Franco Maria Ricci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-maria-ricci/ un blog di approfondimento culturale Wed, 18 Mar 2020 18:49:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Franco Maria Ricci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-maria-ricci/ 32 32 Il falso Borges https://minimaetmoralia.it/letteratura/falso-borges/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/falso-borges/#respond Fri, 30 Sep 2016 12:30:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32153 Questo pezzo è uscito sull'Unità, che ringraziamo.

Una delle poesie più famose di Jorge Luis Borges non è di Jorge Luis Borges. S'intitola Istanti e su Google è citata decine di migliaia di volte. La storia del suo successo non si limita però all'apprezzamento di tanti anonimi fan. L'ultimo ad aver abboccato è stato Fabio Volo, che l'ha declamata con grande enfasi durante il suo programma mattutino a Radio Deejay, ma nel corso del tempo aveva già ispirato un'opera d'arte contemporanea di Riccardo Orsoni, era stata menzionata in un romanzo di Sergio Calamandrei e in un manuale di lingua castigliana (Por supuesto 2 di Joaquin Masoliver), fu usata nello spot pubblicitario della compagnia di assicurazione spagnola Mapfre, e il cantante degli U2 Bono Vox la recitò alla televisione messicana. Tutti, naturalmente, credendola autentica.

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

Una delle poesie più famose di Jorge Luis Borges non è di Jorge Luis Borges. S’intitola Istanti e su Google è citata decine di migliaia di volte. La storia del suo successo non si limita però all’apprezzamento di tanti anonimi fan. L’ultimo ad aver abboccato è stato Fabio Volo, che l’ha declamata con grande enfasi durante il suo programma mattutino a Radio Deejay, ma nel corso del tempo aveva già ispirato un’opera d’arte contemporanea di Riccardo Orsoni, era stata menzionata in un romanzo di Sergio Calamandrei e in un manuale di lingua castigliana (Por supuesto 2 di Joaquin Masoliver), fu usata nello spot pubblicitario della compagnia di assicurazione spagnola Mapfre, e il cantante degli U2 Bono Vox la recitò alla televisione messicana. Tutti, naturalmente, credendola autentica.

Se ne occupò perfino il Centro Borges della Pittsburgh University, al quale pervenivano numerose richieste di expertise dai lettori che non trovavano quei versi nell’opera omnia dell’argentino. L’ente, preoccupato per il diffondersi del falso che sembrava impermeabile a ogni smentita, incaricò il professor Almeida di individuarne il responsabile. Al termine di una lunga ricerca, lo studioso rintracciò due versioni simili dalle quali era stata tratta la poesia, una firmata dal caricaturista Don Herold, che la pubblicò nel 1958 sul Reader’s Digest, e l’altra uscita su un giornale del Kentucky vent’anni dopo ad opera di Nadine Strain. Entrambe presentavano il medesimo titolo: If I had My Life to Live over («Se potessi vivere di nuovo la mia vita»), sul modello della celebre If di Kipling, cioè come un elenco di cose che l’autore farebbe diversamente se gli fosse concessa una seconda opportunità.

Nel passaggio da una variante all’altra si contano parecchi adattamenti, ma i più consistenti si avvertono nell’ultima, quella ascritta a Borges, e sono l’abbandono della prosa in favore della lirica e la chiusa patetico-testamentaria («ma ho 85 anni e so che sto per morire»). È pur vero che fu lo stesso Borges (in saggi e racconti come Pierre Menard) a istigare la pratica dell’apocrifo, sostenendo che la valutazione di un testo è condizionata da fattori esterni, in primis dall’autore cui lo si attribuisce, come se l’opinione del lettore comune fosse irrilevante.

Succede qualcosa di analogo al fruitore del ready made nell’arte contemporanea, il cui spazio critico è confiscato perché non gli si chiede di esprimere un giudizio estetico, bensì di ratificare quello più autorevole di chi l’ha preceduto. In questo senso l’apocrifo di Istanti vanta precedenti illustri.

