Frank Zappa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/frank-zappa/ un blog di approfondimento culturale Mon, 20 Apr 2020 08:44:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Frank Zappa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/frank-zappa/ 32 32 La critica musicale oggi: intervista a Rossano Lo Mele https://minimaetmoralia.it/interviste/la-critica-musicale-oggi-intervista-rossano-lo-mele/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-critica-musicale-oggi-intervista-rossano-lo-mele/#comments Mon, 20 Apr 2020 12:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43058 Photo by Annie Theby on Unsplash

Non se ne può più di sentir dire che scrivere di musica equivale a ballare di architettura. La celebre massima, che il popolo attribuisce a Frank Zappa mentre i più informati fanno risalire all’attore-musicista Martin Mull, è spesso la formula magica per chiudere un discorso teso a screditare chi, nonostante la crisi irreversibile della carta stampata e gli altri innumerevoli ostacoli, si ostina a praticare un’arte forse minore, magari anacronistica, ma pur sempre un’arte, la critica musicale. Non è il solo luogo comune: un altro molto abusato è quello per cui i critici musicali sono tutti musicisti falliti (anche se c’è chi, come Colapesce, un po’ ironicamente e un po’ no dice di essere un critico musicale fallito e di essere, per questo, diventato musicista).

Sono invece pochi – ed è un discorso soprattutto italiano – quelli che rispettano il ruolo che i critici musicali hanno (avuto) nell’educazione degli appassionati di pop e rock, forse immemori di quando loro stessi coccolavano la propria collezione di dischi con una tenerezza riservata a poche altre cose o quando attendevano con trepidazione che all’edicola in fondo alla strada arrivasse il nuovo numero della propria rivista di riferimento.

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Photo by Annie Theby on Unsplash

Non se ne può più di sentir dire che scrivere di musica equivale a ballare di architettura. La celebre massima, che il popolo attribuisce a Frank Zappa mentre i più informati fanno risalire all’attore-musicista Martin Mull, è spesso la formula magica per chiudere un discorso teso a screditare chi, nonostante la crisi irreversibile della carta stampata e gli altri innumerevoli ostacoli, si ostina a praticare un’arte forse minore, magari anacronistica, ma pur sempre un’arte, la critica musicale. Non è il solo luogo comune: un altro molto abusato è quello per cui i critici musicali sono tutti musicisti falliti (anche se c’è chi, come Colapesce, un po’ ironicamente e un po’ no dice di essere un critico musicale fallito e di essere, per questo, diventato musicista).

Sono invece pochi – ed è un discorso soprattutto italiano – quelli che rispettano il ruolo che i critici musicali hanno (avuto) nell’educazione degli appassionati di pop e rock, forse immemori di quando loro stessi coccolavano la propria collezione di dischi con una tenerezza riservata a poche altre cose o quando attendevano con trepidazione che all’edicola in fondo alla strada arrivasse il nuovo numero della propria rivista di riferimento.

Rossano Lo Mele, una vita spesa tra musica scritta (attualmente dirige il mensile “Rumore”) e suonata (è il batterista dei Perturbazione), è l’interlocutore ideale per approfondire i vari aspetti che riguardano la critica musicale di oggi, specialmente alla luce del libro che ha appena pubblicato per minimum fax, Scrivere di musica, un po’ romanzo di formazione (musicale) e un po’ guida pratica per chi l’ardire di cimentarsi con il mestiere meno pagato del mondo.

Il libro parla della tua educazione sentimentale alla musica e alla scrittura, due passioni che, insieme, possono creare un messaggio di ineguagliabile potenza. Lester Bangs nella sua recensione di Horses scriveva: “Patti Smith ha semplicemente capito che per la letteratura era ora di darsi una mossa e per la musica era ora di cominciare ad avere un po’ di letterarietà e anche un po’ di influenza politica che non fossero finte”. Quando si percorre il confine tra musica suonata e musica scritta, tra letteratura e rock’n’roll, alla propria vita viene impressa una velocità nuova e alla propria visione del mondo un’impensabile apertura. In questo senso, il tuo libro può essere letto come una testimonianza della forza che la musica può trarre dalla scrittura e viceversa?

