francesco spiedo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-spiedo/ un blog di approfondimento culturale Wed, 23 Nov 2022 17:24:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg francesco spiedo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francesco-spiedo/ 32 32 Immaginare (e disegnare) la Terra di Mezzo. Che cosa vediamo quando leggiamo Tolkien? https://minimaetmoralia.it/letteratura/immaginare-e-disegnare-la-terra-di-mezzo-che-cosa-vediamo-quando-leggiamo-tolkien/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/immaginare-e-disegnare-la-terra-di-mezzo-che-cosa-vediamo-quando-leggiamo-tolkien/#respond Thu, 24 Nov 2022 08:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51544 "L'arte de Lo Hobbit" e "L'arte de Il Signore degli Anelli", volumi da poco pubblicati da Bompiani, rappresentano un tesoro inestimabile: l'accesso cartaceo e tangibile all'immaginazione di uno dei più grandi creatori dell'ultimo secolo.

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La tradizione di autori illustratori, di scrittori con il vizio del bozzetto, è tipica di quel periodo che va dalla fine del settecento alla prima metà del novecento. L’elenco è lungo: Goethe, Dostoevskij, Hesse, Proust, Kafka, Baudelaire, Miller, Buzzati, Hugo, Pasolini, Lorca, Rimbaud, Montale, solo per citarne alcuni! Un enorme varietà di stili e di tecniche, ma in linea generale è possibile rintracciare due tendenze: per molti autori l’attività del disegno procede parallela a quella autoriale, per cui acquarelli, dipinti a olio, schizzi e bozzetti sono sconnessi dai lavori letterari, non rappresentano delle illustrazioni; per altri invece questi due mondi si intersecano di tanto in tanto, convergendo in opere specifiche e particolari.

Rimbaud, Montale, Lorca e Kafka, ad esempio, possiamo considerarli membri della prima categoria: quella dei paralleli. Lo stesso Nabokov che di tanto in tanto prendeva appunti illustrati dei testi altrui, quasi per comprenderli meglio. Per meglio visualizzarli. Molto note le illustrazioni de Le metamorfosi di Kafka realizzate a margine della sua copia da parte dello scrittore russo, ma anche gli autoritratti stilizzati dello stesso autore boemo.

Buzzati, Miller, Dostoevskij e Goethe, invece, sono ottimi rappresentanti della seconda categoria: chiamiamoli i secanti. Pensiamo a opere come Insomnia di Miller, un manoscritto che presenta in appendice una sua versione sotto forma di acquarelli. Il testo e i disegni sono parte della stessa creazione: si completano, sono necessari l’uno all’altro e raccontano la stessa medesima idea.

Ma esiste una terza famiglia di autori. Continuando la similitudine geometrica, dopo i paralleli e i secanti, possiamo parlare dei coincidenti. Autori e illustratori delle proprie stesse opere, autori che redigevano schizzi e bozzetti, autori che passavano dall’immagine mentale e astratta alla realizzazione di un disegno per rendere tutto più concreto.

Per questa terza categoria l’immagine non è un orpello visivo, ma parte integrante del processo di genesi narrativa. Si pensi a Carroll che, in una prima versione di Alice, aveva preparato numerose – e imprecise – illustrazioni per poi commissionarle a John Tenniel in vista della pubblicazione ufficiale. La posizione dell’autore è evidente fin nelle prime pagine dell’opera e ci spiega il rapporto tra parole e immagini all’interno delle sue storie.

Alice cominciava a sentirsi assai stanca di sedere sul poggetto accanto a sua sorella, senza far niente: aveva una o due volte data un’occhiata al libro che la sorella stava leggendo, ma non v’erano né dialoghi né figure, – e a che serve un libro, pensò Alice, – senza dialoghi né figure?

Kipling è un altro autore che ha spesso illustrato le sue opere, o meglio: alcuni dei suoi disegni più famosi sono tratti da alcune sue opere, alcune sue opere più famose sono ispirate da alcuni suoi disegni. Animali straordinari, mostri marini, paesaggi maestosi, oceani inquietanti: tutta l’esperienza di vita dell’autore, gli anni trascorsi in India, che poi ritroviamo anche nei suoi romanzi. Eppure tutto questo soltanto per arrivare allo scrittore che è stato maestro dei coincidenti: J.R.R. Tolkien. Se il mondo di Arda, ovvero la Terra di Mezzo, è così vivida nell’immaginario di chi ha amato i racconti de Il Sirmarillion, de Lo Hobbit, della trilogia de Il Signore degli Anelli, è senza dubbio grazie alla grande capacità descrittiva di Tolkien. L’arte de Lo Hobbit e L’arte de Il Signore degli Anelli, volumi da poco pubblicati in Italia da Bompiani, rappresentano un tesoro inestimabile: l’accesso cartaceo e tangibile all’immaginazione di uno dei più grandi creatori dell’ultimo secolo.

