François Hollande Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francois-hollande/ un blog di approfondimento culturale Wed, 05 Apr 2017 19:11:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg François Hollande Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/francois-hollande/ 32 32 “Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/#comments Wed, 22 Mar 2017 13:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29237 (fonte immagine)

È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

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È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

S’iscrisse al Pci dopo la liberazione. Nel 1945 iniziò a lavorare all’Unità, per poi diventarne direttore nel 1956, appena trentenne. Dissidi con Togliatti produssero il cambio alla direzione e il ritorno in Puglia quale segretario regionale. Eletto deputato nel 1968, dal 1973 fece parte della direzione del partito e della segreteria Berlinguer. Ha provato a dare il proprio contributo ideale, valoriale nella complessa mutazione Pci-Pds-Ds-Pd. «Non appartengo a quelli che si pentono del loro passato. Sì, sono stato comunista. Peggio, sono stato uno dei massimi dirigenti del Pci e non è che non veda errori e orrori e non li senta sulla mia pelle. Il fatto è che accanto a questi io ho la piena consapevolezza della parte che i comunisti hanno avuto nella lotta per la democrazia. Non era Stalin, ma la patria che ci chiamava. Lo stesso partito che però per il suo legame con l’Urss ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana», dice.

La necessità di mettere in campo una forte idea di ricostruzione del paese, ma inseparabile dalla lotta per il riscatto sociale. Questa è la storia di una democrazia difficile e di un’unità incompiuta. È il Pci che spiega la storia d’Italia oppure è la storia d’Italia che spiega il Pci? Si domanda e domanda Reichlin nella biografia, che si fa riflessione sull’oggi, La mia Italia (Donzelli, 149 pagine, 18 euro). Affiora l’irrequietezza per un lutto non elaborato, per la debolezza del modo in cui è stata gestita la crisi del Pci e la confluenza nel nuovo partito: «Chi come me viene dalla sinistra storica non può sentirsi innocente, se il nuovo soggetto politico in cui siamo approdati sembra così incerto, quasi senza un’anima e privo di un pensiero lungo sul futuro».

Reichlin pone al centro della sua analisi la potenza dell’economia che erode il potere della politica in quanto interesse generale. Denuncia quel che sappiamo, la concreta formazione di una plutocrazia mondiale mai vista prima. Livelli di concentrazione delle risorse paragonabili a prima della Rivoluzione francese. «L’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione», scrive. È vero quel che premette nella prima pagina: «Non è una predica, né un furbesco chiamarsi fuori». Ma è la nostalgia per la foto di gruppo di giovani intellettuali, che si mischiarono a tanti piccoli Di Vittorio, ad animare le pagine.

L’autore argomenta la crisi di una costituzione materiale, del modo di stare insieme. Considera il “nuovismo” renziano l’immagine di un paese “senza”, un’immagine sospesa nel vuoto. Afferma che il significato etico della politica si può ritrovare non in astratto, ma nell’asprezza della lotta e del fare.

La mia Italia è la storia di una generazione che non si è tirata indietro. Ugo Stille scrisse in memoria di Giaime Pintor: «La nostra amicizia significò allora un “crescere assieme”. Era un legame che faceva di ciascuno di noi quasi una parte dell’altro». Allora viene alla mente l’immagine più bella del libro pubblicato da Donzelli. Piombiamo nella Roma dell’otto settembre 1943, il trauma e la vergogna di una intera classe dirigente in fuga, la scomparsa dello Stato, i bombardamenti e la lotta partigiana. Reichlin arriva in bicicletta dai Castelli romani e incontra solo macerie. Cerca l’amico e compagno di scuola Luigi Pintor. Giaime, il fratello più grande, che era ufficiale dello Stato maggiore, chiede loro di accompagnarlo da Leopoldo Piccardi, al ministero dell’industria in via Veneto. Piccardi era il solo membro del governo rimasto a Roma e il Palazzo era completamente deserto. Il Cln vuole aprire i depositi militari e distribuire le armi. Poi attraversano Piazza dei Cinquecento per giungere a una caserma. Qui, ricorda Reichlin, un tranviere scende dalla vettura e si unisce ai soldati italiani. Continua a sparare fin quando resta steso a terra per quel possibile che è la democrazia.

Reichlin, vorrei cominciare dalla Puglia, dall’Ilva a Taranto. Un’impresa in perdita dove si muore. Il 17 novembre è deceduto Cosimo Martucci, operaio 49enne. Lo scorso giugno il trentacinquenne Alessandro Morricella è stato travolto dalla ghisa fusa e vapore, mentre lavorava alla base dell’altoforno numero 2. Che cosa ha rappresentato nella sua vita il centro siderurgico?

«È stato un impegno grandissimo, perché è venuta a Taranto negli anni in cui ero lì. Non avevamo nessuna esperienza di che cos’è una fabbrica come l’Ilva. Il problema generale che ci investì era l’idea che fosse l’inizio di una vera e propria industrializzazione della Puglia. L’impianto era grandioso, uno dei maggiori centri siderurgici d’Europa. Non avevamo le idee chiare sull’impatto ambientale, poiché non avevamo nessuna esperienza precedente in questo senso. Ci battevamo molto per rendere democratiche le assunzioni. Allora furono assunti migliaia di operai attraverso canali clientelari. E cercavamo di fondare in mezzo a questa massa del tutto nuova il sindacato. Ho trascorso molte giornate davanti ai cancelli, perché era l’unico modo di parlare direttamente con gli operai. Arrivavano camion, pullman da varie parti della Puglia. Non era facile farsi ascoltare durante i cambi di turno, comizi di cinque, dieci minuti. Creammo un’organizzazione. Lo fece essenzialmente la Fiom, ma allora i rapporti tra sindacato e partito comunista erano strettissimi, eravamo la stessa cosa. Il centro si è anche molto – troppo – esteso, perché non era così all’inizio. Avevo già la preoccupazione, l’assillo degli effetti sul rione Tamburi esposto alle nocività della produzione. Ricordo riunioni su riunioni fatte con i compagni del luogo».

La zuppa del demonio non bastava.

«A noi l’Ilva sembrò una svolta molto insufficiente. Quando si ruppe il triangolo industriale e venivano coinvolte Emilia, Marche e in parte Toscana, la nostra linea fondamentale era che lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe dovuto essere uno sviluppo basato su una trasformazione molecolare della società meridionale. Fondamentalmente creare capitale sociale. Non credevamo che potesse avvenire attraverso l’imposizione di industrie calate dall’alto. Io avevo chiarissimo in testa, credo di averlo anche molto scritto, che il modello di sviluppo sarebbe dovuto partire dalla massa reale dei lavoratori pugliesi che erano i contadini e quindi uscire prima di tutto dai patti colonici semi feudali. I socialisti mi accusarono di “agrarismo”, mentre invece ritenevo che questa fosse la linea più feconda, più avanzata, di suscitare dal basso come era avvenuto in Emilia. Pensavo, mi illudevo, che soprattutto in Puglia, dove era meno forte l’arretratezza (era primitiva: una cosa diversa), si potesse lavorare su un nuovo impasto tra la forza lavoro, erano lavoratori straordinari, e una piccola e media borghesia non di rendita ma attiva».

 Nel 1962 andò a Bari con il compito di dirigere il Pci regionale. Nella raccolta Dieci anni di politica meridionale ‘63-’73 si domandava retoricamente: «È stato industrializzato il Mezzogiorno?» Per poi rispondersi: «In realtà si è industrializzato ulteriormente il Nord». Che cosa è andato storto?

«Il problema fondamentale era quello di mutare la funzione del Mezzogiorno nella vita nazionale. La scelta dell’industrializzazione era stata fatta, avendo la Cassa abbandonato dall’inizio degli anni Sessanta gli investimenti massicci in agricoltura. Tutti gli incentivi erano stati dirottati nel finanziamento dei poli industriali. Parliamo di migliaia di miliardi tra pubblico e privato. Il Nord, grazie alla particolare condizione sociale e politica della realtà meridionale, ha potuto sfruttare le riserve della mano d’opera espulse dalla campagna, ha utilizzato le materie prime e i semilavorati dalle industrie di base e inoltre ha utilizzato la crescita del tessuto urbano meridionale per alimentare certi consumi. L’industrializzazione doveva essere in funzione dell’assetto civile e territoriale del Mezzogiorno e non del mercato. Ha dominato un feudalesimo moderno, espressione di un blocco di potere burocratico, speculativo, parassitario che è locale e nazionale insieme. La rapina delle risorse umane è ciò che mi ha più inquietato. Lo spostamento verso il Mezzogiorno dell’asse dello sviluppo industriale non poteva avvenire ottenendo qua e là qualche nuovo impianto, secondo la logica dei poli ma bloccando l’esodo».

I dati prodotti dal rapporto 2015 dello Svimez (desertificazione industriale, 576mila posti di lavoro persi e al Sud dal 2008 a oggi è raddoppiata la percentuale povertà assoluta) hanno riacceso, per qualche ora, una qualche forma di dibattito pubblico sulla questione meridionale. Lei nelle pagine de La mia Italia la mette al centro della crisi della nazione italiana.

«Nell’ultimo ventennio della questione meridionale non si è più parlato ed è una cosa vergognosa. Non ne ha parlato più neanche la sinistra. Come è noto, ero un dirigente del Pci e mi sono nutrito, ho profondamente condiviso, l’impianto gramsciano togliattiano della questione nazionale italiana. L’unità d’Italia è avvenuta attraverso una rivoluzione passiva, fondamentalmente una conquista regia.

La classe dirigente italiana, poi, compie al suo interno un patto scellerato. Io sono l’industria, produco e mi serve un mercato. Allora non c’era il mercato mondiale e il Mezzogiorno significava avere un mercato protetto. Venti milioni di abitanti totalmente dipendenti dall’ago all’automobile, dal prodotto del Nord e non arrivavano gli stranieri. È stato un enorme mercato che comportava – e questo era il patto – un sostegno alle capacità di consumo dei meridionali. E quindi trasferimenti: almeno un quinto del Pil meridionale è fatto di trasferimenti. Poi il sistema bancario non era in grado di svolgere nel Mezzogiorno la funzione di sostegno a uno sviluppo industriale omogeneo. Le risorse entravano nel circolo finanziario. Era un sistema insostenibile che bisognava cominciare a guardare apertamente in faccia. Non pensare che si trattasse di arretratezza o assenza di educazione. Negli ultimi venti anni, l’arresto dello sviluppo italiano è dovuto in buona parte al cambiamento del paradigma economico mondiale, la mondializzazione. I mercati sono diventati internazionali, il Mezzogiorno ha interessato ancora meno, perché si cercavano mercati ben più ampi».

La soddisfa la politica in materia del governo Renzi?

«Nella legge di stabilità non c’è nulla per il Mezzogiorno. L’assenza di centralità della questione è la critica. Critico, sono polemico anche con il Partito Democratico che l’ha trascurata in questi anni. Abbiamo subito la falsa teoria delle forze di destra italiane, l’asse del nord Bossi-Berlusconi secondo cui il problema era la famosa questione settentrionale. Liberalizzare, diminuire i poteri dello Stato, affidare lo sviluppo italiano alla spontaneità dei mercati e dunque il Mezzogiorno è stato totalmente sacrificato. Oggi siamo arrivati a un punto di quasi non ritorno. È grave che si sia accentuato lo sviluppo dualistico del Paese in un contesto di  Mezzogiornificazione dell’Europa, di frattura crescente tra Nord e Sud. La questione del Mezzogiorno è la questione centrale, molto più importante dello spread o di cose con cui ci hanno dilaniato, perché è il limite della nazione italiana. Le impedisce di compiere il salto, perché il Sud non è una regione, è un terzo del paese, è storia, regni, monarchie, ed è lì ancora il nodo che tuttora resiste: l’arretratezza del blocco storico italiano. Se mi si chiedesse qual è il vero difetto anche della politica economica del governo Renzi, direi è questo».

A più riprese lei segnala, quale tratto distintivo del divorzio dal Novecento, il tramonto della civiltà del lavoro, di quell’insieme di diritti conquistati con lotte dure. Frullano i numeri, prematuri, sugli effetti del Jobs act. La convincono i principi che l’hanno ispirato?

