Franco Cassano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-cassano/ un blog di approfondimento culturale Thu, 07 May 2015 06:06:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Franco Cassano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-cassano/ 32 32 L’attacco ai giornalisti dell’Unità non riguarda solo loro https://minimaetmoralia.it/editoria/attacco-ai-giornalisti-dellunita-non-riguarda-solo-loro/ https://minimaetmoralia.it/editoria/attacco-ai-giornalisti-dellunita-non-riguarda-solo-loro/#comments Wed, 06 May 2015 14:49:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26668 Condividiamo con i lettori di minima&moralia questa riflessione di Alessandro Leogrande pubblicata su Internazionale - che ringraziamo - e esprimiamo il nostro sconcerto e la nostra solidarietà a tutti i giornalisti e agli ex direttori dell'Unità per quanto sta avvenendo. (nella foto, Concita De Gregorio, che dell'Unità è stata direttore dal 2008 al 2011)

Ventisei giornalisti dell’Unità e gli ex direttori Concita De Gregorio, Claudio Sardo e Luca Landò sono chiamati a risarcire tutti quelli che, da Silvio Berlusconi ad alcuni generali dei servizi segreti, hanno fatto causa al quotidiano negli anni passati.

Dopo la chiusura del giornale la società editrice (la Nie di Renato Soru) si è dileguata e il Partito democratico, il partito di riferimento che ora vorrebbe riportare il giornale in edicola, finora si è limitato a dire che questo non è un suo problema.

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concita-2Condividiamo con i lettori di minima&moralia questa riflessione di Alessandro Leogrande pubblicata su Internazionale – che ringraziamo – e esprimiamo il nostro sconcerto e la nostra solidarietà a tutti i giornalisti e agli ex direttori dell’Unità per quanto sta avvenendo. (nella foto,  Concita De Gregorio, che dell’Unità è stata direttore dal 2008 al 2011)

Ventisei giornalisti dell’Unità e gli ex direttori Concita De Gregorio, Claudio Sardo e Luca Landò sono chiamati a risarcire tutti quelli che, da Silvio Berlusconi ad alcuni generali dei servizi segreti, hanno fatto causa al quotidiano negli anni passati.

Dopo la chiusura del giornale la società editrice (la Nie di Renato Soru) si è dileguata e il Partito democratico, il partito di riferimento che ora vorrebbe riportare il giornale in edicola, finora si è limitato a dire che questo non è un suo problema.

In base alla legge della stampa, una causa di risarcimento danni coinvolge tre soggetti: l’autore dell’articolo, il direttore del giornale e l’editore. Ma se il terzo soggetto, che dovrebbe garantire i primi due, viene meno, giornalista e direttore si trovano esposti all’azione giudiziaria.

In questo caso, dopo un pronunciamento di primo grado, i giornalisti e gli ex direttori del giornale sono chiamati a vario titolo a pagare una cifra che complessivamente si aggira intorno al mezzo milione di euro. Una cifra notevole, per raggranellare la quale sono partiti i pignoramenti delle case e degli stipendi.

Sia, quindi, verso quei giornalisti che hanno lavorato e continuano a lavorare in territori difficili, in Sicilia e in Calabria. Sia verso gli ex direttori: la più vessata, Concita De Gregorio, ha subito quaranta cause.

Come sottolineato dalla Federazione nazionale della stampa, quello che sta succedendo agli ex giornalisti dell’Unità, nel silenzio della politica, è la spia di una crisi molto più profonda.

Negli ultimi anni sono decine le testate che hanno chiuso e ancora di più gli editori che sono evaporati, lasciando le redazioni non solo senza lavoro ma anche esposte al rischio di cause simili. Le querele e le richieste esorbitanti di risarcimento danni sono sempre abbondate nel mondo del giornalismo, e spesso sono state utilizzate come arma d’intimidazione contro le inchieste più scomode, contro i lavori di indagine più approfonditi.

Ma in un mondo dell’editoria disarticolato, rischia ora di crearsi un effetto perverso. I giornalisti sono esposti direttamente ai pignoramenti, a dover risarcire somme che non metterebbero insieme neanche in cinque-sei anni di retribuzioni, qualora non siano in grado di difendersi e farsi difendere adeguatamente nei processi. Unendo tutto ciò alla riduzione del numero di testate ancora solide, il panorama che ne viene fuori appare sempre più asfittico.

Sollecitato dalla Federazione nazionale della stampa, il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi ha annunciato che il primo impegno sarà quello di destinare i residui contributi pubblici a un fondo di solidarietà per la libertà di informazione.

Tuttavia, al di là delle proposte, è evidente che il nodo Unità, oltre a essere la spia di una situazione più generale, riguardi direttamente anche il rapporto tra il Pd di Matteo Renzi e la testata storica che la nuova segreteria intende riportare in edicola.

Qual è il giudizio politico su queste “pendenze” del passato? E cosa dicono dello stato di salute della stampa? E, soprattutto: a cosa serve un giornale?

Di recente Franco Cassano, parlamentare del Partito democratico e autore di L’umiltà del male, ha ammesso di trovare “scandaloso che il più grande partito italiano non abbia un giornale, una sede nella quale si possa manifestare e costruire la sua opinione pubblica e che l’unico modo per conoscere l’opinione dei suoi dirigenti sia leggere le interviste che essi di volta in volta rilasciano ai grandi giornali. Sarebbe un modo attraverso il quale limitare il protagonismo esclusivo del leader e dei suoi critici”.