Per aiutarci a comprendere la portata e il valore delle centinaia di mappe, bozze, schizzi, prospetti, grafie e lettere presenti in questi due volumi citiamo un saggio dal titolo Che cosa vediamo quando leggiamo, scritto da Mendelsund ed edito da Corradini.

Nel complesso, l’enorme disparità che sussiste tra il talento verbale di un grande autore e i suoi esperimenti artistici rende futile ogni tentativo di trovare il significato all’incrocio dei due mezzi espressivi. Ad esempio, lo stile di scrittura di Faulkner è completamente diverso dal suo stile di disegno.

Questo per evidenziare che, soprattutto per paralleli e secanti, il valore artistico dei propri disegni spesso è diverso – Faulkner tanto innovativo nella scrittura quanto scolastico nelle illustrazioni – oppure addirittura molto inferiore rispetto alla prosa. E spesso lo pensano gli stessi autori, si veda Kafka che definiva i suoi dei semplici scarabocchi. Ma è vero che il valore è inferiore? Non so, però è certo che anche dagli scarabocchi di Kafka si potrebbero intuire modalità, sentimenti e prospettive narrative attribuibili anche alla sua scrittura. Altre volte i disegni sono solo faccende privatissime dell’autore, nate non per essere divulgate, ma destinate ai cassetti di una scrivania, un po’ come le prime bozze di un romanzo. Spesso, tali schizzi, non corrispondono poi a quanto l’autore descrive nella pagina. Ma può anche capitare invece, come leggiamo più avanti nel saggio, che un autore disegna una figura o una scena per poterla ritrarre poi meglio a parole […] l’autore descrive il disegno, anziché il nebuloso contenuto della sua mente.

E questo ci riporta a Tolkien, fortemente. Ognuno degli spunti offerti dal saggio di Mendelsund conduce al mondo di Arda. A proposito: Arda altro non è che un pianeta Terra alternativo, anzi, una Terra a un differente stadio di immaginazione, come ha dichiarato lo stesso Tolkien. L’immaginazione è indispensabile. Innanzitutto la sua mente immaginifica ha prodotto disegni e storie che si intrecciano, mappe che sono state completate durante la stesura e capitoli che sono stati immaginati osservando luoghi e personaggi appena creati. Ricordiamo inoltre che Tolkien era un pittore dilettante, come tanti a quei tempi, e che la sua necessità di illustrare i racconti è legata alla presenza dei figli: le prime pagine si dividono tra favole per bambini, diventate poi le storie degli hobbit, e l’epica mitologica del Sirmarillion. Infatti nei suoi primi disegni si ritrovano schizzi e descrizioni che appartengono a quell’enorme mitologia iniziata per prima e pubblicata molto dopo Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli che hanno sancito il suo ingresso e poi la sua conferma nel mondo editoriale mondiale.

Vi siete mai chiesti cosa immagina un Dio Creatore nel momento stesso della Creazione? Che forma ha nella sua mente il mondo che sta per creare? Ecco, i due volumi pubblicati da Bompiani permettono di compiere un viaggio nel retrobottega immaginario di Tolkien. Nel suo caso non si può scollegare l’operazione visiva compiuta attraverso le numerose illustrazioni dal processo di scrittura. Egli stesso, in alcune lettere agli editori e agli amici, sottolinea come sia nata la necessità di immaginare luoghi, popoli e personaggi fantastici: la creazione di un linguaggio, prima passione e motore scatenante della ricerca del Tolkien filologo, ha provocato il bisogno di creare un mondo. Nella sua ricerca da studioso della lingua era interessato all’invenzione realistica di una lingua: costruire un linguaggio ha condotto alla necessità di un’epica – Il Sirmarillion – che ne forgiasse lo spirito, un substrato culturale dei popoli, e quindi di luoghi dove far vivere questo linguaggio – che sono poi diventati La Terra di Mezzo dove ambientare Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli.

Nel volume L’arte de Lo Hobbit è possibile trovare tutte le immagini partorite da Tolkien per quella storia: già nella sua fase di dattiloscritto domestico, Lo Hobbit conteneva mappe e disegni realizzati dall’autore. Nella sua mente si trattava di una storia per un pubblico trasversale, che comprendesse bambini e ragazzi proprio come i suoi figli: le immagini accompagnano la storia e i ragionamenti narrativi di Tolkien. Non è un caso che Lo Hobbit si apra e si chiuda con due immagini di Hobbitown, per restituire il senso di quiete e pace che il libro doveva trasmettere. L’autore aveva realizzato anche la sovraccoperta, seguendo l’esempio di altri colleghi del tempo come Lofting con il suo Dottor Dolittle. Tra le centinaia di immagini ne voglio citare solo tre, quelle che sono per me le più emblematiche. Quelle che valgono anche da sole il prezzo del volume.