«Il Jobs act è incompatibile con la civiltà del lavoro novecentesca, però va contestualizzato in un dato internazionale. Abbiamo subito la svolta di destra, che c’è stata a livello mondiale, quando si è rotto il compromesso democratico tra il capitalismo e la democrazia. In cui certo il capitalismo manteneva il proprio dominio, il suo potere in ultima istanza di essere, decidere dello sviluppo, ma c’era il potere dello Stato e delle economie locali, dei diritti nazionali. Veniva meno la base stessa dell’impianto riformista che era riuscito a contemperare gli squilibri del mercato con la funzione redistributiva dello Stato sociale. Il capitalismo finanziario assoggettava la realtà a una logica che confliggeva in modo radicale con la soggettività e l’autonomia dell’uomo. Ricordiamoci che il socialismo è stato protagonista del secolo scorso, non solo perché difendeva gli ultimi, ma perché aveva creato degli strumenti di lotta straordinari dal sindacato al suffragio universale, dal partito politico di massa allo Stato sociale. Con la globalizzazione sono venuti meno i vecchi strumenti dell’agire politico della sinistra. Che cosa inventiamo? Bisogna inventare. I miei occhi hanno visto rompersi la grande conquista avvenuta negli anni in cui mi impegnavo, diventavo adulto, entravo nella lotta politica».

Lei, ricordando la fase costituente della Repubblica italiana, sottolinea come la Carta sia stata scritta con la consapevolezza degli ultimi, in rappresentanza degli esclusi. La bellezza dell’articolo tre. Oggi si riforma in nome di chi e che cosa?

«La Costituzione nasce da questa nuova idea che il lavoro poi è in definitiva il fattore fondamentale dello sviluppo e della civiltà di un paese. È l’uomo alla base di tutto. Invece abbiamo assistito a una reazione culturale, diffusione di senso comune spaventoso che la legge costitutiva del consorzio umano è il mercato, è a questo che bisogna sottoporsi, non solo lo scambio economico materiale ma anche i destini. Ho voluto dire e lo ripeto che la Costituzione non è mai stata molto amata dalla vecchia classe dirigente per una ragione molto semplice: non l’hanno fatta loro. Questa è stata la peculiarità di cui non vedo molti paragoni nella storia dell’Italia. La Costituzione italiana è stata fatta dai fuoriusciti; sia Togliatti sia De Gasperi e dalle masse da loro dirette, operai, contadini e cattolici che furono tenuti ai margini della vita dello Stato unitario. La borghesia è stata travolta in quella fase dalla caduta del fascismo. È stata zitta e si è nascosta dietro le tonache dei preti. Prese la testa quella pattuglia di cattolici democratici. Questi hanno scritto la Costituzione, non c’è dubbio. Dunque non è molto amata. Dopo l’espianto dei grandi partiti storici andava in scena una idea molto vaga del nuovismo, transizione verso non si sa bene quale Seconda Repubblica. Un riformismo subalterno e senza popolo. Il vuoto non è stato riempito e non può essere riempito dal riformismo debole di questi anni. Non siamo stati in grado di esprimere un’egemonia».

La sovranità appartiene al popolo, è scritto nell’articolo uno della Costituzione italiana.

«Occorre rovesciare la logica secondo cui all’inizio ci sono i mercati, le loro esigenze, e poi gli altri si devono adeguare. I mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione nel senso che governano il simbolico che è pur necessario. Le grandi decisioni vengono prese altrove, il tema di fondo è la crisi della democrazia. Chi comanda? L’oligarchia finanziaria dominante, la libera circolazione dei capitali, il capitale va dove vuole che vada questo potere difficilmente definibile. La crisi radicale della democrazia sta portando il mondo a dei rischi gravi, perché il mondo più si connette, unifica più ha bisogno di un potere indipendente che pensi i bisogni, le necessità del governo del mondo, un governo del mondo affidato alla spontaneità degli interessi sempre più sofisticati dei grandi mercati finanziari è un mondo veramente a rischio. Significa la perdita di identità. Che cosa tiene insieme i popoli? I fatti di questi giorni pongono il quesito. È questo vuoto di legittimità del potere, che fonda il rischio di nuove guerre. Ecco a cosa penso quando parlo della rottura di un ordine. Penso a qualcosa che non è una forma del capitalismo che si sono succedute».

Molti invocano una nuova Bretton Woods, Cina inclusa che ambisce al riconoscimento ufficiale della seconda economia mondiale in un mondo multipolare. Il 30 novembre il Fondo Monetario Internazionale aggiungerà la moneta cinese a quelle che determinano il valore dei Diritti Speciali di prelievo. Tradotto: lo yuan acquista un ruolo di moneta di riserva. Una Bretton alla quale la Cina è interessata per regolare il dominio del dollaro. Lo ritiene un rimedio al caos?

«Nel ventennio ‘50-’70 l’ordine, il sistema uscito da Bretton Woods, seppur non abbia prodotto politiche redistributive, di livellamento delle diseguaglianze, ha garantito un progresso del benessere materiale mondiale mai così rapido. Nel ‘71 Nixon ne ha decretato il tramonto.

Decisione fatale presa nei Settanta dall’oligarchia dominante angloamericana che dette ai conglomerati finanziari il potere di circolare senza alcun vincolo con effetti disastrosi di spiazzamento delle strutture sociali e della produzione reale. La globalizzazione formidabile espansione che ha incrinato gli assetti politici e culturali faticosamente stabilizzati dopo la seconda guerra mondiale. Il mondo inondato di debiti e di rendite. Certamente Bretton Woods fa del dollaro la moneta di riserva, però accetta anche di sottomettere il dollaro a dei vincoli, i cambi fissi e l’obbligo che al dollaro corrisponda l’oro. Nuova Bretton: la Cina sta ponendo questo problema.

Io credo si vada verso uno scontro. L’America non è più la superpotenza di una volta, però il declino del dollaro non è dietro l’angolo ed è Wall Street il cuore del potere finanziario mondiale, nonostante tutto. Dai documenti che ho avuto modo di studiare la Cina pone il problema del privilegio esorbitante della valuta americana, superare il fatto che il dollaro sia la moneta di riserva, sostituendolo con una moneta globale atta a garantire una stabilità generale. Il dollaro consente all’America di indebitarsi come vuole, mentre tutto il nostro guaio è che dobbiamo sottoporci alle leggi di questa economia del debito. I debiti sia dei privati sia pubblici, visti gli ultimi dati, superano di quattro volte il prodotto reale. I debitori per sostenere la massa di debito sempre maggiore devono sempre più incidere sulla ricchezza reale a cominciare dai diritti sociali, dallo stato sociale, i servizi pubblici. È un gioco che non può durare all’infinito».

In un brillante articolo, d’inizio secolo, lei qualificava come endemica una guerra di dimensioni mondiali, allora già cominciata. Il ritorno alla guerra come crollo di un ordine. È inevitabile la riduzione delle forme e dei contenuti della politica moderna a scelte di guerra?

«Guerra chiama guerra. Stiamo constatando che poco si risolve. I massacri del terrorismo islamico ci dicono quanto i valori della civiltà umanistica siano a rischio. Esso rivela problemi inediti e molto complessi come quelli di una frattura molto profonda che dilania il mondo islamico. Il fatto stesso che un così radicale estremismo si incarni in giovani arabi di seconda generazione, che in Europa sono nati e hanno fatto le nostre scuole, dice che ci troviamo di fronte a qualcosa di più e diverso da un antico contrasto religioso.

È significativo che detestino anche i costumi e le tradizioni di una parte del loro mondo e si sentano estranei alle stesse comunità musulmane d’Europa: una degenerazione che nasce da una crisi estrema di identità. La Jihad dà loro un senso di appartenenza, un’identità sia pure spaventosamente irrazionale. Forse non ci rendiamo conto dei disastri che stanno sconvolgendo l’area del Medio Oriente e l’insieme del mondo arabo. I massacri tra le stesse fazioni musulmane, ai quali si aggiungono le rovine e gli odi seminati dallo scorrazzare degli eserciti stranieri. Pensiamo al cinismo e al tempo stesso alla stupidità delle operazioni militari americane oppure all’iniziativa francese, la quale per eliminare Gheddafi ha ottenuto il risultato di distruggere in Libia ogni parvenza di Stato. Si aggiungano la massa di donne e bambini che vagano tra un campo profughi e un altro. E qui mi fermo. I musulmani che vivono permanentemente in Europa sono ormai decine di milioni. Il funzionamento dell’economia francese come di quella italiana si bloccherebbe senza di loro. La scuola raffigura questo cosmo. Il futuro nostro e dell’Europa non dipende dalla stupidità delle spedizioni militari ma dalla capacità di elaborare un nuovo modo di stare insieme».

Come valuta la reazione del socialista François Hollande?

«Ovviamente all’inizio prevale il “sentire”. La paura che genera l’aggressione. Prima di tutto la Francia si sente colpita, li ha in casa. Poi però bisogna capire le ragioni interne ed esterne. Capire affinché non si ripetano mattanze. Lo stile di vita che sentiamo attaccato: ricordiamo che non è per tutti. Interroghiamoci sulla scuola. La situazione della banlieue credo sia spaventosa, lì non entra neanche la polizia. Quanta disperazione e quanto incitamento al terrorismo viene alimentato non dal Corano, ma da certe periferie parigine e di molte altre città europee? In Italia ancora non siamo a questo punto, seppure esistano dei quartieri orribili, prevale ancora un miscuglio di sentimenti. La differenza è culturale, più che urbanistica. La questione coloniale nella banlieue è irrisolta. Poi, senza voler ridurre a dinamiche di politica interna, lui è incalzato da Le Pen e Sarkozy, dal clima generale nazionalista. Se non si erge come il grande presidente, teme di essere spazzato via. La Francia ha una vecchia partita con la Siria, nella grande spartizione attuata nel Medio Oriente. Non dimentichiamo tutta la turbolenza che ha segnato il processo di indipendenza. C’è un dato più di fondo secondo me. Per tante ragioni, fra le quali fondamentalmente la diffusione capillare delle informazioni, i popoli non sono più ignari. Percepiscono come si vive bene, come si vive male. Che cos’è la ricchezza. Diventa molto difficile impedire che masse arretrate da un punto di vista economico, ma già consapevoli della compressione propria della marginalità, vogliano accedere. Siamo dentro a una crisi di civiltà. Tutto questo purtroppo avviene nel silenzio della sinistra battuta, perché rimasta all’Ottocento, al Novecento, perché non ha pensiero su queste cose».

Il terrorismo e lo stato di guerra dichiarato (La France est en guerre, ha detto Hollande, ndr) paradossalmente riposizionano l’Europa al centro del mondo?

«Si riaprono terreni importanti. Vogliamo riunire le forze? Allora tutto il sistema di Bruxelles, come è stato concepito, va cambiato. Qui cambia veramente lo scenario. L’Europa è tante cose, è il papato, è l’impero, l’illuminismo come l’olocausto. In definitiva però l’Europa è la patria dei diritti dell’uomo. I diritti dell’uomo e l’idea di progresso li ha inventati l’Europa. Tutto richiede un’Europa nuova, impone la ridefinizione del suo ruolo nel mondo. Può l’Europa proporsi come faro di civiltà e progresso, come garante dei diritti dell’uomo, se perdura un ordine economico che riduce tutto a un contrasto sempre più profondo tra creditori e debitori? Era ed è giusto contestare un modello che ha provocato una inaccettabile perdita di sovranità e diritti sociali come ci dice il caso greco. Mi rivolgo anche alla sinistra per dire: l’europeismo non è un cane morto. È anzi ancora un terreno inevitabile sul quale la sinistra può pensare ancora a una sua funzione. In un mondo del genere senza un’unione salda, l’Europa sparisce. I problemi, come qualcuno s’illude a sinistra, non si risolvono uscendo dall’euro, dall’Europa. Tutte le società anche le più avanzate vengono messe in discussione. C’è l’esaurirsi dell’illusione che il mondo possa essere governato senza il potere politico, senza grandi idee che si traducano in un potere di direzione».

C’è vita a sinistra?

«La sinistra è destinata a scomparire se non si ricolloca all’altezza dei conflitti reali, più radicali. Tocca ai figli sconfiggere lo scetticismo dei padri, che si frappone all’avvento di una società più inclusiva e di un nuovo pensiero umanistico. Occorre definire un altro modello di sviluppo. La riduzione della società a società di mercato infila l’esistenza umana in un processo autodistruttivo».

Si è pentito di aver coniato, rilanciato nei suoi scritti, l’idea di partito della nazione in riferimento al Pd?

«No, per nulla. Ribadisco l’idea che un partito, se vuole contare, anche da sinistra deve uscire dai vecchi confini della cultura di classe e porsi i problemi di essere un partito in grado di dirigere una nazione. Il compito della politica è capire dentro quale idea nazionale, coerente con la mondializzazione, si possa ridefinire il nostro stare insieme. È in questo senso che ho parlato di un partito della nazione. A proposito del partito dobbiamo parlare delle ragioni di una nuova unità del popolo italiano. Mi sembra l’abc, oltretutto è ciò che ci avevano detto i nostri padri. Poi Renzi usa l’espressione partito della nazione in un altro senso, un partito in cui non importa essere di sinistra o destra. Alt, no. Finisce il partito, come è già finito il partito, espressione di disegni conflittuali. Ho smesso di usare questo argomento, perché me l’ha rubato Renzi. Sento di non dover accettare la riduzione della politica alla gestione di un eterno presente. Il ripiegamento rassegnato verso una forza moderata.».

