Franco Rella Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-rella/ un blog di approfondimento culturale Thu, 26 Jun 2014 16:00:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Franco Rella Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/franco-rella/ 32 32 Il corpo a corpo della scrittura https://minimaetmoralia.it/scrittura/il-corpo-a-corpo-della-scrittura/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/il-corpo-a-corpo-della-scrittura/#comments Thu, 26 Jun 2014 16:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21784 Il desiderio di scrittura può nascere per contagio: frequentazione, lettura, intrattenimento con altre scritture che lo muovono e che diventano modello, scuola di formazione. È il modo più frequente ma anche quello che finisce facilmente per rientrare nei generi noti: l’ispirazione letteraria e i linguaggi specialistici, disciplinari.

Un altro percorso, meno visibile, è quello che parte da sommovimenti interni - pensieri, emozioni, sentimenti - che, nel tentativo di arrivare alla parola, trovano proprio nei linguaggi già dati della cultura una barriera.

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(Immagine: Man Ray. Fonte)

Il desiderio di scrittura può nascere per contagio: frequentazione, lettura, intrattenimento con altre scritture che lo muovono e che diventano modello, scuola di formazione. È il modo più frequente ma anche quello che finisce facilmente per rientrare nei generi noti: l’ispirazione letteraria e i linguaggi specialistici, disciplinari.

Un altro percorso, meno visibile, è quello che parte da sommovimenti interni – pensieri, emozioni, sentimenti – che, nel tentativo di arrivare alla parola, trovano proprio nei linguaggi già dati della cultura una barriera.

La mia esperienza appartiene a questo secondo tipo, legato al desiderio di conoscenza di sé, esplorazione di zone rimosse, accantonate, del pensiero e del sentire del singolo, anche se quasi sempre le più universalmente condivise: come l’amore, la nascita, l’invecchiamento, la malattia, la morte. La scrittura diventa allora il viaggio o il “sentiero” (Franco Rella) che si spinge verso zone di frontiera tra corpo e mente, inconscio e coscienza, sogno e realtà. Ma anche il luogo dove tutti i dualismi possono essere mostrati, descritti, esplorati a fondo attraverso la ricerca di nessi, legami che ci sono sempre stati tra poli costruiti artificialmente come opposti e complementari, e che possono, modificandosi, dare luogo a forme più libere e più creative nell’agire e nell’esprimersi.

Quella che in più occasioni ho definito “scrittura di esperienza” interroga innanzi tutto il pensiero, il suo radicamento nella memoria del corpo, nelle sedimentazioni profonde che hanno dato forma inconsapevolmente al nostro sentire. In quelle zone remote e “innominabili” , la storia particolarissima di ogni individuo incontra comportamenti umani che sembrano eterni, immodificabili, uguali sotto ogni cielo: passioni elementari, sogni, costruzioni immaginarie, rappresentazioni del mondo, riconoscibili in ogni spazio e tempo. Tra queste, vanno a collocarsi le figure del maschile e del femminile, che il corso della storia ha modificato, ma non tanto da cancellare i tratti della vicenda originaria che ha dato loro volti innegabilmente duraturi.

A differenza dell’autobiografia, che lavora sui ricordi, sulla loro messa in forma all’interno di una narrazione, di un senso compiuto, la scrittura che vuole spingersi “ai confini del corpo”, in prossimità delle zone più nascoste alla coscienza, si affida a frammenti, schegge di pensiero, emozioni, che compaiono proprio quando si opera una dispersione del senso. Si tratta di far luce su un terreno di esperienza che resta generalmente confinato in una “naturalità” astorica.

È quello che Franco Rella chiama l’ “impresentabile della vita” (F.Rella, Dall’esilio, Feltrinelli 2004), e che potremmo anche chiamare le “viscere della storia”, di cui si vedono oggi i riflessi deformati, banalizzati, nell’industria dello spettacolo, nella pubblicità, nel populismo, nel razzismo, ma su cui sembra difficile produrre cultura e cambiamenti. La scrittura che tenta di portare alla luce il “mare ribollente delle cose non dette” non è, come qualcuno potrebbe pensare, un “genere”, nonostante l’evidente parentela con la diaristica, le lettere, l’autobiografia. Non prevede tecniche né codici particolari. Nel medesimo tempo, si può dire che attraversa tutti i “generi”, producendo dislocazioni, modificazioni del linguaggio, nuove costellazioni di senso.

Gli “antecedenti” di quella che appare, prima ancora che una scrittura, una disposizione del pensiero, appartengono per un verso alla mia storia personale, e per l’altro, alla storia dei movimenti degli anni ’70: il movimento antiautoritario nella scuola, la rivista “L’erba voglio” (1971-1977), e il femminismo. Dal corso di studi liceali e dall’università sono uscita con la consapevolezza che gran parte della mia vita – legata all’origine contadina, alle inquietudini di adolescente scampata al destino dei suoi parenti e al ruolo tradizionale femminile – fosse rimasta fuori dalle aule scolastiche, o “fuori tema”, come venivano a volte giudicati i miei scritti, ritenuti, per altro invece formalmente lodevoli.

L’incontro, a Milano, dopo la fuga dalla provincia e proprio quando mi accingevo ad assumere il “ruolo” di insegnante, con la “pratica non autoritaria” e col movimento delle donne, è stata una specie di rivoluzione copernicana: corpo, sessualità, relazioni parentali, vita affettiva, considerati materia “intima”, privata,  e come tale estranea ai saperi, ai linguaggi colti, così come alle grandi questioni della politica, acquistavano un’inedita cittadinanza e legittimità. Il “fuori tema” diventava il tema. L’esperienza più “impresentabile” , dissepolta e restituita alla parola, allo sguardo di una collettività attenta, veniva a occupare un posto di primo piano in quella “narrazione di sé” che è stata l’“autocoscienza”, pratica politica anomala, originale, del femminismo: un “fare e disfare”, una rilettura della storia personale fatta di andirivieni, sogno e lucidità di analisi, sostenuta o contraddetta dall’attenzione di altre donne, un guardare e essere guardate nei risvolti più profondi, spesso inconsapevoli, di una “rappresentazione del mondo aprioristicamente ammessa” (Sibilla Aleramo).

Era un narrarsi particolarissimo, affidato prima alla parola e solo in un secondo tempo, quando ci si rese conto dei mascheramenti che essa opera, dei non-detti che contiene, alla scrittura. La parola scritta appariva come un terreno più solido: un reperto di memoria ibrido, come le stratificazioni rocciose, innesto di elementi diversi, scomponibili; una costruzione che si può guardare alle spalle, negli anfratti, che vela e lascia filtrare allo stesso tempo. La scrittura consente in effetti una grande varietà di movimenti: si può entrarvi e uscirne, aderirvi fino al ricalco o, al contrario, scostarsi e produrre un solco che ce ne separi. Si lascia manipolare, sezionare, ridurre a frammenti esilissimi, senza  che si debba temere di vederla sparire, diventare solo respiro. È capace di accogliere la solitudine del singolo, il chiuso di una stanza, ma anche la relazione con gli altri e col mondo, il narrare e il riflettere.

All’inizio degli anni ’80, il campo di osservazione si allarga e si approfondisce, in coincidenza con una lunga analisi. Vengo colta con mia sorpresa da una scrittura per me insolita, fatta di frasi brevi, frammenti segnati da un sottofondo emotivo, legato a vicende della vita personale. Sono dello stesso periodo, forse non a caso, la scoperta di Sibilla Aleramo (di quella che io chiamerei una singolare autoanalisi più che l’autobiografia di “una donna”), le rubriche di posta del cuore e di scritture del privato sul settimanale Ragazza In (1981-1983) e su Noi donne (1990-1993). Un rilievo particolare assumono anche le scritture che nascono all’interno dei corsi delle donne, emanazione dei “corsi 150 ore”, in cui già insegnavo dal 1976. È il momento in cui mi si fa più evidente la parentela tra scritture considerate di scarto – lettere, diari, note sparse – e scritture colte, tra il sentimentalismo attribuito alle donne e uno dei miti più duraturi del pensiero maschile: l’ideale androgino, la “mente creativa” di cui parla Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé.