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Riflettere sulla sinistra https://minimaetmoralia.it/libri/riflettere-sulla-sinistra/ https://minimaetmoralia.it/libri/riflettere-sulla-sinistra/#comments Sat, 20 Dec 2014 06:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24596 Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Il 1989 è un anno-spartiacque non solo per la caduta del Muro di Berlino, appena ricordata. Lo è anche per altri fattori. Proprio in quell'anno si concentrano eventi, che “accanto” alla caduta del Muro, dimostrano come la Storia non corra affatto verso la sua fine, e non ci sia nessuna nottola di Minerva che possa bearsi di alzarsi in volo sul far del tramonto. Ne cito almeno tre: la fatwa lanciata da Khomeini contro Salman Rushdie in febbraio (reo di aver scritto “I versetti satanici”), la repressione della protesta degli studenti a Piazza Tienanmen in giugno, il discorso iper-nazionalista di Milosevic a Kosovo Polje che diede il via alla dissoluzione della Jugoslavia (sempre in giugno).

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Tianasquare

Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Il 1989 è un anno-spartiacque non solo per la caduta del Muro di Berlino, appena ricordata. Lo è anche per altri fattori. Proprio in quell’anno si concentrano eventi, che “accanto” alla caduta del Muro, dimostrano come la Storia non corra affatto verso la sua fine, e non ci sia nessuna nottola di Minerva che possa bearsi di alzarsi in volo sul far del tramonto. Ne cito almeno tre: la fatwa lanciata da Khomeini contro Salman Rushdie in febbraio (reo di aver scritto “I versetti satanici”), la repressione della protesta degli studenti a Piazza Tienanmen in giugno, il discorso iper-nazionalista di Milosevic a Kosovo Polje che diede il via alla dissoluzione della Jugoslavia (sempre in giugno).

Riflettere sull’altro 89 ci permette di cogliere alcuni temi proposti nell’ultimo libro di Franco Cassano, “Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento”, e molte delle intuizioni in esso contenute. La sinistra, parola a cui Cassano (a differenza di molti) non rinuncia, non è stata solo incapace di elaborare la crisi del socialismo e la fragorosa dissoluzione del blocco dell’Est. È stata incapace di pensare i nuovi conflitti, le nuove fratture a cui quei tre eventi rimandano, “accanto” al conflitto capitale-lavoro. Eppure quei tre eventi racchiudono i dati salienti della nostra contemporaneità: il fanatismo religioso che si fa fanatismo politico, la seduzione delle sirene etniche davanti a ogni crisi, la particolare commistione cinese tra capitalismo e repressione dittatoriale. Questi tre eventi racchiudono il mondo in cui viviamo (e anche le conseguenze che si riverberano nella periferia italiana), e ciò che Cassano chiama sinistra non sempre è stata capace di pensarli politicamente. Non sempre è stata all’altezza.

Come nota lo stesso Cassano di sfuggita tale miopia davanti alle convulsioni del mondo non è presente solo in “La fine della storia” di Francis Fukuyama ma anche, ad esempio, in un libro che apparentemente si colloca all’estremo opposto, “Impero” di Toni Negri e Michael Hardt – che, volendosi erigere a nuovo manifesto, nega proprio la centralità di quei conflitti. Tra questi due vuoti estremi, ci sono stati poi parecchi balbettii. Se dovessi indicare gli autori che con più forza hanno saputo analizzare i tre eventi, e capire tutta la loro portata esplosiva, mi vengono in mente solo nomi di totali outsider: Alexander Langer sulla Jugoslavia e la portata dei conflitti etnici, Cristopher Hitchens sul fanatismo islamista, Marshall Berman sul capitalismo dittatoriale dell’estremo oriente. Tutti e tre morti, occorrerebbe aggiungere.

Accanto a questo aspetto, a questo ritardo che sarebbe superficiale ridurre al solo ambito della “politica estera”, perché rimanda a qualcosa che ha attraversato ed attraversa le nostre vite e il nostro quotidiano, nel libro di Cassano si coglie un’altra urgenza. Non tanto la riflessione sulla portata rivoluzionaria del capitalismo negli ultimi quindici anni, capace di sovvertire vaste parti del mondo, quanto la constatazione che la frase davvero irrecuperabile di Marx è quella secondo cui il naturale sviluppo del capitalismo avrebbe portato da sé al suo abbattimento.

È questo determinismo ad apparire del tutto insensato. E, per la verità, non da oggi. Che si voglia governare, riformare o superare lo sviluppo capitalistico, servono un progetto politico e un’azione politica. Serve un’intelaiatura politica che rimetta insieme il disperso, e non si perda invece correndo appresso ai “mille particulari”. Il capitalismo è molto più internazionale dei suoi oppositori radicali, nonché dei suoi potenziali riformatori. E questo iato può essere superato solo politicamente, non avviene in natura.

Ecco allora venire a galla una serie di riflessione che trascendono lo stesso libro. Come ricreare quella intelaiatura, qui, ora, nella ristretta provincia italiana? Nelle ultime pagine del volume Cassano parla della necessità di allargare il blocco sociale della sinistra davanti alle trasformazioni in atto. È una riflessione, la sua, che ha preso il via dopo la cocente non-vittoria del Pd bersaniano alle elezioni del febbraio 2013. Ma oggi, si potrebbe chiedere a Cassano, come interpreta il 40% del Pd di Renzi alle ultime europee? Si tratta di un percorso indirizzato verso la ricostruzione di un blocco sociale più ampio o è solo l’effetto di un fuoco di paglia lideristico? E, ancora, come interpretare alla luce di tutto questo un panorama politico in cui – con la flessione di Berlusconi e Grillo – l’alternativa in fieri sembra essere quella tra il partito della nazione renziano (non più, oggettivamente, solo di sinistra) e il non-voto tout court, appena recuperato dal populismo sempre più estremista e xenofobo?

