Francesco Guccini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-guccini/ un blog di approfondimento culturale Thu, 09 Dec 2021 10:32:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Francesco Guccini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-guccini/ 32 32 Pier Vittorio Tondelli non era invidioso https://minimaetmoralia.it/libri/tondelli-non-era-invidioso/ https://minimaetmoralia.it/libri/tondelli-non-era-invidioso/#respond Thu, 09 Dec 2021 09:58:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49661 Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un estratto dal libro Pier Vittorio Tondelli Viaggiatore solitario, uscito per Bompiani a cura di Fulvio Panzeri. Con l’occasione ricordiamo che nelle giornate dell’11 e 12 dicembre si terrà l’evento Pier Vittorio Tondelli non era invidioso, ideato e curato da Piergiorgio Paterlini, a 30 anni della scomparsa dello scrittore. Tra i partecipanti […]

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un estratto dal libro Pier Vittorio Tondelli Viaggiatore solitario, uscito per Bompiani a cura di Fulvio Panzeri. Con l’occasione ricordiamo che nelle giornate dell’11 e 12 dicembre si terrà l’evento Pier Vittorio Tondelli non era invidioso, ideato e curato da Piergiorgio Paterlini, a 30 anni della scomparsa dello scrittore. Tra i partecipanti alle giornate Gabriele Romagnoli, Marco Belpoliti, Simonetta Sciandivasci, Luciano Ligabue, Giuseppe Culicchia, Antonio Spadaro.

di Fausto Pezzato

È Pier Vittorio Tondelli, ha un viso che assomiglia al cognome, da putto malizioso, sorriso finto-imbarazzato, l’aria da apprendista intellettuale preso in contropiede dall’improvvisa notorietà. È giovane, molto giovane: vien subito voglia di perdonargli tutto. È nato nel 1955 a Correggio, Reggio Emilia. Ha studiato a Bologna. E ha scritto quest’opera prima che s’intitola Altri libertini. Sei lunghi racconti di droga, omosessualità, scostumatezze provinciali intorno a squallide stazioni ferroviarie, su strade perdute nella notte, livide piazze di paese: un piccolo mondo crepuscolare, brulicante di battone, “bucati”, spacciatori di droga al quale l’Emilia fornisce solo un pretestuoso ancoraggio. La scrittura di Tondelli è carica di eccessi ma non per questo priva di ricercatezza, eleganze, sciatterie accattivanti, una lingua colta, frutto di naturale versatilità e di identificabili letture.

Nutrito, come dice l’autore, “di molto affetto e molto scazzo”, Altri libertini è un’onda post-sessantottesca in cui l’età dei protagonisti è cultura: quella dei viaggi “insensati”, dell’estraniamento della “marja”, del sacco a pelo, del sesso tenero e animalesco, delle fughe dalla politica, dalla famiglia. Tondelli ha scritto nella nebbiosa Correggio un romanzo sulla cultura dell’autostop sgradevole e provocatorio. Quindi ben dentro a una “corrente di pensiero” che si rifà ai libri di Kerouac più che alla storia del Movimento.

Chi sono, Tondelli, gli “altri libertini”?

Gente in cerca d’identità, di felicità, gente che si gioca il tutto per tutto… Amori, esperienze quotidiane, sbragature,
speranze di giovani fin troppo allo sbando, sempre disposti ad andare fino in fondo.

Come li hai scoperti? Chi sono?
Per me, come per tanti altri, è stato molto importante il Movimento, il Settantasette… Ha liberato energie latenti, ha invogliato ciascuno ad assumersi la propria vita. I personaggi di questo libro non sono rintracciabili nella realtà, però la finzione trova nella realtà ampi riscontri. La storia del gioco, per esempio, è una storia violenta raccontata in modo violento: la sua improbabilità non destituisce la sua verosimiglianza, non so se mi sono spiegato…

Il “tuo” Settantasette com’è stato?

L’ho vissuto fra Milano e Correggio con qualche puntata al dams di Bologna, un po’ sulla strada appunto. Vissuto, direi, in modo più culturale che politico, nella sua ricchezza creativa.

Cos’è rimasto di quella stagione?

Be’, non saprei… Ci sono punte che stanno emergendo adesso, lo stesso Boccalone di Palandri viene fuori da lì, e anche altri libri.

Appartieni a una generazione che fa un po’ paura e un po’ sorridere, che rimane, tutto sommato, poco comprensibile alla
cultura diciamo così tradizionale. Chi siete?

Abbiamo vissuto in pieno il clima delle vacche grasse – non voglio usare la solita frase odiosa, boom economico – della speranza. Abbiamo avuto più istruzione, più cultura, più libertà, più viaggi soprattutto. E proprio per questo ci siamo sbandati di più, siamo venuti su come tante velleità, una generazione che forse è ancora infantile. Ma tutto comincia dal Sessantotto…

Anche la droga?

No, non credo che la droga sia circoscrivibile a quell’area ma a un’area culturale più vasta, forse quella della beat generation. Allora, se ci penso, eravamo piuttosto rigidi in certe cose…

Non sto parlando dello spinello…

La droga pesante? Be’, quello è un atteggiamento personale difficilmente generalizzabile. È un modo nuovo di buttar via la propria vita che non necessariamente nasce in un momento preciso.

Qual è l’“emilianità” dei tuoi racconti?

Le osterie, le osterie bolognesi specialmente. Questi posti fanno da sfondo. Da panorama, da luogo di raccolta delle mie storie. Sono fondamentali. In nessun’altra regione italiana l’osteria è altrettanto diffusa e così importante… Andar per osterie è un fenomeno tipicamente emiliano che ha alimentato quella passione della conoscenza umana, quella sorta di mistica dello “stare insieme” che nel libro viene descritta spesso. Guccini non esisterebbe, credo, senza l’osteria, è stato lui il poeta della nuova convivialità.

 

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Guccini, la persistenza di un mito https://minimaetmoralia.it/altro/guccini-la-persistenza-un-mito/ https://minimaetmoralia.it/altro/guccini-la-persistenza-un-mito/#respond Sun, 14 Jun 2020 12:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43544 di Salvatore Romeo Avevo tredici anni (o giù di lì) quando mi sono imbattuto per la prima volta in Francesco Guccini. Era la fine degli anni 90 e avvenne in maniera del tutto casuale: mi trovai davanti il cofanetto (doppia musicassetta) di “Guccini live collection” e non so bene perché lo comprai. Fatto sta che […]

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di Salvatore Romeo

Avevo tredici anni (o giù di lì) quando mi sono imbattuto per la prima volta in Francesco Guccini. Era la fine degli anni 90 e avvenne in maniera del tutto casuale: mi trovai davanti il cofanetto (doppia musicassetta) di “Guccini live collection” e non so bene perché lo comprai. Fatto sta che fu subito una rivelazione.

