Franco Basaglia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-basaglia/ un blog di approfondimento culturale Wed, 13 Jul 2022 08:59:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Franco Basaglia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-basaglia/ 32 32 Sofferenza mentale e memorie. “Altro nulla da segnalare” di Francesca Valente https://minimaetmoralia.it/libri/sofferenza-mentale-e-memorie-altro-nulla-da-segnalare-di-francesca-valente/ https://minimaetmoralia.it/libri/sofferenza-mentale-e-memorie-altro-nulla-da-segnalare-di-francesca-valente/#respond Wed, 13 Jul 2022 08:59:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50795 «Agosta: balla da sola». I matti chi sono? Chi è normale è chi no? Qual è il confine, la linea di separazione, la dose di fortuna che ci vuole affinché la vita prenda una direzione invece di un’altra. Le persone le conosciamo davvero? Anche quelle a noi più vicine hanno un segreto (noto nemmeno a […]

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«Agosta: balla da sola».

I matti chi sono? Chi è normale è chi no? Qual è il confine, la linea di separazione, la dose di fortuna che ci vuole affinché la vita prenda una direzione invece di un’altra. Le persone le conosciamo davvero? Anche quelle a noi più vicine hanno un segreto (noto nemmeno a loro), una frattura che li ha fatti deragliare o che avrebbe potuto. Smettiamo di voler bene a chi deraglia? Siamo disposti a fare una carezza a chi ci pare tanto distante da noi? Abbiamo paura (come ci raccontiamo) o siamo solo stronzi? Siamo attenti in superficie, ma sotto sotto adoriamo farci i fatti nostri, non essere scomodati, non essere disturbati. Ci piace ancora la figura del matto di paese, ricordo della nostra infanzia, ma ci disturba quello che fa il gesto improvviso, che esce fuori dai binari, e allora commentiamo con cose come è matto, è impazzito, è fuori di testa. Che se ci riflettiamo è fuori di testa sarebbe un bel modo di dire se lo usassimo bene. O se provassimo a uscire ogni tanto dalle nostre teste e guardare il mondo – e noi stessi – da altra angolazione, ma non ne abbiamo il coraggio, meglio di dirlo di altri, meglio stare nel nostro.

Franco Basaglia quando arrivò a Gorizia, tra le prime cose, fece in modo che ogni paziente avesse accanto al letto un comodino, sul quale appoggiare dei piccoli oggetti, delle cose personali. Questa cosa me l’ha raccontata un architetto ed è una cosa cui penso ogni giorno, il comodino, le parole, una carezza, e mi è tornata in mente appena ho cominciato a leggere Altro nulla da segnalare di Francesca Valente (Einaudi 2022, Premio Calvino, Premio Campiello opera prima), perché i protagonisti delle sue storie hanno fatto in modo che il comodino restasse accanto ai letti, hanno potuto allungare la mano e trovarvi appoggiata un portafogli, un’agenda, finché si è potuto.

Povera me che il mio cuore non sa parlare con la mia bocca.

Sono i primi anni Ottanta, siamo a Torino all’Ospedale Mauriziano, Servizio psichiatrico e diagnosi. La Legge 180 – ancora oggi uno degli atti più luminosi e rivoluzionari del nostro panorama legislativo – esisteva da poco e a Torino andava in scena uno dei primi esperimenti di reparto aperto, luogo d’incontro, tentativo di comprensione, territorio di scambio d’umanità. Al Mauriziano si provava ad applicare la legge voluta da Franco Basaglia, la si capiva, la si adattava alle persone, ai bisogni, alle lune storte, alle giornate.

Altro nulla da segnalare era la formula rituale con cui si chiudevano i rapportini di chiusura di ogni turno, più di una registrazione dei fatti, un doppio tentativo, quello di comprendere le donne e gli uomini che transitavano nel reparto e quello di comunicare a chi avrebbe iniziato il turno successivo come erano andate le ore precedenti. In quei rapporti stavano uno con l’altro il dramma e la risata, il pianto e la tenerezza, l’ordinario e lo straordinario, o meglio il diversamente ordinario. I reparti aperti erano luoghi di confine senza dogane, erano frontiere attraverso le quali transitavano, a più livelli, bagliori di umanità. La vita, insomma, come altrove, come in ogni casa, posto di lavoro.

[…] Non fu più ricoverato. Nessuno sa, però, come la sua storia andò a finire. Vero è che le storie non vanno a finire, semplicemente s’interrompono.

Francesca Valente ricostruisce e inventa, mette sul palco realtà e fantasia, parte da quei rapporti e dai racconti dello psichiatra di reparto Luciano Sorrentino, un medico illuminato e coraggioso, che in quegli anni per prima cosa cercava di capire, condivideva una sigaretta con chi stava avendo una crisi, scambiava due parole con chi scoppiava in lacrime o dava in escandescenza. Sorrentino calmava con il linguaggio, insieme a chi lavorava con lui, mischiava scienza a creatività. Lavorava guardando la gente negli occhi e porgendo parole come fossero carezze, così, soltanto così, si poteva arrivare a comprendere la storia di una donna, il momento in cui un uomo aveva sbagliato binario e non era più stato capace di tornare indietro.

La sospensione del tempo raggiungeva ora, in quella processione sacra, il suo apice. Nelle onde il tempo non è scandito a seconda della grammatica delle ore ma nei modi di una luce che si irradia e di un’ombra che avanza.

Attraverso il missaggio sapiente di Valente, tra documento e narrativa pura, scopriremo le vicende della signora Agosta, dell’attore Carlo Colnaghi (insieme al regista Segre, all’infermiere Tornior e a Sorrentino unico nome vero), di Libera (una delle più commoventi), di Salvatore, il Calzolaio, Francese, Alma, Debernardi e gli indimenticabili Eugenia e Edoardo; storie che non dimenticheremo più.

Altro nulla da segnalare è un libro importante che riporta all’attenzione un tema centrale: quello della sofferenza mentale, e idee meravigliose che troppo spesso sono andate smarrite, o inapplicate, ma Francesca Valente non vuole darci nessun insegnamento, vuole solo scrivere un romanzo e quando ci si mette a scrivere si cerca qualcosa, una scintilla, uno slancio, una memoria da salvare, occhi e gambe da mettere sulla pagina. Valente si occupa dell’umano che conta più della verità, così come il verosimile è il perno sul quale ruota ogni libro che funzioni. Valente scrive e, così facendo, mette di nuovo il comodino accanto al letto di chi soffre e sopra ci appoggia una spazzola, una penna, un anello, una fotografia appena ingiallita dal tempo.

