Francisco Cantù Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francisco-cantu/ un blog di approfondimento culturale Sat, 05 Feb 2022 14:24:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Francisco Cantù Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francisco-cantu/ 32 32 La frontiera US-Messico in quattro libri https://minimaetmoralia.it/attualita/la-frontiera-us-messico-quattro-libri/ https://minimaetmoralia.it/attualita/la-frontiera-us-messico-quattro-libri/#comments Wed, 05 Jun 2019 08:11:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40442 Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

1.

C'è un punto della frontiera tra Stati Uniti e Messico in cui se provi a chiedere in che Stato ti trovi, nessuno sa dirtelo con certezza. Potrebbe essere Texas, o Nuovo Messico, potrebbe anche essere Messico. Sono poche centinaia di metri tra El Paso e Ciudad Juárez, in assenza di muro e separate solo dai binari della ferrovia che collega le due città e dal rapido passaggio di qualche treno. Tra un treno e l'altro messicani in cerca di un futuro migliore provano ad attraversare clandestinamente e rapidamente i binari, rifugiandosi nelle cucine di un ristorante italiano che è affacciato sul Messico ma è già in territorio americano.

Prima e dopo ci sono solo chilometri di muro, evocativo di viaggi interrotti, famiglie divise, violenza diffusa.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

1.

C’è un punto della frontiera tra Stati Uniti e Messico in cui se provi a chiedere in che Stato ti trovi, nessuno sa dirtelo con certezza. Potrebbe essere Texas, o Nuovo Messico, potrebbe anche essere Messico. Sono poche centinaia di metri tra El Paso e Ciudad Juárez, in assenza di muro e separate solo dai binari della ferrovia che collega le due città e dal rapido passaggio di qualche treno. Tra un treno e l’altro messicani in cerca di un futuro migliore provano ad attraversare clandestinamente e rapidamente i binari, rifugiandosi nelle cucine di un ristorante italiano che è affacciato sul Messico ma è già in territorio americano.

Prima e dopo ci sono solo chilometri di muro, evocativo di viaggi interrotti, famiglie divise, violenza diffusa. Nell’estate del 2015 ero finita lì quasi per caso, in quel ristorante avevo ascoltato storie di migrazioni riuscite e di migrazioni fallite, poi avevo visitato la città fantasma e il piccolo cimitero di Smeltertown, semidimenticati e arroccati su una collina di El Paso, a ovest dell’Interstate 10, e infine avevo costeggiato chilometri di muro che a tratti è fatto di sbarre rosse di ruggine, a tratti è una sequenza ininterrotta di grate in acciaio dietro le quali si estende la baraccopoli infinita di Juárez, costellata da costruzioni cubiche in cemento armato, piccoli fortini abitati dai narcos, e scandita da spari frequenti che in altri paesaggi sarebbero botti ma lì sono proprio spari.

Mia guida temporanea in questo breve viaggio a El Paso era Phoebe Gloeckner, scrittrice e fumettista americana, autrice nel 2002 del magnifico memoir semiautobiografico e parzialmente a fumetti Diario di una ragazzina (Fernandel, pp. 352, 15 euro). Da una quindicina d’anni Gloeckner è impegnata nelle ricerche e nella realizzazione del suo nuovo imponente progetto dedicato alla frontiera tra El Paso e Ciudad Juárez, ai femminicidi e alla storia di una famiglia di una delle centinaia di ragazzine assassinate o scomparse.

Il progetto di Gloeckner è nato nel 2003 come una storia in forma di fotoromanzo, realizzato fabbricando e fotografando piccole bambole e set tridimensionali. Qualche anno dopo, la storia è stata pubblicata nell’antologia di graphic reportage curata dall’attrice Mia Kirshner I Live Here (Pantheon, pp. 320, $ 29.95), ma per Gloeckner è stato solo il punto di partenza per un più vasto progetto multimediale ancora in corso che si chiamerà The Return of Maldoror ma non ha ancora una data di uscita e che contempla uno o più volumi di testi e foto, registrazioni audio, video in stop-motion. È iniziato come un libro ed è diventato una grande opera in divenire, che procede di pari passo con la cronaca e la vita.

