l’essenza di se stessi, la parte più profonda.» Si tratta degli stessi simulacri notati durante la visita nella parte esterna, a Damji. Soltanto che qui c’è una luce intensa, cruda, ovviamente artificiale, che mi permette di cogliere nuovi dettagli; gli occhi, per esempio, sono quasi sempre chiusi; quando sono aperti irraggiano un azzurro freddissimo, tipo gemme preziose: lapislazzuli e zaffiri. I piccoli damanhuriani, inoltre, sono sempre nudi, con gli organi genitali impudicamente esposti, e ricoperti con l’ennesima scrittura sconosciuta.

«Allora?» mi chiede mia moglie.

Da quando abbiamo iniziato a percorrere i Templi dell’Umanità, non è rimasta ferma un attimo. Durante i discorsi di Cinciarella Fragola, invece di stare immobile come il resto del gruppo, ha preso a curiosare, a indugiare, a saltabeccare in continuazione, di qua e di là, come un’ape che desideri visitare il maggior numero di fiori per produrre più miele possibile. Io, al contrario, cerco di osservare un dettaglio per volta, tentando di esaurirlo, senza riuscirci.
«Incredibile, eh» mi domanda.

«Lo è, sì. È… è uno dei luoghi più straordinari che io abbia mai visto.»

Sul serio. Questo posto è straordinario.

Mi rendo conto di avere già elaborato dei giudizi, e di avere già espresso delle opinioni, su Damanhur, mentalmente: mentre questo viaggio lo sto ancora compiendo. E continuerò a farlo, mantenendo la coerenza, se pure mia moglie mi chiedesse di esprimere un parere più articolato. Perché? Perché qualsiasi concezione dell’esistenza, semplicistica quanto banale, allettante quanto gretta, gioiosa quanto candida (se non addirittura minorata), nel caso in cui arrivasse a esprimersi attraverso un’opera come questa, come i Templi dell’Umanità, sposterebbe la maggior parte dei suoi difetti sullo sfondo.

12.

Il numero di strettoie, cunicoli, gallerie, condotti e passaggi segreti (ci stanno anche cose simili) è davvero elevato. Parimenti, la loro disposizione segue raramente uno schema prevedibile: se si entra da sinistra tocca uscire da destra, inerpicandosi per una scala a chiocciola; se ci si sporge da una botola, tocca procedere attraverso un corridoio che ha la forma della lettera elle: di taglio, lievemente ingobbiti, in modo da non restare incastrati con le spalle.

Se di tanto in tanto non si aprissero degli squarci di roccia viva nella montagna, cos’altro saprebbe restituirmi l’idea di stare respirando trenta metri al di sotto degli pneumatici del Ford Transit di Codibugnolo Verbasco, parcheggiato sopra la mia testa?

Mi sorprende una ubriacatura vertiginosa: il mio cervello non è in grado di elaborare una qualsivoglia mappatura dei miei spostamenti. Un effetto, questo, raggiunto anche grazie all’impianto di illuminazione: al contrario di quanto accaduto a Damji, qui le luci funzionano perfettamente: omogenee, compatte, eliminano qualsiasi ombreggiatura, tanto che i nostri corpi si stagliano contro le pareti in maniera netta, sagomata, come dei ritagli di cartoncino. Dovessi tornare un giorno, difficilmente una volta entrato sarei in grado di ritrovare l’uscita.

Le Stanze dei Templi dell’Umanità formano un labirinto che agisce su più livelli: A conduce a B, che conduce a C, che conduce a D, ma D conduce sia a F che a C e a B, non ad A. Poi ci sono E e G, che pure sono collegati, ma non si capisce bene come. Non sto esagerando. Nel luglio del 1992, grazie a una missiva anonima (scritta, quasi certamente, da un ex-damanhuriano), l’arma dei Carabinieri fece irruzione a Damanhur. L’obiettivo era quello di rivelare al mondo l’esistenza dei Templi dell’Umanità. Per Airaudi, ovviamente, non se ne parlava. Sotto la minaccia di far esplodere un fianco della montagna, tuttavia, fu costretto ad arrendersi. E a mostrare uno dei suoi ingressi. (A guardare con attenzione certe intercapedini, neppure l’impiego di un sonar avrebbe portato alla scoperta di certe Stanze; prive di maniglie, pulsanti, e prese esterne, vi si può tuttora accedere imprimendo con le mani una leggera pressione.)

Se non ricordo male, la prima Stanza che abbiamo visitato si chiamava: Labirinto. Una passeggiata tra decine di finestre di forma triangolare raffiguranti divinità di origini differenti. Assieme alle famose, Gesù, Budda e Horus, ci stavano anche: Jimmu-Tenno (scintoismo), Sif (mitologia norrena), Tó Neinilii (nativi americani), Ahuramadza (zoroastrismo) e Rozanicy (folclore slavo). «Alle pareti, invece» ci ha spiegato Cinciarella Fragola, «potete osservare il difficile cammino intrapreso dall’umanità al termine della guerra contro Atlantide.»

La Sala dei Metalli, simile per certi versi alla Sala Inferiore della Stanza della Terra, si caratterizzava per un percorso di otto finestre con altrettanti volti che rappresentavano otto passaggi della vita dell’uomo: dall’infanzia fino alla vecchiaia; la quinta (quella della maturità, dai 35 ai 42 anni) ospitava, assieme a una statuetta di Falco (vestito), un ritratto del fondatore. Sui lati si aprivano quattro portali, per i quattro elementi della Terra. Sul pavimento, un enorme mosaico illustrava l’evoluzione del carattere degli esseri umani: un uomo incatenato che provava a divincolarsi era l’egoismo; un uomo che sorrideva reggendo un coltello dietro la schiena: l’ipocrisia. «La colonna al centro, lavorata con dei motivi che somigliano a delle fiamme, ci dice che una conoscenza corretta è in grado di bruciare. E di trasformare gli elementi negativi della nostra psiche in pratiche positive.» Siamo entrati nella Sala delle Sfere — il punto in cui tre linee sincroniche di energia si intreccerebbero — e nel Tempio Azzurro: la prima Stanza in ordine di tempo a essere mai stata scavata. «Qui, per noi di Damanhur, è come un utero. È da questo luogo che nascono tutte le altre Stanze dei Templi,» ha detto Cinciarella Fragola. Ha acceso un interruttore; quindi, schiacciando il tasto di un telecomando, ha messo in azione un ingranaggio che ha fatto apparire una scaletta: è calata nel pavimento emettendo una fastidiosa vibrazione elettrica. Nella Sala degli Specchi, per via di certi lavori in corso (come spiegato nella DICHIARAZIONE DI RESPONSABILITÀ), non c’hanno fatto entrare.
Visitata la Sala della Terra, Cinciarella Fragola ci fa accedere alla Sala dell’Acqua, avendo cura di controllare che nessuno manchi all’appello.
Entrando ho la sensazione di dispormi nella parte cava di una campana. «Che ne dite? Ci sediamo un attimo, se volete. Ci fermiamo. Eh? Che dite? Respiriamo. Ci rilassiamo. Riflettiamo sul percorso che stiamo intraprendendo. E formiamo un cerchio. Bene. Sediamoci… No, lì no. Lì c’è uno dei nostri altari…» Ho provato a sedermi sul secondo gradino di una nicchia. Torno in mezzo agli altri. Mentre il discorso di Cinciarella Fragola prosegue («Questa Sala è dedicata al Principio Femmineo. Ha la forma di un calice rovesciato, perché simboleggia la ricettività dello spirito. Sotto di voi, potete ammirare questo splendido mosaico con sei delfini, che giocano, saltando fuori dal doppio quadrato, simbolo di Damanhur. Ma attenzione: questa Stanza è anche la nostra Biblioteca. I disegni che state osservando sulle pareti sono delle scritture. Dodici codici linguistici, alcuni dei quali devono essere ancora decrittati»), mentre il suo discorso prosegue, dicevo, do un’occhiata: sulle pareti ci sono: linee. Un intrico vastissimo di linee. Di colore nero, prevalentemente, ma anche blu e rosso. Dritte e curve. Compongono centinaia, forse migliaia di circuiti selfici. E segni. Alfabeti. Conosciuti e sconosciuti. Noto anche le parole viste a Damji, sugli omini dei bagni. (Scopro che stanno per: “maschio” e “femmina”, semplicemente.)

È come se qualcuno con dei pennarelli, inchiodato ad una lunghissima, noiosissima conversazione telefonica, avesse iniziato a scarabocchiare ossessivamente su qualunque superficie gli capitasse a tiro. Comprese le pareti.
Una similitudine piuttosto rivelatrice, a dire il vero. Visto che, come Cinciarella Fragola ci informa: «È stato qui, proprio in questa Stanza, che il nostro fondatore, Falco Tarassaco, ha viaggiato nel tempo per la prima volta. Si è recato seicento anni nel futuro, per poi tornare, portando con sé il segreto su come salvare l’umanità.» Ci sarebbe da chiedersi, allora, per quale assurdo motivo questa stanza non sia occupata, ventiquattro ore su ventiquattro, dal miglior team di crittografi al mondo, ma Cinciarella Fragola, come se nulla fosse, prosegue: «Se chiudete gli occhi, adesso, e lasciate lo spirito libero da ogni costrizione, anche voi potrete avvertire un senso di pienezza, di comunione, con un piano della realtà che è altro, rispetto a questo posto. Proviamo tutti assieme. Che ne dite?»
Cinciarella Fragola si accosta a una campana tubolare, sfiora con le dita i lunghi cilindri di alluminio: un tintinnio argentino inizia a diffondersi. L’aria prende a vibrare. Mi accarezza la pelle sulle braccia, mi solletica le palpebre socchiuse, mi lambisce la parte alta della fronte vicino all’attaccatura dei capelli. Ma non credo di stare viaggiando nel futuro. Proprio no.

Sono deluso? È delusione quella che impedisce alla meraviglia di generarsi? È per questo se lo stato d’animo cupo e apatico che mi porto dietro da un po’, oramai, invece di restringersi continua ad allargarsi — pare un abito adatto a tutte le stagioni, adesso. Cos’è, di questa visita, che mi ha proprio deluso? Certo, avrebbe giovato un’organizzazione più efficace — soprattutto nella prima parte. Certo, avrei trovato più interessante un resoconto storico più ampio e accurato. Il Guinness World Records è pur sempre un riconoscimento meritato.

Qualcosa continua a sfuggirmi.

13.

Quando torno a Torino è l’una meno un quarto.

Il pullman, guidato dall’autista estimatore di motori, cacciagione e sagre di paese, mi lascia, così come all’andata, davanti al vecchio ingresso di Porta Susa. Metto piede sul marciapiede — mia moglie, che mi precede, mi porge la mano all’ultimo gradino — mentre la guida, quella che ci ha fornito le DICHIARAZIONI DI RESPONSABILITÀ, ci saluta entrambi. E saluta, assieme a noi, l’intera comitiva di viaggiatori: «Bene, bene. Spero che sia andato tutto… ok, che la visita, insomma: sia piaciuta… E che tornerete presto a usufruire dei servizi della nostra agenzia.»

La perdo di vista immediatamente, in mezzo agli altri passeggeri, che adesso non sono più esterni; non sono più curiosi in visita ai Templi dell’Umanità di Damanhur, ma dei banali passanti.
«Avevi ragione. Serviva, la sciarpa…» Mia moglie cerca qualcosa dentro la borsa: il cellulare. Lo sblocca. Digita un breve messaggio. Forse agli amici, forse ai parenti, per rassicurare tutti che la setta ci ha lasciati andare. Tiro fuori anche il mio cellulare dalla tasca dei pantaloni. Mi accorgo di averlo tenuto acceso — inutilmente — e perciò ora è spento. (Volevo appuntarmi una frase sulla app delle Note, ma pazienza.) Lo rimetto in tasca.
Sì: una sciarpa ci stava proprio.

Tanto più che, fino a casa, c’è un bel tratto da fare a piedi.

È una notte umida e fredda.

L’insegna di una farmacia, assieme a un Caduceo sfarfallante, color verde neon, conferma una temperatura di undici gradi centigradi. Il cielo è uno schermo nero privo di sfumature. Con qualche stella che lo sforacchia, qua e là, fa pensare a una bacheca al termine di una riunione di lavoro: i post it importanti sono già stati portati via: adesso restano solo le puntine da disegno con la capocchia di plastica bianca. Là ce n’è una… eccone un’altra… E un’altra… Il frastuono emesso da un autobus che passa sopra a un tombino basculante mi fa guardare da tutt’altra parte. La stazione è una struttura semicilindrica, in vetro e acciaio, che spalanca verso di me la sua bocca gigantesca. I semafori tracciano con il verde, il giallo e il rosso, alternativamente, la fuga dei binari per i tram. Al di sopra di ogni altra cosa, il grattacielo di Intesa San Paolo resta immobile, ieratico, come l’ectoplasma di un robot giapponese; l’alternanza ritmica delle luci di Segnalazione, disposte lungo i suoi fianchi, fa pensare a un codice misterioso in cerca di un destinatario.
Tagliamo Piazza XVIII dicembre procedendo in diagonale, ruotando attorno alla sfera del “Punt e Mes” di Alessandro Testa collocata al centro della rotatoria. Imbocchiamo Via Cernaia: il chilometrico, apparentemente regolare stradone che all’altezza di Piazza Solferino, però, si biforca come la lingua di un serpente tra Via Santa Teresa e Via Pietro Micca.

È un tragitto che conosco fin troppo bene.

So perfettamente cosa aspettarmi: il lucore proiettato dalle insegne verticali degli hotel che hanno l’ingresso sotto ai portici; la luce delle lampade che piove lungo i marciapiedi in base all’alternanza tra gli archi e le colonne; l’aroma di carne di agnello, insalata e salsa tahina più intenso in corrispondenza dei kebabbari ancora aperti.

L’impressione di fissità, già sperimentata durante il viaggio a Damanhur, torna a farsi sentire: finisco per diventare un’altra volta prigioniero del mio stato d’animo cupo e malinconico. Anche lo zaino che porto sopra le spalle, contenente il volume di Atlas Obscura. Guida alle meraviglie nascoste del mondo, pare essere diventato più pesante.
Mia moglie stringe le braccia e fa per strofinarsi entrambe le spalle. Accidenti: ha freddo sul serio. Mi avvicino e la abbraccio. Ci siamo beccati un bel po’ di umidità.
«Damanhur,» inizio a mormorare infastidito. «Un gruppo di fricchettoni che trent’anni fa inizia a scavare a mani nude dentro a una montagna per creare un sistema di gallerie in cui costruire un Tempio sotterraneo che al mercato mio padre comprò…» A questo punto capisco una cosa. Una cosa fondamentale. Il problema di Damanhur non sta nel fatto che erano degli hippy. Non sta nel fatto che erano gli Anni ’70, non sta nel fatto che hanno scavato a mani nude e non sta nemmeno nel fatto che i Templi dell’Umanità li abbiano costruiti sottoterra. Il problema di Damanhur sta nel fatto che fossero un gruppo. Che fossero pochi, cioè! E che fossero soli, naturalmente, perché non potevano raccontare nulla di quello che stavano facendo. Ecco spiegato perché la qualità artigianale soprattutto dei primi lavori è così approssimativa e scadente; amatoriale, quasi. Puerile. Realizzare qualcosa di veramente valido avrebbe richiesto l’apertura verso l’esterno. Certo: anno dopo anno la Federazione è cresciuta. I damanhuriani sono aumentati. Assieme alle loro competenze. Ma chissà che cosa avrebbero fatto se avessero avuto qualcuno in grado di fargli capire gli errori quando avevano torto.
Questa riflessione, che pare distendersi dentro la mia testa felicemente, termina nel momento in cui sollevo lo sguardo e mi rendo conto che mia moglie è scomparsa.

14.

«Guarda!»

Ah, no: eccola là, mia moglie. Per fortuna. Sta ferma davanti a una aiuola.
Abbiamo raggiunto la sezione finale di Via Pietro Micca. Di fronte alla facciata della Banca del Piemonte si apre, alla nostra sinistra, il Giardino Lamarmora; caratterizzato da una cinquantina di alberi — un faggio, una quercia rossa, alcuni aceri giapponesi, e, affacciati su Via San Dalmazio, degli enormi esemplari di platani centenari — è uno dei tanti squares di Torino progettati nell’800 in previsione della nomina a capitale d’Italia — con l’idea di restare tale. Conosco questo giardino. Il venerdì pomeriggio, quando ci passo davanti con l’auto, noto sempre delle bancarelle; si tratta di un mercatino biologico gestito da Coldiretti.

Non appena raggiungo mia moglie, noto, disteso ai suoi piedi, un arioso tappeto di viole del pensiero. Non solo. C’è qualche altra cosa, lì in mezzo, che all’inizio non capisco bene che cosa sia.
«Ci avevi mai fatto caso?»
«Mi sa proprio di no,» rispondo.
Sto fissando una donna che se ne sta seduta a leggere un libro. Tiene i talloni sollevati da terra e porta i capelli raccolti in una traccia posata sulla spalla. Accanto alla sua sedia ci stanno pure un appendiabiti e un mobiletto, con sopra — qui la mia incredulità fa una completa giravolta — una discreta pila di volumi ancora da leggere. Modellata con migliaia di fili di metallo, si tratta di un simulacro — un’installazione artistica di Rodolfo Marasciuolo — capace di trasmettere un senso di lieve compiutezza; quello che di solito mi pervade quando sprofondo in una storia ben scritta.

«Secondo te chi è? Una che legge e basta?»

«Non vedi che è una fata?»

È vero: prima di prendere posto, questa eterea figura femminile sembra essersi sfilata un paio di ali. Adesso spenzolano rigide dall’appendiabiti, simili al disegno di una ragnatela. Devono essere le sue.
«È che qui davanti passiamo sempre con la macchina… So che ce ne stanno altre. Una sta davanti alla Biblioteca Nazionale,» dice con tono entusiasta. Raccoglie il cellulare della borsa. Il flash, azionato per errore, abbaglia il tenue esoscheletro della statua. Mentre controlla com’è venuta la foto, se ne va incontro al bivio, prendendo la strada di casa.

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Pronto soccorso per speleologi narrativi: seconda parte di un viaggio da Damanhur https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pronto-soccorso-speleologi-narrativi-seconda-parte-un-viaggio-damanhur/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pronto-soccorso-speleologi-narrativi-seconda-parte-un-viaggio-damanhur/#respond Fri, 06 Mar 2020 07:48:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42427 Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Francesco Gallo: qui la prima puntata.

6.

Se prima di venire qui non avessi dato un’occhiata al sito internet della Fondazione, e alle pagine di Wikipedia relative, difficilmente avrei ricavato qualche informazione utile. Tanto per cominciare: la selfica. Si tratta della disciplina che sta alla base degli insegnamenti professati dal fondatore di Damanhur. Secondo Falco Tarassaco il nostro pianeta è attraversato da una rete di linee sincroniche in grado di mettere in contatto tutti quei pianeti popolati da forme di vita intelligenti.

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Pubblichiamo la seconda parte del reportage di Francesco Gallo: qui la prima puntata.

6.

Se prima di venire qui non avessi dato un’occhiata al sito internet della Fondazione, e alle pagine di Wikipedia relative, difficilmente avrei ricavato qualche informazione utile. Tanto per cominciare: la selfica. Si tratta della disciplina che sta alla base degli insegnamenti professati dal fondatore di Damanhur. Secondo Falco Tarassaco il nostro pianeta è attraversato da una rete di linee sincroniche in grado di mettere in contatto tutti quei pianeti popolati da forme di vita intelligenti.

La selfica — un’antica tecnologia conosciuta (riporto dal sito) “nella cultura egizia, etrusca, celtica e nell’antica civiltà minoica. La leggenda dice che fosse utilizzata anche nella mitica Atlantide” — consentirebbe di convogliare questi “fiumi d’energia” con le finalità più differenti. Siccome ogni atomo nell’universo è interconnesso, questi ammennicoli, realizzati tramite l’utilizzo di “metalli, colori, minerali e inchiostri speciali”, permetterebbero di entrare in contatto con le “energie di confine”: il prana (la forza vitale), le entità e i poltergeist (ovvero gli spettri), le emissioni telepatiche (poteri ESP e telecinesi).

Tutto ciò si traduce in un sito di e-commerce (sel-et.com) che mette a disposizione di chiunque desideri acquistarli una imbarazzante quantità di bracciali: bracciali per la timidezza, per l’insonnia, per il benessere fisico, per il recupero di energia vitale durante il sonno, per il sistema immunitario, per l’armonia dei pensieri, per l’integrazione delle personalità, per i dolori cervicali, per bilanciare la sensibilità propria e altrui, per alleviare i dolori mestruali.

C’è inoltre un campionario vastissimo di oggetti, delle dimensioni e dalle forme più bizzarre, sempre stretti da un filo sottile (che a me pare rame), capaci di migliorare l’udito, la vista, i dolori addominali e il ringiovanimento della pelle. Si chiamano Self. Le Self possono portare equilibrio tra le energie dell’ambiente, proteggere dalle radiazioni elettromagnetiche, rendere più sicuri i nostri viaggi in auto. Esistono Self della memoria, per guidare i nostri sogni, per lo sdoppiamento e la meditazione. Ce n’è una, la Self per la scrittura automatica, che “aiuta a riordinare, a dar forma alle idee” e a “ricevere risposte in tutti i campi per sé e per gli altri”. Costa 197 euro.

C’è anche la Self per la vitalità delle piante in vaso. Tra tutte è forse quella meno strana perché fa riferimento a un altro di quegli aspetti di Damanhur che Apatùra Acetosa non menziona affatto: la musica delle piante.
L’U1 è uno macchinario dotato di manopole, spie luminose e pulsanti. Pare un vecchio videoregistratore. Possiede anche, però, una coppia di sensori. Applicati alle radici e alle foglie di una qualsiasi pianta, registrano le differenze del loro potenziale elettrico. Ogni differenza viene letta dall’U1 come un salto tra due note e trasformata in musica. Per ascoltarla, esiste una sorta di iPod, chiamato Bamboo M, che viene venduto assieme a un altoparlante. La combo con l’U1 costa poco meno di mille euro.

7.

«La cosa più concreta che c’è nella vita sono i sogni,» dice Apatùra Acetosa, nel momento in cui varchiamo la soglia del Tempio Aperto.

Nella parte alta c’è un Altare che funge anche da anfiteatro con gradinate e arena; nel mezzo c’è una base realizzata con gradoni che diminuiscono di larghezza man mano che salgono; infine, c’è un ampio plateau rialzato, con la statua di Horus posta a mo’ di guardiano davanti a un portale. Diciotto colonne alte svariati metri fiancheggiano entrambi i lati della struttura. Vista dall’alto, ricorda la forma di un ankh, l’antico simbolo egizio che indica la vita.

È l’ultima parte della visita prima dei Templi dell’Umanità.
Apatùra Acetosa dà le spalle alla tavola liturgica, sopra la quale è posta una grossa pietra. Ha la forma di un diamante grezzo ed emana una intensa luminescenza violacea. Rifulge in maniera così decisa perché, a parte la luna, definita come una piccola goccia di vernice, mancano altre fonti d’illuminazione.
«È qui, nel Tempio Aperto, che si svolge il Rito dell’Oracolo,» spiega Apatùra.
Dev’essere il pezzo forte della visita; parla più lentamente, adesso, accompagnando ogni parola con un movimento ampio delle braccia.

Provo a immaginare quello che racconta: un gruppo di donne che si dispone intorno all’Altare. Indossano delle vesti lunghe, leggere, color lavanda, fiordaliso, eliotropo. Hanno coroncine di fiori intrecciate nei capelli che portano sciolti sopra le spalle. Reggono un calice pieno di un liquido ambrato. I loro volti sono irradiati dalla luce dalla pietra. Una musica armonica, suonata con un sintetizzatore ARP Odyssey, accompagna un mormorio di puro incantamento. Nell’aria si avverte un accenno di resina, incenso e terriccio umido.

«Lo sapete pure voi che quando c’è la luna piena l’essere umano è più ricettivo. C’è anche tutta la faccenda delle maree. Ecco. Con la luna piena anche le Forze dell’Universo sono più ricettive. Immaginatele come un’antenna per la televisione. Il messaggio sta per arrivare e voi lo afferrate. Avendo la pazienza di attendere l’alternanza di un ciclo lunare e l’altro, è possibile ricevere una risposta da parte delle Forze dell’Universo. Scritta su una foglia.»
Qualcuno chiede se bisogna vivere a Damanhur per partecipare al Rito.
«Chiunque di voi può prendere parte al Rito. Se andate sul sito, controllate il calendario per vedere in quale giorno dell’anno cade, vi prenotate, ed è fatta!»
«Va bene anche una mail?»
«Va bene anche una mail,» risponde Apatùra.
Potrei aver sentito qualcuno emettere un sospiro di sollievo.

«Prima di lasciarvi alla seconda parte della vostra visita, quella ai Templi, vi suggerisco per il futuro di andare sul nostro sito. Se vi va. Potete dare una bella occhiata alla sezione “Tempio Aperto”. Adesso non ci potete fate caso, ma da quando l’abbiamo costruito, come dire, un po’ di tempo è passato. C’è bisogno di un piccolo restauro. Ovviamente, vogliamo farlo più bello di prima. E più resistente. Se voi volete, ci potete dare una mano. Con una piccola, piccolissima donazione. Ve lo dico così. Va bene? Grazie. E buon proseguimento.»

Qualche riga più sopra avevo scritto che la noia e la delusione avevano preso il sopravvento sulle parole di Apatùra Acetosa. Le avevano rese opache, inoffensive, superflue.

Mi avevano tolto anche la voglia di fare qualche domanda, diciamo così, provocatoria. “Che cosa accade ai miei soldi se decido di entrare a far parte di questa comunità?”, “Come vi regolate in merito alle normative elettorali?” “Votate in questo Paese, quando c’è da votare?” “Credete davvero nell’esistenza di Atlantide?” “Se vengo a stare qui, e lavoro per voi, mi pagate con una moneta che fuori non è riconosciuta. Secondo voi è giusto?”, “È vero che per sistemare i problemi che ha avuto con il fisco, Airaudi ha venduto diversi immobili nonché l’elicottero che era solito usare quando aveva bisogno di spostarsi senza dare troppo nell’occhio?”
Ma chi sono io per fare capire a un damanhuriano quali sono i limiti che comporta essere un damanhuriano?
Avevo parlato di delusione, anche, perché sulla base di quanto mi è stato detto, il ritratto di Damanhur che viene fuori è, a cercare di essere gentili, approssimativo; un impacciato amalgama di ascetismo e spiritualità new age che cerca di tenere dentro tutto e il contrario di tutto.

Le cose sono due: o a me e a mia moglie è capitata la peggiore guida che ci potesse capitare — da non escludere, tutto sommato. Oppure facciamo parte di un gruppo di persone che a Damanhur non interessa. E anche questo non è da escludere.

8.

Mentre mi lascio alle spalle il Tempio Aperto, assieme alla pietra custodita dallo sguardo ieratico di Horus, intravedo, nello spiazzo dove siamo arrivati con il pullman, i fanali del Ford Transit Custom che sciabolano nel buio. Il gruppo che ci ha preceduto nella visita ai Templi dell’Umanità è tornato.

Apatùra procede rapida. Il resto dei visitatori la insegue tenendo il passo. A chiudere le fila: io e mia moglie. Alcune opere artistiche incontrate all’andata, per esempio l’Altare della Terra accanto alla fontana, oppure la Stufa-Drago con le sue fauci spalancate, ritornano, come personaggi nei finali delle fiabe.