Complice il fanatismo dell’età mi trasformai in un gucciniano militante e piuttosto integralista – con grande pena della mia famiglia, che per anni ha dovuto sorbirsi l’ascolto forzato dell’opera omnia del pavanese via autoradio o (quel che è peggio) nella mia versione di strimpellatore in erba. Ero l’unico nel mio gruppo a coltivare quella smania, ma non un caso così raro. Ricordo un concerto (l’unico a cui ho partecipato) pochi anni dopo: la platea era piena di miei coetanei. Ancora nei primi anni 2000 Guccini – un uomo allora più vecchio dei nostri padri – era un idolo per una porzione non irrilevante di giovani italiani.

E di giovani piuttosto “incazzati” (o almeno così volevamo sembrare), che in molti casi usavano proprio Guccini per distinguersi non solo nel rapporto coi coetanei, ma soprattutto nei confronti degli adulti. Cosa ci fosse al fondo di questo fenomeno non saprei dirlo, ma in questi giorni spesso mi sono interrogato sul mio personale rapporto con il mio mito di allora, che nel frattempo ha assunto le forme più quiete della deferenza che si deve a un classico.

Era (è) solo “politica”? Certo, quell’elemento c’era, ma sono piuttosto convinto che non fosse il fattore dominante. Sicuramente “Dio è morto”, “La locomotiva” (di cui non capivamo minimamente l’operazione poetica), al limite “Primavera di Praga”. Ma tutto il resto?

Una delle canzoni che allora entusiasmava di più era “Cyrano” (di cui però Guccini è solo coautore), che mi sembra abbastanza rivelatrice delle spinte che Guccini suscitava. Ispirato al personaggio di Rostand, il brano è composto su due registri: da una parte, Cyrano è trasfigurato in una sorta di “no global” (i tempi erano quelli), che attacca a brutto muso il conformismo di quegli anni (liberismo, arrivismo ecc.), ma dall’altra è un innamorato disperato, che compone versi struggenti (e inutili) per l’inarrivabile Rossana.

Insomma, lo stereotipo dell’eroe romantico. Quello che Guccini ci mostrava non era una militanza semplicemente politica, ma “esistenziale”, un certo modo di stare al mondo, diverso da quello che ci appariva dominante: il gusto di essere irrisolti, problematici, fuori luogo. Sia chiaro, in quegli anni un’intera scena artistica percorreva in maniera molto più coerente (soprattutto dal punto di vista anagrafico) quella strada. Ma Guccini aggiungeva qualcosa in più: il vezzo letterario. Eravamo ancora una generazione che si voleva colta (ovviamente con tutti i limiti di un’acculturazione per lo più di marca “midcult”).

Sia come sia, credo che il polo di attrazione della poetica gucciniana per molti, non solo di quella generazione, sia stato (e resti) lo straniamento. Questo assume a volte le forme di una “assurda nostalgia” (“nostalgia, ma di che cosa?”), “che ti prende a volte per il non provato”. Il capolavoro assoluto di questo filone è probabilmente “Autogrill”, una perla narrativa con pochi eguali nella letteratura italiana. Quante volte abbiamo immaginato di incontrarla, lei “bella di una bellezza acerba, bionda senza averne l’aria, quasi triste come i fiori o l’erba di scarpata ferroviaria”? Eppure è solo un riflesso dell’immaginazione (“come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill”), una sensazione che prende forma per un attimo e poi scompare. Ma lo straniamento è reso altre volte attraverso l’ironia.

Pochi testi hanno raccontato la stanchezza della vita di coppia meglio di “Canzone quasi d’amore”, con quella carrellata di immagini (“dita dei piedi”, “abiti lisi”, “grattarsi”) che enfatizzano lo squallore della quotidianità, ma senza drammi (“certe cose le sai…”), perché è tutto compreso nella “grazia e il tedio a morte del vivere in provincia”. Sullo stesso registro si collocano “Vedi cara” (“è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già”), “101 Pennsylvania Station” (“come se fosse solo un piantaguai il but-I-love-him che le urlasti allora”), “Eskimo” (“tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa”), la più avvelenata “Quattro stracci” (“i tuoi also sprach di maturazione”).

Se si toglie l’idillio di “Vorrei”, il rapporto di coppia in Guccini non è mai pacifico, ma neanche del tutto drammatico. O meglio, il dramma c’è, ma non viene svelato – l’autore è consapevole che la canzone non è il luogo adatto per esprimere le dimensioni più profonde dell’esistenza (“io non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa fare poesia”). Per chi si aspetta lacerazioni plateali in stile “Minuetto” o confessioni intimistiche (come quasi tutta la produzione cantautoriale contemporanea) l’effetto è decisamente straniante. Guccini parla di sé in maniera autentica (e sofferta) quasi solo quando affronta le “Radici”. Insieme a questa, “Amerigo”, “Il frate”, “Piccola città”, “Van Loon”, “Culodritto”, “Cencio”, “Farewell” disegnano una costellazione degli affetti quasi interamente collocata nel passato.

Il presente è per lo più una terra ostile, popolata di gente che “viene qui e ti dice di sapere già ogni legge delle cose”, in cui “i moralisti han chiuso i bar e le morali han chiuso i vostri cuori, spento i vostri ardori” e “cadon come foglie gli ubriachi per le strade che hanno scelto”. Guccini si rappresenta nel dotto Filemazio, che si aggira disorientato e attonito in una caotica Bisanzio di epoca tardo-antica, allegoria dell’Italia a cavallo fra anni 70 e 80. Neanche più Bologna è la culla di un tempo: anche lì la strage e “i morti per sogni davanti al tuo santo Petronio” offuscano l’immagine della “bohème confortevole”. In questo panorama desolato, che culmina alla fine degli anni 80 nella perdita di ogni identità positiva (“non siamo, non siamo, non siamo”), l’autore finisce per rispecchiarsi in alcuni ritratti di donne sull’orlo del disagio psichico e sociale. La “signora Bovary”, Anna, “le ragazze della notte” sono maschere che Guccini indossa per comunicare il suo disagio, il suo sentirsi estraneo. E nello stesso immedesimarsi in figure così distanti dal sé concreto torna ancora una volta lo straniamento.