L’Aleramo definisce la sua opera “un furore di autocreazione incessante”, “una somma enorme di vita”. L’esperienza messa la centro è il “sogno d’amore”, l’eterna illusione di “fare di due uno”: fondere due esseri diversi in un unico essere armonioso. Alla scrittura viene chiesto di mettere in scena l’andirivieni di “estasi” e “gelo”, ma anche il “lucido sguardo” che lo analizza e che costruisce via via la “mesta libertà” della donna che ha trovato “il fastidioso obbligo di vivere per sé”. Si tratta, nel caso dell’Aleramo, di una scrittura autoanalitica, di un percorso di svelamento, riguardante sia la vita che la scrittura stessa. Nel primo caso si decanta il sogno fusionale, l’unità a due degli amanti, nel secondo l’immagine androgina (“armonia degli opposti”) che sta dietro alla poesia e a ogni creazione artistica. Quando si accorge di non riuscire più a “poetare”, Sibilla scrive:

Questa mia sotterranea, seconda vita… Questa corrente tacita di pensieri e di sentimenti…è questa che lui vorrebbe io traducessi in poesia, violentandomi, disumanandomi, forse uccidendomi? Questo lui fa sopra di sé, ma lui è uomo e non ne muore…” (Sibilla Aleramo, Un amore insolito, Feltrinelli 1979).

A raccogliere questo “flusso irrefrenabile di vita”, che resiste a lasciarsi “consumare” dalla “mente incandescente” della poesia, sarà il Diario, un genere noto, ma a cui Sibilla darà un’impronta del tutto originale facendone il luogo della rilettura e dello svelamento, la narrazione e l’analisi di sé attraverso cui si compie l’originale cammino di una coscienza femminile anticipatrice.

Mi sembra importante dire che tutte queste scritture – dall’Aleramo a Michelstaedter, Nietszche, Freud, che compaiono nel mio libro Come nasce il sogno d’amore (Rizzoli 1988, Bollati Boringhieri 2002) – non sono state trattate come materiale di studio. Le ho accostate con un procedimento che chiamerei di riscrittura: pedinare il testo, ricalcarlo, lasciarsi sedurre dalle parole dell’altro, fondersi o confondersi con esso, e poi scostarsi quel tanto che permette di poterlo mostrare, decantare, scoprirne il senso nascosto, il non-detto. Di nuovo sogno e lucidità, in un avvolgimento difficile da districare, un’autoanalisi fatta attraverso degli alter-ego, voci, volti, metafore che ci portiamo dentro, in quel paesaggio primordiale che è la “memoria del corpo”, sempre pronto a sprofondare nel mistero e nell’indicibile.

L’abitudine a scavare dentro i testi, a scomporli in frammenti, a ricalcarne le orme fino a perdersi, per poi aprire un solco e rileggere sé e l’altro con un’autonomia prima sconosciuta, è la lezione più originale e duratura del femminismo e delle sue “pratiche”: autocoscienza e pratica dell’inconscio.

La consapevolezza dei molti volti con cui la donna è stata identificata, non poteva che esprimersi come attraversamento di una “rappresentazione del mondo aprioristicamente ammessa e poi compresa per virtù di analisi”, un processo lento, come la tela di Penelope, per districarsi da una foresta di simboli, maschere, amate e odiate, divenute, malgrado tutto, via obbligata di sopravvivenza. Con un movimento opposto a quello dell’autobiografia, preoccupata di comporre la frammentarietà in un tutto omogeneo, la rilettura/riscrittura cerca nella dispersione del senso la strada per avvicinarsi a una percezione più reale di sé.

Dentro di me sento aprirsi sconnessure e temo perdermi in brandelli prima d’aver capito la nuova trama del mio essere eppure in fondo in fondo un senso di libertà un’eccitazione di essere pronta sul limite di un continente che finalmente potrò esplorare senza paura e se paura avrò sarò pronta a non mentirmi ad affrontare anche la verità di quel femminile misterioso oscuro come una caverna buia da cui non sai se tornerai…” (Agnese Seranis, Io, la strada e la luce di luna, Edizioni del Leone, Spinea, Venezia 1988).

Il femminismo degli anni ’70, la pratica collettiva del “narrarsi”, è come se avessero frantumato lo specchio in cui qualcuna aveva sperato di vedersi a tutto tondo. Per la costruzione di un sé più autonomo da modelli interiorizzati era necessario lo sguardo di altre donne, la disponibilità a interrogare la trama profonda del proprio essere, a riconoscere i molti volti e voci che ci abitano.

Ma si può “scrivere “ il corpo, le sue passioni, le sue ombre, le sue ferite, il suo lato impresentabile, l’orrore e il piacere che lo attraversano? L’avvicinamento a un’ “area di frontiera”, ancora in parte inesplorata comincia nel momento in cui prendiamo coscienza di quanto la storia, i linguaggi, i saperi correnti, siano incapaci di attingere a un sentire più autentico. Le parole ci sembrano sempre più usurate, mute nei loro risvolti interni. È come se fosse necessario “forare” incrostazioni di superficie, mettere in atto quella che Asor Rosa chiama una “mineralogia del pensiero”, costruire canali sotterranei, riallacciare percorsi nascosti, “imparare un’altra lingua”.

Questa è, per certi aspetti, la finalità di una  “scrittura di esperienza”: imparare la lingua ibrida del mondo interno, sfatarlo dei suoi miti, scoraggiarne il silenzio, riconoscere i “tesori di cultura” che nasconde, dare un nome alle “cose che non siamo stati ancora capaci di nominare”. E sono ancora tante.

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La scrittura, il sogno d’amore e l’impresentabile della vita https://minimaetmoralia.it/scrittura/la-scrittura-il-sogno-damore-e-limpresentabile-della-vita/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/la-scrittura-il-sogno-damore-e-limpresentabile-della-vita/#comments Fri, 09 May 2014 15:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20453 Relazione al convegno organizzato dall’Università dell’autobiografia ad Anghiari il 7 maggio 2004.

Ci sono scritture d’amore che nascono nel momento stesso in cui si decanta il sogno d’amore, inteso come ideale ricongiungimento di forze opposte, quel “matrimonio dei contrari”, fusione di maschile e femminile, che secondo Virginia Woolf  rende la mente “androgina”, “naturalmente creatrice, incandescente e indivisa”, capace di trasmettere l’emozione senza ostacoli. Che costo di follia, sofferenza e morte abbia avuto questo sforzo di rendere “fertile” la mente, per le donne che hanno tentato “creature di spirito anziché di sangue”, è scritto nelle loro biografie.

Identificate con la “natura vivente” dell’origine, con un “Tu privo di volto e di lingua”, le donne non potevano che muoversi con difficoltà, contraddizioni, lacerazioni, tra un’esperienza corporea, sentimentale, emozionale, considerata “ostacolo”, “materia estranea”alla creazione artistica, e una parola salvifica capace di rigenerarla, ma solo a patto che fosse “interamente consumata” (1).

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Relazione al convegno organizzato dall’Università dell’autobiografia ad Anghiari il 7 maggio 2004.

Ci sono scritture d’amore che nascono nel momento stesso in cui si decanta il sogno d’amore, inteso come ideale ricongiungimento di forze opposte, quel “matrimonio dei contrari”, fusione di maschile e femminile, che secondo Virginia Woolf  rende la mente “androgina”, “naturalmente creatrice, incandescente e indivisa”, capace di trasmettere l’emozione senza ostacoli. Che costo di follia, sofferenza e morte abbia avuto questo sforzo di rendere “fertile” la mente, per le donne che hanno tentato “creature di spirito anziché di sangue”, è scritto nelle loro biografie.