Poi, però, accade qualcosa.

Siccome a Damanhur è vietata la presenza degli animali — degli animali esterni (a farne le spese, la coppia di maltesi che da circa tre anni, oramai, vive con me e mia moglie, e che abbiamo dovuto lasciare a casa) —, lo stupore e la percezione si sdoppiano: o si tratta di un gatto, di un banale, impassibile, enigmatico gatto, oppure la sagoma che mi sta tagliando la strada con sovrumana indifferenza è quella di Bastet, la dea della guerra del Basso Egitto.

Immobile, proietta un’ombra nerissima che si staglia sul pietrisco rischiarato dalla luna, dando vita a un’illusione ottica; cauto, risale il nostro percorso con fare guardingo per poi tornare davanti a un cancello immobile.

Pare voglia farsi annunciare.
C’è un cartello: BOSCHETTO DELLA COSCIENZA.

A una prima occhiata avevo letto: BOSCHETTO DELLA CONOSCENZA. Se ho capito bene è l’unica aerea, qui a Damanhur, riservata agli iniziati e ai cittadini della Federazione. A destra, posto sopra a un piedistallo, c’è un busto di Oberto Airaudi. Sorride, cerca di essere accogliente; purtroppo, però, la scultura lo ritrae con le braccia serrate davanti al petto. Un cancello di ferro, lavorato in modo da ricordare le circonvoluzioni di una Self, blocca l’entrata. Se ne sta inserito in un telaio di marmo nero, segnato, lungo i bordi, dall’ennesimo alfabeto sconosciuto. Mi ricorda la scrittura maya. Al di là di un lucchetto smagliante, la pavimentazione si trasforma in una scalinata, che sale nel preannuncio di una boscaglia. Stando alle indicazioni recuperate su internet, sarebbe popolata dagli Spiriti della Natura.

Le foglioline attaccate ai rami più bassi tremolano assicurando quantomeno la presenza di un alito di vento.
Il gatto se ne sta accucciato accanto alla mia scarpa destra, adesso. Con fare cerimonioso, si lecca le zampe anteriori. Quindi, un attimo prima di sparire, inoltrandosi là dove né io né mia moglie possiamo seguirlo, drizza la testa, come attivato da un richiamo — almeno è così che mi piace pensare — e mi guarda. Nell’oscurità che mi cresce tutt’attorno i suoi occhi sembrano due pianeti.

9.

Nel modo irregolare in cui apprendo le informazioni relative a questo viaggio — mentre lo sto ancora compiendo —, vengo a sapere che il luogo che ho appena visitato, Damji, è la capitale di Damanhur; un territorio vasto un’ottantina di ettari che prende il nome della città egiziana dedicata al dio Horus. (Secondo altri, invece, Damanhur deriverebbe dal ricordo di una lunga, truce battaglia; da Damm, sangue, e Nhur, giorni.)

Finito il giro, diamo il cambio al secondo gruppo. Saliamo a bordo del furgone guidato da Codibugnolo Verbasco e partiamo.

Per pura sfortuna, mia moglie ha occupato l’ultimo posto disponibile dietro. Davanti ci sto io. Di fianco all’autista. Avrà più o meno cinquant’anni; fisico atletico, barba ancora scura e folta. Indossa una camicia a quadrettoni con le maniche scorciate che lasciano intravedere i polsi ricoperti di bracciali. Parla con una voce bassa. «Eravamo una ventina di persone, quando, nel 1977, iniziammo a costruire la “città della luce”, come la chiamavamo allora,» racconta.

Dice: “eravamo”, “chiamavamo”, nel senso che c’era pure lui? È uno degli iniziatori? Qualcuno, dietro di me, glielo chiede. «No, io non c’ero. Sono arrivato dopo. Dico così lo stesso perché la città è nostra… e perché la stiamo ancora costruendo, in fondo. Si tratta di un progetto, questo, che non ha una fine…»
La strada, nonostante preveda il doppio senso di marcia, è bene asfaltata ma stretta; curve a gomito si susseguono senza sosta.

«I lavori veri e propri, quelli per i Templi, sono iniziati nel… ’78, se non ricordo male. Abbiamo iniziato a scavare da soli. Con gli attrezzi. Ma c’è anche chi ha scavato a mani nude.» Codibugnolo stacca le dita dal volante, e, per un attimo, le muove libere. «E non ci siamo più fermati. È un progetto che… ci tiene uniti.»

In base a quanto ho letto in Atlas Obscura, i Templi dell’Umanità affondano nella terra per una settantina di metri, per un’estensione pari a 8.500 metri cubi. Nel 2001, il Guinness World Record gli ha conferito il premio come “tempio sotterraneo più grande del mondo”. «Dovete provare a immaginare un palazzo di quattro piani al contrario,» dice Codibugnolo.

Sulla destra, un baluginio rischiara il cielo nero antracite. Forse ci siamo. Senza diminuire la velocità, il Ford Transit oltrepassa una struttura bassa, a due piani, che mi fa pensare alla facciata di un supermarket. Nonostante l’andatura riesco a vedere l’ingresso, con le porte a vetri, e a decifrare l’insegna colorata: DAMANHUR CREA.

«Quello è il nostro laboratorio,» dice Codibugnolo Verbasco. «È dove teniamo il materiale per la costruzione dei Templi. Ce n’è tanto, eh. Ma è pure dove gestiamo il mercato dei prodotti biologici. Vendiamo le nostre merci. E i nostri oggetti artistici.» DAMANHUR CREA. Creare. Produrre dal nulla. Fornire dell’esistenza. “In principio Dio creò il cielo e la terra, poi nel suo giorno esatto mise i luminari in cielo e al settimo giorno si riposò.”

I damanhuriani creano il mondo.

A mano a mano che mi avvicino ai Templi dell’Umanità, l’impressione di stare visitando un mondo creato effettivamente dal suo fondatore si fa sempre più tangibile. Immagino giacimenti ricchi di materie prime: legno, pietre, vetro; depositi che rigurgitano di attrezzature: martelli, secchi, picconi, vanghe. È un’immagine che mi piace. In fondo, questo luogo è un monumento eretto al bisogno dell’uomo di immaginare cose astratte e alla necessità di realizzarle nel modo più concreto possibile.

Peccato che Codibugnolo a un certo punto aggiunga: «Questo, prima, era uno stabilimento dell’Olivetti. Ivrea dista meno di venti chilometri.»

Creare. Produrre dal nulla. Fornire dell’esistenza.

Penso a Camillo Olivetti, che nel 1893 volò negli Stati Uniti assieme al suo Maestro, Galileo Ferraris, per gettare uno sguardo sulle propaggini più estreme del benessere economico. (Nelle sue Lettere Americane, scrisse: «Il sig. Edison in persona ci venne a ricevere e fece con noi un po’ di conversazione e ci eseguì sul suo fonografo alcuni pezzi di musica.») Penso alla “Ing. Olivetti & C. — Prima Fabbrica Nazionale Di Macchine Per Scrivere”, fondata nel 1908; la “fabbrica in mattoni rossi”, veniva chiamata; in cui i quadri aziendali venivano selezionati direttamente tra gli operai. Penso al figlio di Camillo, Adriano, che impose il nome dell’azienda sui palcoscenici di tutto il mondo, industriali e non. (Nel 1952 la Lettera 22 entrò a far parte della collezione permanente del MOMA di New York.) Penso ai lavori di design di Ettore Sottsass. Penso all’ideazione degli spazi per le fabbriche, uffici e negozi da parte di Carlo Scarpa. Penso a Paolo Volponi che lavorò presso l’Olivetti di Ivrea come direttore dei servizi sociali. Penso al miracolo economico: la trasformazione rapidissima e turbolenta di un Paese agricolo in una potenza economica. Penso agli ultimi successi della gestione affidata a De Benedetti (a Cupertino, in California, l’Olivetti Advanced Technology Center venne costruito al n. 4 di Mariani Avenue; due isolati più avanti c’era la Apple.) Penso agli innumerevoli tentativi di resistere a una crisi economica mondiale generata da una competizione vastissima alla fine degli Anni 80, e penso a una corsa, a una partenza verso il futuro mancata forse per sempre da questo Paese.

10.

Eccomi davanti all’entrata dei Templi dell’Umanità.

Dopo aver smontato dal Ford Transit, abbiamo salutato Codibugnolo Verbasco (verrà a recuperarci tra un’ora esatta) disponendoci in un semicerchio davanti all’ingresso di una palazzina costruita a ridosso di una montagna.

Una donna sulla cinquantina; alta, esile, con lunghi capelli castano chiari, dotata di un voce squillante (tutto un altro piglio rispetto ad Apatùra Acetosa), ci dà il benvenuto: «Ciao a tutte e a tutti. Io mi chiamo Cinciarella Fragola di bosco e sono la vostra guida. È la prima volta qui a Damanhur, per voi? Bene. Come sapete, qui non potete scattare foto, per rispetto alla sacralità di questi luoghi. Vedo che ci siete tutti. Dunque. Direi di non perdere altro tempo. Seguitemi.»

Svoltiamo a destra e ci fermiamo là dove la parete dell’edificio — camuffata con la solita, infantile riproduzione di un angolo di foresta — sfiora la parte più bassa del rilievo montuoso. A sinistra di un cartello biancorosso con sopra scritto: VIETATO FUMARE ci sta una porta, costruita con delle spesse travi di legno nero.
È chiusa.
«Ecco. Adesso ci troviamo nel punto dove abbiamo iniziato a scavare. Quarantuno anni fa, oramai. E questo è… l’ingresso… ai Templi dell’Umanità…»
Cinciarella Fragola apre la porta.
Ora. Lo ripeto: eccomi davanti all’entrata dei Templi dell’Umanità. Cinciarella Fragola ci fa segno di entrare. «Accomodatevi,» dice.

Mentre avanziamo faccio in tempo a notare sul retro della porta, agganciate a una coppia di chiodi: una chiave (con il gambo lunghissimo, arrugginita) e il simbolo egizio dell’ankh (sembra nuovo di zecca). Intravedo la prima sezione dell’ingresso. L’ipotesi di ritrovarmi al cospetto di un varco inter-dimensionale, del ponte Einstein-Rosen, insomma: di uno Stargate, spalancato sulla geografia misteriosa di un mondo altro, non mi attraversa la mente neppure per un istante.
Sarà come assistere all’apertura di un seminterrato, dico. Ci sarà l’oscurità improvvisa che costringe gli occhi a calibrare la dilatazione delle pupille; l’inciampo che mette a repentaglio anche il passo più avveduto, l’alito di aria guasta che sbuffa sul volto lievemente contratto.
E più o meno è così che va.
Più o meno.
È come durante quegli attimi che precedono la morte, in cui si vedono certe scene della propria vita passare davanti agli occhi come immagini di un film: un repertorio vastissimo, apparentemente inesauribile dei luoghi sotterranei nei quali ho vissuto fin da bambino, da adolescente, da adulto, da sempre, mi torna preciso in mente nell’attimo in cui muovo il primo passo.

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Pronto soccorso per speleologi narrativi. Un reportage da Damanhur, il tempio sotterraneo più grande del mondo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pronto-soccorso-speleologi-narrativi-un-reportage-damanhur-tempio-sotterraneo-piu-grande-del-mondo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pronto-soccorso-speleologi-narrativi-un-reportage-damanhur-tempio-sotterraneo-piu-grande-del-mondo/#comments Fri, 21 Feb 2020 07:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42424 Pubblichiamo la prima parte di un reportage di Francesco Gallo: nei prossimi giorni seguiranno le altre due.

1.

Accade mentre la Strada Provinciale 460, simile alla cicatrice sulla schiena di un gigante, percorre il territorio della Val Chiusella. Il tramonto dell’ultimo scorcio di marzo si squaglia sopra le creste asimmetriche delle Alpi Occidentali attraverso il finestrino impolverato dell’autobus. Gonfi rilievi collinari, colpiti dalle interferenze delle morene, tentano di variare il ritmo di un paesaggio fin troppo monotono: lunghi filari di alberi spelacchiati; cartelli autostradali prima verdi poi bianchi poi blu, quindi di nuovo verdi di nuovo bianchi di nuovo blu; centinaia di abitazioni con il giardino il balcone le serrande, le tegole coibentate: ogni elemento scorre rapidissimo, radiografato dall’andamento sinusoidale dei cavi elettrici che si ergono a bordo strada. Impossibile mettere in discussione quest’impressione di fissità. La meraviglia, purtroppo: la sto già perdendo.

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DAMANHUR_01

Pubblichiamo la prima parte di un reportage di Francesco Gallo: nei prossimi giorni seguiranno le altre due.

1.

Accade mentre la Strada Provinciale 460, simile alla cicatrice sulla schiena di un gigante, percorre il territorio della Val Chiusella. Il tramonto dell’ultimo scorcio di marzo si squaglia sopra le creste asimmetriche delle Alpi Occidentali attraverso il finestrino impolverato dell’autobus. Gonfi rilievi collinari, colpiti dalle interferenze delle morene, tentano di variare il ritmo di un paesaggio fin troppo monotono: lunghi filari di alberi spelacchiati; cartelli autostradali prima verdi poi bianchi poi blu, quindi di nuovo verdi di nuovo bianchi di nuovo blu; centinaia di abitazioni con il giardino il balcone le serrande, le tegole coibentate: ogni elemento scorre rapidissimo, radiografato dall’andamento sinusoidale dei cavi elettrici che si ergono a bordo strada. Impossibile mettere in discussione quest’impressione di fissità. La meraviglia, purtroppo: la sto già perdendo.
Le parole della guida che mi spiegano attraverso un altoparlante difettoso che si tratta di una regione antica, questa, formatasi diecimila anni fa durante il Pleistocene, quando un ghiacciaio, ritirandosi, ha portato alla luce una vasta area di sedimenti rocciosi… neppure le parole della guida riescono a distogliermi dal cupo stato d’animo in cui mi pare di stare sprofondando.
«L’aria condizionata…» dice mia moglie.

«Troppo forte?» domando.
«Al contrario.»

«Mi sa che farà addirittura freddo, quando arriveremo. Il sole sta sparendo.»
«Mica farà freddo solo per quello…»
«Che vuoi dire?»
«Che stiamo per scendere sottoterra, no?»

Già.
Quando mia moglie ha deciso di regalarmi questo viaggio, la mail di conferma che abbiamo ricevuto indicava come data, orario e luogo di partenza il 27 marzo 2019, alle 20:30, in Corso Bolzano, nei pressi della vecchia entrata della stazione di Porta Susa, a Torino.

Al momento di salire, una signora dalla voluminosa capigliatura bionda, insaccata in un paio di pantaloni color rosso peperone, ci ha stretto la mano e ci ha consegnato un foglio: una DICHIARAZIONE DI RESPONSABILITÀ. Apponendo la nostra firma abbiamo assicurato di voler “visitare la struttura nonostante al momento attuale presenti delle zone non completate”; di assumerci “qualsivoglia responsabilità in ordine a eventuali danni alla propria persona e/o proprie cose che possano derivare dalle strutture e dagli impianti tecnologici”; di osservare “tutte le cautele che saranno raccomandate verbalmente dagli accompagnatori”; di riconoscere “il valore sacro della struttura”. Ci siamo seduti dietro l’autista, un loquace sessantenne estimatore di motori, cacciagione e sagre di paese, e ci siamo messi a osservare la fila indiana dei passeggeri in ritardo, i quali, ostentando un sorriso di circospetto imbarazzo, sceglievano dove prendere posto. «Guarda,» dice mia moglie. «Ci siamo. Mi sa che quello ti conviene posarlo…» Indica la copertina di un volume: Atlas Obscura. Guida alle meraviglie nascoste del mondo.

Fondato dal regista di documentari Dylan Thuras e dallo scrittore Joshua Foer (fratello più giovane di Jonathan), Atlas Obscura nasce come sito internet. In seguito a una raccolta fondi si trasforma, tra le altre cose, nel malloppo di quattrocento e passa pagine che, in pratica da quando sono partito, tengo appoggiato sopra alle ginocchia.

Ricorrendo a un vasto apparato di immagini, gli autori hanno messo assieme il maggior numero possibile di luoghi “strani” capaci di trasmettere, visitandoli, un’impressione di meraviglia. Dentro c’è un po’ di tutto. Dai posti misteriosi “classici”, l’isola di Pasqua, il Triangolo delle Bermuda, Stonehenge, a quelli meno noti: l’Isola delle bambole in Messico, la Winchester Mystery House in California, il manicomio infestato di Beechworth Lunatic in Australia. La prima volta in cui ho sfogliato il volume ho pensato di controllare le mete presenti qui in Italia. Dev’essere andata così anche per mia moglie. L’idea di prenotare questa visita deve esserle venuta in mente quando ha scoperto che uno dei luoghi più misteriosi al mondo, capace di entrare nel Guinness World Records, distava una manciata di chilometri da casa nostra.

Tiro la cerniera dello zaino mentre l’autobus si ferma con un scossone. Lo spazio attorno a me si colma di un disordine formato da suoni interrotti e movimenti trattenuti. Cacciando un sonoro sbuffo idraulico, il portellone davanti si spalanca. Scendo un trio di scalini, poggio il piede destro sull’asfalto e penso: “Non ho ancora idea del perché io sia in questo posto, ma questo posto dove sto si chiama Damanhur.”

2.

La prima cosa che ci fanno sapere è che siamo in troppi. Il gruppo deve dividersi. Nove di noi visiteranno la parte esterna, altri nove visiteranno la parte interna. Quella sotterranea, penso. Si rendono bene conto, tuttavia, che la maniera ottimale sarebbe quella di visitare la parte sotterranea dopo aver visitato quella esterna. Purtroppo non sarà possibile. Gli spazi sono troppo angusti. Decidono così, quindi. Ma: decidono chi?

Davanti a me c’è una ragazza. Ha raccolto le nostre DICHIARAZIONI DI RESPONSABILITÀ mano a mano che scendevamo. È il primo abitante di Damanhur che incontro. Ne incontrerò altri due, da qui a poco; un uomo che a bordo di un potente Ford Transit Custom, mi traghetterà verso l’entrata dei Templi dell’Umanità, e una donna che con la dimestichezza di una guida turistica si dedicherà al racconto dei luoghi sacri. Altri — il luogo, in fondo, non è certo abbandonato — saranno sagome sfuggenti, addirittura: fantasmatiche, che saprò intercettare con la coda dell’occhio. La ragazza avrà trent’anni; indossa un paio di jeans, una camicia e una giacchetta di pelle nera. La giacchetta potrebbe essere blu, oppure verde scuro. C’è sempre meno luce. Il sole è tramontato. Nonostante lo spazio ricordi l’ingresso di un villaggio turistico, non c’è neanche un lampione acceso. La ragazza controlla che i fogli siano a posto. Uno strato di silenzio, solleticato dal tintinnio argenteo dei bracciali che le stringono i polsi, inizia a diffondersi. Ancora non lo so, ma si tratta di una peculiarità degli abitanti della Federazione: indossare collane, ciondoli e orecchini per finalità non estetiche.

Mentre il computo procede, mia moglie, puntando il cellulare a mezz’aria, sta fotografando un grosso cartello. L’avevo notato, prima; spuntava al di sopra del muro di siepi che ricopriva la cancellata esterna, annunciato da uno sfoggio di bandiere ammainate. Ha una stella, al centro, formata da due quadrati sovrapposti. Otto triangoli, tutt’attorno, modellano una ellisse. La scritta DAMANHUR — l’unica presente — pare sia in comic sans. Ma potrebbe essere una mia impressione. Quello che è certo è che il cartello ha visto tempi migliori: scrostato, macchiato dalla ruggine, uno dei suoi faretti fulminati, sembra destinato ad accogliere i visitatori dall’inizio. Dagli anni Settanta. Mai restaurato.

«Scusate, scusate…» La voce della ragazza. «Consiglio a tutti di restare uniti, così da potervi dividere meglio.» E aggiunge, con tono più sicuro: «Vi ricordo, inoltre: superato quel limite» e allude, con un rapido movimento del braccio (accompagnato dal tintinnio dei bracciali), a dei paletti di delimitazione: «è proibito scattare foto. Ve lo abbiamo già detto. Ve lo ripetiamo. Non perché ci piaccia proibire le cose, qui a Damanhur. È solo che le vostre foto non riusciranno mai a rendere giustizia alla bellezza delle nostre opere d’arte. Chiaro? L’unica regola. Sul serio. L’unica regola che abbiamo è che il fumo è proibito. Anche qui, all’aria aperta. Se volete fumare un’ultima sigaretta, potete uscire in strada.»
C’è chi incrocia le braccia. Chi ripone il telefono in una tasca dei pantaloncini e dice: «Io lo spengo proprio.» Chi gratta con la punta delle scarpe un po’ di pietrisco.

«Le dichiarazioni… sì, sembrano a posto. I vostri nomi, tanto, li abbiamo già. Un attimo solo ancora e formiamo i gruppi. Ah: dimenticavo. Io sono Apatùra Acetosa e, a nome di tutta la comunità, vi do il benvenuto a Damanhur.»
«Ciao,» rispondiamo in coro.
Apatùra Acetosa, ripeto, in mente.

Gli abitanti di Damanhur — quelli che a un certo punto della loro vita hanno deciso di venire a stare qui, come pure quelli che ci sono nati, qui, e non sono pochi, a quanto sembra — devono possedere una nuova identità, mettendo assieme il nome di un animale con quello di un fiore o di una pianta. L’autista che mi porterà ai templi sarà Codibugnolo Verbasco. La guida che mi accompagnerà nei Templi dell’Umanità dirà di chiamarsi Cinciarella Fragola di Bosco. Scelte insolite. Dovute, immagino, al numero dei residenti di Damanhur in costante progressione. Nomi come Stambecco, Orso, Faggio, Scoiattolo e Lupo sono già stati opzionati. Saltimpalo, Cutrettola, Melanzana e Santoreggia sono quelli rimasti a disposizione.

La ragazza, di tanto in tanto, solleva lo sguardo dalla lista, toccandosi la punta del naso con le dita. Sta contando. Possibile l’abbiano lasciata completamente da sola a gestire l’arrivo degli esterni? Si tratta di un indizio del livello di disorganizzazione della comunità, oppure, siccome: “I vostri nomi, tanto, li abbiamo già”, qui a Damanhur si fanno forti del fatto che se pure ci allontanassimo, non sapremmo cosa fare a parte tornarcene a casa?
Dopo l’ennesimo calcolo andato a male, la ragazza dice: «Mi occorre ancora qualche minuto. Scusate. Scusate. Io, con i calcoli, proprio… Siccome, però, Codibugnolo ancora non arriva, avete altri… cinque, sette minuti, diciamo… per, lo ripeto: usare il telefono, fumare. Ma fuori…»
«C’è un bagno, per caso» domanda qualcuno.
«Un bagno! Certo! Nelle casette.» C’è una fila di costruzioni dal tetto basso, in finto legno, alle sue spalle. La indica.

Rivolgo un cenno a mia moglie e decido di assentarmi un attimo.

Quando torno, scopro perché la divisione era così difficile: stavano cercando di tenere le coppie — quelle sposate, soprattutto — unite. Mia moglie deve avere fornito delle indicazioni in merito. Indicazioni che la ragazza, spulciando le DICHIARAZIONI, chissà in che modo è riuscita a recuperare. Nessun problema, comunque. Pronunciando i nostri nomi, nessuno si dimostra scontento. O non lo dà troppo a vedere. Nemmeno coloro i quali, per esigenze di orario, inizieranno la visita dalla seconda parte.

Seguo Apatùra, diretta verso i paletti di delimitazione, mentre provo a spiegare a mia moglie quello che ho appena visto davanti ai bagni.
«Non sono riuscito a leggerla, capito?»

«Cosa?»
«Una scritta. O quella che mi è parsa una scritta.»
«Ma piantala.»

«Non so più leggere. È così. Oramai è così.»

«Dal lato giusto, comunque, sei entrato? Quello degli uomini.»
«Ma sì. Quello sì.»

«Allora: a posto. È come se l’avessi letto. Non ti hanno arrestato»
«Sì, ok. Ma…»

«Fidati. C’è ancora speranza. Sai ancora leggere.»

«Però…»

«Però: niente. Vediamo che ci deve dire, Apatia

Per indicare lo spazio degli uomini e delle donne, sulle porte dei bagni ci stanno i classici omini stilizzati. Sui loro petti, però, ci stanno dei segni. Non delle lettere, M o F, per dire. Nemmeno dei simboli, quello del rame per le femmine e quello del ferro per i maschi. Non sono neppure caratteri cirillici, giapponesi, greci o indonesiani. Si tratta di qualcosa di totalmente differente. Di segni che non ho mai visto.

Che non riesco a leggere.

3.

Risaliamo un vialetto di terra battuta che serpeggia in mezzo a un sentiero di alberi dal tronco largo, con i rami carichi di foglie che bloccano gli ultimi residui di luce. Da adesso in poi, in pratica, è notte fonda.

Per fortuna c’è la luna.
Precedendoci di un paio di metri, Apatùra Acetosa ci chiede: «E da dov’è che venite?» «Da Torino,» rispondiamo. «Tutti da Torino?» A giudicare dall’accento, credo sia di Torino anche lei. «La settimana scorsa abbiamo avuto un gruppo di esterni provenienti dal Giappone.»
Mentre avanzo, mi pare di registrare lo sciabordio di una fontana. Una fonte? Sarebbe bello vedere una fonte, penso. No: è proprio una fontana. Sul margine sinistro del percorso spunta un muretto. Da uno spacco in mezzo ai mattoni fuoriesce una cannula di ferro dalla quale zampilla un getto d’acqua.

Lo scroscio argenteo è l’unico rumore che sento.

Niente grilli.

Niente uccelli.
Apatùra Acetosa si blocca. Mentre attende che ci ricompattiamo tira un sospiro, raccoglie un po’ d’acqua nella mano a conchetta, beve. «Com’è buona! Fresca, anche! Allora… Qui è dove inizia il percorso. Il vostro percorso a Damanhur. La vita, in fondo, questo è. Un percorso. Si nasce, si vive… e si muore. L’acqua… l’acqua è la fonte della vita.»

Noto un cartello. Ha la forma di un leggio. Se anche mi avvicinassi, con il buio che c’è dubito che riuscirei a leggere. Inoltre l’eventualità che le informazioni siano scritte in un alfabeto sconosciuto mi trattiene dall’approcciarlo.
«Come potete vedere alle mie spalle, qui c’è il primo dei nostri altari. A Damanhur ne abbiamo quattro. Uno per ogni elemento: terra, aria, fuoco e acqua. Questo è l’Altare…» Dell’acqua, penso io. «… dell’aria. L’elemento più leggero. E il nostro percorso, il vostro percorso, come ogni vero percorso, è un percorso che inizia piano, con leggerezza, per poi andare sempre più in profondità.»

Aggiro la spalla di un visitatore, in traiettoria con il mio sguardo, e questo è quello che i miei occhi riconoscono: di là dal muretto affonda una breve scalinata che termina dove il terreno, allargandosi, ospita una struttura che si innalza per quattro livelli. Così sistemati, dal più grande al più piccolo, mi ricordano i gradoni di una ziggurat. Sulla cima: due colonnine sormontate da un’architrave. Anche questi mi ricordano qualcosa: un torii, l’ingresso dei templi scintoisti.

I visitatori attorno a me ascoltano le parole di Apatùra Acetosa neanche facessero parte del discorso più interessante che avessero mai sentito; una sintesi magistrale per chiarezza, proprietà di linguaggio, capacità di ampliare lo sguardo dell’ascoltatore inglobando nozioni di storia, di fisica, di filosofia. Secondo me, invece, non reggerebbe il confronto con i testi del più dozzinale divulgatore televisivo.