Il Pd è un partito a misura di militante?

«“Alfrè, sto partito è inagibile”, mi ha detto una volta un caro amico, un proletario di Albano Laziale. Nelle nostre sezioni domina l’impressione dell’uomo senza potere, che è alla base, di non contare più niente, perché il gioco politico è dominato dalle cosche, dai capibastone. Mi diceva vado in sezione e non conto più niente: “Stanno sempre a parlà di chi devono fare assessore o altri incarichi”. Ha ragione. Che fa lui? Si candida? A che cosa? Non ha una clientela, non ha i soldi per fare le elezioni, perché ci vogliono pure un sacco di soldi. Dunque non è un partito per gli ultimi, ma dei notabili. In questo senso dice che è inagibile».

Quale cultura politica esprime la leadership del Premier Matteo Renzi?

«Eh, non lo so. Questa è la domanda. Non è un uomo della sinistra e non lo nasconde. Non è neanche un uomo della sinistra democristiana. Ignoro quale sia la sua base culturale. È un uomo di grandissima qualità, energia, intelligenza, ma ritengo questo sia il suo vero punto debole: una cultura di base e un’idea di fondo di dove portare il paese; sono l’immediato, il successo, la propaganda e c’è una bella differenza. Non vedo che cosa c’è dietro Renzi, perché tra l’altro sente che per governare in questo modo deve disintermediare, distanziare tutte le forze intermedie. Si chiamino sindacato, Chiesa cattolica, laicato, Confindustria. Questo è il punto, dove però fallirà, come si è visto anche nei fatti accaduti a Roma. Lo sfarinamento dei gruppi dirigenti».

Le chiedo un ricordo del segretario Enrico Berlinguer. E aggiungo: davvero nella fase finale la sua alterità costituiva un chiudersi nella propria “purezza”, rinunciando a rivolgersi al Paese?

«La diversità è il segreto di Berlinguer. Enrico è stato l’ultimo comunista. Il comunista te lo dico così: sì, certo, l’uomo che sta in questo mondo, ma non è di questo mondo. Il comunismo è fallito per tante ragioni come disegno politico, però io l’ho vissuto e Berlinguer questo era, come una parte del gruppo dirigente, non un’altra. Era sì l’oggi, le lotte, i contadini, i patti agrari, ma era anche l’idea di una rivoluzione italiana nel senso di un cambiamento profondo del rapporto fra dirigenti e diretti. Era il compimento del Risorgimento, era la trasformazione della plebe in popolo. Era l’unificazione del popolo italiano. L’Unità si vendeva ad Aosta come a Caltanissetta, cosa che allora non faceva nessuno. Berlinguer è stato l’ultimo che ha diretto in nome di questo. Tu sei un sognatore? No, io penso che il mondo attuale possa essere cambiato radicalmente. Non sto facendo l’assalto al palazzo però sono questo, è questa la mia diversità. Non mi vergogno affatto. Anzi sento che oggi ritorna il bisogno di una forza che ridia la parola all’impossibile, però per ottenere il possibile».

Non avete salvaguardato il nesso vitale, profondo, tra passato e presente?

«L’impossibile, a cui ti accennavo, noi per tante ragioni, errori, non siamo riusciti a trasmetterlo alla nuova generazione. La mia generazione – poi chi siamo ormai, che ancora conserva… – ma la generazione dei vostri padri, dei D’Alema, dei Veltroni. Si sono ubriacati con l’idea di essere uguali agli altri. Sono diventati liberisti. La politica cos’è se non il destino dell’uomo, la libertà dell’uomo di decidere il proprio destino alla faccia dei meccanismi di mercato. No, io decido che l’Italia è una Repubblica fatta in questo modo. Non interpello Wall Street in proposito. Se tu non riconquisti questo. Se tutto sta nelle compatibilità…».

 A proposito di Aldo Moro afferma: «Più passa il tempo, più emerge la gravità di quel delitto».

«C’era un’eresia profonda nel pensiero di Moro, per la quale siamo arrivati a un delitto politico. Non era una questione di governo, per quella avrebbero magari sequestrato Andreotti. Naturalmente non eravamo tutti d’accordo. Non è che Berlinguer non concedesse chissà che cosa rispetto ai socialisti, e dunque bisognava scegliere loro. I socialisti erano andati nell’altra direzione. Berlinguer non è che fosse moroteo. Pensava – e in questo s’incontrò con un pensiero analogo di Moro, come diceva Moro ai suoi – il destino non è più nelle nostre mani. Se volevamo portare a compimento una trasformazione dell’Italia dovevamo ripartire dal basso. Ridare la parola alle grandi masse, quindi a un grande incontro fra le masse di sinistra e quelle cattoliche. Non bastava cambiare governo, ma risuscitare lo spirito che c’era stato nella resistenza. La penso così, io sono diverso da altri. Rispetto moltissimo Giorgio Napolitano, che non la penserà così».

All’epoca aveva già compreso Pier Paolo Pasolini? Si riconosceva nell’ossessione pasoliniana per un potere che non ha più antidoti che lo possano contenere, per la penetrazione della società dei consumi là dove non era riuscito neanche il paleofascismo?

«Ho conosciuto poco Pasolini, ma non l’ho mai considerato arretrato o banalmente nostalgico delle lucciole. Coglieva una cosa che coglievo anch’io. La società di massa, che è la società della comunicazione, che cambiava in profondità la cultura. Lui era Pasolini, molto apprezzato. Quando è stato assassinato sono stato alle notizie di allora. Poi non è così, questo è un paese strano, possibile che non c’è mai un delitto di cui si sa, in cui si arriva. Non so».

Lei scrive: «Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso». Un debito, aggiungeremmo, che nessun uomo onesto può ripagare. In quanto parte della classe dirigente ha mai avvertito una quota di corresponsabilità?

«Sì, avverto il peso di questa eredità. Quella del debito è una tragedia di cui la classe dirigente che ha governato dovrebbe assumersi tutte le responsabilità. A cominciare da Craxi. All’epoca ero responsabile economico ed ero amico del governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. L’Italia fino a Craxi non ha avuto un grande debito. So benissimo come è stato formato il debito, facendo pagare le tasse a pochi, aumentando le spese e costruendo su questo delle fortune politiche. Il salto del debito dal 30-40% a superare il 100% è avvenuto negli anni Ottanta. Dopodiché ha continuato ad accumularsi un debito così alto, perché la nostra crescita è ferma da trent’anni».

Parri definì la lettera di Giaime Pintor al fratello il documento più alto e nobile della Resistenza. C’è un passaggio molto intenso nel libro, quando lei rievoca quella lettera e l’incontro con Luigi Pintor, che venne a casa sua con l’animo stravolto. «(…) Quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo».

«La politica non come manovra, ma come consapevolezza di una missione, un compito che va oltre l’immediato. La politica non riducibile soltanto al qui e ora, che ha bisogno anche di una sua componente utopica. Decidemmo di vendicarlo. Chiedemmo al Pci, attraverso un canale clandestino, di essere arruolati nei Gap, il ristrettissimo gruppo di combattenti che sotto la guida di Giorgio Amendola organizzavano a Roma gli attentati, le sparatorie e i sabotaggi che tutti sanno, per esempio via Rasella. Ma di questo non voglio parlare. Ridefinire poi il comunismo italiano come lo strumento originale capace di far leva sulle masse profonde per rendere inscindibile il nesso tra società e politica, tra la cultura, la democrazia e il socialismo».

Mi racconta la bellezza della politica?

«Qualcuno dei leader di oggi sogghignerà se dico che, dopo la Liberazione, il sentimento che mi dominava era un bisogno lancinante, una vera e propria fame di ritrovare la gente, il popolo italiano, non più quello delle adunate. Il desiderio di conoscere i luoghi dove lavorava, la fabbrica, la geografia delle città. Avevo fame dell’Italia vera. C’entrava poco il mito sovietico. La nascita dell’antifascismo come grande corrente politico-ideale europea. Rivoluzione? Una parola troppo grossa. Si parlava molto però, e con enorme passione, della lotta per cambiare il tessuto profondo, anche culturale e morale del paese. Il mio amico, Pietro Ingrao, è stato per me la scoperta della passione politica, non come professione e orizzonte irraggiungibile bensì consapevolezza della propria vita. Abbiamo cominciato che lui era capo cronista dell’Unità. Le inchieste nelle borgate romane, lo stare in mezzo alla gente. Il lavoro con le case editrici, penso a Laterza ed Einaudi. La più grande passione laica, la fusione tra politica e vita»

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Le elezioni regionali in Francia e la profezia di Houellebecq https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-elezioni-in-francia-e-la-profezia-di-houellebecq/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-elezioni-in-francia-e-la-profezia-di-houellebecq/#comments Mon, 14 Dec 2015 15:30:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29368 Pubblichiamo un pezzo uscito sul sito di Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

E se Michel Houellebecq avesse previsto tutto questo? Rileggere dopo il doppio turno delle elezioni regionali francesi Sottomissione, il suo romanzo uscito a inizio anno, lo stesso giorno dell’assalto terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, e quasi universalmente letto come profezia fantapolitica del successo in Europa dell’islam politico, provoca uno strano effetto. Tanto da far emergere l’idea che la parte più significativa del libro non sia la seconda ma la prima, quella in cui descrive il successo di Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali, in un ipotetico 2022.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul sito di Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

E se Michel Houellebecq avesse previsto tutto questo? Rileggere dopo il doppio turno delle elezioni regionali francesi Sottomissione, il suo romanzo uscito a inizio anno, lo stesso giorno dell’assalto terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, e quasi universalmente letto come profezia fantapolitica del successo in Europa dell’islam politico, provoca uno strano effetto. Tanto da far emergere l’idea che la parte più significativa del libro non sia la seconda ma la prima, quella in cui descrive il successo di Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali, in un ipotetico 2022.

Come dice François, l’alienato protagonista di Sottomissione, tra i due turni di quelle elezioni collocate in un futuro prossimo: «Quando tornai in facoltà per fare lezione ebbi per la prima volta la sensazione che potesse succedere qualcosa; che il sistema politico nel quale mi ero abituato a vivere fin dall’infanzia, e che da un bel pezzo si stava palesemente incrinando, potesse esplodere di colpo.»

Il primo, radicale, elemento di tale incipiente esplosione è la straripante avanzata del Fronte nazionale e di una leadership successiva all’uscita di scena dell’anziano leader fascista e antisemita Jean Marie Le Pen. Cosa fa il sistema politico francese quando figlie e nipoti del vecchio Le Pen vincono nettamente al primo turno? Il ricorso all’arco repubblicano è ancora possibile?

Ieri, tramite il sistema delle desistenze e il ritorno di molti elettori alle urne, l’arco repubblicano ha retto. La strada al Fronte è stata sbarrata, cosa che ovviamente non vuol dire che il Fronte abbia smesso di colpo di essere, in termini proporzionali, la prima forza politica di Francia, tanto da poter scardinare goccia dopo goccia «il sistema politico nel quale mi ero abituato a vivere fin dall’infanzia».

In Sottomissione il sistema dei partiti (e l’intera impalcatura culturale che lo sorregge) appare molto più corroso di quanto non sia apparso dopo la débâcle elettorale del 6 dicembre scorso. È come se Houellebecq si chiedesse: cosa accadrà quando i due gusci vuoti del partito socialista e della destra Ump-Repubblicani, sistematicamente attaccati come una «casta» incapace di interpretare il Paese profondo, non potranno più ricorrere all’arma spuntata della desistenza (che in fondo, vista con gli occhi degli elettori del Fronte – e di Matteo Salvini – tende ad alimentare l’idea stessa che i lepenisti siano l’unica alternativa all’«ammucchiata» istituzionale)?

Non potranno fare altro, prosegue Houellebecq, che allearsi con una sorta di Mitterand arabo, interprete di una nuova forza politica in ascesa, speculare al Fronte. E bisogna riconoscere che, dopo le prime cento pagine del romanzo, tale idea appare meno fantapolitica di un successo pieno di un Sarkozy o di un Hollande redivivi contro la Le Pen.