È questa tensione che cova sotto la cenere, e che poi esplode come a Tor Sapienza, oggi a essere poco tematizzata dal pensiero politico. Soprattutto quando si interseca con un netto impoverimento, un netto incupimento, di quei soggetti a cui, credo, il blocco sociale pensato da Cassano non vorrebbe pregiudizialmente sbarrare le porte.

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Fine della primavera pugliese? https://minimaetmoralia.it/societa/fine-della-primavera-pugliese/ https://minimaetmoralia.it/societa/fine-della-primavera-pugliese/#comments Fri, 19 Apr 2013 08:45:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14080 Questo pezzo è uscito sulla «Gazzetta del Mezzogiorno».

di Oscar Iarussi

Se c’è un’immagine sintetica ed espressiva della Puglia negli ultimi quattro o cinque lustri, essa è senza dubbio quella della regione di frontiera. Innescata dagli sbarchi albanesi del 1991 - al culmine nell’approdo della nave «Vlora» nel porto di Bari, un’icona dell’exodus novecentesco – la dimensione frontaliera resa evidente dall’emig razione clandestina fu un trauma che non tardò a essere elaborato in positivo, equivalse a uno choc provvidenziale, offrì un’occasione storica per affrancarsi da un meridionalismo glorioso, ma spesso vittimistico e inefficace. Non furono di poco conto, infatti, la percezione e quindi la consapevolezza della Puglia come una delle linee geopolitiche di confine nel mondo globale e reticolare, una terra fremente dell’incessante movimento di uomini e merci sprigionato dal crollo del Muro di Berlino. In particolare, cambiò radicalmente il punto di vista: era strabico e fallace continuare a ritenere che la stella polare dello sviluppo coincidesse sempre e soltanto con il Nord, con un’Italia settentrionale che in quegli anni si serrava nella agorafobia politica e negli arcaici riti «padani» della Lega.

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Questo pezzo è uscito sulla «Gazzetta del Mezzogiorno».

di Oscar Iarussi

Se c’è un’immagine sintetica ed espressiva della Puglia negli ultimi quattro o cinque lustri, essa è senza dubbio quella della regione di frontiera. Innescata dagli sbarchi albanesi del 1991 – al culmine nell’approdo della nave «Vlora» nel porto di Bari, un’icona dell’exodus novecentesco – la dimensione frontaliera resa evidente dall’emig razione clandestina fu un trauma che non tardò a essere elaborato in positivo, equivalse a uno choc provvidenziale, offrì un’occasione storica per affrancarsi da un meridionalismo glorioso, ma spesso vittimistico e inefficace. Non furono di poco conto, infatti, la percezione e quindi la consapevolezza della Puglia come una delle linee geopolitiche di confine nel mondo globale e reticolare, una terra fremente dell’incessante movimento di uomini e merci sprigionato dal crollo del Muro di Berlino. In particolare, cambiò radicalmente il punto di vista: era strabico e fallace continuare a ritenere che la stella polare dello sviluppo coincidesse sempre e soltanto con il Nord, con un’Italia settentrionale che in quegli anni si serrava nella agorafobia politica e negli arcaici riti «padani» della Lega.

«Scombussolati» o, se volete, «disorientati» rispetto alla tradizione della Puglia «porta d’Oriente», ci accorgemmo di essere diventati invece l’ultima spiaggia occidentale (o la prima) per centinaia di migliaia di persone in fuga dalle rovine economico-morali del comunismo. Mondo ex fu la felice definizione che lo scrittore Predrag Matvejevic adottò per il disgregarsi degli stati nazione non solo nei «suoi» Balcani. Ebbene, il «tempo del dopo» in Puglia trovava l’opportunità di un ricominciamento. Eravamo una terra promessa, una nuova America, anzi Lamerica, per dirla col titolo di un prezioso film di Gianni Amelio (1994).

In questi ultimi vent’anni le visioni della Puglia di frontiera si sono nutrite di contributi laici e cattolici, di saperi e di arti tesi – oltretutto – a sprovincializzare l’ine – dito protagonismo regionale, giacché metaforico di una condizione ben più larga, appunto, dell’ombra del campanile (sebbene non sempre vi siano riusciti). Come non ricordare, nei giorni del ventennale della morte, l’apporto di don Tonino Bello? Per il vescovo salentino l’idea della Puglia finis terrae s’incarna nel pacifismo operoso in ogni dove e nell’incontro con l’«altro», che davvero ricordano lo sguardo venuto dalla «fine del mondo» del papa Francesco. «Se noi non poggiamo la nostra vita sugli altri – diceva don Tonino – la facciamo cadere. L’unica condizione perché ci si mantenga in piedi è che il baricentro esca fuori di noi, che ci sia questo sbilanciamento». Inoltre, lungo gli anni Novanta e nei primi anni Zero, qui nacquero il «pensiero meridiano» del sociologo Franco Cassano, una serie di apporti originali in ambito culturale ed economico propiziati da un rinverdimento dell’impegno locale e non localistico di Casa Laterza (e di altri editori non solo pugliesi, da Donzelli a Dedalo), e talune forme di cittadinanza attiva precoci rispetto ai «girotondi» anti-berlusconiani di Nanni Moretti. E qui c’è stato un inedito fiorire della letteratura, del cinema e della musica, pregni di umori, suggestioni, idee mediterranei e frontalieri.