Lo stato d’animo che mi grava addosso dal viaggio in pullman — subito dopo essere partito— attiva una serie di contromisure volte a proteggere la mia persona. Come se lo spargimento dei vocaboli di Apatùra Acetosa corrispondesse alla propagazione di nuclei atomici radioattivi in grado di far aumentare i click elettrici di un contatore Geiger, mi allontano.

Ecco che la guida non è più un’abitante di Damanhur, bensì una ragazza. Peggio: una tizia qualsiasi. Una Giulia, una Vittoria, una Maria Teresa, come se ne possono incontrare tante, e da qualsiasi parte, a Torino. Una tizia qualsiasi reduce da una brutta esperienza: una storia d’amore finita male, un lutto, un tumore benigno, che si illude, adesso, di avere finalmente il controllo sulla propria vita.

Quando mi pare che il mondo esterno faccia di tutto per minacciarmi, mi rintano — come una tartaruga che ritrae la testa dentro il carapace. Retrocedo nel mondo interno. Peccato che questo mondo interno, ultimamente, si stia riempiendo di stereotipi della peggiore specie. Credo sia una logica conseguenza, quando ciò che sta dentro non comunica con ciò che sta fuori.

4.

Tuttavia.

Prendere le distanze presenta pure qualche sorpresa positiva.
Il percorso organizzato a Damanhur — in questa parte di Damanhur, almeno — tra case dotate di pannelli solari e antenne pare fatto apposta per diffondere l’impressione di stare vagabondando in un asilo nido. Le abitazioni sono decorate con disegni che ricordano gli esterni di certe scuole per l’infanzia; ricoprono porte e finestre: erba (borragine, amaranto, farinello, primula, denti di leone), piante (zafferano, mandragora, asfodelio, ciclamini, corbezzolo), animali (farfalle, coleotteri, lepri, volpi, cinghiali, ghiri).

Ogni dettaglio è coloratissimo e riprodotto senza tenere conto di proporzioni o dell’effetto creato da certi accostamenti; ci si può imbattere in una formica che cavalca la groppa di un castoro e in una rana che spicca un balzo dal petalo di una margherita. Se l’idea è stata quella di realizzare un nuovo, primigenio Paradiso Terrestre, il risultato fa pensare a un ecosistema sviluppatosi a seguito di una catastrofe nucleare.
Allontanandomi dalla spiegazione di Apatùra Acetosa, e puntando lo sguardo altrove — rispetto alle sue indicazioni —, finisco per compiere un’esperienza.
Breve, d’accordo, ma sorprendente.

Mi rivolgo al versante opposto. Il suono delle parole, assieme allo sciabordio della fontana, li sento ancora, ma sono più sfumati.
Il fogliame sopra la testa mi opprime. Cerco un’apertura. Il contorno frastagliato dei rami adesso ritaglia una porzione di cielo blu cobalto. Sulla punta del rilievo intravedo una figura. Ha le spalle larghe e dritte. Nella mano sinistra regge un bastone. Chi è? Faccio per girargli attorno, spostandomi lateralmente. Per fortuna l’attimo di spavento svanisce subito. È il dio Horus. Chiamato: Colui che è al di sopra, il Superiore. Calza la corona faraonica e impugna l’hedj, la mazza cerimoniale. Dopo le piattaforme sumere e i templi giapponesi, mi mancava l’Egitto.

I creatori di questo posto hanno pensato di collocarne una statua, alta quanto un giocatore di pallacanestro, all’estremità di un altro tempio. Solamente il caso ha voluto che io lo notassi in anticipo. È un’apparizione inaspettata. Il primo indizio di una soluzione che ancora faccio fatica a trovare. O a leggere.

5.

Passiamo in mezzo a una dozzina di manufatti artistici damanhuriani.

Colonne e totem, soprattutto, e teste di terracotta. Le teste hanno occhi, orecchie, nasi e bocche, ma ricordano poco la forma tipica di un cranio: le orecchie sono a punta, i nasi hanno froge enormi, gli occhi sono strabuzzati, le bocche distorte. Più che urlare, sembrano bloccate all’apice di un intenso stupore. Mi ricordano le espressioni di gargoyle minacciosi. In piena luce, però, scommetto mi ricorderebbero un esercito di orchi in un romanzo fantasy per ragazzini.

L’oscurità è diventata un problema.

Ogni volta che Apatùra Acetosa dice: «Come potete vedere…» qualcuno del gruppo si lamenta.

Dopo un blocco di abitazioni («Per ragazzi,» come pare confermare un canestro per il basket), raggiungiamo una radura circolare delimitata da un nastro stretto attorno a dei paletti.

«In questa spianata… ecco, allargatevi bene, così… riuscite a vedere… ci sta il campo dove cresce il tarassaco. Il tarassaco è il nostro simbolo, qui a Damanhur. Oberto “Falco” Airaudi, il fondatore, lo abbiamo chiamato Tarassaco, quando è scomparso, in onore di questa pianta. È una pianta che cresce libera. Secondo alcuni è una pianta infestante. Noi preferiamo tenerla qui perché è molto scenografica, durante i nostri riti. Che sono quattro. Anzi, no: cinque. Scusate. Sì, cinque. I solstizi, gli equinozi… e la festa dei morti, il 2 novembre. Quando c’è un po’ di vento che li fa muovere, come questa sera, sono molto suggestivi da guardare…»

«Io però non vedo niente,» fa notare qualcuno.
«Eh, lo so, lo so. Purtroppo… Ma vediamo, se riesco a…»

Apatùra Acetosa prende il cellulare — il rettangolo dello schermo brilla violentissimo — e chiama. La sento che dice: «Sì, ciao. Sono Apatùra. Col gruppo delle nove e mezza. Sì. No, all’esterno. Non si vede nulla! Non potete far funzionare i lampioni?» (Ci sono dei lampioni, in effetti.) «Me lo stanno chiedendo in tanti. Beh, manda qualcuno! No, scusa. Ho detto: non puoi mandare qualcuno?» Mentre la telefonata si conclude (con un nulla di fatto; vedremo altri lampioni, più avanti, sempre spenti), il gruppo si sfalda.

Ma giusto un poco.

È merito del buio se non ci disperdiamo.

È merito del buio se vedo quello che vedo.

Nello spazio tra le abitazioni è spuntato un fuoristrada. Non faccio in tempo a chiedermi da dove sia spuntato, che la portiera di sinistra si spalanca. Scende un uomo. Probabilmente è uno della Fondazione. Resta immobile per un attimo, poi s’infila all’interno di una delle palazzine.

Sono questi i momenti della visita che preferisco; quelli in cui un qualsiasi damanhuriano richiamato da chissà quale urgenza (il cellulare dimenticato da qualche parte; la cena consumata a casa di un amico), intravisto a malapena — giusto il tempo per decifrare un punto esclamativo tratteggiato al contrario — mi regala l’impressione di aver osservato per la prima volta nella mia vita un fantasma.

L’ultimo punto che visitiamo — prima del Tempio Aperto, che però merita un discorso a parte — mi svela quello che proprio non va in questa visita: un sentiero di terra battuta, così angusto che siamo costretti a metterci uno dietro all’altro, e Apatùra Acetosa che, all’improvviso, ci suggerisce di fermarci e, ancora una volta, di guardare.

A parte l’intensificarsi dell’oscurità, tra gli spazi pieni e vuoti di un fitto canneto pare di stare fissando il nulla. Ma succede solo perché non è davanti a me che devo guardare. Ma più in basso.

«Questo è uno dei nostri circuiti. Riuscite a vedere i sassi che stanno a terra? Sono stati sistemati così apposta. Formano dei percorsi. Noi li chiamiamo circuiti.» Mi pare, in effetti, di intravedere qualcosa. Se devo credere alle parole di Apatùra, sto guardando dei sassi: rossi, gialli, blu, verdi. «Ne abbiamo di tantissimi tipi, qui a Damanhur. Sono aperti al pubblico. Basta prendere un appuntamento. Si viene qui, li si comincia. Cosa importante, bisogna fare molta attenzione a non attraversare le righe, passando da un circuito all’altro. L’effetto benefico sparirebbe. Una volta cominciato bisogna procedere decisi fino alla fine. E poi si torna indietro. Guariti.»

L'articolo Pronto soccorso per speleologi narrativi. Un reportage da Damanhur, il tempio sotterraneo più grande del mondo proviene da Minima et Moralia.

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Lw’nafh ng yar, ovvero: tutto quello che avreste sempre voluto sapere su H.P. Lovecraft https://minimaetmoralia.it/letteratura/lwnafh-ng-yar-ovvero-quello-avreste-sempre-voluto-sapere-h-p-lovecraft/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lwnafh-ng-yar-ovvero-quello-avreste-sempre-voluto-sapere-h-p-lovecraft/#comments Sat, 12 Oct 2019 12:31:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41346 di Francesco Gallo

La Providence Press è una casa editrice indipendente specializzata nella pubblicazione di testi, soprattutto racconti, appartenenti al genere fantastico e “dimenticati”: importanti, ma poco noti al grande pubblico.

Ecco quindi i lavori di William Chambers Morrow, o di Barry Pain e Bessie Kyffin-Taylor. Ed ecco le storie di Steve Costigan e Buckner J. Grimes — due dei personaggi meno noti di Robert E. Howard, l’inventore di Conan il barbaro.
Omaggiando già nel nome il creatore dei Miti di Cthulhu, la Providence Press ha quindi deciso — e, personalmente, non la ringrazierò mai abbastanza per il coraggio — di colmare un vuoto editoriale italiano secondo me enorme pubblicando la monumentale biografia Io sono providence: la vita e i tempi di H.P. Lovecraft di S. T. Joshi, il più grande esperto mondiale dello scrittore.

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HP-Lovecraft

di Francesco Gallo

La Providence Press è una casa editrice indipendente specializzata nella pubblicazione di testi, soprattutto racconti, appartenenti al genere fantastico e “dimenticati”: importanti, ma poco noti al grande pubblico.

Ecco quindi i lavori di William Chambers Morrow, o di Barry Pain e Bessie Kyffin-Taylor. Ed ecco le storie di Steve Costigan e Buckner J. Grimes — due dei personaggi meno noti di Robert E. Howard, l’inventore di Conan il barbaro.
Omaggiando già nel nome il creatore dei Miti di Cthulhu, la Providence Press ha quindi deciso — e, personalmente, non la ringrazierò mai abbastanza per il coraggio — di colmare un vuoto editoriale italiano secondo me enorme pubblicando la monumentale biografia Io sono providence: la vita e i tempi di H.P. Lovecraft di S. T. Joshi, il più grande esperto mondiale dello scrittore.

Suddivisa in tre volumi — ma già la prima edizione inglese, edita dalla Hippocampus Press (2010), ne prevedeva due —, oltre a rappresentare un testo estremamente erudito, nonché immancabile per ogni appassionato, costituisce un’utilissima bussola per orientarsi in uno degli universi narrativi più vasti che siano mai stati creati. E se prima pensavamo di sapere tutto, ma proprio tutto a proposito di HPL, adesso veniamo a sapere, tra le altre cose: che da piccolo è stato un appassionato cinefilo, che assieme a certi suoi amici suonava lo zobo (uno strumento musicale a fiato), e che a segnare la sua carriera di scrittore di narrativa è stato quasi sicuramente l’incontro con W. Paul Cook, figura di primo piano nell’ambiente del giornalismo amatoriale.

Dettagli, potrebbe rispondere qualcuno.
Dettagli. Già. Ma cosa sarebbero le storie senza i dettagli?
Per orientarmi in questo (già) vastissimo primo capitolo, ho fatto due chiacchiere con il fondatore della casa editrice, Gianfranco Calvitti.

***

D. Cominciamo dal razzismo. Lovecraft – su questo non credo possano esserci dubbi – è stato un razzista. Celebre il suo componimento: On the Creation of Niggers (1912), dove, a un certo punto, la voce narrante dice: “When, long ago, the gods created Earth / […] A beast they wrought, in semi-human figure / Filled it with vice, and called the thing a Nigger.” Tuttavia, nel razzismo di HPL ci sono state eccezioni. O se vogliamo delle incoerenze.HPL sposerà una donna, Sonia Greene, di origine ucraino-ebraica, e sarà per lungo tempo amico di Samuel Loveman, poeta di origine ebraica. Tutto ciò Joshi non lo ha mai negato. Neppure ha cercato di edulcorarlo.
Piuttosto, dov’è andato a rintracciare l’origine di questo razzismo?
E che idea se n’è fatto?

R. Joshi affronta la questione del razzismo in Lovecraft fin dai primi capitoli della sua monumentale biografia, e non solo non lo edulcora in nessuna maniera ma anzi lo approfondisce in più punti dell’opera, contestualizzandolo e andando a rintracciarne i riferimenti precisi nella cultura e nel pensiero dell’epoca.

Tu citi giustamente la nota poesia On the Creation of Niggers, del 1912, ma bisogna ricordare che il primo documento esplicitamente razzista dello scrittore di Providence è una precedente poesia, De Triumpho Naturæ: The Triumph of Nature over Northern Ignorance, del luglio 1905, l’unico sopravvissuto dei suoi componimenti poetici tra Poemata Minora e le diverse poesie scritte proprio nel 1912.

Come già si intuisce dal titolo, la poesia è una critica della Guerra civile provocata dalla “ignoranza nordista” che, contro le leggi di natura e “la volontà di Dio” — in cui, per inciso, al momento del componimento di questa poesia Lovecraft aveva già cessato definitivamente di credere da tempo— ha voluto l’emancipazione dei neri, senza rendersi conto che così facendo ne provocherà proprio l’estinzione.Questa singolare teoria Lovecraft la mutua da The Color Line: A Brief in Behalf of the Unborn (1905), libro di William B. Smith — a cui la poesia è dedicata —, professore universitario di matematica e soprattutto sostenitore dell’inferiorità biologica (e non culturale) dei neri, una convinzione che Joshi ci ricorda fu propria dello stesso Lovecraft per tutta la vita, e senza ripensamenti.Se è inevitabile che il razzismo sia una delle componenti della complessa figura di Lovecraft uomo e scrittore che più facilmente smuovono l’emotività dei suoi lettori, è altrettanto vero che esso prese molte forme differenti nel corso della sua vita.Joshi non edulcora e non censura nulla di questo, e ne affronta tutti gli aspetti con equilibrio e accuratezza critica collocando l’atteggiamento e il pensiero dello scrittore nel contesto culturale e intellettuale del suo tempo, e della sua famiglia — significativamente, le lettere in cui dà sfogo più violentemente ai propri pregiudizi razziali sono quelle scambiate con la zia Lillian, negli anni ’20.

Sicuramente i pregiudizi razziali dello scrittore — verso i neri e gli stranieri in generale — avevano radici antiche, e la loro origine si può facilmente rintracciare sia all’interno della famiglia che nell’ambiente benestante e chiuso in cui crebbe, e che erano ampiamente diffuse nel “suo” New England (per ragioni soprattutto economiche e sociali).Al contempo Joshi sottolinea come la formazione intellettuale e culturale del giovane Lovecraft, che tra le diverse forme attraverso cui diede voce al suo profondo amore per la storia vi furono appassionate ricerche sulle origini della propria famiglia — legandole indissolubilmente al suo amore per il Rhode Island e il New England —, passò anche attraverso la frequentazione di tutta una letteratura contemporanea che esaltava il tempo passato e i suoi “valori”, a cominciare da molta letteratura apertamente razzista che nobilitava il Vecchio Sud prima della Guerra civile.

Sicuramente Lovecraft è stato razzista, ma il suo razzismo deve essere contestualizzato all’epoca e a un contesto sociale e culturale in cui soprattutto tra i bianchi il razzismo era ancora ampiamente diffuso, e comunque percepito in maniera molto difforme da come lo intendiamo oggi.Non si deve comunque prendere il razzismo di Lovecraft come vincolante, a cominciare dalla vita privata, dove è sempre stato capace di nutrire rapporti civili o di amicizia o sentimentali in base alle proprie simpatie a prescindere da queste criticabili idee.

Il New England.Il New England che, tra le tante cose, significa: Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson. Significa Edgar Allan Poe e Nathaniel Hawthorne. Significa Louisa May Alcott. Significa Sylvia Plath. Significa Jack Kerouac, Annie Proulx, John Cheever, John Irving. Significa Stephen King. Alcuni tra i più importanti e celebri filosofi, poeti e scrittori d’America sono nati qui, in questa regione che mette assieme ben sei Stati – Connecticut, Maine, Massachusetts, Rhode Island, Vermont – e si estende per un totale di 186.458 km2.(Poco più di metà dell’Italia.) Non ti nascondo che oggi, leggendo alcuni dei racconti di HPL, i passaggi che preferisco sono quelli in cui l’interesse per la storia, la geografia e il folklore del territorio procede di pari passo con il suo periodare meticoloso, indolente e lussureggiante.A proposito di Cape Cod (un’esile penisola che si ripiega a mo’ di uncino sull’Oceano Atlantico), Thoreau ha scritto: “Un uomo può starsene lì e gettarsi tutta l’America dietro le spalle”.

In un certo senso, HPL ha fatto la stessa cosa: ha dato le spalle all’America, ma soltanto per scrutarne meglio le profondità, là dove il passato imbibisce le proprie radici nel sangue. (Mi viene in mente il racconto Pickman’s Model (1926), nel quale il narratore scopre che i soggetti mostruosi ritratti dall’artista Richard Upton Pickman esistono e vivono in una rete di gallerie nella città di Boston.)

Come nasce e si sviluppa il rapporto di HPL con il New England?

Il New England significa per Lovecraft, in prima battuta, la solidità — e il senso di sicurezza che ne può derivare — di una tradizione, tanto storica quanto familiare, di cui rivendicò per tutta la vita con orgoglio l’appartenenza. Se il Lovecraft “genealogista”, come scoprirà il lettore, era soprattutto preoccupato (con relativo successo, in verità) di rintracciare le origini della sua famiglia in una vagheggiata “pura, piccola nobiltà inglese” trapiantata in America, egli era altrettanto consapevole e fiero nel ricordare che i suoi antenati — in particolare da parte materna — si erano stabiliti nel New England, e proprio nel Rhode Island fin dalla sua colonizzazione, e lì con lui ancora dimoravano.Questo legame è da ricercare anche in quella che è stata la formazione personale di Lovecraft. Cresciuto leggendo i libri della biblioteca del nonno, tuffandosi prima nel mondo greco-romano e poi in quello del Diciottesimo secolo, Lovecraft ha iniziato a maturare un amore profondo per il passato in tutte le sue forme, che lo avrebbe accompagnato nel corso della vita. E il New England rappresentava sia il passato “classico” degli Stati Uniti, sia il cordone ombelicale con quella che egli riteneva la sua vera madrepatria, l’Inghilterra.

Ad attrarmi maggiormente della figura di HPL credo sia stata una sua peculiare ostinazione a percepirsi — e, di certo: a farsi percepire — come un essere umano proveniente da un altro tempo. Il suo amore per il mondo classico l’ha portato a preferire nella scrittura l’uso di termini di origine greca oppure latina rispetto all’inglese colloquiale: per The Tomb (1917) scelse “tomb”, appunto, al posto di “grave”. Ed è anche questo che l’ha portato a firmare alcune delle sue lettere con una serie di buffi pseudonimi. Se a tutto ciò aggiungiamo la passione per la letteratura fantastica, nutrita fin da piccolo, l’interesse per le scienze nonché un’oggettiva difficoltà a integrarsi tra i suoi coetanei, il ritratto che mi pare venga fuori è quello di un… nerd! Ma di un nerd come lo si poteva intendere negli anni ’80. O prima ancora. E penso al Peter Parker delle storie firmate da Stan Lee e Steve Dikto. Molto, molto distante, comunque, dallo stereotipo rappresentato da Leonard Hofstadter in The Big Bang Theory… Leggere HPL significava, e significa ancora, per me: essere HPL. Legittimare quella parte di me che più si appassionava ai fumetti dell’orrore, ai videogame, ai giochi da tavola… a tutta quella roba, insomma, che, simile a un’ingombrante zavorra, negli anni della mia prima infanzia e adolescenza mi ha impedito di fare amicizia con la maggior parte dei miei coetanei.
In che modo Joshi racconta la formazione intellettuale di HPL?

È stata veramente una formazione atipica, la sua, oppure è più corretto dire che ogni formazione (intellettuale e non) è atipica a modo suo?

Questa domanda mi dà modo, innanzi tutto, di smentire la questione del “Solitario di Providence”. Lovecraft non fu mai un recluso, come viene praticamente sempre definito, se non per un breve periodo della sua vita (1908-1913), conseguente all’abbandono della scuola, e del quale si sa molto poco. In quei cinque anni evitò la compagnia altrui (anche se non totalmente), rimanendo chiuso in casa o dedicandosi presumibilmente ad attività solitarie, come andare a teatro o al cinema (Lovecraft vide molti film e nella biografia potrete leggere il curioso episodio della sua brevissima “carriera” di critico cinematografico). Lovecraft si potrebbe in parte definire un bambino prodigio. Un genio che già in tenera età da autodidatta leggeva il latino, per esempio, o si formò sull’inglese del Diciottesimo secolo.

Di certo la formazione fu particolare, perché non tutti a quell’età avevano a disposizione la ricca biblioteca di nonno Whipple. Ma era anche una questione di disposizione mentale.Per esempio, quando giocava da solo in casa, Lovecraft costruiva scenari che utilizzava per raccontare le “sue” storie, rappresentazioni “animate” se vogliamo anche di quanto leggeva sui libri, e anche questo incise sulla sua formazione futura di narratore. Ma non fu poi così atipica per altri versi. Da ragazzino, Lovecraft aveva i suoi compagni di giochi con i quali scorrazzava in bicicletta (cosa che fa pensare al film I Goonies (1985), giocava insieme a loro facendo l’investigatore della Providence Detective Agency (che dirigeva portando con sé una pistola vera), si esibiva come percussionista e suonatore di zobo nella banda musicale dei “monelli” dei dintorni. Quindi una infanzia molto normale, sebbene, parallelamente, continuasse a dedicarsi ai suoi esperimenti chimici (rischiò anche di perdere un dito) o alle osservazioni astronomiche.

HPL deve ancora compiere dieci anni quando si appassiona a discipline come la chimica e l’astronomia.(Tra l’altro, è una sua lettera pubblicata nel 1906 sullo Scientific American a suggerire la presenza di Plutone; pianeta scoperto nel 1930 da Clyde Tombaugh.)Il suo atteggiamento adulto e consapevole nei confronti della scienza si riflette a mo’ di tematica nella maggior parte delle sue storie: esemplare, in questo senso, l’incipit di The Call of Cthulhu (1928). “The most merciful thing in the world, I think, is the inability of the human mind to correlate all its contents.” Molti personaggi di HPL, incapaci di mettere assieme i “contenuti del mondo”, finiscono per smarrire il lume della ragione. Altri, invece, decidono di soccombere dinanzi alle mostruosità indescrivibili che essi stessi hanno contribuito a evocare.(Tanto per dirne una: Herbert West, protagonista del racconto eponimo, giunto alla fine della sua parabola “alla Frankenstein” accetta di farsi divorare da un esercito di non morti.) Controparte di tanta lucidità: la follia; un gorgo limaccioso e oscuro in fondo al quale sprofondano alcune delle persone più importanti e vicine a HPL.A cominciare da suo padre, Winfield Scott Lovecraft.

Per Joshi, quanto peso ha avuto questa tragedia nella sua vita?

Lovecraft era talmente piccolo quando suo padre si ammalò — di quella che quasi sicuramente oggi possiamo identificare come sifilide — che non è facile individuare con precisione quali siano state le possibili conseguenze di questo tragico evento nella sua produzione. Anche se ciò non toglie che il piccolo Lovecraft fosse ben consapevole che stesse accadendo qualcosa di grave, e forse questa tragedia innescò quelli che sarebbero stati alcuni dei tormenti del futuro scrittore: i “quasi-esaurimenti” che lo colsero più volte nel corso della sua giovinezza. Forse il reale effetto fu anche quello di innescare attaccamenti verso altre figure famigliari, in particolar modo suo nonno paterno Whipple e suo zio Franklin Chase Clark, il medico che aveva sposato Lillian, la zia di Lovecraft. La scomparsa del nonno paterno poco dopo non solo privò il giovane Lovecraft di significative figure maschili di riferimento ma contribuì anche al dissesto finanziario della famiglia, altro aspetto che influì sull’evoluzione della vita e della scrittura di Lovecraft. Anche una madre ossessiva e paranoica influì ulteriormente sulla propria visione del mondo. Infine, la presa di coscienza di Lovecraft dei propri limiti nel padroneggiare la scienza matematica, che gli avrebbero sempre impedito reali sviluppi accademici nell’astronomia, deve essere stato il reale colpo fatale alla sua autostima (già minata dalla madre sul lato estetico): i folli di Lovecraft, non a caso, scivolano nella follia proprio quando entrano in contatto con mondi le cui regole sfuggono totalmente alle loro capacità di comprensione.

Nell’introduzione a un pregevole libretto dal titolo L’età adulta è l’inferno (2018) – dedicato alla corrispondenza tra HPL e sua moglie, Sonia Greene –, tra le prime cose che lo scrittore Marco Peano chiarisce c’è il fatto che HPL impiegò molte delle sue energie (creative e non) nel portare avanti un vastissimo epistolario, a furia di missive lunghe anche una settantina di pagine; 118.000 lettere, dicono i bene informati – tra cui il suo primo biografo, lo scrittore Lyon Sprague de Camp. Non solo. Ad accrescere il numero dei contatti – nomi e cognomi che raramente si sono trasformati in persone in carne e ossa cui HPL ha potuto stringere la mano –giunse anche l’attività di revisore di manoscritti altrui. Per impellenti ragioni economiche. Ma questo è risaputo. Così come è risaputo che le tante difficoltà affrontate per sbarcare il lunario abbiano ridotto drasticamente la portata creativa di HPL: mi capita ancora oggi di pensare che 118.000 lettere di HPL sarebbero potute essere, in un mondo ideale, 118.000 racconti. Contratto prestissimo il virus della grafomania, tra il 1906 e il 1908 HPL scrive sul Providence Morning Tribune e sul Providence Evening Tribune, mentre nel 1912, all’età di ventidue anni, inizia a collaborare con un’associazione di scrittori dilettanti, la United Amateur Press Association (UAPA).

In articoli vari e biografie, il mondo del giornalismo dilettantesco – la UAPA, in effetti, è stata fondata da un gruppo di adolescenti – è sempre stato un aspetto poco trattato, ma che ho sempre trovato interessantissimo.
Joshi come lo racconta?

Joshi analizza molto compiutamente la storia di Lovecraft nel suo avvicinarsi al giornalismo amatoriale. Anzi, fu proprio questa attività che fece uscire Lovecraft dal suo isolamento del periodo 1908-1913. Nel 1913 il nostro HPL diede inconsapevolmente vita a una schermaglia sulla rima e sulla poetica sulle pagine di Argosy, che si sarebbe trascinata per alcuni mesi. Fu questo che lo porterà a entrare in contatto con figure che lo faranno unire ai ranghi al giornalismo amatoriale, nel cui bacino intreccerà alcune delle sue più significative amicizie anche epistolari. Tra queste è stata probabilmente decisiva quella con W. Paul Cook che, dopo quasi un decennio, spronò nuovamente Lovecraft a dedicarsi alla scrittura di racconti (a questo periodo si deve Dagon, per esempio).