    1. L’arrivo di Gandalf. È la prima apparizione dello stregone, un momento epocale negli equilibri della Terra di Mezzo.
    2. La lettera di Thorin a Bilbo. Le rune naniche tracciate dalla mano di Tolkien rendono quel messaggio epistolare vivo, come se fosse reale e parte di una storia accaduta davvero.
    3. La mappa di Thror. Così come era stata immaginata dall’autore, da leggere in controluce come i personaggi all’interno delle pagine: poetica.

Sarebbe stato troppo semplice citare le illustrazioni del terribile Smaug.

Passando invece al volume L’Arte de Il Signore degli Anelli è necessario un piccolo passo indietro sulla genesi del romanzo stesso: nato su richiesta dell’editore e dei lettori che, come scrive Tolkien nell’introduzione, ne volevano sapere di più sugli hobbit, ha vissuto un lungo periodo di gestazione che va dal 1937 al 1955. Il materiale in termini di appunti, revisioni, capitoli è impressionante: non lo è di meno il materiale illustrato. Il volume è davvero corposo, raccoglie la quasi totalità di ciò che Tolkien – gran catalogatore e accumulatore seriale, a dispetto del già citato Kafka che avrebbe distrutto ogni cosa – ha prodotto in quasi vent’anni. A dispetto di quanto egli scrive – posso disegnare molto imperfettamente solo ciò che riesco, e non ciò che vedo – questo volume è un varco d’accesso sull’immaginazione tolkeniana. Il materiale si può dividere in cinque macrocategorie: le mappe, i disegni utilizzati come supporto narrativo e poi inseriti nelle varie edizioni, i disegni per diletto che spesso non coincidono con quanto narrato nel romanzo, le iscrizioni da pubblicare come materiale accessorio e aggiuntivo e, infine, tutti quei disegni troppo costosi da poter inserire nella trilogia. È giusto ricordare che ai tempi la stampa non possedeva i mezzi tecnologici odierni e l’inserimento delle illustrazioni, specialmente quelle proposte da Tolkien nel caso di iscrizioni, grafie, lettere e mappe spinse a uno sforzo editoriale non indifferente. Già la mole di pagine del dattiloscritto avrebbe spaventato un editore, immaginiamo la presenza aggiuntiva di illustrazioni che progressivamente Tolkien realizzava e che non erano state inserite nei preventivi di stampa. Questo per sottolineare la lungimiranza dell’editore George Allen & Unwin: senza, probabilmente, non avremmo potuto godere di tutta questa bellezza. Come per l’altro volume segnalo tre immagini:

    1. Le iscrizioni dell’anello. Vi sono riportate le varie bozze, le correzioni apportate e i ripensamenti di Tolkien nel momento in cui stava creando il simbolo del male.
    2. Le porte di Durin. Ovvero i Cancelli Occidentali di Moria, emblema dell’antica amicizia tra elfi e nani, come si fa a non emozionarsi trovandosi di fronte a queste porte?
    3. Minas Thirit. La città fortificata di Gondor, sede di una delle battaglie più sanguinose di tutto il romanzo e luogo di sepoltura di Merry e Pipino.

Non posso nascondere di aver sentito più volte i brividi lungo la schiena.

Indubbiamente alcuni dei disegni raccolti in questi due importanti volumi hanno puro valore d’archivio. Non sono belli, forse non sono neppure utili a immaginare il mondo inventato da Tolkien eppure sono indispensabili. Perché attorno agli hobbit, agli anelli, agli elfi, ai nani e a ogni creatura di Arda, Tolkien ha costruito qualcosa che somiglia a un feticcio e noi ne siamo innamorati. È come scavare nelle prime bozze di un romanzo, anzi, nei primi lampi di un’idea geniale: ed è bellissimo, oltre che incredibilmente emozionante pensare che lì, in quei pochi tratti a matita, è iniziato tutto. Un tutto che è così vivo, così ricco di storia, grazie anche al lavoro d’archiviazione portato avanti prima da Tolkien e poi dai suoi eredi, che un domani potrebbe essere raccontato come realtà. Chissà se tra tremila anni i nostri lontanissimi parenti non guarderanno ad Arda non come qualcosa che è stato immaginato, ma come qualcosa che è successo. Di materiale per ingannare gli storici del futuro Tolkien ne ha prodotto in quantità. I due volumi sono la conferma di un immaginario che rende reali la presenza della Contea, di Mordor, di Smaug, di Frodo, di Bilbo, di Gandalf e di tutti gli altri. Assolutamente imperdibili per gli amanti del mondo tolkeniano, queste edizioni si presentano curate in ogni dettaglio oltre che, possiamo dirlo, definitive1. Questo è tutto quel che Tolkien ha immaginato mentre creava e plasmava il mondo che tanto amiamo2.