Ho molto insistito su questa figura. A ben vedere può tornare utile anche per inquadrare il personaggio Guccini. Montanaro e professore dell’università americana; anticonformista rispetto ai modelli piccoloborghesi dell’ambiente di origine (“mia madre non aveva poi sbagliato a dire che un laureato conta più di un cantante), ma “ritardatario” sul ’68 e la successiva stagione dei movimenti (piuttosto i suoi erano “i miti del 63”); “né cattolico né comunista” (l’anarchia era soltanto una suggestione poetica, come ha sempre detto) in un’Italia polarizzata intorno a quelle appartenenze. La sua vicenda personale si inserisce nella parabola di una generazione di mezzo, quella dei nati durante la guerra, i pre-boomer, cresciuti sul crinale fra campagna e città, quando le città stesse in gran parte della provincia italiana mantenevano ancora la forma descritta da Pasolini (“finivano con grandi viali, circondati da case, villette o palazzoni popolari dai ‘cari terribili colori’ nella campagna folta”) in un rapporto di scambio organico con l’ambiente rurale. La stessa esperienza dello sfollamento aveva riruralizzato numerose famiglie.

Così negli anni decisivi dell’infanzia Guccini e i suoi coetanei erano stati immersi nel mondo contadino, vivendo la scarsità (quando non la miseria) e le forme di coscienza ad essa correlate. Ma avevano anche conosciuto gli “americani” e pregustato una effimero (ma indelebile) anticipazione di benessere. Un senso del mondo già segnato da questa tensione sarebbe stato sottoposto a ulteriori e più forti scosse negli anni seguenti, davanti a fenomeni sconvolgenti.

La generazione di Guccini è stata investita in pieno dal boom (l’inizio della sua vita adulta è avvenuto proprio negli anni topici 1958-63); per cogliere la differenza con i “sessantottini” basti pensare che il primo voto il nostro lo ha dato quando ancora non si era consolidato il primo centro-sinistra (strano che nessuno gli abbia ancora chiesto se nella cruciale elezione del 63 si sia schierato a favore di quella formula votando i socialisti di Nenni, oppure abbia contribuito a indebolirla preferendo il PCI…).

Grandi opportunità, grandi speranze, ma anche tensioni e delusioni crescenti. E poi l’emergere di un’onda di “fratelli minori” (a proposito, il fratello di Guccini è autore della bella e semisconosciuta “Mondo Nuovo”) non del tutto comprensibili e compresi. Se si pensa che la canzone “contestataria” per eccellenza di Guccini, “Dio è morto”, è stata trasmessa per la prima volta da Radio Vaticana in pieno spirito post-conciliare, ci si rende conto delle radicali differenze con i successivi cantautori “politici”. Eppure Guccini entra nel mondo della canzone proprio in quella fase, e raggiunge quasi subito un clamoroso successo. Quella voce che nel 1972, all’apice della stagione dei movimenti (e della strategia della tensione), immortala le sue “Radici” anche graficamente, con una copertina che riprende gli avi contadini di inizio secolo, sembra del tutto fuori contesto (per dirne una, in quel periodo i Pink Floyd stavano lavorando a The dark side of the moon). Eppure nell’Italia la cui borghesia colta accoglie nel suo fortino le critiche pasoliniane allo sviluppo caotico dei ruggenti 60, la voce di Guccini non è del tutto isolata.

Restando alla canzone, quelli sono gli anni in cui si consolidano e diffondono le iniziative di ricerca sulla musica popolare che avevano avuto in Gianni Bosio, già nel decennio precedente, il principale pioniere. È un’Italia che non disdegna uno sguardo retrospettivo, in chiave un po’ nostalgica un po’ critica in senso adorniano (“non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze”), e i cui ceti intellettuali iniziano a mettere in discussione certi estremismi scaturiti dalla contestazione (“Canzone della bambina portoghese” sembra prefigurare i processi alle BR: “tutti chiusi in tante celle fanno a chi parla più forte per non dir che stelle e morte fan paura”).

In questo quadro il “contadino inurbato” che, come Antenor, sembra trovarsi nella condizione del birillo in un gioco di carambola condotto da mani imperscrutabili, che rielabora con arte e mestiere un senso di smarrimento e di estraneità sempre più diffuso nella crisi degli anni 70, diventa un punto di riferimento per un pezzo minoritario ma non irrilevante della società italiana. In particolare per quei “ceti medi riflessivi” che crescono di numero e contestualmente acquistano coscienza della loro paradossale marginalità (tramontata la “centralità operaia”, a dominare il discorso pubblico sono gli industrialotti di successo e i corsari della finanza).

Ma, tornando al principio, perché la “presa” di Guccini si è estesa anche su generazioni che quella storia l’hanno vissuta (quando l’hanno vissuta) solo di striscio? Potenza dell’arte, verrebbe da dire. Una canzone, un libro, un dipinto nascono sotto il segno di coordinate storiche determinate, ma appena vengono partorite vivono una vita propria, e possono sfuggire al tempo che le ha generate e diventare universali. O meglio, sono i posteri ad attribuirgli questa dote, se e quando le sentono vicine ai propri bisogni, oppure se quelle si prestano a operazioni di risemantizzazione e adattamento a tempi diversi.

È stato così a lungo per le canzoni di Guccini, e forse lo è ancora adesso. Ma questo, oltre che sulla “fortuna” dell’autore, ci dice molto anche su di noi (o almeno sui “noi” di venti anni fa o giù di lì). Forse anche noi ci sentiamo un po’ stranieri nel tempo che ci è dato vivere. Forse quel disagio dello stare al mondo che sembra ispirare buona parte della produzione gucciniana è condiviso anche in circostanze storiche molto diverse.

È un discorso che porterebbe troppo lontano, e poi qui non è importante. Quello che conta è che a Guccini (non ce la faccio a chiamarlo “Francesco” come quella sera di tanti anni fa insieme ad altre migliaia di giovinetti adoranti) io voglio ancora bene, e forse anche più di un tempo. Perché intanto la mia età inizia a raggiungere (e superare) quella in cui lui ha scritto i suoi brani e tante cose mi sembrano sempre più vere. Altri mille di questi giorni per lui.