Non solo, grazie alla sua erudizione, la sua vis polemica e le sue capacità narrative, Lovecraft sarebbe presto diventato una figura di spicco del mondo del giornalismo amatoriale — anzi, un vero e proprio “gigante” di quell’ambiente. Tutte le sue attività nel campo vengono documentate da Joshi in maniera assolutamente esauriente, soprattutto perché ci fanno vedere come, un passo alla volta, Lovecraft emerga sia come figura intellettualmente superiore, sia in maniera pratica, perché furono queste attività a farlo uscire dal suo guscio per incontrare (a Providence, come pure in altri luoghi) i suoi “colleghi” del mondo del dilettantismo. Inoltre, come racconta Joshi, sin da piccolo Lovecraft era solito stamparsi da sé i suoi primi lavori (poesie, “saggi” scientifici, ecc.) che poi vendeva a familiari e conoscenti inventandosi anche dei marchi editoriali. Era, insomma, anche un piccolo “tipografo” e praticamente aveva già sperimentato sulle proprie spalle (senza ovviamente conoscerlo) quello che era il piccolo mondo del giornalismo amatoriale diffuso nel paese.

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Nel 1908, a seguito di un giudizio negativo da parte di sua madre (che per il figlio desiderava un avvenire da poeta), HPL brucia la maggior parte dei suoi lavori in prosa. Inspiegabilmente, dal fuoco appiccato se ne salvano cinque. Saranno fondamentali.Poesie ne aveva scritte — il suo primo tentativo, ispirato all’Odissea di Omero, risale al 1897 – e continua a scriverne. Di duecento componimenti, soltanto trentotto (contando anche quelli postumi) vedranno la luce su carta stampata. Gli unici celebri: i trentasei sonetti dei Fungi from Yuggoth, ispirati a una serie di esperienze oniriche.Quando HPL inizia a spedire i suoi racconti ai pulp magazine, le cose non migliorano. La maggior parte dei suoi lavori viene rifiutata. Le storie che non vengono rifiutate vengono drasticamente editate. Le modifiche riguardano quasi sempre il lessico che viene giudicato troppo ostico. HPL ripristinava di suo pugno, sulle copie delle riviste in suo possesso, le versioni originali. La bocciatura di alcune delle sue opere più ambiziose,come ad esempio At the Mountains of Madness, costituiranno per lui delle cocenti delusioni.

Prima di arrivare a questo, però: nella fase della sua vita presa in esame da questa prima parte della biografia, che cos’è per HPL la scrittura?

A parte qualche racconto giovanile — modellato per lo più sullo schema e lo stile dei dime-novel ottocenteschi —, il Lovecraft di questo primo scorcio è soprattutto poeta e saggista in erba. Lovecraft era consapevole di essere un poeta scadente. Lui stesso si definisce, alla fine, un “meccanico metrico” (che è anche il titolo di uno dei capitoli di questo volume), cioè qualcuno in grado di applicare perfettamente la costruzione formalmente impeccabile dei versi, modellandone la struttura e la rima, ma sapeva di essere carente di un vero afflato poetico.Le altre passioni come la chimica, l’astronomia, le esplorazioni antartiche lo portarono invece a scrivere articoli e piccoli saggi su questi argomenti. Poi, con l’ingresso nel mondo del giornalismo amatoriale, questi scritti cominciarono ad avere altri temi: la politica, l’interventismo nella Prima Guerra Mondiale al fianco dell’Inghilterra, i metodi per diffondere l’“amateurdom” e di elevarlo letterariamente, e così via.

Forse tutto questo costituiva per lui una via di fuga e un rifugio rispetto a una società contemporanea in cui non era abile nel collocarsi. Preso atto del proprio fallimento nella scienza, proprio la narrativa ha costituito per lui il più grande sentiero per tentare di coronare quella che Joshi stesso, attraverso le parole di Lovecraft, sottolinea come una sua grande “ambizione”: quella di mostrarsi all’altezza di grandi maestri come Poe. In una lettera del 1915, Lovecraft testimonia di non essere in grado di scrivere narrativa. Avrebbe ripreso più avanti e, forse, fu l’aver scoperto Dunsany e averlo sentito così affine a se stesso a fornire a Lovecraft la spinta decisiva a impegnarsi come scrittore di narrativa.

Una cosa che mi ha sempre colpito dei racconti di HPL è la pressoché totale assenza di fantasmi. Intendo proprio gli spettri, quelli che appaiono nelle storie dell’orrore più classiche. Ciononostante, Lovecraft ne è considerato un maestro. Secondo alcuni critici questo è da attribuire alla concezione di un mondo – da parte di HPL –, travolto da un’ondata di progresso scientifico, dentro al quale tutto ciò che esiste e che si manifesta molto semplicemente “è”. Per questo, forse, la maggior parte delle entità mostruose create da HPL non hanno origini paranormali, bensì cosmiche. Nonostante questo restare ancorato alla realtà, per HPL scrivere del mondo onirico, ovvero: di questa misteriosa, impalpabile dimensione esistenziale, è sempre stato indispensabile.

Quand’è che Joshi fa iniziare questo rapporto di HPL con i sogni? E quali differenze porta alla luce tra i sogni raccontati nelle lettere e i sogni usati come ispirazione per i racconti da scrivere?

Il rapporto tra mondo onirico — inteso sia come dimensione esistenziale che come esperienza reale — e costruzione letteraria di un “orrore cosmico”, attraverso la creazione di entità mostruose soverchianti il tempo e lo spazio dell’uomo, è in Lovecraft più precoce di quanto non si pensi.

Il 26 gennaio 1896 un grave lutto colpì la famiglia Phillips Lovecraft, la morte della nonna materna Robie Alzada Place Phillips. Se da un lato Lovecraft non sembra essere stato molto legato a questa figura familiare in particolare, diversamente che al nonno materno, Whipple van Buren Phillips — che tanta e costruttiva parte ebbe invece nell’educazione e nella formazione dello scrittore nei primi dieci anni di vita, prendendo il più egregiamente possibile il posto del padre Winfield —, dall’altro la morte della nonna gettò la casa in una tristezza da cui non si riebbe mai completamente (sono parole dello stesso Lovecraft).

Questo lutto, in sé comune a ogni famiglia, avrebbe forse avuto un effetto meno decisivo su un bambino dalla partecipazione emotiva agli eventi e all’ambiente circostante meno acuta e profonda di Lovecraft, che di lì a poco — come ricorderà anni dopo in una famosa lettera a Rheinhart Kleiner (16 novembre 1916) — sarebbe stato visitato nei suoi sogni da cose ripugnanti e terrorizzanti, che prese a chiamare “Magri Notturni”, una parola da lui composta per cercare di dare un nome a questi esseri mostruosi che angosciarono a lungo le sue notti di bambino.

Per Joshi inizia letteralmente qui la carriera di Lovecraft come uno dei più grandi “sognatori di incubi” della storia della letteratura, e anche se sarebbero effettivamente passati ancora molti anni prima che lo scrittore impiegasse i Magri Notturni nei suoi lavori, tuttavia per lo studioso americano è evidente che i semi concettuali della costruzione di un orrore letterario ad un tempo grandioso e assolutamente originale si ritrovano già in questi, precoci e a loro modo “preziosi” incubi.In particolare, vi ritroviamo alcuni aspetti poi caratteristici dei suoi lavori più maturi: uno scenario grandiosamente cosmico; la peculiare “alterità” e bizzarria delle sue entità maligne, appunto tanto diverse dalle entità più tradizionali della letteratura dell’orrore, a cominciare dai fantasmi; e infine il senso di infinita impotenza dei protagonisti dei suoi racconti, in balia completa di forze (realtà) cosmiche non solo “altre” ma anche “oltre” la condizione e le forze dell’uomo.

Le più importanti opere di letteratura fantastica che vedono la luce tra il 1890 e il 1920 – l’arco di tempo preso in esame da questo primo volume della biografia di Joshi – sono: The Time Machine (1895), The Island of Dr. Moreau (1896) e The War of the Worlds (1897) di H. G. Wells; Dracula (1897) di Bram Stoker e The Turn of the Screw (1898) di Henry James. Il XX secolo, poi, si apre con The Wonderful Wizard of Oz (1900) di Lyman Frank Baum, Peter Pan in Kensington Gardens (1906) di James Matthew Barrie, e nell’anno della morte di HPL, The Hobbit (1937) di J.R.R. Tolkien.

Arthur Machen, Algernon Blackwood e Lord Dunsany, i maggiori scrittori di genere fantastico al momento della nascita di HPL, gli sopravvivono. HPL era essenzialmente ignoto ai contemporanei, ma Lord Dunsany ha avuto un’influenza capitale – soprattutto, per The Gods of Pegāna (1905), l’opera di Lord Dunsany che quasi sicuramente ha ispirato a HPL la creazione di un pantheon di creature il più originale possibile.

A tutto questo, cosa aggiunge Joshi?

Questa lista sintetizza perfettamente il panorama letterario in cui si sviluppa la vita di Lovecraft. Del resto, Joshi stesso parte proprio dalle dirette parole di Lovecraft — rintracciate dalle più svariate fonti in modo certosino — per svolgere la “narrazione” della vita e dei tempi dello scrittore. Sicuramente uno dei primi a influenzare Lovecraft fu Edgar Allan Poe (anzi, si può dire che fu il principale ispiratore). È troppo lungo spiegare qui cosa colpì tanto il giovane Lovecraft, ma senza il visionario di Boston forse non ci sarebbe stato un HPL così come noi lo conosciamo. Ma le suggestioni furono molteplici: Il Vecchio Marinaio di Coleridge, le Mille e Una Notte, gli autori del Diciottesimo secolo. Andando più avanti nel tempo, Joshi ci fa scoprire quanto Lovecraft adorasse Sherlock Holmes, ma anche che apprezzava Edgar Rice Burroughs (anche se poi lo avrebbe rinnegato) e Zane Grey (il leggendario autore western). Una cosa che andrebbe rimarcata è che Lovecraft era un avido lettore della letteratura popolare dell’epoca — le riviste pre-pulp, se vogliamo usare un termine sintetico anche se forse non correttissimo, e i dime-novel quando era giovanissimo — e, in qualche modo, anch’esse influirono sulla narrativa dello scrittore. Aggiungerei una piccola postilla. Le Montagne della Follia non nascono “casualmente”. Lovecraft provava un forte interesse per le esplorazioni antartiche e aveva letto tutta le letteratura disponibile sull’argomento.

Mi viene in mente un fatto accaduto un po’ di tempo fa.Nel 2012 la Disney portò nei cinema di mezzo pianeta un film, John Carter, che si ispirava al romanzo Under the Moons of Mars (1917) di Edgar Rice Burroughs – creatore, tra l’altro, del personaggio di Tarzan. Il film, che tutto sommato a me non dispiacque, si rivelò uno dei più grandi fallimenti economicinella storia del cinema. Perché e per come, adesso, ho difficoltà a ricostruirlo. Ricordo, però, che molte delle critiche muovevano intorno al fatto che la storia e il suo protagonista sembravano troppo… derivativi! Invece era vero il contrario: erano stati gli altri a copiare le idee e le intuizioni di Burroughs.

Augurandoci, ovviamente, che alle vostre scelte editoriali non accada nulla di tutto ciò: in un momento in cui grandi case editrici pubblicano volumi che raccolgono intere saghe fantasy o fantascientifiche, la vostra volontà di lavorare su pochi testi scelti che risposta sta dando? E che reazioni riceve dai lettori?

Le risposte che riceviamo dai nostri lettori sono per lo più positive. Il problema (non solo nostro, ovviamente) è che i lettori sono pochi. Con la decisione di non voler essere distribuiti in libreria, sicuramente non raggiungiamo il lettore casuale e al momento il nostro bacino di aficionados raggiunge al massimo un centinaio di unità. Inutile dire che sono troppo pochi per pensare di proseguire con una certa tranquillità. Providence Press nasce con un budget che ipotizzava (e anche sperava in) un nucleo più folto. Questo significa semplicemente che, terminato il budget, il ciclo si chiuderà, com’è nella natura delle cose. Ma fino al 2022 andremo avanti certamente, per portare avanti i progetti in corso e qualcosa di nuovo. Nell’immediato futuro, tutto questo si traduce in una diluizione e un rallentamento delle uscite, nonché il tentativo di esplorare nuovi mercati (a fine novembre/inizio dicembre, per esempio, faremo uscire il nostro primo libro-game: abbiamo comunque cercato di selezionare, oltre alla meccanica puramente ludica, un libro che raccontasse una storia bella e potente). Sicuramente non torneremo a essere distribuiti in libreria. I meccanismi abominevoli della distribuzione libraria italiana non fanno per noi (e questa non è la sede per spiegare o esplicitarne i motivi). Abbiamo provato strade alternative, ma non abbiamo avuto riscontro. Vedremo cosa sarà possibile fare, ma al momento la situazione resta invariata e chi è interessato ai nostri titoli potrà acquistarli solo sul nostro sito.Permettimi di chiudere ringraziando tutti coloro che hanno contribuito alla nascita dell’edizione italiana di Io Sono Providence, in primis Giuseppe Lippi senza il quale questo volume non ci sarebbe mai stato. E grazie a Giacomo Ortolani, Francesco Brandoli, Pietro Guarriello, Teodoro Farinaccio, Elena Cervi e Lara Baldini. E, last but not least, tutti i nostri lettori che si seguono e ci sostengono fin dal primo giorno.

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Il fumettista più in gamba della terra tra quotidianità e astrazione, ovvero: Chris Ware https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fumettista-piu-gamba-della-terra-quotidianita-astrazione-ovvero-chris-ware/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fumettista-piu-gamba-della-terra-quotidianita-astrazione-ovvero-chris-ware/#comments Tue, 24 Sep 2019 08:28:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41129 di Francesco Gallo

It's a Bird... It's a Plane… It’s… Sembra di annunciare l’arrivo dell’uomo d’acciaio: nel corso della sua oramai trentennale carriera si è aggiudicato ben undici Eisner Award, dieci Harvey Award e due National Cartoonist Society. Nel 2001 si è portato a casa il Guardian First Book Award. Mostre individuali sono state allestite presso la Galerie Martel di Parigi e il Museum of Contemporary Art di Chicago e ha partecipato a mostre collettive in città come New York e Oslo.

Nel 2002 alcuni suoi lavori sono stati esposti presso la Biennale del Whitney Museum of American Art. Impressionante, vero? Ma di chi sto parlando? Di un autore di fumetti oppure di un artista? Niente uomo d’acciaio, è “solo” Franklin Christenson Ware. Chris Ware, cioè.

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di Francesco Gallo

It’s a Bird… It’s a Plane… It’s… Sembra di annunciare l’arrivo dell’uomo d’acciaio: nel corso della sua oramai trentennale carriera si è aggiudicato ben undici Eisner Award, dieci Harvey Award e due National Cartoonist Society. Nel 2001 si è portato a casa il Guardian First Book Award. Mostre individuali sono state allestite presso la Galerie Martel di Parigi e il Museum of Contemporary Art di Chicago e ha partecipato a mostre collettive in città come New York e Oslo.

Nel 2002 alcuni suoi lavori sono stati esposti presso la Biennale del Whitney Museum of American Art. Impressionante, vero? Ma di chi sto parlando? Di un autore di fumetti oppure di un artista? Niente uomo d’acciaio, è “solo” Franklin Christenson Ware. Chris Ware, cioè.

Il 24 settembre la Pantheon Books ha dato alle stampe Rusty Brown, il nuovo progetto cui C.W. ha lavorato negli ultimi tre lustri della sua vita. Sette anni dopo la pubblicazione di Building Stories e ben diciotto dall’uscita di Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra, il fumetto che gli ha assicurato un successo più o meno mainstream. Di fronte a quale ineguagliabile meraviglia ci troviamo davanti questa volta?

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Rusty Brown, il protagonista eponimo, è un omino egocentrico e bramoso che vive in una piccola città del Nebraska. Per tutta la vita ha collezionato giocattoli, accumulando una quantità impressionante di action figure; quelle, in particolare, raffiguranti Kara Zor-El, cugina del più famoso Superman. Nonostante Rusty conduca un’esistenza monacale, rinchiusa tra i confini di una prolungata, interminabile infanzia — che fa pensare agli strati di plastica che preservano ma allo stesso tempo soffocano le riproduzioni della sua eroina snodabile —, di tanto in tanto va a fare visita a un suo vecchio amico, Chalky White: un tizio gentile che alla maniera di Rusty ha sempre collezionato pupazzi; i suoi preferiti però erano i G.I. Joe. Solo che Chalky a un certo punto è cambiato: ha incontrato una ragazza, si è innamorato, si è sposato, ha messo su famiglia. Come si dice: è diventato grande.

Tratteggiate le polarità opposte e complementari di questa amicizia, C.W. passa a raccontare gli innumerevoli tentativi da parte di Rusty di rubare alcuni pezzi della collezione di Chalky (mai del tutto abbandonata) e i numerosi approcci da parte di quest’ultimo di comprendere la vera natura del suo strambo amico, Rusty Brown.

In questa sua nuova opera, i temi cari a C.W. rispondono tutti all’appello: gli splendori dorati della giovinezza adombrati dall’incombere dell’età adulta; il computo infinitesimale delle ragioni che sanciscono la mancata relazione tra due esseri umani; il succedersi delle emozioni conflittuali che paralizzano la nostra capacità di agire. Soprattutto: lo scorrere del tempo che per quanta attenzione si metta nel fare le cose alla fine finisce per annientare tutto. Questi temi però assieme alla storia non bastano. Non bastano a rendere C.W. l’artista formidabile che è e che per nostra fortuna intende continuare a essere.

Cos’è allora che rende i suoi fumetti tanto speciali? Difficile cavarsela con una risposta sola. Se pure dessimo un’occhiata alle sue tavole, del suo talento ricaveremmo un’impressione comunque parziale. Penso a una delle prime vignette di Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra, quella in cui si vede che dal nostro pianeta, un sassolino che galleggia in un cosmo privo di senso, si innalza un solitario fumetto con la scritta: “JIMMY!”. Ed è solo una vignetta.

Potremmo passare in rassegna le copertine realizzate per il New Yorker, quelle dove C.W. affronta le questioni sociali più attuali. Mi viene in mente quella del 13 maggio 2013, in cui una coppia formata da due donne riceve una lettera d’auguri da parte dei loro figli in occasione della festa della mamma.

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Ad Art Spiegelman, premio Pulitzer per Maus, bastò pochissimo per comprendere che quella matricola dell’università di Austin, Texas, nata ad Omaha, Nebraska, il 28 dicembre del 1967, meritava almeno quattro pagine di spazio su RAW, la rivista di fumetti che aveva fondato assieme a Françoise Mouly. Quello che Spiegelman non immaginava è quello che C.W. sarebbe stato in grado di realizzare in seguito. Tanto che nel 1995 lo stesso Spiegelman ebbe a dichiarare: «da icona dell’analfabetismo [il fumetto] è passato a rappresentare uno degli ultimi baluardi dell’istruzione. Se c’è un problema con il fumetto, adesso, è che la gente non ha più nemmeno la pazienza di decifrare i fumetti […] non so se siamo l’avanguardia di una nuova cultura o gli ultimi degli artigiani.»

Ma davvero lo stile di C.W. è tanto complesso? Sì, lo è. Affrontare la lettura di una sua tavola richiede molta pazienza e molta concentrazione. Per fortuna: ripaga. Eccome se ripaga. Ma in che modo C.W. riesce a ottenere questa complessità, nonostante le scritte, gli oggetti e i personaggi che riempiono le sue storie siano sempre tratteggiati con delle nette e morbide linee nere? Frantumando l’azione dei suoi personaggi. A volte sono umani, a volte animali come piccioni, api, formiche, gatti, a volte oggetti tipo nuvole, foglie, striscioline di bacon, fiocchi di neve, opere d’architettura.

Insomma: C.W. sparpaglia l’intero creato tra il passato, il presente e il futuro in un coloratissimo puzzle di quadratini, rettangoli e cerchietti. Non è il primo autore a dimostrare in che modo il linguaggio del fumetto possa tranquillamente raggiungere la complessità del linguaggio letterario. Non è nemmeno il primo autore a giocare con il racconto del tempo in una maniera tanto consapevole. Ogni volta in cui abbiamo seguito i personaggi delle storie di Will Eisner rientrare a casa durante una giornata di pioggia, le impronte lasciate sulle assi di legno ci hanno sempre fornito il numero preciso per calcolare il loro sforzo.

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Con Here, una storiella di appena sei paginette pubblicata nel 1989 su RAW, Richard McGuire ha mostrato ciò che accade tra una vignetta e l’altra — in quello spazio misterioso dove le cose del fumetto accadono — trasformando l’angolo di un salotto in incredibile quantità di scenari.

C.W. si è appropriato delle lezioni di questi maestri e con incrollabile determinazione ha realizzato fumetti di una “frastornante intensità visiva” (la definizione è di David M. Ball e Martha B. Kuhlman, curatori del volume The Comics of Chris Ware). La sovracoperta dell’edizione USA rilegata di Jimmy Corrigan mostra nel lato interno una mappa formata da decine di vignette accompagnate da linee che guidano il lettore in un percorso che parte dal globo terrestre per poi toccare la storia degli avi di Jimmy, il grande incendio di Chicago del 1871, le traversate migratorie irlandesi e la scena di un funerale all’aperto disegnato, colorato e scritto in una dimensione talmente piccola da costringerci ad accostare la pagina alla punta del naso. Per leggere C.W. non basta sfogliare le pagine.

Le sue creazioni devono essere ruotate, inclinate, allargate, perfino capovolte. Messe assieme. E collezionate. Le prime storie appartenenti all’universo di Rusty Brown, per dire, hanno fatto la loro comparsa sul numero 15 di Acme Novelty Library, l’antologia di C.W. edita dalla Fantagraphics Books nel 1993 e proseguita come autoproduzione dal 2005. Il personaggio di Rusty è inoltre apparso sopra a una t-shirt del Comicon di San Diego del 1998, in un disegno a quattro mani, in cui Rusty vuole chiedere un favore a Dan Pussey, il disincantato autore di fumetti di supereroi creato da Daniel Clowes.

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Questa ossessione per i dettagli da parte di C.W. si lega in maniera indissolubile con l’amore per la stampa. Building Stories è una scatola che raccoglie quattordici pezzi di una storia: la vicenda di una donna senza nome che da bambina ha perso in un incidente la parte inferiore della gamba sinistra si può leggere in qualsiasi ordine. Ci sono albi con la copertina rigida, pannelli a quattro sezioni che ricordano i giochi da tavola, paginate enormi come i quotidiani di un tempo e illustrazioni che stanno su un nastro di carta che pare la pellicola di un film. Oppure un nastro di Möbius.

Abitando nell’appartamento di un palazzo a due piani, lo stories del titolo lo si può intendere sia come “le storie del palazzo”, e sia come “costruire storie”. Il termine stories può stare sia per le storie che gli esseri umani amano raccontare, sia per i differenti piani della struttura. Tutti questi “livelli” potrebbero scoraggiare il lettore, che si ritrova di fronte a un’opera talmente ragionata da correre il pericolo di apparire fredda. (C’è chi crede infatti che i disegni di C.W. siano realizzati al computer, quando in realtà sono fatti a mano, adoperando matita, squadra e gomma da cancellare.) Come ho già detto, occorre molta pazienza e molta concentrazione per apprezzarli. Solo così è possibile ricevere la giusta ricompensa.

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Come quando ho cominciato Quimby the Mouse, una raccolta di strisce e tavole pubblicate quando C.W. aveva poco più di vent’anni che raccontano le vicende di un topo depresso (omaggio dichiarato al Felix the cat di Otto Messmer e al Mickey Mouse di Walt Disney). Apro il volume (di grande formato: 30,5×38 cm) e nei risguardi — i fogli che tengono incollati i fascicoli del testo alla copertina — noto tre riquadri. Il primo dice: «QUESTO LIBRO È DI:» ma poi aggiunge: «che ha perso la nonna il:» (Dato che il libro contiene il testo “PROGETTO PER COSTRUIRE LA PROPRIA TESTA DI GATTO FUNZIONANTE” che è la storia di come C.W. tentò di costruire un piccolo giocattolo per sua nonna.) Il secondo: «Inoltre, se desideri far personalizzare il volume (e, considerando che hai acquistato l’edizione cartonata ben più costosa (e preferibile), forse sarai tra i pochi a rendere la vita dell’autore degna di essere vissuta appagando il suo narcisismo con la partecipazione a una delle sue “apparizioni in pubblico”, nonostante si dichiari contrario alle manifestazioni di arrivismo tanto plateali.)». Il terzo: «Nel caso tu sia di sesso femminile, sarà forse possibile convincere il sig. Ware a realizzare un disegnino nello spazio in calce. Quando sarà piegato sul volume, nota la sua triste capigliatura sul cuoio capelluto rosaceo e inquieto e il nervosismo con cui stringe il pennarello. Non prestare attenzione a quello che dirà.» Se non avessi approcciato il volume con lo stesso piglio di un cercatore d’oro piegato sulla rive di un fiume in cerca di pepite, una dichiarazione del genere me la sarei persa. Invece no. E così ho ricevuto la mia ricompensa: tutta, ma proprio tutta l’ossessione di un artista per le storie, innanzitutto, che batte ogni strada a sua disposizione pur di raggiungere il lettore, toccargli e riscaldargli tra le mani il cuore.

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Fingere che non ci sia il male non ha senso – intervista a Marco Magnone https://minimaetmoralia.it/altro/fingere-non-ci-sia-male-non-senso-intervista-marco-magnone/ https://minimaetmoralia.it/altro/fingere-non-ci-sia-male-non-senso-intervista-marco-magnone/#comments Thu, 05 Sep 2019 05:30:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40999 di Merende Selvagge (Domitilla Pirro e Francesco Gallo)

Intervistare uno scrittore dovrebbe essere una cosa semplice. È uno che ha a che fare con le parole per la maggior parte del suo tempo: vorrà restare a secco proprio adesso? Il punto, però, è un altro. Il punto è individuare quand’è che letteralmente comincia un’intervista. Per capirlo, abbiamo pensato bastasse gettare un’occhiata alla spia luminosa del microfono. (Roba da professionisti. Più o meno.) Accesa: lo scrittore sta parlando. Spenta: lo scrittore ha deciso di fare una pausa... E invece no. Capire quando inizia davvero un’intervista è una cosa davvero complicata. Non ci credete? Sentite qua.

Nell’estate del 2001 la Paris Review decide di fare due chiacchiere con Stephen King. Gli scrittori incaricati, Christopher Lehmann-Haupt e Nathaniel Rich, lo vanno a trovare un paio di volte: prima a Boston, in Massachusetts, dove il Re del Terrore si trasferisce per dei brevi periodi per meglio seguire le partite di baseball dei Red Sox; poi a Fort Myers, in Florida, in una villa con piscina che affaccia sul Golfo del Messico.

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Marco Magnone

di Merende Selvagge (Domitilla Pirro e Francesco Gallo)

Intervistare uno scrittore dovrebbe essere una cosa semplice. È uno che ha a che fare con le parole per la maggior parte del suo tempo: vorrà restare a secco proprio adesso? Il punto, però, è un altro. Il punto è individuare quand’è che letteralmente comincia un’intervista. Per capirlo, abbiamo pensato bastasse gettare un’occhiata alla spia luminosa del microfono. (Roba da professionisti. Più o meno.) Accesa: lo scrittore sta parlando. Spenta: lo scrittore ha deciso di fare una pausa… E invece no. Capire quando inizia davvero un’intervista è una cosa davvero complicata. Non ci credete? Sentite qua.