Sono esperienze per cui in Puglia a taluni parve addirittura lì lì per realizzarsi una variante della leggendaria «immaginazione al potere» invocata dai sessantottini parigini, nella stagione seguita alle prime vittorie elettorali del centro-sinistra di Michele Emiliano, due volte sindaco di Bari (2004 e 2009), e di Nichi Vendola, due volte presidente della Regione (2005 e 2010). La cosiddetta «primavera pugliese», nei promettenti anni d’esordio, irrompe su una scena regionale storicamente cauta e moderata, salvo l’infatuazione craxiana del capoluogo presaga di certi fatui decisionismi a venire.

L’affermarsi di un nuovo ceto politico corrisponde in realtà alla sua capacità di istituzionalizzare la brama ardente delle storie di frontiera. La Puglia in cui forse il genio di Ennio Flaiano si sarebbe specchiato, perché come lui «con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole», ha sognato e fatto sognare. E ha realizzato dei progressi innegabili, del resto incorniciati negli ultimi due-tre anni da una sorta di «alleanza» strisciante fra centro-sinistra e centro-destra regionali, parimenti interessati a difendersi dagli eccessi di rigore del governo centrale e a farsi valere nella partita cruciale dei fondi europei. Ma oggi tutto ciò è ancora in corso? Lo scenario resta valido o è mutato? Senza che gli osservatori (gli intellettuali, i politici, l’opinione pubblica stessa) se ne accorgessero, oppure accorgendosene senza dirlo per viltà, ignavia, connivenza, siamo da tempo in un’altra stagione. Stavolta è la politica a offrire segnali che suonano come conferme: i recenti risultati elettorali pugliesi, certo, sfavorevoli a chi ha governato dal 2004-2005 in avanti; e la scelta simbolica di Bari per l’ultimo comizio di Silvio Berlusconi, che il sindaco Emiliano ha tentato probabilmente di esorcizzare col suo discusso striscione di benvenuto al Cavaliere. Né ha molto senso, riteniamo, meditare interventi di restauro della «primavera pugliese » o vagheggiarne una paradossale restaurazione.

Non risulta interessante – nel quadro che ci preme di più: l’identità della nostra terra – scrutare le imperscrutabili contingenze del ceto politico, il destino dei suoi personaggi e le relazioni fra loro. Intanto la Puglia che fu del cinema di frontiera degli Amelio, Olmi, Winspeare oggi sembra paga di se stessa. Le sue bellezze paesaggistiche fanno da sfondo, in questi giorni su Canale 5, ad alcune puntate della saga infinita di Beautiful, girate tra Polignano a Mare e Alberobello. Perfette locations, per carità, che è legittimo valorizzare. Ma eravamo partiti dalla «Vlora» e siamo arrivati ai matrimoni vip in masseria. C’era una volta Lamerica, qualcosa è cambiato. Vogliamo dircelo?

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Il voto e i figli di Grillo https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/#comments Fri, 22 Mar 2013 16:21:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13704 (Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito 'radicato', sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc... Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

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(Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito ‘radicato’, sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc… Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

Non originalissima, ma degna di nota (forse solo per le inclinazioni di chi scrive) è quella dello psicoanalista Massimo Recalcati centrata intorno al tema della trasmissione della eredità, del conflitto edipico padre-figlio, della idiosincrasia di molte delle figure politiche di spicco italiane (Grillo compreso) verso l’idea della serietà, della responsabilità, del passaggio di testimone collaborativo e virtuoso dalla propria generazione alla generazione successiva.

Come si veste Grillo

Una lettura della politica, e soprattutto delle difficoltà della sinistra non solo italiana, attraverso le lenti di Freud e dell’Edipo da lui codificato e di quelle di Lacan e della necessaria, indispensabile, tensione tra legge e desiderio. Esercizio che riprende molto dell’apparato concettuale che, l’altro lacaniano, Slavoj Žižek, sta applicando in modo geniale e rivelatore da oltre un ventennio alla cultura e alla politica di tutto l’occidente.

“Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l’insulto? – scrive Recalcati a proposito di Grillo -. Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno ì suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclamala democrazia si cela una insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone”.

La stessa “sintomatologia” si poteva rintracciare in passate infatuazioni elettorali per il Berlusconi-Dorian Gray, l’eterno 35enne, ineluttabilmente giovane e in cerca di ragazze da rimorchiare. O nel goffo Monti degli wow e delle faccette su Twitter. Così goffo da far colpo, alla fine dei conti, solo su Casini, Fini e pochi altri.

Bersani e la paranoia

Diverso e più difficile da inquadrare in questi schemi il percorso di Bersani. Si potrebbe anche qui forzare un po’ sulla lettura lacaniana e incasellare tutto nei tre registri del reale (Bersani), dell’immaginario (Berlusconi) e del simbolico (Grillo). Non è un caso che il leader Pd abbia scelto il piano del realismo (tra gli intellettuali a lui vicini c’è il filosofo Maurizio Ferraris teorico del ‘nuovo realismo’), il ‘non raccontar favole’ (stilema decisamente discutibile per chi conosce il valore morale e culturale di raccontare favole in una campagna elettorale in cui promesse e ammiccamenti all’elettorato sono elementi costitutivi, il tono basso e senza eccessi verbali, il concedersi poco al chiacchiericcio televisivo. Insomma, tutto all’apparenza corretto, tutto meditato e serio, tutto teso a marcare una discontinuità con i più deteriori tic politici… E invece?