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Tutti al mare, a sognare la montagna. Uno sguardo geografico sull’attualità letteraria https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutti-al-mare-sognare-la-montagna-uno-sguardo-geografico-sullattualita-letteraria/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutti-al-mare-sognare-la-montagna-uno-sguardo-geografico-sullattualita-letteraria/#respond Tue, 20 Feb 2018 06:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36269 L’ultima estate italiana, afosa e da record per quanto riguarda gli incassi delle strutture balneari e degli esercizi commerciali delle località marittime, è sembrata dilatarsi oltre ogni limite e proseguire oltre i propri confini naturali, ma che cosa ne resta, nel bel mezzo di quest’inverno? Ricordi sfocati, nell’attesa della bella stagione che il 2018 vorrà offrirci, e la certezza che la preferenza degli italiani per il mare sia definitivamente consolidata: non che fosse necessaria un’ulteriore conferma, poiché le immagini e le canzoni della nostra mitologia vacanziera, sin dagli anni del boom economico, hanno in larghissima parte come sfondo le spiagge della nostra penisola e delle nostre isole. La lunghissima estate del 2017, però, coi suoi sconfinamenti, coi fine settimana al mare da tutto esaurito anche ad autunno inoltrato – almeno finché le temperature sono state clementi –, ha significato l’accentuazione di una tendenza: nel turismo costiero sembra ormai radunarsi ogni possibilità di distrazione, tanto che l’assalto ai lidi è stato messo in atto non appena gli obblighi della città lo abbiano permesso, e non è stata d’ostacolo l’alzataccia causa partenza (e coda autostradale) del sabato mattina, per i più sfortunati che non siano riusciti ad anticipare alla sera prima e per chi non sia stato abbastanza spudorato da darsi alla fuga addirittura attorno all’ora di pranzo del venerdì, riuscendo a farsi sostituire sul posto di lavoro, insistendo un po’.

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L’ultima estate italiana, afosa e da record per quanto riguarda gli incassi delle strutture balneari e degli esercizi commerciali delle località marittime, è sembrata dilatarsi oltre ogni limite e proseguire oltre i propri confini naturali, ma che cosa ne resta, nel bel mezzo di quest’inverno? Ricordi sfocati, nell’attesa della bella stagione che il 2018 vorrà offrirci, e la certezza che la preferenza degli italiani per il mare sia definitivamente consolidata: non che fosse necessaria un’ulteriore conferma, poiché le immagini e le canzoni della nostra mitologia vacanziera, sin dagli anni del boom economico, hanno in larghissima parte come sfondo le spiagge della nostra penisola e delle nostre isole. La lunghissima estate del 2017, però, coi suoi sconfinamenti, coi fine settimana al mare da tutto esaurito anche ad autunno inoltrato – almeno finché le temperature sono state clementi –, ha significato l’accentuazione di una tendenza: nel turismo costiero sembra ormai radunarsi ogni possibilità di distrazione, tanto che l’assalto ai lidi è stato messo in atto non appena gli obblighi della città lo abbiano permesso, e non è stata d’ostacolo l’alzataccia causa partenza (e coda autostradale) del sabato mattina, per i più sfortunati che non siano riusciti ad anticipare alla sera prima e per chi non sia stato abbastanza spudorato da darsi alla fuga addirittura attorno all’ora di pranzo del venerdì, riuscendo a farsi sostituire sul posto di lavoro, insistendo un po’.

Nonostante questa manìa marina, però, o come sua diretta e logica conseguenza, è la montagna, oggi, a conservare un alone mitico,è la vacanza in altitudine a denotare l’originalità di chi la scelga: le vette, innevate o verdi a seconda della stagione e della quota, sono la destinazione alternativa per i più coraggiosi, per coloro che osino disdegnare la rilassante monotonia delle giornate in spiaggia e continuino ad aspirare, segretamente o meno, a stili di vita meno massificati, a gusti più elitari, alle emozioni estreme di cui, a volte, abbiamo bisogno per mettere alla prova la nostra individualità.

Continuiamo a incolonnarci verso le coste, verso l’ombrellone tanto atteso: ci sdraiamo, ci dedichiamo allo smanettamento compulsivo che ci è richiesto dalle varie incombenze social, e càpita di pensare all’altrove, càpita di immaginarsi da tutt’altra parte, di desiderare anche soltanto a un livello non del tutto cosciente una meta più esotica e più rischiosa.

E l’altrove, incontrovertibilmente, è la montagna: la spiaggia è domestica, facilmente raggiungibile (traffico permettendo), familiare, ed era inevitabile che perdesse sempre più e del tutto il proprio mistero, quello che aveva potuto conservare fino agli esordi del turismo di massa, anche in ragione del fatto che il pubblico degli spiaggianti, negli ultimi decenni, si è allargato a dismisura, con l’afflusso di consistenti fette della popolazione mondiale che, fino a poco tempo fa, erano economicamente escluse dalle possibilità vacanziere.

Stare al mare, leggendo di montagna: già, la letteratura può essere un buon punto d’osservazione su ciò che sta succedendo, in relazione all’immaginario italiano. Infatti, nell’anno dei numeri da primato del mare, abbiamo assistito a un serie senza precedenti di successi letterari delle storie d’alta quota: a partire da Einaudi, dal Premio Strega a Le otto montagne di Paolo Cognetti e dai thriller che si muovono tra i masi sudtirolesi (o altoatesini) del bolzanino Luca D’Andrea, di nuovo in libreria con Lissy dopo l’affermazione internazionale del suo La sostanza del male, passando per il caso del piccolo editore romano Exòrma, che è riuscito a proiettare nella top ten dei più venduti il romanzo Neve, cane, piede, vero e proprio long seller pubblicato nel 2015 e ambientato in quella Valle d’Aosta dove è stato esiliato anche il vicequestore Rocco Schiavone dei polizieschi di Antonio Manzini, trasportati sullo schermo con esiti felici nella passata stagione televisiva, arriviamo alla Val di Susa del recentissimo La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani, pubblicato da Fazi. Scendendo di latitudine e fermandoci su rilievi montuosi meno impegnativi, sono stati Sandro Campani e Matteo Caccia, rispettivamente con Il giro del miele e Il silenzio coprì le sue tracce, affiancati dall’ennesimo romanzo degli affidabili Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, a mettersi nella nobile scia appenninica di Silvio D’Arzo e Raffaele Crovi, a tentare di rinverdire una tradizione artistica e narrativa che, nel suo côté mistico, conta anche le litanie, i canti e le opere equestri di Giovanni Lindo Ferretti: siamo dalle parti dell’Appennino ligure, nel caso di Caccia, e di quello tosco-emiliano, per Campani, territori esclusi dai grandi giri (cosiddetti) e dal racconto contemporaneo del nostro Paese, anche in virtù dell’oggettivo (e preoccupante) spopolamento che quei territori stanno subendo. Una condizione, questa, che contribuisce però a renderli più affascinanti e più appetibili, anche se forse non realmente appetiti: l’Appennino sembra una dorsale dimenticata, nient’altro che un impedimento alla modernità presente e ventura, un tunnel percorso da un treno ad alta velocità, il campo dello smartphone che va e viene, qualche minuto di buio.