Nel 1984 uno sconosciuto, stanco di vedere respinti i suoi scritti dalla rivista Nuovi Argomenti, decise di vendicarsi inviandogli un falso racconto di Borges intitolato Il mistero della croce. Millantando la traduzione di Franco Lucentini e la licenza editoriale di Franco Maria Ricci, il testo fu incautamente pubblicato. In seguito il vero autore partecipò al programma televisivo Io confesso con Enza Sampò, in cui svelò l’inganno restando però anonimo nel timore di ritorsioni, giacché lavorava nell’ambiente editoriale.

Oggi questa beffa assume i tratti di un formidabile apologo. Nella vicenda del protagonista, che abdica a se stesso pur di vedere pubblicato il suo lavoro, è in gioco la titolarità dell’opera come problema metafisico. L’impossibilità di sposare il proprio nominativo al destino pubblico dell’opera è il segno della radicale inappartenenza di quest’ultima all’artefice; il quale, nell’istante del suo compiersi, ne ha già esaurito ogni diritto di paternità, anche puramente formale. Prelevato dal cassetto e consegnato al mondo, ogni testo è anzitutto apocrifo. E in verità lo è costitutivamente e da sempre, perfino nel segreto di una sua mancata divulgazione.

A questo episodio si riallaccia l’autentico racconto Borges ed io, incluso nella raccolta L’Artefice. Qui, nell’incontro dell’autore famoso con lo sconosciuto che gli presta il nome, dai più interpretato come la rappresentazione della scissione fra l’io pubblico e quello privato, l’eterna e inconciliabile dicotomia della maschera e il volto, c’è tutta l’incapacità dell’artista di convivere con la sua prosaica incarnazione terrena. E non tanto perché mediocre in assoluto, quanto perché, pur nello sfoggio di ogni virtù, irrimediabilmente estranea; eppure è ad essa che il mondo attribuirà (anche nel senso di rendere tributo) l’opera.

Niente può lenire il trauma dello spossessamento, sembra dirci lo scrittore triestino Francesco Burdin nell’epilogo della sua novella intitolata Manes. Il protagonista, ghost writer di un capolavoro acclamato, visto il successo del proprio libro contravviene ai patti e cerca di rivendicarne la paternità. Incapace di rassegnarsi all’anonimato, tenta con ogni mezzo un impossibile recupero, fino al gesto estremo, il plateale omicidio-suicidio dell’usurpatore (sulla scia del William Wilson di Edgar Allan Poe), quasi a farci capire che l’unica alternativa all’opera apocrifa rimane quindi, di fronte all’umanità, l’opera postuma.

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Via Sellerio a Palermo, per ricordare Enzo ed Elvira https://minimaetmoralia.it/editoria/enzo-elvira-sellerio/ https://minimaetmoralia.it/editoria/enzo-elvira-sellerio/#comments Sun, 28 Feb 2016 06:30:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30114 Oggi a Palermo il sindaco Leoluca Orlando scoprirà la targa che intitola il tratto finale di via Siracusa alla memoria di Enzo e Elvira Sellerio. Pubblichiamo per l'occasione un pezzo di Piero Melati uscito sul Venerdì, ringraziando l'autore e la testata.

di Piero Melati

Per prima cosa hanno abbattuto il muro. Una parete che, nella storica sede palermitana della casa editrice Sellerio, divideva gli uffici di Enzo e di Elvira, dopo la separazione della coppia.

Ma fu vera separazione? I due continuarono ad abitare in appartamenti attigui, di fronte la sede (dove sorge anche il magazzino dei libri e dove giù avevano vissuto i loro genitori), continuarono a lavorare vicini (pur con ruoli diversi), continuarono a frequentarsi e ad aver cura l'uno dell'altro. «Basta muro: papà e mamma ne sarebbero contenti» dicono i figli, Antonio e Olivia.

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Enzo-Elvira-Sellerio

Oggi a Palermo il sindaco Leoluca Orlando scoprirà la targa che intitola il tratto finale di via Siracusa alla memoria di Enzo e Elvira Sellerio. Pubblichiamo per l’occasione un pezzo di Piero Melati uscito sul Venerdì, ringraziando l’autore e la testata.

