Franco Ferrari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-ferrari/ un blog di approfondimento culturale Sun, 16 Sep 2018 22:45:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Franco Ferrari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-ferrari/ 32 32 Sulle tracce di Ulisse https://minimaetmoralia.it/libri/sulle-tracce-ulisse/ https://minimaetmoralia.it/libri/sulle-tracce-ulisse/#comments Mon, 17 Sep 2018 05:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38054 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Non soffia il meltemi, quest’estate, nell’Egeo. Strano, strano, molto strano – ripetono i vecchi seduti lungo le mura ombrose delle taverne, alzando le sopracciglia a ostentare un senso di ignoranza e impotenza. Pochi giorni fa a Naxos addirittura pioveva. Una pioggia fugace ma del tutto fuori dall’ordinario. I turisti che si dicono fortunati ignorano un fatto dalla duplice conseguenza. Il meltemi è un vento di bel tempo, non alza il mare, favorisce la navigazione e fu grazie a esso secondo molti studiosi che si svilupparono i commerci e gli scambi culturali su cui ebbe origine la civiltà greca.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Non soffia il meltemi, quest’estate, nell’Egeo. Strano, strano, molto strano – ripetono i vecchi seduti lungo le mura ombrose delle taverne, alzando le sopracciglia a ostentare un senso di ignoranza e impotenza. Pochi giorni fa a Naxos addirittura pioveva. Una pioggia fugace ma del tutto fuori dall’ordinario. I turisti che si dicono fortunati ignorano un fatto dalla duplice conseguenza. Il meltemi è un vento di bel tempo, non alza il mare, favorisce la navigazione e fu grazie a esso secondo molti studiosi che si svilupparono i commerci e gli scambi culturali su cui ebbe origine la civiltà greca. Spazzando via ogni nuvola, inoltre, il meltemi concorre in maniera decisiva a creare quella luce unica – nitida, accecante, definitoria, capace di esaltare microgranuli di calce bianchissima su sfondi bianchi in tonalità di bianco infinite – che si può soltanto vivere per non poterne più fare a meno, e che si deve conoscere se si vuole conoscere il mondo antico.

Sacro meltemi. In queste notti di luce lunare, molti aspettano solo quel vento e il dirompere al mattino di quella luce dal potere calligrafico. Tutti in cerca oggi dei segni di ciò che fu.

Non è una battuta. Sono sempre più numerosi studi e racconti che evitano di spiegare l’antichità senza conoscere i luoghi in cui tutto accadde. E il mare in cui s’inabissò suicida Egeo quando si convinse erroneamente della morte di suo figlio Teseo è il centro assoluto di questo nuovo atteggiamento. Lo testimoniano libri appena usciti, molto diversi per ispirazione e stile, tutti legati dall’idea che si debba partire da qui. Certo non si tratta di un’impresa da realizzare in maniera scientifica.

Seguire le rotte dell’epos per esempio resta un sogno irrealizzabile da sempre. Già nel III secolo a. C. Eratostene, astronomo e geografo, usò un’ironia senza appello quando sostenne che si sarebbe individuata la rotta di Odisseo il giorno in cui si fosse scoperto chi aveva cucito l’otre dei venti che Eolo donò all’eroe. E tuttavia su quelli che i cantori omerici chiamavano “sentieri di mare” è necessario mettersi in viaggio.

Un’introduzione al percorso odissiaco la offre con tutta la sua competenza Giulio Guidorizzi in Ulisse l’ultimo degli eroi (Einaudi, pp. 199, Euro 14), mentre per perdersi nell’Egeo inseguendo poeti, artisti, scrittori, filosofi e politici antichi è necessaria l’opera che un altro studioso del mondo greco, Giorgio Ieranò, ha appena dato alle stampe. Arcipelago. Isole e miti del Mar Egeo (Einaudi, pp. 277, euro 20) è l’eccezionale guida di cui da sempre sentivamo la mancanza. Ogni isola, fra le principali dell’Egeo, ci viene raccontata in un intreccio di mito e storia dalle origini ai nostri giorni. I poeti greci del Novecento si mescolano ai lirici arcaici, i viaggiatori moderni s’incontrano con quelli raccontati dalla letteratura antica.

Le stesse consuetudini arcaiche trovano una sponda in ciò che viviamo oggi. Innumerevoli i racconti che sorprenderanno il lettore. Dalle abitudini sessuali delle ragazze di Lesbo (molto diverse rispetto a quelle che ci aspetteremmo) fino al miracolo del vino dionisiaco a Naxos, inestinguibile nei secoli, tanto che a inizio Novecento sull’isola cristianizzata si diffuse la voce che era sbarcato San Dioniso. Genovesi, veneziani, turchi hanno lasciato tracce che si confondono con quelle di ateniesi, spartani, persiani. Condottieri e viaggiatori, eroi e dèi. Non si può prescindere da questo libro, se si viaggia sul mare dove la nostra civiltà ebbe inizio.