Difficile, però, immaginare un eremita appenninico, perfino della razza di eremiti da talk show cui appartiene Mauro Corona, attentissimo a mostrarsi fuori-dal-mondo-ma-non-troppo, a posizionare sullo scaffale in favore di camera l’ultimo caso editoriale della settimana, durante il quotidiano collegamento all’arena televisiva più chiacchierona e più chiacchierata; altrettanto difficile immaginare un eremita di mare, a meno che non si tratti di un milionario per il quale non costituisca un problema il costo per altri proibitivo di un atollo, e sembra tramontata per sempre l’età d’oro delle imprese eccezionali, quella della generazione eroica di marinai e scrittori nati a cavallo di due secoli e di due Paesi, il Regno Unito e la Francia. Dei transalpini è doveroso nominare il velista, pilota d’aerei da caccia e campione di tennis Alain Gerbault, colui che compì nel 1923 la prima traversata dell’Atlantico in solitario da Est a Ovest, da Cannes a New York, oltre che la prima grande navigatrice della storia, Virginie Hériot, olimpionica e regatante: morti entrambi in giovane età, prima del secondo conflitto mondiale, i loro giornali di bordo sono reperibili in Italia per i tipi all’editore vicentino Mare Verticale.

I nomi dei britannici passati alla storia, invece, sono quelli di Peter Pye, Eric Hiscock, Francis Chichester, viaggiatore d’aria e d’acqua, e quello del leggendario H. W. “Bill” Tilman, uomo tanto di mare quanto di montagna: assieme almeno allo statunitense Carleton Mitchell, vanno a comporre il pantheon degli appassionati di vela e sono tutti nati sul finire dell’Ottocento e nel primo decennio del secolo successivo, mentre i rappresentanti più illustri delle generazioni più giovani sono di nuovo francesi, come nel caso di Bernard Moitessier ed Eric Tabarly, e britannici, ma per loro sarà sufficiente citare Sir William Robert Patrick “Robin” Knox-Johnston, il primo a compiere nel 1969 la circumnavigazione del globo in solitario non-stop, e tuttora vivente. Basta evadere dal perimetro esigente della vela, però, per incontrare altri nomi che hanno reso la Francia, se non la dominatrice moderna dei mari, quantomeno la patria delle figure che più hanno contato, per la conoscenza delle superfici acquee, così come dei fondali oceanici: le spedizioni del medico Jean-Baptiste Charcot rappresentarono qualcosa di simile alle molteplici attività che, nella seconda metà del Novecento, avrebbero ingigantito la fama di Jacques-Yves Cousteau, esploratore sottomarino, fotografo, oceanografo, militare e documentarista, ma non dobbiamo dimenticare altri nomi illustri, quelli dello svizzero Auguste Piccard, del californiano Don Walsh e, nel campo della divulgazione scientifica, del ferrarese Folco Quilici. A proposito di profondità, infine, un duello epico è stato quello che ha contrapposto il nostro Enzo Maiorca a Jacques Mayol, l’apneista francese che s’innamorò dell’Arcipelago Toscano tanto da trasferirvisi e da poter essere ritenuto un elbano acquisito.

Ecco, Maiorca: uno dei rari italiani che incontriamo, anche se storicamente non stiamo messi affatto male,almeno per quanto riguarda le immersioni. Prima del campione siracusano, infatti, fu Raimondo Bucher, ungherese soltanto di nascita, a primeggiare nella caccia subacquea e nella discesa a corpo libero e saranno, poi, il varesino Umberto Pelizzari, assieme al conterraneo Gianluca Genoni e alla riminese Angela Bandini, a raccogliere l’eredità di Maiorca, quella di una disciplina che, oggi, sembra in mano al viennese Herbert Nitsch, ma nella quale spicca anche la giovane romana Alessia Zecchini. Quanto ai nostri navigatori, il più noto è certamente il cinquantenne Giovanni Soldini, ma ben ottantacinque sono gli anni di Alex Carozzo, genovese di nascita e veneziano d’adozione, scrittore, traduttore e primo nostro connazionale ad attraversare in solitaria il Pacifico; resta memorabile, poi, in anni più recenti, ciò che è accaduto alla velista ligure Susanne Beyer durante una Mini Transat: costretta a timonare manualmente dopo la rottura dell’autopilota nel corso della traversata atlantica, ha raccontato la propria disavventura in un diario pubblicato dall’editore romano Nutrimenti. Quindi, se non è del tutto vero che la navigazione non sappia più offrire sfide ulteriori e sensazioni forti, è accertato che la letteratura di mare, almeno quella nostrana, stia languendo, e che si sia ben lontani dall’essere riusciti a trovare il Björn Larsson italiano, ovvero una figura paragonabile a quello dello scrittore svedese che è riuscito a conquistare, nel nostro come in altri Paesi, un ottimo seguito di pubblico.

A chi pensare? Al solo Fabio Genovesi, di nuovo nelle librerie con Il mare dove non si tocca? A Lorenza Pieri, il cui romanzo d’esordio Isole minori non smette di collezionare consensi e traduzioni, europee e non? Di certo, non ai pur leggibili resoconti pubblicati, per esempio, dall’editore nautico veronese il Frangente, ultimi quelli di Omero Moretti (Il mestiere del mare) e Fabio Mucchi (Amandla. La vita, la quasi morte e i miracoli del Capitano). Eppure, grazie a questo e agli editori già citati, così come a Mursia, De Ferrari, Edizioni Cinque Terre, Carocci e Tarka, prosperano le collane e le manifestazioni dedicate, delle quali sono da citare “Lerici legge il mare”, nata nel 2009 e che si svolge nel mese di settembre, ola più giovane “Carloforte racconta il mare”, in ottobre.

