Franco Lucentini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-lucentini/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:18:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Franco Lucentini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-lucentini/ 32 32 Il falso Borges https://minimaetmoralia.it/letteratura/falso-borges/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/falso-borges/#respond Fri, 30 Sep 2016 12:30:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32153 Questo pezzo è uscito sull'Unità, che ringraziamo.

Una delle poesie più famose di Jorge Luis Borges non è di Jorge Luis Borges. S'intitola Istanti e su Google è citata decine di migliaia di volte. La storia del suo successo non si limita però all'apprezzamento di tanti anonimi fan. L'ultimo ad aver abboccato è stato Fabio Volo, che l'ha declamata con grande enfasi durante il suo programma mattutino a Radio Deejay, ma nel corso del tempo aveva già ispirato un'opera d'arte contemporanea di Riccardo Orsoni, era stata menzionata in un romanzo di Sergio Calamandrei e in un manuale di lingua castigliana (Por supuesto 2 di Joaquin Masoliver), fu usata nello spot pubblicitario della compagnia di assicurazione spagnola Mapfre, e il cantante degli U2 Bono Vox la recitò alla televisione messicana. Tutti, naturalmente, credendola autentica.

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

Una delle poesie più famose di Jorge Luis Borges non è di Jorge Luis Borges. S’intitola Istanti e su Google è citata decine di migliaia di volte. La storia del suo successo non si limita però all’apprezzamento di tanti anonimi fan. L’ultimo ad aver abboccato è stato Fabio Volo, che l’ha declamata con grande enfasi durante il suo programma mattutino a Radio Deejay, ma nel corso del tempo aveva già ispirato un’opera d’arte contemporanea di Riccardo Orsoni, era stata menzionata in un romanzo di Sergio Calamandrei e in un manuale di lingua castigliana (Por supuesto 2 di Joaquin Masoliver), fu usata nello spot pubblicitario della compagnia di assicurazione spagnola Mapfre, e il cantante degli U2 Bono Vox la recitò alla televisione messicana. Tutti, naturalmente, credendola autentica.

Se ne occupò perfino il Centro Borges della Pittsburgh University, al quale pervenivano numerose richieste di expertise dai lettori che non trovavano quei versi nell’opera omnia dell’argentino. L’ente, preoccupato per il diffondersi del falso che sembrava impermeabile a ogni smentita, incaricò il professor Almeida di individuarne il responsabile. Al termine di una lunga ricerca, lo studioso rintracciò due versioni simili dalle quali era stata tratta la poesia, una firmata dal caricaturista Don Herold, che la pubblicò nel 1958 sul Reader’s Digest, e l’altra uscita su un giornale del Kentucky vent’anni dopo ad opera di Nadine Strain. Entrambe presentavano il medesimo titolo: If I had My Life to Live over («Se potessi vivere di nuovo la mia vita»), sul modello della celebre If di Kipling, cioè come un elenco di cose che l’autore farebbe diversamente se gli fosse concessa una seconda opportunità.

Nel passaggio da una variante all’altra si contano parecchi adattamenti, ma i più consistenti si avvertono nell’ultima, quella ascritta a Borges, e sono l’abbandono della prosa in favore della lirica e la chiusa patetico-testamentaria («ma ho 85 anni e so che sto per morire»). È pur vero che fu lo stesso Borges (in saggi e racconti come Pierre Menard) a istigare la pratica dell’apocrifo, sostenendo che la valutazione di un testo è condizionata da fattori esterni, in primis dall’autore cui lo si attribuisce, come se l’opinione del lettore comune fosse irrilevante.

Succede qualcosa di analogo al fruitore del ready made nell’arte contemporanea, il cui spazio critico è confiscato perché non gli si chiede di esprimere un giudizio estetico, bensì di ratificare quello più autorevole di chi l’ha preceduto. In questo senso l’apocrifo di Istanti vanta precedenti illustri.

Nel 1984 uno sconosciuto, stanco di vedere respinti i suoi scritti dalla rivista Nuovi Argomenti, decise di vendicarsi inviandogli un falso racconto di Borges intitolato Il mistero della croce. Millantando la traduzione di Franco Lucentini e la licenza editoriale di Franco Maria Ricci, il testo fu incautamente pubblicato. In seguito il vero autore partecipò al programma televisivo Io confesso con Enza Sampò, in cui svelò l’inganno restando però anonimo nel timore di ritorsioni, giacché lavorava nell’ambiente editoriale.