Per questo, fantapolitica houellebecquiana a parte, il secondo turno delle regionali francesi non riesce a spazzare tutta la polvere sotto il tappeto. Il colpo assestato al primo turno, esattamente come nell’incipit del romanzo, rimane durissimo. E, goccia dopo goccia, la crisi dei partiti tradizionali della Quinta repubblica, appena inglobata dal sistema presidenziale, potrebbe farsi più fragorosa. Il minimo che si può dire è che le recenti parole così houllebecqiane («Il Fronte può condurre il Paese alla guerra civile») di un primo ministro, Manuel Valls – peraltro detestato dallo stesso Houellebecq, torneranno come un refrainsfilacciato da qui alle prossime elezioni presidenziali.

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Satira politica o politica satirica? https://minimaetmoralia.it/interventi/satira-politica-o-politica-satirica/ https://minimaetmoralia.it/interventi/satira-politica-o-politica-satirica/#comments Thu, 12 Nov 2015 06:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29065 Pubblichiamo un intervento di Luciano Canfora apparso sul numero 4/2015 della rivista Hystrio all'interno del dossier dossier “Il comico, istruzioni per l’uso” a cura di Maddalena Giovannelli e Martina Treu. Ringraziamo l'autore e la testata (fonte immagine).

di Luciano Canfora

La recente esperienza drammatica di Charlie Hebdo ha riproposto con forza la questione della satira politica (anche la religione è ormai politica e forse lo è sempre stata), nonché la domanda intorno ai limiti che essa – la satira – deve porsi. In un mondo ideale nessun limite alla satira dovrebbe essere consentito, e nessuna reazione violenta dovrebbe essere prevedibile. Così non è nella realtà concreta e dunque il problema si pone.

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Pubblichiamo un intervento di Luciano Canfora apparso sul numero 4/2015 della rivista Hystrio all’interno del dossier dossier “Il comico, istruzioni per l’uso” a cura di Maddalena Giovannelli e Martina Treu. Ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

di Luciano Canfora

La recente esperienza drammatica di Charlie Hebdo ha riproposto con forza la questione della satira politica (anche la religione è ormai politica e forse lo è sempre stata), nonché la domanda intorno ai limiti che essa – la satira – deve porsi. In un mondo ideale nessun limite alla satira dovrebbe essere consentito, e nessuna reazione violenta dovrebbe essere prevedibile. Così non è nella realtà concreta e dunque il problema si pone.

Ricordo ancora, alla metà degli anni Settanta, cioè quarant’anni fa, le minacce di querela da parte di Enrico Berlinguer nei confronti di Forattini, il quale aveva l’abitudine, come vignettista de La Repubblica, di raffigurare Berlinguer in vestaglia e pantofole e magari con la brillantina in testa, a significarne l’imborghesimento. La situazione divenne quasi ridicola e spinse Forattini ad atteggiarsi sempre più a destro-qualunquista.

Gli insulti alla religione islamica da parte dei vignettisti francesi erano essenzialmente sciocchi, non per il contenuto che era nullo, ma per la volgarità. Il fatto però che degli indegni sicari fanatici li abbiano uccisi li ha resi postumamente eroi della libertà di stampa e di satira. Ma anche Aristofane ha messo sulla scena parole terribili e insultanti, non solo nei confronti degli uomini politici ma anche delle divinità. Come ho avuto occasione di scrivere in un recente numero di Micromega dedicato a Charlie Hebdo (1/2015) «bisognerebbe leggere o rileggere le Rane. Una raffigurazione più insultante di divinità veneratissime come Dioniso, Eracle, Plutone eccetera sarebbe difficile da trovare, non soltanto nella letteratura di ogni tempo, ma anche negli archivi di Charlie Hebdo. Il pubblico rideva ma non per questo perdeva i propri convincimenti e le proprie inclinazioni religiose. Cleone pensò di reagire agli insulti aristofanei: Cleone è passato alla storia come personaggio discutibile, se non negativo, Aristofane ha trionfato».

Aristofane fu portato davanti alla boulé ateniese da Cleone: non per le offese rivolte a Cleone medesimo, ma per la pesantissima diagnosi critica dell’imperialismo ateniese. Aristofane era sicuramente un conservatore, piuttosto amico dei golpisti del 411 a.C., e Cleone era un demagogo imperialista. Quando però Tucidide dà la parola a Cleone, lo fa parlare con una ampiezza di argomentazioni ed efficacia pari a quelle di Pericle.

La peculiarità del tempo nostro invece è che i principali comici non sono più i vignettisti o gli attori satirici, ma direttamente i politici stessi. Di solito si pensa che all’Italia spetti un primato in questo campo, dal momento che nell’ultimo ventennio (1994-2011) per una dozzina d’anni è stato Presidente del Consiglio un brillante showman che si era addestrato sulle navi da crociera.

Ciò non toglie che costui si sia rivelato un abile animale politico, deposto con la forza da una specie di golpe bianco e che abbia, al tempo stesso, creato all’estero l’immagine di un Paese governato da un grande comico. Attualmente gli è subentrato un comico molto più giovane e assai più ripetitivo, certamente meno abile nel giocare la tastiera della comicità e forse già avviato a una parabola discendente. Il suo grande interprete è un attore comico di una certa efficacia che si sforza di farne la satira ogni martedì e venerdì, ma quest’ultimo, molte volte, è al di sotto del modello, dal punto di vista dell’efficacia comica.

Una situazione del genere, sia pure in tono minore, si è verificata nella vicina Repubblica francese al vertice della quale si sono alternati due diversi interpreti della comicità (Dominique Strauss-Kahn e François Hollande, ndr), il secondo dei quali, in casco e motoretta, ha scalato le classifiche del primato comico. In ogni caso è stato un esito meno grave di quello che si sarebbe prodotto, anche dal punto di vista dei rapporti interpersonali con lo staff presidenziale, ove l’ex capo del Fondo Monetario Internazionale, arrestato in un albergo statunitense, fosse diventato presidente della Repubblica francese.

Il venir meno della netta distinzione tra politici e satirici alla fine ha nuociuto più alla satira che alla politica. Ad Atene o a Roma questo sarebbe stato inconcepibile.

 

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Michel Houellebecq: romanziere islamofobo o genio del marketing? https://minimaetmoralia.it/editoria/michel-houellebecq-romanziere-islamofobo-o-genio-del-marketing/ https://minimaetmoralia.it/editoria/michel-houellebecq-romanziere-islamofobo-o-genio-del-marketing/#comments Mon, 26 Jan 2015 10:05:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25182 di Federico Iarlori

Teresa Cremisi, l'editor di Michel Houellebecq presso la casa editrice francese Flammarion, ci aveva messo in guardia: “Non ho mai visto un'uscita editoriale così movimentata in 50 anni di carriera! Tutti se ne occupano, ne parlano, è elettrizzante”, si leggeva sul quotidiano Le Figaro alla vigilia della pubblicazione di Sottomissione. Oggi quelle premesse ci sembrano ben poca cosa alla luce di ciò che è accaduto. Lo scorso 7 gennaio 2015, giorno dell'uscita del controverso romanzo “islamofobo” dell'autore delle Particelle elementari, i fratelli Kouachi, vicini alla cellula jihadista parigina detta delle Buttes Chaumont, sono penetrati nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo armati di Kalashnikov e hanno ucciso 12 persone, tra cui la quasi totalità dei vignettisti del giornale. È stata una semplice coincidenza che il dramma sia avvenuto in concomitanza con l'uscita del libro? Può darsi. Tutti sapevano che il mercoledì è il giorno della riunione di redazione a Charlie Hebdo; se i terroristi ne avessero scelto un altro avrebbero trovato gli uffici vuoti, o quasi. Ma perché proprio quel mercoledì? E che dire della caricatura di Houellebecq sulla prima pagina dell'ultimo numero del settimanale, pubblicato quello stesso giorno? Anche quella è stata una coincidenza? Difficile affermare il contrario. Fatto sta che lo scrittore francese non si è fatto pregare: ha lasciato Parigi il giorno stesso e ha sospeso la promozione del libro. Visto il personaggio, meglio non correre rischi.

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di Federico Iarlori

Teresa Cremisi, l’editor di Michel Houellebecq presso la casa editrice francese Flammarion, ci aveva messo in guardia: “Non ho mai visto un’uscita editoriale così movimentata in 50 anni di carriera! Tutti se ne occupano, ne parlano, è elettrizzante”, si leggeva sul quotidiano Le Figaro alla vigilia della pubblicazione di Sottomissione. Oggi quelle premesse ci sembrano ben poca cosa alla luce di ciò che è accaduto. Lo scorso 7 gennaio 2015, giorno dell’uscita del controverso romanzo “islamofobo” dell’autore delle Particelle elementari, i fratelli Kouachi, vicini alla cellula jihadista parigina detta delle Buttes Chaumont, sono penetrati nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo armati di Kalashnikov e hanno ucciso 12 persone, tra cui la quasi totalità dei vignettisti del giornale. È stata una semplice coincidenza che il dramma sia avvenuto in concomitanza con l’uscita del libro? Può darsi. Tutti sapevano che il mercoledì è il giorno della riunione di redazione a Charlie Hebdo; se i terroristi ne avessero scelto un altro avrebbero trovato gli uffici vuoti, o quasi. Ma perché proprio quel mercoledì? E che dire della caricatura di Houellebecq sulla prima pagina dell’ultimo numero del settimanale, pubblicato quello stesso giorno? Anche quella è stata una coincidenza? Difficile affermare il contrario. Fatto sta che lo scrittore francese non si è fatto pregare: ha lasciato Parigi il giorno stesso e ha sospeso la promozione del libro. Visto il personaggio, meglio non correre rischi.

Non c’è dubbio, in effetti, che l’Islam non sia esattamente la passione di Houellebecq: nel 2001, in un’intervista al mensile Lire, l’aveva addirittura definita “la religione più stupida del mondo”; un’affermazione che gli costò un processo (vinto) e le solite minacce di morte. Così come non c’è dubbio che Sottomissione sia un romanzo sulla religione musulmana. Il titolo stesso – traduzione letterale della parola araba Islam – ne è la prova, tanto quanto è provato che agli islamisti radicali non piace che gli “occidentali” la utilizzino senza permesso, altrimenti non avrebbero ucciso il regista olandese Theo Van Gogh, autore di un lungometraggio omonimo. Ciò che resta da capire è come se ne parla, dell’Islam, in questo libro.

La recensione-tipo dei media d’Oltralpe è sempre la stessa. Siamo in Francia, nel 2022. Dopo un secondo mandato disastroso portato a termine dal Presidente socialista François Hollande, rieletto nel 2017, il candidato del neonato partito della Fratellanza Musulmana, Mohammed Ben Abbes, vince le elezioni presidenziali grazie all’appoggio sia del Partito Socialista che di quello di centro-dentra (l’UMP), uniti per impedire la vittoria del Front National, il partito xenofobo di Marine Le Pen, giunto al secondo turno. Ne consegue un’inquietante islamizzazione della Francia e un’inevitabile regressione sociale della nazione – le donne tornano a fare le casalinghe e la poligamia diventa la prassi. La Francia entra a far parte del progetto imperialista del leader musulmano, il cui obiettivo segreto – abilmente camuffato dietro la maschera della moderazione e del compromesso – è quello di unire la Turchia, l’Algeria, il Marocco, la Tunisia e l’Egitto all’Europa per farne un nuovo Impero romano (di stampo islamico). Fine della storia.

Basandosi su queste premesse essenziali, la maggior parte della stampa francese ha parlato di “romanzo islamofobo”, definendolo come la goccia che ha fatto traboccare il vaso in una Francia dominata dal dibattito sempre più violento tra multiculturalisti e identitari. Hanno ragione a dire che il romanzo ha gettato benzina sul fuoco? Che fa il gioco di Marine Le Pen alimentando quella paura di essere conquistati dal diverso (il cosiddetto “Grand remplacement”) condivisa da Renaud Camus, Eric Zemmour e la maggior parte degli intellettuali conservatori francesi? O forse è solo una semplice strumentalizzazione politica di un’opera letteraria dai risvolti molto più ampi?

Come ammette candidamente l’inviato del Corriere della Sera Stefano Montefiori nella sua intervista allo scrittore francese, il libro sarebbe addirittura islamofilo. Come negarlo? Nella Francia di Ben Abbes descritta da Houellebecq non ci sono più scontri con la Polizia, il tasso di delinquenza cala drasticamente, così come quello della disoccupazione (visto che il nuovo regime vieta alle donne di lavorare) e la crisi viene sradicata a colpi di petrodollari grazie all’aiuto del Qatar e dell’Arabia Saudita. Cosa desiderare di più? La sottomissione alla religione musulmana situata all’interno di un quadro manicheo fatto di conquistatori e conquistati è solo una delle chiavi di lettura possibili. Quella che fa più comodo ai polemisti. Perché non definire “Sottomissione” un romanzo sulla letteratura, ad esempio, visto che il protagonista è un dottorando specializzato sullo scrittore francese Joris-Karl Huysmans, oppure un manifesto dell’antipolitica, visto come i politici sono ridicolizzati costantemente e senza pietà, o ancora un pamphlet satirico anticapitalista?

