Francesco Recami Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-recami/ un blog di approfondimento culturale Thu, 05 Nov 2020 09:47:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Francesco Recami Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-recami/ 32 32 Da Swift a Vanzina https://minimaetmoralia.it/letteratura/da-swift-a-vanzina/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/da-swift-a-vanzina/#comments Thu, 05 Nov 2020 07:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44489 Pubblichiamo un testo di Francesco Recami, autore di una serie di Commedie nere di cui sono usciti quattro romanzi pubblicati da Sellerio, l'ultimo qualche settimana fa, "La cassa refrigerata. Commedia nera n. 4". Una riflessione sulle funzioni dell'arte in momenti difficili che parte da Swift per arrivare al recente film di Vanzina, un'analisi sulle caratteristiche della "commedia nera" e sul contrasto fra il mondo delle regole rigidissime di comportamento e la realtà dei fatti, sulla morte, sul dolore e sul modo in cui è possibile parlarne.

di Francesco Recami

Che cosa c’entra Enrico Vanzina con Johnathan Swift? Parrebbe proprio niente ma un nesso c’è: Vanzina produce un instant film stile cinepanettone sul Covid all’italiana, una commedia (satirica?). Fioccano le critiche: si può ridere di 35000 morti? Non si ride della morte. Eppure, eppure l’umorismo nero, fondato da Swift nel XVII secolo, ride, a denti stretti, della morte.

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Pubblichiamo un testo di Francesco Recami, autore di una serie di Commedie nere di cui sono usciti quattro romanzi pubblicati da Sellerio, l’ultimo qualche settimana fa, “La cassa refrigerata. Commedia nera n. 4“. Una riflessione sulle funzioni dell’arte in momenti difficili che parte da Swift per arrivare al recente film di Vanzina, un’analisi sulle caratteristiche della “commedia nera” e sul contrasto fra il mondo delle regole rigidissime di comportamento e la realtà dei fatti, sulla morte, sul dolore e sul modo in cui è possibile parlarne.

di Francesco Recami

Che cosa c’entra Enrico Vanzina con Johnathan Swift? Parrebbe proprio niente ma un nesso c’è: Vanzina produce un instant film stile cinepanettone sul Covid all’italiana, una commedia (satirica?). Fioccano le critiche: si può ridere di 35000 morti? Non si ride della morte. Eppure, eppure l’umorismo nero, fondato da Swift nel XVII secolo, ride, a denti stretti, della morte.
“L’umorismo nero si definisce come un tipo di umorismo che tratta di temi sinistri come la morte, la malattia, la deformità, l’handicap, la guerra, con amaro divertimento e presenta questi argomenti tragici, angoscianti e morbosi in termini umoristici. L’umorismo nero, spesso chiamato grottesco, morboso, gallows o malato (sick humour) viene usato per esprimere l’assurdità, l’insensibilità, i paradossi e la crudeltà del mondo moderno” (Cognitive and emotional demands of black humour processing: the role of intelligence, aggressiveness and mood, 2017; traduzione mia)”.

E dunque Swift, proponendo di mangiare i bambini delle famiglie povere per risolvere il duplice problema della sovrappopolazione e della sottoalimentazione, ed Ezio Greggio, esercitando la sua sulfurea satira sui tic degli italiani fanno la stessa cosa? Entrambi attaccano il perbenismo e l’ipocrisia di chi predica una cosa e ne fa un’altra? Swift mette alla frusta il fariseo borghese che da una parte riduce il proletario all’indigenza e alla morte, macchiandosi di sangue, e dall’altra esercita atti caritatevoli e pietosi nei confronti degli “ultimi”. Vanzina crede di mettere alla frusta le contraddizioni degli italiani, pronti a piangere come prefiche per i morti di Covid, tanto quanto smaniosi di aperitivi, week end e vacanze e non escludo che consideri come maggioritari coloro che gradiscono evitare di andare a lavorare grazie allo smart working.
Alcuni snob tardoromantici avrebbero detto che fra Vanzina e Swift non c’è differenza perché non c’è differenza fra una porcheria e un capolavoro. Credo che a Vanzina non sia mai capitato e non capiterà mai più di essere associato a Swift.

Una volta a Trapani stavo presentando una commedia nera, nella quale si fa satira, se non sarcasmo, sulla condizione degli anziani, sulla demenza, sul sistema sanitario, sui parenti pietosi e avidi che si aspettano che i vecchi ben forniti muoiano il prima possibile (come faceva Cecco Angiolieri con suo padre). Una signora abbronzata, arrossettata e ingioiellata, che probabilmente dedica una parte della sua giornata alle buone azioni, mi disse che sul dolore non si scherza. Prima di tutto io non scherzo affatto, poi proposi alla signora una nuova commedia nera, in cui transfughi in gommone sono un’accolita di truffatori ladri e assassini, mentre gli scafisti sono brave persone col senso della famiglia. Alla faccia dei benpensanti, categoria alla quale penso scrivendo le commedie nere.
C’è chi dice che gli italiani sono: pavidi, arroganti con i deboli e sottomessi con i forti, opportunisti, avidi e tirchi, bottegai, ignoranti, litigiosi e rancorosi, autoassolutori e al contempo forcaioli, lamentosi, codini e conformisti, presuntuosi e vanesi, consumisti, pettegoli, maleducati.
Questo è il sottofondo delle commedie trash dei Vanzina, il problema è che è uno sguardo profondamente reazionario perché anziché castigare assolve: l’assunto è che noi italiani siamo così, più o meno tutti, e restiamo così, avidi, fascistoidi, ignoranti, paurosi, ecc. Si perviene all’autoassoluzione, come il ladro che dice “rubano tutti” o il corrotto che dice “gli altri sono più corrotti di me”.