Oggi questa beffa assume i tratti di un formidabile apologo. Nella vicenda del protagonista, che abdica a se stesso pur di vedere pubblicato il suo lavoro, è in gioco la titolarità dell’opera come problema metafisico. L’impossibilità di sposare il proprio nominativo al destino pubblico dell’opera è il segno della radicale inappartenenza di quest’ultima all’artefice; il quale, nell’istante del suo compiersi, ne ha già esaurito ogni diritto di paternità, anche puramente formale. Prelevato dal cassetto e consegnato al mondo, ogni testo è anzitutto apocrifo. E in verità lo è costitutivamente e da sempre, perfino nel segreto di una sua mancata divulgazione.

A questo episodio si riallaccia l’autentico racconto Borges ed io, incluso nella raccolta L’Artefice. Qui, nell’incontro dell’autore famoso con lo sconosciuto che gli presta il nome, dai più interpretato come la rappresentazione della scissione fra l’io pubblico e quello privato, l’eterna e inconciliabile dicotomia della maschera e il volto, c’è tutta l’incapacità dell’artista di convivere con la sua prosaica incarnazione terrena. E non tanto perché mediocre in assoluto, quanto perché, pur nello sfoggio di ogni virtù, irrimediabilmente estranea; eppure è ad essa che il mondo attribuirà (anche nel senso di rendere tributo) l’opera.

Niente può lenire il trauma dello spossessamento, sembra dirci lo scrittore triestino Francesco Burdin nell’epilogo della sua novella intitolata Manes. Il protagonista, ghost writer di un capolavoro acclamato, visto il successo del proprio libro contravviene ai patti e cerca di rivendicarne la paternità. Incapace di rassegnarsi all’anonimato, tenta con ogni mezzo un impossibile recupero, fino al gesto estremo, il plateale omicidio-suicidio dell’usurpatore (sulla scia del William Wilson di Edgar Allan Poe), quasi a farci capire che l’unica alternativa all’opera apocrifa rimane quindi, di fronte all’umanità, l’opera postuma.

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Illazioni su Lucentini https://minimaetmoralia.it/letteratura/franco-lucentini-notizie-dagli-scavi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/franco-lucentini-notizie-dagli-scavi/#respond Tue, 15 Jul 2014 13:47:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22199 Questo pezzo è uscito su Succede oggi.

di Paolo Bonari

Se ha ragione Domenico Scarpa, e Notizie degli scavi è «uno dei più bei racconti italiani del Novecento», qualcuno ne starà componendo il ricordo, perché siamo giunti al cinquantennale della sua pubblicazione, ma può anche darsi che saranno pochissimi quelli che si metteranno a ripensare ai tentativi letterari di Franco Lucentini che precedono il suo incontro con Carlo Fruttero: rari e non ripetuti. Non che le sue siano state prove acerbe, anzi: il giudizio di Scarpa non suona azzardato. C’è da credere che i due si siano divertiti parecchio, nella loro carriera da accoppiati, e non servirebbe altro, per giustificare la bontà della loro scelta; resta la curiosità, però, del futuro che avrebbe avuto davanti il solo Lucentini, il cui contributo al lavoro comune sembrerà minore di quello dell’amico a chi vada a rileggere questo racconto, o romanzetto. Stando attenti alle misure canoniche, di romanzo non dovrebbe trattarsi, ma respiro (precocemente strozzato) e suddivisione interna del testo continuano a darne l’idea.