 

1Il materiale originale prodotto da J.R.R. Tolkien è presente sul sito web dedicato: per chi volesse dare uno sguardo alle illustrazioni può collegarsi su https://www.tolkienestate.com/painting/#illustration. Il materiale è in alta definizione e restituisce, parzialmente, l’emozione che ho provato sfogliando i volumi.

2Si consiglia anche il volume L’Atlante della Terra di Mezzo di Tolkien, di K.W. Fonstad pubblicato sempre da Bompiani. Raccoglie un lavoro immenso compiuto dalla cartografa per realizzare delle mappe attendibili e realistiche della Terra di Mezzo: sono illustrati i viaggi compiuti dai popoli, sono valutate le distanze, disegnate catene montuose e fiumi, con un grado di accuratezza e precisione che lascia sbalorditi. Le vicende de Il Sirmarillion, de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli come non le avete mai viste.

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Un puzzle irrisolvibile: l’Italia raccontata da Caterini https://minimaetmoralia.it/altro/un-puzzle-irrisolvibile-litalia-raccontata-da-caterini/ https://minimaetmoralia.it/altro/un-puzzle-irrisolvibile-litalia-raccontata-da-caterini/#respond Mon, 31 Oct 2022 08:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51422 Potrei sprecare decine di metafore, immagini più o meno originali per scrivere di Ritorno in Italia: nove racconti e nove regioni che Andrea Caterini mette insieme come un puzzle, come un mosaico.

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Potrei sprecare decine di metafore, immagini più o meno originali per scrivere di Ritorno in Italia: nove racconti e nove regioni che Andrea Caterini mette insieme come un puzzle, come un mosaico, come un cut-up, come un rebus, come una prodotto da bricolage, come delle pitture a olio, come una serie di puntate di un programma Rai sul territorio, come pagine di diario. E mi fermo qui. Perché più della struttura e della lingua, in questa raccolta quel che ci si porta dietro a lettura ultimata è una sensazione – più o meno piacevole – di aver fatto i conti con qualcosa che non si risolve. Al puzzle mancano i pezzi, al mosaico è saltata qualche mattonella, al cut-up si è scollata una parola, il rebus presenta un errore, la colla non ha tenuto e il bricolage si è sfaldato, le pitture si sono danneggiate, le puntate sono andate in onda con evidenti errori di regia, le pagine del diario sono strappate, cancellate, a tratti illeggibili. Quel che mi resta dopo aver accompagnato Caterini per circa 6mila chilometri – tanto dura il suo viaggio in lungo e in largo, dalla Sardegna che apre e al Carso che chiude – è l’impressione che tutto questo racconto, al di là delle belle immagini e delle stupende pagine di letteratura riportate, porti il segno di una mancanza. Ma per vedere cosa manca, bisogna prima parlare di quel che c’è.

Il lettore, qualora dovesse dare un’opportunità a queste pagine, si ritroverà di fronte a nove racconti – questo già l’abbiamo detto – che conducono il narratore/autore/protagonista in giro per l’Italia – e questo pure l’abbiamo detto – per provare apparentemente a raccontare qualcosa di autentico. In realtà ciò che ci ritroviamo a leggere è un racconto del sé, della propria intimità e in qualche modo persino della propria cultura, ingabbiato in una struttura da reportage narrativo. La gabbia, se così vogliamo chiamarla, è una trovata che rende agevole la lettura, scorrevole il viaggio e fornisce l’assist per raccontare la frammentazione dell’Italia attraverso una frammentazione narrativa. Sono un grande amante della forma che rispetta il contenuto, quindi non posso che apprezzare questa scelta – volontaria o meno dell’autore. La frammentazione di una terra che traspare dietro il racconto delle vicende, degli angoli di Penisola, dei momenti di riflessione e di solitudine. La struttura dei racconti è sempre la stessa: Caterini raggiunge i luoghi, con un romanzo del novecento italiano nello zaino oppure in valigia, e alterna il racconto dell’Italia con un racconto del sé, della propria condizione, in un afflato universale favorito anche dalle citazioni. Incontra sempre una guida, qualcuno che gli spalanca le porte di una comprensione, di una maggior e più sincera immersione nelle cose. I romanzi che lo accompagnano diventano pretesto e spunto di riflessione, in una sorta di sincronismo: l’autore si è fatto influenzare dalle letture o le riflessioni dell’autore hanno fatto in modo di trovare sempre la citazione più adatta? Inoltre, e questa è una nota di merito, la narrazione risente – ma non in modo marcato ed evidente, quanto piuttosto in maniera sotterranea, ritmica e di musicalità – della regione che viene raccontata. La lingua si fa ombrosa, schietta, veloce, si perde e si aggroviglia su se stessa, si espande o si sfilaccia, tenendo fede ai luoghi visitati, risentendo dell’influenza naturale degli abitanti e del loro modo di vivere e sentire. Di conseguenza anche la sensibilità dell’autore cambia e cambia il modo di trasmettersi.