Identificate con la “natura vivente” dell’origine, con un “Tu privo di volto e di lingua”, le donne non potevano che muoversi con difficoltà, contraddizioni, lacerazioni, tra un’esperienza corporea, sentimentale, emozionale, considerata “ostacolo”, “materia estranea”alla creazione artistica, e una parola salvifica capace di rigenerarla, ma solo a patto che fosse “interamente consumata” (1). L’”istinto d’amore, di bellezza, di armonia”, scrive Sibilla Aleramo, è “infinitamente tirannico ed esige da solo i più folli sforzi”. Se la poesia è, per un verso, la “rorida potenza” che sottrae la “larva femminile” al silenzio, per l’altro è anche quell’immagine sublime che potrebbe “cancellarla” dalla vita.

Questa mia sotterranea, seconda vita… Questa corrente tacita di pensieri e di sentimenti… questa che lui vorrebbe io traducessi in poesia, violentandomi, disumanandomi, forse uccidendomi? Questo lui fa sopra di sé, ma lui è uomo e non ne muore…”(2)

Anticipando consapevolezze e intuizioni che saranno del femminismo degli anni ’70, l’Aleramo fa della sua scrittura un singolare processo di “svelamento”, un’autoanalisi più che un’autobiografia, rilettura e riscrittura del sogno d’amore visto sotto diversi aspetti: “miracolo che di due esseri complementari fa un solo essere armonioso”, ma anche ideale di interezza, “sensi e ragione”, riportato sia alla vita che alla creatività poetica. Nel momento in cui si decanta l’altalena tra “gelo” e “estasi”, che contraddistingue la favola amorosa, quello che si profila è un “mesto, lucido sguardo” capace di dare voce al “mistero singolo”, al “fastidioso obbligo di vivere per sé”, alla malinconia con cui si va costruendo un’individualità femminile, nel distacco da ciò che si era amato e in cui si era creduto.

Anche Virginia Woolf mette la scrittura in rapporto con la “parte invisibile e tacita” della sua vita, ma anziché intraprendere un lavoro di scavo e di analisi, diffidente verso l’autobiografia e il “dannato egocentrismo” femminile, lascia che sia il travaglio inconscio a riportare sulla superficie del presente l’ombra di scene e figure del passato, mentre tocca alla narrazione dare a quei frammenti disordinati, oscuri, inquietanti, un’architettura solida, unitaria, che abbia la parvenza della realtà. Ma, consapevole delle “scosse”, degli assalti dolorosi con cui i rari “momenti di essere” emergono  dall’ “ovatta” del “non essere”,  in un breve scritto poco noto, Quando si è malati, Virginia riconosce che c’è una larga parte dell’esperienza, legata più direttamente al corpo, che ancora non ha posto nella lingua, nella “dicibilità”.

Quando si pensa all’universalità della malattia, ai tremendi cambiamenti spirituali che esse provocano…alle rovine e ai deserti dell’animo che la più leggera influenza ci svela… a come sprofondiamo nell’abisso della morte… quando ci tolgono un dente… ci stupisce il fatto che alla malattia non sia stato assegnato, assieme all’amore, alla guerra e alla gelosia, un posto fra i supremi argomenti della letteratura… La letteratura fa del suo meglio per dimostrare che la sola cosa che interessa è l’animo, che il corpo è come un volgare pezzo di vetro attraverso il quale si può vedere chiaro e netto lo spirito… che, salvo una o due passioni, come la gola e il desiderio carnale, questo corpo è trascurabile, perfino inesistente. Eppure la verità è tutt’altra. Sia di giorno che di notte il corpo sempre interviene… Gli uomini scrivono sempre sull’attività mentale… E così nessuno si occupa di quelle lunghe guerre del corpo (in cui l’animo fa la parte dello schiavo) che si svolgono nella solitudine di una stanza da letto, contro l’attacco della febbre o la minaccia della malinconia. La causa di questa negligenza non è difficile da scoprire. Per guardare queste cose in faccia, bisognerebbe avere il coraggio di un domatore di leoni; una robusta filosofia; un intelletto radicato nelle viscere della terra… La lingua inglese che può esprimere i pensieri di Amleto e la tragedia di Lear, non possiede parole per descrivere i fremiti e il mal di testa. E’ cresciuta in una sola direzione”. (3)

La malattia, come la passione, il dolore, la solitudine, il male, appartengono a quei momenti della vita individuale e collettiva in cui, come scrive Franco Rella nel suo ultimo libro, Dall’esilio (Feltrinelli 2004), “ci si sente proiettati al di là di tutto, in una terra d’esilio in cui pare sgretolarsi ogni parola, e dunque la possibilità di comunicare agli altri il senso di una esperienza che si avverte come estrema”. I tentativi di andare oltre l’“indicibile”, Rella li va a cercare “nelle pieghe” di alcuni testi letterari e a artistici, là dove la scrittura, scardinando le regole dei linguaggi conosciuti, a livello poetico e filosofico, ha tentato di forzare il mistero, l’opacità, l’imprendibilità di alcuni territori dell’esperienza, per captarne anche solo un’immagine, un frammento di verità, e darne testimonianza (come fa il superstite). Per descrivere che cosa intende per “scrittura del corpo, della passione, del dolore”, usa la metafora del “viaggio”, dell’oscillazione del pensiero intorno a un confine, a una soglia, che permette di tenere insieme concetti contraddittori: il bene e il male, la vita e la morte, il pensiero e l’assenza di pensiero, il silenzio e le parole.

Uno spostamento analogo del pensiero maschile, divenuto consapevole della mutilazione profonda che produce il dualismo  -la dialettica degli opposti e di quella ideale riunificazione che è il sogno d’amore – compare nel libro di Alberto Asor Rosa, L’ultimo paradosso (Einaudi 1986), e nella Mente estatica di Elvio Fachinelli (Adelphi 1989). Le immagini sono diverse, ma analogo è il tentativo di spingere la scrittura verso un’ “area di frontiera” che l’ “uomo civile” ha accantonato, perché sentita come pericolosa per l’affermazione di un “io personale”. Asor Rosa parla di una “mineralogia del pensiero”, capace di strappare al  “mare ribollente delle cose non nominate” – il mondo delle cose che “non siamo stati capaci fino a questo punto di dire” – anche soltanto “frammenti di parole, spezzoni di significato, cristalli di idee… tutto un pulviscolo di immagini e sensazioni per cui non sembriamo avere, per ora, né classificazioni né definizioni”.

Nelle notazioni rarefatte con cui si apre La mente estatica di Fachinelli, compare l’immagine delle regge di Creta “aperte verso il mare”: difese che cadono, paletti lasciati andare alla deriva, un “sistema di vigilanza di impostazione virile”che si allenta per dare accoglimento a un femminile riconosciuto come “il cuore di molte e diverse esperienze”.

Il calore dell’amore sembra dunque che possa entrare nella vita e nella scrittura, paradossalmente, proprio quando si riesce a prendere distanza dall’eccitazione e dalla febbre raggelante dell’illusione amorosa, quando, rinunciando alla pretesa di “rinominare” il mondo, la scrittura, in qualunque forma si manifesti, sopporta di collocarsi dentro un terreno ibrido, dove si danno insieme, indisgiungibili, corpo e pensiero, sentimenti e ragioni, vita e morte, bellezza e orrore, dicibile e indicibile. Se per il pensiero maschile si tratta soprattutto di abbattere gli sbarramenti che la cultura ha messo alla memoria della materia, richiamo temibile alla parziale indistinzione originaria con la madre, per le donne la strada è più tortuosa, dovendo venire a capo di un duplice esilio: dal corpo, con cui sono state identificate, ma che si è modellato sullo sguardo di un uomo, sulle sue paure e desideri, e dalla parola, che non era destinata a loro.