2.

Affine al progetto di Gloeckner è il nuovo romanzo della scrittrice messicana Valeria Luiselli Lost Children Archive(Knops, pp. 400, $ 27.95; uscirà in Italia in settembre per La Nuova Frontiera), dedicato anch’esso alla frontiera tra Stati Uniti e Messico e corredato di preziose bibliografie e polaroid. Profondamente lirico e altamente commovente in tutte le sue quattrocento pagine, Lost Children Archive è la storia di una famiglia precaria come molte. I protagonisti sono un uomo e una donna che si sono molto amati, hanno convissuto, condiviso i rispettivi figli e lavorato insieme per anni, e a un certo punto della loro vita comune hanno capito che è arrivato il momento di lasciarsi.

Insieme a loro ci sono il figlio di dieci anni dell’uomo e la figlia di cinque anni della donna, bambini che hanno conosciuto una forma di fratellanza che con i legami di sangue non ha niente a che fare, e che non per questo manca d’affetto o d’amore. I due adulti di mestiere documentano il presente e il passato registrando suoni: lui è in cerca di echi di capi tribù apache scomparsi da tempo e vissuti da qualche parte tra l’Arkansas, il Texas, il Nuovo Messico e l’Arizona; lei lavora a un progetto che documenti la presenza temporanea di bambini che hanno attraversato prima il deserto e poi la frontiera tra il Messico e l’America, per poi essere fermati e trattenuti nei centri di detenzione per minori, e da lì rispediti in Messico.

I due bambini li seguono in un viaggio in automobile che sarà formativo e trasformativo per tutti, rivelatore soprattutto di una giusta prospettiva da cui guardare alle recenti cronache della frontiera, o in generale, da cui guardare alle cose e ai fatti del mondo. La giusta prospettiva in questo caso è quella dell’infanzia, sottratta nella vita reale dal quadro generale, negata alle famiglie e agli stessi bambini prima ancora che ai paesi di provenienza e destinazione. Ma come si fa a immaginare un mondo senza infanzia? In una delle scene più liriche e belle del romanzo di Luiselli, i due bambini, che per cercare di salvare altri bambini hanno abbandonato incautamente genitori, automobile e viaggio, si ritrovano ad ascoltare “Space Oddity” di David Bowie dal jukebox di un diner sperduto tra i deserti americani.

Laddove qualunque adulto senza un soldo in tasca, senza un cellulare e senza la più pallida idea di dove si trovi in quel momento, si perderebbe d’animo, il fratello maggiore dice alla sorellina: “è una delle nostre canzoni, tua e mia, una delle canzoni che sappiamo a memoria e che cantavamo in macchina con papà e mamma prima di perderci o che loro si perdessero o che tutti quanti ci perdessimo”. I due bambini non si perdono d’animo e a squarciagola cantano “Space Oddity” da capo a fine, felici per il tempo della canzone, presenti a quella felicità, completamente noncuranti del futuro. Come dovrebbe accadere in tutte le infanzie.

3.

The Border (HarperCollins, pp. 736, $ 28.99; uscirà in Italia in giugno per Einaudi Stile Libero) è il terzo tomo dell’impeccabile e appassionante trilogia dello scrittore americano Don Winslow, iniziata nel 2005 con Il potere del cane, a cui ha fatto seguito dieci anni dopo Il cartello (entrambi pubblicati in Italia da Stile Libero), e interamente dedicata a politica, corruzione e narcotraffico tra Stati Uniti e Messico. Protagonista è Arthur Keller, agente della DEA, che in questo capitolo conclusivo della saga viene chiamato a dirigere l’agenzia, trasferendosi dal Messico a Washington, D.C. Dei tre volumi, The Border è il più politico, il più americano e probabilmente anche il più bello, abilmente modellato sulla recente cronaca politica americana e così verosimile da presentarsi come una variante appena un po’ romanzata della cronistoria degli Stati Uniti durante l’ultima campagna presidenziale e la conseguente amministrazione Trump e di quella recente e brutale del Messico (la strage di Ayotzinapa del 2014 è uno degli eventi realmente accaduti che ritroviamo nel romanzo).