 

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L’eredità della legge Basaglia, 40 anni dopo https://minimaetmoralia.it/societa/legge-basaglia-40-anni/ https://minimaetmoralia.it/societa/legge-basaglia-40-anni/#comments Tue, 13 Nov 2018 06:30:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38629 Pubblichiamo la versione estesa di un pezzo uscito su Le Monde diplomatique, che ringraziamo. L'articolo è basato sul libro di Pietro Cipriano Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, uscito per Elèuthera. (fonte immagine)

di John Foot

Nel 1961 un giovane psichiatra di nome Franco Basaglia ricevette un’offerta di lavoro. Il direttore del manicomio di Gorizia era morto in un incidente stradale, e la carica era rimasta vacante. Gorizia, all’estremo confine orientale del paese, era una cittadina di appena 40.000 abitanti, piena di soldati, caserme e posti di blocco. La cortina di ferro era dietro l’angolo. La città era anche una roccaforte delle destre, con una maggioranza storica della Democrazia cristiana, una forte presenza di neofascisti e una sinistra minuscola. Forse non proprio il posto ideale per cominciare una rivoluzione.

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Pubblichiamo la versione estesa di un pezzo uscito su Le Monde diplomatique, che ringraziamo. L’articolo è basato sul libro di Piero Cipriano Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, uscito per Elèuthera. (fonte immagine)

di John Foot

Nel 1961 un giovane psichiatra di nome Franco Basaglia ricevette un’offerta di lavoro. Il direttore del manicomio di Gorizia era morto in un incidente stradale, e la carica era rimasta vacante. Gorizia, all’estremo confine orientale del paese, era una cittadina di appena 40.000 abitanti, piena di soldati, caserme e posti di blocco. La cortina di ferro era dietro l’angolo. La città era anche una roccaforte delle destre, con una maggioranza storica della Democrazia cristiana, una forte presenza di neofascisti e una sinistra minuscola. Forse non proprio il posto ideale per cominciare una rivoluzione.

L’offerta non sembrava promettente. Basaglia era un raffinato intellettuale di Venezia, con una cerchia di amici colti e una giovane famiglia. Gorizia era la provincia profonda. Trasferirsi là, disse, sarebbe equivalso a un «esilio interiore». Ma non aveva scelta. Bisognava pur lavorare. Così, nel novembre del 1961, assunse la direzione dell’istituto e dei suoi 500 pazienti.

Il manicomio di Gorizia era uguale a tanti altri, in Italia e nel mondo. L’architettura era carceraria, e lo stesso l’armamentario di contenimento accumulato nel corso degli anni – gabbie e camicie di forza per gli agitati, apparecchi portatili per l’elettroshock, depositi per gli effetti personali che in molti casi sarebbero rimasti là come i pazienti: a vita. Tipica anche la collocazione del complesso, al margine estremo della città.

I pazienti venivano ricoverati sotto osservazione su richiesta delle famiglie, di un medico o della polizia. Una volta bollati come «alienati mentali» (o con altre diagnosi: alcolismo, per esempio; il manicomio di Gorizia aveva un intero reparto dedicato) venivano internati – per anni, per decenni, a volte per sempre. Il sistema italiano era governato da due leggi prefasciste, risalenti al 1904 e al 1908, che imponevano il ricovero forzato «quando [le persone] siano pericolose a sé e agli altri, o riescano di pubblico scandalo», e dal codice penale fascista del 1930, che equiparava il ricovero a un precedente penale, anche se il paziente non aveva commesso alcun reato e tantomeno aveva subìto processi. Il manicomio offriva alcune forme di «trattamento», ma si stenta a definirle terapeutiche. Senza il loro consenso i pazienti erano sottoposti a terapia elettroconvulsiva e insulinica, a interventi di lobotomia e a pure e semplici sevizie, come l’immersione in bagni ghiacciati o una variante ante litteram del waterboarding: secchiate d’acqua sul volto, con la bocca imbavagliata da un panno. Doveva essere un luogo di cura, ma non lo sembrava affatto. Più che pazienti gli internati parevano carcerati.

Con il tempo, molti si rassegnavano a quella che nel 1961 Erving Goffman aveva definito la «carriera del paziente perfetto»: atteggiamento abulico e remissivo, accettazione passiva del sistema, perdita di controllo persino sulle funzioni fisiologiche. Il tempo passava ma non cambiava niente. Inutile contare i giorni: erano detenuti, ma nessuna sentenza aveva specificato la «fine pena». Pazienti e personale manifestavano i sintomi di quella che in seguito sarebbe stata riconosciuta come vera e propria nevrosi istituzionale: comportamenti ossessivi e stereotipati; apatia; gerarchie interne di potere e sopraffazione. Le sigarette erano onnipresenti, e usate come moneta ufficiosa. I medici andavano e venivano a proprio piacimento, celebrando quello che R.D. Laing avrebbe definito «il cerimoniale del controllo» durante il giro in reparto per poi andare a occuparsi dei propri ambulatori privati.

Al decesso di un paziente la campana suonava a morto, poi la salma spariva. Da ogni punto di vista – politico, sociale, culturale, morale, persino umano – quel mondo era popolato da gente dimenticata, da morti viventi. E solo in Italia erano 100.000, tutti rinchiusi in strutture psichiatriche pressoché identiche ovunque. Erano persone inermi, private di ogni controllo sulla propria vita, sui trattamenti. Al momento dell’accettazione dovevano consegnare la fede di nozze e ogni effetto personale, poiché non avrebbero avuto spazi privati in cui custodirli,venivano rasati a zero e spogliati. La separazione tra uomini e donne era inflessibile.

La prima reazione di Basaglia fu di ripugnanza. Quel posto gli ricordava anche episodi del suo passato. Come scrisse negli anni Settanta:

Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese.

Presto però in quella spaventosa «istituzione totale» le cose sarebbero cambiate.

Fin da principio Basaglia aveva preso una decisione: aveva accettato l’incarico, ma non avrebbe accettato le sue regole. Nemmeno il posto stesso. Lo respingeva.Da subito l’aveva paragonato a un campo di concentramento. Era un luogo di morte, e in seguito lo avrebbe definito una discarica per gli indigenti e i «devianti».

Ma come ribellarsi? Basaglia non aveva un piano prestabilito, solo un impegno al cambiamento. E lo manifestò da subito. Nel racconto di un collega, «al suo primo giorno, quando la capo infermiera gli consegnò l’elenco delle persone che avevano passato la notte legate al letto, lui ha riposto: “Io questa roba non la firmo”». Era un primo atto di resistenza, un gesto contro il suo stesso potere e contro la logica dell’istituzione sotto il suo controllo.

L’unico vantaggio di un lavoro senza sbocchi e nel bel mezzo del nulla era che nessuno si aspettava niente da lui. Per paradosso, il manicomio gli offriva un margine di libertà impensabile altrove.