La verità è che tutti questi percorsi narrativi sono a servizio di un’unica ossessione. Sottomissione non è altro che l’ennesimo romanzo di Houellebecq sulla crisi del maschio occidentale contemporaneo, irrimediabilmente frustrato e disposto ad avallare qualunque sistema gli permetta di colmare le proprie mancanze: era accaduto con il turismo sessuale favorito dall’asse Nord-Sud in Piattaforma, con la clonazione in La possibilità di un’isola, mentre ora è il turno dell’Islam, un sistema ideologico in grado di riavvolgere il nastro della storia cancellando il tanto odiato ’68 e riportando al centro della società la famiglia patriarcale.

Ma non è tutto. In un’intervista rilasciata alla Paris Rewiew, Houellebecq ammette che il libro non doveva essere incentrato sull’Islam. Anzi. Inizialmente il progetto, intitolato La conversion (La conversione) era quello di raccontare, appunto, una conversione al cattolicesimo, proprio come era accaduto ad Huysmans, lo scrittore feticcio del protagonista del romanzo. L’intento letterario non era altro che il riflesso dell’artista ad una serie di tristi circostanze personali. Michel Houellebecq perde il padre e il suo amato cane nel giro di pochi mesi e le sue convinzioni agnostiche si incrinano. Così, decide di scriverne. Poi, inspiegabilmente, la crisi, come testimonia l’autore stesso in un carteggio con l’ex cantante dei Téléphone, Jean Louis Aubert, che nel suo ultimo album ha musicato le sue poesie; il libro, dopo le prime 50 pagine scritte di getto, non avanza e i mesi passano. Ed ecco che alla fine arriva il tomo di Houellebecq, confezionato ad hoc per mettere carne fresca sul fuoco di un dibattito identitario che ha lacerato la Francia negli ultimi mesi, soprattutto dopo l’uscita del saggio record di vendite del polemista Eric Zemmour, “Il suicidio francese”. Come mai? “That must be my mass market side”, ha risposto alla Paris Review. A questo punto, quindi, la domanda sorge spontanea: Houellebecq è un fervente islamofobo o un abile uomo di marketing? Tutto farebbe propendere per la seconda ipotesi.

Già da tempo lo scrittore sembra aver imparato a diluire sapientemente la virulenza e l’impeto di autenticità dei suoi primi romanzi, da Estensione del dominio della lotta a Piattaforma. Il suo penultimo romanzo, La carta e il territorio, ha spinto più di un critico a pensare che fosse stato concepito appositamente per vincere il Prix Goncourt. E poi quella raccolta di poesie, Configuration du dernier rivage, con quei versi ripescati qua e là dalle vecchie carte e spacciati per inediti, che sembrava l’ennesimo best of di un vecchio gruppo rock. Per non parlare di quest’ultimo anno: la collaborazione con il sopra citato Jean Louis Aubert per un album di musica rock – con tanto di videoclip – e ben due film usciti in sala con l’autore nella veste del protagonista principale. I francesi considerano Michel Houellebecq come il perfetto continuatore dell’illustre schiera dei suoi poeti maledetti: gli occhi persi nel vuoto, i capelli lunghi e trascurati, la sigaretta stretta tra il medio e l’anulare ingialliti dal fumo. Un po’ Céline, un po’ Gainsbourg versione Gainsbarre (quello delle patetiche avances a Whitney Houston in tv), l’autore di Sottomissione somiglia piuttosto a Arthur Rimbaud, che da un momento all’altro ha abbandonato la vita sregolata di Parigi per riparare a Marsiglia e darsi al commercio sulle navi mercantili. Houellebecq sembra aver abbandonato la sua naturale vena pornografica, adattandola alle esigenze del mercato, diventando un perfetto imprenditore di se stesso, un abile venditore del proprio marchio. Sottomissione, introvabile nelle librerie fin dal primo giorno e mandato subito in ristampa, è il suo ultimo, magistrale colpo di mercato.

Perché i suoi lettori non glielo rinfacciano? Semplice, perché l’autore si comporta esattamente come i personaggi dei suoi romanzi, così tanto amati dagli appassionati: cinici, rassegnati, nichilisti, opportunisti, questi non sono altro che tanti alter ego dello scrittore. Lo stesso protagonista di Sottomissione, François, “è una caricatura del personaggio houellebequiano – scrive Nelly Kaprélian sul settimanale Les Inrockuptibles: – un single di 44 anni che vive in una torre del quartiere cinese di Parigi, che non ha amici, non versa una lacrima quando muoiono i suoi genitori, va a letto con le sue studentesse che finiscono tutte per lasciarlo, non riesce ad avere un’erezione per una donna della sua età (la cui carne si rammollisce), si scopa qualche prostituta senza piacere, in breve, si sente morire lentamente, solo e triste. Alla fine accetterà di convertirsi, non solo per ritrovare il suo posto di lavoro (pagato 10mila euro grazie ai fondi dei qatari), ma prima di tutto perché l’Islam lo autorizza ad avere una donna di 15 anni nel suo letto e una di 40 in cucina”. Abbasso le ipocrisie, insomma.

Non solo, quindi, le accuse di islamofobia non reggono, ma neanche quelle di essere uno scrittore cinico e opportunista: tutte le sue opere dimostrano che l’autore non ha mai negato di esserlo, senza falsi moralismi. A questo si aggiunge una scrittura sublime (il filosofo Michel Onfray ritiene che Sottomissione sia il suo miglior romanzo) e quell’ambiguità di fondo che lo rende inclassificabile, o meglio – come scrive nel libro – “non immediatamente corrispondente ad un profilo di consumatore esistente”.

“Sì, in teoria sei un maschilista, non c’è alcun dubbio – dice Myriam a François nel libro. – Ma hai dei gusti letterari raffinati: Mallarmé, Huysmans, di certo ciò ti allontana dal maschilista di base. A questo aggiungo una sensibilità femminile, anormale, per i tessuti di arredamento. Per contro, ti vesti sempre come un tamarro. un personaggio tipo macho grunge che potrebbe avere una certa credibilità; ma non ti piace ZZ Top, hai sempre preferito Nick Drake. Insomma, sei una personalità paradossale”. Quando la giornalista del Nouvel Observateur Aude Lancelin ha provato a chiedergli qual è il segreto che gli permette di provocare rendendosi nello stesso tempo inattaccabile, lui ha risposto: l’ironia. L’avreste mai detto guardandolo in faccia?

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Esce oggi in Italia “Sottomissione”: l’intervista a Michel Houellebecq https://minimaetmoralia.it/interviste/sottomissione-lintervista-a-michel-houellebecq/ https://minimaetmoralia.it/interviste/sottomissione-lintervista-a-michel-houellebecq/#comments Thu, 15 Jan 2015 06:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24995 Dopo essere uscito in Francia lo scorso 7 gennaio, giorno dell'attentato contro la redazione di Charlie Hebdo, arriva oggi nelle librerie italiane Sottomissione, il nuovo romanzo di Michel Houellebecq (edito da Bompiani)Pubblichiamo l'intervista che lo scrittore ha rilasciato a Stefano Montefiori per il Corriere della sera, e ringraziamo la testata e l'autore. (Fonte immagine)

di Stefano Montefiori

Parigi. Dopo l’attentato a Charlie Hebdo, il più celebre scrittore francese Michel Houellebecq ha lasciato Parigi, protetto dalla polizia. Il giorno del massacro alla redazione, il 7 gennaio, è uscito in Francia per Flammarion il suo ultimo romanzo, Sottomissione, che sarà nelle librerie italiane domani [oggi per chi legge, ndr], edito da Bompiani. Houellebecq immagina una Francia del 2022 dove il presidente musulmano Ben Abbes vince le elezioni, islamizza la società e progetta di ricreare in Europa e nel Mediterraneo una sorta di impero romano, unito dall’Islam. Houellebecq aveva sospeso la promozione del suo libro, ma ha scelto di mantenere l’impegno preso con il Corriere della Sera.

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web_Houellebecq--672x359Dopo essere uscito in Francia lo scorso 7 gennaio, giorno dell’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo, arriva oggi nelle librerie italiane Sottomissione, il nuovo romanzo di Michel Houellebecq (edito da Bompiani)Pubblichiamo l’intervista che lo scrittore ha rilasciato a Stefano Montefiori per il Corriere della sera, e ringraziamo la testata e l’autore. (Fonte immagine)

di Stefano Montefiori

Parigi. Dopo l’attentato a Charlie Hebdo, il più celebre scrittore francese Michel Houellebecq ha lasciato Parigi, protetto dalla polizia. Il giorno del massacro alla redazione, il 7 gennaio, è uscito in Francia per Flammarion il suo ultimo romanzo, Sottomissione, che sarà nelle librerie italiane domani [oggi per chi legge, ndr], edito da Bompiani. Houellebecq immagina una Francia del 2022 dove il presidente musulmano Ben Abbes vince le elezioni, islamizza la società e progetta di ricreare in Europa e nel Mediterraneo una sorta di impero romano, unito dall’Islam. Houellebecq aveva sospeso la promozione del suo libro, ma ha scelto di mantenere l’impegno preso con il Corriere della Sera.

Michel Houellebecq, lei ha paura?

«Sì, anche se è difficile rendersi conto completamente della situazione. Cabu per esempio, uno dei disegnatori uccisi, non era del tutto cosciente del rischio, c’era in lui l’anima sessantottina mescolata con una vecchia tradizione di mangiapreti, e in Francia essere un mangiapreti espone a un processo in tribunale che in genere si vince. Penso che Cabu non abbia colto che la questione è ormai di un’altra natura. Siamo abituati a un certo livello di libertà di espressione, e non ci siamo fatti una ragione del fatto che le cose sono cambiate. Anche io sono un po’ così, a livello inconscio. Ma l’idea della minaccia ti viene in mente, ogni tanto…».

Come ha vissuto il 7 gennaio, che avrebbe dovuto essere la sua giornata, quella della pubblicazione del libro atteso da mesi ?

«Quando ho saputo dell’attacco a Charlie Hebdo ho chiamato il mio amico Bernard (l’economista Bernard Maris, tra le vittime, ndr), ma non pensavo che fosse coinvolto. Collaborava con loro, non immaginavo che fosse alla riunione di redazione. Ho continuato a chiamarlo, dalle 12 alle 16, non rispondeva. Poi ho saputo».

Pensa che dopo gli attentati di Parigi la libertà di espressione sarà più difficile da esercitare? Nonostante l’immensa manifestazione di domenica?

«Sì, certo. Niente sarà più come prima. Sicuramente è più dura, per esempio per un disegnatore che comincia adesso».

Ma «Charlie Hebdo» ricomincia con un nuovo numero che ha in copertina Maometto. Forse quel che è successo potrebbe al contrario dare forza ai giovani.

«Adesso non c’è problema, faranno lo stesso tutti i disegnatori di Francia anzi del mondo. Dopo non so».

Lei è sulla copertina del numero uscito la mattina stessa della strage. Il nuovo «Charlie Hebdo» riparte da Maometto. Che cosa pensa di questa scelta?

«Sì, è quel che bisogna fare, è la scelta giusta. Charlie Hebdo ha sotto la testata la scritta “giornale irresponsabile”. È questo il loro motto, ed è giusto che restino fedeli alla loro linea».

Lei aveva paura anche mentre scriveva il suo romanzo? 

«No, per niente. Quando si scrive non si pensa affatto a come verranno accolte le proprie parole. Scrittura e pubblicazione sono due fasi separate. È adesso che uno capisce i rischi».

Il libro non mi è sembrato islamofobo, anzi al limite islamofilo. Ma in fondo neanche quello, l’Islam viene abbracciato un po’ per opportunismo.

«È così. I miei grandi riferimenti in letteratura sono Dostoevskij e Conrad. Entrambi hanno dedicato romanzi all’argomento di attualità più importante dell’epoca, ossia gli attentati anarchici e nichilisti, la rivoluzione russa che covava. Sono molto diversi nel modo di trattare il soggetto, ma questi rivoluzionari per loro si dividono in due tipi: farabutto cinico o naif assurdo, talvolta altrettanto pericoloso. Io descrivo invece, quasi unicamente, dei farabutti cinici attraversati talvolta da un pizzico di sincerità».

Questa parte di sincerità, che finisce per essere sconfitta, la si vede anche nel momento chiave del romanzo, quando il protagonista François si rivolge alla Vergine nera di Rocamadour, ma desiste, non trova la fede.