Allora è stato quasi naturale immaginare di completare tale struttura inserendo anche qualcosa di mio, per ogni regione. Un elemento naturale che ben identifichi la scrittura e il racconto di Caterini, e di conseguenza i luoghi, ma anche un libro – non un classico, ma proprio un libro che ho letto in quelle terre. Per vedere cosa succedeva. E qualcosa è successo. Si parte dalla Sardegna, dalla terra che porta dietro l’odore del vento: una terra prima di attese, come scrive l’autore a pagina 17. La prima volta che ho raggiunto l’isola è stato poche settimane fa, proprio mentre leggevo questa raccolta e mi infilavo in due aerei a distanza di 23h. Leggevo Caterini e facevo conoscenza con la Sardegna e non è stato casuale, quindi, che la raccolta partisse proprio da questa terra per poi spostarsi nelle Langhe, vita di nebbia. Ogni volta che finisco da quelle parti avverto un’incredibile insofferenza: non a caso, forse per difendermi da quella realtà insopportabile perché così uguale a se stessa, pagina 26, ho sempre letto i miei autori preferiti. Adams, Campanile, Moore. Per mettere un po’ di risata nella realtà. In queste pagine si nasconde una riflessione tanto crudele quanto vera sulle assenze e sulla morte, sul nostro senso di perdono necessario e di una colpevolezza che spesso ci trasciniamo sempre come via di fuga. Poi tocca alla Sicilia lavica e alla Lucania rocciosa, alla Toscana albereggiante e alla Napoli marina. Ci sono luoghi piccoli e città ingombranti, un’isola bollente dove ho letto le Anime Morte e pare di sentirsi sempre stranieri, la Basilicata con altro nome – pag.58, terra più desolata della solitudine – dove ci sono capitato a 17 anni per lavoro e non facevo altro che leggere Bukowski. Mi sono messo in pari con quello che accadeva fuori e, come Caterini racconta, non c’è esigenza più umana che quella della completezza: ci manca sempre qualcosa per sentirci adeguati e a posto, letteralmente e metaforicamente. Sulle tracce di Campana, in giro per la Toscana, mentre a me capitava di filosofeggiare con Amleto e – ammessa la sconfitta, avevo neanche vent’anni – di litigare con il Boccaccio – prima di perdere di nuovo. Poi Napoli, la mia Napoli dove ho letto tutto e non ho letto niente, che non so raccontare e non posso commentare: l’immagine di Caterini mi risulta quasi fastidiosa, posticcia, novecentesca, straniera, a tratti direi invadente e offensiva. E mi è venuto in dubbio? Che anche le altre terre, la Puglia delle stelle dove leggevo Donaera e Gala, l’Umbria avvinazzata dove mi faceva compagnia lo Sputacchiera di Ravasio, o persino il Carso impolverato dove non ci sono mai stato e che chiude il libro, che anche le altre terre risentano di tale offesa invadente? E quindi, finalmente direi, posso scrivervi di ciò che manca. Della mancanza che guida questi racconti.