Lacan risponderebbe che il reale senza elaborazione simbolica è pura paranoia, ma qui stiamo davvero mistificando. I dirigenti democratici affermano, come sempre, che sono gli italiani a non aver capito il messaggio ‘giusto’ come l’Italia ‘giusta’ che Bersani aveva in serbo per loro. E qui, di fronte a questi consueti eccessi pedagogici e tautologici andrebbe scomodata la illuminante indagine sulla “umiltà del male” firmata dal sociologo barese Franco Cassano. Chissà se prima di scegliere quello slogan e quel profilo elettorale i dirigenti democratici avevano letto le parole di colui che era pur sempre stato scelto come loro capolista in Puglia: proprio il professor Cassano.

“Nella partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio grazie all’antica confidenza con la fragilità dell’uomo. Chi vuole annullare quel vantaggio deve riconoscersi in quella debolezza, invece di presidiare cattedre morali sempre più inascoltate. Senza un’élite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica. Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi Inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l’esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male” si legge nel volume edito da Laterza.

Difficile non associare a queste immagini contrapposte la storia degli ultimi 20 anni e, in sedicesimo, la sfida dell’ultima campagna elettorale. Tra una inverosimile promessa di restituire l’Imu e una altrettanto inverosimile aspettativa di cancellare di colpo l’evasione fiscale in un Paese così malato di allergia alle tasse. Da una parte le evidenti debolezze pubbliche e private di Berlusconi e, dall’altra, la presunta e ostentata superiorità morale delle schiere di antiberslusconiani militanti da salotto. Una corsa al ribasso che in questi anni ha sacrificato ogni sfumatura e qualsiasi piacere dell’analisi e della complessità culturale e politica, ha impedito ogni dialogo e confronto tra le diverse Italie. Un retaggio i cui danni forse solo ora stiamo iniziando a percepire. E di cui, anche i successi grillini, sono figli.

Comunicare o essere?

Ma al netto di slogan, manifesti ed eccessi didattici e didascalici, non è quello della comunicazione il rimprovero che si può rivolgere al Bersani degli ultimi mesi. Certo, si potrebbe ragionare (al netto della bontà dei suoi contenuti) sulla idiosincrasia del politico di Bettola verso il discorso assertivo e la sua predilezione per frasi e atteggiamenti che ruotano intorno alla negazione: “Siamo contro le diseguaglianze”, “Non vogliamo aumentare le tasse, ma chi ha di più non può tirarsi indietro”, “Un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile”, ecc… (pregevole, in proposito, l’analisi fatta anni or sono dal collettivo letterario Wu Ming. O, altrettanto efficace e persino più divertente, l’immagine creata dallo scrittore Paolo Nori per descrivere espressioni e atteggiamenti di Bersani: l’uomo del “non me lo lascian fare…”).

Allo stesso modo non si può non rimproverare l’approccio troppo dimesso al discorso conclusivo della campagna elettorale fatto all’Ambra Jovinelli il 22 febbraio (tralasciamo il confronto sulla location, con la concomitante Piazza San Giovanni gremita dai Cinque Stelle…). Alla prima frase di un discorso che dovrebbe restare nella storia (se non altro personale), Bersani dice “non facciamo retorica, parliamo di sostanza” (ma non è forse il discorso conclusivo della campagna elettorale del candidato favorito a fare il premier il momento più idoneo per un po’ di retorica, rhetoriké téchne o arte del parlar bene?). Alla seconda frase del discorso che dovrebbe dare energia e motivazioni all’elettorato, smuovere gli ultimi indecisi, attrarre e convincere i delusi, Bersani, con tono sofferente, dice “ho girato per la terza volta in pochi mesi l’Italia, sono piuttosto stanco…” (il video del discorso).

Ma forse più della comunicazione, sono i limiti strategici della visione di fondo tratteggiata dal leader Pd ad aver costruito la clamorosa “non vittoria” elettorale. L’ambiguità tra una immagine di sinistra che punta tutto sul lavoro e sulle fasce deboli della popolazione e un profilo tutto teso a rassicurare i mercati e le cancellerie europee (non è un caso se la proposta del reddito di cittadinanza, storico copyright della sinistra sia apparsa sorprendentemente più credibile nella versione avanzata da Grillo). Un legame tradizionale con il ceto impiegatizio, statale e parastatale, che in questa crisi per ora è rimasto al riparo dagli smottamenti economici, reso fragile dalla continua criminalizzazione di viene considerato “benestante”. In simmetria, uno svilimento dei concetti di merito e di tensione individuale al miglioramento, che hanno demotivato chi fatica ogni giorno per far bene il proprio lavoro e per migliorare quello che ha intorno.

Infine, è difficile, immaginare come gli elettori avrebbero potuto esercitarsi nel tenere insieme la severa critica a Monti e al “rigore” dei suoi provvedimenti economici con un gioco che puntava tutte le fiches democratiche su un buon risultato del professore per far da stampella con i suoi senatori al governo Bersani.

E ora?

E ora tocca all’autocoscienza. Il Pd ha iniziato, con la riunione della direzione del 6 marzo, replicata in piccolo nell’incontro dei nuovi parlamentari dell’11 marzo, il consueto e strabondante flusso dialettico di analisi e disamine. Così ricco e variegato da contenere in sé spesso tutto e il contrario di tutto: dal dovevamo essere più a sinistra al dovevamo fare l’alleanza con Monti prima e non dopo le elezioni (strategia quest’ultima che viene già sposata con – forse prematuro – entusiasmo se si dovrà andare a votare nei prossimi mesi).

