Francesco Maino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-maino/ un blog di approfondimento culturale Fri, 24 Jul 2015 10:23:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Francesco Maino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-maino/ 32 32 Bugaro: L’effetto domino di un desiderio oscuro https://minimaetmoralia.it/letteratura/bugaro-leffetto-domino-di-un-desiderio-oscuro/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/bugaro-leffetto-domino-di-un-desiderio-oscuro/#comments Fri, 24 Jul 2015 06:00:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27911 di Giacomo Giossi

L’inseguimento di un’ossessione, un oscuro desiderio che fagocita denaro, relazioni, passioni e vite. I protagonisti di Effetto domino (Einaudi, 2015), l’ultimo romanzo di Romolo Bugaro, sono infatti tutti rappresentanti di quella tipologia di sconfitto contemporaneo che negli ultimi anni ha invaso cronache giudiziarie come di gossip o di affari. Sconfitti che recitano il ruolo di avvoltoi, ma che si rivelano alla prova del nove inadatti anche al ruolo di vittime: uomini semplici relegati al ruolo di comparse all’interno di un’ideologia obbligata a macinare e frantumare per non fermarsi mai.

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di Giacomo Giossi

L’inseguimento di un’ossessione, un oscuro desiderio che fagocita denaro, relazioni, passioni e vite. I protagonisti di Effetto domino (Einaudi, 2015), l’ultimo romanzo di Romolo Bugaro, sono infatti tutti rappresentanti di quella tipologia di sconfitto contemporaneo che negli ultimi anni ha invaso cronache giudiziarie come di gossip o di affari. Sconfitti che recitano il ruolo di avvoltoi, ma che si rivelano alla prova del nove inadatti anche al ruolo di vittime: uomini semplici relegati al ruolo di comparse all’interno di un’ideologia obbligata a macinare e frantumare per non fermarsi mai.

Ambientato nella provincia padovana, paradigma del Veneto grezzo e rampante che ha dominato la scena economica italiana fino ai primi anni duemila, Effetto domino è il racconto dei destini e delle ambizioni di quelli che il giornalismo da copertina patinata ha definito nel tempo professionisti: immobiliaristi, avvocati, commercialisti. Affaristi e faccendieri legati mani e piedi gli uni agli atri da scadenze, debiti e crediti spesso ugualmente validi di fronte ad un destino di fallimento o di presunto e labile successo.

Romolo Bugaro va oltre la descrizione d’ambiente ed evita accuratamente gli stereotipi e le comode invettive che con le ricche provincie del nord Italia vengono quasi spontanei, ma si fa carico dei suoi protagonisti raccontandoli nelle loro indecisioni, fragilità e ricordi. Uomini impigliati in storie a cui non sanno far parte e dare direzione: in famiglia come sul lavoro.

Se La speculazione edilizia di Italo Calvino era leggibile anche come un’infallibile analisi antropologica di un paese in drastico cambiamento, Effetto domino descrive meticolosamente lo stato dell’arte di un paese invece bloccato e incapace di trovare vie d’uscita che non siano la riproposizione dei vecchi moduli relazionali e affaristici. Non più rudi impresari sporchi di polvere, ma imprenditori edili fortemente indeboliti da un arricchimento repentino che li ha socialmente isolati. Uomini privi d’identità che si ritrovano a bordo di auto di lusso fingendosi adusi ad un mondo che rimane per loro ostinatamente criptico e capace d’ingannarli e tradirli alla prima occasione.

L’autore lavora affiancando tempi e biografie che precipitano parallelamente nel medesimo canale, attratti dallo stesso gorgo. La scrittura di Bugaro è disincantata, non indugia, ma si limita a rivelare pagina dopo pagina la fragilità dei suoi protagonisti. Una fragilità sempre più evidente tanto più l’apparenza si stacca come intonaco consumato abbandonando i protagonisti all’impietoso incedere della realtà.

Tutti sono legati gli uni agli altri e per nessuno c’è salvezza: c’è chi continua a coltivare la propria ossessione e chi i propri rimpianti. Ognuno vedrà prendere corpo la miseria di un passato tradito negli affetti più profondi e nei rischi più sinceri. È una questione di legami e non di ruoli e chiunque vi rimanga impigliato si trova preso all’amo dalla propria paura. Imprenditori edili una volta semplici muratori che rappresentano l’ultimo salto sociale avvenuto in questo paese, ma anche avvocati debosciati e manager egocentrici che manovrano un enorme potere di veto, e ancora accademici stanchi che firmano appelli insignificanti privi di ogni influenza e operai fatalisti incapaci d’amore.