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Questo pezzo è uscito su Succede oggi. (La foto è di Mauro Raffini)

di Paolo Bonari

Se ha ragione Domenico Scarpa, e Notizie degli scavi è «uno dei più bei racconti italiani del Novecento», qualcuno ne starà componendo il ricordo, perché siamo giunti al cinquantennale della sua pubblicazione, ma può anche darsi che saranno pochissimi quelli che si metteranno a ripensare ai tentativi letterari di Franco Lucentini che precedono il suo incontro con Carlo Fruttero: rari e non ripetuti. Non che le sue siano state prove acerbe, anzi: il giudizio di Scarpa non suona azzardato. C’è da credere che i due si siano divertiti parecchio, nella loro carriera da accoppiati, e non servirebbe altro, per giustificare la bontà della loro scelta; resta la curiosità, però, del futuro che avrebbe avuto davanti il solo Lucentini, il cui contributo al lavoro comune sembrerà minore di quello dell’amico a chi vada a rileggere questo racconto, o romanzetto. Stando attenti alle misure canoniche, di romanzo non dovrebbe trattarsi, ma respiro (precocemente strozzato) e suddivisione interna del testo continuano a darne l’idea.

Una cinquantina di pagine scandite dalla voce, più interiore che esterna, del “professore”, colui che, in prima persona, ha il compito di narrare gli accadimenti, e che tale compito svolge a modo suo, confusamente e faticosamente. Costretto in un gineceo che è, poi, una pensione alquanto equivoca, il professore – che tale non è, ma che così viene appellato, in un gioco sociale del rovescio che è noto – viene redarguito, sgridato, manovrato dalle donne in mezzo alle quali si trova a dover risiedere: donne che esercitano il proprio dominio su “ragazze” che vengono smerciate, le quali, al termine della catena sociale, riescono a comandare almeno sul professore.

Questa (poca) vita dovrebbe essere tutta al passato remoto, perché lontana e scomparsa, ma l’imperfetto fa le veci di quel tempo verbale, a volte, e la loro alternanza costituisce l’unica sfida disponibile, per il lettore: perché l’uno, prima, e l’altro, poi? Perché il professore è sì un minus habens, ma le accensioni lampeggianti le avverte anche lui, così come la relatività del tempo del nostro vivere, il suo essere uno spazio discreto: alcuni attimi sono eterni, altri passano e non sono mai stati veri, forse. Allora, la sfida interpretativa è già vinta, o non c’era bisogno di lanciarla, perché quella difformità temporale è il quotidiano nostro, di tutti noi.

“Il suo mondo”: il professore e basta lo abita, e questo farebbe di lui un disadattato? Ma un orgoglio di chi non tiene il passo della restante fauna esiste, e non è da sottovalutare: il professore è disattento, quando gli altri gli rivolgono la parola; è lui a non concedere la sua attenzione, perché le sue occupazioni sono remote, sono “commissioni” romane da svolgere per conto terzi e, attraverso le difficoltà della sua concentrazione, viene a galla il lavoro altrui non compiuto, scaricato sulle sue spalle che tremano. “Puro di cuore”? Macché: pensa pensieri anche non congrui, il professore, e strilla, spesso, e maledice i presenti, non meno dei loro antenati – una volta appresi gli effetti provocati, attratti gli sguardi altrui, “dice piano”, con vergogna, recita i rituali della riparazione. “Duro di mente”? Lo sarebbe, se non fosse che l’intuizione epistemica terminale è delle più indiscutibili ed è il prodotto della sua ragione ingolfata, non di quelle più smaliziate dei suoi compagni di giornate.

«Chi lo sa chi eravamo, e tutto quanto che era»: un tale excipit, risolutamente novecentesco, reca compagnia all’anima ingabbiata del professore, alla ripetitività meccanica del suo procedere, che proclama il favore o la contrarietà del mondano in termini inequivocabili, incomponibili. “Questa non ci voleva”: qualcosa è andato storto – qualcuno è incappato in una sventura. “Menomale”: tutto è di nuovo a posto – qualcuno è salvo. Nell’assenza di riferimenti alla vicenda sua, che è trascurabile, quel sussurrare: è degli altri che si preoccupa, il professore, o sono loro gli oggetti della sua messa in scena.