Poco alla volta l’equilibrio di potere nell’ospedale cominciò a cambiare. Arrivarono altri psichiatri che condividevano la sua posizione. Si abbatterono muri e reticolati, l’uso dei sistemi di contenimento fu ridotto e infine eliminato, e alcuni pazienti furono addirittura dimessi, almeno per quanto possibile entro il quadro di legge del 1904. Diminuì il ricorso all’elettroshock (che tuttavia non scomparve mai del tutto). Si cominciò a pubblicare un giornale dei pazienti. Si aprì un bar nel complesso, e una bottega di parrucchiere. Ai pazienti furono restituiti gli abiti, e la dignità. Uomini e donne poterono di nuovo mescolarsi tra loro. Molti furono incoraggiati a trovare un lavoro, e ricevettero uno stipendio regolare.

Su un registro più filosofico, Basaglia sosteneva che ogni diagnosi medica andava«messa tra parentesi». Ciò che contava era costruire un rapporto con i pazienti, ascoltare le loro storie. In un caso, insieme al suo primo collaboratore, Antonio Slavich, passò quattro giorni e notti filati ad ascoltare il racconto traumatico di un paziente, Mario Furlan, che aveva più volte tentato il suicidio. In seguito Furlan sarebbe diventato uno dei leader del movimento di pazienti sorto all’interno dell’istituzione. Perché Basaglia non si limitò ad abbattere steccati, cancelli e sbarre – oltre a eliminare le serrature sulle porte: incoraggiò i pazienti ad assumere il potere. Furono loro stessi ad abbattere le barriere.

Siamo stati noi a mettere le serrature alle porte, avrebbe detto Basaglia in seguito, ma sono loro a dover girare la chiave. Nel 1965 introdusse assemblee cui partecipavano tutti nel manicomio. Si discuteva e si votava alla pari su temi di ogni genere, dalle questioni di ordinaria amministrazione a quelle più teoriche.

Le assemblee di Gorizia sarebbero diventate il precursore del 1968, un miracolo dentro un miracolo. La gente arrivava dall’altro capo del mondo per assistervi. In una delle istituzioni più antidemocratiche in assoluto era stata introdotta un’iper-democrazia. Era il capovolgimento, la negazione, la rivoluzione culturale cui aspirava Basaglia. Ma il suo obiettivo non era creare un ospedale più vivibile – una gabbia d’oro, come diceva lui. Il suo scopo era abolire tutti gli ospedali. Distruggere, come scrisse a metà degli anni Sessanta, l’intero sistema degli ospedali psichiatrici. Era un cambiamento radicale, disse, ma ovvio e necessario.

Già nel 1968 i fatti di Gorizia avevano cominciato a esercitare un impatto nazionale. Ispirarono e si ispirarono ai movimenti esplosi quell’anno in Italia e in tutto il mondo. La rivoluzione avvenuta nel manicomio combaciava alla perfezione con le idee del movimento, soprattutto ai suoi albori. In Italia urgevano riforme in tutte le istituzioni – le scuole, l’esercito, la Chiesa, le carceri, le università. Medici, soldati, detenuti, preti, docenti e studenti cominciarono a rivoluzionarle dall’interno, esigendo riforme e cambiamenti reali. Gorizia era un esempio concreto di istituzione già trasformata da un manipolo di uomini e donne impegnate. Era un modello.

Il messaggio di Gorizia arrivò all’opinione pubblica attraverso i canali culturali. Nel marzo 1968, con tempismo impeccabile, la prestigiosa editrice torinese Einaudi pubblicò un libro collettivo. Si trattava di un resoconto di quella che Basaglia chiamava «la realtà di un’istituzione in corso di trasformazione». Conteneva le voci dei pazienti oltre alle riflessioni teoriche e ai verbali dei dibattiti. Forma e contenuto entrano strettamente intrecciati al movimento del ’68 e ai suoi scopi.

L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico fu un caso editoriale. Andò a ruba nelle librerie, e compariva nella biblioteca personale di ogni aspirante sessantottino. Fu tradotto in francese, tedesco, spagnolo e portoghese (ma non inglese). Gli studenti accorsero in massa a visitare Gorizia, seguiti dai giornalisti, i fotografi e infine i politici. Nel 1968 il ministro della sanità, il socialista Luigi Mariotti, presentò una riforma che mitigava la natura repressiva del sistema dei manicomi. Criticò con ferocia gli ospedali che aveva visitato, paragonandoli a «campi di concentramento nazisti, inferni danteschi». Era il segno dell’influenza di Gorizia sulla legge e le politiche nazionali, ma adesso serviva un’altra strategia. Il modello era perfetto, ma non si era diffuso alla società. Il movimento, disse Basaglia, doveva muoversi. Non poteva fermarsi a Gorizia. I militanti goriziani dovevano lasciarsela alle spalle, assumere il controllo di altri manicomi, chiuderli e abolire se stessi insieme al sistema.

Nel 1972 la rivoluzione si arrestò di colpo. I medici si dimisero in massa, proclamando «guariti» tutti i pazienti tranne 51. Scrissero una lettera aperta al consiglio provinciale, un testo rivoluzionario in cui citavano Fanon: «La nostra presenza nell’ospedale psichiatrico è peggio che inutile, è dannosa ai pazienti […] poiché ai loro occhi noi, gli psichiatri, continuiamo a rappresentare la giustificazione dell’internamento». Il gruppo militante se ne andò e nel manicomio di Gorizia tornò la normalità. La rivoluzione di Basaglia era passata oltre.

I basagliani si sparpagliarono in tutta Italia, insediandosi negli ospedali e negli ambulatori psichiatrici di Arezzo, Venezia, Reggio Emilia, Pordenone, Udine. Movimenti paralleli avevano già assunto il controllo di altri manicomi, a Perugia, per esempio, e in provincia di Napoli. Alcuni rappresentanti italiani dell’anti-psichiatria avevano superato persino Basaglia per radicalismo, negando l’esistenza stessa della malattia mentale, e tuttavia continuavano ad accettare incarichi di prestigio nel sistema degli ospedali. Molti manicomi erano rimasti uguali al passato.

All’inizio del 1970 anche Basaglia si trasferì in una città e in un manicomio più grandi, a Trieste – un altro avamposto sulla frontiera della Guerra fredda, ma molto meno provinciale di Gorizia. Là trovò un’istituzione pressoché immutata, con le stesse gabbie, le stesse sbarre alle finestre, gli stessi reparti chiusi a chiave con cui si era scontrato all’inizio, e si mise subito al lavoro. Questa volta il clima era favorevole, l’appoggio politico pieno, e tutto sembrava più facile. Il manicomio di Trieste si aprì alla città, e la città lo accolse.