Effetto domino è sicuramente uno dei romanzi più interessanti sull’Italia degli ultimi anni (ben più profondo di quanto la scontata e ossessivamente ammiccante quarta di copertina lasci intravvedere), lontano da visioni catastrofiche o colpevoliste il libro riesce con una scrittura attenta e affilata a riconnettere un mondo solitamente lontano e improbabile, incomprensibile e volgare, ma in realtà ricco di biografie e storie spesso occultate dal perbenismo ipocrita: vero contraltare di un giustizialismo cieco e quello sì volgarissimo. In fondo la sconfitta è pur sempre il successo dei sopravvissuti, gli unici in grado, all’occasione, di poter testimoniare e raccontare cosa è stato.

Bugaro compie un’indagine intima sugli uomini e sulle loro biografie: entra nella loro memoria e dà forma a più voci unendo in un certo senso quello che è il racconto d’interni spesso tragico e asfissiante raccontato con estremo equilibrio in Il bambino indaco da Marco Franzoso, ad una narrazione d’ambiente, per certi versi anche politica di un territorio. Il Veneto di Bugaro prende forma dal disagio di chi spesso viene messo all’indice: è un territorio visto attraverso gli occhi di speculatori e industriali senza che questo significhi assolvere le loro azioni e accettare i loro presupposti. Un racconto corale privo d’inibizioni e di caricature come troppo spesso avviene nel raccontare l’estesa provincia padana, non da ultimo come avviene nel duro, ma troppo impreciso nella sua ossessione di verità, Cartongesso di Francesco Maino in cui l’autore si fa portatore sicuro di un punto di vista totalizzante e quindi incapace di spiegare più che le ragioni, il sentimento e la tensione di un territorio inquieto. Effetto domino è il racconto in ultimo di un andamento e di un andazzo che coinvolge – nella disperata ricerca di emancipazione dai propri desideri e dalle proprie passioni – un’intera nazione ormai atterrita e incapace di far fronte al proprio piacere, qualunque esso sia e in qualunque forma questo si presenti.

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Il crepuscolarismo punk di Francesco Targhetta https://minimaetmoralia.it/poesia/le-cose-sono-due-francesco-targhetta/ https://minimaetmoralia.it/poesia/le-cose-sono-due-francesco-targhetta/#comments Thu, 12 Feb 2015 15:46:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25376 Questo articolo è uscito in forma abbreviata su “Alias / il manifesto”. (Fonte immagine)

Potrà sembrare paradossale, ma uno dei più significativi narratori italiani di questi anni non scrive in prosa, bensì in versi. Sto parlando di Francesco Targhetta, il quale, ancor prima di affermarsi con il romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (2012), aveva già dimostrato la sue doti narrative nella raccolta poetica di esordio, Fiaschi (2009), in cui tratteggia una serie di situazioni, vicende e personaggi che rivelano il lato oscuro e inquietante della ricca provincia veneta (il titolo giocava proprio sull’ambivalenza del termine “fiasco”, che può significare bottiglia di vino, ma anche fallimento). Del resto, il poeta trevigiano è l’esponente di punta di una nuova leva di autori veneti che hanno messo fortemente in discussione le magnifiche sorti economiche del Nordest (si pensi al recente e importante esordio narrativo di Francesco Maino, Cartongesso).

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Questo articolo è uscito in forma abbreviata su “Alias / il manifesto”. (Fonte immagine)

Potrà sembrare paradossale, ma uno dei più significativi narratori italiani di questi anni non scrive in prosa, bensì in versi. Sto parlando di Francesco Targhetta, il quale, ancor prima di affermarsi con il romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (2012), aveva già dimostrato la sue doti narrative nella raccolta poetica di esordio, Fiaschi (2009), in cui tratteggia una serie di situazioni, vicende e personaggi che rivelano il lato oscuro e inquietante della ricca provincia veneta (il titolo giocava proprio sull’ambivalenza del termine “fiasco”, che può significare bottiglia di vino, ma anche fallimento). Del resto, il poeta trevigiano è l’esponente di punta di una nuova leva di autori veneti che hanno messo fortemente in discussione le magnifiche sorti economiche del Nordest (si pensi al recente e importante esordio narrativo di Francesco Maino, Cartongesso).