Perdente e vittima insostituibile, partecipa ai guai di tutti e nessuno partecipa ai suoi, come se il dolore non fosse possibile, per uno che esibisca la propria menomazione cognitiva: sapere di essere tutti imperfetti, proprio come il tempo che ci definisce, permette la ricomposizione di un sentimento che non è nuovo – non sarebbe un sentimento, se lo fosse. “Siamo tutti sulla stessa barca”, potrebbe concluderebbe il professore, ma quello è il punto della sua partenza: per la possibile felicità, l’innamorarsi della “Marchesa”, l’inaugurazione della spensieratezza che è anche la nostra, laddove ci venga svelato che anche gli altri, insomma, tanto stabili non sarebbero e tutto sarebbe incerto, implausibile, soggetto a quell’“identificazione arbitraria” che è propria delle rovine degli scavi e di quelle umane, di un’umanità impugnata dalla parte della lama.

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Marziani a Rionero in Vulture https://minimaetmoralia.it/editoria/marziani-a-rionero-in-vulture/ https://minimaetmoralia.it/editoria/marziani-a-rionero-in-vulture/#comments Sat, 18 Aug 2012 14:12:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9051 Fate un esperimento: entrate in una libreria, in una grande libreria, e domandate se hanno un reparto fantascienza. Se c'è (e non è detto) scorrete gli scaffali per vedere quali autori ci sono, e troverete tutta roba classica: Asimov, Dick, Bradbury, Clarke, Lem... Provate infine a scovare gli autori italiani, e rimarrete un po' sconcertati. L'ultima volta che l'ho fatto - ero in un megastore Feltrinelli - ho contato i seguenti libri: Valerio Evangelisti con tutta la sua saga eymerichiana, uno dei quattro volumi della classica Le meraviglie del possibile Einaudi curata da Carlo Fruttero insieme a Sergio Solmi, Guerra agli umani di Wu Ming, e La neve se ne frega di Luciano Ligabue. Punto, stop.

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Fate un esperimento: entrate in una libreria, in una grande libreria, e domandate se hanno un reparto fantascienza. Se c’è (e non è detto) scorrete gli scaffali per vedere quali autori ci sono, e troverete tutta roba classica: Asimov, Dick, Bradbury, Clarke, Lem… Provate infine a scovare gli autori italiani, e rimarrete un po’ sconcertati. L’ultima volta che l’ho fatto – ero in un megastore Feltrinelli – ho contato i seguenti libri: Valerio Evangelisti con tutta la sua saga eymerichiana, uno dei quattro volumi della classica Le meraviglie del possibile Einaudi curata da Carlo Fruttero insieme a Sergio Solmi, Guerra agli umani di Wu Ming, e La neve se ne frega di Luciano Ligabue. Punto, stop.