Accanto alla storia e alla cronaca, sfilano questioni urgenti e contemporanee: il muro tra Messico e Stati Uniti, l’inadeguatezza del sistema carcerario, il traffico di bambini al confine con il Messico, l’influenza dei finanziamenti esteri sulla politica della Casa Bianca, soprattutto il dilagare dei farmaci oppiacei e poi dell’eroina nelle grandi metropoli americane. Lo stile è quello della grande letteratura, il linguaggio è del cinema e delle serie tv, inchiodando il lettore alle storie di narcotrafficanti, agenti federali e poliziotti che quando, giunti al terzo monumentale tomo della saga e sopravvissuti a situazioni e crimini estremi, sembrano trovare sempre la cosa giusta da fare per lasciarti in attesa di quello che succederà poche pagine dopo. Chapeau per Winslow, autore di best-seller che meritano ogni gloria e singolo lettore.

4.

A integrare i romanzi con fatti e storia vissuta è Francisco Cantù con Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola, pp. 263, 16 euro)riuscito e generoso incrocio tra un memoir e un reportage che testimonia con esattezza lirica gli ultimi dieci anni di storia della frontiera che separa il Messico dagli Stati Uniti. Americano ma di origini messicane, Cantù è nato e cresciuto in Arizona, a una giusta distanza dal muro da non vederlo mai ma vicino quanto basta da percepirne costantemente la presenza. All’università ha studiato i flussi migratori e le frontiere, attratto dal desiderio e dall’urgenza di capire meglio le logiche politiche ed economiche nascoste dietro a uno spazio ben più esteso dei 3200 chilometri di confine che separa ufficialmente le due Americhe.

Nel 2008, ventitreenne, ha mollato gli studi per iscriversi all’Accademia di polizia e diventare una guardia di frontiera, lavoro che ha portato avanti per i successivi quattro anni. Poi ha abbandonato il lavoro sul campo per tornare agli studi, scrivere questo libro, e trovare una maniera diversa e più efficace per agire sulla realtà e provare a modificarla. Solo un fiume a separarci è un’opera struggente, onesta e così bella da meritare un posto tra i migliori reportage scritti e pubblicati in questo millennio. Le storie raccontate nel libro hanno per protagonisti immigrati che cercano quotidianamente di attraversare il deserto e agenti di frontiera che quotidianamente li fermano e li rimandano indietro, li soccorrono quando arrivano in tempo, li piangono oppure li ignorano quando li trovano morti e non c’è più niente da fare.

Alcuni di questi agenti sono brava gente, altri no. Quasi tutti gli immigrati sono persone disperate in fuga da un Messico che la violenza degli ultimi anni ha trasformato in un paese in stato di guerra permanente. Alcuni immigrati sono bambini, spesso non accompagnati. Nel suo libro, Cantù cita alcuni poeti che negli ultimi anni hanno raccontato la frontiera. Tra questi c’è il giovane salvadoregno-americano Javier Zamora e un suo libro di poesie che si chiamaUnaccompanied. Lo compro subito dopo avere finito Solo un fiume a separarci, mossa da quella strana ma evidente fatica con cui ci si separa dai libri particolarmente amati. In copertina c’è lo stesso muro di acciaio e ruggine che avevo visto a El Paso nel 2015, vetusto, minaccioso e intatto. Apro a caso il volume, cercando poche frasi da leggere come fossero un responso dell’I Ching, profetiche e propizie per chiunque sia in viaggio da qualche parte intorno a una frontiera. Trovo i versi finali di una poesia che si chiamaPreghiera. Dicono:

L’ultimo giorno di scuola, dirò
solo ai miei amici più cari che volerò
dove la gente beve il latte freddo,
mette le fragole nei cereali,
mangerò fragole tutto il tempo
diventerò così alto che mi metterò a giocare a pallacanestro.