Negli anni Settanta sarebbe diventato un polo attrazione per gli psichiatri radicali. A Trieste si crearono i nuovi servizi di assistenza. Basaglia adottò strategie di liberazione sempre più plateali. Noleggiò un aereo per portare i pazienti a vedere Venezia dall’alto – ai malati mentali era vietato per legge viaggiare in aereo. Invitò Ornette Coleman a tenere un concerto nei giardini dell’istituto. Un cavallo blu di cartapesta, realizzato all’interno dell’ospedale, fu portato in processione per le vie della città, seguito in corteo dai creatori, i pazienti e i militanti. Pittori e artisti realizzarono opere ispirate alla causa della riforma.

Psichiatri e volontari si recavano là come in pellegrinaggio. Nel 1977 Basaglia convocò una conferenza stampa in cui annunciò che a tutti gli effetti quello di Trieste non era più un ospedale psichiatrico. In tutta Italia riformatori e politici cominciarono a esigere l’abrogazione delle leggi anacronistiche che regolamentavano il settore della sanità mentale.

Nel 1978, finalmente, la lotta cominciata a Gorizia diciassette anni prima arrivò a Roma e raggiunse il parlamento. Una serie fortuita di circostanze aveva creato un vuoto legislativo, e nel giro di venti giorni (saltando l’interpellanza referendaria prevista all’inizio) fu varata la legge 180, meglio nota come Legge Basaglia. Tutti si schierarono in favore – tranne l’MSI. La nuova legge aboliva tutti gli ospedali psichiatrici, e non ne prevedeva di nuovi. Il sistema dei manicomi era finito. Ai pazienti venivano di nuovo riconosciuti i diritti umani e civili (entro certi limiti). I malati mentali erano appunto questo: malati, non una razza a parte.

Basaglia era consapevole che la legge era soltanto un compromesso. Era la vittoria di una battaglia, non della guerra. Un inizio, non la fine. Nei vent’anni successivi in tutta Italia si sarebbero susseguite le iniziative per la creazione di servizi alternativi: ambulatori, reparti di pronto soccorso, case-famiglia, cooperative. La stragrande maggioranza dei 100.000 malati psichiatrici del paese tornò a una vita normale. Alcuni però non erano più in grado di gestirsi fuori dal manicomio. A questo gruppo fu assegnato un nome tecnico: residuali. Per loro non si formulò una strategia esplicita. Di fatto erano casi disperati. Si poteva solo attendere che morissero.

Il processo di chiusura dei manicomi (e di apertura alla società) fu attraversato da contraddizioni. Si verificarono casi di suicidio e omicidio. Spesso erano le famiglie a doversi accollare un accudimento non più fornito dagli ospedali. Le differenze tra regioni erano enormi, e dunque anche il divario tra i servizi offerti in varie località del Paese. Trieste restava un modello per l’assistenza post-dimissione. La mia prima visita risale al 2010 e conservo ancora un ricordo nitidissimo dell’ambulatorio di assistenza psichiatrica nell’ospedale generale. Lo psichiatra di turno non indossava il camice, e non c’erano serrature alle porte. L’ambiente era accogliente quanto quello di un albergo.

Franco Basaglia è morto nel 1980, di tumore cerebrale. La sua salma fu trasportata in gondola alla tomba di famiglia sull’isola di San Michele a Venezia. Aveva appena cinquantasei anni. Non ebbe il tempo di mettere in pratica la legge che ha preso il suo nome. Ma oggi in Italia non esistono manicomi. Non che sia un paradiso, ma quel sistema repressivo è stato abolito, e non per questioni economiche ma per motivi morali e politici. Alcune delle strutture di un tempo sono rimaste vuote e abbandonate, ma molte sono state adattate a nuovi scopi. Alcune sono diventate «musei della mente», altre ospitano strutture sanitarie e ambulatori di assistenza mentale, altre ancora sono diventate scuole, università o condomini. I terreni dell’ex manicomio di Trieste oggi si sono trasformati in parco pubblico, con uno stupendo roseto.

Negli anni Settanta il «grande internamento» descritto da Foucault si tramutò in una «grande liberazione». La maggior parte dei 100.000 prima rinchiusi tra le mura dei manicomi si è assimilata nella società. E tutto questo è avvenuto per iniziativa di un movimento militante che aveva cambiato il sistema dall’interno, un fatto senza precedenti nel mondo occidentale: i manicomi italiani furono chiusi dalle persone che ci lavoravano. Così facendo, quelle persone abolirono anche i propri posti di lavoro – per sempre. Oggi nessuno è investito della carica di «direttore di manicomio», l’incarico svolto da Basaglia e dai suoi colleghi negli anni Sessanta e Settanta. Non esiste più un’istituzione da dirigere. Il movimento aveva agito contro il proprio interesse, in controtendenza con ogni forma di clientelismo, nepotismo, patrocinio dall’alto. Si era auto-negato.

Oggi Basaglia resta una figura di primo piano, in Italia e all’estero, e provoca ancora controversie e dibattito. Il suo insegnamento è stato recepito ovunque nel mondo, dall’Inghilterra al Brasile, dall’Olanda alla Germania. Uno degli slogan del suo movimento era: La libertà è terapeutica. Ma la libertà è sufficiente?

Il libro di Piero Cipriano prende avvio dalle vicende di Franco Basaglia, di Gorizia, di Trieste e della chiusura dei manicomi, ma va ben oltre un semplice resoconto. Cipriano ha lavorato per anni nei servizi di assistenza psichiatrica italiani, e riflettuto a fondo sul loro funzionamento, sulla psichiatria come disciplina, sulla stessa malattia mentale – riflessioni che informano in particolare la sua geniale e illuminante trilogia, la «trilogia della riluttanza». Il suo pensiero lo ha imposto come la figura più eterodossa, originale e interessante della psichiatria italiana dai tempi di Basaglia stesso.

Le parti più affascinanti e importanti di questo libro non sono quelle su Basaglia e il suo lascito, ma piuttosto quelle che trattano l’esperienza personale di Cipriano, il suo approccio critico alla psichiatria e alle sue prassi che emerge in particolare nel discorso sugli antipsicotici e gli antidepressivi. Cipriano chiama questi farmaci «manicomio chimico» e dimostra che non soltanto non incidono sulle cause sottostanti del disagio mentale, ma addirittura aggravano la situazione, causando problemi ulteriori.

Il libro si conclude con una sezione di coinvolgenti interviste e articoli di varie personalità nella professione psichiatrica e in altri campi, compreso un superbo colloquio con il regista e gestore di cinema Silvano Agosti, autore di un film su Basaglia e di un’altra pellicola sulla straordinaria esperienza di liberazione avviata a Parma negli anni Sessanta e Settanta dal politico comunista Mario Tommasini. Sono rimasto colpito in modo particolare dall’appello di Agosti per una giornata lavorativa «di due ore», data la mia esperienza con i ritmi da burn-out dell’odierna accademia inglese, «istituzione totale» in ogni senso della parola, in cui la malattia mentale dilaga sia nel corpo studentesco sia in quello docente.