Dalla difficile navigazione tra uno scoglio e l’altro, la scrittura femminile – quella letteraria ma anche quella del privato – ha creduto generalmente di potersi salvare con il miraggio di una ideale ricomposizione, facendo propria fatalmente la forma storica che ha preso l’idea di felicità e armonia: il mito androgino, l’uomo-femmina, il sole gravido di Zarathustra, i “mille seni dell’acqua” che vanno a nutrire il cielo, la madre che si ricongiunge al figlio, la divinità duplice dell’origine in forma capovolta.

Nelle scritture del privato, pubblicate nelle rubriche di Posta che ho tenuto su “Ragazza In” (1983-1986), e “Noi donne” (1990-1993), erano frequenti i riferimenti al parto e alla nascita per indicare un immaginario ricorrente che vede nella scrittura il corpo “fecondo” per una rigenerazione di sé nell’interezza, o l’“operazione chirurgica” capace di svellere il dolore e disperderlo. Lettere, diari, note di quaderno, nate dalla solitudine e dal silenzio, si affrettano quasi sempre a riempire quel vuoto con una parola “piena”, che nello sforzo quasi mistico di sovrapporsi alla vita, si condanna in realtà alla retorica e all’insignificanza.(4)

Un cambiamento significativo avviene quando le scritture, pur continuando a essere prodotte nel privato, vanno a collocarsi in un ambito collettivo, esposte nella loro nudità agli sguardi di altri, alla possibilità quindi di essere riconosciute o contrastate, colte in ciò che dicono e che non dicono, interrogate in presenza di chi le ha prodotte. Mi riferisco agli scritti che nascono spontaneamente all’interno dei corsi delle donne sulla base di una riflessione su di sé volta a cogliere nelle singole storie la traccia di una storia più generale, riguardo al rapporto tra i sessi, ma anche tra individuo e società, tra inconscio e coscienza. Una “rappresentazione aprioristicamente ammessa” si sgretola, come si augurava Sibilla Aleramo, “per virtù d’analisi”, e perché l’attenzione vigile di altre permette a chi parla o scrive di essere ascoltata “come se sognasse”.

L’andirivieni tra sogno e lucidità di analisi è il tratto più significativo di scritture che risentono non solo di una consapevolezza nuova, più libera da modelli interiorizzati, ma anche di quella pratica originale del femminismo che è stata l’”autocoscienza”: un fare e disfare la narrazione di sé, lo svelamento continuo di false “nudità”, un riattraversamento della memoria disposto a sopportarne i meandri, le zone oscure, i paradossi, le intuizioni lucide. Qualcosa di simile si è verificato nella rubrica di “posta del cuore” del settimanale “Ragazza In”, quando le lettere delle adolescenti, portate fuori dallo schema domanda/risposta, e spinte all’ascolto reciproco, come in una sorta di gruppo virtuale di autocoscienza “tramite scrittura”, hanno potuto aprire una breccia nell’involucro che il sogno, la solitudine, il mondo interno creano attorno all’individuo.

L’interesse per quel tipo di scrittura che ho chiamato “scrittura di esperienza”, per distinguerla dall’autobiografia e dagli “scritti del cassetto”, improntati entrambi, sia pure in modo diverso, a una preoccupazione di senso, o una esigenza interpretativa, è cominciato all’inizio degli anni ’80, ma non è mai diventato un campo di studi o di osservazione oggettiva. È stato da subito, a partire dalla scoperta dell’Aleramo, un corpo a corpo tra scritture, la mia e quella dei frammenti strappati ai testi che incontravo. La scrittura d’amore, dall’Aleramo alla posta del cuore, all’Epistolario e all’unico libro di Carlo Michelstaedter, La persuasione e la retorica, mi ha colto di sorpresa, proprio nel momento in cui l’amore veniva meno: come abbandono da parte di un uomo, ma soprattutto come perdita dell’illusione d’amore, del sogno di potersi fondere con l’altro. E da subito l’amore si è posto nella scrittura, consapevolmente, nel suo aspetto di passione originaria, impronta di quel primo “modello di ogni felicità” che Freud ha collocato nella relazione ancora indivisa tra la madre e il figlio.

I brevi frammenti con cui si apre il mio libro, Come nasce il sogno d’amore (5), parlano di una “nascita a sé” e alla scrittura che hanno come culla il gelo, ma che non hanno bisogno di allontanarlo per continuare a vivere. Una scrittura che si era fatta “rada”, disarticolata, per lasciarmi vivere, che poteva sopportare il dolore e il silenzio, nominare il cuore e i piedi, inabissarsi e riemergere per strada, alle fermate dei semafori, nelle situazioni più impensate, diventava per la prima volta intrattenimento, presenza sentimentale, compagnia, consolazione. La passione d’amore e il  sogno fusionale, mentre venivano distanziati quanto bastava per poterne vedere l’incanto e l’illusorietà, rientravano nascostamente in una modalità di lettura/riscrittura degli scritti altrui, che mi è poi diventata famigliare. Il movimento è quello dello scavo e della decontestualizzazione, alla ricerca delle venature di memoria o di “preistoria” che il testo si porta dentro, a sua insaputa.

I frammenti, isolati in un primo tempo attraverso la sottolineatura, vengono poi trascritti a mano, ricalcati fino a confondersi con le orme dell’altro, in una specie di abbraccio amoroso che smarrisce entrambi i protagonisti – il lettore e l’autore – per poi restituirli, lungo il tragitto e il solco che fa la mano, in un distanziamento che li vede cambiati, più consapevoli delle reciproche somiglianze e diversità. Questa commistione di pensieri, voci, sentimenti, fa sì che si possano riportare nel cuore della scrittura interlocutori assenti, rimettere in scena i sogni a dispetto della coscienza che li ha stanati, riattraversare il dolore, la paura, la contraddittorietà dei desideri, spostandoli su una specie di doppio, accostarsi all’“indicibile” della propria esperienza appropriandosi della spudoratezza degli altri.

Il calore dell’amore è entrato nella mia scrittura insieme a quella “deriva morenica”, per usare un’espressione di Franco Rella, che è l’impasto di voci, volti, sedimenti immaginari, di cui sono fatte le nostre storie, uniche e universali, solitarie e popolate, maschili e femminili, stando alla definizione dei generi che ha dato la storia. Mi sono anche chiesta se questo modo di procedere, che opera una spoliazione dei testi, costringendoli a dire ciò che nascondono, che li svuota cercando “tesori di cultura” nascosti, verità impalpabili ma essenziali, depositate come relitti negli angoli bui del pensiero, non sia anche un tentativo di tenere insieme temporalità diverse: l’origine e la storia, il “per sempre e mai più” dell’infanzia, i residui  notturni sepolti nella memoria del corpo, e la temporalità storica che prevede perdite, separazioni, mutamenti, riconoscimento del limite e della morte.

Note:

  1. Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, in Per le strade di Londra, Garzanti 1974, p.289.
  2. Sibilla Aleramo, Un amore insolito, Feltrinelli 1979, p.125.
  3. Virginia Woolf, Quando si è malati, in Per le strade di Londra, cit., pagg.155-156.
  4. cfr. Lea Melandri, La mappa del cuore, Rubbettino Editore 1992; Idem, Migliaia di foglietti ,MobyDick 1996.
  5. Lea Melandri, Come nasce il sogno d’amore, Rizzoli 1988 (Bollati Boringhieri 2002).

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Franco Rella: il filosofo che ha restituito all’Io maschile un corpo https://minimaetmoralia.it/libri/franco-rella/ https://minimaetmoralia.it/libri/franco-rella/#comments Wed, 22 Jan 2014 16:35:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17584 Ci sono molte ragioni per rallegrarsi della ristampa del libro del filosofo Franco Rella, Ai confini del corpo (Garzanti 2012). Alcune è l’autore stesso a indicarle: una politica che ha volutamente invaso lo spazio che sta sul limite dell’inizio-vita e quello ancora più sottile che lo separa dalla morte; la presenza sempre meno eludibile intorno a noi di “soggetti, persone, corpi con il loro carico di dolore”; l’evidenza che “non esiste una questione del corpo disgiunta dalla questione del potere”.