La scrittura di Caterini prova a ricucire il novecento con l’oggi, di incollare tra loro le mille parti in cui l’Italia è disintegrata. Un tentativo di coesione che forse appartiene alla vita stessa dell’autore, girovago e senza casa alla ricerca di un centro, che è uno, che unisca. Una scrittura al servizio di una ricerca, di un pentimento e di una forma di scusa, di una confessione per un lavoro che ha permesso una narrazione bella, efficace, illuminante ma forse semplicistica. Un tentativo di raccontare ciò che le immagini non avevano, per loro natura, potuto raccontare. Infatti, se bisogna trovare un difetto a quest’opera, è la presenza delle foto: un po’ aliene al racconto, a dimostrazione che la separazione cercata da Caterini non è così semplice da realizzare. L’autore è riuscito a raccontare non tanto il suo vagare quanto il nostro necessario bisogno di un luogo. Si percepisce la frustrazione di uno scrittore costretto a lavorare per immagini. Asservendo la parola all’attenzione limitata dello spettatore. Ma è davvero così diverso con i lettori? Caterini, a un tratto, parla della necessità di una seduta scomoda per favorire la concentrazione e la lettura. E allora anche qui al lettore si consiglia attenzione e una poltrona che non stimoli il sonno, ma quasi spinga alla difficoltà, all’allerta, alla concentrazione di chi con la mente deve tornare in un luogo e provare a vedere ciò che non si può raccontare. E proprio per questo merita un tentativo.

 

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La memoria dell’uguale, fede in somma di assurdi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-memoria-delluguale-fede-in-somma-di-assurdi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-memoria-delluguale-fede-in-somma-di-assurdi/#respond Thu, 14 Jan 2021 13:04:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47576 Leggendo i racconti de "La memoria dell'uguale" si ha come l'impressione che Alfredo Zucchi non scriva, bensì metta insieme delle ossessioni, guidato dalla mano invisibile di uno spirito, come invasato, posseduto e poi svuotato e abbandonato da solo, incredibilmente solo, di fronte a quanto detto.

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“Solo chi ha un destino
rovina.”
Niente è come sembra – Battiato

La prima volta che ho letto A. Z. era un gennaio di qualche anno fa, in una camera d’albergo in costiera per una vacanza più che meritata. A farmi compagnia c’erano le pagine della Bomba Voyeur, il suo romanzo d’esordio, e avrei voluto tagliarmi la gola per aver infilato quel libro nello zaino. Pochi giorni rovinati dalla prosa che mi si incollava sotto i denti, appiccicava le ciglia e mi impediva di vedere; non fu un caso se dopo una mezza giornata di bel tempo, contemporaneamente all’inizio della lettura, venne giù il diluvio universale. La Bomba fu un’esperienza imprevista e negativa, e questo lo dico per evitare di venir frainteso ora che inizierò a tracciare profili lusinghieri per La memoria dell’uguale. Dico tutto questo anche per sottolineare lo stato d’animo con il quale mi sono avvicinato ai nove racconti, al ciclo del ghetto, alle parole sempre inappuntabili di A. Z., alle recensioni entusiaste. Ecco, mi dicevo, adesso lo leggo, non ci capisco niente, non riesco a farmelo piacere, magari non lo finisco neanche, e mi troverò costretto a mentire. Sia ringraziato il padreterno della Letteratura perché non è stato così. Come posso riprodurre il momento in cui ho iniziato a leggere? Partiamo dall’assunto che A. Z. non si spiega né si capisce, al massimo si intuisce, si percepisce. Un atto di fede, lo stesso che si compie di fronte a Rayuela, alle ombre di Borges, alle capriole di Bolano. Se cito questi nomi, e che nomi, è perché non saprei come farvi vedere diversamente quello che significa leggere La memoria dell’uguale.

Non siete a casa vostra, non più, non siete neppure in Italia, in nessun angolo del mondo civilizzato e quello nelle vostre mani non è un libro, ma al contrario siete stesi, o forse seduti su una roccia dura e nuda, nel bel mezzo di una foresta amazzonica oppure attorno al fuoco in una notte senza stelle nel deserto, in compagnia di un vecchio saggio dagli occhi celesti, la barba nera oppure bianca, le parole che suonano come una canzone primordiale e, anche se non comprendete la lingua questo non importa, vi sembrerà di aver dilatato le pupille per la prima volta. Una storia orale e millenaria che arriva dalla profondità di un sentire comune, da quella memoria di cui A. Z. accenna nel titolo.

La sensazione di ritrovarsi di fronte a un sogno necessario, un viaggio comune dentro le vene più sottili e, nonostante l’astrazione spazio temporale che pervade ogni pagina, l’impressione che gli eventi accadano in nessun luogo e in un nessun tempo, nonostante i gesti assurdi dei personaggi, nonostante l’eccezionalità degli episodi, ho percepito in modo quasi fisico il realismo emotivo delle storie. Storie vere nell’accezione più elevate del termine. Perché se, come scriveva P.P.P., il realismo non è una questione formale, ma ideologica, quello di A.Z. è realismo nella qualità migliore. Il mio sollievo è stato ancora maggiore quando, condotto sui sentieri nascosti dei personaggi, ho ritrovato alcuni riferimenti alla Bomba. È tornata, pensavo, è tornata per assillarmi: e invece poche righe hanno permesso di chiudere alcuni cerchi e aprirne degli altri. Ho visto, saltando da un racconto all’altro, seguendo i personaggi che scompaiono e riappaiono, come il senso si sommasse nel ripetersi di assurdi che dispiegandosi spiegavano ciò che c’era prima e anticipavano quel che sarebbe arrivato subito dopo.