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Dispacci dalla frontiera: intervista a Francisco Cantù https://minimaetmoralia.it/interviste/dispacci-dalla-frontiera-intervista-francisco-cantu/ https://minimaetmoralia.it/interviste/dispacci-dalla-frontiera-intervista-francisco-cantu/#respond Mon, 13 May 2019 10:03:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40220 Pubblichiamo un pezzo apparso su Robinson, che ringraziamo, qui in una versione estesa.

Il suo libro lo ha dedicato "a tutti coloro che rischiano l'anima per attraversare o pattugliare un confine innaturale", restituendo alla frontiera la sua nature spirituale, che sì a che fare con i corpi, ma anche con l'arbitrio, le contingenze, le ragioni per cui scegliamo di vivere una vita piuttosto che un'altra, o di essere un tipo di persona e non un altro. Francisco Cantú ha scritto il suo luminosissimo Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola, pp. 300, 18 euro) dopo avere studiato per anni all'università le relazioni tra Messico e Stati Uniti e avere lavorato come agente sul campo per la polizia di frontiera.

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Pubblichiamo un pezzo apparso su Robinson, che ringraziamo, qui in una versione estesa.

Il suo libro lo ha dedicato “a tutti coloro che rischiano l’anima per attraversare o pattugliare un confine innaturale”, restituendo alla frontiera la sua nature spirituale, che sì a che fare con i corpi, ma anche con l’arbitrio, le contingenze, le ragioni per cui scegliamo di vivere una vita piuttosto che un’altra, o di essere un tipo di persona e non un altro. Francisco Cantú ha scritto il suo luminosissimo Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola, pp. 300, 18 euro) dopo avere studiato per anni all’università le relazioni tra Messico e Stati Uniti e avere lavorato come agente sul campo per la polizia di frontiera.

Nato e cresciuto in Arizona, Cantú è pronipote di immigrati messicani, e in questo libro d’esordio fa il punto con lucidità e sentimento su una frontiera così sterminata e difficile da attraversare da mostrare l’assoluta irrilevanza sul territorio del progetto di muro sbandierato da Donald Trump a ogni corsa elettorale.

Le storie che racconta Cantú hanno per protagonisti immigrati che cercano quotidianamente di attraversare il deserto e agenti di frontiera che quotidianamente li fermano e li rimandano indietro, li soccorrono quando arrivano in tempo, li piangono o li ignorano quando li trovano morti. Alcuni di questi agenti sono brava gente, altri no. Quasi tutti gli immigrati sono persone disperate in fuga da un Messico che la violenza degli ultimi anni ha trasformato in un paese in stato di guerra permanente.

Ha capito dagli studi e poi dall’esperienza sul campo perché Donald Trump è così ossessionato dall’idea del muro?

Il muro tra il Messico e gli Stati Uniti in questi ultimi anni è diventato un simbolo, e Trump ha capito che come simbolo funziona a perfezione. “Muro” è una parola di sole quattro lettere, e chiunque riesce a visualizzare facilmente un muro, mentre altre soluzioni più complesse e articolate, come una nuova regolamentazione dei visti o il DACA o qualunque altro provvedimento riguardante gli immigrati che entrano irregolarmente negli Stati Uniti, rimangono concetti astratti, che l’americano medio fatica a immaginare. Il muro per Trump è l’equivalente di twitter, che nell’era dei social network è diventato il canale di comunicazione privilegiato dal presidente degli Stati Uniti. Ma la maggior parte degli americani sa che è completamente irrilevante costruire un muro di cemento lungo tremila chilometri in uno spazio così esteso, e si dice d’accordo solo perché la cosa non li riguarda. Chi è d’accordo con la costruzione del muro è quasi tutta gente che abita lontanissimo dal confine con il Messico, e che non ha la minima idea di come sia vivere sulla frontiera.

Dalla sua esperienza emerge in modo cristallino la perfetta inutilità e pericolosità delle politiche per la separazione delle famiglie adottate al confine.