Ma il viaggio – si sa – è roba dell’interiorità che si sviluppa in rotte che solcano i mari del tempo e dell’immaginazione. Così l’opera più straordinaria per rincorrere l’illusione di trovare se stessi non è un saggio né un romanzo, bensì un memoir commovente. Daniel Mendelsohn, professore di letteratura antica, e scrittore, ci porta solo apparentemente lontano dall’Egeo quando inizia il suo percorso di incontro con il padre. Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea (Einaudi, pp. 307, euro 20) si apre nel semestre dell’anno accademico 2011 quando fra gli studenti del seminario che Mendelsohn tiene per i suoi studenti sull’Odissea, si siede il padre ottantunenne. Inizia un percorso in cui la sapienza dell’autore ci immerge nelle storie eterne di padri e figli attraverso la lente del poema omerico, dei suoi principali problemi, delle sfide che mette in campo e delle questioni critiche che ci vengono mostrate per la loro immensa portata vitale. Mentre seguiamo Telemaco e Odisseo, il passato di Mendelsohn con suo padre affiora, le storie familiari s’intrecciano a quelle antiche e ci scopriamo immersi in un nucleo di vicende fuori da ogni tempo.

Ma all’Egeo infine si deve tornare. Concluso il semestre, l’idea di una crociera sulla presunta rotta che seguì Odisseo appare ai due Mendelsohn il modo migliore per chiudere il cerchio. I cerchi tuttavia non si chiudono mai. Odisseo ritrova Penelope e infine anche suo padre ma c’è ancora qualcosa che manca, qualcosa manca sempre e Mendelsohn lo sa, ma saperlo serve a poco. Si versano molte lacrime nel finale riconoscimento fra padre e figlio e nel loro inevitabile addio.

Chiuso il libro, sembra che ci si possa appigliare solo a una certezza. Se il meltemi non ha ripreso a soffiare e le nuvole oscurano il sole la troverete in una delle poche pagine ambientate nell’Egeo da un altro libro dedicato ai poemi omerici. Sylvain Tesson ci racconta di aver passato un’estate intera in una stanza di Tinos per scrivere Un’estate con Omero (Rizzoli, pp. 233, euro 17), ma non si capisce mai quanto il suo domicilio lo abbia favorito in questa introduzione ai temi omerici, che risulterà di grande interesse per chi non ha mai letto i poemi. Tranne in una pagina in cui Tesson si apre alla “luce che inonda le isole greche”, quella che spinse “gli antichi ad accettare il loro destino” perché “tutte le cose si mostrano nel bagliore di Helios, tangibili, presenti, inconfutabili”.

Luce e sole. L’unica cosa che manca, allora, fra questi resoconti dall’Egeo è l’altro lato della medaglia.  Ovvero, parlando delle rotte che attraversano da sempre questo mare, l’aspetto più drammatico e decisivo, nella ricerca della luce. Perché i primi viaggi di cui conosciamo la storia si snodano parallelamente ai ritorni da Troia dei vincitori Achei e sono quelli dei profughi in fuga dalla città in fiamme, capitanati da Enea. Profughi. Proprio così li chiama Virgilio nei primi versi della sua Eneide. Stavolta i “sentieri di mare” che seguì Enea sono ben descritti geograficamente. Si tratta delle stesse rotte che hanno tentato di seguire i profughi per secoli, fino alla guerra greco-turca del 1922 e fino a questi ultimissimi anni. Le stesse identiche rotte. Solo che in questo nostro tempo quei sentieri marini sono stati chiusi. E i profughi respinti e bloccati, quando non annegati. Qualcosa è cambiato davvero, allora, oltre al soffio del meltemi. Chiudete i porti. Non lo avrebbe sognato nessuno, mai, nell’antichità. Ci sono leggi eterne. Destinate dunque a tornare. Magari con la forza dei costumi traditi e con la violenza degli eroi offesi. Forse, allora, il modo migliore per poter affrontare il nostro oggi non prevede neppure un viaggio nell’Egeo, cuore del Mediterraneo. Basta leggere i versi antichi dell’Iliade per seguire i percorsi dell’ira nell’animo degli uomini.

È appena uscita una formidabile nuova traduzione di Franco Ferrari: Iliade (Mondadori, pp. 1232, euro 14). Un capolavoro di ingegno e intelligenza nel restituire un poema eterno in cui non ci sono né vincitori né vinti, solo padri e figli in lacrime, uomini e donne sconfitti dalla guerra, vecchi e bambini costretti a fare i conti con se stessi. Le storie di violenza, vendetta e dolore che, come diceva il giovane Nietzsche fradicio di Grecia, tornano sempre identiche a se stesse.

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