Per rispondere a questa domanda non posso che partire dalla mia formazione, che è umanistica. Io ho studiato e mi sono laureato in lettere moderne, ahimè vecchio ordinamento, specializzandomi in letteratura nordamericana. Dalla tarda adolescenza ricordo di aver avuto due sole passioni, che mi hanno accompagnato fino a oggi, senza interruzioni: la letteratura e la musica. Sono sempre andate di pari passo, avendo io trascorso gran parte della mia vita a leggere, scrivere, ascoltare e creare musica. Sono completamente d’accordo con il bel passo che segnali di Lester Bangs.

Tranne rari casi, il music writing mi è sempre sembrato uno spogliatoio maschile, quando ero ragazzo. Nozionismo, gergo, gara a chi ne sapeva di più. Senza che la forza della parola potesse risuonare nella scrittura, elevando la ‘scrittura musicale’. I pochi che lo facevano – penso su tutti al mio amato Marco De Dominicis, che oggi si dedica però ad altro – stavano all’incrocio di una serie di linguaggi che riuscivano a sprigionare tutta la potenza della musica di cui parlavano. Ecco, citando Roberto Cotroneo direi che – limitatamente a quest’ambito, ma non solo – ho sempre preferito la conoscenza alla competenza.

C’è una frase nel tuo libro che dice: “scrivere di musica senza passione è cosa senza senso”. È una frase che racchiude tutto lo stoicismo di quelli che ancora si ostinano a fare un mestiere che altrimenti sarebbe già scomparso?

Tutte le discipline artistiche costano una fatica immane. Pensa a cosa significa imparare a suonare uno strumento da zero. Farlo per tanto tempo, per bene, maneggiarlo con maestria. Si tratta di percorsi talmente difficili che se li attui senza passione che senso ha? In questo mestiere non esiste il concetto di scalata sociale o privilegio. O almeno non più. Non si guadagna. Non che non si guadagni molto, non si guadagna proprio. Quindi una dose inconcepibile di passione è obbligatoria. Poi certo, bisogna stare attenti a non scambiare la passione con la capacità, sono due cose diverse. La marea di persone che sono appassionate di musica e quindi pensano di. Di freak è pieno il mondo, e tanti abitano nel condominio del music writing. Quelli meno freak alla fine, secondo me, sono anche quelli che ci hanno lasciato i testi fondamentali. Eccezion fatta per Lester Bangs, Nick Kent e pochi altri.

Il critico musicale così come l’abbiamo sempre conosciuto, un po’ nerd, un po’ entomologo, ma per qualche strana ragione affascinante come poche altre figure giornalistiche, è oggi in discussione perché quella che stiamo vivendo è un’epoca di approssimazione, di imprecisione e di dilettantismo. Al lettore di oggi interessa ancora avere un giornalista di cui fidarsi? Ha ancora una qualche utilità la figura dell’esperto?

Al lettore di una certa età, diciamo over 50, interessa eccome avere la sua firma di riferimento. Nel libro parlo di Fred Dellar, leggendaria firma di “Mojo”, esperto di cose musicali se ne esiste uno. Chi altri sa oggi le cose che sa lui? Cose che non necessariamente stanno su google? E che quindi rappresentano un patrimonio perso. L’esperto può essere ammorbante, certo, però io credo che più che mai abbia una sua centralità oggi. Nel sapere mettere in relazione epoche, linguaggi, generi che vanno e ritornano.

Il fatto che l’opinione venga confusa con la recensione ormai – vedi il tripadvisor per prodotti culturali rappresentato da Amazon – non mi porta a dire che ormai si tratti di azioni a portata di tutti. Di recente Filippo La Porta ha scritto cose bellissime sulla persistenza del critico letterario su “La Repubblica”: lo cito nel libro e sono totalmente d’accordo con lui. Si tratta di figure magari pedanti, ma che illuminano un cammino che altrimenti nessuno vedrebbe, presi dal flusso del presente continuo, del qui e ora, di quello che funziona e dei like, della tirannia dei numeri.

Mi ha fatto molto sorridere un aneddoto che risale agli inizi della tua attività di recensore: dopo aver parlato in termini non lusinghieri di un disco degli Statuto, ti sei ritrovato tutta la band, in vespa, ad aspettarti sotto la radio per cui lavoravi per ‘chiarire’ di persona. E’ un episodio che rende l’idea del peso specifico che avevano le recensioni della carta stampata sulle sorti di un disco.