Per chi ha seguito con continuità il suo percorso singolare, si tratta semplicemente di riconoscere a Rella il merito di avere aperto al pensiero nuove strade possibili, portando il soggetto a conoscersi e ad avvicinarsi un po’ di più alla verità del proprio essere. Se siamo capaci di guardare dentro noi stessi e il mondo, non è difficile accorgersi che la noia − come scrive Proust − “è un panno caldo e grigio rivestito all’interno di una seta dai colori più smargianti”, che nel rovescio abitualmente invisibile di un ordine dato si possono fare scoperte illimitate. Da una ricerca che vuole restare dentro l’ambito della filosofia, a riparazione della “censura” che essa ha operato storicamente sull’esperienza corporea, nasce tuttavia anche un’idea diversa della politica − la persona al posto del cittadino − e la costruzione di un’antropologia capace di ripensare e modificare il rapporto di potere tra i sessi.

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(Immagine: Francesca Woodman)

Ci sono molte ragioni per rallegrarsi della ristampa del libro del filosofo Franco Rella, Ai confini del corpo (Garzanti 2012). Alcune è l’autore stesso a indicarle: una politica che ha volutamente invaso lo spazio che sta sul limite dell’inizio-vita e quello ancora più sottile che lo separa dalla morte; la presenza sempre meno eludibile intorno a noi di “soggetti, persone, corpi con il loro carico di dolore”; l’evidenza che “non esiste una questione del corpo disgiunta dalla questione del potere”.

Per chi ha seguito con continuità il suo percorso singolare, si tratta semplicemente di riconoscere a Rella il merito di avere aperto al pensiero nuove strade possibili, portando il soggetto a conoscersi e ad avvicinarsi un po’ di più alla verità del proprio essere. Se siamo capaci di guardare dentro noi stessi e il mondo, non è difficile accorgersi che la noia − come scrive Proust − “è un panno caldo e grigio rivestito all’interno di una seta dai colori più smargianti”, che nel rovescio abitualmente invisibile di un ordine dato si possono fare scoperte illimitate. Da una ricerca che vuole restare dentro l’ambito della filosofia, a riparazione della “censura” che essa ha operato storicamente sull’esperienza corporea, nasce tuttavia anche un’idea diversa della politica − la persona al posto del cittadino − e la costruzione di un’antropologia capace di ripensare e modificare il rapporto di potere tra i sessi.

Se si è costretti a parlare di “confini” tra corpo e linguaggio è perché abbiamo ereditato una visione del mondo dualistica: il corpo visto come oggetto da parte di un soggetto conoscente, una relazione ostile che si è trasformata in controllo, violazione e sfruttamento, ma che per questo non ha mai abbandonato la nostalgia per l’armoniosa riunificazione di ciò che la storia ha diviso. Dal momento che le condizioni materiali del vivere sono state identificate col sesso femminile, è attraverso il corpo della donna che l’uomo è andato cercando per secoli il mistero della sua esistenza, del nascere e del morire, della passione amorosa e della sofferenza. Scostandosi dall’“atto sacrificale” con cui si è affermato nelle civiltà esistenti il principio paterno − come principio spirituale che trascende le leggi della natura −, Rella porta allo scoperto una contraddizione evidente: non si può parlare, scrivere del corpo, senza interrogarsi sul soggetto conoscente, in quanto soggetto incorporato, sessuato, senza riportare su di sé l’interrogativo: “E io? E io e il mio corpo?”. Da questa domanda , che rivoluziona la visione del mondo mettendo il soggetto maschile nella posizione associata tradizionalmente alla donna, alla passività, alla vergogna dell’“essere guardato”,  prende avvio un saggio “audace e innovativo”, sia nell’esplorazione dei territori “impresentabili” dell’esperienza umana, sia nella ricerca di forme di “scrittura critica”, dove si danno insieme inseparabili pensiero ed emozioni.

Le linee guida di un viaggio che si lascia aperte volutamente strade, sorprese, ripensamenti, sono dunque essenzialmente due: forzare i confini del corpo, varcare sempre nuove soglie per addentrarsi nel suo mistero e dare parola alle passioni che lo abitano, gioie e patimenti, e al medesimo tempo interrogarsi su come “scrivere il corpo” evitando che si riduca alle parole che ne parlano. L’esito è una scrittura che si interroga costantemente su se stessa, che vuole mantenersi fedele a un Io incorporato, diventare corpo pensante, amalgama di ragione e sentimenti, una scrittura che, se da un lato insegue l’opportunità di una “trama”, si lascia poi felicemente attrarre dalla “logica del frammento”. A prevalere sulla forma tradizionale del saggio è il “movimento erratico del pensiero” che come una “deriva morenica” si ingrossa via via che avanza, incorporando materiali eterogenei: letteratura, arte, filosofia, schegge narrative, frammenti di esperienza propria, eventi tecno-politici. La parola che tenta di avvicinarsi al “cuore di tenebra” della civiltà e di ogni individuo non può che essere una “parola vacillante”, un filo teso che in ogni istante può spezzarsi. È questa consapevolezza che, impedendo al singolare percorso di pensiero e di scrittura di Rella di fermarsi all’incontro di letteratura, arte e filosofia, gli permette di entrare in un terreno fatto di “ossessive iterazioni, note, aforismi, soprassalti della coscienza”.

“Cosa posso dire io di fronte a questi appunti, che si rifiutano a ogni forma, che sfuggono da tutte le parti, che si muovono come vogliono, senza che io possa né dirigerli, e nemmeno raccoglierli in una qualsiasi trama?”

Contro l’acclimatamento all’orribile che occupa la scena del mondo, ma anche il mal vivere di ogni vita singola, la salvezza sembra venire dalla “fede” in una  “parola” che ha la capacità di ascolto e la “compassione”  necessaria per assumersi la responsabilità di rappresentare l’“irrappresentabile”. Il capovolgimento del cogito ergo sum − “È attorno al corpo che si avvita il pensiero come un rampicante intorno all’albero che lo sostiene” −, del guardare in essere guardato, non poteva che riflettersi anche sulla scrittura che si fa a sua volta “cavità aperta”, accogliente, assumendo su di sé modi di essere che sono stati da sempre attribuiti al femminile.

“Questo libro cresce incorporando parole, immagini, esperienze, ricordi. Sembra che tutto questo sia attratto da una cavità aperta nel corpo della scrittura che, procedendo, essa non riempie e nemmeno delimita. Scena cava, dunque, su cui si stagliano immagini che ho colto, che ho vissuto, che ho mescolato le une alle altre fino al punto che io stesso fatico a distinguerle.”

Ora, tornando al tema centrale del libro, il corpo e il suo “inesorabile essere lì”, con le sue passioni, l’eros e la sofferenza, Rella sa bene che i nessi tra la condizione materiale del vivere e il pensiero ci sono sempre stati e che la difficoltà a farli emergere sta nell’atto fondativo stesso della coscienza, nel suo essersi posta al di sopra e al di fuori dei vincoli biologici. L’idea stessa che il corpo abbia dei “confini”, sia pure sfrangiati e pieni di aperture come tutti gli steccati di difesa, nasce dalla logica contrappositiva e ostile che ne ha fatto una “terra straniera”, una “fanghiglia barbarica”.

A inchiodare l’Io al corpo sono quelle esperienze che lo lasciano allo scoperto − la sessualità, la malattia, l’invecchiamento e la fine della vita −, tanto da far pensare che “la filosofia, l’arte, gli affari” non siano altro che “un immenso ostracismo contro l’alito della morte, una stasi di fronte al suo mistero, al suo smarrimento, alla sua feroce presenza”. “C’è ancora spazio − si chiede Rella − nella rete sempre più fitta dei poteri diffusi che regolano e ordinano il piano della realtà, per la possibile verità del singolo, messo di fronte a se stesso, al proprio corpo, alle proprie passioni, alla sua vita e alla sua morte?”