«Sì quella è la svolta del romanzo. È li che ho deluso i miei lettori cattolici, oltre a quelli laici. Nel progetto iniziale il protagonista si converte al cattolicesimo, ma non sono riuscito a scriverlo. L’avanzata islamica mi è parsa più credibile».

La settimana scorsa era cominciata con la parola chiave «Sottomissione»; si è conclusa con titoli come «La rivolta di Parigi», «La Francia in piedi», a proposito della marcia. È sorpreso dalla reazione dei suoi concittadini? 

«Non credo che quella marcia pur immensa avrà enormi conseguenze. La situazione non cambierà nel profondo, torneremo con i piedi per terra».

Davvero per lei è solo un episodio quindi?

«Sì. Non vorrei sembrare cattivo… Ma invece un po’ sì. Quando c’è stato l’incendio della redazione, il primo attentato a Charlie Hebdo nel 2011, non pochi dei colleghi giornalisti e dei politici dissero “sì, la libertà va bene, ma bisogna essere un po’ responsabili”. Responsabili. Questa era la parola fondamentale».

Anche a lei, di recente, è stato chiesto se non sente di avere una responsabilità in quanto grande scrittore. La trova appropriata questa domanda?

«No, io mi sento sempre irresponsabile e lo rivendico, altrimenti non potrei continuare a scrivere. Il mio ruolo non è aiutare la coesione sociale. Non sono né strumentalizzabile, né responsabile».

Qual è il problema alla base di tutto, in Francia?

«È il punto di partenza del libro. Il Paese è sempre più a destra ma la rielezione di un presidente di sinistra non è totalmente impensabile. E questo è destabilizzante».

Il Front National era assente dalla marcia di Parigi.

«Sì, sembra che non li abbiano voluti. Se vogliamo parlare nello specifico del Front National, hanno due deputati e il 25% dei voti (alle Europee, ndr)… C’è uno scarto evidente. Il Front National ha un peso nella società che non corrisponde affatto alla sua rappresentanza parlamentare. Mi domando fino a che punto una situazione simile sia sostenibile, con questa astensione poi. C’è un sistema che dovrebbe essere democratico e che non funziona più».

Hollande ha detto che leggerà il suo libro. È curioso di conoscere la sua opinione?

«No, dell’opinione letteraria dei politici mi interessa poco. Se François Hollande sarà rieletto presidente nel 2017 forse molte persone emigreranno. Per ragioni fiscali ed economiche, per l’idea che è difficile fare granché in Francia, un Paese che appare bloccato. E poi potremmo vedere qualcuno alla destra del Front National che si innervosisce e passa a un’azione violenta».

Nel suo romanzo la guerra civile sembra cominciare, poi per fortuna si ferma subito. Ma lei mi sta dicendo che nella realtà questa le sembra un’ipotesi possibile. 

«Sì, è un’ipotesi possibile. Sono allarmista, certo. Declinista no, perché ci sono cose bizzarre e positive che accadono in Francia, per esempio abbiamo una demografia molto alta, una cosa tutto sommato misteriosa».

Il grande soggetto del suo libro è in generale il ritorno della religione.

«Sì, è un fenomeno che i media non riescono a cogliere, pensano che la religione sia un fenomeno passato di moda. Ma prima di domenica le grandi manifestazioni di piazza sono state le manif pour tous. Fatte da cattolici molto diversi da quelli che mi ricordavo da giovane, ovvero gente complessata e all’antica oppure di sinistra insopportabilmente perbenista (ride, ndr)».

Ha letto «Il Regno», il romanzo di Emanuel Carrère, e il suo testo su «Sottomissione» pubblicato dal «Corriere»?

«Si. Carrère ha capito certe cose fondamentali del mio libro».

Per esempio la tentazione di liberarsi della libertà?

«Si. Della libertà l’uomo non ne può più, troppo faticosa. Ecco perché parlo di sottomissione. È un piacere parlare di Emanuel Carrère e del suo libro che ho molto amato».

Carrère spera che possa esserci una relazione feconda tra l’Islam e la libertà cara alla civiltà europea erede dei Lumi. È uno scenario possibile?

«I miei valori non sono quelli dell’Illuminismo. Ora, senza andare verso un progetto di fusione grandioso alla Carrère, diciamo che Cattolicesimo e Islam hanno dimostrato di poter coabitare. L’ibridazione è possibile con qualcosa che è davvero radicato in Occidente, il Cristianesimo. Mentre con il razionalismo illuminista mi pare inverosimile».

Rispetto al 2001 e alla sua celebre dichiarazione «l’Islam è la religione piu stupida del mondo», lei ha chiaramente cambiato opinione sull’Islam. Come mai?

«Ho riletto con attenzione il Corano, e una lettura onesta porta a supporre un’intesa con le altre religioni monoteiste, che è gia molto. Un lettore onesto del Corano non ne conclude affatto che bisogna andare ad ammazzare i bambini ebrei. Proprio per niente».

È il dibattito cruciale. I terroristi sono pazzi che stravolgono il messaggio dell’Islam, o la violenza è inerente alla natura stessa di quella religione?

«No, la violenza non è connaturata all’Islam. Il problema dell’Islam è che non ha un capo come il Papa della Chiesa cattolica, che indicherebbe la retta via una volta per tutte».

I suoi romanzi hanno sempre una parte di osservazione della società e un tocco profetico, a cominciare dal capitalismo applicato ai sentimenti di «Estensione del dominio della lotta»… 

«Sì, è stata la mia prima scoperta (ride, ndr)».

…per continuare con turismo sessuale e terrorismo di massa, clonazione, Francia trasformata in parco giochi per ricchi turisti, fino alla sottomissione all’Islam.

«Comincio dall’osservazione della realtà, ma resta letteratura. So che è difficile da credere ma l’Islam, nel romanzo, all’inizio non c’era. Uno dei motivi che mi hanno fatto scrivere il libro, oltre al fatto che essere ateo mi è diventato insopportabile, è che tornando in Francia dall’Irlanda mi sono reso conto che la situazione era molto peggiore di quanto pensassi. Ho pensato che le cose potevano precipitare in modo spiacevole, e questo mi ha sorpreso». L’intervista finisce, ci salutiamo. «Spero che avremo l’occasione di rivederci in circostanze più felici», conclude lo scrittore.

L'articolo Esce oggi in Italia “Sottomissione”: l’intervista a Michel Houellebecq proviene da Minima et Moralia.

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Marx 2.0? “Il Capitale del XXI secolo” – Incontro con Thomas Piketty https://minimaetmoralia.it/editoria/incontro-con-thomas-piketty/ https://minimaetmoralia.it/editoria/incontro-con-thomas-piketty/#comments Mon, 15 Sep 2014 13:30:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23234 Pubblichiamo l'intervista che Marco Cicala ha fatto all'economista francese Thomas Piketty per il Venerdì di Repubblica, in occasione dell'uscita italiana del suo libro Il capitale nel XXI secolo (edito da Bompiani, traduzione di Sergio Arecco). Ringraziamo l'autore e la testata. (Fonte immagine)

di Marco Cicala

Parigi. L’hanno definito il Marx 2.0. Sul suo libro hanno oscillato il turibolo benedicente guru della stazza di Paul Krugman o Joseph Stiglitz. I consiglieri economici di Barack Obama lo hanno convocato a palazzo per farsi spiegare le sue ricette in materia di lotta alle disparità sociali. Per gli accusatori, il francese Thomas Piketty non sarebbe invece che l’ennesimo gauchista plutofobo, magari tendenza Occupy Wall Street, dispensatore di soluzioni retrò, interventiste, vetero-stataliste – tipo una tassazione progressiva sui grandi capitali. Insomma, l’ultimo coniglietto spuntato dal cilindro di un keynesismo fuori tempo massimo. Per confutare le sue idee, la cosiddetta stampa neoliberista – Financial Times in testa – ha sguinzagliato tutta una muta di esperti, giornalisti da punta e da riporto. Ma il risultato della demolizione è stato piuttosto deludente. Si è cercato di cogliere in castagna Piketty aggrappandosi a minutaglie, errori marginali stanati nelle 950 pagine del suo Il capitale nel XXI secolo, che adesso esce in Italia da Bompiani. In Francia ne sono andati via 150 mila esemplari. Però, con mezzo milione di copie vendute, è stata la versione in inglese a farne un caso editoriale e un titolo à la page.

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Pubblichiamo l’intervista che Marco Cicala ha fatto all’economista francese Thomas Piketty per il Venerdì di Repubblica, in occasione dell’uscita italiana del suo libro Il capitale nel XXI secolo (edito da Bompiani, traduzione di Sergio Arecco). Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Marco Cicala

Parigi. L’hanno definito il Marx 2.0. Sul suo libro hanno oscillato il turibolo benedicente guru della stazza di Paul Krugman o Joseph Stiglitz. I consiglieri economici di Barack Obama lo hanno convocato a palazzo per farsi spiegare le sue ricette in materia di lotta alle disparità sociali. Per gli accusatori, il francese Thomas Piketty non sarebbe invece che l’ennesimo gauchista plutofobo, magari tendenza Occupy Wall Street, dispensatore di soluzioni retrò, interventiste, vetero-stataliste – tipo una tassazione progressiva sui grandi capitali. Insomma, l’ultimo coniglietto spuntato dal cilindro di un keynesismo fuori tempo massimo. Per confutare le sue idee, la cosiddetta stampa neoliberista – Financial Times in testa – ha sguinzagliato tutta una muta di esperti, giornalisti da punta e da riporto. Ma il risultato della demolizione è stato piuttosto deludente. Si è cercato di cogliere in castagna Piketty aggrappandosi a minutaglie, errori marginali stanati nelle 950 pagine del suo Il capitale nel XXI secolo, che adesso esce in Italia da Bompiani. In Francia ne sono andati via 150 mila esemplari. Però, con mezzo milione di copie vendute, è stata la versione in inglese a farne un caso editoriale e un titolo à la page.

Hanno scritto: miracoloso che un ponderosissimo saggio di economia irto di cifre e tabelle sia diventato un bestseller. Forse non si erano accorti che Le capital au XXIe siècle non è solo un libro di economia. La chiave del suo successo risiede probabilmente nel fatto che torna a piazzare al centro della riflessione un tema di calda popolarità quale quello delle diseguaglianze, trottando fra storia, politica, sociologia, letteratura – da Balzac a Jean Austen; con occhiate sbarazzine al cinema – Titanic, Django Unchained – e alle serie tv americane: Dr. House, West Wing, Dirty Sexy Money… Intendiamoci, non è danzante pop economy, ma nemmeno un volumone per roditori di equazioni, grafici e statistiche. «Più che un economista, mi considero un ricercatore in scienze sociali. Le frontiere disciplinari non sono così nette come pretendono molti economisti, sentendosi depositari di un sapere scientifico esclusivo. Un’illusione totale» dice Piketty, 43 anni, nel suo ufficetto all’Eep, L’École d’économie de Paris, dove insegna. Uno studiolo monastico, angusto. C’è spazio solo per un paio di scaffali, non più di due sedie e la scrivania. Sopra, il cellulare del professore: non proprio di ultima generazione.

«Nel libro, che è il risultato di un lavoro collettivo, cerco di riprendere una tradizione di economia politica, studio dei processi sul lungo periodo, che si è un po’ eclissata» sintetizza. «Ho provato a ripercorrere la storia della ricchezza nei secoli e in una ventina di Paesi. Se vuole, è il racconto delle metamorfosi del denaro e delle forme di potere che le hanno accompagnate». C’è chi ha visto nel titolo un ammiccamento astutamente commerciale a Das Kapital di nonno Marx. Ma Piketty precisa: «Io parlo di capitale, non solo di capitalismo. Il capitale – nel senso di fortuna, ricchezza, patrimonio più o meno consistente, pubblico o privato – precede il capitalismo. Ed eventualmente continuerà a esistere anche dopo di lui». È grosso modo nel XVIII secolo che inizia ad affiorare una documentazione sistematica sullo stato delle ricchezze nazionali. «In Francia, la Rivoluzione non ha creato una società ideale, ma è da quel momento che si cominciano a monitorare i patrimoni immobiliari e finanziari». Piketty insegue le avventure del denaro nella modernità attraverso il rapporto fluttuante fra tassi di remunerazione del capitale – cioè quanto rende un patrimonio – e tassi di crescita, vale a dire – semplificando – i redditi da lavoro, salari e stipendi, da che esistono cose del genere. Nel confronto tra capitale e crescita è schematizzata la parabola delle diseguaglianze. Che oggi, secondo Piketty, sarebbero tornate ad acuirsi retrocedendo ai livelli di oltre cent’anni fa. Zona Belle Époque, per capirci. Coi patrimoni che crescono di nuovo cinque o sei volte più velocemente dei redditi. Una regressione? «Diciamo la ripresa di una continuità storica. Nei secoli, la divergenza tra capitale e crescita è stata la costante, la regola. E il passaggio dalla società agraria a quella industriale ha mutato la situazione meno di quanto si creda. È solo in una fase circoscritta del Novecento che si produce provvisoriamente un’inversione di rotta. Specialmente nel cosiddetto Trentennio glorioso  1945-’75, assistiamo a una diminuzione delle disparità. Per un concorso di fattori. Da un lato la brutale contrazione dei patrimoni polverizzati dalle Guerre mondiali. Dall’altro per effetto delle politiche di ricostruzione. Sono gli anni della tassazione progressiva, dello stato sociale, delle conquiste sindacali». La compresenza di questi elementi – unitamente all’impennata della produttività e allo sviluppo demografico culminato nel baby boom – «portò a un riequilibrio. Fu una parentesi, ma i suoi esiti sono stati talmente prolungati da far pensare che si fosse entrati irreversibilmente in un mondo nuovo».