Cipriano racconta anche la propria esperienza in prima linea nella quotidianità spesso desolante dell’attuale settore psichiatrico, con i mini-manicomi e il frequente ricorso alle cinghie di contenimento persino in Italia, a dispetto della sua tradizione basagliana. E indica una possibile e cruciale via alternativa alla pratica psichiatrica di oggi, con le diagnosi e la prescrizione di farmaci basate sul DSM. Che sia sorta una nuova generazione di Basaglia pronta a raccogliere il testimone degli psichiatri, volontari e militanti che negli anni Sessanta e Settanta avevano smantellato il sistema? Cipriano è ottimista, ma con misura. Il passato plasma il presente, ma non sempre, e nei cinquant’anni trascorsi dal Sessantotto, in molti campi – e istituzioni – si è senz’altro verificata una controrivoluzione. Ma per chi sta cercando una nuova via allacomprensione del disagio mentale e un diverso stile di vita nell’era di internet e in una società che Cipriano definisce panottica, libri come questo sono senz’altro un primo passo cruciale. Cipriano detesterebbe sentirsi definire «il nuovo Basaglia», ma questo testo ha il potenziale di diventare per il 2018 ciò che L’istituzione negata, il volume curato da Franco Basaglia e, come questo, collettivo in tutti i sensi, fu per il Sessantotto.

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Famiglie contro Legge 180: una bufala che compie 40 anni https://minimaetmoralia.it/politica/famiglie-legge-180-bufala-compie-40-anni/ https://minimaetmoralia.it/politica/famiglie-legge-180-bufala-compie-40-anni/#comments Wed, 04 Jul 2018 09:06:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37699 «La mia mente è come fatta di cristallo, non sono resistente e quindi basta forse poco per farmi perdere il senso della verità, quel bianco e nero che parlavo prima. In questa crisi sono stata assistita in pieno proprio dal CIM di San Sepolcro. Sono stata assistita, ricoverata in ospedale, nell’ospedale civile di San Sepolcro. Ci sono stata meno di un mese e sono stata assistita dalle infermiere distaccate dell’ospedale psichiatrico e alcune del CIM 24 ore su 24. A seguito… Siccome le mie crisi sono crisi che vado in eccitazione, quindi mi devono dare molte medicine che esca da questo stato e quasi tutte le volte vado in depressione. È successo che ero sola in casa e mi è cominciata una crisi di depressione; io la prima cosa che ho fatto mi sono attaccata al telefono e ho chiamato il CIM, non ho chiamato mio marito per non impressionarlo. Ho chiamato il CIM e ho trovato due infermiere che erano in quel momento lì che prestavano servizio. Mi hanno ascoltata e mi hanno detto «veniamo subito». Io come ho sentito queste parole – “veniamo subito” – mi sono sentita sollevare perché le idee che mi erano venute erano brutte, bruttissime. Io devo dire che non c’è raffronto. Io ho vissuto nel marzo un’esperienza di malattia, ma che non mi ha lasciato nessun trauma, mentre invece del ’67 e del ’73 io uscivo dall’ospedale con il trauma, con la paura. La paura, la sera, di andare a letto e dire «ma io morirò in un manicomio», vedendo quello che c’era. Se fossi abbandonata, se rimanessi sola… La mia fine è in un ghetto, quelli sono ghetti, gli ospedali psichiatrici. Io non ritengo assolutamente che si debba pensare a un ospedale psichiatrico migliore: non può esistere migliore, che senso ha?”

Lei si chiama Maria Luisa, spero che sia ancora viva e stia bene.

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«La mia mente è come fatta di cristallo, non sono resistente e quindi basta forse poco per farmi perdere il senso della verità, quel bianco e nero che parlavo prima. In questa crisi sono stata assistita in pieno proprio dal CIM di San Sepolcro. Sono stata assistita, ricoverata in ospedale, nell’ospedale civile di San Sepolcro. Ci sono stata meno di un mese e sono stata assistita dalle infermiere distaccate dell’ospedale psichiatrico e alcune del CIM 24 ore su 24. A seguito… Siccome le mie crisi sono crisi che vado in eccitazione, quindi mi devono dare molte medicine che esca da questo stato e quasi tutte le volte vado in depressione. È successo che ero sola in casa e mi è cominciata una crisi di depressione; io la prima cosa che ho fatto mi sono attaccata al telefono e ho chiamato il CIM, non ho chiamato mio marito per non impressionarlo. Ho chiamato il CIM e ho trovato due infermiere che erano in quel momento lì che prestavano servizio. Mi hanno ascoltata e mi hanno detto «veniamo subito». Io come ho sentito queste parole – “veniamo subito” – mi sono sentita sollevare perché le idee che mi erano venute erano brutte, bruttissime. Io devo dire che non c’è raffronto. Io ho vissuto nel marzo un’esperienza di malattia, ma che non mi ha lasciato nessun trauma, mentre invece del ’67 e del ’73 io uscivo dall’ospedale con il trauma, con la paura. La paura, la sera, di andare a letto e dire «ma io morirò in un manicomio», vedendo quello che c’era. Se fossi abbandonata, se rimanessi sola… La mia fine è in un ghetto, quelli sono ghetti, gli ospedali psichiatrici. Io non ritengo assolutamente che si debba pensare a un ospedale psichiatrico migliore: non può esistere migliore, che senso ha?”

Lei si chiama Maria Luisa, spero che sia ancora viva e stia bene. Nel 1981, quando la intervista la Rai per il programma Il fantasma del manicomio di Raffaele Siniscalchi (qui un estratto), racconta della sua esperienza di internata in manicomio prima, poi di paziente dei servizi riformati ad Arezzo e quello che dice è molto chiaro ed efficace: prima in manicomio avevo paura di morire, dopo, grazie all’assistenza h24, questa paura è scomparsa. «Io non ritengo assolutamente che si debba pensare a un ospedale psichiatrico migliore: non può esistere migliore, che senso ha». Maria Luisa vive sulla sua pelle il passaggio epocale della chiusura del manicomio a Arezzo,grazie all’impegno di Agostino Pirella, dell’amministrazione provinciale e di uno staff di medici e infermieri che ben prima della legge 180 ha messo in pratica la riforma.

Quando la legge 180 viene approvata, infatti, nel maggio del 1978, in Italia esistono oramai da circa venti anni sperimentazioni che hanno portato alla messa in discussione del sistema manicomiale disegnato, è il caso di ricordarcelo, da una legge del 1904.In quel sistema di “cura” il malato, il paziente psichiatrico, il matto, è internato in manicomio o in una clinica privata, a seconda del reddito della famiglia.I poveri in manicomio i ricchi nelle cliniche.

Un concetto semplice.