Le recensioni di un periodico di peso potevano distruggere o portare un disco al successo. Compromettere carriere. Oggi non è più così, almeno sulla carta. Perché poi invece un disco come Funeral degli Arcade Fire deve il suo successo a una testata on line come Pitchfork. Non so a quanti sia capitato qualcosa del genere. Io ho cominciato quando ero molto piccolo e avevo una certa intemperanza che poi inevitabilmente si è placata col passare degli anni.

All’epoca parlare male di un disco significava subire l’embargo delle case discografiche, cosa che a me personalmente è capitata con quasi tutte le multinazionali: gli insulti della Virgin dell’epoca, dove mi chiamavano Lo Meno, per dire. Parlando d’altro, Emmanuel Carrère ha detto: “Se uno dice cose che sa lo danneggeranno, vuol dire che ci crede, è sincero, e questo almeno va rispettato”. Per questo la maggior parte delle persone parla o parlava bene di tutto: così hai la sedia in conferenza stampa assicurata, oltre a ricevere automaticamente dischi, gadget, inviti, viaggi organizzati e flirtare con le ragazze degli uffici stampa. Residui di un passato, va detto, oggi quasi scomparso, vista la crisi del sistema.

Forse una critica che si può muovere al giornalismo musicale contemporaneo è la sua disillusione. Se pensiamo all’idealismo e all’esuberanza non solo del giornalismo rock degli anni Sessanta, ma anche a quello dell’epoca pre-internet, il giornalismo di oggi appare molto più triste. Se la critica musicale si intristisce vuol dire che è sul viale del tramonto?

La tua considerazione è sensata, ma non è forse oggi disillusa gran parte della musica giovanile? Prendi le ultime pagine di Retromania di Simon Reynolds, dove si parla proprio di quello, ormai già molti anni fa. Il futuro è scomparso dall’orizzonte delle nuove generazioni. L’esuberanza di quel giornalismo era una esuberanza anche musicale: Lester Bangs aveva di fronte Lou Reed e Iggy Pop. Il rap di oggi parla solo del presente, di un tempo che dura quanto le stories su Instagram, come dice la canzone di Annalisa. In quel mondo c’era un’idea di edificazione del futuro, della prospettiva, del cambiamento. La musica di oggi, bella o brutta che sia, parla perlopiù di mantenimento di uno status. Del resto tutte le star musicali oggi vanno in palestra, ieri meno. La critica si è forse immalinconita, ma avrebbe così tanti spunti per svolgere il suo ruolo anche oggi, invece di surfare sulla superficie dell’ovvio.

Un altro dei problemi della stampa specializzata di oggi è che, essendo acquistata soprattutto da 40-50enni, è portata a parlare della musica che piace ai 40-50enni, con il rischio di trascurare i nuovi fenomeni o, cosa ancora peggiore, di non accorgersene neanche. Come si esce da questo cortocircuito?

Problema evidentissimo, anche perché se non si sta attenti non si fa che stare appresso appunto ai gusti di quel pubblico. Qui mi sento però di fornirti due risposte: la prima riguarda il fatto che – nella mia esperienza – i migliori radar musicali che conosco sono persone che vanno oggi verso i 55-60 anni. Hanno immagazzinato così tanto e sono così tanto curiosi che sono davvero in grado di apprezzare e far emergere quanto di nuovo arriva dal mondo della musica. Hanno una esperienza tale, una storia, che sanno mettere tutto in prospettiva.

Sarò fortunato io, non lo so, ma poter collaborare con professionisti del genere fa sì che il rischio di sottovalutare materiale potenzialmente esplosivo e nuovo sia molto, molto basso. Ripeto, chi ha 50 anni e passa oggi non si eccita facilmente per un fenomeno fresco o presunto tale, ma è in grado di metterlo in scala come si deve. Cosa che naturalmente una persona molto più giovane non sa fare perché spesso non ne ha gli strumenti. L’altra parte della risposta è, concedimi, un po’ più amara: davvero per paura di blandirli dobbiamo bastonare coloro che reggono l’economia dello spettacolo e della cultura? Coloro che comprano libri, dischi, giornali, biglietti per il teatro, il cinema, festival, concerti e via dicendo? L’economia di settore è retta da gente di 20 anni che vive di Spotify, social media, voli, cibo e abbigliamento low cost? Se dipendessimo da questa generazione, saremmo morti: non per cattiveria, ma per potere di acquisto e abitudini di vita consolidate. Questa è una verità spiacevole e se vuoi iperbolica, ma è così.