Ecco invece che dagli anni Ottanta la crescita riprende a calare, «riassestandosi su quote ottocentesche», e la curva della natalità inizia a precipitare. «Oggi in alcuni Paesi europei la crescita è dell’1 per cento o addirittura in negativo. Valutata in senso strettamente economico, questa situazione non sarebbe più problematica di tante altre. Lo diventa se analizzata sul piano delle conseguenze sociali che determina». E che potrebbero essere riassunte in nuova vertiginosa concentrazione delle ricchezze. Il cocktail di crescita debole e bassa natalità allestisce secondo Piketty uno scenario dove patrimoni, rendite, eredità riacquistano un peso «del quale negli ultimi decenni ci eravamo dimenticati». I capitali accumulati nel passato staccano in volata quelli che sono frutto del lavoro dei vivi. «Le generazioni del baby boom si sono fatte in larga misura da sole. Mentre per quelli nati tra i 70 e i 90 l’eredità, o comunque il patrimonio familiare, assumono un’importanza pressoché sconosciuta ai loro coetanei del dopoguerra». Una situazione su cui la demografia ha la sua bella incidenza – insiste Piketty, con un esempio iperbolico: «In una società dove molti hanno, mettiamo, dieci figli, non puoi fare troppo assegnamento sull’eredità, visto che ogni volta dovresti dividerla in dieci parti».

Se l’andazzo è questo, rischia di ridiventare di preoccupante attualità il cinico pistolotto che in Papà Goriot di Balzac (1835), quell’irresistibile farabutto di Vautrin rivolge al giovane rampante Eugène de Rastignac. Dicendogli in sostanza: che futuro vuoi aspettarti in una società come la nostra sgobbando a forza di studio e lavoro? Tanta fatica e sottomissione per poche e risibili soddisfazioni. Meglio addentare subito una cicciosa dote quale quella della signorina Victorine che, d’accordo, sarà pure una racchia, ma ti garantirebbe una rendita annua di 50 mila franchi. Chiosa Piketty: «Ora non intendo sostenere che nel 2014 ci troviamo ricatapultati nelle condizioni del mondo balzachiano. Sarebbe esagerato. Titoli di studio, competenze, diffusione delle conoscenze giocano ancora un ruolo importante nella riduzione delle diseguaglianze». Ma resta il fatto che le nuove sproporzioni tra patrimonio e reddito ammaccano di brutto l’idea meritocratica – sia essa favola o realtà – che è il sale delle democrazie di mercato. Cioè società fondate sul valore lavoro. Dove, per tradizione, la rendita è guardata con sospetto, se non con odio. Cascame parassitario di un capitalismo Ancien régime dal quale, con più di un’illusione, ci si credeva emancipati. Mentre eccolo riemergere nelle forme di un sistema in cui le famose chances  sembrano anchilosate e le derive oligarchiche sono dietro l’angolo.

Ma i paradossi della ricchezza non si sgranano soltanto lungo il confine tra facoltosi e meno abbienti. Sbocciano pure nel cuore dei maxi-capitali. Prendi Bill Gates. Tra 1990 e 2010, il patrimonio di Mr. Microsoft è cresciuto da 4 a 50 miliardi di dollari. In proporzione, allo stesso ritmo di quello su cui siede Liliane Bettencourt, ereditiera L’Oréal, la cui fortuna è passata nello stesso ventennio da 2 a 25 miliardi di verdoni. Embè? Dove sta la bizzarria? «Nel fatto che Gates è un imprenditore, mentre Bettencourt non ha mai lavorato. Tutto le viene da papà Eugène Schueller che fondò l’azienda cosmetica nel 1907 ed è morto 57 anni fa!». Da allora, Madame alloggia nell’Olimpo delle rendite monstre. Ma Piketty frena: «Non si tratta di fare distinzioni morali tra l’imprenditore buono e dinamico contrapposto al perfido, arroccato rentier . Perché nei grandi patrimoni le due figure spesso convivono». Come testimoniavano già i capitalisti balzachiani: «Prima di diventare rentier , Goriot è un pastaio che fa fortuna vendendo vermicelli. Quanto a César Birotteau, sul finire si lancia in un’operazione immobiliare che segnerà la sua rovina, ma aveva cominciato coi prodotti di bellezza. Esattamente come Monsieur L’Oréal». Audacia e speculazione; denaro che cresce nel movimento, nell’innovazione, nel rischio o che si autoriproduce da solo, se non altro perché è proprio tanto. «Deregulation e complessità crescente dei prodotti finanziari hanno certamente esacerbato la diseguaglianza tra i rendimenti da capitale». Oggi – dai fondi petroliferi con cui hanno fatto bingo gli oligarchi russi alle maxi-dotazioni delle grandi università americane – «i grossi portafogli possono accedere a remunerazioni dell’8-10 per cento che restano precluse a chi si presenta in banca con diecimila euro».

Tallonando l’avvitamento a spirale di un capitalismo sempre più patrimoniale, dinastico o familistico, il libro di Piketty analizza anche lo stato della ricchezza in Italia. A suo parere, «un caso estremo e perciò paradigmatico». Perché, da noi, alle tendenze generali condivise con altre economie europee si sommano fattori peculiari. In sintesi: «Livelli demografici che, senza l’immigrazione, sono quasi negativi. E una pauperizzazione dello Stato più marcata che altrove». Questo «sostanzialmente per via delle privatizzazioni – che hanno ridotto gli attivi pubblici, – e a causa dell’entità del debito». In compenso, sebbene una parte del Paese sia sempre più indebitata, la ricchezza privata è aumentata. A livelli persino spettacolari. Scrive Piketty: «Anziché pagare le tasse per equilibrare i bilanci pubblici, gli italiani – quantomeno la media – hanno prestato denaro allo Stato acquistando buoni del tesoro o attivi pubblici e accrescendo così il loro patrimonio senza accrescere il patrimonio nazionale». E dove sono finiti i quattrini del risparmio? In stragrande maggioranza nel caro vecchio mattone. Magari a gonfiare il soufflé delle bolle immobiliari. Aggiungeteci che da noi il rapporto tra capitale e reddito è ormai sbilanciato in favore del patrimonio a livelli record e avrete Renditopoli. L’Italia paradiso dei rentier.

Le peripezie della ricchezza variano naturalmente a seconda delle latitudini, ma Thomas Piketty è convinto che una crescita sempre più in affanno dietro alle remunerazioni patrimoniali sia tendenza che accomuna ormai i Paesi industrializzati e la chiave per spiegare l’aumento delle disparità. Diseguaglianze di cui si fa un gran parlare anche negli States. Dove – checché se ne pensi – non sono sempre state così aspre. «In Europa» dice il professore «abbiamo tendenza a considerare gli Stati Uniti terra dei grandi contrasti di ricchezza. Perché ci fissiamo sulla fase del post- reaganismo. Ma guardi che fino agli anni 30, gli Usa sono più egualitari dell’Europa. Il Paese era giovane; i capitali non tanto concentrati essendoci stato meno tempo per accumularli; la tassazione su patrimoni e successioni molto elevata. In America, tra le due guerre, questo sistema era segno di distinzione e motivo di vanto: non volevano riprodurre le società classiste del Vecchio continente, non volevano assomigliargli. Oggi sono alle prese con un tasso di diseguaglianza incompatibile con quella tradizione». A proposito di States: negli anni 90, dopo aver insegnato al Mit, Piketty volta le spalle all’America e se ne torna a lavorare in Europa. Divergenze di metodo: «Nei dipartimenti di economia delle università americane c’è una specie di disprezzo verso le altre discipline. Rientrando in Francia volevo riavvicinarmi a una tradizione più aperta allo scambio tra saperi. Detto questo, come fai a parlar male dei campus americani? Sono posti formidabili. Mentre le università francesi o italiane spesso fanno acqua». È stata comunque la contraerea anglosassone a respingere con più zelo le sue tesi: «Sulle prime il Financial Times  mi ha trattato con curiosità e una certa simpatia. In seguito sono forse rimasti spaventati dal successo del libro. La curiosità è finita dove cominciavano gli interessi materiali dei  lettori. O almeno: di quelli che il FT  immagina siano gli interessi dei suoi lettori. Certa stampa ritiene di avere come missione quella di difendere gruppi sociali che il mio libro minaccerebbe» dice con smorfia perplessa. Ma è legittimo il sospetto che in un’epoca dove identità e culture politiche si fanno sempre più fluide, quello delle diseguaglianze non sia più un tema esclusivamente di sinistra? «Beh, in Inghilterra il governo Cameron, che non è tanto a gauche , ha tassato i patrimoni immobiliari più dei laburisti. In Spagna, il centrodestra di Rajoy ha reintrodotto l’imposta sul patrimonio abolita dal socialista Zapatero».

Suvvia, il Piketty-pensiero potrà non piacere, ma come si fa a dare dell’anticapitalista a uno che in ogni intervista ribadisce: «Il capitale è qualcosa di socialmente utile. La proprietà privata e il mercato sono necessari non solo all’efficacia economica, ma alle libertà e all’emancipazione»? Con uno spruzzo di ecologia, anche la croissance  gli piace un sacco: «Non sono un decrescista. Sono per la crescita e penso che possa ripartire se inventiamo energie pulite. Sono anche per la natalità. Ho tre figli: di 11, 14 e 17 anni. E vorrei averne altri». Auguroni. Quanto al suo preteso neomarxismo, lo liquida con un sorrisetto: «Sono diventato adulto assistendo al collasso dei regimi dell’Est. Come molti giovani ho abbastanza viaggiato in Romania, Bulgaria, Russia per immunizzarmi da ogni tentazione comunista».

Alla fine, riemergendo dalla lettura di Le capital…  come da una nuotata di fondo, ti dici che le analisi di Piketty sono innovative e persino avvincenti, mentre i suoi rimedi inducono a qualche scetticismo. Per esempio: come si fa a tassare capitali ormai senza frontiere? «Mica è così complicato, questioni quali il surriscaldamento climatico sono molto più rognose! Non è un problema tecnico, ma di organizzazione politica. E nessun Paese può più pensare di affrontarlo da solo. Per questo difendo l’idea che l’Europa o un nucleo duro di Paesi Ue facciano squadra in questo senso. Non si può rinunciare alla sovranità monetaria, portare avanti l’Euro mantenendo 18 sistemi fiscali e sociali in feroce concorrenza tra loro. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: populismi, ripiegamenti nazionali… Tendiamo a dimenticare che, malgrado tutto, i fondamentali dell’Ue sono buoni. L’Europa è ancora un posto molto ricco: rappresenta un quarto del Pil mondiale, più degli Stati Uniti. E a quanti gridano contro l’invasione dei capitali stranieri andrebbe ricordato che sono molti di più gli interessi europei all’estero che non il contrario! Quando disponi di una forza simile avrai pure qualche capacità di pressione». Già, ma in fatto di concertazione, l’Europa continua a dar pessima prova di sé. Contro chi taccia le sue soluzioni di velleitarismo, Piketty argomenta: «Nel secolo scorso la tassa sul reddito sembrava fantascienza, eppure ci si è arrivati. Però facciamo un esempio più recente: fino a pochissimi anni fa il segreto bancario in Svizzera pareva intoccabile, ma sono bastate un po’ di sanzioni americane contro le banche per cambiare le cose. La storia è piena di sorprese».