Le recenti vicende riguardanti la separazione delle famiglie sono uno dei punti più bassi raggiunti nella storia delle relazioni tra gli Stati Uniti e il Messico, uno di quegli episodi a cui guarderemo a lungo vergognandoci di essere americani. Ma era anche una deriva prevedibile, se si considera il lavoro sistematico fatto negli ultimi decenni per rafforzare le barriere tra i due paesi. Per motivare la cosa si è parlato di deterrente, volto a disincentivare il flusso migratorio, ma separare una famiglia non fa altro che alimentare i tentativi di entrare irregolarmente da parte di chi vuole ricongiungersi con i propri cari. Era andata così anche nei primi anni novanta, quando si è iniziato a rafforzare lo stato di polizia nelle città e nei paesi lungo il confine, così da costringere la gente ad attraversare dal deserto, senza acqua e in mezzo a montagne rocciose. Anche quella era stata venduta come una politica mossa a disincentivare i flussi migratori, ma non è così che è andata: la gente ha continuato ad attraversare il confine, e il numero di morti è cresciuto in maniera esponenziale. Nella separazione delle famiglie la logica è la stessa, ma così facendo non si disincentiva nessuno, si rende solo tutto il processo più doloroso, più crudele, più disumano.

Lei ha lavorato al confine tra il 2008 e il 2012, quanto è peggiorata rispetto ad allora la situazione?

È molto peggiorata, ma tutto quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni non è una novità, è solo una versione più chiassosa e crudele di una politica già in atto da decenni. Di diverso c’è che gli istinti peggiori dei poliziotti di frontiera sono stati esacerbati dalle politiche dell’attuale amministrazione. Trump ha sdoganato una mentalità da far west che fa agire impunemente e senza scrupoli i poliziotti che pattugliano il confine. Mai quanto oggi i migranti vengono disumanizzati. E la cosa peggiore è che diventa sempre più difficile immaginare delle soluzioni praticabili. Il processo sarà lungo, e deve iniziare dal basso, dai cittadini, dal popolo. Lo stesso vale per l’Europa, è la gente che deve rifiutare le politiche in atto di disumanizzazione dei migranti. Solo mostrando il proprio dissenso si può impedire a chi sta al potere di continuare ad attribuire responsabilità e colpe inesistenti a persone che abbandonano il proprio paese solo perché in cerca di una vita migliore per sé e per i propri figli.

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Dispacci dalla frontiera. Il confine nel libro di Francisco Cantù https://minimaetmoralia.it/libri/dispacci-frontiera-francisco-cantu/ https://minimaetmoralia.it/libri/dispacci-frontiera-francisco-cantu/#respond Thu, 28 Feb 2019 13:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39616 di Tiziano Rugi

(fonte immagine)

Un confine innaturale disegnato a tavolino nel 1800 e più volte modificato si estende per oltre 2000 chilometri, passando per la California, l'Arizona, il New Mexico e il Texas e separa gli Stati Uniti dal Messico. Ogni anno più di 500 mila persone tentano di attraversarlo illegalmente.

La maggior parte dei migranti viene fermata dalla polizia di confine americana: sono arrestati, trasferiti in centri di detenzione e poi rimpatriati. Una lotta quotidiana tra gli agenti che presidiano i confini e i trafficanti di esseri umani che cercano di aggirare i controlli in cui a rimetterci sono sempre i migranti.

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di Tiziano Rugi

(fonte immagine)

Un confine innaturale disegnato a tavolino nel 1800 e più volte modificato si estende per oltre 2000 chilometri, passando per la California, l’Arizona, il New Mexico e il Texas e separa gli Stati Uniti dal Messico. Ogni anno più di 500 mila persone tentano di attraversarlo illegalmente.

La maggior parte dei migranti viene fermata dalla polizia di confine americana: sono arrestati, trasferiti in centri di detenzione e poi rimpatriati. Una lotta quotidiana tra gli agenti che presidiano i confini e i trafficanti di esseri umani che cercano di aggirare i controlli in cui a rimetterci sono sempre i migranti.

Negli ultimi anni, e non solo su impulso del presidente in carica Donald Trump, il confine è diventato ancora più militarizzato, un luogo ancora più pericoloso per i migranti, ancora più insensibile verso le loro vite e le loro sofferenze.