In realtà, non è detto che coloro che ambientano le proprie storie in località costiere debbano essere classificati sic et simpliciter come scrittori di mare: sarebbe più corretto, perciò, che molti di loro venissero definiti “scrittori di mare da terra”, dalla terraferma, a partire dal più eminente, il novantacinquenne Raffaele La Capria, il cui Ferito a morte lampeggia nella costellazione ancora in via di definizione dei migliori romanzi del secondo Novecento, e non soltanto di quello italiano. Se si vanno a cercare gli scrittori di mare veri e propri, gli scrittori “sul” mare perché “in” mare, gli estensori di oggetti narrativi che somiglino ai giornali di bordo, si scopre che anche il secolo passato non ne ha offerti molti, almeno per quanto riguarda la nostra letteratura: possiamo considerare tale il primo Giovanni Comisso, quello de Il porto dell’amore e di Gente di mare? Purissimi nomi marinari di cui si sono perdute le tracce, nelle nostre mappature novecentesche, sono quelli di Vittorio G. Rossi e Raffaello Brignetti, i libri dei quali aspettano di essere scovati e misericordiosamente prelevati dalle bancarelle dell’usato.

Rossi, nato nel 1898 a Santa Margherita Ligure, sconta un’adesione più di facciata che sostanziale al fascismo ed è stato giornalista, realizzatore di servizi per “Epoca”, corrispondente di guerra e scrittore intimamente hemingwayano di reportage per il “Corriere della Sera”, oltre che della migliore narrativa marinara del nostro Novecento, inviato speciale, anzi “autore specialissimo”, secondo il collega Dino Buzzati, che ne scrisse come di “uno straordinario artista naïf nel senso più onesto della parola, pur essendo un uomo nutrito di cultura”: il suo primo successo fu quello di Tropici, ribadito e ampliato da Oceano, che ricevette molte traduzioni, fu insignito del Premio Viareggio nel 1938 e ripubblicato per l’ultima volta, però, nella rara e sfortunata collana “I piccoli delfini” di Bompiani nel 1973.

Quella di Brignetti, più vicina a noi, è una storia rimossa, soprattutto in ragione di uno sperimentalismo espressivo che rendeva oltremodo ardua la lettura delle sue pagine: nato all’isola del Giglio da un padre guardiano di fari, ma vissuto all’Elba, narratore pervicacemente anti-realista e simbolista, collaboratore del “Corriere della Sera”, de “La Fiera Letteraria” e de “Il Popolo”, corrispondente per “Il Giornale d’Italia”, vero e proprio mistico del mare, egli collezionò tuttavia nel corso della carriera una serie di riconoscimenti di una certa entità, fino allo Strega 1971, ottenuto con largo distacco sul Cassola di Paura e tristezza, dopo essersi lasciato sfuggire il medesimo premio quattro anni prima, quando Il gabbiano azzurro fu scavalcato per un solo voto da Poveri e semplici di Anna Maria Ortese. Brignetti “non è uno scrittore immediato, cordiale, semplice”, secondo il critico Geno Pampaloni, perché nella sua prosa convivono “lo stupore di un lirico, la pazienza di un cronista, l’indugio di uno scrittore sentenzioso e in più il delirio ossessivo e inesorabile dello scrittore di avventura”.

Recentemente, è stato Raul Mordenti, nel capitolo “La letteratura senza mare (e senza lavoro)” de I sensi del testo. Saggi di critica della letteratura, pubblicato dall’editore romano Bordeaux, a scandagliare la nostra tradizione letteraria attraverso l’oblò delle scritture di mare e a decretarne una relativa insufficienza, tanto più singolare per un Paese che consiste in una sola, lunga e frastagliata costa: lo studioso approfondisce quella che è una manifesta “debolezza” degli scrittori italiani, “se non si vuol dire una loro assenza”,una loro lontananza dal tema marino che è connaturata all’intero sviluppo della nostra penisola e non limitata all’ultimo secolo. Il quadro che ne risulta fa emergere un’antropologia, più che una storia: “il nostro popolo volta le spalle al mare”, quasi impaurito da una sterminatezza che è difficile da dominare e dalla quale sono provenute, da sempre, “invasioni e scorrerie”, molto più che fortune e ricchezze.“Così l’assenza del mare è, al tempo stesso, segno e metafora di chiusura, di isolamento, di mancanza di libertà e insomma di italiana miseria”: entra in crisi, a questo punto, un’immagine che sembrava consolidata e che è servita a tanta retorica nazionale, quella del popolo di navigatori e giramondo, che resta valida soltanto fino a un certo punto, vale a dire rispetto a un certo tipo di navigatori, quelli ritratti dallo stesso Brignetti, nel corso di un’intervista uscita su “Il Mondo” nel luglio del 1971 e concessa a Manlio Cancogni: “Anche in questo secolo l’Italia ha avuto centinaia di migliaia di naviganti; ma il navigante italiano è un animale ben diverso dai suoi colleghi inglesi, americani, norvegesi. È un animale domestico. Il mare che eccita la fantasia di uno scrittore è avventura, è mistero; richiede uomini avventurosi che si abbandonano ad esso totalmente. Il marinaio italiano è un brav’uomo, un casalingo. Naviga, ma sempre col pensiero a casa, con la lacrima in pelle”.

In definitiva, a partire dalla prima uscita in mare, “il marinaio italiano già pensa a quando si ritirerà e passerà il suo tempo andando a pescare con la lenza in vista della casa e della moglie che stende la biancheria” e, se proprio dobbiamo individuare una popolazione italica che sia meno pantofolaia e più disposta ad affrontare i rischi e le incognite delle lunghe navigazioni, tale è quella dei liguri, e non le altre tirreniche dei napoletani, dei sardi e dei siciliani: non sarà un caso, allora, non soltanto l’origine di Vittorio G. Rossi, ma anche quella degli avi di Brignetti, che risultano di Camogli.

Così, se è vero che le profondità oceaniche, allo stato attuale delle tecnologie per la navigazione in immersione, restano le uniche zone largamente inesplorate del pianeta, è altrettanto vero, però, che è la montagna a rappresentare l’alternativa della vita mirabile e solitaria, in compagnia di sé stessi, dell’esistenza esemplare, e la letteratura segue, contribuendo a rafforzare una mitografia ormai copiosa, costantemente alimentata dalle imprese di alpinisti, esploratori e scrittori che, in Italia, non sono mai mancati: procedendo di generazione in generazione, il bergamasco Walter Bonatti, il sudtirolese (o altoatesino) Reinhold Messner e, ultimi, l’aostano Hervé Barmasse e Simone Moro, anch’egli bergamasco, offrono un eccezionale ideale di imprese e sport pericolosi che, al momento, non hanno un corrispettivo marino che possa realizzare l’unico antidoto alla noia dei nostri giorni, cioè che metta in contatto con la possibilità della morte. O, forse, tutta la differenza che sembra separare i successi della letteratura d’alta quota dallo scarso appeal di quella marinara sta nel fatto che, in montagna, si cammina e si scalano vette e che i montanari, a sera, davanti al caminetto, crollano esausti e non riescono nemmeno a sfogliare le prime pagine dei tanti romanzi italiani di mare che giacciono nell’anonimato, in attesa di essere scoperti.