Qualche mese fa abbiamo presentato in un cinema di Roma il libro che con “Rumore” abbiamo dedicato a Ennio Morricone e ai suoi lavori per così dire minori. A fine serata una donna dell’età della mia mamma – io ho 48 anni – è andata dall’autore per complimentarsi. E per dirgli che da 30 anni compra e legge la rivista. Questa è la gente, il ceto sociale, che regge gran parte del nostro settore. E come risposta noi dobbiamo punirli perché ascoltano i Joy Division ed Ennio Morricone?

Dal tuo privilegiato punto di vista di musicista, critico musicale e direttore di una rivista rock, come vedi oggi la cultura giovanile?

Io non posso minimamente dire di conoscere la cultura giovanile. Né voglio commettere l’errore di chi ha figli e quindi interpreta il mondo dei ragazzi secondo quella forma domestica di presunto sapere. Quello che vedo con i miei studenti – che perlopiù arrivano a me a 20 anni spaccati, primo o secondo anno di università – è che nel 90% dei casi tendono ad assorbire quello che gli gira intorno. Senza troppi filtri. Rap e trap, soprattutto di area milanese. Il vicinato dei social media ha contribuito al successo della musica locale. Roba cha ascoltano tutti e che quindi ascoltano anche loro, in un percorso di emulazione che però non mi sembra sostanzialmente diverso da quello di chi in giovane età ascoltava i Duran Duran prima, i Take That poi e i One Direction in seguito.

Tutto è ormai a disposizione, sempre, gratuitamente, lo sappiamo bene. La galassia del rap si è mangiata tutto, incluso quello spazio giovanile del rock che dai ’60 in poi si sarebbe immaginato immortale. Ma che comunque tornerà, appena ci sarà un minimo di ricambio generazionale in chi imbraccia una chitarra. Quindi la curiosità oggi si è ridotta, quella forma di ricerca clandestina che animava molti ragazzi un tempo. Ma eravamo una minoranza, e quelle minoranze resistono ancora oggi, sebbene in modo diverso. La proliferazione delle nicchie ha fatto sì che nascessero tanti fenomeni inimmaginabili fino a qualche anno fa: chi avrebbe mai ipotizzato che uno come il povero, giovanissimo Lil Peep avrebbe annodato musiche così diverse e antitetiche come il rap e l’emo?

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Di cosa parliamo quando parliamo di groupie https://minimaetmoralia.it/musica/cosa-parliamo-parliamo-groupie/ https://minimaetmoralia.it/musica/cosa-parliamo-parliamo-groupie/#respond Thu, 26 Sep 2019 09:21:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41149 Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

Nel 2000 il regista, attore e scrittore americano Cameron Crowe ridiede lustro alla figura della groupie con il film semi-autobiografico Almost Famous. Protagonista della storia è un giornalista adolescente che viene mandato dalla rivista Rolling Stone in tour con la sua rock band preferita per scrivere un reportage. Coprotagoniste sono un manipolo di incantevoli ragazze, capitanate da una certa Penny Lane, che in qualità di groupie accompagnano la band in tour e in modo anticonvenzionale ma efficace si prendono anche cura dell'educazione sentimentale del ragazzino.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

Nel 2000 il regista, attore e scrittore americano Cameron Crowe ridiede lustro alla figura della groupie con il film semi-autobiografico Almost Famous. Protagonista della storia è un giornalista adolescente che viene mandato dalla rivista Rolling Stone in tour con la sua rock band preferita per scrivere un reportage. Coprotagoniste sono un manipolo di incantevoli ragazze, capitanate da una certa Penny Lane, che in qualità di groupie accompagnano la band in tour e in modo anticonvenzionale ma efficace si prendono anche cura dell’educazione sentimentale del ragazzino.