Una settimana dopo le elezioni anche al Teatro Valle Occupato si è svolta una “seduta” di analisi elettorale. Per l’occasione Christian Raimo e gli altri organizzatori l’avevano battezzata “Tribuna Politica”. Elemento interessante di questo nuovo disordinato e spesso contraddittorio flusso di parole, è stato il manifestarsi in una delle enclavi del pensiero critico e di sinistra (rispetto al Pd) di numerose dichiarazioni di voto al Movimento Cinque Stelle. “Ho votato Sel alla Camera e M5S al Senato. Per la prima volta in vita mia posso dire di aver vinto, abbiamo fermato l’armata neoliberista Pd-Monti” diceva un intellò cinquantenne in risposta ad un ragazzo che aveva appena rintracciato nel lessico grillesco pericolosi segni del populismo secondo Laclau.

“I Cinque Stelle sono sempre stati al nostro fianco contro la Tav e per i referendum sull’acqua pubblica, per me era il voto più coerente” diceva invece uno degli okkupanti del teatro. Tra loro anche un organico al Movimento Cinque Stelle, capace per un attimo di spostare il punto di vista della discussione da Grillo Beppe, di cui pur riconosceva le ambiguità, alla realtà di un movimento che da anni aggrega migliaia di persone e ne incanala sforzi e attività, dalle raccolte firme al “presidio” in piccoli e grandi consigli comunali per “osservare” il lavoro dei politici.

È sempre una questione di padri e figli

A mio avviso sta tutta qui, nella distanza e nel contrasto tra il dire (di Grillo) e il fare (dei Cinque Stelle) l’unica reale speranza per uno sbocco sensato e “adulto” dello stallo italiano. Ma guardando anche alla soffocante immanenza di Berlusconi su ogni evoluzione della destra italiana e al solo abbozzato confronto nella sinistra tra un passato mitico e un futuro che non sia solo svendita di sé stessi ai tempi che corrono, resta di fronte a noi l’ennesima riedizione della quanto mai possibile lotta tra il padre (padrone) mai affrancatosi dalla sua adolescenza e i suoi figli consapevoli del peso della responsabilità che in ogni caso (anche solo anagraficamente) finirà per gravare sulle loro spalle.

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Considerazioni sparse sulle elezioni appena consumate https://minimaetmoralia.it/interventi/considerazioni-sparse-sulle-elezioni-appena-consumate/ https://minimaetmoralia.it/interventi/considerazioni-sparse-sulle-elezioni-appena-consumate/#respond Thu, 28 Feb 2013 15:31:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13281 In questi giorni di riflessioni post elettorali, pubblichiamo quella di Cecilia D'Elia, uscita su Italia2013, che ci sembra piena di spunti. (Fonte immagine.)

di Cecilia D'Elia

Premetto che condivido molto l’appello di Barbara Spinelli (La Repubblica 27 febbraio) a sospendere il giudizio davanti al monumentale evento manifestatosi con le elezioni del 2013. Bisogna ragionare e far politica, cercare di produrre spostamenti in avanti in una situazione di stallo che non ha però un esito segnato. Bisogna osare.

Del resto nei risultati elettorali c’è sempre una verità, che va interrogata. A costo di sembrare inelegante vorrei partire da un’autocitazione, la fine del primo capitolo del libro Italia 2013, Questo paese è anche nostro: “a una società che domandava discontinuità rispetto alle politiche del trentennio si è risposto con un governo tecnico sostenuto da tutti i più grandi partiti. Certo la qualità del personale politico è imparagonabile rispetto a quella del governo Berlusconi, ma l’Italia sembra essere stata messa in naftalina. Raccontano che è il prezzo da pagare per salvarsi. Il voto a Grillo, il rancore verso la cosiddetta “casta”, la disillusione e l’astensionismo sono figli di questa assenza di alternative. Quello che non c’è, quello che bisogna costruire, è la prospettiva del mutamento, in Italia e in Europa.”

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In questi giorni di riflessioni post elettorali, pubblichiamo quella di Cecilia D’Elia, uscita su Italia2013, che ci sembra piena di spunti. (Fonte immagine.)

di Cecilia D’Elia

Premetto che condivido molto l’appello di Barbara Spinelli (La Repubblica 27 febbraio) a sospendere il giudizio davanti al monumentale evento manifestatosi con le elezioni del 2013. Bisogna ragionare e far politica, cercare di produrre spostamenti in avanti in una situazione di stallo che non ha però un esito segnato. Bisogna osare.

Del resto nei risultati elettorali c’è sempre una verità, che va interrogata. A costo di sembrare inelegante vorrei partire da un’autocitazione, la fine del primo capitolo del libro Italia 2013, Questo paese è anche nostro: “a una società che domandava discontinuità rispetto alle politiche del trentennio si è risposto con un governo tecnico sostenuto da tutti i più grandi partiti. Certo la qualità del personale politico è imparagonabile rispetto a quella del governo Berlusconi, ma l’Italia sembra essere stata messa in naftalina. Raccontano che è il prezzo da pagare per salvarsi. Il voto a Grillo, il rancore verso la cosiddetta “casta”, la disillusione e l’astensionismo sono figli di questa assenza di alternative. Quello che non c’è, quello che bisogna costruire, è la prospettiva del mutamento, in Italia e in Europa.”

Ebbene a novembre sembrava di aver trovato una strada, con le primarie e la coalizione Italia Bene Comune, che potesse riaprire questa prospettiva. Una strada in salita, che chiedeva al centrosinistra di cambiare se stesso, di dare segnali di discontinuità nel personale politico oltre che nelle pratiche e nelle proposte. In parte questo è successo con le primarie, ma non senza ambiguità. Continuo a pensare che sia stata l’unica proposta politica realmente in campo. Il resto giocava contro: per salvarsi, per condizionare o per impedire. Un paese pieno di macerie dove il centrosinistra ha cercato di far prevalere una proposta di ricostruzione, ma non è stato fino in fondo capace di suscitare la speranza e di parlare al desiderio di star meglio dei singoli.