È possibile che mentre intere aree delle librerie vengono colonizzate dalla chick-lit, dai romance, dagli young adult, mentre generi come il fantasy e l’horror godono di buona salute tutto sommato, la fantascienza italiana sia ridotta a così misera cosa; e perché?
Un recente articolo di Carmine Treanni sul portale Fantascienza.com (sito che cito qui subito proprio perché è riferimento imprescindibile: una stazione orbitante nel vuoto interstellare) fa risalire parte della responsabilità della mancata diffusione del genere da noi a un peccato originale del lavoro storico di Fruttero e Lucentini a Urania: l’aver pubblicato pochi italiani – in nome del loro celebre assunto gnomico per cui “un disco volante non può atterrare a Lucca”.
Insomma non è chiaro se l’editoria non sia stata capace di alimentare o invece di recepire una produzione italiana, ma è sicuramente vero che in Italia la fantascienza ha avuto un ruolo marginale, da amatori, da fandom. Questa perifericità ha avuto sicuramente un esito deteriore: escludendo di fatto la sciencefiction dalle letture mainstream, è come se si fosse deprivato l’immaginario italiano di una sua capacità di rovesciamento – la critica politica e sociale che è in fondo è il miocardio del sistema letterario fantascientifico.
Già nel 1982 il saggio Progress versus Utopia, or Can we Imagine the Future di Fredrich Jameson (Feltrinelli l’ha tradotto nella raccolta Desiderio chiamato utopia nel 2007) canonizzava questa percezione, sostenendo come la funzione della fantascienza fosse proprio quella di defamiliarizzare e ristrutturare l’esperienza del nostro presente. Perché allora – in mezzo a schiere di giornalisti che s’improvvisano romanzieri per raccontarci l’Italia di oggi, in una proliferazione pandemica di narratori sociologizzanti – nessuno prova a fare atterrare un alieno a Lucca? Oppure a Mondragone o a San Severo?
In realtà questo accade. Il libro italiano più bello degli ultimi anni in cui questa fantascienza homemade possiede questa capacità defamiliarizzante-ristrutturante è sicuramente Nessuno mi farà del male di Giacomo Monti: una serie di graphic-stories ambientate in una straniatissima provincia italiana in cui ogni tanto fanno la comparsa questi alieni modello anni ’50. Dal libro Gipi ha realizzato il film L’ultimo terrestre, che ha avuto la stessa (pochissima) fortuna di altri futuribili esperimenti italiani, tipo Tutta la conoscenza del mondo di Eros Puglielli, L’arrivo di Wang dei Manetti bros. o anche Beket di Davide Manuli.
Ma questo accade soprattutto nella recente narrativa italiana. In quella che si trova in rete, (da fantascienza.com a next-station.org, dove si ragiona ovviamente molto sulla contaminazione tra generi e tradizioni) ma anche quella meno che con un po’ di acutezza è riconoscibile tra il mainstream. Quasi fossimo stati oppressi da una bolla di realismo auto-rappresentativo (quanti romanzi di non-formazione precaria ci siamo ciucciati in questi ultimi anni, con quante famiglie disfunzionali abbiamo avuto a che fare, quanti noir nutriti di pseudo-inchiesta sono ammassati sugli scaffali delle librerie?), una sfida letteraria interessante sarà invece: come descrivere la fibra emotiva del nostro tempo senza dover rincorrere un calligrafismo fotografico?
Finalmente, si direbbe, questa fantascienza italiana homemade oggi è una sorta di letteratura della post-crisi. O come racconta il romanzo di Claudio Morici L’uomo d’argento, immagina come è il mondo dopo che è successo quello che è successo, ossia un disastro economico globale. Per Morici esiste un’unica roccaforte, dove poter tenere in vita una specie di civiltà in vitro di quella che è stata l’ultima stagione di una gioventù spensierata, libera, disinibita. La città senza nome assomiglia proprio a un’anonima periferia italiana, una Lucca qualunque appunto. E di città di provincia, Ascoli Piceno, Frosinone, Reggio Calabria è invece pieno Gli intervistatori di Fabio Viola, dove questi intervistatori sono delle strane presenze (forse aliene), che si manifestano solo attraverso voci metalliche per rapire personaggi senza arte né parte e sottoporli a spietati interrogatori. Anche per Fabio Viola sembra che l’Italia televisiva dei tg pieni di famiglie in crisi e immigrati negletti sia solo uno sfondo stremato e immobile, dal quale è nata una nuova razza capace di chiedere il conto a chiunque di anni di devastazione etica. Un’operazione simile di distorsione è riuscita a Tommaso Pincio con Cinacittà: qui l’ambientazione del futuro prossimo è una Roma colonizzata dai cinesi, ridotta appunto a una megaperiferia di un mondo civilizzato a cui ormai non apparteniamo più. Cosa che accomuna questi tre autori? Cos’è che li accomuna anche a altri come Laura Pugno con il suo Sirene o Marco Mancassola e La vita erotica dei superuomini che fanno la stessa operazione di “understatement” con l’immaginario dei fumetti (Pugno con i manga, Mancassola con la Marvel)? Cosa accomuna questi libri, una straordinaria capacità di mescolare i codici di derivazione pop con la conoscenza della fantascienza classica (dove per classica si intende anche cyberpunk, steampunk, connettivismo…), e il desiderio di reinventare uno stile neoralista italiano. Chissà se questa strana commistione porterà a una piccola tradizione; del resto è vero – pensiamo alla meteorica parabola anni ’90 del postumano – che le nostre idee di futuro invecchiano e muoiono più in fretta di quanto siano veloci le società tecnologiche a produrre aggiornamenti per i nostri device. Ma è pur vero che come è ovvio la fantascienza riesce a dirci molto di più su quello che siamo, piuttosto che su quello che saremo. E forse se oggi arrivasse un marziano a Roma, saremmo molto più benevoli e vogliosi di illusione di quanto fu Flaiano cinquanta anni fa.

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