Anche se le groupie avevano vissuto e superato da decenni il loro momento di gloria, grazie ad Almost Famous si tornò a parlare di loro, restituendo tutto il fascino a quello che più che mestiere andrebbe definito una vocazione, ricostruendo una mappa esatta (con nomi d’arte, ma anche nomi e cognomi veri) di quale groupie era stata con quale band o musicista, rimandando in stampa o pubblicando per la prima volta libri importanti come Sto con la band. Confessioni di una groupie di Pamela Des Barres (Lit Edizioni, pp. 409, 11,90 euro), Groupie di Jenny Fabian (Arcana, pp. 277, 18,50 euro) o Wonderful Today. La mia vita con George Harrison e Eric Clapton (Caissa, pp. 256, 22 euro), scritti in prima persona da alcune delle più luminose e celebri ragazze che pur non suonando nessuno strumento hanno vissuto in prima persona gli anni d’oro della storia del rock.

Per saperne un po’ di più sull’argomento, sono da poco in libreria due libri che in forma di saggio e di fumetto, con cura e passione ricostruiscono la storia di alcune groupie che andrebbe la pena conoscere. Il primo è il bel libro di Barbara Tomasino Groupie. Ragazze a perdere, pubblicato a inizio millennio, fuori catalogo da anni e adesso ristampato in edizione aggiornata da Odoya (pp. 320, 18 euro). Il secondo è il magistrale graphic novel in due volumi Autel California della francese Nine Antico (i due volumi sono pubblicati in Francia in un unico cofanetto da L’association, pp. 424, 34 euro, e ancora inediti in Italia, dove della prolifica e bravissima Antico è stato pubblicato solo Il gusto del paradiso pochi anni fa da Coconino).

Laddove Tomasino fornisce un accurato affresco e alcuni fondamentali ritratti di ultracelebri groupie, Antico mette in fila un’impeccabile sequenza di scene a metà strada tra finzione e realtà interpretate da un personaggio semi-immaginario e a fumetti di nome Bouclette, liberamente ispirato a quella stessa Pamela Des Barres che con la sua autobiografia (la già citata Sto con la band, a cui hanno fatto seguito numerosi e impeccabili articoli e libri che con pari amore e passione ha dedicato a musicisti e altre groupie) ha fatto definitivamente chiarezza sull’argomento concedendo a se stessa e alle colleghe amiche di backstage tutto il rispetto e la gratitudine che sono loro dovuti. Perché se è vero che senza rockstar non ci sarebbero groupie, è anche vero, a dirla con Frank Zappa, che “se non hai nessuna groupie che ti gira intorno, allora è chiaro che non stai facendo sul serio”.

Zappa fa la sua apparizione nel graphic novel di Antico a metà del secondo tomo, disegnato insieme a una manciata di groupie losangeline che nel ’69, più per fare un esperimento sociologico che con intenti discografici particolarmente ambiziosi, il musicista trasformò in band. La band si chiamava GTO’s, ovvero Girls Together Outrageously, e ne faceva parte Des Barres, insieme a Mercy Fontenot che in seguito avrebbe sposato il chitarrista Shuggie Otis, Cynthia Sue Wells futura moglie di John Cale, Christine Ann Frka musa di Alice Cooper e babysitter della figlia di Zappa Moon Unit, la portoricana Luz Selenia Offerrall poi diventata attrice, Sandra Lynn Rowe “artist-in-residence” di casa Zappa, e Linda Sue Parker, detta Miss Sparky, famosa frequentatrice di Sunset Strip a bordo della sua Hudson Hornet. Quello stesso anno registrarono un disco – prodotto da Zappa – dal titolo Permanent Damage, non fecero nessuna tournée fuori da Los Angeles, non registrarono altri dischi, alcune di loro vennero arrestate pochi mesi dopo l’uscita dell’album per possesso di stupefacenti, l’esperimento sociologico fallì così come quello discografico, tutte tornarono presto e volentieri a fare le groupie.