Nell’estate del 2001 la Paris Review decide di fare due chiacchiere con Stephen King. Gli scrittori incaricati, Christopher Lehmann-Haupt e Nathaniel Rich, lo vanno a trovare un paio di volte: prima a Boston, in Massachusetts, dove il Re del Terrore si trasferisce per dei brevi periodi per meglio seguire le partite di baseball dei Red Sox; poi a Fort Myers, in Florida, in una villa con piscina che affaccia sul Golfo del Messico. Nonostante stia ancora riprendendosi dal grave incidente che nel giugno del 1999 gli è quasi costato la vita, King affronta le domande con piglio diretto, appassionato e generoso. Fa addirittura servire loro il pranzo: insalate di patate, di pasta, di cavolo con maionese e torta di lime. Poi, a un certo punto, confessa che quando l’avevano intravisto sulla spiaggia, quella mattina, con addosso un paio di jeans, scarpe da tennis bianche e una t-shirt della salsa Tabasco, non stava semplicemente passeggiando: stava pensando a una nuova storia da scrivere.

Cinque anni fa, racconta, da quelle parti esistevano due abitazioni.King_Stagioni DiverseUna era stata distrutta da un temporale estivo. “E pezzi di intonaco, di mobili, e vari effetti personali vengono ancora a riva quando si alza la marea”, dice King ai suoi ascoltatori. Poi aggiunge: “L’altra sta ancora al suo posto. Quasi sicuramente, però, è abitata dai fantasmi. Il mio nuovo libro parla di questa casa.”

Con Marco Magnone, ci piace pensare, a noi è accaduta un po’ la stessa cosa. Con lui parleremo anche di King. E di fantasmi. In particolare di quelli che, bene o male, abbiamo dovuto affrontare tutti durante l’adolescenza. La mia estate indaco (Mondadori), il suo nuovo romanzo — il primo in solitaria —, parla soprattutto di questo. Appena lo incontriamo, però, siamo incuriositi da un dettaglio. All’apparenza, poca cosa; potremmo lasciar correre. In realtà si tratta di un particolare che ha così tanto a che fare con Marco, con i suoi interessi e con la sua scrittura, che non approfondirlo sarebbe un vero peccato. «La scritta sulla maglietta,» gli chiediamo. «Che significa?» «Non guardate Propaganda Live,» ci domanda Marco. «È per la Sea Watch!» No, purtroppo non guardiamo Propaganda Live: non con la costanza che meriterebbe, cioè.

Marco Magnone — un ragazzone nato nel 1981 ad Asti, in provincia di Torino — assieme alle Birkenstock e ai pantaloncini color kaki indossa una maglietta nera con sopra una scritta: OLLOLANDA. Mentre prendiamo posto intorno a un tavolo tutto arancione, Marco spiega: «Quando a gennaio c’è stato il caso della Sea Watch, la Meloni se l’era presa con l’Olanda, vi ricordate, perché la nave batteva bandiera olandese. Non ricordo dove, se da Vespa o da Floris, s’era messa a urlare. Sapete come fa, lei. Diceva: “O l’Olanda s’è messa a fare traffico illegale di immigrati, oppure…” “O l’Olanda…”, “O l’Olanda…” Non la finiva più. Tanto che quei mattacchioni di Propaganda l’hanno trasformata in un tormentone: OLLOLANDA, appunto, scritto tutto attaccato.» La maglietta, in più, è un capo d’abbigliamento Worth Wearing: una piattaforma di realizzazione e distribuzione di magliette on demand che in questo modo finanzia campagne e organizzazioni no profit quali: Amnesty International, la Croce Rossa Italiana, l’Associazione Stefano Cucchi Onlus. Le migliaia di migranti e rifugiati politici che continuano a morire nel tentativo di attraversare il Mediterraneo fanno parte di un libro nuovo: quello che Marco sta portando a conclusione in questi giorni e che avrà come argomento principale l’Unione Europea, addirittura. Capito cosa intendevamo? Il microfono è ancora spento — anzi, lo accendiamo in questo momento — e già abbiamo l’impressione che i fatti c’abbiano superato. Non perdiamo altro tempo: la prima questione da sciogliere è…

MERENDE SELVAGGE: Quand’è che hai scoperto il potere delle storie? Qual è stata la prima volta che ti sei letteralmente smarrito all’interno di una narrazione? Che sia stato un romanzo, un fumetto, un film, un videogame o un gioco da tavolo non ha alcuna importanza per noi. Per te, invece, deve averla avuta. Ti va di raccontarci com’è andata?

MARCO MAGNONE: La porta delle storie per me si è aperta in due momenti. Entrambi sono legati al mondo di provincia in cui sono nato e cresciuto: la grande protagonista del mio romanzo, in fondo, è Asti. Il primo momento ha a che fare con il rapporto tra me e la lettura. Un’estate non avevo nulla da fare. Avevo finito tutti i videogiochi sul Super Nintendo, e poi all’improvviso incappo nello scaffale della libreria dei miei. Ero un medio lettore, non avevo mai incontrato storie particolarmente affascinanti a parte i Tex di mio padre. Incappo in un libro con una copertina indimenticabile: la silhouette scura di quattro ragazzi che camminano verso le colline e un tramonto rosso cupo. Mi incuriosisce moltissimo. Vado da mia mamma, le chiedo che libro è. Lei mette in moto il più potente meccanismo in grado di accendere una spinta verso la lettura: “Non leggerlo”, dice. “Non è ora: questa storia non fa per te”. Queste poche parole di divieto hanno subito innescato la spinta opposta. La storia era Il corpo di Stephen King, la novella raccolta in Stagioni diverse. E quella diventa la mia storia. Il mio tatuaggio generazionale. Non c’è niente di più forte, per far leggere un adolescente, che creare un tabù.

Il secondo momento, invece, ha a che fare con me scrittore, anziché con me lettore. Pochi mesi dopo quella scena, sono a tavola coi miei e dichiaro che ho deciso cosa farò da grande. Non l’astronauta o il calciatore, no. Il Cavaliere dello Zodiaco. All’epoca impazzivo per la serie. I miei mi guardano con estrema preoccupazione, visto che il loro unico figlio vuol diventare un cartone animato. È stato lì che, rimuginando su come diventarne uno, mi è venuta un’idea assolutamente folle: potevo scrivere una storia in cui accadeva proprio questo. Ci ho provato e così ho scritto il primo racconto della mia vita: il protagonista ero io, ovvio. Trovavo l’armatura, incontravo gli altri Cavalieri… Il racconto più brutto della storia. Per i contenuti e per l’aspetto estetico. Avevo una grafia orribile. Ma lì ho capito che la scrittura di storie aveva un potere che nient’altro aveva: rendeva possibili e reali cose che non lo erano. Un simulatore, un moltiplicatore di vite che non sono la nostra, come scrive Jonathan Gottschall in L’istinto di narrare. Ho poi continuato con nuovi racconti, altrettanto brutti, in cui mi immaginavo vivere avventure sempre più incredibili. Non ho più smesso. Mi concentravo solo sulla goduria di dimenticarmi del qui e ora e cercare qualcos’altro.

Cavalieri Dello Zodiaco

MERENDE SELVAGGE: Già. Ché le storie sono anche una materia pericolosa — o che qualcuno può giudicare come tale. In certi casi, di fronte alle scene più crude di alcuni romanzi, viene applicata una censura preventiva. A La mia estate indaco e la scena sui binari (no spoiler!), per esempio, qualcuno ti ha mosso critiche di sorta?

MARCO MAGNONE: Parto da quel che ha detto Maria Teresa Andruetto in occasione del Premio Andersen 2012 e che poi ha ripreso in Per una letteratura senza aggettivi. Quando usiamo il termine letteratura per ragazzi, l’espressione “per ragazzi” diventa preponderante rispetto a “letteratura”. Più o meno consciamente c’è un problema, che ha a che fare col dar per scontato il fatto che le storie per ragazzi sono rivolte a, come dire: adulti un po’ scemi, incapaci di distinguere le modalità di fruizione delle storie. Questo fa sì che per tantissimo tempo la letteratura per ragazzi sia stata invasa da storie a tesi, da storie moraleggianti. Ma quelle non erano storie. Erano modi in cui gli autori cercavano di argomentare le loro convinzioni etico-morali. Tipo: scrivo una storia per dimostrarti che questo non si fa. Credo che le storie non debbano dare una risposta. Almeno non una risposta uguale per tutti. Se mi serve, una risposta la cerco in un Bacio Perugina. O nel manuale di istruzioni della lavatrice. Per la loro funzione di simulatore di vita, le storie sono più efficaci quando creano delle domande, anziché dare delle risposte. “E io al suo posto che farei? Davanti a quest’ostacolo come mi comporterei?” Tutti noi, anche davanti a cose piccolissime, scegliamo la strada sbagliata. Per pigrizia. Non è che se noi eliminiamo dalle nostre storie il fatto che la gente non si lava i denti la sera, eliminiamo la tendenza dell’uomo a scegliere la strada più facile o conveniente o pigra. Se ripenso alla copertina del libro di King, potevo benissimo scegliere di non leggerlo. Ma non è che non leggendolo sarebbe venuto meno il mio desiderio di conoscerne la storia. Spesso temiamo ciò che non conosciamo, leggendo ci caliamo nel punto di vista di chi fa la scelta sbagliata. Amiamo certi cattivi perché siamo curiosi di ciò che accade nel fare la scelta sbagliata. Non è che se non la leggiamo, viene meno quella punta di cattiveria che è dentro ciascuno di noi. Ecco, questo spesso è dovuto al fatto che tanti adulti vogliono evitare la scelta di parlarne, oppure di affrontare certi temi. Ma fingere che non ci sia il male nel mondo non ha senso. Che lo racconti o meno, c’è. Chi scrive storie rende un servizio assai peggiore ai ragazzi se racconta che il male non c’è e che alla fine andrà tutto bene. Quando i ragazzi si scontreranno con la realtà, se non saranno preparati, sarà molto peggio. Compito delle storie è accompagnarli alla scoperta di quegli aspetti del mondo più luminosi, ma anche di quelli più cupi. Sperimentare col meccanismo dell’empatia queste cose in una storia fa sì che ti senti meno solo. Non è che poi sia più facile, ma puoi sentirti meno solo nell’affrontarlo. “Si può dire tutto in qualunque modo”. L’attenzione dell’autore sta nell’affrontare tutto questo in una maniera meno pruriginosa, voyeuristica possibile. Il problema non è After. Il problema è che non c’è un’alternativa al modo in cui i sentimenti e il sesso sono raccontati da Anna Todd. Se non diamo fiducia alle nuove generazioni, come pensiamo possano mai dimostrare di meritarsela? Conosco pochi bambini che, dopo Cappuccetto Rosso, vogliano tagliare la pancia a qualcuno per salvare la nonna. Non è che leggere qualcosa di sbagliato o pericoloso di per sé porti a mettere in atto dei comportamenti sbagliati. Sui social gli adolescenti affrontano delle sfide di gran lunga peggiori. Il punto è prendere l’episodio, depotenziare il tabù, e parlarne.

MERENDE SELVAGGE: Perché la letteratura e le storie ti aiutano a nominarle, queste emozioni.

MARCO MAGNONE: Non solo. Le parole creano anche il mondo che vogliamo abitare. Un altro errore che spesso insegnanti e adulti in generale commettono, è quello di isolare la singola scena. Leggiamola tutta la scena, dico io! Potremmo scoprire che è inserita in una storia molto più ampia. Spesso è un problema dell’adulto rispetto al ragazzo, però. Altro problema, invece, è l’estetizzazione del male. Di recente Netflix ha deciso di cancellare alcune scene di Tredici. Quelle più crude. Io non ho una posizione rispetto a questa scelta. Credo che però sia qualcosa che ha più a che fare con il fascino con cui viene presentato qualcosa. Non è cosa racconti, ma come lo racconti. Consideriamo le scene come parti di una storia. Poche volte giudichiamo una persona rispetto al suo polpaccio. Le storie sono una cosa simile. Ci piacciono tutte intere.

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Mentre Marco risponde alle nostre domande, non possiamo fare a meno di registrare che alle sue spalle, familiare, si intravede una lavagna a fogli. Sulla superficie bianca della carta c’è un lungo elenco di nomi scritti a pennarelli colorati in una grafia ancora incerta: Othmane, Ayman, Kawtar, Ameer, Mohamed, Samuele. Sono alcuni degli studenti che partecipano al doposcuola gratuito di Fronte del Borgo, l’ufficio della Scuola Holden al quale ogni anno forniamo contenuti didattici e direzione creativa. È assai probabile che le faccette di alcuni di questi bimbi se le ricordi ancora molto bene, Marco: qualche tempo fa, come impagabile docente volontario, è stato proprio lui a occuparsi di uno dei laboratori tematici offerti loro. Si è trasformato in un vero condottiero (un po’ pirata, visto il tema marinaresco che lega insieme progetto e spazio fisico) e li ha guidati a realizzare una mappa inedita dei loro luoghi del cuore in città, fino a realizzare bandiere e inno di uno Stato che… ancora non esiste. La cosa non può non farci non sorridere.

È proprio per questo che abbiamo deciso di intervistarlo qui: il bancone d’accoglienza è a forma di galeone, c’è una gomena che penzola dagli anelli e una coppia di cannoni. C’è una parete che pare una scansia di Needful Things, o una bottega uscita da The Secret of Monkey Island («Sono Guybrush Threepwood, temibile pirata!»). Dietro la parete ci sono le mappe di luoghi immaginari come Narnia, l’Isola che non c’è, Hogwarts, la Terra di Mezzo, Oz. Ci sono tanti tavoli arancioni sui quali inventare storie. E sopra le teste di tutti e tre, intervistanti e intervistato, galleggia un’enorme balena volante; forse è di cartapesta, forse no. Un ufficio speciale. (Sì, siamo di parte.) Perché ha una missione speciale: regalare corsi di avvicinamento alla narrazione a tutte le classi elementari, medie e superiori che entrano fisicamente qui da ottobre a maggio. Ogni anno quasi millequattrocento studenti prendono posto tra i tavoli e scoprono che le cose che imparano a scuola servono a diventare lettori, spettatori, videogiocatori, ovvero: consumatori di storie più maturi.

Il Re Leone è come l’Amleto, diciamo sempre: più felini, meno fantasmi. Da quando Fronte del Borgo è entrato a far parte del circuito internazionale dei centri no profit ispirati a 826 Valencia, il tutoring center creato da Dave Eggers a San Francisco, crediamo sempre di più che il futuro di ciascuno debba per forza di cose passare attraverso un uso più consapevole delle parole. Un futuro che, grazie a volontari super qualificati come Marco, pare avvicinarsi.

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MERENDE SELVAGGE: Gli scrittori a noi piace seguirli nel tempo. Nel senso che crediamo che la scrittura sia innanzitutto un progetto. Pertanto, per parlare del tuo romanzo, La mia estate indaco, non possiamo ricostruire quello che c’è stato prima. E prima c’è stato Berlin, la saga scritta assieme a Fabio Geda. Com’è nata l’idea?

MARCO MAGNONE: Berlin è stato un tentativo di riappropriazione di un immaginario. Come dicevano Fruttero e Lucentini, un disco volante può atterrare sempre altrove, ma mai a Lucca. Con Berlin abbiamo iniziato a lavorare nel 2012: quando il caso editoriale del momento era Hunger Games, era Divergent, era Maze Runner.Geda e Magnone_BerlinSempre futuri post-apocalittici ambientati negli Stati Uniti. Perché noi autori europei abbiamo lasciato solo ad autori e autrici americane il monopolio di questo genere? Sono cresciuto con un immaginario di letteratura per ragazzi non italiano. Almeno: europeo. Queste storie non le sappiamo raccontare “all’americana”, con il conflitto interpersonale portato all’estremo. Possiamo provare a farlo all’europea, però. Questo sì. Provando a unire due mondi: quello dell’avventura per ragazzi e il concetto di distopia. Rispetto ai nostri lettori, però, abbiamo pensato soltanto che una buona storia per andare bene dev’essere una buona storia. Punto. Per questo Harry Potter funziona: perché è una buona storia. Prima di essere un fantasy, o uno young adult con dentro elementi di magia. Per Il Signore degli Anelli vale lo stesso discorso. Sono storie, però, che raccontano di personaggi che non sono perfetti. Tutt’altro. Frodo è pigro. Ha paura. Ha delle caratteristiche che lo portano lontanissimo dalla figura classica dell’eroe che salva il mondo. Ognuno di noi è imperfetto. Ecco, io e Fabio siamo partiti da qui.

MERENDE SELVAGGE: Rispetto alla saga di Berlin, per la quale, assieme a Fabio Geda, hai portato a termine un notevole lavoro di documentazione, che cosa sei andato a ricercare stavolta? Il fatto di lavorare a una storia italiana, collocata geograficamente e temporalmente più vicina a te, ti ha semplificato le cose, o magari hai corso il rischio di prendere sottogamba certi aspetti del romanzo?

MARCO MAGNONE: Il passaggio tra Berlin e La mia estate indaco è in continuità con la riappropriazione di immaginari narrativi. Di quello che può essere raccontato ai nuovi lettori. Al cinema davanti agli Avengers scatta la sospensione dell’incredulità; diamo per scontato che certe storie siano verosimili o credibili se molto lontane da noi. Siamo imbevuti di un immaginario che arriva da oltreoceano. Siamo vittime dell’esotico. Detto ciò, ho provato a confrontarmi con un immaginario nostro, più vicino e quotidiano. Certo, è stato pericoloso. Perché siamo portati a raccontare storie in cui alla fine arriva al ballo di fine anno. E poi ci sono gli armadietti dove posare i libri. Queste cose non ci sono in Italia. La mia voglia era quella di provare ad affrontare il nostro immaginario e vedere cosa succedeva. Sei anni dopo, confrontandomi con l’universo distopico creato per Berlin, che partiva da un ampio studio di progettazione e ricostruzione, ho provato a cogliere una sfida differente: testare le mie possibilità come scrittore. Scrivere una storia in cui non accadono fatti clamorosi, non c’è un Big Bang iniziale, il cuore della storia è tutto giocato attraverso piccole sfumature, smottamenti, rivelazioni di traumi, che possono accadere ad ognuno di noi. Come passare dalla maratona ai cento metri.

Per me è stato molto importante. Ho provato a esplorare i confini… miei. Ed è stato molto più difficile. Le storie prima di tutto devono maneggiare emozioni. Devono sorprenderti, emozionarti, farti empatizzare. La vicenda deve essere paradigmatica di qualcosa. Battlestar Galactica non è una serie di fantascienza: racconta sogni, passioni… Da questo punto di vista maneggiare una materia che aveva a che fare anche con la mia vita mi ha impedito di avere quella distanza che invece avevo prima. Se esiste un talento nella scrittura è lo shit detector di Hemingway: più distanza c’è tra te e quello che scrivi più è facile. Spero di aver fatto un buon lavoro. Ma devono essere i lettori a dirlo.

MERENDE SELVAGGE: Ci viene in mente un passaggio de Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides: Cecilia, la più piccola delle sorelle Lisbon, ha tentato di uccidersi tagliandosi le vene. Quando riprende conoscenza in ospedale, il dottore le dice che non deve essere triste, ché la vita è bella, e che ogni giorno che Dio manda sulla Terra è una fortuna. Al che Cecilia risponde: «È evidente, dottore, che lei non è mai stata una ragazzina di tredici anni.» A questo punto la nostra domanda è: come hai fatto a diventare una ragazzina adolescente? Come sei diventato Viola, la protagonista de La mia estate indaco?

MARCO MAGNONE: E’ vero: non sono mai stato una ragazzina adolescente. Non ho neanche mai perso i miei amici a 14 anni per un virus, come in Berlin. Differenziare eccessivamente il genere sta più nella testa degli adulti che nei ragazzi, comunque. I confini sono molto più labili. Cos’è l’amicizia o la fratellanza, a tredici anni? È un’intimità che travalica alcuni confini. Viola non ha nessun tipo di problema, paura o sogno che non potrebbe avere un maschio della stessa età. Adora il cibo e cucinare, ha un bellissimo rapporto col nonno, ha genitori non cattivi, ha subito un piccolo grande trauma di quelli che a quell’età sembrano giganteschi. E tutto questo esattamente come un maschio della sua età. Parlo di solitudine, di come superare le sue paure, del primo innamoramento. Tutte cose che possono accadere anche ai maschietti.

Scoop: anche i ragazzi si innamorano per la prima volta. E poi ho provato a farlo al contrario. Dopo aver costruito tutto il plot de La mia estate indico, ho cercato di ripercorrere la scaletta scambiando il genere dei personaggi, per evitare di cadere vittima di qualche stereotipo. E comunque dei due, quello che poi fa davvero qualcosa senza chiedere il permesso è lei, è Viola. Lui, Indaco, resta limitato all’apparenza. È lei quella che decide cosa fare della sua vita.

MERENDE SELVAGGE: Quando uno scrittore scrive, di solito, ha in mente… cosa? Un personaggio? Un luogo? Una storia? L’impressione che abbiamo avuto con Berlin, per esempio, è che tu, assieme a Fabio Geda, avessi in mente anche un tipo preciso di lettore. Con La mia estate indaco è andata nello stesso modo? Hai saputo subito che tipo di storia volevi raccontare e a che tipo di lettore?

MARCO MAGNONE: Tutto è nato in un centro commerciale. Ad Asti faccio la spesa per i miei. Ho immaginato due ragazzi, lui davanti lei dietro, lei non sa perché è lì, lui gli fa scivolare in tasca un profumo e scappa. Lei non capendo cosa succede, quando avrebbe voluto posarlo, si sente in preda all’euforia e all’eccitazione. Scappa anche lei. Perché sono lì? Ecco. Domanda su domanda, mi sono trovato per le mani la loro storia. E mi incuriosiva da morire vestire i panni di Viola. Come quando vestivo l’armatura di un Cavaliere delloMagnone_La Mia Estate IndacoZodiaco: senza la storia di Viola e Indaco, non sarei mai potuto essere una ragazza.

MERENDE SELVAGGE: Abbiamo particolarmente apprezzato il fatto che nell’aletta posteriore de La mia estate indaco, assieme alla tua bio, ci sia anche quella di Ottavia Bruno, l’illustratrice. La copertina, in effetti, è molto bella. Complessa — perché presenta elementi differenti — ma allo stesso tempo immediata, perché le sue parti formano un’immagine unica. È stata la tua prima scelta?

MARCO MAGNONE: È stata una delle cose che mi ha stupito di più, nel rapporto con Mondadori. Disponibilità a condividere tutti i processi: mi sono sentito molto coinvolto. Ma non nelle soluzioni da trovare: nelle domande da porre. Insieme a Marta Mazza, l’editor che ha curato il libro, abbiamo iniziato a ragionare su quale potesse essere una copertina adatta. Dove stava la direzione giusta. Non soluzioni, ma atmosfere. D’accordo sin dall’inizio che dovesse essere illustrata. Le copertine devono essere oneste. E devono portare continuità tra quello che sta fuori e quello che c’è dentro. Se fai una copertina molto urlata… Non è questione di gerarchie, eh. Ma una copertina fotografica, urlata, fa delle promesse che giustamente poi potrebbero deludere il lettore. Ognuno ha voglia di storie diverse in momenti diversi. Certo, se dietro la locandina degli Avengers trovo un film d’essai resto deluso. Il problema è ridurre la distanza tra le promesse e il contenuto. In questo caso abbiamo lavorato su una serie di elementi: le sfumature di colore. I colori freddi e nostalgici del blu, mescolati ai caldi del rosso, sono proprio le contraddizioni che animano i due protagonisti. Sono sfumature, perché il libro è fatto di sfumature. Immaginario quotidiano, quartieri di case popolari, erba… e una balena in cielo. Qualcosa a cui i personaggi guardano. Pian piano così sono nate le idee di dividerla in quattro bande verticali… un processo molto bello.

MERENDE SELVAGGE: Non pensi sarebbero degli splendidi segnalibri?

MARCO MAGNONE: Spero che nessuno tagli la copertina!

MERENDE SELVAGGE: La città è il tempo della scuola. Dei compiti, degli impegni, delle responsabilità affidate. Per i grandi invece è il tempo del lavoro. Come cambia il rapporto tra città e natura, tra costrizione e libertà, durante un’estate, per un’adolescente?

MARCO MAGNONE: Cambia nella misura in cui si viene a rompere uno stereotipo: l’estate è per i ragazzi il momento tra il dover essere e il poter essere chi e cosa si vuole. Il mondo magico in cui entra Viola funziona al contrario: per lei era naturale che il luogo in cui poteva prender forma quel tempo fosse la montagna. Uno spostamento fisico corrispondente a un cambio di qualità del tempo. Il fatto di dover restare in una città grigia, piccola, lontana da lì significava per lei rinunciare. Ma nei luoghi mettiamo noi stessi. Come nelle storie. Ogni storia è un dialogo tra chi l’ha scritta e chi la legge. Il risultato è l’incontro. Lo stesso vale per i luoghi. E per Viola. Anche dove non c’è spazio per amicizie, avventure, amore… c’è. Facile immaginare che per salvare il mondo ci voglia Aragorn. Più difficile raccontare che lo faccia Frodo.

MERENDE SELVAGGE: Una storia, per essere una bella storia, deve avere un personaggio, o più personaggi, che vive/vivono un conflitto. Il conflitto, a volte, è espresso anche da un limite. Da una linea d’ombra da non oltrepassare. Qual è il confine di questo romanzo?

MARCO MAGNONE: E’ la storia di una muta. Quella che cambiano i serpenti. Viola a un certo punto della sua vita, l’estate che racconto, sente che non è più quel che è stata fino a poco prima. Una bambina. Non sa ancora cosa sta diventando. E questo ha a che fare con il tipo di persona che diventerà. Con chi le sta attorno. A cui in qualche modo lei associava il suo modo di vivere certe cose, come fosse una tavoletta per stare a galla in acqua, che poi viene a mancare. Una serie di scosse telluriche che coinvolgono tutti quelli che le stanno attorno. Coinvolgono l’idea stessa di amicizia e la scoperta di una serie di sentimenti che vanno oltre. E l’idea che ha di sé. Secondo Robert McKee ci sono tre tipi di conflitti: interiore, interpersonale e contro il mondo. Tutto accade da qualcosa di interiore, tra Viola e l’idea che ha di sé. Il che la porterà a doversi ribellare contro il mondo. Pur senza che questi conflitti portino a particolari condizioni di disagio. Il tutto converge nel fatto che tutti gli adolescenti, io per primo, sono alla continua ricerca di una risposta alla domanda: che tipo di persona sono? Che persona diventerò? I bambini sono bambini. E in questo loro essere bambini sono soddisfatti. L’adolescenza è un’età che si definisce attraverso i suoi continui cambiamenti. Non è uno stato, ma un divenire.

MERENDE SELVAGGE: Parliamo di linguaggio. In Cuori in Atlantide, Stephen King scrive: “Qualche volta leggi per il gusto della storia: non fare come quegli snob che si attaccano alla forma. Qualche volta leggi per il piacere delle parole: non fare come quei timorosi che hanno paura di non capire. Ma quando trovi un libro che ha insieme una bella storia e un bel linguaggio, tienilo a cuore.” Tu da che parte stai?