L’umorismo nero di stampo prettamente britannico, che è quello che io tento di praticare, sta sul fronte opposto. Si muove sul contrasto fra un mondo di regole formalmente rigidissime di comportamento (e il fariseismo nell’applicarle) e la realtà dei fatti dove trionfano l’interesse personale, la truffa e l’omicidio. Regola ferrea l’understatement, in molti casi la commedia si combina con una intelaiatura poliziesca, in cui il crimine assume degli aspetti umoristici.
Il modulo britannico non ha avuto molto successo in Italia dove il sistema etico di regole di comportamento è piuttosto labile e dove l’understatement non rientra nelle caratteristiche etniche: ne risulta uno slittamento verso il grottesco e la farsa, talvolta macabra.
Quindi a fronte della tipica predisposizione anglosassone e presbiteriana, c’è la scarsa predisposizione mediterranea e cattolica. In ogni caso come diceva Pirandello l’umorismo vive sul contrasto fra le cose come dovrebbero essere e le cose come sono veramente.

Io sono convinto che si possa e si debba ridere della morte e del dolore, così come della paura. Se ci asteniamo facciamo un favore troppo grosso alla morte, al dolore e alla paura.
La morte non è stupida, sa benissimo che i nostri sono soltanto esorcismi, esoneri, rimozioni. Che facciamo gli sberleffi alle nostre paure perché ne abbiamo terrore. Eppure l’umorismo nero è sempre stato importante nelle fasi storiche di grande crisi: dalle danze macabre ai tempi della peste, a Skeleton dance di Walt Disney, alla rivoluzione borghese ai tempi di Swift, al dottor Stranamore in epoca di minaccia nucleare. Lo sarà anche in tempi di pandemia, per non parlare della imminente catastrofe ecologica?
A voler estremizzare, si ride sempre e soltanto della soffererenza: si ride delle persone sovrappeso, di chi tartaglia, di chi cade per le scale, di chi prende una torta in faccia, di chi soffre di una patologia psichica o di chi è profondamente ignorante o ha problemi cognitivi.

Si potrebbe anche pensare che coloro che si dedicano all’umorismo nero in realtà coltivino astio e rancore verso il genere umano che schifano. Dipende dalla loro solitudine, dalla paura, dall’angoscia di stare male, dall’impotenza, dall’insuccesso, dai pensieri malevoli, cattivi augùri. Un filo di sadismo per le disavventure altrui, chiusura all’altro e cattiveria. Insomma le varie possibilità del malmostoso, maligno che si nasconde dietro una maschera di cinismo e di arguzia. E dunque, alcune fra le caratteristiche citate sopra degli italiani sono tipiche di chi le stigmatizza?
L’umorismo nero sarebbe una sorta di autoanalisi, e mi pare auspicabile. Mettersi nel mucchio con gli odiati altri è già qualcosa. L’umorista nero è il campione malmostoso degli italiani che critica. Dalla Commedia nera non ne esce vivo nemmeno lui. Comunque un atto di bontà non fa assolutamente ridere.

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Il vaccino della lettura https://minimaetmoralia.it/interventi/il-vaccino-della-lettura/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-vaccino-della-lettura/#comments Thu, 09 Jun 2016 04:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31226 Pubblichiamo un intervento inedito di Fabio Stassi e vi segnaliamo che oggi, 9 giugno, inizia a Palermo il festival Una Marina di Libri: Fabio Stassi presenterà La lettrice scomparsa (Sellerio) domenica 12 giugno alle 20 insieme a Francesco Recami, autore di Morte di un ex tappezziere (Sellerio). (Fonte immagine)

Mi sono ammalato di letteratura molto presto, da bambino. Questa malattia Juan Carlos Onetti la chiamò la litteratosi e Enrique Vila-Matas il mal di Montano. Nella sua forma più leggera, la si potrebbe descrivere come un’ossessione morbosa per i libri; in quella più grave, nella totale incapacità di distinguere un confine tra la letteratura e la vita.

Si comincia un pomeriggio con un piccolo romanzo per ragazzi e ci si ritrova da adulti con una catinella di rame o elmo di Mambrino in testa. Chi ne è affetto, sa di cosa sto parlando.