Cosa significhi esattamente “fare le groupie” è una di quelle cose che finisce inevitabilmente in un territorio d’ombra dove verità e leggenda si mescolano e confondono inestricabilmente tra loro. Lo Zingarelli definisce groupie “chi dimostra fanatica ammirazione per cantanti, attori o personaggi famosi”. Il vocabolario Treccani precisa che in italiano il termine “groupie” viene usato al femminile e raramente al maschile, è che indica “chi sostiene in forme molto appariscenti, e che talora sfiorano il fanatismo, un personaggio famoso (un cantante, un attore, eccetera)”. Un esempio visionario ma molto efficace di cosa sia e cosa faccia una groupie lo dà Patti Smith, in un’intervista rilasciata a Lisa Robinson per Hit Parader nel giugno 1977. Dice Patti Smith: “Se Gesù fosse tra noi e se io fossi una groupie, lo seguirei ovunque. Ecco perché penso che Maria Maddalena fosse così figa. È stata la prima groupie. Nel senso che era veramente pazza di Gesù e lo seguiva dappertutto, è un peccato che si sia pentita: avrebbe potuto scrivere un fantastico diario”. Tomasino nel suo libro allarga lo spettro delle attività delle groupie, che non si limitano solo a impazzire per una celebrità, seguirla dappertutto e poi scrivere un fantastico diario: “Una groupie deve essere un sostegno a tutto campo per la band, deve adorarne la musica, deve, se necessario, lavare e stirare la montagna di roba sporca accumulata in viaggio e deve naturalmente soddisfare ogni capriccio delle rockstar (compito che può significare procurare loro della droga o più semplicemente fare sesso)”.

Nell’era del politically correct e del #metoo c’è da tremare al pensiero delle reazioni che potrebbero scatenare attività del genere, per quanto il sesso con le groupie fosse nella gran parte dei casi consensuale. L’anno scorso il Guardian aveva sollevato la questione con un articolo dal titolo: “Il #metoo segnerà la fine delle groupie del rock?” La risposta sarebbe sì, senz’altro, se non fosse che le groupie del rock (le prime, le autentiche) sono tramontate insieme al rock e che il rock potrà pure non essere morto ma di sicuro non è più quello di una volta. Oggi una ragazza che riesce a entrare nel backstage di un concerto preferisce quasi sempre un selfie da postare su tutti i social network che del vero e sano sesso da non potere mostrare a nessuno. Tra il kiss e il tell si preferisce il tell, e la ragione continua a sfuggire a chi è cresciuto e ha vissuto in epoche differenti, quando nessuno sospettava la futura esistenza di social network e smartphone.

È con nostalgia o con invidia – dipende dall’età che si ha – che si leggono oggi queste storie di ragazze, quasi sempre giovanissime, pronte a concedersi al proprio idolo non perché attratte dalla celebrità o sedotte dal potere, ma perché grate. Pura e semplice gratitudine era la loro, verso chi suonava, cantava, scriveva canzoni che permettevano di innamorarsi ogni volta da capo. Gratitudine e sana voglia di spassarsela. Nel film di Cameron Crowe, Penny Lane spiega saggiamente al giornalista adolescente che queste storie con i cantanti non bisogna mai prenderle troppo sul serio. “Se non la prendi seriamente”, dice, “non rischi di farti male. Se non ti fai male ti diverti e basta, e se ti dovesse capitare di sentirti sola basta che vai al negozio di dischi e ritrovi i tuoi amici”. Dice Pamela Des Barres: “Tutte queste ragazze hanno in comune l’amore per la musica. È la loro priorità assoluta nella vita. Vivono per la musica e vogliono essere parte della scena”.

È anche vero che la vita poi segue il suo corso, e alcune groupie sono salite (o scese, dipende dai punti di vista) di livello diventando fidanzate, mogli o madri dei figli dei tanto amati musicisti: Linda Eastman è entrata nella scena rock come groupie e ha finito per sposare Paul McCartney; Bebe Buell ha fatto una figlia con il frontman degli Aerosmith Steve Tyler (l’attrice Liv Tyler); la stessa Pamela Des Barres, la più famosa tra le groupie, a un certo punto si è sposata e ha fatto un figlio con Michael Des Barres, frontman dei Detective.