So bene che il problema è profondo e riguarda il modo in cui il neoliberismo e il ventennio berlusconiano ha ridisegnato l’Italia e gli italiani.

Del resto abbiamo potuto misurare nel risultato la forza della rivolta fiscale di Berlusconi, che ancora parla a tanti che sopravvivono grazie all’illegalità o ad un’economia sommersa. Ma proprio per questo bisognava essere più coraggiosi. Dire chiaramente cosa voleva fare il centrosinistra e come voleva essere. Proposte sociali e riforma della politica e dei partiti. Abbandonare il chiacchericcio di tanta stampa e televisione, incapace di parlare del merito, sempre solo attenta ai tatticismi e ai dialoghi tra gruppi dirigenti dei partiti.

Italia Bene comune è andata in campagna elettorale con il freno a mano tirato. Lo stesso nome della coalizione, che alludeva ad un cambio di paradigma, ad un mettere al primo posto i beni comuni, è stato subito archiviato. Ho visto solo manifesti del Pd, mai di coalizione, con lo slogan Italia giusta. Bello, ma antico. Troppo antico per intere generazioni fuori dal patto sociale, le generazioni perse, come le ha definite lo stesso Monti. Quelle nate dopo il trentennio dell’espansione del welfare e dei diritti in Europa (1945/75).

Il 37 % di disoccupazione giovanile è prima di tutto un problema democratico, di cittadinanza impossibile. A questo deve aggiungersi l’impoverimento delle famiglie, la precarietà diffusa, l’emigrazione intellettuale.

C’è un pezzo di società che non ha nulla da perdere e individua nella politica che ha conosciuto in questi anni la ragione del suo malessere. E non mi sento di dargli completamente torto.

Abbiamo detto più volte che bisognava cambiare anche il centrosinistra.

Una parte del paese era in rivolta, e il centrosinistra, nelle nostre diverse componenti, non è riuscito ad intercettare questa rabbia. Ha ragione Franco Cassano (Unità 27 febbraio) bisogna avere sincera curiosità per questa rabbia diffusa. Si può discutere se il M5S abbia effettivamente impedito all’Italia di avere movimenti come Occupy o come il “15 de Mayo” ( vedi Perchè “tifiamo rivolta” nel movimento 5 stelle) perchè il grillismo ha inglobato quelle potenzialità in un discorso ambiguo. Oppure sottolineare le permanenze culturali con la seconda repubblica, come fa Ida Dominijanni sul suo blog, e leggere la trasmigazione della demogogia antipolitica dalla televisione alla rete con un altro leader attore, “contrapposto nei contenuti ma continuatore nelle forme” .

Rimane il fatto che un’onda ha travolto una politica autoreferenziale, di cui anche il centrosinsitra (tutto) spesso fa parte. In questa onda ci sono cose molto diverse, alcune molto pericolose, ma c’è anche la materialità della crisi, nominata, e alcune buone pratiche civiche. Questa Italia va davvero guardata e attraversata. In questi anni lo ha fatto solo un po’ di buona arte contemporanea, di letteratura, teatro e cinema italiani.

Per questo penso che l’ultima cosa che ci serva è il governissimo. Meglio capire se sono possibili alleanze inedite e cercare di sperimentare poche e buone riforme; corruzione, costi della politica e conflitto d’interessi non sarebbero piccola cosa per questo Paese.

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Il grande inquisitore https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-grande-inquisitore/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-grande-inquisitore/#comments Mon, 21 Mar 2011 09:28:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4020 Le sorti della politica italiana sembrano passare attraverso la figura del Grande Inquisitore, l’inquietante personaggio dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. L’anno scorso la casa editrice Salani aveva riproposto autonomamente il testo della nota “leggenda” (Il grande inquisitore, appunto), estrapolandolo dal romanzo fluviale, e aggiungendovi un intervento di Gherardo Colombo, Il peso della libertà. L’anno prima era stato Gustavo Zagrebelsky a dedicarvi un suo saggio.

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Le sorti della politica italiana sembrano passare attraverso la figura del Grande Inquisitore, l’inquietante personaggio dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. L’anno scorso la casa editrice Salani aveva riproposto autonomamente il testo della nota “leggenda” (Il grande inquisitore, appunto), estrapolandolo dal romanzo fluviale, e aggiungendovi un intervento di Gherardo Colombo, Il peso della libertà. L’anno prima era stato Gustavo Zagrebelsky a dedicarvi un suo saggio. Ora, per Laterza, esce un libro di Franco Cassano, L’umiltà del male, che parte proprio da lì, dall’enigma posto dal discorso del Grande Inquisitore. Ma Cassano rovescia subito il piano della riflessione. Smonta la distinzione manichea tra bene e male.