Sarà, ma quando il sorpresone di François Hollande fu la cosiddetta tassa Depardieu sulle grandi fortune tutto finì in un flop: «Perché, ripeto, nessun Paese può più illudersi di poter agire in solitario. Ad ogni modo, se i grossi patrimoni procedono a un ritmo compatibile con i redditi della classe media non c’è motivo di tassarli tanto. Se invece crescono al 7-8 per cento, come ci raccontano le classifiche Forbes, non si può dire che un’imposta del 1-2 per cento ammazzerà la crescita!». Epperò «da sole, più crescita e più concorrenza non risolveranno i problemi dell’Europa». Vallo a raccontare ai mercatisti . Chi sono? Quelli parodiati in un storiella apocrifa che tra gli economisti è un piccolo classico. Pare che il grande studioso e cattedratico a Yale Irving Fischer avesse addestrato un pappagallo. Che a qualsiasi domanda gli rivolgessero gli studenti dava sempre la stessa risposta: È la legge della domanda e dell’offerta! È la legge della domanda e dell’offerta, sgnak-sgnak!

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L’alternativa dei “nove su dieci” https://minimaetmoralia.it/libri/lalternativa-dei-nove-su-dieci/ https://minimaetmoralia.it/libri/lalternativa-dei-nove-su-dieci/#comments Wed, 30 May 2012 13:00:56 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7926 Pubblichiamo una recensione di Claudio Gnesutta sul libro di Mario Pianta «Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa» (Laterza).

di Claudio Gnesutta

Crisi finanziaria, crisi del debito pubblico, austerità. Sembra che non ci sia alternativa per un paese in difficoltà come il nostro. Ma chi ha pagato, effettivamente, il conto della crisi? La risposta la dà il titolo del libro di Mario Pianta Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, 2012, 12€). È sui “nove su dieci” più poveri che ha gravato il peso del declino e del riaggiustamento economico, mentre i più ricchi – “uno su dieci” degli italiani - hanno beneficiato del lungo processo che ha portato a quest’esito disastroso, e si sono ora posti al riparo dai costi della crisi. Le soluzioni, proposte ed attuate, per superare la crisi hanno l’effetto di approfondire le disuguaglianze esistenti, deprimendo le forme di partecipazione politica e indebolendo la democrazia.

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Pubblichiamo una recensione di Claudio Gnesutta sul libro di Mario Pianta «Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa» (Laterza).

di Claudio Gnesutta

Crisi finanziaria, crisi del debito pubblico, austerità. Sembra che non ci sia alternativa per un paese in difficoltà come il nostro. Ma chi ha pagato, effettivamente, il conto della crisi? La risposta la dà il titolo del libro di Mario Pianta Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, 2012, 12€). È sui “nove su dieci” più poveri che ha gravato il peso del declino e del riaggiustamento economico, mentre i più ricchi – “uno su dieci” degli italiani – hanno beneficiato del lungo processo che ha portato a quest’esito disastroso, e si sono ora posti al riparo dai costi della crisi. Le soluzioni, proposte ed attuate, per superare la crisi hanno l’effetto di approfondire le disuguaglianze esistenti, deprimendo le forme di partecipazione politica e indebolendo la democrazia.

Le radici della debolezza strutturale dell’Italia, che l’ha resa così vulnerabile di fronte al crollo della finanza del 2008, sono molte e complesse. L’incompiutezza dell’Europa, l’inadeguatezza della politica a fronteggiare l’evidente declino del nostro apparato produttivo, l’indifferenza nei confronti della deriva dei conti pubblici, il disinteresse, se non peggio, per l’estendersi delle disuguaglianze sociali, tutto questo è ricostruito nei primi tre capitoli del volume; il capitolo conclusivo presenta una “via di uscita”, con le alternative possibili a “questa” austerità.

Vediamo le linee portanti della sua argomentazione, che sono di grande interesse. Punto fermo è la valutazione che il liberismo “va messo in soffitta” in quanto l’esperimento che “il mercato – lasciato a se stesso – sia capace di far crescere l’economia, trovare le produzioni giuste e creare occupazione” è risultato fallimentare come dimostra la lunga recessione che ci coinvolge e di cui non si intravede la conclusione. L’intervento pubblico deve impegnarsi a “indirizzare la produzione delle imprese private, regolare e organizzare i mercati, creare lavoro e redistribuire in modo egualitario i redditi.” Per quanto possa sembrare ovvia e ampiamente condivisa, una tale ridefinizione della politica economica delinea una “visione” radicalmente contrapposta a quella che da lungo tempo la vulgata mediatica, anche nella forma aulica dai “professori”, propaganda come l’unica ammissibile. Essa comporta un rovesciamento egli obiettivi da perseguire e degli strumenti da adottare, nonché una ridefinizione dei vincoli che l’azione pubblica deve affrontare per ottenere i fini perseguiti: l’obiettivo è la stabilità sociale più che l’efficienza economica; lo strumento è la politica industriale piuttosto che quella finanziaria; i vincoli da allentare sono i condizionamenti della finanza più che le relazioni di lavoro.

L’obiettivo di “rimettere le persone al centro” significa considerare come preminente la qualità della loro vita riconoscendo che esse non sono la causa della crisi, ma l’oggetto: “Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, serve mettere al primo posto la creazione di un’occupazione stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi”. L’attenzione dell’azione politica va spostata sulle condizioni di vita dei lavoratori, non solo di chi un lavoro ce l’ha (e lo vuole mantenere), ma anche di chi questo lavoro non ce l’ha, non lo può avere, lo ha perso senza ritrovarlo o senza poterlo ritrovare. Di fronte a questa priorità, l’economia è un vincolo con cui fare i conti, ma non l’obiettivo al quale subordinare la vita sociale: la contrapposizione con la visione della politica economica corrente non potrebbe essere più drastica.

La ridefinizione dell’obiettivo spiega l’importanza che assume nella proposta di Pianta la politica industriale – di una politica del lavoro e per il lavoro – in quanto strumento per riformare la struttura produttiva e di favorire contemporaneamente il riequilibrio sociale. Si tratta di spostare l’asse dell’intervento riformatore dall’offerta dei lavoratori a prestare la loro opera (centrale invece nella visione della cosiddetta “riforma del mercato del lavoro”), al rilancio di una domanda di lavoro delle imprese attuando politiche che non siano di crescita senza qualità. La questione è cosa e come produrre, e la risposta risiede nell’individuare come aree da privilegiare la “crescita delle conoscenze, delle tecnologie, degli investimenti e delle attività economiche in direzioni che migliorino le prestazioni economiche, le condizioni sociali e la sostenibilità ambientale”.

Nell’attuale situazione recessiva, non è però possibile puntare solo sulla politica industriale; occorre accompagnarla con interventi di sostegno e di stabilizzazione della domanda, declinati in funzione dell’espansione dello stato sociale (rafforzamento degli ammortizzatori sociali, reddito di cittadinanza ecc.). Politica industriale per rilanciare il lavoro e politiche di welfare per contenere gli effetti negativi dovuti ai riaggiustamenti dei mercati sono due aspetti inevitabilmente connessi nell’obiettivo di favorire un assetto sociale più equilibrato. Naturalmente sono ben presenti le difficoltà di trovare, nella presente situazione, i fondi necessari a per il rilancio dell’economia e la ricostruzione sociale. Oltre che dall’Europa, le risorse dovrebbero venire da “una grande redistribuzione” che determini uno spostamento strutturale del carico fiscale dal lavoro alla ricchezza: “va colpito in primo luogo lo stock di ricchezza accumulata negli ultimi vent’anni, che non ha sostenuto gli investimenti e lo sviluppo del paese.”

Proposte come queste per la crescita dell’occupazione, la ristrutturazione industriale, il consolidamento del welfare incontrano numerosi vincoli, sia in campo economico che in quello politico. Un primo vincolo da affrontare è quello europeo che tuttavia – all’indomani della vittoria del socialista François Hollande in Francia – potrebbe essere rovesciato in una risorsa, se le politiche dell’Unione abbandonassero i “dogmi della finanza e del liberismo” per consentire ai paesi in difficoltà (e l’Italia tra essi) un aggiustamento meno gravoso. Le politiche di austerità imposte dall’Europa accentuano la crisi fiscale e prolungano la recessione. Sono invece necessarie politiche che utilizzino le risorse dell’Unione per sostenere la domanda europea, riequilibrare gli assetti produttivi, difendere le economie reali dall’aggressività della finanza globale. La mancata consapevolezza dell’urgenza di un tale intervento rischia di far implodere il progetto europeo; i singoli paesi, lasciati soli, non essendo in grado di contrastare la pressione dei mercati finanziari cui nulla interessa dei bisogni sociali, si espongono allo smantellamento dell’intervento pubblico e a una grave lacerazione della società che, se “generalizzata a tutta l’Europa, provocherebbe una depressione più grave di quella degli anni Trenta.” Appare ampiamente fondata la critica di ampi settori europei sulla governance economica europea che chiedono che la questione del debito pubblico venga affrontata “in modo che sia sostenibile per i paesi in crisi, accettabile per i paesi forti e attento a non distruggere l’Unione monetaria e l’euro.” L’obiettivo di “ridimensionare la finanza, controllare l’economia, praticare la democrazia” è una ridefinizione radicale della politica economica europea, ma la sola che le può garantire un futuro di civiltà.

L’altro vincolo che viene sottolineato nel volume è quello politico: “La crisi economica è vista anche come fallimento dei processi politici della democrazia rappresentativa nel proteggere le condizioni di vita dei cittadini.” Negli ultimi vent’anni in Europa i governi, anche di centro-sinistra, hanno sposato acriticamente le politiche liberiste confidando nei benefici attesi della globalizzazione. Nell’affrontare la crisi che ne è conseguita, non riescono a intravedere alternative alle politiche di austerità che continuano a colpire la parte più debole della società; la scelta di delegare alle forze economiche le decisioni su come riformare la società priva le forze politiche di una effettiva incidenza sul mondo reale. La politica rischia di essere considerata irrilevante da parte di un corpo sociale che avverte di essere lasciato in balia di un futuro di grande incertezza.

Una capacità progettuale alternativa si può rintracciare nei movimenti sociali e nelle pratiche di democrazia partecipativa e deliberativa espresse dalla società civile negli ultimi decenni, in un quadro di alleanze sociali con tutti i soggetti aperti al cambiamento. È una condizione per una “nuova” politica, capace “di dare voce al protagonismo di quel 99% dei senza-potere”, con il riconoscimento della “pari dignità tra le diverse forme dell’azione politica – nei movimenti, nel sociale, nel sindacato, oltre che nei partiti.” Il richiamo è per una politica “buona, forte e partecipata”, fondata su valori condivisi  – i principi della Costituzione, il benessere, l’uguaglianza, la sostenibilità ambientale –, capace di governare in modo efficace e di guardare al futuro.

Serve un ritorno alla politica: “per far funzionare l’azione pubblica in questa direzione, è necessario che molti, tra quei nove su dieci degli italiani, decidano di ‘riprendersi’ la politica” in modo da poter “costruire una nuova egemonia sulla politica e sull’economia”, con un “blocco sociale post-liberista” a sostegno del progetto alternativo di una società di democrazia allargata ed economicamente sostenibile. È questo il nodo cruciale per superare l’esistente blocco sociale che con un “consenso passivo al potere della finanza e del privilegio” ha sostenuto finora il progetto liberista, dimostratosi illusorio ma che ancora ripropone le sue ricette recessive, prospettando un sicuro e drammatico aggravarsi della crisi e un impoverimento diffuso.

Il quadro dell’analisi di Pianta rende evidente la complessità di un’alternativa consapevole rispetto alla semplicità della richiesta di austerità. La via d’uscita prospettata – che riprende molte delle proposte avanzate dalla Campagna Sbilanciamoci sulla politica italiana ed europea – richiede un approfondimento della fattibilità delle singole iniziative e delle possibili ricadute economiche e sociali, ma pone l’esigenza di affrontare le attuali difficoltà – declino economico, ampliamento del divario tra ricchi e poveri, emergenza del debito pubblico – con un’ottica profondamente diversa dalla visione neoliberista dimostratasi socialmente fallimentare.

Un cambiamento di questo tipo richiede tempi lunghi e un profondo scontro sociale poiché contesta posizioni di rendita che si sono rafforzate negli ultimi decenni; contraddice convinzioni sedimentate e mediaticamente diffuse da un più che decennale pensiero unico neoliberista; richiede di affrancarsi da una finanza che funziona come strumento disciplinatore dell’esistente. Per quanto complesso sia, questo è il terreno sul quale si gioca oggi la forma futura della nostra società. E qui “Nove su dieci” offre un utile contributo, una chiave di lettura di quanto è successo e una prospettiva di cambiamento: “i contenuti di questa politica sono chiari, le proposte sono molte, concrete, realizzabili. Sicuramente controverse, ma largamente condivise. Capaci di dare benefici economici concreti a nove italiani su dieci, e di far vivere proprio tutti in una società meno degradata, insicura e ingiusta.” Pagine da leggere e proposte da praticare, per chi è alla ricerca di un’alternativa.

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