Ma nei casi migliori sono rimaste solo le “ragazze delle canzoni”, immortalate in liriche destinate a diventare più celebri del musicista amato e di tutta quanta la band. “Sweet” Connie Hamzie (oltre che per il suo passato da groupie, celebre per avere raccontato nel suo memoir di come Bill Clinton ci abbia provato con lei) viene citata in “We’re an American Band” dei Grand Funk Railroad. “Look Away” di Iggy Pop è stata scritta per Sable Starr. Alle groupie che aspettavano giorno e notte i Beatles fuori dagli Abbey Road Studios o dagli uffici della Apple, George Harrison ha dedicato la sua “Apple Scruffs”. L’attrice Patti D’Arbanville è diventata la “Lady D’Arbanville” di Cat Stevens, che le ha dedicato anche “Wild World”. Per Edie Sedgwick Bob Dylan ha scritto “Like a Rolling Stone”, anche se poi non lo ha raccontato a nessuno. E così via fino alla più recente “Groupie Love” di Lana Del Rey, che ribalta i ruoli mettendosi nei panni della groupie e praticamente dice: è un tormento stare con uno famoso quando devi divederlo con tutte le altre. Verissimo, ma anche il ragionamento di Penny Lane non fa una piega: il tuo amato ti manca? Vuoi sentire la sua voce? Metti il disco e premi il tasto play.

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“Billie Holiday”, di José Muñoz e Carlos Sampayo https://minimaetmoralia.it/altro/billie-holiday-jose-munoz-carlos-sampayo/ Sun, 16 Dec 2018 21:49:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38971 di Nicola Lagioia Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di dialogare in pubblico con José Muñoz, in occasione della pubblicazione, da parte della casa editrice Sur, di “Billie Holiday”, realizzata da Muñoz insieme a Carlos Sampayo. A un certo punto della chiacchierata Muñoz ha detto: “depressione, chiaroveggenza e lucidità sono tre sorelle che si prendono per mano”. Quello che segue è il testo […]

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di Nicola Lagioia

Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di dialogare in pubblico con José Muñoz, in occasione della pubblicazione, da parte della casa editrice Sur, di “Billie Holiday”, realizzata da Muñoz insieme a Carlos Sampayo. A un certo punto della chiacchierata Muñoz ha detto: “depressione, chiaroveggenza e lucidità sono tre sorelle che si prendono per mano”. Quello che segue è il testo che Sur e Muñoz mi hanno fatto l’onore di usare come prefazione all’albo.

“Ho capito che ero uscita dal tunnel della droga, quando una mattina non ce l’ho più fatta a guardare la televisione”, disse una volta Billie Holiday.

La televisione è tradizionalmente tutto ciò che nega l’arte – propaganda spacciata per verità, stupidità spacciata per arguzia, la spensierata scenografia ufficiale dietro la brutalità e l’arroganza del potere – mentre, al contrario, nella voce di Billie Holiday risuona tutto ciò a cui l’arte è capace di restituire dignità volgendolo in bellezza: il dolore, la solitudine, le ingiustizie subite, il bisogno d’amore, la capacità di restare umani nonostante le offese della vita.

Lady Day, come la ribattezzò il suo amico Lester Young, morì ad Harlem nel luglio del 1959, in una stanza d’ospedale piantonata dalla polizia. Due settimane prima era stata trovata priva di sensi nel suo appartamento newyorkese, e poiché a pochi passi dal suo corpo era stata rinvenuta anche della droga (fonti più accreditate vogliono che pochi grammi d’eroina, avvolti in un fazzoletto, le fossero stati trovati addosso direttamente in ospedale), il ricovero si sovrappose con l’arresto. Sul conto corrente della cantante in quel momento erano accreditati settanta centesimi, mentre addosso le furono trovati settecentocinquanta dollari in contanti, il compenso per un servizio fotografico concordato con un tabloid. Dopo questa degenza piuttosto penosa, alle tre del mattino del 17 luglio, Billie Holiday esalò l’ultimo respiro.