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Pubblichiamo un intervento inedito di Fabio Stassi e vi segnaliamo che oggi, 9 giugno, inizia a Palermo il festival Una Marina di Libri: Fabio Stassi presenterà La lettrice scomparsa (Sellerio) domenica 12 giugno alle 20 insieme a Francesco Recami, autore di Morte di un ex tappezziere (Sellerio). (Fonte immagine)

Mi sono ammalato di letteratura molto presto, da bambino. Questa malattia Juan Carlos Onetti la chiamò la litteratosi e Enrique Vila-Matas il mal di Montano. Nella sua forma più leggera, la si potrebbe descrivere come un’ossessione morbosa per i libri; in quella più grave, nella totale incapacità di distinguere un confine tra la letteratura e la vita.

Si comincia un pomeriggio con un piccolo romanzo per ragazzi e ci si ritrova da adulti con una catinella di rame o elmo di Mambrino in testa. Chi ne è affetto, sa di cosa sto parlando.

Per me agì da agente patogeno una riduzione scolastica sul mito di Sigfrido che presi in prestito alla biblioteca delle elementari. La lessi in tre giorni. Sembrava la storia di un eroe che avevano immerso, da bambino, nel sangue di drago per renderlo invincibile, e invece era la storia della foglia che si era posata sulla sua schiena, di quella piccola parte del corpo che quella foglia aveva lasciato indifesa, della freccia che avrebbe finito molti anni dopo per centrarla. Un apologo rovesciato sulla vulnerabilità degli uomini, sulle nostre insicurezze, sulla nostra fragilità. Ma credo di averlo interpretato così solo perché nella mia casa di migranti siciliani la malattia era al centro di ogni discorso e chi era sano veniva guardato con scetticismo e sospetto.

Da allora, mi convinsi che leggere un libro volesse dire andare alla ricerca del punto debole e segreto di ogni personaggio e che, se mai, da grande, ne avrei scritto uno, sarebbe stato unicamente su questo. Soltanto in seguito avrei compreso quanto i primi personaggi di romanzo che incontriamo adempiano a una sorta di imprinting fantastico. Contengono la prima idea che ci facciamo di noi stessi o di come ci piacerebbe essere. Ci ricordano la prima volta che ci siamo guardati allo specchio.

Sin dall’inizio, così, prima che dalle cure e dai rimedi, la letteratura per me è stata inseparabile dai malanni. Di ogni tipo. Dal generico disagio di stare al mondo alle più strane forme di nevrosi. In fondo, il romanzo moderno non era nato mettendo un lettore al centro della vicenda e sollevando questa domanda: il signore di don Chisciotte è pazzo o no?

Eppure, da ragazzo, sentivo anche che la lettura agiva sul mio organismo come un vaccino. Avevo l’impressione che alcuni libri mi lasciassero sulla pelle una cicatrice che sarebbe durata tutta la vita, come quella che mi aveva inciso su un braccio l’immunizzazione contro il vaiolo. Allo stesso modo i libri mi mettevano al riparo da molte cose, anticipandomi situazioni e possibilità, allenandomi a interrogare il passato, a nominare gli affetti, ad attenuare l’angoscia.

Scoprii molti anni dopo che già gli antichi conoscevano il potere lenitivo delle parole e gli affidavano proprietà taumaturgiche che noi abbiamo dimenticato o misconosciuto. Le prime testimonianze di libroterapia risalgono alle biblioteche della Grecia; Aristotele credeva nei suoi effetti benefici e Aulus Cornelius Celsus ne suggeriva la pratica. Nel XVIII secolo le biblioteche entrarono a far parte degli ospedali psichiatrici in Europa, poi delle divisioni dell’esercito e dal 1940 delle carceri. Alla fine della grande guerra la lettura fu usata in un ospedale americano per alleviare le sofferenze dei reduci e dalla metà del secolo scorso per combattere l’alcolismo, la tossicodipendenza, le fobie, l’elaborazione dei lutti e perfino il bullismo.

Quando qualche mese fa iniziai a scrivere di Vince Corso, un personaggio di romanzo escluso, a quarantacinque anni, da tutte le graduatorie di scuola secondaria superiore per l’insegnamento delle materie letterarie, mi venne naturale fargli affittare una soffitta a via Merulana e tentare un’ultima disperata scommessa: aprire un piccolo studio di libroterapia. Sapevo soltanto che somigliava a Gérard Depardieu, fumava le Gitanes e, nel tempo libero, ascoltava musica francese e spediva cartoline a un padre mai conosciuto.

Quello che non immaginavo era la variegata clientela femminile che avrebbe ricevuto: ogni donna con la sua storia, i suoi smarrimenti, le sue delusioni. A ciascuna, Vince avrebbe consigliato un libro, sostenuto appena dalla speranza che, anche se la verità e la salute sono una diceria e un’impostura, la soluzione di qualsiasi malessere sia nascosta in un racconto e ogni esistenza lasci sempre una traccia come un segnalibro seppellito in un volume. Basterebbe non smettere di cercare in quale pagina abbiamo dimenticato il nostro.

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