Poi succede che la società italiana, dopo venti anni di regime fascista, trova nella democrazia la linfa per mettere in discussione l’assunto che i poveri devono crepare in manicomio mentre i ricchi possono anche curarsi o essere quantomeno accuditi decentemente.

Si aprono i reparti, si inventano sistemi di cura su base territoriale, che consentono un’assistenza 24 ore su 24 a chi un po’ per volta inizia a uscire dal manicomio a rientrare in famiglia, oppure ad andare a vivere in piccole unità abitative insieme ad altri malati.

Nessuno, mentre questo accade, fra il 1961 e il 1978, grida allo scandalo. Anzi. Mese dopo mese, anno dopo anno, l’opinione pubblica è sempre più convinta dell’inumanità della reclusione psichiatrica. Certo si mettono in luce le possibili conseguenze negative, alcuni fatti di cronaca pongono la questione della pericolosità di alcuni ex internati, ma nella media non vi sono dati che spostano l’opinione pubblica dal pensare che bisogna cambiare radicalmente il sistema dell’assistenza alla malattia mentale.

Per questo la legge 180 è accolta bene. Per questo appare inevitabile. Anzi «qualcosa di cui dobbiamo essere orgogliosi», dice un internato di Gorizia in un documentario del 1968.

Ma esiste uno zoccolo duro di resistenza, formato sostanzialmente da medici e infermieri e politici che preferiscono, per cultura o interessi personali, il comodo sistema del manicomio e delle cure in cliniche private. Uno zoccolo duro che ha borbottato per anni mentre si sperimentava ma che trova modo di esprimersi al meglio dopo l’approvazione della Legge, poiché in essa individua un facilissimo capro espiatorio da dare in pasto a chiunque si lamenti della sua cattiva applicazione, ma soprattutto, in primo luogo alle famiglie dei malati.

L’assistenza non funziona? Colpa della 180.

I ricoveri durano poche ore poi i malati tornano a casa? Colpa della 180.

Suo figlio è violento e lei non può contenerlo da sola? Colpa della 180.

Succede anche che una volta, nel 1982, alla Festa dell’Unità di Grosseto, un malato psichiatrico seguito dai Centri di salute mentale dà un pugno nell’occhio a mio padre e che al pronto soccorso un medico gli dice, mentre gli sta cucendo i punti: “L’avete voluta la 180 eh”.

In realtà la 180 viene applicata in modo assai discontinuo al punto che la magistratura sarà costretta ad aprire numerose indagini per inadempienza contro le Regioni. Lo mette in luce per esempio, subito, Andrea Barbato, che insieme a Fabio Isman conduce una inchiesta sul post Basaglia. É il 1988.

Barbato domanda a Isman perché l’inchiesta parta da Gorizia. «Ecco», risponde il giornalista «abbiamo voluto cominciare da Gorizia perché Gorizia è stato un emblema, un esempio. Nel ’61, ’62 è stato il primo manicomio in Italia che si è aperto, ai tempi di Franco Basaglia. Da lì è partito il movimento di riforma in Italia. Ci dicevano fosse tornato un po’ indietro. Siamo andati a verificare cosa stava succedendo a Gorizia».

E a Margherita, ex internata, viene data la parola per prima: «Io mi chiamo Margherita, ho 56 anni e vivo da otto anni qui a Lucinico con due mie amiche, Pia e Giuliana, e mi trovo molto bene. Ho vissuto 30 anni in manicomio di Gorizia, l’ospedale di Gorizia. Una volta l’ospedale era molto diverso. Quando che è venuto il professor Basaglia eravamo prima tutte chiuse coi recinti tutti intorno intorno. Abbiamo sofferto molto, sempre legata ero io. Notte e giorno ho sofferto. Neanche a un cane non le auguro quello che ho sofferto io. Ogni mattina prendo l’autobus delle 7.15 e vado fino alla Gardenia. Dopo la Gardenia prendo quello che va all’ospedale. Alle 8 sono in ospedale”

Isman: “Ecco Margherita, qui cosa c’era?”

Margherita: “Qui c’era una volta una bella pista per ballare, non c’era tutta questa erba che è qui. Adesso con tutta l’erba non si può più ballare perché non c’è più possibilità. Una volta c’era più possibilità quando c’era Franco Basaglia. Era meglio, c’eravamo fuori. Perché venendo sempre dentro, sempre ospedale, no? Sempre ospedale. Con tanti anni che ho vissuto qui dentro io mi sento malamente, no?”

Isman: “Perché viene ogni mattina a farsi curare qui?”

Margherita: “Perché vengo ogni mattina a farmi curare qui, sì, perché mi sento nervosa”

Isman: “Però se ti curassero in un altro posto, se questo centro di riabilitazione non fosse dentro l’ospedale?”

Margherita: “Non fosse dentro l’ospedale sarebbe meglio non solo per me, ma anche per gli altri sarebbe meglio. Eh, perché tutti si lamentano che siamo sempre in ospedale, e invece c’erano fuori dall’ospedale erano più contenti, si trovavano meglio».

Dopo soli dieci anni il sistema sanitario ha fatto già dei passi indietro, riportando i malati in ospedale. Pochi servizi territoriali, sempre meno assistenza domiciliare alle famiglie.

E sapete perché? Per colpa della 180? No, perché dalla metà degli anni Ottanta, poco dopo l’istituzione del servizio sanitario nazionale, si capisce che la sanità è un business di dimensioni inaudite e che se i servizi pubblici si possono esternalizzare e magari riportare in parte al privato è meglio. Ovviamente non per i malati ma per chi ci lucra sopra.

Ma quello che si dice non è: se non ci sono case famiglia è colpa dei pochi investimenti, dei politici che rubano, delle tangenti sulla sanità, degli appalti miliardari no quello che si dice con insistenza è: se vostro figlio non è curato, se vostro fratello sta male, se vostra figlia si suicida dopo un inutile ricovero, è colpa della 180.

Io le ho ascoltate le interviste fatte per strada, ma anche in studio dalla tv, dal 1980 in poi e quello che si nota è che cambia proprio la sostanza del discorso, ma anche delle domande. Non ci si preoccupa più, poco alla volta, di attuare la legge, non si chiede più cosa si potrebbe fare di meglio, ma “perché va riformata?”, si dice: non funziona. Ma chi lo insinua nella mente dei cittadini, delle famiglie disperate sa bene che non è vero. Sa bene che si tratta di una semplice scelta di campo, politica: o si sta dalla parte dei malati e delle loro famiglie o non lo si fa. La legge 180 sta con i primi, chi la attacca no.

E Sergio Zavoli ritorna con forza a difendere la legge 180 nel 1992 in una incredibile inchiesta sui manicomi, sì i manicomi, mai chiusi nel sud Italia. C’è insomma chi li rimpiange quando ancora non sono stati nemmeno chiusi.