Con la sua ultima plaquette poetica, Le cose sono due (Valigie Rosse, fotografie di Riccardo Bargellini, pp. 52, euro 12), che si è aggiudicata la più recente edizione del “Premio Ciampi”, Targhetta torna alle atmosfere e alle forme dei suoi esordi, concentrando la narratività in singole istantanee, tanto icastiche quanto dense di storie. Rispetto a Fiaschi e a Perciò veniamo bene nelle fotografie, prevalentemente incentrati sul microcosmo giovanile, Targhetta, in questa plaquette, presta maggiore attenzione all’età adulta e, specie nella seconda sezione, a certi anziani, veri derelitti della provincia contemporanea.

È il caso dei «vecchi con moldave» dell’omonima lirica: «Negli inverni delle scritte fasciste / sugli svincoli, sui rami, e sui muri, / vanno come divi i vecchi con moldave / virando con vanto davanti ai tabacchi, / agli occhi dei vuoti acconciatori / maschili: spalline ottanta, capelli / tinti, gli zigomi duri come i baristi, / a bere caffè asciugando le bave / li regge con gelo la loro badante, / e fuori, poi, i palazzi di muffa». Targhetta avverte la condizione senile, in qualche modo, come congeniale, giacché la sua scrittura trae ispirazione da tutto ciò che sta per disfarsi, non importa se cose o, come in questo caso, esseri umani. In questo senso, il poeta mette efficacemente a frutto la lezione dell’amato Govoni e di certo crepuscolarismo (si legga anche la squisita prosa Le quattro vedove), sia pure innestata nel quadro di un immaginario pop, anzi punk, assolutamente contemporaneo.

Nel connubio, apparentemente ossimorico, tra tonalità punk e raffinatezza formale risiede il fascino singolare di questi versi, che «dietro la loro cordiale leggibilità e quasi giocosa sprezzatura», come osserva Paolo Maccari nell’attenta postfazione, «rivelano una sapiente strutturazione retorica». Come esempio, Maccari cit questo folgorante frammento, costruito su sapienti variazioni metriche e suggestive allitterazioni, volte a suscitare un’atmosferma di macabra giocosità infantile: «finché è sera dentro le stanze / e niente, attorno, si è mosso, / come (ricordi?) belle statuine, / marce, però: / hanno i volti smangiati, / gli occhi venati di rosso».

Tema dominante del libretto è l’isolamento esistenziale: in primo luogo, quello dell’autore stesso, delle sue varie controfigure e, naturalmente, degli anziani (con o senza badanti moldave al seguito), ma anche, ad esempio, una certa professoressa che si trattiene in sala insagnanti oltre il normale orario lavorativo, riordinando i compiti dei suoi allievi e sistemando il registro, per poi trovare «le strade più sgombre, / più duro, a casa, il pane in cassetta».

Qualsiasi forma di solidarietà, o anche soltanto di comunicazione, tra queste monadi umane sembra impossibile; così come è inautentico il gesto di carità di cui parla una delle poesie più esemplari, nella quale l’io lirico fa l’elemosina a un clochard: «l’obolo, non vedi, l’hai dato / a te stesso, se speri adesso / che l’abbia speso per una grappa / o un bicchiere di vino, / caldo, magari, brulé, / se da un po’ hai l’impressione / di poter / aiutare soltanto a dimenticare, / come un auspicio affinché riesca / finalmente anche a te». Auspicio destinato a rimanere tale, dal momento che il tono ironico che di queste liriche ne attenua, forse, ma non permette certo di dimenticare, l’amarezza dei contenuti. Le cose sono due, per l’appunto: «o arrivi a cogliere il senso del tutto / o confondi corrompi ti ingarbugli». I raffinati versi punk di Francesco Targhetta snocciolano la confusione, mentre il senso ultimo delle cose rimane inafferrabile.

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Raccontare il vuoto https://minimaetmoralia.it/libri/strategie-per-arredare-il-vuoto-paolo-marino/ https://minimaetmoralia.it/libri/strategie-per-arredare-il-vuoto-paolo-marino/#comments Wed, 06 Aug 2014 13:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22686 Questa recensione è apparsa sul numero di luglio della rivista L'Indice dei libri del mese.