Un  Io maschile che ritrova il suo essere corpo non poteva non attraversare i luoghi che sono stati considerati “destino” della donna, e il ripensamento che ne ha fatto il femminismo, come riscoperta della politicità della vita personale, dei segni che la cultura dominante ha impresso durevolmente sui corpi e le identità di un sesso e dell’altro. In una critica al dualismo che sa “chiamare le cose col loro nome”, che non esita ad addentrarsi in “analisi spinte, sintesi impudiche, palpeggiamenti lascivi di temi scabrosi”, la figura femminile assume inevitabilmente una rappresentazione duplice: è il “pube fiorito” di Nanà, che fa irruzione nell’arte e nella letteratura inaugurandola modernità (Manet, Zola), è il corpo morto, pietrificato di Albertine (Proust), il corpo erotico attraverso cui l’uomo, con la carezza e il graffio, l’amore e la violenza, cerca un sé corporeo irraggiungibile.

È solo a metà del libro che all’immagine femminile più nota subentra quella di Claudia, la donna che ha uno sguardo proprio, una sua autonomia, a cui Rella riconosce di non poter dare espressione e racconto. Innanzi tutto perché l’uomo sa poco di come una donna percepisce il suo corpo, e poi perché restituire a Claudia il suo sguardo vorrebbe dire far cadere tutta l’impalcatura fantastica, emozionale, narrativa, su cui si regge il libro, la cultura a cui appartiene. Se non si può cambiare radicalmente strada nella rappresentazione della donna, si può “fermarsi un poco a riflettere sulla sorte di Claudia e sul destino dei sessi, approdare ad alcuni esiti sorprendenti”.

Liberando la donna dai suoi lacci, l’esperienza del corpo si fa anche per l’uomo più vicina, più “propria”, meno misteriosa. Vuol dire incontrare la singolarità e l’interezza di ogni essere.

Nel caso di Rella, del cambiamento che riguarda il soggetto maschile, il suo lasciarsi guardare, la sua disponibilità a “sapersi” e a “raccontarsi”, è il corpo della scrittura a dare conto, ma a parlare a tutti e tutte è la felicità dei percorsi nuovi e inaspettati che si aprono al pensiero e alla pratica politica, alla creatività del singolo, così come ai cambiamenti in atto in una società oggi terremotata nei suoi fondamenti arcaici. Per tornare alla suggestiva immagine di Proust, “gli arabeschi” che stanno sul rovescio del “panno grigio” delle abitudini forse non sono più di casa solo nel sogno ma in ciò che il desiderio dissidente comincia a pensare reale e possibile.

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La memoria del corpo nella scrittura di esperienza https://minimaetmoralia.it/scrittura/la-memoria-del-corpo-nella-scrittura-di-esperienza/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/la-memoria-del-corpo-nella-scrittura-di-esperienza/#comments Tue, 17 Dec 2013 11:13:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16829 Pubblichiamo il testo di un intervento inedito che Lea Melandri ha tenuto a un incontro sul tema “La memoria del corpo nella scrittura di esperienza” nel 2006. (Immagine: Francesca Woodman)

Quella che in più occasioni ho definito “scrittura di esperienza” interroga innanzi tutto il pensiero, il suo radicamento nella memoria del corpo, nelle sedimentazioni profonde che hanno dato forma inconsapevolmente al nostro sentire. In quelle zone remote e “innominabili” , la storia particolarissima di ogni individuo incontra comportamenti umani che sembrano eterni, immodificabili, uguali sotto ogni cielo: passioni elementari, sogni, costruzioni immaginarie, rappresentazioni del mondo, riconoscibili in ogni spazio e tempo. Tra queste, vanno a collocarsi le figure del maschile e del femminile, che il corso della storia ha modificato, ma non tanto da cancellare i tratti della vicenda originaria che ha dato loro volti innegabilmente duraturi.

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Pubblichiamo il testo di un intervento inedito che Lea Melandri ha tenuto a un incontro sul tema “La memoria del corpo nella scrittura di esperienza” nel 2006. (Immagine: Francesca Woodman)

Quella che in più occasioni ho definito “scrittura di esperienza” interroga innanzi tutto il pensiero, il suo radicamento nella memoria del corpo, nelle sedimentazioni profonde che hanno dato forma inconsapevolmente al nostro sentire. In quelle zone remote e “innominabili” , la storia particolarissima di ogni individuo incontra comportamenti umani che sembrano eterni, immodificabili, uguali sotto ogni cielo: passioni elementari, sogni, costruzioni immaginarie, rappresentazioni del mondo, riconoscibili in ogni spazio e tempo. Tra queste, vanno a collocarsi le figure del maschile e del femminile, che il corso della storia ha modificato, ma non tanto da cancellare i tratti della vicenda originaria che ha dato loro volti innegabilmente duraturi.

A differenza dell’autobiografia, che lavora sui ricordi, sulla loro messa in forma all’interno di una narrazione, di un senso compiuto, la scrittura che vuole spingersi “ai confini del corpo”, in prossimità delle zone più nascoste alla coscienza, si affida a frammenti, schegge di pensiero, emozioni, che compaiono proprio quando si opera una dispersione del senso.

Si tratta di far luce su un terreno di esperienza che resta generalmente confinato in una “naturalità” astorica: la nascita, l’infanzia, i ruoli sessuali, l’amore, l’invecchiamento, la malattia, la morte. È quello che Franco Rella chiama l’“impresentabile della vita”  (F.Rella, Dall’esilio, Feltrinelli 2004), e che potremmo anche chiamare le “viscere della storia”, di cui si vedono oggi i riflessi deformati, banalizzati, nell’industria dello spettacolo, nella pubblicità, nel populismo, nel razzismo, ma su cui sembra difficile produrre cultura e cambiamenti. La scrittura che tenta di portare alla luce il “mare ribollente delle cose non dette” non è, come qualcuno potrebbe pensare, un “genere”, nonostante l’evidente parentela con la diaristica, le lettere, l’autobiografia. Non prevede tecniche né codici particolari. Nel medesimo tempo, si può dire che attraversa tutti i “generi”, producendo dislocazioni, modificazioni del linguaggio, nuove costellazioni di senso.

Anche gli effetti sono vari e molteplici: non solo estetici, né solo conoscitivi, ma anche formativi e in senso lato terapeutici. Inoltre, restituire alla storia, alla cultura, alla politica, passioni e accadimenti considerati ad esse estranei – l’”altro”, l’impolitico, l’astorico, ecc.- può essere un modo per entrare in una relazione inedita con la società in cui viviamo, indurre senso di responsabilità e desiderio di cambiamento. La ricaduta è perciò doppia: sulla storia personale e sulle relazioni sociali. In modo particolare, interessa la scuola, in quanto luogo dove l’organizzazione precoce dell’individuo può essere coattivamente “ripetuta”, o, nel migliore dei casi, “ripresa” per aprirsi a nuove soluzioni. Ci sono domande, emozioni, vissuti che si affacciano nell’infanzia e che, per non aver trovato risposte o parole per essere detti, sembrano aver fatto naufragio. Sono rimasti, rispetto alla scuola, ai suoi saperi, alle sue norme, il “fuori tema”.

“Nella mia breve infanzia non ricordo alcun momento lieve né vera spensieratezza. Tutto pesava gravemente…Prendere tutto tra le braccia. Controllare tutto. Reprimere tutto. Dire a chi? Rimettersi a chi? Con chi condividere l’aria troppo dolce, l’odore funebre delle margherite, l’eco dei treni che già collegavo all’idea di allentamento, di separazione…Non è la stessa cosa dire che un treno passa o appoggiare i gomiti per ascoltare quel rumore che mi stringe il cuore da sempre. È per questa ragione forse che i cattivi maestri mi dicevano che ero disordinata. Avrebbero dovuto chiedermi perché quel rumore del treno evocava in me un tale strazio. Era il loro compito. Avrebbero dovuto farlo. Avrebbero dovuto farmi le vere domande. Questa parte segreta della mia infanzia rimane come un campo di solitudine. Così sciolta. Non avrò tregua finché questo campo non sarà seminato di tutte quelle parole censurate nella mia infanzia” .