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Adesso Matteo Salvini, ministro dell’Interno, prende parola sulla 180 per dire che è una legge disumana perché penalizza le famiglie. Eccone un altro verrebbe da dire. Mi piacerebbe che ci fosse Maria Luisa a rispondergli. Ma il problema è che lui è un ministro della Repubblica, e dell’Interno per giunta.

Forse non lo sapete ma secondo la legge del 1904 la malattia mentale è una questione di ordine pubblico prima che sanitaria. Chi dà pubblico scandalo può essere internato. Per questo se ne occupano il Ministero dell’Interno e i Prefetti.

Dopo un secolo la malattia mentale torna ad essere un tema su cui può intervenire un ministro delegato a gestire la pubblica sicurezza e non la salute dei cittadini.

Fa davvero riflettere.

Matteo Salvini cavalca uno scontento che, come abbiamo visto, esiste da sempre. Ma ha il potere di trasformarlo da ideologia in pratica. E questo dobbiamo fare il possibile perché non avvenga.

Poco prima di morire Franco Basaglia viene invitato in Brasile a tenere un ciclo di conferenze. Saranno poi raccolte in un bellissimo libro.

In una di queste leggiamo: «certo, l’organizzazione sociale, il potere hanno sempre la possibilità di recuperare le trasformazioni. Ma il potere non è infinito. É molto difficile recuperare la pratica, mentre è molto facile recuperare l’ideologia. Allora dobbiamo stare attenti a ciò che consideriamo rivoluzionario, che non è creare ideologie ma riflettere sulle cose che in pratica trasformiamo. Questo è molto difficile da recuperare. Nel mio caso per esempio, io non vado in giro per il mondo perché sono una star della liberazione, io sono un testimone, uno che porta un messaggio. Anche se i giornali in Italia parlano di me, e magari di ciò che abbiamo fatto come di un paradiso terrestre, la nostra azione pratica non è stata recuperata. Vede, la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare. É quello che già ho detto mille volte: noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare».

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Una delle “meraviglie del mondo”: l’assemblea generale https://minimaetmoralia.it/estratti/la-repubblica-dei-matti-john-foot/ https://minimaetmoralia.it/estratti/la-repubblica-dei-matti-john-foot/#comments Fri, 20 Feb 2015 09:42:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25524 Oggi, venerdì 20 febbraio, sarà presentato a Roma, presso il Museo della mente, il libro di John Foot LaRepubblica dei matti”. Franco Basaglia la psichiatria radicale in Italia (1961-1978) (Feltrinelli): anticipiamo qui un estratto della ricerca.
di John Foot 
Accompagnata da Basaglia, la democrazia entrò nel manicomio di Gorizia, un luogo che non aveva mai conosciuto la libertà di parola. Un’istituzione che era stata l’epitome della non-democrazia e dell’esclusione, dove i “pazzi” venivano rinchiusi e ridotti al silenzio, diventando non-persone prive di identità, di un passato e di un futuro, si trasformò in una scuola di democrazia, un luogo da visitare per vederla in atto. Era questo il “rovesciamento”, la “negazione”, di cui tanto parlava l’équipe di Basaglia. Gorizia era una meraviglia nel mondo del Sessantotto, una fonte di stupore, una visione di cambiamento che ti cambiava la vita: una specie di miracolo.

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Oggi, venerdì 20 febbraio, sarà presentato a Roma, presso il Museo della mente, il libro di John Foot LaRepubblica dei matti”. Franco Basaglia la psichiatria radicale in Italia (1961-1978) (Feltrinelli): anticipiamo qui un estratto della ricerca. (Fonte immagine)

di John Foot 

A Gorizia, come ad Arezzo, le parole degli internati si dimostrarono portatrici di verità molto più di quanto non sia scritto nei trattati di psichiatria.

(Agostino Pirella)

Le assemblee dei “matti” di Franco Basaglia sono l’esempio più alto e commovente del bisogno di democrazia – e il suo potere rigenerante.

(Anna Bravo)

Basaglia lavora solo con lo strumento della riunione, dell’assemblea.

(Giovanna Gallio)

Accompagnata da Basaglia, la democrazia entrò nel manicomio di Gorizia, un luogo che non aveva mai conosciuto la libertà di parola. Un’istituzione che era stata l’epitome della non-democrazia e dell’esclusione, dove i “pazzi” venivano rinchiusi e ridotti al silenzio, diventando non-persone prive di identità, di un passato e di un futuro, si trasformò in una scuola di democrazia, un luogo da visitare per vederla in atto. Era questo il “rovesciamento”, la “negazione”, di cui tanto parlava l’équipe di Basaglia. Gorizia era una meraviglia nel mondo del Sessantotto, una fonte di stupore, una visione di cambiamento che ti cambiava la vita: una specie di miracolo.

Le “assemblee generali” vere e proprie, aperte a tutti nell’ospedale, cominciarono nel 1965, ma le riunioni con la partecipazione dei pazienti rientravano nel progetto basagliano fin dall’inizio. Mario Dondero scattò una serie di fotografie di un’assemblea più piccola, di reparto (c’è anche Basaglia) nel 1964. Dal novembre 1965, comunque, l’assemblea generale dell’ospedale si teneva regolarmente ogni mattina, verso le 10. Chiunque poteva partecipare: infermieri, medici, pazienti, e anche le loro famiglie. Cominciavano ad arrivare anche persone dall’esterno: studenti, cineasti, giornalisti, attivisti, aspiranti psichiatri. Le assemblee erano coordinate dai pazienti e venivano verbalizzate. Il procedimento riprendeva in parte i metodi delle comunità terapeutiche classiche, in Scozia e altrove, che l’équipe di Gorizia aveva potuto studiare. Ci volle del tempo, prima che le cose cominciassero a funzionare.

Nella sala fumosa, con un tavolo e semplici sedie di legno, le prime assemblee furono all’insegna del pandemonio, o di lunghi e imbarazzati silenzi. Ne esiste qualche filmato, e le immagini dei tanti fotografi che accorrevano a Gorizia nel Sessantotto. Ma in quella nube di fumo di sigaretta, tra litigi, borbottii e pause interminabili quando nessuno apriva bocca, l’evento caotico andava prendendo forma, prefigurando il Sessantotto stesso. Per certi versi, era il Sessantotto. I pazienti gridavano e brontolavano, andavano e venivano a discrezione, e parlavano tra loro. Qualcuno si limitava a star lì a guardare, soprattutto all’inizio. Molti non si presentavano nemmeno. I medici erano vestiti come tutti, in genere senza camice (fu definitivamente abolito nel 1964, anche se pare che qualche medico continuasse a portarlo come protesta contro le riforme di Basaglia, come un segno del suo non essere basagliano), e si mescolavano con i pazienti. I medici dell’équipe intervenivano poco durante le assemblee generali, alle quali però seguivano regolari sedute di verifica e altre riunioni per analizzare gli eventi della precedente assemblea: dopo un’assemblea, un’assemblea sull’assemblea.