Si comincia con una panne. Un’auto ferma per strada, il tempo che passa, il tentativo di capire come risolvere il problema. Poi, nel corso delle 220 pagine dell’esordio di Paolo Marino, Strategie per arredare il vuoto (Mondadori, tra i finalisti del Premio Calvino 2012), è come se il guasto originario – inteso come pausa nel flusso, stasi potenzialmente minacciosa, rarefazione e al contempo condensazione dell’esperienza – venisse articolato non tanto nello spazio (detenere la narrazione in un unico luogo è l’azzardo nonché uno dei grandi pregi di questo libro) quanto nel tempo. Perché alla morte dei genitori – nessuna ragione, nessuna spiegazione, soltanto un improvviso assentarsi di padre e madre alla vita – il tredicenne Edo si ritrova davanti a un deserto di minuti che si accumulano in forma di giorni e di settimane fino a generare una temporalità sospesa, autonoma e autotrofa, un tempo paragonabile a una soglia talmente dilatata da somigliare più che a un’invalicabile linea d’ombra a un vero e proprio territorio, arbitrario, isterico, dunque perfettamente abitabile.

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Questa recensione è apparsa sul numero di luglio della rivista L’Indice dei libri del mese. (Fonte immagine)

Si comincia con una panne. Un’auto ferma per strada, il tempo che passa, il tentativo di capire come risolvere il problema. Poi, nel corso delle 220 pagine dell’esordio di Paolo Marino, Strategie per arredare il vuoto (Mondadori, tra i finalisti del Premio Calvino 2012), è come se il guasto originario – inteso come pausa nel flusso, stasi potenzialmente minacciosa, rarefazione e al contempo condensazione dell’esperienza – venisse articolato non tanto nello spazio (detenere la narrazione in un unico luogo è l’azzardo nonché uno dei grandi pregi di questo libro) quanto nel tempo. Perché alla morte dei genitori – nessuna ragione, nessuna spiegazione, soltanto un improvviso assentarsi di padre e madre alla vita – il tredicenne Edo si ritrova davanti a un deserto di minuti che si accumulano in forma di giorni e di settimane fino a generare una temporalità sospesa, autonoma e autotrofa, un tempo paragonabile a una soglia talmente dilatata da somigliare più che a un’invalicabile linea d’ombra a un vero e proprio territorio, arbitrario, isterico, dunque perfettamente abitabile.

A nulla varranno i tentativi di un manipolo di zii di persuadere Edo dell’illogicità del suo comportamento quando deciderà di non lasciare la casa in cui ha vissuto con i suoi genitori. Nonostante le premure in cui si ammucchiano «ansia e buon senso», lo sforzo centrifugo parentale non riesce a prevalere sull’ostinazione centripeta di Edo. A partire da un Preferirei di no tanto lapidario quanto letterario (che inscrive il protagonista del romanzo in una stirpe di personaggi dimissionari lontani anni luce da ciò che tradizionalmente consideriamo essere una volontà), Edo comincia un percorso immobile, un protratto andirivieni attraverso lo spazio domestico. Con lui, in una relazione paragonabile a quella tra le api e la regina al sicuro nell’alveare, una serie di figure che fanno la spola tra la casa e il mondo esterno recando nutrimento e informazioni: il coetaneo Enea, le enigmatiche gemelline Rovati, un rappresentante di aspirapolveri così preoccupato dai microbi che sparpagliati per casa di notte rosicchiano le gambe del letto da soffiare il fumo delle sigarette contro la ceramica di lavandino, bidet, water e vasca da bagno in modo da affumicare il pericolo entomologico.

Per quanto libero di andare e tornare, ognuno di questi personaggi sperimenta il fascino dell’autoreclusione. Perché nella casa di Edo ogni esperienza possiede qualcosa di amniotico, un sapore originario, tutto esiste nella forma del prisma, le cose e i corpi si scompongono nelle loro parti più minute, il tempo si sfalda, la realtà si fonda – e dunque sprofonda – sul fading («Una ciocca di capelli planò su una spalla, il dito indice alzato verso l’alto si staccò dalla mano e atterrò sul pavimento, poi fu la volta del naso che rimbalzò sotto un mobile e degli occhi che rotolarono verso il corridoio»).

Contemplando da solo il cestello della lavatrice («Osservavo i vestiti rimescolati con regolarità e ogni tre o quattro giri facevo un cenno di saluto alla camicetta di mia madre, ai pantaloni del papà, a una mia maglietta bianca. Eravamo tornati assieme, avvinghiati, immersi in un liquido che riempiva il respiro e offuscava lo sguardo») oppure al riparo con gli altri sotto un lenzuolo sospeso tra poltrone e divano, la luce di una candela a illuminare da sotto la stoffa, Edo cerca soltanto un bozzolo che gli consenta di permanere al centro della casa, incluso e separato, presente e assente, detenuto in un limbo interminabile in grado di consumare al proprio interno vite ed epoche intere.