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Cielito lindo https://minimaetmoralia.it/musica/cielito-lindo/ https://minimaetmoralia.it/musica/cielito-lindo/#comments Sat, 30 Mar 2013 08:41:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13818 Questo articolo è uscito nel novembre scorso su Orwell di Giuseppe Sansonna Negli anni settanta, in Italia, i cantautori assurgono a maitres a penser, fari ideologici pop, immediati e riconoscibili. Armati di contenuti o meri slogan, fieramente contrapposti alla stucchevolezza sanremese. A volte implacabili, nell’appesantire giri di do con didascalie pretenziose. Dalla ridondanza un po’ […]

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Questo articolo è uscito nel novembre scorso su Orwell

di Giuseppe Sansonna

Negli anni settanta, in Italia, i cantautori assurgono a maitres a penser, fari ideologici pop, immediati e riconoscibili. Armati di contenuti o meri slogan, fieramente contrapposti alla stucchevolezza sanremese. A volte implacabili, nell’appesantire giri di do con didascalie pretenziose. Dalla ridondanza un po’ funerea, come tante ballate di Francesco Guccini. Arrivato oggi all’album d’addio, dopo quasi mezzo secolo di carriera.
Con il riflusso e i suoi scoli postumi, l’eventuale carica eversiva delle loro canzoni è tramontata definitivamente. Spesso neutralizzata dall’equivoco dei replicanti. Fabrizio De Andrè, ad esempio, rimuore nel terrificante omaggio dance di Gabry Ponte. Nel decennale della morte di Giorgio Gaber, sua figlia ha congegnato un discutibile cd celebrativo. Dando in pasto brani paterni a gente del calibro di J-Ax, Emma Marrone, Negramaro e Laura Pausini. Sembra una definitiva rimozione, truccata da omaggio. Prima c’erano state le cover colte ma un po’ piatte di Neri Marcorè e Andrea Scanzi. Poi si era aggiunto il maudit da operetta di Morgan. Fino all’oltraggio definitivo di Gianluigi Paragone. L’ex direttore della Padania e di Libero ha recentemente festeggiato l’agonia dei suoi padrini politici, esibendo orecchino e chitarra elettrica. Cantando in diretta, in apertura del suo talk show politico, repertori da festa dell’Unità. In scaletta anche la gaberiana “Mi fa male il mondo”. Gaber era forse troppo intriso di dottrine da comunicare, ma almeno aveva un’ironia nera, una fisicità e una voce perturbanti, da Achab alla deriva. Dettagli che mancano del tutto ai suoi epigoni.
L’unico cantautore che resiste alle mistificazioni è Enzo Jannacci. Un curioso enigma, irriproducibile, senza eredi né antenati. Uno che nella stessa vita ha imparato a suonare il piano con la sinistra da Bud Powell e ad affondare il bisturi con la destra da Christian Barnaard. Per incidere cuori e canzoni, per salvare vite senza averne l’aria. Lucido e folle come un paradosso, vive il proprio intimo sessantotto diventando famosissimo con “Vengo anch’io, no tu no”. Conquista il primo posto nella hit parade e irrompe nel paludato bianco e nero della Rai, come un punk ante litteram. Pettinato bene, inamidato e incravattato come un impiegato. Eppure sempre irregolare, febbrile nel suo tip tap da marionetta. Gli occhialoni enormi, in montatura d’osso, ne sfumano lo sguardo, sospendendolo tra pazzia e malinconia. Nella sua voce stridente, nel suo stonare calibrato, c’è la disperata vitalità del marginale. Sfugge ai cinismi speculari e opposti del sentimentalismo e dell’eccesso ideologico. Non c’entra quasi nulla nemmeno coi suoi amici, Giorgio Gaber e Dario Fo. Li considera suoi maestri, ma forse non sa che li ha già liquidati. Il rivoluzionario da Nobel, coautore di “Vengo anch’io” , gli propose di inserire nel testo espliciti riferimenti politici. Versi in cui il protagonista della canzone vorrebbe farsi arruolare nel Congo di Mobutu per “sparare contro i negri col mitragliatore, ogni testa danno un soldo per la civiltà” o a fare il minatore in Belgio, per morire come a Marcinelle. Per fortuna intervenne la censura, a impedire la presunta nobilitazione del testo. Sottraendolo all’equivoco storico e lasciando intatta la sua vera forza, che rende la canzone viva ancora oggi. Come scrive Gianfranco Manfredi in “Quelli che cantano dentro i dischi”, edito da Coniglio Editore, Jannacci coglie “l’astrazione concreta del disadattato cronico”, inadeguato alla realtà condivisa. Il suo è un emarginato metastorico. Vorrebbe inserirsi, essere parte di una collettività, ma viene escluso sadicamente. Anche perché isolare qualcuno, meglio se debole e inadeguato, è il collante più solido dei consessi umani, soprattutto in Italia. Ma questa intuizione non diventa messaggio testuale: Jannacci la vive sul suo corpo, nella propria sgangherata irrequietezza. Buca il video e i juke box, conquistando un vertiginoso successo commerciale. Gli amici lo chiamano Schizzo, perché quando parla e canta le parole gli si affollano in bocca, si accavallano in un linguaggio sincopato. Espressivo, anche quando sembra svicolare dal senso compiuto. Riassunto nel capolavoro Giovanni telegrafista, traduzione di una poesia del brasiliano Cassiano Ricardo. Un sintesi perfetta della poetica di Jannacci. “Ellittico da buon telegrafista / tagliando fiori, preposizioni / per accorciare le parole, per essere più breve / nella necessità, nella necessità. / Per le sue mani passò mondo che lo rese urgente / crittografico, rapido, cifrato”.
E’ la vicenda di un solitario alienato, incapace di trovare le parole per esprimere il dolore di un amore perduto, raccontata senza nemmeno una goccia di retorica. Jannacci non si è mai lasciato inquadrare, né dal pubblico né dalle scaffalature critiche, rimanendo un corpo indefinibile, spiazzante. Se ne accorse l’entomologo Ferreri, altro freak milanese. Lo inglobò nel suo cinema fisiologico, affidandogli, ne “L’udienza” il ruolo di un ufficiale in congedo, kafkianamente perso in una cupa Roma papalina. Deciso a parlare al Pontefice per motivi che non vuole confessare, gli sputa ignorati messaggi con la cerbottana. Incapperà nella ferocia gesuitica di Tognazzi. Questurino del Vaticano, lo terrà a debita distanza dal Papa, lasciandolo morire di polmonite sul sagrato di San Pietro.
Sul palcoscenico Jannacci rimarrà sempre distante dal teatro-canzone gaberiano, dai suoi testi iperletterari, nati dal saccheggio di tanto Celine. Eppure la vera incarnazione del Bardamu sgangherato e sgusciante, capace di arruolarsi in guerra mentre sta delirando al tavolino di un bar, è proprio Jannacci. Nei suoi brani più felici è stato il medium patafisico di una mala milanese minuta, di un sottoproletariato di emigranti e clochard incontrato nelle mille albe tirate con Beppe Viola, il gemello giornalista. Insieme hanno rielaborato un argot milanese, orecchiato a San Siro, all’Ippodromo, nei bar, nei tram e nelle fabbriche di Lambrate. Vera linfa, sul palco del Derby, di un cabaret permanente. Lontanissimo dai polli da batteria anemici di Zelig, da quelle risate che sembrano registrate anche dal vivo, dai tormentoni triti, dallo sberleffo innocuo del potere di turno. Molto distante anche dall’italiano aziendale con degradazione anglofona, arrogante e ingolfato negli intercalari da yuppies. Ovvero quello riassunto con ironia da Guido Nicheli, cumenda di tante vacanze di natale vanziniane. Assurto a novello Bembo, nei lessici spaventosamente simili delle Fornero e dalle Minetti. La lingua di Jannacci, invece, è un residuo della Milano antecedente allo spot dell’Amaro Ramazzotti. Un periodo in cui Pozzetto scriveva con Jannacci la ”canzone intelligente” e, forse, non andava ancora in vacanza con Don Verzè.