(Francoise Lefèvre, Il Piccolo Principe Cannibale, Franco Muzzio Editore, Padova 1993)

I corpi, la sessualità, gli stereotipi di genere, i sentimenti, la relazione con l’altro, il diverso, hanno nella scuola il loro teatro primo- insieme alla famiglia-, ma anche il loro inquadramento secondo norme di ordine e disciplina. Restano perciò il “sottobanco”, anche se segnalano vistosamente la loro presenza, i loro interrogativi, la loro vitalità. Oggi la scuola incontra una forte concorrenza nei media: lì il corpo, la vita intima, le “viscere”, sono, al contrario, sovraesposte, benché collocate in una posizione regressiva  -esibizionismo e voyeurismo- che non le sprivatizza né le fa oggetto di riflessione. Come tornare a fare esperienza di vissuti, pensieri, passioni così squadernati all’esterno, così ridotti a chiacchiera? Come far sì che il “narrare di sé” diventi nella scuola un momento formativo? È indispensabile, per questo, che l’insegnante abbia acquisito egli stesso famigliarità col mondo interno, l’abitudine all’autocoscienza -cura e conoscenza di sé-, così come è importante la dimensione collettiva. Lo sguardo dell’altro vede là dove noi siamo ciechi, può contraddirci, mostrare la nostra complicità con modelli interiorizzati a nostra insaputa.

Un passaggio importante, per evitare l’impaccio dell’“essere guardati”, può essere quello di spingere lo sguardo sulle scritture di altri, scomporle, spiare nelle crepe, vedere il non-visto: decontestualizzare, frammentare, sezionare, e lasciarsi poi, a propria volta, interrogare da questi frammenti. C’è in questo modo di procedere, contrario a ogni corretta regola scolastica, qualcosa che richiama la “mineralogia del pensiero”, di cui parla Alberto Asor Rosa nel suo libro L’ultimo paradosso (Einaudi 1986).

Avverto in giro il bisogno di piantare una trivella in questo universo verbale sottostante, che, come un’immensa galassia sconosciuta, ci trasporta verso un mondo altrettanto incognito, anche soltanto per cavarne frammenti di parole, spezzoni di significato, cristalli di idee- tutto un pulviscolo di immagini e di sensazioni, una vera e propria mineralogia del pensiero, per cui non sembriamo avere, per ora, né classificazioni né definizioni… Invece di cercatori d’ora o di petrolio, cercatori di parole: parole antiche dimenticate, parole nuove non mai dette. Questo è il semplice assoluto della fine del secondo millennio.”

Gli “antecedenti” di quella che appare, prima ancora che una scrittura, una disposizione del pensiero, appartengono per un verso alla mia storia personale, e per l’altro, alla storia dei movimenti degli anni ’70: il movimento antiautoritario nella scuola, la rivista “L’erba voglio” (1971-1977), e il femminismo. Dal corso di studi liceali e dall’università sono uscita con la consapevolezza che gran parte della mia vita – legata all’origine contadina, alle inquietudini di adolescente scampata al destino dei suoi parenti e al ruolo tradizionale femminile – fosse rimasta fuori dalle aule scolastiche, o “fuori tema”, come venivano a volte giudicati i miei scritti, ritenuti, per altro invece formalmente lodevoli. L’incontro, a Milano, dopo la fuga dalla provincia e proprio quando mi accingevo ad assumere il “ruolo” di insegnante, con la “pratica non autoritaria” e col movimento delle donne, è stata una specie di rivoluzione copernicana: corpo, sessualità, relazioni parentali, vita affettiva, considerati materia “intima”, privata,  e come tale estranea ai saperi, ai linguaggi colti, così come alle grandi questioni della politica, acquistavano un’inedita cittadinanza e legittimità. Il “fuori tema” diventava il tema.

L’esperienza più “impresentabile” , dissepolta e restituita alla parola, allo sguardo di una collettività attenta, veniva a occupare un posto di primo piano in quella “narrazione di sé” che è stata l’ “autocoscienza”, pratica politica anomala, originale, del femminismo: un “fare e disfare”, una rilettura della storia personale fatta di andirivieni, sogno e lucidità di analisi, sostenuta o contraddetta dall’attenzione di altre donne, un guardare e essere guardate nei risvolti più profondi, spesso inconsapevoli, di una “rappresentazione del mondo aprioristicamente ammessa” (Sibilla Aleramo).

Era un narrarsi particolarissimo, affidato prima alla parola e solo in un secondo tempo, quando ci si rese conto dei mascheramenti che essa opera, dei non-detti che contiene, alla scrittura. La parola scritta appariva come un terreno più solido: un reperto di memoria ibrido, come le stratificazioni rocciose, innesto di elementi diversi, scomponibili; una costruzione che si può guardare alle spalle, negli anfratti, che vela e lascia filtrare allo stesso tempo. La scrittura consente in effetti una grande varietà di movimenti: si può entrarvi e uscirne, aderirvi fino al ricalco o, al contrario, scostarsi e produrre un solco che ce ne separi. Si lascia manipolare, sezionare, ridurre a frammenti esilissimi, senza  che si debba temere di vederla sparire, diventare solo respiro. È capace di accogliere la solitudine del singolo, il chiuso di una stanza, ma anche la relazione con gli altri e col mondo, il narrare e il riflettere.

Il gruppo “sessualità e scrittura” nasce nel 1977 con l’intenzione di dare un seguito alle intuizioni del femminismo, in particolare per quanto riguarda il radicamento inconscio del pensiero nell’esperienza corporea, nello psichismo profondo, nelle configurazioni immaginarie che lo sostengono al di là di ogni apparente razionalità. L’idea di riflettere sulla scrittura è mosso dall’insoddisfazione di ciò che fino ad allora si era prodotto: documenti falsamente collettivi e racconti di storie personali eccessivamente interpretativi. Discutibile appare soprattutto l’anonimato, che in realtà copriva il protagonismo di poche, quelle che già sapevano scrivere. Si voleva uscire dal mito del collettivo, dal silenzio sulla differenza tra quelle che scrivono diari e quelle che scrivono libri di successo, dall’idea della scrittura come strumento. Dall’intento iniziale di occuparsi soprattutto degli scritti pubblici, si passò quasi inavvertitamente a un’analisi delle “scritture del cassetto”, viste da alcune come una “pratica solitaria per costruirsi una cultura in un luogo protetto, fuori da uno sguardo giudicante”.

Ma si dovette riconoscere subito che dominante era “la componente autobiografica, emotiva, introspettiva  -controllare meglio la propria storia, la propria crescita, la propria identità”- che poteva diventare autoanalisi, verifica e rafforzamento di un’analisi di sé, se svolta prevalentemente non in solitudine ma con altre. Diventava importante recuperare l’emotività, l’affettività, la sessualità come valore oltre che come coscienza, riconoscerle come parte di meccanismi che stanno alla base del nostro giudizio e non come peccato femminile che ne impedisce la lucidità a l’autonomia.

…sconvolgere, nella scrittura delle donne, i modi di pensare e di esprimersi acquisiti senza che si avesse la libertà di scegliere, rintracciare l’origine e il farsi della parola scritta dentro la storia del corpo, imparare a leggere impietosamente, dentro i nostri scritti, la scrittura dell’inconscio, i molteplici segnali della violenza subita (A zig zag, numero unico, Milano 1978).