Senza accedere a una consapevolezza profonda del proprio comportamento, al contrario permanendo in una condizione tra il presentimento e il torpore, Edo persegue un obiettivo: svuotare lo spazio domestico, avvolgere ciò che resta nel cellophane, fasciare il proprio corpo nella garza (facendosi crisalide umana), cancellare la linea nera che distingue la figura dallo sfondo così compiendo il passaggio definitivo verso l’indistinto e la laconicità («Si capisce a un certo punto che non c’è più bisogno delle parole, che sono diventate superflue. Servono solo per distrarsi, come fanno le scimmie allo zoo quando si dondolano a una fune appesa al soffitto»).

In diversi romanzi pubblicati in Italia negli ultimi tempi, buona parte dei quali passati per il Premio Calvino (cui va dunque ancora una volta riconosciuta una funzione critica determinante nell’intercettare le metamorfosi delle immaginazioni letterarie contemporanee), sembra di riconoscere un impulso costante verso ciò che, seppure in un contesto diverso da quello romanzesco, Elvio Fachinelli chiamava claustrofilia. Non il timore ma il desiderio dello spazio chiuso, della contenzione, del legame coatto; un bisogno di autosequestro che si fa condizione necessaria e sufficiente per generare una narrazione.

Dal tutto dentro stilistico di Francesco Maino in Cartongesso – un flusso grumoso di lingua che esplode nella misura in cui deriva da una coercizione – al picaro protagonista di Mia moglie e io di Alessandro Garigliano, che se anche tenta lo spazio esterno in cerca di un lavoro torna sistematicamente a un hortus domestico in cui studia nel concreto le forme della morte, dal protagonista di Sparire di Fabio Viola che si chiude in un armadio alla festa-prigione di Il diciottesimo compleanno di Riccardo Romagnoli, una specie di cratere dionisiaco che inghiotte il tempo, ancora passando per la cantina di Io e te di Niccolò Ammaniti e procedendo a ritroso fino a quello che per certi versi è il progenitore di questo impulso, vale a dire il Pietro Paladini protagonista di Caos calmo di Sandro Veronesi, rinchiudersi, fermarsi, restare, imbozzolarsi, preferire di no, escludersi verso l’interno smette di essere un infortunio lungo un cammino tradizionale per lasciarsi percepire come una vera e propria forma di vita. Qualcosa che pare collocarsi tra la resa incondizionata davanti a un compito irrisolvibile e quella che in medicina viene chiamata «posizione antalgica», la postura che tendiamo ad assumere per contenere un dolore fisico.

Perché ciò che c’è – sembra essere la percezione da cui hanno origine queste storie – è tanto, ciò che accade è troppo, e nel momento in cui è andata perduta la facoltà di varcare le soglie è preferibile abbandonarsi a una lunga indeterminata incubazione – un vuoto perfettamente abitabile – che poco alla volta, strategicamente, come Edo nel romanzo di Paolo Marino, sapremo persino arredare. E dunque si vive in una panne senza soluzione (il versante perenne di quella stessa contingenza che da qualche anno chiamiamo crisi), scavandosi un’ansa nel tempo e autoesiliandosi dal flusso, aspettando che passi, sapendo che non passerà e che i contorni delle cose rimarranno sfuocati. Diventando, il più serenamente possibile, claustrofilici.

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Il Nordest di “Cartongesso”. Un esordio importante: un punto di arrivo https://minimaetmoralia.it/libri/cartongesso-francesco-maino/ https://minimaetmoralia.it/libri/cartongesso-francesco-maino/#comments Fri, 23 May 2014 05:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20859 Alcuni di noi, qui a minima&moralia, hanno molto apprezzato il romanzo d'esordio di Francesco Maino, Cartongesso, pubblicato da Einaudi. Ringraziamo dunque Michele De Mieri, che l'ha recensito per la "Domenica" del "Sole 24Ore", e che ora ci permette di condividere il suo pezzo con i lettori di m&m.

di Michele De Mieri

Il topotoga-contro, il trentasettenne Michele Tessari, il monologante arrabbiato con tutti i suoi colleghi avvitopi del foro di “Venessia” e del tribunale di Insaponata sulla Piave non si dimentica facilmente, credetemi. Il suo furore maniacale, la sua elencazione degli odi che gli scatena il solo motivo di vivere in “Heneto, Itaglia”, in mezzo a della gente (simile a lui) che parla il “grezzo” e che non ha mai amato, né stimato, è la materia urticante dell’invettiva di oltre duecento pagine di cui è composto Cartongesso, il romanzo di Francesco Maino, quarantaduenne di San Donà di Piave.