Nato a Tucson, in Arizona, con origini messicane da parte della madre, Francisco Cantù all’età di 23 anni, dopo aver studiato all’università relazioni internazionali e imparato tutto sul confine attraverso la storia e le diverse politiche che lo hanno regolato, stufo di leggere libri, decide di essere sul terreno, là fuori, di conoscere la realtà della frontiera giorno dopo giorno. E così si arruola nella migra, la polizia di confine.

Quando, dopo quattro anni, lascia il corpo di polizia, rileggendo i diari che aveva tenuto negli anni di servizio nasce l’idea di un memoir sulla sua esperienza. Solo un fiume a separarci – Dispacci dalla frontiera (il fiume a cui si riferisce il titolo è il Rio Grande, che dal New Merxico fino al Texas separa le due nazioni), in libreria a febbraio in Italia per minimum fax, è un testo ricco di dati e risultati di diverse ricerche, ma come ha fatto notare lo stesso autore “non tenta in alcun modo di trovare un senso alla situazione politica attuale né cerca di spiegare le scelte politiche che ci hanno condotti fin qui: vuole essere letteratura e non un reportage”.

Nella prima parte del libro Cantù descrive la violenza insita nella lotta all’immigrazione clandestina raccontando le storie, drammatiche e intense, di uomini e donne disperse da giorni nel deserto senza acqua, persone che sono fuggite da violenti trafficanti di esseri umani o le testimonianze dei familiari di chi non ce l’ha fatta nella traversata del deserto.

Sotto accusa sono le politiche statunitensi di difesa dei confini che spingono i migranti a tentare di attraversare la frontiera lontano dai check point e dalle telecamere di sorveglianza installate a El Paso o a San Diego, mettendo così a repentaglio le loro vite nel deserto: dal 2000 al 2016 si contano oltre seimila morti nel confine meridionale degli Stati Uniti.

Un giro di vite che ha avuto il disgraziato effetto di consegnare il controllo della frontiera ai cartelli della droga, gli unici che hanno il potere e le risorse per fare attraversare illegalmente il confine. La violenza delle narcoguerre è il tema della seconda parte del libro, una violenza che si riversa anche sui migranti sudamericani, rapiti e torturati dai coyote (i trafficanti di esseri umani) con lo scopo di estorcere altro denaro alle famiglie.

Nella terza, infine, il tema è la minaccia che aleggia costantemente sulle vite dei migranti residenti negli Usa e travolge il suo amico Josè, un irregolare che vive da 25 anni negli Stati Uniti, ha figli americani e una moglie, ma non può più rientrare nel paese dopo che lo ha abbandonato per raggiungere in Messico il capezzale della madre.

Alla sua uscita negli Stati Uniti il libro ha suscitato diverse reazioni e molte polemiche. Che a scagliarsi contro Cantù fossero gli ex colleghi, in alcuni casi descritti severamente come persone incapaci di mostrare un briciolo di umanità e di compassione (resta impressa nella memoria la scena in cui alcuni poliziotti rovesciano le scorte d’acqua dei migranti appena arrestati, pisciano sui loro pochi effetti personali e “addobbano” i cactus con gli indumenti di intimo femminile che hanno trovato), o tutti coloro che insieme al presidente Trump vedono nella costruzione di un muro la soluzione di tutti i mali non sorprende.

Ma aspre critiche sono arrivate anche da attivisti a difesa dei diritti dei migranti, da politici di sinistra e dagli ispano-americani, che hanno accusato Cantù di essere stato complice del governo e delle sue politiche disumane e di aver sfruttato economicamente la sua esperienza. Sono state organizzate manifestazioni di protesta alle presentazioni del libro e sono circolate petizioni per boicottarne le vendite.

Per noi lettori, Solo un fiume a separarci appare piuttosto una riflessione documentata sugli orrori sofferti dai migranti messicani, che non può non toccare la coscienza anche di un lettore europeo.

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Tiziano Rugi, giornalista, dirige “Il caffè di Baia Domizia“. Classe 1987, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano “Il Tirreno”. Inoltre, e ha collaborato tra gli altri con il quotidiano “La Repubblica”, l’agenzia di stampa “Adnkronos” e con la casa editrice “il Saggiatore”.

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