Gorizia era verbosa, parlata, vociante e spesso molto involuta. Un po’ alla volta, però, i pazienti cominciarono a discutere delle cose che determinavano la loro vita di ogni giorno. Cominciarono, in una certa misura, ad assumere il controllo. Franco Pierini, un giornalista dell’“Europeo”, venne a Gorizia – con un fotografo – nel 1967. Così descriveva l’assemblea generale: Siamo stati due giorni a Gorizia, li abbiamo sentiti parlare questi uomini e queste donne, dibattere questioni che li riguardano da vicino: perché il reparto d non va in gita fuori da molto tempo, perché le donne della sartoria fanno opposizione al trasferimento della sala da pranzo nel loro laboratorio, perché non bisogna preoccuparsi se ogni tanto c’è qualche biscia nel parco: “La signora Giovanna ha parlato con una signora che lavora nei campi e ha detto che ha visto sì una biscia, però una biscia di campo non è velenosa”.

Sarebbe far torto a questi uomini e a queste donne, un torto grave, scrivere qui che parlano come noi. Sono migliori di noi nella tecnica della discussione, nella dialettica degli opposti pareri, nelle conclusioni raggiunte senza capri espiatori, senza vinti. Le vecchie rigidità gerarchiche venivano aggirate, rovesciate, ignorate e demolite. L’assemblea era la dimostrazione pratica di come si poteva “mettere tra parentesi la malattia mentale” nel rapporto con i pazienti. Durante gli incontri accadeva che qualche paziente creasse problemi, ed era difficile, e spesso frustrante, concentrarsi sul tema in discussione. Ma per Basaglia i pazienti “disturbatori” rientravano nel processo di cambiamento, erano segnali (positivi) di ribellione. Il suo lavoro, dichiarava, consisteva nel far esplodere le contraddizioni del sistema. Stava nascendo una comunità che, col tempo, sarebbe diventata capace di agire in modo collettivo.

Le assemblee presero gradualmente forma. I pazienti affluivano sempre più numerosi; i silenzi erano sempre più brevi. “La parola scorre, rimbalza, cattura infermieri e medici, ma richiede un ascolto che ne renda possibile il percorso.” Si contavano i voti e si prendevano decisioni. Si producevano documenti. Ai pazienti venivano affidate responsabilità reali, comprese quelle istituzionali e finanziarie. In genere la discussione riguardava le materie apparentemente più noiose e banali: vitto, sigarette, retribuzione del lavoro (per la prima volta il lavoro dei pazienti veniva pagato davvero), gite. Ma c’erano in gioco anche questioni più grosse. A chi si poteva permettere di uscire nel mondo esterno? Era davvero sicuro, e utile, aprire i reparti chiusi? Qual era esattamente il male – se pure male c’era – di cui soffrivano certi specifici pazienti? E tutto girava intorno a problemi ancora più grandi, che toccavano il cuore dell’“istituzione totale” all’interno della quale si tenevano le assemblee. Che cos’è la follia? Perché stavano tutti in manicomio? Chi ce li aveva messi? E loro stessi, chi erano?

I pazienti riprendevano, in parte almeno, il controllo sulla propria vita e su quella degli altri degenti. Ritornavano a essere persone, cittadini perfino, con responsabilità e diritti. Era un lavoro spossante, ma entusiasmante e fascinoso. Gli impotenti riottenevano il potere, e in questo percorso la forma contava quanto il contenuto. Il fatto stesso che le assemblee si potessero tenere era rivoluzionario. Ore passate a discutere sulla pulizia dei reparti, o sulla gestione delle assemblee stesse, ma questa era la democrazia in azione: democrazia vera, diretta, quasi senza mediazioni. Gli scomparsi del manicomio, quelli chiusi fuori dalla vita reale, senza diritti né identità, emergevano dall’oscurità. Dimostravano di saper badare a se stessi e organizzare la propria vita. Quello che si diceva non aveva in realtà grande importanza: il fatto entusiasmante era che qualcosa venisse detto, in pubblico. Alcune assemblee furono registrate nei dettagli e il materiale fu usato nelle pubblicazioni sull’esperimento goriziano. Questi verbali sono una sorta di storia orale trascritta dal movimento, che fu analizzata all’epoca, e che possiamo studiare di nuovo col beneficio del senno di poi.

Le assemblee erano il nucleo, il cuore pulsante del progetto basagliano. Le assemblee generali, soprattutto nel 1968, diedero a quell’esperimento un taglio estremamente radicale. Come ricordava un vecchio infermiere: “Fu proprio rivoluzione, la più clamorosa in Italia. Ridare una faccia, un’anima, persino un abito a chi s’era visto sottrarre tutto, persino uno specchio in cui guardarsi. Proprio una rivoluzione di classe” (Enzo Quai). Fin dall’inizio era apparso chiaro, a Basaglia e agli altri, che i pazienti nel manicomio non si identificavano semplicemente nella categoria dei cosiddetti “matti”: molto spesso provenivano anche da situazioni di estrema povertà. I volti erano segnati e deformati dalle privazioni e dal tempo passato nell’istituzione, i vestiti erano gli stracci dei poveri. L’analisi sociale del manicomio trovava conferma nell’aspetto fisico dei partecipanti alle assemblee generali. Mai prima di allora “i matti” avevano avuto la possibilità di farsi sentire (e Sergio Zavoli avrebbe portato la voce di alcuni di loro sugli schermi della televisione nazionale). Le assemblee erano dunque terapeutiche, ma nello stesso tempo erano rivoluzionarie. Il processo, però, era frenato dal contesto: dentro il manicomio.

Già alla metà degli anni sessanta Basaglia cominciò a sostenere che le prospettive della comunità terapeutica erano estremamente limitate. Il problema era l’istituzione in sé. La riforma poteva essere una trappola pericolosa: il cambiamento interno e l’avvio degli interventi “umanitari” rischiavano di prolungare la vita delle “istituzioni totali”. Un manicomio più umano poteva aiutare il sistema ad adattarsi a una società in via di rapida trasformazione, rendendolo più accettabile. I basagliani dovevano stare in guardia: potevano diventare gli “utili idioti” che, rendendo più tollerabili i manicomi, ne avrebbero impedito la distruzione. Basaglia sottolineava anche un altro rischio: che Gorizia venisse pedissequamente imitata, diventando una nuova forma, conservatrice, di ideologia. Altri furono più espliciti. Le assemblee diffondevano un’idea di “falsa democrazia”. Nella sua analisi dell’ospedale riformato nell’Istituzione negata, Slavich mette sempre la parola democrazia tra virgolette.

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