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Alcuni di noi, qui a minima&moralia, hanno molto apprezzato il romanzo d’esordio di Francesco Maino, Cartongesso, pubblicato da Einaudi. Ringraziamo dunque Michele De Mieri, che l’ha recensito per la “Domenica” del “Sole 24Ore”, e che ora ci permette di condividere il suo pezzo con i lettori di m&m. (Fonte immagine)

di Michele De Mieri

Il topotoga-contro, il trentasettenne Michele Tessari, il monologante arrabbiato con tutti i suoi colleghi avvitopi del foro di “Venessia” e del tribunale di Insaponata sulla Piave non si dimentica facilmente, credetemi. Il suo furore maniacale, la sua elencazione degli odi che gli scatena il solo motivo di vivere in “Heneto, Itaglia”, in mezzo a della gente (simile a lui) che parla il “grezzo” e che non ha mai amato, né stimato, è la materia urticante dell’invettiva di oltre duecento pagine di cui è composto Cartongesso, il romanzo di Francesco Maino, quarantaduenne di San Donà di Piave.

Non devono aver avuto molti dubbi i giurati dell’ultima edizione del Premio Calvino quando si sono trovati fra le mani un libro così importante per sfida linguistica e urgenza culturale. Partiamo dalla seconda: sono un paio di decenni che la macroregione del nordest desta l’interesse di ogni tipo di analisi socioeconomica – dal miracolo alla crisi – e insieme molte interessanti e svariate scritture si sono originate e nutrite di una sempre più ricorrente “questione veneta”, da Carlotto a Bugaro, da Scarpa a Franzoso, e ancora Mozzi, Trevisan, Ferrucci, fino al più giovane Targhetta del romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie – ma come non menzionare al cinema almeno il lavoro recente di Alessandro Rossetto in Piccola patria? Ecco che la scatola sonora di Cartongesso le aggiorna e le sintetizza, forse le supera un po’ tutte; è il pregio di alcuni libri quello di tirare come una linea, voltare pagina perché tanto è stato detto, come mai prima.

Come fa Maino a ficcare tutto quello scritto da tanti altri in un solo libro? Semplicemente fa dire tutto quello che passa per la testa al suo protagonista Michele Tessari; gaddaniamente per l’acume, celinianamente per la rabbia, lui recensisce tutto quello che vede e conosce: c’è la geografia delle “villette monozigote” e relativa antropologia da tavernetta, ci sono gli sghei (anche quando non ci sono più), l’etica vuota del conoscere e parlare del/al “territorio”, la sete continua, che sia l’onnipresente spritz o un’ombretta già in mattinata, il “nero” che permette a tanti di vivere ben oltre il tenore dichiarato al fisco ma comunque sempre ancora sotto ai desideri continui, e molto altro ancora.

Michele Tessari fugge tutto il modello di vita veneto in cui sono lanciati i suoi coetanei, è ancora legato ai genitori in forme di varie dipendenze, fa l’avvocato degli ultimi, quelli che pagano poco o non pagano affatto, lui lo chiama il “suo mercato di puzzoni della Nigeria”. Ha un’auto vecchia, poche donne e non si tira a lucido granché. In questo quadro c’è un’ossessione più estrema delle altre, quella contro i suoi colleghi avvocati-topo dei tribunali dell’immaginaria Insaponata di Piave – “Quarantamila (40.000) parrocchiani e centocinquanta (150) avvocati” – e della vicina “Venessia”.

Sono le pagine che superano anche il contesto geografico del “mesovenetorientale”, la lotta frenetica degli avvitopi per fatturare e arricchirsi diventa così una piaga medievale, la chiave di lettura di un mondo già putrefatto, appunto ben oltre le terre che circondano il Piave. L’immagine di traghettatore di anime è l’attacco di Cartongesso, quando Tessari racconta del suo precedente lavoro di aiuto-becchino, delle facce defunte degli abitanti dell’ex contado riassunto nel “xe tuto mio, xe tuto de nialtri”. Queste memorie del sottosuolo in terra di Piave non sono un percorso di lettura sempre agevole, Maino chiede al lettore uno sforzo supplementare per penetrare questo incalzante bolo informe, impastato di dialetto e di lingue burocratiche e forensi. Al Salone del Libro dove il Veneto era la regione ospite, mancava questo sguardo spietato di Tessari-Maino.

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