Ed è stata una visione inaspettata soprattutto per la natura di questa raccolta: 9 racconti che a loro volta si suddividono in 6 + 3, a causa della presenza di quella che viene definita la trilogia del ghetto. Potrebbe apparire una frattura in un’opera già frammentata per natura e invece l’effetto è stato quello di un collante biadesivo: storie che procedono dentro altre storie, non anelli di una catena, ma cerchi concentrici come in alcune visioni prospettiche del sistema solare. Pianeta dentro pianeta, completa se stesso e ingloba il prossimo. Arrivare all’ultima pagina è ascoltare la parola finale del racconto con la consapevolezza che l’eco attraverserà la foresta, farà il giro completo del deserto, bagnerà le foglie e spegnerà il fuoco prima di ritornare. Questo è un fatto, che somiglia tanto al capro di uno dei romanzi di Onetti. Il capro che ti spinge a rileggere tutta la storia non appena l’hai conclusa per trovarci qualcos’altro.

Leggendo La memoria dell’uguale ho finalmente visto quel filo, non più invisibile, che lo lega alla letteratura latinoamericana, o meglio albicelesete, a quel modo di intendere le storie. Ma prima di dedicare qualche riga alla ricerca di una similitudine appropriata, vorrei spiegare per bene quello che ho definito essere un effetto per somma di assurdi. Non mi piace andare a definire però ci troviamo tra le mani questo mezzo incompleto che è la parola e facciamocelo bastare. Somma di assurdi. Non assurdo e basta, provo a spiegarmi meglio, perché sono matematico e ci tengo ai dettagli. Per assurdo è una dimostrazione che viene utilizzata per affermare A andando a dimostrare che NON A non può essere vera: se devo dimostrare che due rette sono parallele allora mi metterò nella condizione opposta, le due rette incidenti, e procedendo con la dimostrazione andrò a scontrarmi con qualcosa che non può assolutamente essere vero.

La condizione posta come vera per assurdo, appunto, si dimostrerà assurda. Nel caso matematico è come dire che se allora quelle due rette sono incidenti ne deriva che 1+1=3, ma sappiamo tutti che non può essere vero; quindi le due rette non possono essere incidenti, ma se non sono incidenti allora sono parallele. L’emozione che si prova nella dimostrazione per assurdo è simile a un’esplosione, ma controllata. Come se avessimo accumulato materia di scarto sopra un profilo di bronzo memorabile, accumulato e accumulato, fino al punto di rottura. A un tratto il castello di scarto si sgretola, crolla in un istante, si rompe quando si raggiunge l’assurdo e il profilo di bronzo che non avevamo potuto ammirare da solo, che forse avremmo anche trascurato se apparso fin da subito, ecco che diventa memorabile e bellissimo. E necessario, soprattutto. Per assurdo infatti vengono dimostrati alcuni teoremi essenziali nella loro praticità e semplicità. Così semplici, talmente semplici, da richiedere un processo di logica inversa com’è la dimostrazione per assurdo.

In questa raccolta l’effetto è somma di assurdi dove ogni dimostrazione non si esaurisce in sé, anzi resterebbe in qualche modo monca, come se a un certo punto più di così non si potesse andare, ma per ottenere il risultato fosse necessario sommare un assurdo a un altro assurdo e ancora un altro, poi un altro, un altro, fino alla somma di nove parti che fanno un totale, una somma di assurdi che smettono di essere tali. Lì spunta quell’uguale di cui dovremmo portare memoria. Non è un profilo di bronzo sotto il peso degli scarti, ma un presepe nascosto sotto le ceneri di Pompei e poi arriva una scossa, secca, improvvisa e tutto crolla, tra la polvere spuntano le teste, poi le braccia, poi il sorriso millenario dei pastori. Perdonatemi quest’immagine natalizia, ma siamo pur sempre quel che mangiamo e il mio corpo è composto al momento dal 70% di struffoli.