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Dal 6 al 10 agosto ricordarsi l’importanza di essere piccoli https://minimaetmoralia.it/musica/dal-6-al-10-agosto-ricordarsi-limportanza-di-essere-piccoli/ https://minimaetmoralia.it/musica/dal-6-al-10-agosto-ricordarsi-limportanza-di-essere-piccoli/#respond Mon, 06 Aug 2012 14:00:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8932 di Azzurra D'Agostino

"Vola alta, parola, cresci in profondità."

M.Luzi

Quando si dice che la poesia non ha seguito. Quando ci si chiede se i testi per le canzoni sono o non sono poesia. Quando ci si lamenta che non ci sono più i cantautori di una volta. Quando si sostiene la politica del 'grande evento'. Quando si discute se meglio la città o meglio la provincia. Quando si soffre per i tagli alla cultura. Quando la cultura viene considerata intrattenimento, hobby, spreco. Queste e altre questioni su cui meditare sono affrontate in forma pratica all'interno di un piccolo festival che si svolge all'estrema periferia d'Italia, ovvero i piccoli borghi arroccati sulle cime degli Appennini. Per questo si chiama "L'importanza di essere piccoli", perché proprio nel piccolo, nel minuscolo, cerca di porre delle domande e, allo stesso tempo, di vivere un'esperienza che renda queste domande ricordo personale e materia viva di riflessione.

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di Azzurra D’Agostino

“Vola alta, parola, cresci in profondità.”

M.Luzi

Quando si dice che la poesia non ha seguito. Quando ci si chiede se i testi per le canzoni sono o non sono poesia. Quando ci si lamenta che non ci sono più i cantautori di una volta. Quando si sostiene la politica del ‘grande evento’. Quando si discute se meglio la città o meglio la provincia. Quando si soffre per i tagli alla cultura. Quando la cultura viene considerata intrattenimento, hobby, spreco. Queste e altre questioni su cui meditare sono affrontate in forma pratica all’interno di un piccolo festival che si svolge all’estrema periferia d’Italia, ovvero i piccoli borghi arroccati sulle cime degli Appennini. Per questo si chiama “L’importanza di essere piccoli”, perché proprio nel piccolo, nel minuscolo, cerca di porre delle domande e, allo stesso tempo, di vivere un’esperienza che renda queste domande ricordo personale e materia viva di riflessione.

La prima edizione, con Bobo Rondelli che ha duettato con Franco Loi, e con Emidio Clementi dei Massimo Volume che ha fatto un reading dal poeta Robert Lowell, e con Mariangela Gualtieri, i Virginiana Miller e tanti altri, è stata un piccolo miracolo. Non solo per il numero di persone, perché non è il numero la vera misura. Ma per il modo sia dell’ascolto che della realizzazione di tutto l’insieme. Signore e signori che hanno cucinato per tutti, ragazzi che si sono passati parola, poeti e musicisti che si sono conosciuti e ascoltati, piccoli scambi artistici, di relazioni, di generi, l’apertura verso linguaggi che la televisione e i canali ufficiali non propongono – e che invece, si scopre, al contrario di quanto vogliano farci credere, toccano le persone. Dunque si è deciso di andare avanti.

Quest’anno “vola alta parola, cresci in profondità”, è il verso di Mario Luzi scelto per la seconda edizione de “L’importanza di essere piccoli”, dove il seme del tarassaco che si sta per staccare è la metafora di una vita semplice ma carica di senso che vola alta nei campi e poi attecchisce nei prati crescendo in profondità.  Un’onda e una diffusione che con questo festival è anche della parola: quella lieve e abissale della poesia e della musica, caparbia nel mettere radici e lieve nel lasciarsi trasportare dal vento.

Francesco Guccini, Paolo Benvegnù, Perturbazione, Andrea Appino di Zen Circus, Vivian Lamarque, Franco Buffoni, Valentino Zeichen, Giuliano Scabia, Carlo Maver sono solo alcuni degli ospiti che dal 6 al 10 agosto soffieranno e diffonderanno poesia e musica in frazioni spesso trascurate dalle traiettorie turistiche usuali, ma che sono scorci di paesaggi bellissimi, nel fresco verde di castagneti secolari.

L’ingresso agli spettacoli del 6, 7, 8, 10 agosto è libero (prenotazione consigliata).

Per il seminario “camminante” di Giuliano Scabia (9 agosto) il costo di partecipazione, compreso di libro, è di 12 euro (prenotazione obbligatoria)

Per informazioni: www.sassiscritti.wordpress.com | sassiscritti@gmail.com

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