MARCO MAGNONE: Le categorie Middle Grade e YA servono soprattutto per creare nuovi scaffali nelle librerie e collocazione a libri per adulti scritti in modo sciatto. Spesso nella letteratura per ragazzi molti confondono i piani e pensano di semplificare i contenuti e sverniciare il tutto con neologismi, giovanilismi che nella loro idea dovrebbero fare l’occhiolino ai ragazzi e attrarli, con quella stessa attenzione e cura con cui noi andremmo a rappresentare un immigrato facendolo parlare solo all’infinito. Dino Buzzati diceva che scrivere per ragazzi è come scrivere per adulti, solo un po’ più difficile! Nella capacità di intercettare temi e nodi che reputano importanti nel momento di vita che stanno attraversando. Rispetto all’utilizzo di espressioni particolarmente connotate, nutro molte perplessità: un po’ perché non sta lì il fatto che i ragazzi la riconoscano come una storia “per loro”, un po’ perché l’autore non deve ammiccare, un po’ perché una storia così ha una data di scadenza molto vicina. Per esempio, oggi il fidget spinner è un oggetto già scomparso: è come autoimporsi un orizzonte molto limitato. I dialoghi non devono essere sbobinature del reale. La letteratura dovrebbe essere qualcosa di sfidante. Credo si debba trovare un equilibrio nel far sì che i ragazzi vengano portati a sfidare un minimo il vocabolario, il modo in cui una storia viene raccontata. Un compito della letteratura per ragazzi non è solo quella di accompagnarli attraverso gli aspetti brutti, sporchi e cattivi del mondo, ma anche attraverso la complessità del mondo. Questo senza mai dimenticare che una storia forte, e buona, va raccontata nel modo più semplice possibile. Provare a complicarla è rovinarla.

MERENDE SELVAGGE: Hai un lettore molesto, qualcuno a cui fai leggere le tue cose e del cui giudizio ti fidi ciecamente?

MARCO MAGNONE: La mia compagna, Elena. Ma non può mai leggerli quando escono perché si è già fatta dieci giri di bozze per ogni capitolo.

MERENDE SELVAGGE: Vorremmo che tu ci citassi un libro, un disco, un film, una serie, un videogame e un gioco da tavolo, o qualsiasi altra cosa ti salti in mente in questo momento, responsabile, secondo te, di una certa tua scelta, come narratore, durante la scrittura de La mia estate indaco.

MARCO MAGNONE: Ti darò il sole di Jandy Nelson. Ha vinto il Premio Mare di Libri due anni fa. Racconta esattamente questo: non sentirsi più una certa cosa, ma non sapere ancora cosa stai per diventare. Poi Skam [significa “vergogna”]: una serie tv norvegese replicata in Italia, Spagna, Francia, che non ha paura di raccontare i giovani così come sono, prendendosi tutto il tempo per entrare nelle loro vite, con dei dialoghi incredibili. E Mud. Un film del 2012 di Jeff Nichols che ho visto di recente e ho amato tanto. Parla di amore e dei casini che accadono.

MERENDE SELVAGGE: Essere presi sul serio, per alcuni è un gioco da ragazzi. Per i ragazzi, invece, essere presi sul serio è una faccenda dannatamente seria. E difficile. E dolorosa. Ci viene in mente Greta Thunberg, e gli attacchi che ha ricevuto su certi giornali, in particolare italiani, per aver detto delle cose che a noi sono parse sacrosante come: “Voi [cioè: voi adulti] dite di amare i vostri figli sopra qualsiasi altra cosa, eppure state rubando il loro futuro proprio davanti ai loro stessi occhi.” Il mondo, citando un libro di poesie di Elsa Morante, verrà “salvato dai ragazzini”?

MARCO MAGNONE: Nel momento in cui manca una visione politica per l’Europa, siamo nel punto forse più basso di questo sogno. Cosmopolitismo, solidarietà, pace e fratellanza: in questo momento o la politica non sa più dare una visione di futuro ai cittadini o, se la dà, è regressiva. Al posto dei ponti ci sono i muri. Nell’illusione che se oggi il nostro tempo ci mette davanti a sfide difficili, la soluzione sia tornare indietro a quando tutto era a posto. Un tempo mai esistito. Un’altra idea di Europa, più vicina ai valori fondanti, per me è proprio rappresentata dai ragazzi che sanno ancora manifestare e sostenere le proprie idee non per interessi di parte o convenienza elettorale, ma per causa giusta. Hanno una visione di futuro. I ragazzi scesi per #FridaysForFuture sono per vocazione internazionalisti, cosmopoliti: non manifestano per paura di perdere qualcosa, ma per la certezza che se non si cambia perderemo tutto. Non è mai accaduto che un movimento giovanile di massa abbia ottenuto l’appoggio incondizionato delle generazioni precedenti. Quello che trovo curioso è la sclerotizzazione del rapporto tra certi adulti e i ragazzi. Considerarli chiusi nel solipsistico rapporto coi loro smartphone, incapaci, e però anche naif nel loro sposare una causa. Delle due l’una, no? Nel fatto che convivano due accuse di senso opposto sta la foglia di fico che gli adulti usano per nascondere la polvere sotto il tappeto. Ho fatto l’esempio di #FridaysForFuture, ma ne esistono tantissimi altri che si occupano di dare una mano a chi ne ha bisogno, di solidarietà, raccolte di aiuti, volontariato.

Ora: la storia è fatta di cicli e non ho idea di quanto durerà questo o cosa succederà o cosa otterranno. Di certo in questo momento mi sembra siano gli unici in grado di proporre una visione di sistema non di parte e di futuro. Scendere in piazza per l’ambiente significa avere un’idea di mondo che coinvolge dentro di sé economia, rapporti umani, società, diritti… Manca alla politica, se politica significa confronto di idee per cambiare la società. Stessa cosa del movimento per la pace: bandiere arcobaleno non solo contro la guerra, ma per solidarietà. Discorsi d’odio, trollate da social network, risalendo la piramide dell’odio portano alle violenze da cronaca e chi le commette si può sentire giustificato perché tutto parte dalle parole. Per me è fondamentale: è facile rendersi conto della gravità di un femminicidio. Ma la cosa più grave è che è solo la punta di una piramide d’odio: la base della violenza sono le parole. Tutto inizia quando ti senti giustificato a dire “quella p** di merda, quel *** del cazzo”: quando ti senti autorizzato a usare quelle parole, ti senti autorizzato a discriminare qualcuno, e via così, di scalino in scalino, di intolleranza in intolleranza. Le parole possono essere usate anche al contrario, per immaginare come costruire il mondo che vogliamo abitare. Per forza di cose le nuove generazioni sono legate a filo doppio con il futuro in questione: lì stanno le loro domande.

MERENDE SELVAGGE: Sappiamo che tieni regolarmente dei corsi di scrittura creativa. Quali consigli ti senti di dare più spesso a chi ha voglia di mettere per iscritto una storia? E quali sono le fasi di scrittura di un romanzo, oppure di un racconto, che ti piacciono di più, e quali sono invece quelle che ti fanno un po’ storcere il naso?

MARCO MAGNONE: Gli direi: prova a scrivere la storia che vorresti leggere e che non trovi sullo scaffale. Con cui tu per primo hai voglia di passare un sacco di tempo. Tanto sarà così. È una cosa molto arrogante, se a te non va, chiedere ad altri di passarci del tempo. Come andare in vacanza con qualcuno che ti sta sul culo. Il secondo consiglio è di rubare. All’inizio. Perché è difficile trovare l’equilibrio tra la storia e la voce giusta per raccontarla. Bisogna chiedersi: l’autore che io adoro, come racconterebbe questa storia? Non è diverso dai musicisti che imparano a fare le scale, le canzoni altrui, e solo dopo si cimentano con le proprie composizioni. Stessa cosa con i calciatori. Uno scrittore non può permettersi di essere arrogante: prima di essere uno scrittore, deve essere un lettore. Come voler fare il calciatore e però il calcio mi annoia. Prima leggi, poi scrivi qualche parola tu! Non ci sono trucchi o segreti: King dice che si scrive una frase onesta e si mette un punto. Poi una seconda, una terza… Preferisco la fase delle ultime riletture e le stesure successive. Giri di bozze… sono un fan. Mi piace avere tutta la bozza davanti e lavorare di fino. Spostando pezzi, limando… Dopo le prime stesure, è come vedere la scultura prendere forma e lucidarla particolare per particolare. Mi piace di meno, invece, rileggere le cose che ho già scritto quando sono state pubblicate. Non lo faccio mai. L’ho imparato a scuola, quando leggevo la brutta. Dopo aver consegnato, mi veniva l’idea geniale! Con un libro già pubblicato, la cosa non cambia: perché convivere con l’angoscia del rimpianto? Cerco di non farlo. Molto meglio capire nella storia successiva come raccontare ancor meglio quella cosa lì. Andare avanti. Di libro in libro! E forse sono un po’ sadico: sono estremamente prolisso: le prime versioni delle mie storie sono lunghe più di un terzo. Vale per tutte le mie storie, comunque. Adoro, nelle prime stesure, esplorare, allargarmi. Per poi sforbiciare. Non uso neanche delle cesoie, ma proprio delle seghe circolari. Lo trovo un consiglio molto prezioso, ti permette di arrivare a quello che è davvero necessario.

L’intervista è finita. Ma lo è davvero? Vale quel che abbiamo detto all’inizio: la spia luminosa del microfono è spenta, d’accordo. Ci rendiamo conto solo ora che, in due ore di chiacchiera fitta, nessuno dei tre ha sentito il bisogno di un sorso d’acqua o un caffè — altro che la torta al lime di King! Però, se non ci siamo presi neppure un attimo di pausa, vuol dire che lo scambio ha divertito parecchio tutti e tre. Marco si alza. Dal tavolo recupera il cellulare (ci lampeggiano sopra gli aggiornamenti per il Fantacalcio, dice) e il portafoglio chiuso da una fascia elastica. Lo accompagnamo alla grande porta a vetri che mette in dialogo il galeone di Fronte del Borgo con Borgo Dora. Prima di salutarci gli chiediamo quali sono le prossime scadenze che ha davanti: «Beh, c’è il libro sull’Europa da consegnare il mese prossimo. E poi presento il romanzo a Mantova, il 5 settembre.» E poi, vorremmo chiedergli ancora. E poi, e poi? Ma non lo facciamo. Abbiamo detto che la scrittura, per noi, è un progetto. E che gli scrittori ci piace seguirli nel tempo. Perché sanno trovare ogni volta l’occasione di sorprenderci: come Marco Magnone, per l’appunto. Scrittore e condottiero pirata.

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Abitare nel futuro – una conversazione con Marianna Martino https://minimaetmoralia.it/interviste/abitare-nel-futuro-conversazione-marianna-martino/ https://minimaetmoralia.it/interviste/abitare-nel-futuro-conversazione-marianna-martino/#respond Mon, 15 Jul 2019 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40758 di Merende Selvagge (Domitilla Pirro, Francesco Gallo)

È notizia delle ultime ore: il Salone dell'Auto lascia Torino per Milano. La chiave di lettura privilegiata? Un nuovo fallimento da parte della giunta Appendino. La percezione interna? Questa è simile e al tempo stesso un po’ più complicata — anche per chi è tra i primi ad aver messo like a questa pagina.

La prima volta che incontriamo Marianna Martino non è la prima volta che incontriamo Marianna Martino. L’abbiamo già incrociata mentre se ne stava immersa in un bicchiere di Spritz. In un’altra occasione ci è parso di vederla annidata in una casetta per gli uccelli, quelle da giardino. Ci è capitato di intercettarla mentre era agganciata a una corda per stendere il bucato, o aggrappata alla lancetta dei minuti di un orologio, o ancora a bordo di una barca fatta di carta di giornale. Una volta, addirittura, l’abbiamo vista seduta su una delle poltrone della Loggia Nera di Twin Peaks.

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di Merende Selvagge (Domitilla Pirro, Francesco Gallo)

È notizia delle ultime ore: il Salone dell’Auto lascia Torino per Milano. La chiave di lettura privilegiata? Un nuovo fallimento da parte della giunta Appendino. La percezione interna? Questa è simile e al tempo stesso un po’ più complicata — anche per chi è tra i primi ad aver messo like a questa pagina.

La prima volta che incontriamo Marianna Martino non è la prima volta che incontriamo Marianna Martino. L’abbiamo già incrociata mentre se ne stava immersa in un bicchiere di Spritz. In un’altra occasione ci è parso di vederla annidata in una casetta per gli uccelli, quelle da giardino. Ci è capitato di intercettarla mentre era agganciata a una corda per stendere il bucato, o aggrappata alla lancetta dei minuti di un orologio, o ancora a bordo di una barca fatta di carta di giornale. Una volta, addirittura, l’abbiamo vista seduta su una delle poltrone della Loggia Nera di Twin Peaks.

Ce n’è abbastanza per ipotizzare l’esistenza di un personaggio d’invenzione, una sorta di Mary Poppins meets Joan Jett delle The Runaways. E invece no. Perché queste sono soltanto alcune delle decine (centinaia?) di foto realizzate da Marianna e dalla sua squadra per raccontare le tappe e le novità della sua invenzione più incredibile: Zandegù.

Di cosa si tratta? Stiamo cercando di capirlo. La dobbiamo intervistare.

Stiamo percorrendo Via Exilles, nella zona di Parella, un quartiere della periferia ovest di Torino. È fine giugno 2019, il solstizio d’estate a un passo, e fa già caldissimo. Il sole è una palla da tennis infuocata che penzola sopra le nostre teste. Pare voglia restare immobile più del solito all’unico scopo dichiarato di arroventare l’aria; boccheggiamo non appena lasciamo l’abitacolo dell’auto. Pochi metri a piedi sopra al marciapiede, per fortuna, ed eccoci a destinazione: il 18 bis. Bussiamo. “Chi è?” “I Merendai!” Facciamo cose strane, di mestiere, dentro e attorno alle parole. Merende Selvagge è una di queste, ma un’intervista doppia tripla non ci era (ancora) capitato di condurla. In questa veste, almeno.

Il cancello si apre, attraversiamo il cortile interno della palazzina, ed ecco: Marianna. Sorride. Ci fa accomodare all’interno del suo ufficio — che è una casa e una scuola, anche, e una redazione, e una casa editrice: un altro ibrido da raccontare con calma, ma ci arriviamo tra un po’ — e ci offre del tè al limone.

“Ci sono anche delle birrette ghiacciate, nel frigo, se volete,” dice.

A dirla tutta, ci andrebbero. Ma dobbiamo declinare. È pur sempre una questione di pro-fes-sio-na-li-tà. Ci sarà da fare domande, da ascoltare, da prendere appunti. Soprattutto, ci sarà da stare concentrati. Tuttavia: stare concentrati, specialmente quando si ha a che fare con una personalità come quella di Marianna Martino, non è affatto facile. Il mondo che ha realizzato è incredibilmente vasto. E imprevedibile. E ubiquo.

Alle orecchie, per esempio, ha appeso due grappoli colorati. Che ci crediate o no, non sono composti da acini, ma da variopinti soldatini di plastica — quelli coi quali giocavamo da piccoli: c’è il militare che spara con un ginocchio poggiato a terra, quello che calibra il lancio di una granata, quello che avanza strisciando nel fango… Se a una prima occhiata, insomma, potreste aver pensato che questa ragazza — giovanissima e già piena di esperienze — debba sostenere da sola l’intervista, presto appare chiaro che invece tiene a disposizione tutto un battaglione, pronto ad intervenire al minimo segnale, intorno alla testa.

È nata nell’Ottantatré; online si definisce “battutara, super miope, fan della michetta, con problemi di equilibrio, amante della buona cucina e dei viaggi.” Con questo bene in mente, ci sediamo intorno a un tavolino. Un Mac, un registratore, una Moleskine, una Bic nera e un evidenziatore color smeraldo si contendono lo spazio con un numero di FLOW Magazine, uno di Rivista Studio e una ciotola colma di caramelle mou. Schiacciamo il tasto REC e succede questa roba qui.

Merende Selvagge:

Dunque, partiamo da… mini-Marianna. Se ti guardi indietro, trovi indizi — una semina narrativa, restiamo in tema — del tuo futuro da giovane imprenditrice culturale?

Marianna:

Che bella domanda!

Merende Selvagge:

Sobria.

Marianna:

Per iniziare…

Merende Selvagge:

Sì, sì, sì. Facile, facile…

Marianna:

Uhhh… Beh, sì, dài. Cioè: non avrei mai pensato di mettermi in proprio. Non avrei mai pensato di fare l’editore. Nemmeno di avere una scuola: figuriamoci, mi faceva schifo studiare. Però effettivamente ho sempre letto tantissimo, fin da quando ero molto piccola. Ero super curiosa. Non avevo… non ho mai avuto la fortuna di avere quell’amico che a scuola ti consiglia, non so, gli album imperdibili, i libri da leggere, i film… quindi mi arrangiavo da sola. Non voglio dire che in classe fossimo delle capre, eh, però nessuno provava, che so, una spinta verso i film di nicchia o gruppi che non fossero i Backstreet Boys. Quindi ho iniziato un po’ a… così: ad autogestirmi. Forse questo può essere un primo seme di… curiosità — quantomeno della mia curiosità nei confronti del settore culturale, ecco.

Merende Selvagge:

E per il settore culturale, ecco — qui ci vuole la domanda di rito. Ci rispieghi per bene com’è nata Zandegù?

Marianna:

In realtà è andata così: ho finito la Scuola Holden nel 2004. Ho iniziato a mandare curriculum ovunque come una disperata. E, vabbe’: c’è da dire che era anche estate, non è proprio il periodo più fertile per… col lavoro è difficile. Magari è meglio se cerchi a settembre o in altri periodi. Lì per lì non ho avuto molta fortuna. Mi scoraggio. Un giorno mi chiama mio padre. Secondo me era terrorizzato che rimanessi per sempre attaccata alle croste parassitarie del suo conto in banca, perché mi ha detto: “Senti, ma… non hai mai pensato all’ipotesi di provare a metterti in proprio, che so, aprire una casa editrice? In fondo conosci tutti questi scrittori. È una cosa che mi sembra ti sia piaciuta molto in questi due anni. Quindi: tu pensaci. Io, se vuoi, ti do una mano.” E io sono proprio cascata dal pero, non avevo mai pensato… mi sembrava una responsabilità enorme, una fatica gigantesca. Ma come cacchio si fa ad avviare una casa editrice? Quindi sono andata da minimum fax a seguire un corso intensivo che si chiamava Come aprire una casa editrice e sopravvivere. Mi sembrava un corso che per le… chiamiamole materie, gli argomenti trattati, poteva darti una panoramica di come funzionava il mondo editoriale, e mi sono detta: “Così capisco se effettivamente può interessarmi o meno.” Sono andata a fare questo corso a Roma. Durava tre giorni. Ma forse già alla seconda ora del sabato stavo messa così: “No, vabbe’, è il lavoro più bello del mondo! Che meraviglia! Ok, voglio provarci”.

Merende Selvagge:

E ci hai provato. Ma perché Zandegù si chiama Zandegù?

Marianna:

Quando mia mamma era incinta di me, e lei e il mio papà non sapevano se fossi maschio o femmina, chiamavano il pancione “Zandegù”. Che è il nome di un ciclista veneto che correva negli anni Settanta. Tale Dino Zandegù. Non ho mai capito se lo facessero perché il nome non ha connotazioni di genere, se il nome suonasse buffo, se nella pancia di mia mamma io pedalassi davvero così tanto. Ma nel lontano 2004, credo, o 2005, adesso non lo so, per stabilire il nome di questa creatura avevo organizzato una cena con le migliori menti della mia generazione [*ride tantissimo*]. No: eravamo io, Marco Alfieri e Marco Prato. Erano venuti fuori nomi di ogni genere: Sale Rosa, Tigre di carta… poi, alla fine, quando non avevamo più idee… io, non so perché… ho tirato fuori questo aneddoto infantile, totalmente scollegato. In coro mi hanno detto: “Vabbe’, ma il nome è Zandegù!” E io ho detto: “Ma no… Fa schifo!” E invece adesso siamo la Z con l’accento.

Merende Selvagge:

Un’intuizione grafica geniale, tra l’altro. È stato facile far partire il tutto?

Marianna:

È iniziato un lungo processo: parlare con altri editori per un confronto, per capire bene come funzionava tutto… la distribuzione, le rese, i costi medi… come si fa un contratto con un autore… tutte cose che io non sapevo. Poi sono andata a informarmi in Camera di Commercio, ho sbrigato tutte le faccende burocratiche che servivano, ho cercato un distributore che facesse arrivare i libri nel circuito delle librerie, ho iniziato a pensare alla grafica insieme a un mio amico che se ne occupava di mestiere e ho iniziato ovviamente a cercare i primi titoli da pubblicare. Sono andata a pescare tra i vecchi compagni di Holden, era la cosa più semplice. Poi — non ricordo assolutamente come, qui resta un buco — qualcuno mi ha suggerito di sentire Giulio Mozzi. “Ah, ma Giulio Mozzi conosce mezzo mondo, è bravissimo, fa il talent scout, sa sicuramente come consigliarti.” E lui era super preso bene. Grazie a lui sono riuscita a fare, beh, il primissimo centimetro di notorietà: mi ha intervistato in radio. Nel frattempo avevo iniziato a leggere un botto di riviste di settore. C’era una rivista online (che adesso non c’è più), Frenulo a Mano, grazie alla quale avevo scoperto Ivano Bariani. Anche Simone Marcuzzi mi piaceva un sacco, quindi l’avevo contattato, gli avevo detto: “Ma ti va di fare un libro con noi?”. E poi avevo aperto un blog… La sto facendo proprio lunga. Scusate.

No, non la scusiamo. Perché proprio non pensiamo che la stia “facendo proprio un po’ lunga”. Marianna racconta con sincerità e passione, precisione e divertimento, episodi che le sono accaduti nel 2005. Tredici anni fa. Quando Zandegù era una casa editrice di libri. Libri di carta, specifichiamo. (Sono poi spariti. A distanza di anni sono arrivati gli ebook e, a quanto pare, stanno andando alla grande: si tratta “manuali professionali molto pratici per freelance e piccole ditte. Dalla comunicazione al business plan, dalla maternità alla grafica, passando per eventi, copywriting, risparmi e SEO.” Sopravvivenza, insomma.)

L’angolo della confessione (stranamente coincidente con quello dell’onestà intellettuale) ci obbliga a ripulirci la coscienza: il fatto di conoscere Marianna da tempo, complice l’esordio in narrativa (Francesco) proprio in una delle prime Zande-collane cartacee e le docenze (Francesco e Domitilla) su creatività e lettura/visione, non ci aiutano a scansare le trappole della confidenza eccessiva. C’è persino un momento in cui, confessiamo, l’idea della birretta ghiacciata non pare più così peregrina. Ma passa subito. Giuriamo. Anche perché la conversazione vira bruscamente, così:

Merende Selvagge:

E poi?

Marianna:

Poi, lo confessiamo, ci siamo scoraggiati.

Perché nel 2010 Zandegù chiude. Mette in pausa, diciamo così, la sua prima incarnazione, quella ‘di carta’, come ancora oggi la chiama affettuosamente Marianna. Evidentemente sono stati commessi degli errori. Quali?

Marianna:

L’errore più comune che si fa all’inizio e che io ho fatto è stato: non fare il Business Plan. Io mi ero fatta due conti, ovviamente. Non è che ero andata completamente a caso. Però… Bisogna fare più conti! Cioè: secondo me. Mi ero detta: queste sono le spese iniziali. Queste sono le spese fisse. Bisogna guadagnare tot. Però non tenevo mai veramente traccia di tutto il flusso di entrate e uscite. Dopo ho iniziato ad appassionarmi al magico mondo dell’Excel. Ma bisogna guardarli quotidianamente ’sti benedetti numeri. Quando avevo 21 anni, invece, non me ne fregava niente! Forse giocavo più a fare il mecenate che a fare l’editore. Mi dicevo: “Ah, che bello! Do una possibilità a questi autori bravissimi! Che ho scovato io! Che bello fare queste cose creative!” Tutto il resto mi sembrava una noia infinita. E cercavo sempre di tenere le faccende finanziarie per ultime, purtroppo. Non dovrebbe mai succedere! Anche la casa editrice è un’impresa, un’impresa culturale, un’impresa creativa, un’impresa appassionante. Ma un’impresa. Se i numeri non tornano, non si va da nessuna parte.

Merende Selvagge:

Cosa è cambiato?

Marianna:

Ho iniziato a fare molta più rete. Ho conosciuto persone che si occupavano di imprenditoria e di marketing. Tutte queste cose hanno iniziato a rimbalzarmi in testa, io mi ero detta proprio: “Piuttosto schiatto, ma io stavolta devo tenere le orecchie sempre aperte! Ascoltare tutto quello che succede!” Siccome nella prima versione ero molto chiusa in me stessa, forse queste cose hanno iniziato un po’ a risuonarmi. E poi ho detto: “Ma sai che c’è? Proviamo ad applicarle su Zandegù e vediamo se cambia qualcosa!” E in effetti da lì la musica è cambiata nel giro di poco… Nel 2012, il 14 dicembre, Zandegù ha rivisto la luce.

Zandegù in effetti rinasce. Decide di organizzare corsi. Corsi di tre tipi: “per chi vuole scrivere, per chi vuole disegnare e per chi vuole aggiornarsi.” Ci sono poi quelli on line: “di illustrazione, comunicazione e scrittura narrativa.” Ci sono gli eventi. Come i Walkie Talkie, passeggiate a zonzo per Torino alla scoperta delle meglio realtà creative della città. E le Zandebirre, “quando apriamo le porte dell’ufficio per una birra, mettiamo su della musica e invitiamo chiunque a unirsi per quattro chiacchiere”. Il lavoro di Marianna cresce, si complica, diventa più difficile, certo, ma anche più bello. Richiede grandi capacità organizzative. Quali? Sarebbe ingiusto presentare certi scambi in sintesi pura; il loro valore, crediamo, è dato proprio dal botta e risposta, dal rimpallo di idee che rilanciano ogni volta l’empatia reciproca, così:

Marianna:

Gli strumenti che utilizzo di più sono tre: più o meno economici, alla portata di tutti. Uno è Dropbox, che anche se costa parecchio (adesso ha pure rincarato i prezzi!) mi consente di avere tutta Zandegù sul telefono. È comodissimo: mi chiedono una roba al telefono, un’informazione? Controllo in un secondo. Una pacchia pazzesca. E poi utilizzo un sacco Google Calendar. Credo sia la mia salvezza. L’ho sempre odiato, ma da due anni lo uso per tutto, mi organizzo con mesi (o anni!) d’anticipo i lanci di prodotto, i corsi in sede, i corsi online, la pianificazione delle newsletter, i post sui social, le uscite degli ebook, è tutto lì. Più o meno cerco di programmarlo una volta al mese e poi ogni settimana controllo se ci sono cose da spostare. Un altro strumento che uso spessissimo è il promemoria del telefono. Ho sveglie che suonano di continuo, per qualsiasi cosa, sennò non mi ricordo niente.

Merende Selvagge:

In aggiunta al Calendario?

Marianna:

Sì!

Merende Selvagge:

Quindi serve anche una micro gestione del tempo. Nel senso: il calendario ti dà la prospettiva generale, ma quotidianamente non riesci comunque a non usare le tue svegliette!

Marianna:

Eh, sì.

Merende Selvagge:

Per caso sei anche una di quelle persone che si mandano la mail da sole?

Marianna:

Costantemente!

Merende Selvagge:

Lo facciamo anche noi. Chissà chi è stato il primo sul Pianeta che ha pensato che potesse avere senso…

Marianna:

E tra l’altro ogni volta che me le mando dico: “Oh! Una notifica! Chi sarà mai!” E poi sono io.