All’inizio degli anni ’80, il campo di osservazione si allarga e si approfondisce, in coincidenza con una lunga analisi. Vengo colta con mia sorpresa da una scrittura per me insolita, fatta di frasi brevi, frammenti segnati da un sottofondo emotivo, legato a vicende della vita personale. Sono dello stesso periodo, forse non a caso, la scoperta di Sibilla Aleramo (di quella che io chiamerei una singolare autoanalisi più che l’autobiografia di “una donna”), le rubriche di posta del cuore e di scritture del privato sul settimanale Ragazza In (1981-1983) e su Noi donne (1990-1993). Un rilievo particolare assumono anche le scritture che nascono all’interno dei corsi delle donne, emanazione dei “corsi 150 ore”, in cui già insegnavo dal 1976. È il momento in cui mi si fa più evidente la parentela tra scritture considerate di scarto -lettere, diari, note sparse- e scritture colte, tra il sentimentalismo attribuito alle donne e uno dei miti più duraturi del pensiero maschile: l’ideale androgino, la “mente creativa” di cui parla Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé.

L’Aleramo definisce la sua opera “un furore di autocreazione incessante”, “una somma enorme di vita”. L’esperienza messa la centro è il “sogno d’amore”, l’eterna illusione di “fare di due uno”: fondere due esseri diversi in un unico essere armonioso. Alla scrittura viene chiesto di mettere in scena l’andirivieni di “estasi” e “gelo”, ma anche il “lucido sguardo” che lo analizza e che costruisce via via la “mesta libertà” della donna che ha trovato “il fastidioso obbligo di vivere per sé”. Si tratta, nel caso dell’Aleramo, di una scrittura autoanalitica, di un percorso di svelamento, riguardante sia la vita che la scrittura stessa. Nel primo caso si decanta il sogno fusionale, l’unità a due degli amanti, nel secondo l’immagine androgina (“armonia degli opposti”) che sta dietro alla poesia e a ogni creazione artistica. Quando si accorge di non riuscire più a “poetare”, Sibilla scrive:

Questa mia sotterranea, seconda vita…Questa corrente tacita di pensieri e di sentimenti…è questa che lui vorrebbe io traducessi in poesia, violentandomi, disumanandomi, forse uccidendomi? Questo lui fa sopra di sé, ma lui è uomo e non ne muore…” (Sibilla Aleramo, Un amore insolito, Feltrinelli 1979).

A raccogliere questo “flusso irrefrenabile di vita”, che resiste a lasciarsi “consumare” dalla “mente incandescente” della poesia, sarà il Diario, un genere noto, ma a cui Sibilla darà un’impronta del tutto originale facendone il luogo della rilettura e dello svelamento, la narrazione e l’analisi di sé attraverso cui si compie l’originale cammino di una coscienza femminile anticipatrice.

Mi sembra importante dire che tutte queste scritture –dall’Aleramo a Michelstaedter, Nietszche, Freud, che compaiono nel mio libro Come nasce il sogno d’amore (Rizzoli 1988, Bollati Boringhieri 2002)- non sono state trattate come materiale di studio. Le ho accostate con un procedimento che chiamerei di riscrittura: pedinare il testo, ricalcarlo, lasciarsi sedurre dalle parole dell’altro, fondersi o confondersi con esso, e poi scostarsi quel tanto che permette di poterlo mostrare, decantare, scoprirne il senso nascosto, il non-detto. Di nuovo sogno e lucidità, in un avvolgimento difficile da districare, un’autoanalisi fatta attraverso degli alter-ego, voci, volti, metafore che ci portiamo dentro, in quel paesaggio primordiale che è la “memoria del corpo”, sempre pronto a sprofondare nel mistero e nell’indicibile.

L’abitudine a scavare dentro i testi, a scomporli in frammenti, a ricalcarne le orme fino a perdersi, per poi aprire un solco e rileggere sé e l’altro con un’autonomia prima sconosciuta, è la lezione più originale e duratura del femminismo e delle sue “pratiche”: autocoscienza e pratica dell’inconscio.

La consapevolezza dei molti volti con cui la donna è stata identificata, non poteva che esprimersi come attraversamento di una “rappresentazione del mondo aprioristicamente ammessa e poi compresa per virtù di analisi”, un processo lento, come la tela di Penelope, per districarsi da una foresta di simboli, maschere, amate e odiate, divenute, malgrado tutto, via obbligata di sopravvivenza. Con un movimento opposto a quello dell’autobiografia, preoccupata di comporre la frammentarietà in un tutto omogeneo, la rilettura/riscrittura cerca nella dispersione del senso la strada per avvicinarsi a una percezione più reale di sé.

Dentro di me sento aprirsi sconnessure e temo perdermi in brandelli prima d’aver capito la nuova trama del mio essere eppure in fondo in fondo un senso di libertà un’eccitazione di essere pronta sul limite di un continente che finalmente potrò esplorare senza paura e se paura avrò sarò pronta a non mentirmi ad affrontare anche la verità di quel femminile misterioso oscuro come una caverna buia da cui non sai se tornerai…” (Agnese Seranis, Io, la strada e la luce di luna, Edizioni del Leone, Spinea, Venezia 1988).

Il femminismo degli anni ’70, la pratica collettiva del “narrarsi”, è come se avessero frantumato lo specchio in cui qualcuna aveva sperato di vedersi a tutto tondo. Per la costruzione di un sé più autonomo da modelli interiorizzati era necessario lo sguardo di altre donne, la disponibilità a interrogare la trama profonda del proprio essere, a riconoscere i molti volti e voci che ci abitano.

Il corpo oggi

Parlando di corpo, sessualità, sentimenti, vita intima, e di scritture mirate a cogliere l’esperienza nei suoi risvolti meno dicibili, viene immediato il confronto col presente. Quella che in passato poteva apparire come “sotterranea, seconda vita”, “preistoria” sepolta nelle viscere della civiltà o lasciata a margine della vita pubblica, negli interni delle case, dei rapporti famigliari, oggi è decisamente in scena, in sovraesposizione. Ma il corpo divenuto protagonista nei media è, a guardar bene, un corpo sempre più ridotto a se stesso: sparisce il corpo vissuto, il corpo pensato, animato, resta una massa corporea malleabile, scomponibile, ridotta alle sue componenti materiali prime, cellule, geni, embrioni. Il corpo sparisce proprio nel momento della sua massima ostentazione.

L’altro volto di questo mascherato occultamento è l’ideale di una soggettività “nomade”, “liberata”, capace di molteplici “metamorfosi”. Anche in questo caso siamo messi di fronte alla “inafferrabilità” dell’esperienza corporea e, più in generale, delle vicissitudini che hanno il corpo come parte in causa. Un luogo di resistenza a questi processi di decorporeizzazione può essere la scrittura, se abbandona le sue pretese di “rigenerazione”, di nascita sublime, di armonioso ricongiungimento nella potenza del “verbo”. Oggi è l’esperienza di noi stessi che ci viene rapinata dai media, dalla pubblicità, dai sogni incarnati nelle merci.

Ma si può “scrivere “ il corpo, le sue passioni, le sue ombre, le sue ferite, il suo lato impresentabile, l’orrore e il piacere che lo attraversano? L’avvicinamento a un’ “area di frontiera”, ancora in parte inesplorata comincia nel momento in cui prendiamo coscienza di quanto la storia, i linguaggi, i saperi correnti, siano incapaci di attingere a un sentire più autentico. Le parole ci sembrano sempre più usurate, mute nei loro risvolti interni. È come se fosse necessario “forare” incrostazioni di superficie, mettere in atto quella che Asor Rosa chiama una “mineralogia del pensiero”, costruire canali sotterranei, riallacciare percorsi nascosti, “imparare un’altra lingua”.

Questa è, per certi aspetti, la finalità di un “laboratorio di scrittura di esperienza”: imparare la lingua ibrida del mondo interno, sfatarlo dei suoi miti, scoraggiarne il silenzio, riconoscere i “tesori di cultura” che nasconde, dare un nome alle “cose che non siamo stati ancora capaci di nominare”.

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