L’assurdo di cui parlo, però, non è vago, astruso o oscuro, anzi al contrario è emozione pura, nitida e netta dell’essere vivi e nel mondo, in conflitto, certo, con il conflitto che esplode tra le mani. Un senso di responsabilità verso gli eventi, verso i personaggi, così vivi e così reali, da non poter lasciare insensibili al loro destino. Un destino assurdo, ancora mi ritrovo a usare questa parola, nel quale non ci ritroveremo mai, eppure ci pare proprio di essere lì, di fronte a quelle domande impossibili, a quelle scelte mortali. Azioni, fatti, situazioni dalle quali non si può scappare, non è contemplata la fuga, bensì l’accettazione, più o meno allegra, di quanto tocca fare. Sono le azioni il vettore che produce quest’effetto tanto immersivo quanto soddisfacente, al limite dell’ingiustificabile e dell’irrazionale, quasi sconfinate nell’epico: parafrasando Lukacs solo ciò che è convenzionale trova spiegazioni sufficienti nella psicologia e le storie che hanno bisogno di motivazioni hanno già perso di coerenza.

Nei racconti di A. Z. ho sentito i moventi senza bisogno di confessione, la giuria del mio pensiero e del mio cuore ha perdonato ogni misfatto perché tutto è stato compiuto per giusta causa. Dovendo riassumere tutto in pochissime righe direi che il racconto Sul bordo di un evento sia la giusta sintesi: già dal titolo percepiamo l’odore dell’effetto perché siamo sul bordo, al limite, quasi al di là e stiamo immergendo la faccia in un evento, in un fatto, in un’azione. Una sorta di dichiarazione al lettore. Così ho letto quel racconto, posto quasi alla fine del libro, nel punto giusto per darmi quella presunzione d’aver intravisto una pista nel bosco, le tracce della volpe, soddisfazione per il tartufo dei miei bracchi. Pagine piene di riferimenti matematico geometrici, etici, emotivi, in un manifesto poetico dell’intero lavoro che spinge A. Z. ad apparire tra le righe e sussurrare compiacente che c’è un limite alla pienezza prima che diventi saturazione e disgusto.

Una battuta che ho letto come risposta alla mia avversione per la Bomba che trovai così satura da disgustarmi: quello era l’effetto, A. Z.? Maledetto, ci sei riuscito. Ancora, ma questa volta hai anche il mio affetto. Perché ai testi così lavorati non posso non voler, in qualche modo, bene. Dal micro al macro è un salto necessario che in queste pagine si compie senza lasciare straniati, ma come atto fondamentale, perché la geometria dello spazio e del tempo è stata totalmente stravolta. Nulla è affidato al caso anche se il caso fa parte delle storie. Più che raccolta credo d’essere di fronte a una mitologia personale dell’autore, il suo stesso testo sacro. Ho provato stupore e reverenza per essermi ritrovato dinanzi a qualcosa che appartiene a tutti, ma di cui soltanto A. Z. conosce un almeno parziale combinazione.

Che il soggetto/oggetto di tutta la raccolta sia la morte non mi ha sorpreso, perché non c’è niente di più universale, eppure inconoscibile, della morte. Una morte che ha il sapore esotico e scaramantico, necessario e profetico, curioso e macabro, assillante e spaventoso che si respira soltanto in pochi angoli di mondo. Non ho usato per caso l’espressione albiceleste. Nella mia geografia letteraria A. Z. si pone su un altro continente, su quelle latitudini emotive che sono gemelle dell’originaria Partenope, vicine nella lontananza. Sperando di fare cosa gradita infilo l’ultima citazione, vogliate perdonarmi. L’importante in una storia è quel che non si racconta, diceva Piglia in una delle tante valutazioni a posteriori della sua opera. Ecco, allora, all’effetto per somma di assurdi si aggiunge anche quest’ultimo scarto di realtà che rende la lettura de La memoria dell’uguale un’esperienza simile a una scoperta mistica, un’illuminazione, un riconoscimento di ciò che c’è di uguale dentro di noi e di cui, fino all’attimo prima di terminare la lettura, non avevamo neppure sentore.

Non ho la sicurezza di aver capito tutto, ma neanche qualcosa, anzi, però ho percepito, ho intravisto, e questo alle volte basta per dire io credo alla tua storia, racconta, racconta ancora. Perché quel che è più importante in queste pagine è proprio quello che non c’è. Leggendo i racconti de La memoria dell’uguale si ha come l’impressione che A. Z. non scriva, bensì metta insieme delle ossessioni, guidato dalla mano invisibile di uno spirito, dall’effetto del peyote, dalla bramosia di una tazzina colma di caffè, come invasato, posseduto e poi svuotato e abbandonato da solo, incredibilmente solo, di fronte a quanto detto. Ho la netta sensazione di aver scorto A. Z., in qualche angolo del libro, a chiedersi sorpreso: cosa ho fatto? Proprio come un assassino di fronte al corpo caldo della vittima che ancora, inspiegabilmente, respira e pretende l’ultimo colpo mortale.

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