Ahem. Ve l’avevamo detto cosa si rischia, a sentirsi in eccessiva confidenza. Ma per amor vostro — vostro e di quel che ci siamo prefissati, ovvero pescare da vicino professionisti che costruiscono — proviamo subito a rialzare il tenore della conversazione, rimettendo sul tavolo un tema per noi cruciale. Marianna stessa ha ammesso di usare una serie di strumenti pur di non staccare mai; pur di “avere tutta Zandegù sul telefono”. È sano tutto questo? Lo scorso 10 dicembre lo scrittore Ivan Carozzi s’interrogava qui su una faccenda che chiama neurosostenibilità cognitiva: un pezzo prezioso, il suo. Perché dà nome alle cose. Scrive Carozzi: Con lo scorrere del tempo, che interessa tanto le trasformazioni del lavoro, lo sviluppo dei device e degli strumenti professionali, quanto i nostri corpi che cambiano e le generazioni che invecchiano, si pone però il tema di un terzo tipo di sostenibilità: quella neurologica. Eccoci al punto. […] È semplice, quasi matematico: la precarietà e l’autoimprenditorialità costringono a lavorare il più possibile, a imbarcare più lavori e progetti contemporaneamente, a sovraccaricare il corpo e la mente di obiettivi e scadenze, a impegnare il cervello nella soluzione di più compiti, a dotarsi di più strumenti, ad aggiornarsi infinitamente, a vivere insomma in uno stato di ansia e allerta dentro un mercato del lavoro culturale e cognitivo che somiglia a una morbida e paludosa arena darwiniana; ma intanto il corpo invecchia. Per questo chiediamo a Marianna: qual è la parte peggiore di un lavoro che obbliga alla performance creativa continua?

Marianna:

Facile: il fatto che nonostante tu ogni anno impari un tot di cose su come si sta in piedi come imprenditore, l’anno dopo… ti tolgono il tappeto da sotto i piedi. E tutto è da rinegoziare. È vero che i tempi sono sempre più veloci, il funzionamento dei social cambia ogni cinque minuti, la gente si stufa in fretta, perché tutti offrono contemporaneamente milioni di contenuti, c’è un bombardamento. Da un lato è molto stimolante perché mi forza a essere costantemente iper-creativa, iper-propositiva, eccetera, dall’altro è enormemente stancante, perché… si ha il cervello sempre a mille. E quando si sbaglia ci si sente uno schifo. Sì, l’incertezza è la cosa peggiore.

Merende Selvagge:

E la parte migliore?

Marianna:

La comunicazione. È la parte più creativa e quella più varia, se volete: video, foto, contenuti testuali… Si coniuga bene col mio essere metodica, organizzata, “precisetti”: il fatto che tutta quest’esplosione di creatività io debba poi andarla a mettere nel mio Google Calendar, organizzarla per benino (perché la comunicazione improvvisata va uno schifo, ecco), mi piace molto. Alla fine si tratta di paletti necessari per crescere: sono i paletti stessi che aiutano a tenere la creatività ancora più alta, secondo me. Un po’ come, non so, gli esercizi che facevi alla Holden, in cui dai docenti ricevevi un botto di paletti, e dicevi: “Che palle! Ma io voglio scrivere quello che mi pare!” E invece no, cavolo, era proprio lì che si vedeva chi aveva la stoffa, chi se la cavava nelle situazioni di… impiccio. Di limite.

Limiti. Ce la immaginiamo, questa Marianna ventenne (identica a ora, peraltro) che briga e s’impegna e s’impiccia e combatte. E lo fa per dieci anni, e un po’ di più. Viene spontaneo, conoscendo un po’ il tabellone di gioco e figurandoci questa pedina in mezzo, chiederle di ragionarci su:

Merende Selvagge:

Essere te è mai stato un limite? Farsi prendere sul serio dagli interlocutori è mai stato difficile — dal fatto di essere femmina, per dire, al modo… non così sobrio di vestirsi?

Marianna:

All’inizio sì, tantissimo. Giravo come se mi fossi pettinata coi petardi. Mi vestivo in modo molto strano. Avevo cose buffe o infantili tra i capelli, attaccate addosso. [*nota che guardiamo i soldatini appesi alle orecchie, ride*] Tutto il mercato… cioè: tutto il sistema distributivo era gestito da dei matusa, quindi effettivamente lì farsi prendere sul serio era proprio tosto. E io non facevo niente per farmi prendere sul serio. Anche perché… col cacchio che mi andavo a mettere in tailleur. Magari mi vestivo un po’ meglio, ovviamente, in caso di riunioni fondamentali. Però non sembravo quella col gessato, super grintosa, arrabbiata. Ci sono stati degli episodi che ho in parte rimosso, perché mi ricordo distintamente delle volte in cui ho pensato: “Se fossi uomo non me le avrebbero mai dette.” Però ho completamente rimosso. Non voglio rimuginarci sopra. Per quanto riguarda l’aspetto… Credo che la credibilità del professionista stia da un’altra parte. Chiaramente il mio stile di vestiario s’è evoluto, ma è ovvio che non ho mai perso quella cifra lì. Sta tutto nel mio carattere. Continuo a fare battute a sproposito, dico un sacco di parolacce, quando vado a fare i corsi alla Camera di Commercio infilo anche la slide con Pamela Prati che piange. Io sono così. Se ti va bene, bene. Se no niente. Grazie a Dio, però, anche se ho un approccio ironico, credo che l’esperienza, la prova dei fatti, le competenze acquisite siano di gran lunga superiori. La reazione della gente, di solito, adesso è: “Ok, la racconta in un modo un po’ buffo, non canonico, però, cazzo, cose da dire ne ha”. Quando avevo vent’anni no. Non avevo esperienza, ero una sbarbatella, non sapevo che cosa stessi facendo. Capisco anche che la gente dica: “Oh, ma chi è ‘sta qua? Che vuole?” Giusto. Per questo la formazione e l’esperienza sono fondamentali.

Merende Selvagge:

Formazione. Ecco. Chi forma i formatori? Tu hai mentori che ti ispirano?

Marianna:

Sarà una segnalazione banalissima, ma… Seth Godin. Se non l’avete mai letto, lo posso capire. È un super guru del marketing. C’ha anche una certa età. All’interno del suo cognome c’è God, perché nel suo settore è tipo Dio. Quello che dice è veramente incredibile. E ha una capacità di dire cose complicatissime in modo super semplice, formativo e didattico. Il suo libro più famoso si chiama La mucca viola. È anche un tipo molto buffo e divertente. Sul marketing mi ha insegnato tantissimo, ovviamente a distanza.

La distanza è fondamentale. Ma noi, a chilometro zero, abbiamo Torino, non New York (e manco Milano): come la mettiamo, con questa città?

Marianna:

Non lo so, sono molto sfiduciata. A me non sembra un grande periodo per Torino. Mi sembra sia in una fase di grande ristagno, particolarmente difficile… molto difficile. Mi convince molto quella poesia di Catalano: A Torino non si scherza un cazzo. Cioè: se ce la fai a Torino, ce la fai dappertutto. Ne ho parlato tantissimo, con tantissime persone, però sono tanti che mi dicono: “Cacchio: se tu fossi a Milano, sarebbe completamente diverso. È vero che avresti il quadruplo della concorrenza, però Milano è molto meritocratica, e con le tue idee ce l’avresti fatta meglio”. Questa cosa mi dà molto da pensare. Ho come l’impressione che a Torino ci sia una fetta di pubblico illuminatissima, bravissima, incredibile, eccetera eccetera, ma: minuscola. Riuscire ad andare a scalfire la massa e convincerla mi pare sia complicatissimo. Resta una città molto chiusa, una città dove non si fa gran rete tra professionisti. O comunque si fa poco. Ci sono delle sacche di gente che si stanno sbattendo tantissimo. I nomi che ora cito possono piacere o non piacere, ma si tratta di chi in modo completamente altruista si sta sbattendo per organizzare un cambiamento di qualche tipo. Per esempio penso a Luca Ballarini, che ha un’agenzia di comunicazione qui a Torino che si chiama Bellissimo. Ecco: lui fa questa cosa che si chiama Torino Stratosferica. Convince anche graficamente, perché mettendo insieme la scritta si vede toriNOSTRAtosferica, ti dà quest’idea di condivisione: mette insieme un po’ di imprenditori culturali per discutere come ci immaginiamo la città del futuro, un discorso super interessante. Ma il resto? Non ne posso più di lamentele: se aspetti sempre che siano gli altri a organizzare le cose, ciao!

Merende Selvagge:

Che hai in testa?

Marianna:

Ecco, a partire dall’autunno vorrei organizzare delle cene, qui. Delle cene speciali dove ognuno porta qualcosa; gli ospiti devono essere persone che non c’entrano un cazzo l’una con l’altra, non so, mi immagino il jolly da circo, la ballerina, il tatuatore, il traduttore, il fotografo, il grafico… Noi li mettiamo insieme in modo che, beh, si conoscano. Per me è La cena per farli conoscere, il titolo di questo format. Come il film di Pupi Avati, sì. Poi nasca quel che vuole nascere. Sennò si finisce sempre nella nostra bolla, un tot di persone che fanno più o meno lo stesso lavoro, ce la raccontiamo e ce la suoniamo e ci lamentiamo e non ci diciamo mai niente di diverso… Bene che vada, continuiamo a darci sempre ragione, tra di noi. Che palle! Io vorrei anche sentire qualcuno che non mi dà ragione, ogni tanto.

Che il conflitto o il cambiamento germinino creazione è cosa vera e coraggiosa da inseguire. Non dev’essere facile chiamarselo addosso.

Merende Selvagge:

Nel concreto quotidiano però che fai, se qualcuno non ti dà ragione o sorgono impicci?

Marianna:

Sono diventata più brava negli anni. Ho due tipi di approcci. Emotivamente parlando, più o meno il mio processo funziona così: panico iniziale. Totale. Globale. Panico proprio: urla. Pianti. Tragedia greca. Dura due, tre ore massimo. E poi mi rimetto subito nei binari. Cioè: io mi perdo in un bicchier d’acqua facilmente, ma allo stesso tempo tengo sempre dritta la barra. Non so mai come queste cose si svolgano. Per rimanere sempre intorno a metafore che hanno a che fare con l’acqua, il rischio è di annaspare durante i soccorsi in mare. Ho imparato, con gli anni, a non prendere mai decisioni nei momenti difficili, o quando ci sono problemi. Faccio un esempio stupido: i corsi non partono. “Ah! Cacchio! I corsi non partono! Cosa facciamo? Non abbiamo soldi! Quest’anno come possiamo fare se non abbiamo l’entrata principale? Dài! Organizziamo altri ventidue corsi! Sì, dài! Organizziamoli! Iniziamo a promuoverli mentre promuoviamo ancora gli altri corsi, che però non stavano andando! Facciamo un altro post!” Questo è l’approccio che ho avuto fino a tre, quattro anni fa. L’approccio emergenza. Il delirio. La bomba. “Facciamo tutto a caso”. Ecco: è l’equivalente di annaspare in acqua mentre il bagnino cerca di salvarti e tu ti dimeni come un pazzo. Probabilmente affogherai insieme al bagnino: per evitarlo, il bagnino dovrebbe tramortirti, a un certo punto. Beh, io mi auto-tramortisco! Adesso basta: se si presenta un momento di difficoltà al lavoro, non si prendono decisioni in corsa. L’ansia ne porta di peggiori. Lasciamo passare la tempesta continuando a sgobbare come muli sulle cose decise con lucidità mesi prima. Passato quel periodo iniziale di panico, quando ci si accorge che magari le cose continuano ad andare male, solo allora ci si dice: ok, mentre continuiamo a far andare avanti il tutto cerchiamo più lucidamente delle soluzioni tampone o una prospettiva diversa per la prossima stagione, o per il prossimo anno. Ci pensiamo però con più lucidità. Tutte le volte che abbiamo operato presi dal panico sono venuti fuori dei merdoni peggiori del merdone iniziale. Dopodiché uno è stanco e deve pure pulire il doppio dello schifo. Quindi: no.

Parlare al plurale è fondamentale, in questo caso. Il tentativo di fare cultura in un territorio in transizione costante richiede energie altrui, in aggiunta. Come si capisce che bisogna allargare la squadra, che serve prendere spazio — fisico, persino — nel mondo?

Marianna:

È stato cruciale il passaggio dalla prima alla seconda Zandegù. Tra le due… Non ricordo se fosse il 21, il 22 di maggio del 2012: mi sono licenziata dal posto in cui ero finita a lavorare, una rivista per onicotecniche, e tre settimane dopo ho riaperto la partita IVA. Cioè: in tre settimane ero già riuscita a tornare dalla commercialista, firmare, fare tutto… Per tornare al discorso di prima: decisioni ponderatissime, proprio! Mi sono detta: “Mi prendo sei mesi per imparare a impaginare gli ebook, a fare il sito”, perché volevo risparmiare. E lo faccio: smadonnando, proprio. Un casino che non vi dico. Ho cercato un grafico per darci una veste nuova, preparare altre basi. Abbiamo ufficializzato la cosa il 14 dicembre con il lancio del sito. Poi in realtà tutto si è concretizzato nel 2013: sono partiti i primi corsi. Sono usciti i primi ebook. All’inizio lavoravo in casa. Poi, due anni dopo, siamo andati a lavorare in un co-working. Abbiamo iniziato ad affittare le sale per fare i corsi. Visto che eravamo sempre lì, abbiamo pensato di prenderci una scrivania, almeno avevamo un appoggio. Poi però la dinamica co-working ci sembrava molto dispersiva, e abbiamo preso un ufficio all’interno del co-working. Ci siamo stati ancora un anno. Le cose hanno iniziato ad andare bene, l’ufficio del co-working è diventato stretto, volevamo ci fosse il nostro logo all’ingresso, l’accoglienza dei corsisti andava fatta in un altro modo. Ricordo che dicevo: “Voglio fare a modo mio”. E quindi ci siamo cercati una sede. Ci siamo arrivati nel 2016. A ottobre abbiamo aperto. Un passaggio graduale, ma neanche troppo. Non eravamo soli, Marco e io. C’era anche il grafico, Davide Canesi, che lavorava da remoto. E Irene Roncoroni, dal febbraio 2014.

Poi ci siamo resi conto che serviva una persona fissa, una figura diversa dall’ufficio stampa classico: cambio della guardia, via Irene, dentro Enrico Viarengo, che si occupa di un po’ di tutto. Più o meno in quel periodo abbiamo sentito l’esigenza di non avere più un grafico a Milano: questo povero figliolo lavora per una grossissima casa editrice, fa orari assurdi (nel nostro caso tornava a casa alle undici, ci mandava le copertine alle tre di notte, non riuscivamo mai a parlarci perché non poteva mai nemmeno fare una Skype). Conosciuto Alessandro Pelissetti, ci siam detti: “Almeno riusciamo anche solo a fare una riunione, ci parliamo”. Quando ho capito che potevo delegare anche l’impaginazione, è arrivata Agnese Tortosa. Invece la storia della  sede, la Zandecasa… Uh! È stato un calvario!

Quando all’inizio abbiamo scritto che il mondo di Zandegù, realizzato da Marianna, è vasto, imprevedibile e ubiquo, facevamo riferimento proprio alla sede. Il colore prevalente è il bianco, quello che la caratterizza è invece il giallo; una precisa gradazione di giallo. (Giallo Lego? Giallo limone? Giallo scuolabus?) Se la Z avesse un colore, ecco: sarebbe questo giallo qua. Le aule, poi. Sono due. Si chiamano [Aula Sandra] e [Aula Raimondo], così, con tanto di parentesi quadre. Sulla porta del bagno è indicato [Tualèt], e c’è uno spazio dedicato alle pause — un bancone, la macchinetta che va a cialde, tanti bicchieri (rigorosamente riciclabili) — sotto ad alcune parole scritte sul muro: [Caffè? Tè? Me?]. Le parentesi sono proprio quadre. Rigorose. Perché Marianna la follia, la stupidera, la “zuzzurellonità” — l’identità del luogo e la propria — ha imparato a padroneggiarle.

Marianna:

Nei primi mesi del 2015 abbiamo iniziato a dire che forse poteva servirci una sede. Un giorno stavamo passeggiando in via Pinelli e io vedo questa casa, per i miei gusti bellissima, una casetta indipendente, super carina. C’era un cartello con scritto VENDESI O AFFITTASI. Io dico: “Sembra proprio perfetta.” Prendo il numero di telefono, chiamo, prendiamo appuntamento. Era stata una scuola di musica. Dentro era già… perfetta. Per me era perfetta. Era proprio una casetta completa, enorme, bellissima. Aveva l’interno cortile. Ero proprio impazzita, vedevo già le possibilità. Volevo costruirci un piano sopra. Quindi dicevo: “Vabbe’, e sopra costruiamo casa nostra! Che bello! Bellissimo!” Ma la trattativa non è andata a buon fine. Ce la siamo persa. Però da lì ho capito che sì, dovevamo cercarci un posto. Allora abbiamo iniziato a cercare di tutto. In vendita e in affitto. In condivisione… sulla luna! E abbiamo visto una marea di schifezze. Delle robe in condizioni pietose. Quando avevamo perso ormai tutte le speranze, sull’ennesimo sito ho trovato questo posto. Mi sono detta: “Vabbe’, le foto sembrano meno cagose di quelle solite, andiamo a vedere”. Quando siamo arrivati qua, ovviamente l’aspetto era completamente diverso. [*allarga le braccia come a prendersi tutta la sala, il bianco e il giallo insieme*] Era tutto da ristrutturare, però era in condizioni dignitose, la Metro era vicina, non c’erano scomode Strisce Blu. Quindi abbiamo comprato. E poi abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione. Un salto nel vuoto mostruoso, che non consiglierei probabilmente a nessuno. Ma tutte le soluzioni in affitto che abbiamo visto erano di due tipi: o il mega-loft dove è possibile combinare le aule come si vuole, con costi di affitto salatissimi! Oppure posti di dimensioni più normali, però strutturate ad ufficio: aule che al massimo contengono cinque persone, o obbligano a buttare giù muri e fare un sacco di lavori su un posto che non è tuo. L’idea di spendere mille euro di affitto per il mega-loft sembrava una cagata galattica… piuttosto uno si fa un mutuo, appunto. Per questo abbiamo deciso di andare in questa direzione. È spaventosissimo, ovviamente, avere sul groppone anche questa cosa qua.

Merende Selvagge:

E poi? Una volta che c’è il posto, è fatta?

Marianna:

L’anno prima di venire qua avevamo deciso di rifare il sito: era sempre quello che avevo fatto io, faceva acqua da tutte le parti. Soprattutto la parte di e-commerce stava iniziando a dare problemi. Quando abbiamo deciso di rifare quella parte lì, abbiamo anche ragionato sul restyling del logo, perché era un po’ diverso, e in generale sulla grafica dei materiali: la facevo tutta io, totalmente a caso, non c’era coerenza. C’erano immagini di stock, robine fatte con Canva, tutto un po’ a caso. Quando abbiamo deciso di riaprire qui, Marco mi ha presentato una sua amica che fa la grafica a Milano, Benedetta Spreafico, che credo che sia un genio… Ecco, forse lei la annovererei tra i mentori che conosco di persona. Lei è veramente bravissima, ha una mente incredibile: non solo è molto creativa, ma capisce il cliente, ragiona a scopo commerciale con del raziocinio vero, il sense of business milanese. Il famoso rebranding è suo: c’ha rifatto il logo, l’immagine coordinata, tutti i materiali…

E se uno in questo mondo volesse entrarci? Se, a forza di ragionare intorno a un settore boccheggiante eppure ancora vivo, vivo, vivo, ci si volesse cimentare in una strada simile o parallela?

Marianna:

Bisogna essere secondo me molto consapevoli che è una fatica devastante. La consapevolezza che ci si sta infilando in un ginepraio è necessaria. Io non ce l’avevo, no? A livello pratico, bisogna veramente tenere i conti sottomano. Non dev’essere il Business Plan complicato che ti insegnano al MIP, per chiedere i finanziamenti. Ma deve somigliare al tenere i conti di casa: che sia col kakebo, col quadernino, con l’Excel. Avere sempre traccia di quel che si sta facendo è essenziale. Perché quando si vedono per tempo le cose si riescono ancora a salvarle. Se si ignorano è la fine. In più, bisogna tanto, tanto, tanto, tanto, tanto lavorare sulla comunicazione. Spero di non passare per arrogante, ma se a noi la comunicazione sta andando bene, e tutti ci fanno complimenti, è anche perché nel settore culturale appena fai un briciolo di sforzo in più spicchi subito. Facciamo i matti e creativi, però non è che per forza devi essere matto e creativo anche tu. Tante volte mi si dice: “Ah, ma che bella l’ironia, a me non viene!” Sì, ma non è che bisogna per forza fare come noi. A noi vien bene, è naturale, è così. Si possono però anche fare cose più seriose, più professionali. Occorre un minimo di sale in zucca. Del Sale Rosa in zucca!

Merende Selvagge:

Secondo te perché sembra tanto difficile? Perché pare sempre che debba esserci un bivio netto tra il fare cultura e il fare ironia, o comunicazione, o — in un certo senso — persino intrattenimento?

Marianna:

Credo che non si capisca ancora che la comunicazione, come dice la parola stessa, è una comunicazione. Ci sono due soggetti che si stanno in qualche modo parlando: ci sei tu che parli, e c’è l’altro che deve capirti. Se continui a scrivere e a fare foto incomprensibili, o video di bassa qualità, o didascalie autoreferenziali… non ti capirà nessuno! Occorre dire cose interessanti, cose che agli altri venga voglia di ascoltare. Ecco: invece di stare a preoccuparsi che bisogna imparare MailChimp, WordPress o altri mille programmi, preoccupiamoci di avere cose da dire. In tutti questi anni di formazione, quante volte mi sono sentita dire da corsisti: “Ah, che bello! Voglio aprire un blog! Adesso ho imparato tutti gli angoli più reconditi di WordPress, fino a farlo diventare un Super Concorde!” Ok. “E ora l’hai aperto il blog?”, gli chiedi dopo sei mesi. “Eh, no, non sapevo cosa scrivere!” Allora: non devi necessariamente usare chissà quali programmi o strumenti per interagire con le persone. C’è Medium; c’è persino Facebook, se vuoi… L’importante è avere cose da dire. Quanta gente spara: “Quanto vorrei fare i video! Ma è così difficile! E la fotocamera, e le luci…” Ma no: noi il novanta per cento dei video li facciamo col telefono. Non è importante il mezzo. Certo, a un certo punto, si dovrà curare anche l’estetica: si dovrà migliorare il proprio game, come dicono gli americani. Ma cacchio, senza avere delle cose da dire come si fa?

Ci sarebbe ancora tanta roba da raccontare. Le risate. Le manifestazioni di complicità. I progetti per il futuro. Gli appuntamenti alle prossime Zandebirre, che ora c’è venuta una sete… Ma è il momento di fermarci. Di rispettare i paletti. Recuperiamo le nostre cose. Ci salutiamo. E prima di tornare in strada — prima di rituffarci in questo primo, violentissimo accenno di estate — ci voltiamo a guardare Marianna un’altra volta. Ferma nel rettangolo della porta, sullo sfondo ha delle lettere coloratissime, gonfiabili, che, una in fila all’altra, formano la solita scritta con la Z. Non è da tutti intervistare qualcuno che sembra uscito da una graphic novel.

Ci tornano in mente le foto del suo profilo Instagram. Una, in particolare, in cui Marianna, con i fianchi schiacciati, se ne sta infilata dentro una clessidra: un altro dei tanti luoghi in cui l’abbiamo vista. E continueremo a vederla. Perché Marianna è una di quelle persone-personaggio che, quando le incontri, ti invogliano subito a chiederti cos’hanno fatto per arrivare sin là e cosa stanno facendo; ma, soprattutto, ti invogliano a chiederti cosa faranno nelle prossime puntate. Nel futuro, insomma. Perché è lì che la incontreremo, la prossima volta. Ci abita.

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Dalla parte di Marcel. Brevi note sentimentali sullo Scrittore e Narratore della Recherche https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-parte-marcel-brevi-note-sentimentali-sullo-scrittore-narratore-della-recherche/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-parte-marcel-brevi-note-sentimentali-sullo-scrittore-narratore-della-recherche/#comments Tue, 07 May 2019 06:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40176 di Francesco Gallo

Quand’ero piccolo, tra i tanti libri che mi hanno influenzato ce n’è stato uno, intitolato I Grandi personaggi — Le biografie dei “giganti” della storia, della scienza e dell’arte illustrate a fumetti, che è stato il libro che, probabilmente, mi ha influenzato più di ogni altro. E nessuna, tra le innumerevoli, diversissime vite dei molteplici “giganti” inventariate, mi ha suggerito un’immagine mitica, primaria e sostanziale dello scrittore quanto quella di Marcel Proust.

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Quand’ero piccolo, tra i tanti libri che mi hanno influenzato ce n’è stato uno, intitolato I Grandi personaggi — Le biografie dei “giganti” della storia, della scienza e dell’arte illustrate a fumetti, che è stato il libro che, probabilmente, mi ha influenzato più di ogni altro. E nessuna, tra le innumerevoli, diversissime vite dei molteplici “giganti” inventariate, mi ha suggerito un’immagine mitica, primaria e sostanziale dello scrittore quanto quella di Marcel Proust.

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Il volume — rilegato, con sovracoperta, pubblicato dall’Istituto geografico De Agostini nel 1982 — presenta i testi di Donatella Giacotti Piccioli e Giuseppe Pederiali assieme ai disegni di Daniele Fagarazzi e Giuseppe Montanari. Più che di disegni, comunque, si tratta di fumetti.

Nella breve introduzione, “i grandi personaggi” vengono descritti come: “figure ‘emergenti’, persone che, per i loro meriti particolari o a volte anche solo perché si sono trovate nel posto giusto al momento giusto, riescono a raccogliere le idee e le proposte che stanno fermentando e a dar loro un aspetto compiuto, originale. Di ogni personaggio se ne può leggere la biografia, formata dai: “[…] momenti salienti della vita […]”, sapendo che: “[…] uno di questi, il più significativo, il più interessante, o quello che meglio caratterizza l’opera e le idee del ‘protagonista’, è illustrato con un fumetto.”

L’indice è costituito dai centosedici grandi personaggi. Si comincia con Alessandro Magno, “il grande conquistatore”, re di Macedonia, vissuto trecento anni prima di Cristo e morto a soli trentatré anni, e si finisce con Richard Wagner, “La grande musica del romanticismo tedesco”, celebre compositore e ideatore della Gesamtkunstwerk, l’Opera-Totale, sintesi delle arti poetiche visuali musicali e drammatiche.

Nel mezzo: Archimede, “Il genio matematico”, Confucio, “Una morale tutta cinese”, Lenin, “La rivoluzione del 1917”, Magellano, “La scoperta del Pacifico”, Pericle, “Il periodo d’oro di Atene”, il Saladino, “Un guerriero generoso”, Voltaire, “Un grande pensatore illuminista”.

Nessuno di questi grandi personaggi — fatta eccezione di Maria Skłodowska, la quale, nel 1985, sposa Pierre Curie — è una donna.

Tra i centosedici si possono contare: sette filosofi (Aristotele, Cartesio, Hegel, Kant, Marx, Nietzsche, Platone), cinque leader religiosi (Buddha, Confucio, Cristo, Gandhi, Maometto), sette inventori (Ampère, Archimede, Edison, Galilei, Gutemberg, Marconi, Volta), cinque esploratori (Amudsen, Colombo, Vasco da Gama, Magellano, Marco Polo), tre registi (Chaplin, Eisenstein, Lumiere).