Nei Karamazov, a raccontare la leggenda del Grande Inquisitore al fratello Alioscia è Ivan. Nella Siviglia del Cinquecento, narra, l’Inquisitore fa arrestare Cristo, appena tornato sulla terra, e si reca a far visita al prigioniero. In realtà, il suo è un lungo monologo, rinfaccia al Nazareno che la sua perfezione non è in grado di cogliere la debolezza dell’animo umano. Il suo rigore è per i santi, non per l’imperfezione del mondo. Il potere temporale, al contrario, è divenuto tale proprio perché ha permesso a tutti di peccare.
L’interpretazione classica della storia dostoevskiana attribuisce al Grande Inquisitore il ruolo del male, a Cristo (che per tutto il capitolo rimane muto) evidentemente quello del bene. Ma, dice Cassano, la figura dell’Inquisitore è molto più complessa. Molto più complessa è la critica della supremazia morale, che si traduce quasi sempre in aristocraticismo. Molto più complesso è il riconoscimento (storico, non solo morale) della umana imperfezione, del bisogno di autorità, delle debolezze. Ma come capire, senza essere accondiscendente? Questa riflessione ha un’evidente ricaduta politica, specie se si considera che la politica ha a che fare con la maggioranza. Compito di una politica orientata all’emancipazione di tutti è spezzare il legame tra le maggioranze e l’Inquisitore, senza disconoscere la fragilità umana.
Cassano ricava da I sommersi e i salvati di Primo Levi la nozione di “zona grigia”. L’unica obiezione che gli si può muovere è che l’analisi della zona grigia che fa lo scrittore torinese non è immediatamente estendibile al contesto della democrazia. Una differenza decisiva tra democrazia e totalitarismo (specie nella sua variante assoluta del lager) esiste. Così come esiste una differenza decisiva tra la zona grigia di un campo di concentramento (racchiusa nella figura paradossale del kapò che si fa aguzzino) e, per estensione, la zona grigia di una società complessa, almeno formalmente aperta. Questa è piuttosto costituita dalla somma delle sue maggioranze silenziose.
Tuttavia Cassano dice qualcosa di molto concreto, e che si riferisce all’Italia di oggi, quando scrive: “Uno dei rischi più gravi oggi è quello di rifugiarsi in una sorta di repulsione antropologica nei riguardi delle plebi dominate dal consumismo, sulle quali l’egemonia non ce l’hanno più i sermoni dei chierici, ma la seduzione pianificata dei piazzisti.”
Ecco, il rischio maggiore è non capire il bisogno di protezione e l’ossessione della sicurezza che nascono in una società avanzata, per certi versi post-industriale, attraversata dalla crisi. Perché è su quel bisogno che s’instaurano le maggioranze. Bisogna saper decostruire i meccanismi: capire non solo quelle paure, ma anche il desiderio di evasione che spesso suscitano, il potere dell’immaginario. Se si rifiuta questo piano della discussione, si lascia immediatamente spazio alla vittoria della risposta più facile, che si fonda sull’esacerbazione delle debolezze. E qui, per usare la metafora dostoevskiana, si rischia di far vincere il Grande Inquisitore.
Il paradosso, per chi vuole operare per l’emancipazione dei più, è quello di rifugiarsi in una sorta di narcisismo etico. Proprio chi vuol evitare che molti cadano nel baratro, spesso finisce per bearsi della propria diversità, insistendo con la retorica delle minoranze pure e incontaminate. Ma, così facendo, ci si fa casta, proprio nel momento in cui ci si dovrebbe opporre alle vere Caste.
Si potrebbe dire che ogni riferimento agli attuali rivolgimenti della sinistra italiana, per quanto il discorso si mantenga su un piano molto teorico (da Dostoevskij a Primo Levi, da Adorno a Horkheimer), è puramente voluto. Franco Cassano, che prima delle regionali pugliesi del 2010, fu il principale promotore di una raccolta di firme per ottenere – contro il volere dei vertici del Pd – le primarie che avrebbero poi sancito la ricandidatura di Nichi Vendola, è del progressismo italiano che sta parlando.
Sta indicando i rischi che corre la sinistra nostrana, quando ancora scrive: “Il pensiero dell’emancipazione non deve abbandonare la sua radicale contrapposizione al pensiero conservatore, ma deve saper rinunziare a quel malinteso senso di superiorità che gli impedisce di apprendere dal rapporto più lucido che spesso il suo avversario intrattiene con la realtà.”
Non sono giuste le risposte che il pensiero conservatore offre. Non sono condivisibili. Anzi, bisogna essere pronti a smascherare la rendita di potere che esse nascondono. Ma va riconosciuto anche che quel rapporto spesso si basa sulla capacità di interpretare le corde profonde della società. Le ansie, le paure. È un’autocritica dura, quella che fa Cassano. Un’autocritica di gruppo, di area. Questi non sono fendenti che provengono da un Giuliano Ferrara (cioè da chi sta dall’altra parte), o da un Panebianco, un Galli della Loggia (cioè da chi rivendica una posizione “terzista”). Qui a parlare è uno degli intellettuali più lucidi della recente primavera pugliese, il teorico del “pensiero meridiano”. Farsi umili, non lasciare la maggioranza dei “deboli” all’avversario. E l’avversario non sono semplicemente Bossi o Berlusconi, anche se sono stati grandi interpreti della “zona grigia” italiana. Andando indietro nel tempo, quell’avversario può essere forse l’Andreotti ritratto da Sorrentino… Ritornando al XXI secolo, il suo volto può essere forse intravisto nelle enormi concentrazioni di potere economico e nei mezzi di comunicazione di cui spesso dispongono. Non solo in Italia, ovviamente.
Ma come si fa allora a essere umili, a interpretare il bisogno di sicurezza, la paura della libertà (come scrisse a suo tempo Carlo Levi) o della troppa autonomia individuale, e allo stesso tempo lavorare per il cambiamento? Come si fa a non lasciare troppo spazio alla passività? È questa la domanda capitale che discende dal ragionamento di Cassano. Il dibattito è aperto.

Questo articolo è uscito per il Riformista.

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