Per prima cosa hanno abbattuto il muro. Una parete che, nella storica sede palermitana della casa editrice Sellerio, divideva gli uffici di Enzo e di Elvira, dopo la separazione della coppia.

Ma fu vera separazione? I due continuarono ad abitare in appartamenti attigui, di fronte la sede (dove sorge anche il magazzino dei libri e dove giù avevano vissuto i loro genitori), continuarono a lavorare vicini (pur con ruoli diversi), continuarono a frequentarsi e ad aver cura l’uno dell’altro. «Basta muro: papà e mamma ne sarebbero contenti» dicono i figli, Antonio e Olivia.

L’ultima divisione, rimossa il 15 febbraio scorso, ha sancito la nascita del «quartiere Sellerio». Una piccola enclave, dove l’impresa editoriale è rimasta legata alla famiglia. E il 28 febbraio questa storia avrà anche un risvolto toponomastico: il sindaco della città, Leoluca Orlando, scoprirà la targa.

Nascerà così «via Enzo ed Elvira Sellerio», nell’ultimo tratto di via Siracusa (da via Marchese di Villafranca in poi, a due passi dalla centralissima piazza Politeama). Subito dopo una banda musicale guiderà un corteo che confluirà dentro il teatro Politeama, dove amici scrittori ricorderanno i Sellerio leggendo frammenti e scritti a loro dedicati.

La casa dei libretti blu nacque nel 1969, grazie a un piccolo investimento di Enzo (già famoso fotografo) e di Elvira (futura famosa editrice). Da subito si caratterizzò per il formato della collana La memoria (tascabile), per il particolare colore delle copertine, per la scelta del catalogo particolarmente curato anche grazie alla collaborazione di Leonardo Sciascia, che per anni fu di casa in via Siracusa e ne fu il più prestigioso autore.

Via Siracusa, nella mappa di Palermo, è sempre stata la strada nobile dei libri. Oltre a Sellerio, è qui la libreria Novecento di Domitilla Alessi, che fu specializzata in titoli di Franco Maria Ricci (quando l’editore pubblicava la collana La biblioteca di Babele curata da Borges) e ospitava le sede di altri due marchi, Kalòs e Due Punti.

Racconta Oliva Sellerio: «L’ipotesi di una strada dedicata si era ventilata già dopo la morte di mamma, nel 2010, ma bisognava attendere dei tempi tecnici. poi, poco dopo è morto anche papà. La morte è più veloce della burocrazia. Ora è accaduto un fatto buffo: sul sito di Tuttocittà si segnala già una via Sellerio. La toponomastica dunque la contemplava, ancora a insaputa della città».

Palermo e Sellerio, un legame viscerale. «Siamo l’unica casa editrice che ha mantenuto il nome della città di appartenenza sulle nostre copertine» ricorda Antonio Sellerio «una decisione che abbiamo ereditato dai nostri genitori e di cui siamo sempre stati convinti. Abbiamo resistito a chi ci diceva che era meglio diventare globali». Aggiunge Olivia: «Non avremmo mai potuto essere gli editori che siamo se non a Palermo. Questo comporta oneri e onori. Viviamo in un’isola, qui ti abitui a resistere, perché tutto è più difficile. La tecnologia consentirebbe oggi di fare gli editori ovunque, senza sede fissa, senza identità. Ma da noi la città entra continuamente, e altrettanto esce. Siamo veicolo di sicilianità».

L’icona è Andrea Camilleri. Ma la real casa annovera (in ordine sparso) Manzini, Tornatore, Nigro, Malvaldi, Stassi, Piazzese, Recami, Deagli, Sofri, Giménez-Bartlett, Violante, Pastor, Steiner, Cataluccio, Canfora, Moresini. Ha lanciato o rilanciato da Carofiglio a Tabucchi, ha scoperto Bufalino e Bolaño, ci ha fatto riscoprire Trollope, Schulberg, Dexter, Block, ha pubblicato Dumas, Voltaire, Stevenson, Fallada, Consolo, Dolci, Pirandello. E mantiene una libreria a Mondello.

«Una finestra sul mare» dicono.

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