Gli scrittori sono: Boccaccio, Brecht, Cervantes, Dante, Dostoevskij, Goethe, Hemingway, Joyce, Kafka, Leopardi, Mann, Manzoni, Petrarca, Pirandello, Poe, Rabelais, Shakespeare, Stendhal, Tolstoj.

Marcel Proust, il ventesimo, è: “Il romanziere della memoria”.

2.

«Perché non mangi mai una madeleinette?»

Nella tavola a fumetti del grande personaggio — che presenta, lo ricordo: uno dei momenti più significativi della sua vita (ma, come spiegherò più avanti, si tratta di un errore) — è la madre di Proust, Jeanne Clémence, a formulare questa domanda.

LA domanda.

L’immagine è corredata da una didascalia [nella vignetta 1]: “Una sera d’inverno Marcel Proust rientrò in casa oppresso dalla giornata grigia”. E c’è Marcel che, chinandosi per stringere premurosamente la destra alla genitrice, esclama: «Buonasera, mamma!» E Jeanne, adagiata in un’ampia poltrona, reggendo un cerchio da ricamo con sopra una figura abbozzata malamente, risponde: «Marecel, sei intirizzito, prendi una tazza di tè!»

Nel salotto dove la scena si svolge è possibile notare [ancora Vignetta 1]: in alto a sinistra, il cominciamento di una rampa di scale, appena velato dallo sbalzo di una tenda; al centro (ma alle spalle di Marcel) una lampada di vetro carnevale — piuttosto grande, a dire il vero: sembra un mappamondo; in basso a destra, un tavolino di forma circolare, con una teiera, due tazzine e un vassoio d’argento.

Il vassoio, attenzione: è ricoperto di petite madeleine.

A questo punto [nella Vignetta 2] si vede Marcel che sorseggia il tè con le palpebre socchiuse; sta già godendo dell’effetto rinfrancante della bevanda e accetta la seconda offerta di Jeanne («Perché non mangi una Madeleinette?»). Poi [nella Vignetta 3] la didascalia informa che: “Al primo boccone del dolce inzuppato nel tè Marcel avvertì una strana sensazione”. Questa volta Marcel, con un cucchiaino distante pochi centimetri dalla bocca, si domanda — arrivando a colmare di parole inquiete un ballon dai contorni tondeggianti: «È un piacere delizioso. Ma che cosa la provoca? Non ne capisco la causa.»

Un’ennesima didascalia [nella Vignetta 4] chiarisce l’accaduto: “Qualcosa di remoto era legato a quel sapore”.

E Marcel, disegnato nuovamente di profilo — in modo da notare i suoi occhi, ancora chiusi; si potrebbe dire: rigirati all’indietro, puntati verso il tempo perduto —, si staglia contro la raffigurazione del passato che pare un riflesso su un vetro ricoperto di goccioline di pioggia: una figura dai contorni sfocati — come tracciata su una sabbia finissima, oppure suggerita dalle spire di un venticello dai colori variegati —, distende una parte di sé in direzione di una seconda figura, ancor meno delineata.

Nel frattempo altri miscugli, spiraliformi ed eterei, seguitano a ondeggiare, assumendo una consistenza sempre più esplicita. Cosa sono?

Ce lo dice un’altra didascalia [nella Vignetta 5]: “Riemergono i  giorni dell’infanzia”. E finalmente prendono forma: MARCEL — assai più giovane, adesso; è un bambino — che sorride. È vestito alla marinara. Si rigira tra le mani l’orlo del berretto e dice: «BUONA DOMENICA, ZIA LÉONIE». E c’è sua ZIA LÉONIE — il garbuglio poco chiaro si è fissato; il cumulo temporalesco allungato era lei; faceva semplicemente segno al nipote di accomodarsi — che risponde: «Marcel, piccolo mio, c’è qui la madeleinette che ti aspetta.»

Ogni elemento del racconto [nella Vignetta 6] trova a questo punto una propria lettura unica, inequivocabile; ritrovata per sempre: “Una traccia labile di impressioni gli ha dischiuso le porte della memoria, ha collegato passato e presente, lo ha spinto alla ricerca del tempo perduto: sarà questo il titolo del suo capolavoro”: parole che consacrano la riproduzione di una delle foto più celebri dello scrittore; quella in cui Proust, reggendosi il mento con una mano, tiene la testa piegata a sinistra, leggermente inclinata all’indietro, a causa della postura assunta su una chaise-longue priva di schienale. Il suo volto è un primo piano, sovraimpresso al ricordo di una certa passeggiata: c’è lui, ancora bambino, in un parco. Sosta nei pressi di un laghetto. Si appoggia a una staccionata e segue con lo sguardo una coppia di cigni che nuotano con fare mansueto, sebbene in direzioni opposte.

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E per molto tempo ho creduto che fosse andata così. La faccenda dei ricordi.

E così credo che vada ancora, sciaguratamente, per la maggior parte di quei lettori che, invece di leggerla, abbandonandovisi con voluttà, l’opera di Marcel si limitano a sfiorarla, oppure a circumnavigarla, perché pensano di conoscerla già — sciaguratamente, appunto — dal momento in cui si tratta “solo” del lunghissimo romanzo di Proust, “Il romanziere della memoria”.

Ma il libro de I grandi personaggi e, in particolare, il fumetto — che, tra tutti i momenti di una vita, lo ricordo, intende raccontare: “il più significativo, il più interessante, o quello che meglio caratterizza l’opera e le idee del ‘protagonista’” —, commettono diversi errori. Per esempio.

Confondere lo scrittore della Recherche con il suo Narratore.

Colui che dice “Je”, all’interno dei sette volumi della Recherche, non è Proust — nonostante venga chiamato, per ben due volte, “Marcel”. (Nella prima occasione, ne La prigioniera, il Narratore scrive: “Appena ritrovata la parola Albertine diceva “Mio” o “mio caro”, seguiti l’uno o l’altro dal mio nome di battesimo che, se dessimo al narratore lo stesso nome dell’autore di questo libro, avrebbe fatto: “Mio Marcel”, “Mio caro Marcel”.) Piuttosto, come scrive Pietro Citati ne La colomba pugnalata, si tratta di: «[…] due persone, fuse nello stesso involucro: Marcel il Narratore e Marcel Proust, l’‘Autore di questo libro’, che ogni tanto si distacca invisibilmente dal primo Marcel, e, dietro le sue spalle, fa un piccolo cenno, che ci spalanca un orizzonte diverso.»

L’episodio della petite madeleine, inoltre, è ricavato — si direbbe: a mo’ di canovaccio — da una sequenza reale del romanzo. Si trova nella Parte prima, intitolata Combray, del primo volume: Dalla parte di Swann — più precisamente, alle pagine 55-59 dell’edizione I Meridiani. Non fa parte dei “momenti più significativi” vissuti dal grande personaggio. (La zia Léonie non è la zia di Proust. La zia di Proust si chiamava Elisabeth — ed era la sorella del papà di Marcel, Adrien. E grazie a Céleste Albaret, la fidata governante di Proust, che ce l’ha raccontato in Monsieur Proust [un prezioso libro di memorie trascritte da Georges Belmont], sappiamo che non beveva tazze di tè, bensì delle rinfrescanti tisane al tiglio.)

La sequenza — se letta, vorrei dire: con attenzione, ma direi una cosa errata, dal momento in cui io credo che si possa leggere soltanto in un modo, e cioè: con gli occhi —, la sequenza, dicevo, racconta di come le difficoltà per far riaffiorare il passato siano innumerevoli.

Dal momento in cui il palato del Narratore e il pezzetto di madeleine “ammorbidito sul cucchiaio” si toccano, al momento in cui “tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me”, dentro al corpo e alla mente del Narratore si compie un’arditissima battaglia. La sensazione sperimentata è in grado di rendere “indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità” e di far sentire il Narratore: eccellente, indispensabile, immortale. Nell’incapacità di mettere in luce l’origine di questa gioia, il Narratore beve una seconda e una terza volta. Ma: nulla.

Stabilito che: “[…] la verità che cerco non è lì dentro, ma in me”, il Narratore si rende conto di avere a che fare con un problema a dir poco enorme, poiché “[…] il cercatore fa tutt’uno con il paese ignoto dove la ricerca deve avere luogo […].” Per ben dieci volte si sporge verso questo ricordo. E solo quando la vigliaccheria riconduce i pensieri “ai miei fastidi di oggi, ai miei desideri di domani”, avviene la sorpresa. E, come abbiamo già detto: “[…] tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me.”

Più di ogni altro aspetto, quindi, il ricordo ha a che fare con l’obliterazione del proprio “io”.

Altro che salvezza.

3.

Pensare di poter affidare all’arte, in particolare a una mastodontica impresa di scrittura (il Guinness dei Primati parla del romanzo più lungo al mondo: 3724 pagine), la salvezza di se stessi e, di conseguenza, del proprio Tempo possiede un sicuro slancio consolatorio.
Non tutti, però, la pensano così.

Samuel Beckett, per esempio, ha avuto un’idea differente.
Nel 1931, dopo aver lasciato l’Irlanda (assieme alla carriera di insegnante), l’autore di Aspettando Godot pubblicò, a soli venticinque anni, un saggio intitolato molto sinteticamente: Proust.

La sua tesi di fondo era: la convinzione secondo la quale uno dei principali valori contenuti nella Recherche sia l’avvenuta scoperta da parte di Marcel della propria vocazione di scrittore — assai diffusa e condivisa all’epoca — è sbagliata.

Come ottimamente racconta Alessandro Piperno in Contro la memoria:

«Il libro di Beckett serve a riconsiderare, secondo una prospettiva obliqua, una delle questioni capitali della Recherche: il Ricordo. Provare a sottrarlo ai deliziosi profumi di biancospini, ai fragranti bocconi di focaccia imbevuti nel tè, al fervore retrospettivo di nostalgie edipiche. Provare, per dire, a desentimentalizzarlo.»

Per Beckett, Proust è stato un grande nichilista — come Schopenhauer, come Leopardi — dal momento in cui i personaggi del suo capolavoro non hanno alcun controllo sugli effetti del Tempo. E a nulla valgono gli innumerevoli episodi di memoria involontaria che di tanto in tanto rischiarano, simili all’azione di un solvente sui colori di un quadro da restaurare, le loro esistenze. Continua Piperno:

«Beckett ripercorre per sommi capi l’episodio in cui il Narratore, la prima sera del secondo soggiorno a Balbec, grazie al gesto di chinarsi per togliere gli stivaletti viene invaso da una sensazione familiare che gli fa sentire — per la prima volta da che la nonna è morta — che lei non esiste più.
“Ora” scrive Beckett “un anno dopo la sua sepoltura, grazie all’azione misteriosa della memoria involontaria , egli [il Narratore] viene a sapere che lei è morta. […] Da quel gesto egli non ha semplicemente tratto la realtà perduta della nonna: ha recuperato la realtà perduta di se stesso, la realtà del suo io perduto”. Fin qui nulla di nuovo nel fosco cielo proustiano. Il dato paradossale cui Beckett ci invita a riflettere è ben altro. Lui ci mette di fronte a qualcosa di molto più perturbante di una semplice resurrezione prodotta dalla memoria involontaria. Beckett ci fa notare che il Narratore capisce che la nonna è venuta meno per sempre proprio nel momento in cui si è illuso per qualche istante di averla ritrovata. “Questa contraddizione tra la presenza e l’irreparabile perdita è insostenibile” commenta Beckett con amarezza.»

Il Tempo perduto di Proust, quando riemerge in maniera imprevista attraverso gli strati della coscienza, non è altro che un’illusione. Un’illusione che subiamo per un istante; sufficiente, tuttavia, a farci avvertire la sua autentica natura di incubo — perché quando il Narratore improvvisamente ricorda che sua nonna, da più di un anno oramai, è morta, significa che una parte di sé, per chissà quanto tempo, l’ha creduta ancora viva. Piperno:

«Proprio sulla scorta di tutta questa proustiana desolazione, Beckett, tirando le fila del discorso, conclude: “Di conseguenza, la soluzione proustiana consiste, per quanto si è detto, nella negazione del Tempo e della Morte: la negazione della Morte in ragione della negazione del Tempo. La Morte è morta in quanto il Tempo è morto.”»

Ma parlare di morte del Tempo, assieme alla morte della Morte, non ha senso. Sempre Piperno:

«Ecco svelati gli inganni del Tempo: i veri protagonisti della Recherche. Si tratta di inganni prospettici su cui non si può avere la meglio. Credere di poterli sconfiggere non è meno irragionevole che credere di poter sconfiggere la Morte. Così come credere fino in fondo alla forza salvifica dell’arte non è meno ingenuo che credere di poter conferire un senso retrospettivo alla vita che si è vissuti.»

Altro che conservazione dei ricordi, quindi. E del tempo perduto. E di se stessi.

L’insieme dei meccanismi che regola il funzionamento della nostra memoria è destinato a restare un mistero; il cui perpetuarsi — lo ricordo — sancisce l’abbattimento dei confini che separano il nostro “io” dal mondo esterno.

Sarebbe davvero sbrigativo confondere l’effetto straniante di questa illusione con un più ordinario sentimento di nostalgia. Ciò nonostante, l’equilibrio tra gli stati d’animo congiunti (ma opposti) che caratterizzano questa emozione — la felicità sprigionata dall’aver vissuto un dato momento assomiglia a un laccio inestricabile dalla tristezza per averlo perduto — trova il proprio bilanciamento nell’esistenza di un oggetto fisico.

Un souvenir.

Si farà un po’ fatica a crederlo, ma se Marcel Proust ha scelto come biscotto da intingere nella tazza del tè bollente e saporoso della zia Léonie proprio una madeleine è esattamente per questa ragione. Che si tratti del modellino di una gondola veneziana da piazzare sopra a un televisore, oppure del Colosseo romano da calamitare allo sportello del frigorifero, le probabilità che si ritorni da un viaggio senza aver ficcato un ninnolo in uno scomparto della propria valigia sono davvero poche.
Quasi nulle.

E Proust lo sapeva.

4.

Il dolce inzuppato nel tiglio viene descritto dal Narratore come uno di «[…] quei dolci corti e paffuti che chiamano Petites Madeleines e che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una “cappasanta”.»

Ovvero, di una «[…] piccola conchiglia di pasticceria […].»

Ma — almeno nella mente di Proust — non è stato sempre così.

Nel 2015 le Editions des Saints Pères, una casa editrice indipendente francese specializzata nella pubblicazione di celebri manoscritti (facsimile) — da Frankenstein di Mary Shelley a Viaggio al termine della notte di Céline —, mette a disposizione di chiunque le desideri (basta alleggerire il proprio portafogli della somma di 250 euro) tre versioni alternative del celebre episodio della madeleine.

Nella prima si scopre che, in origine, si trattava di una normale fetta di pane abbrustolito, cosparso di miele. Nella seconda il pane diventa un generico biscotto. Nella terza, che è quella definitiva, abbiamo finalmente la Petite Madeleine.

Ma perché?

La “cappasanta”, oltre a richiamar nella sua forma «[…] grassamente sensuale sotto la sua pieghettatura severa e devota […]» un incontestabile simbolismo erotico, riesce a farsi carico di un prezioso bagaglio storico ancorché religioso dal momento in cui, nella versione francese, si tratta di una coquille Saint-Jacques. Ovvero: una conchiglia di San Giacomo.

Giacomo il Maggiore (detto così per distinguerlo da Giacomo d’Alfeo, Giacomo il Minore) è stato uno dei dodici apostoli di Gesù. Nato a Betsaida, in Galilea. Dopo la morte e susseguente resurrezione del Nazareno, si dice che viaggiò in Spagna per diffondere il Vangelo. Tornato in Giudea, il re Erode Agrippa I lo fece uccidere decapitandolo nel 43 d.C.

Secondo la Legenda Aurea — una raccolta di agiografie composte dal monaco Jacopo da Varazze nel 1298 — alcuni discepoli di Giacomo ne trafugarono il corpo per riportarlo in Galizia, dove lo seppellirono in un luogo non meglio identificato. Finché, nell’anno 813 d.C., il vescovo Teodomiro, incuriosito da un misterioso fenomeno luminoso al di sopra del monte Liberon, rinvenne una tomba (di sicura epoca romana) recante la scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomè”.

Ma come era rappresentato San Giacomo?
Eccolo in un dipinto di George de La Tour (1593-1652):

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Quest’altra versione, invece, è opera di Giuseppe Vermiglio (1587-1635):

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Fondamentale in entrambi i casi la presenza di un oggetto: una conchiglia.

Una Pecten jacobaeus.

Una cappasanta.

Anche quando San Giacomo viene raffigurato sulla cattedrale di Notre-Dame di Parigi, questo elemento non manca. Nel bel mezzo del Giudizio Universale, al di sotto della strombatura dell’ingresso principale, tra le dodici statue degli apostoli, è possibile individuarlo grazie alla valva convessa fissata alla borsa:

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Oppure sulla cattedrale di Chartres, sul portale meridionale; le conchiglie del Santo stanno legate a una banderuola indossata a tracolla:

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Ma perché una conchiglia?

Si tratta degli oggetti che, all’epoca delle crociate, i pellegrini diretti verso la Terra Santa portavano più volentieri, per via della loro leggerezza e per la scarsità del loro ingombro. Dopo averle raccolte in giro, le conservavano in una bisaccia, oppure se le cucivano addosso.

Un souvenir, quindi.

In Galizia, nella parte più a nord-ovest della Spagna, dove c’è il comune di Finisterre (dal latino finis terrae: “confine della terra”), là dove si compie il Cammino di Compostela, i pellegrini cristiani — che andavano a visitare la tomba di San Giacomo, o da lì tornavano — dovevano, tra le altre cose, sottoporsi a un rito: bruciare i propri abiti, tuffarsi nell’Oceano Atlantico (per affrontare gli imprevedibili mulinelli d’acqua gelata che si formavano nella rìas, la costa rotta da profonde insenature) e recuperare una conchiglia a mo’ di testimonianza.

È un pellegrino anche lui, il Marcel della Recherche.

In viaggio per i vasti, sconfinati territori della memoria.

5.

L’immagine del pellegrino ha sedotto le intenzioni di Marcel Proust per molto tempo, durante la stesura della sua opera; pare addirittura che l’ultima parte del romanzo dovesse intitolarsi L’Adoration perpétuelle in omaggio a L’Adorazione dell’Agnello Mistico.

Si tratta di una pittura a olio (dimensioni: 375 x 258 cm) realizzata per la cattedrale di San Bavone a Gand, nel nord del Belgio, tra il 1426 e il 1432. Gli autori furono Jan van Eyck, l’artista che perfezionò la tecnica della pittura a olio, e suo fratello maggiore Hubert, che però morì prima del completamento del lavoro.

Dodici pannelli disposti su due file (tecnicamente si chiamano registri) che compongono un polittico apribile. Tema: la redenzione.

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Nella parte inferiore al centro c’è il grande pannello con l’Adorazione dell’Agnello Mistico. Ai suoi lati, altri quattro pannelli. A sinistra: i Buoni Giudici e i Cavalieri di Cristo. A destra: gli Eremiti e i Pellegrini. Nell’ultimo pannello a destra è impossibile non notare tra questi un pellegrino con, fissata al centro del suo copricapo, una conchiglia di San Giacomo.

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6.

Se, tra le tante catalogate ne I Grandi personaggi, la personalità di Marcel Proust è stata quella che è riuscita a suggerirmi un’immagine mitica dello scrittore, è accaduto per un motivo che, me ne rendo conto, non ho ancora svelato.

Essendo Proust un gigante della letteratura — secondo il critico Harold Bloom il genio che metteva nella creazione dei suoi personaggi, in quanto a vastità, gareggiava soltanto con quello di Shakespeare —, i motivi di una simile preferenza rischierebbero di risultare superflui. Addirittura banali. Per uno che scrive, o che voglia scrivere per mestiere, intendo.

Sarebbe un po’ come se, chiamati a stilare un elenco degli elementi presenti nel nostro universo, fondamentali per la nascita della vita sul nostro pianeta, fossimo colti da un lunghissimo, irragionevole istante di vuoto; un attimo di smemoratezza prima di posare la penna sul foglio e scrivere la parola: “sole”.

Se, invece, volessimo sfruttare alcune delle eccentricità comportamentali dell’autore della Recherche per esaltare, oppure, peggio: assolvere alcuni dei nostri più evidenti difetti caratteriali e/o fisici, ci muoveremmo alla ricerca di qualche dettaglio autobiografico meno conosciuto.

Fiaccati da una fastidiosa allergia da fieno, per sentirci meno sfortunati ci paragoneremmo a Proust; a quando, impegnato a scrivere una lettera a Reynaldo Hahn (di appena tre pagine), fu costretto a interrompersi ben ottantatré volte per soffiarsi il naso.

Spronati a uscire di casa per fare un po’ di sana attività fisica, ribadiremmo di aver appena sottoscritto l’abbonamento a un nuovo sito di streaming, usando come riferimento Proust; poiché, innamorato dell’invenzione del telefono (in Francia già nel 1900 pare avessero installato più di trentamila apparecchi), Marcel era solito utilizzare il servizio del «teatro al telefono» per restare aggiornato circa gli spettacoli teatrali in scena a Parigi.

Sollecitati a motivare certi slanci di inopportuna generosità economica affermeremmo che Proust, le rare volte in cui si recava al ristorante, era solito lasciare una mancia pari al 200% del conto pagato.

Chiamati a rendere conto di un nostro recente, vile se non addirittura ripugnante comportamento dettato da un moto di gelosia, manderemmo a memoria una frase scritta da Proust: «Vivete davvero con [la persona che amate], e non vedrete più nulla di ciò che ve l’ha fatta amare; ma, beninteso, i due elementi distinti possono essere nuovamente riuniti dalla gelosia.»

Ma non è nulla di tutto questo. Non è per questo che, tra le tante presenti nel volume de I GRANDI PERSONAGGI, quella di Marcel Proust è stata la personalità che mi ha suggerito l’immagine più mitica che uno scrittore dovrebbe trasmettere.

7.

«Ho deciso di por fine ad ogni carne, perché la terra a motivo degli uomini è piena di violenza; ecco, io li distruggerò insieme alla terra» (Nuova Diodati, Genesi 6, 12). Il mondo a un certo punto, riporta la Bibbia, si affollò. E sventuratamente si colmò di malvagità. Disgustato dalla visione di un uomo cattivo, in grado di concepire unicamente pensieri maligni, Yahweh, il Dio del popolo ebraico, pronunciò queste terribili parole. Soltanto un uomo — uno solo, un agricoltore giusto e irreprensibile che camminava al suo fianco — trovò ai Suoi occhi la “grazia”. Quell’uomo era Noè.

Mettiamola così: se Proust avesse posseduto una versione francese de I Grandi personaggi, mi piace pensare che uno dei più importanti patriarchi ebrei sarebbe finito in cima alla lista.

«Quando ero bambino,» rivelò in un’intervista «mi sembrava che non ci fosse personaggio della storia sacra con un destino più triste di quello toccato a Noè, costretto a causa del diluvio a star chiuso nell’arca per quaranta giorni».

Per quale motivo, allora, Proust giunse a invidiare quest’uomo? Longevità a parte — quando cadde il Diluvio Universale, durante l’anno 1656 della Creazione, aveva seicento anni —, Noè dovette rinunciare, tra le altre cose, alla visione dell’arcobaleno, il segno dell’Alleanza tra Dio e «ogni essere vivente che è sulla terra», poiché Dio aveva deciso di manifestarsi attraverso la Shekhinah, cioè: la rappresentazione degli attributi femminili.

«Quando in seguito fui spesso malato,» prosegue Proust «dovetti stare a mia volta per lunghi giorni chiuso nell’arca. Capii allora che Noè non avrebbe mai potuto vedere il mondo così bene come dall’arca, benché fosse completamente chiusa e fosse notte sulla terra».

A questo punto, sembra immediato paragonare l’appartamento al n. 102 di boulevard Haussmann — dove Proust si trasferì il 27 dicembre del 1906, costretto per la prima volta dopo la morte della madre a “diventare adulto”, per completare la propria opera — alla struttura «di legno cipresso», grande «trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta di altezza», stipata «[…] di quanto vive, di ogni carne, […] due di ogni specie, per conservarli in vita […]», costruita da Noè. Ma come ha potuto una situazione talmente disagevole essergli d’aiuto?

Nel 1881, quando aveva appena dieci anni, Marcel Proust ebbe il suo primo attacco d’asma. L’episodio segnò l’inizio di una condizione irrimediabilmente compromessa: Marcel Proust sarebbe stato malato per tutta la vita.

E «La Recherche», scrive giustamente Gianni Macchia: «è la grande opera di un malato.» L’asma: «[…] presentava tutti i caratteri di un’autentica e grande nevrosi, in cui il passaggio dallo stato di salute allo stato di malattia era subitaneo. […] [L]a malattia […] sgretolava lo stesso concetto di personalità e l’immutabilità [dell’] io.»

È stata questa indiscutibile limitazione fisica ancorché psicologica a contribuire in maniera determinante alla formazione di Marcel Proust scrittore. Il vantaggio nella malattia, però, dove andava cercato?

Proust ha sofferto di: complicazioni intestinali (aveva problemi di stipsi e minzione); pelle sensibile (era costretto a lavarsi e asciugarsi adoperando degli asciugamani di lino con i quali si picchiettava la braccia, il petto e le gambe), ipotermia (le sue mani erano perennemente gelate e durante le cene al Ritz teneva sempre addosso il cappotto); tosse rumorosa (fino a temere l’ira dei suoi vicini di casa, i quali lo infastidivano a loro volta con interminabili lavori di ristrutturazione: «Una dozzina di operai ogni giorno che martella con tale foga e per così tanti mesi» scrive Proust, «deve aver eretto una piramide altrettanto maestosa di quella di Cheope, e i passanti si stupiranno di vederla sorgere tra i magazzini Printemps e Saint-Augustin»). E ancora: tramite le sue lettere, sappiamo che ha dovuto fare i conti con: «raffreddore, vista cattiva, difficoltà a deglutire, mal di denti, gomiti doloranti e vertigini». Invece di rassegnarsi e dare ragione a suo padre, il dottor Adrien (Cavaliere della Legion d’Onore e professore d’Igiene alla Facoltà di Medicina di Parigi), il quale lo rimproverava di accondiscendere troppo alla «paresse», e di non sapersi sbarazzare della «frivolité», Proust piegò la propria condizione a suo vantaggio grazie a un immane sforzo di volontà. Si rese conto che: «Solo la malattia ci fa notare e capire e ci permette di scomporre meccanismi che, altrimenti, non conosceremmo. Un uomo che ogni sera piomba come un masso sul suo letto e non vive più sino al momento di svegliarsi e di alzarsi, un uomo siffatto penserà mai di fare, se non delle grandi scoperte, perlomeno delle piccole osservazioni sul sonno? A malapena sa di dormire. Un po’ di insonnia non guasta per apprezzare il sonno, per proiettare una qualche luce in quella notte.»

Ecco. Uno scrittore — ogni scrittore, mi piace pensare — dovrebbe essere come l’autore della Recherche. Un essere umano che, pur di portare a termine la propria impresa di scrittura, combatte con la propria capacità di percepire il mondo, mentre tutt’attorno: «[…] le acque si innalzano sempre più sopra la terra e ricoprono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. […] Perisce ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta muore.»

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