Al momento della sua morte, Barack Obama non era ancora nato, Toni Morrison si era da poco laureata in letteratura inglese, erano passati sei anni da quando Ralph Waldo Ellison aveva pubblicato L’uomo invisibile ma ne mancavano quattro alla marcia su Washing­ton per i diritti degli afroamericani, al termine della quale il reverendo Martin Luther King pronunciò il suo celebre discorso. L’America su cui Billie Holiday chiuse gli occhi per l’ultima volta era una terra violenta, ferocemente ipocrita, in cui la questione razziale non era ancora esplosa in tutta la sua vergognosa evidenza. Nel racconto della tv gli Stati Uniti venivano dipinti come un paese innocente, sereno, dove ottimismo e benessere regnavano sovrani. Gli artisti di un certo tipo denunciavano da tempo un’altra storia. La versione ufficiale da una parte, la verità sull’altra sponda del fiume.

Con una scelta coraggiosa, onesta e molto intelligente, i due maestri del fumetto José Muñoz e Carlos Sampayo raccontano Billie Holiday prendendo le mosse dalla parte del torto. Sono passati trent’anni dall’estate del 1959, il secolo breve è ormai agli sgoccioli, e a un giornalista di New York viene affidato il compito di scrivere un pezzo commemorativo su Billie Holiday per il supplemento domenicale del quotidiano per cui lavora. Il giornalista ignora tutto della cantante, e scrivere questo pezzo per lui è una seccatura. «Lisa», dice alla sua segretaria, «ho bisogno di tutte le informazioni che abbiamo su Holiday Billie, cantante di jazz, negra, morta a quarantaquattro anni, trent’anni fa. […] Ho anche bisogno di foto e soprattutto di musica. Vediamo cosa cantava quella donna», si pizzica l’asta del naso chiudendo gli occhi, aggiunge con aria esasperata: «Billie Holiday… potevano dirmelo prima… e io che non so neanche chi sia».

L’informazione non è conoscenza, la conoscenza non è saggezza, la saggezza non è verità, la verità non è bellezza, la bellezza non è amore, l’amore non è musica, la musica è il meglio che c’è[1]

L’informazione su carta è meno becera di quella televisiva, ma proprio per questo più insidiosa. La tv ignora quasi sempre la bellezza, i giornali la vampirizzano. Così, per Muñoz e Sampayo il grosso quotidiano newyorkese che si ritrova a commemorare Billie Holiday è emblematico di un mondo che prende a calci l’arte ma poi è costretto a celebrarla. Gli artisti sono vivi anche dopo la loro morte, l’esercizio del potere (di cui l’informazione è spesso uno degli alleati più fedeli) è la morte in vita. Così, man mano che il giornalista della nostra storia raccoglie elementi su una delle voci più intense e commoventi del secolo, si apre una faglia tra i sommersi dal mare del conformismo e i salvati, o i graziati, dalla verità, dalla bellezza, dall’amore per la musica. Da una parte, quasi tutti bianchi, coloro che non sanno chi è Billie Holiday, che l’hanno ignorata o dimenticata, e che anche ascoltandola adesso non riuscirebbero a riconoscerla, a farsene toccare, e dalla parte opposta chi considera Billie Holiday ancora una maestra, una sacerdotessa del canto, una pizia venuta dalla Pennsylvania, «una regina con una sana dose di risentimento», la grande artista nelle profondità della cui voce chiunque può ritrovare la parte più autentica di sé.

In questo modo il racconto di Muñoz e Sampayo si snoda lungo un arco di diversi decenni, libero dagli obblighi della cronologia lineare. Attraverso continui salti temporali la vita di Billie Holiday ci appare come una manciata di tessere (o vignette) di un mosaico che non è necessario vedere per intero, poiché ognuna può contenere la parte per il tutto. Poche note ascoltate dalla porta di servizio di un locale per comprendere ogni cosa.

Quello di Billie Holiday è un mondo violento, fatto di prevaricazione e continui soprusi, di umiliazioni e battaglie per la sopravvivenza, una spietata giungla urbana sopra cui riesce a stagliarsi ogni tanto, meravigliosa, una voce di donna sostenuta dal suono degli ottoni. Quando Billie Holiday nacque sua madre aveva tredici anni e suo padre sedici. L’infanzia fu segnata da povertà e abbandono. Billie subì il suo primo stupro quando aveva dieci anni. Iniziò a prostituirsi a dodici. Fu proprio la tenutaria di un bordello, Alice Dean, a farle scoprire la musica. «Per Alice e le sue ragazze correvo dappertutto, lavavo i lavandini, mettevo fuori gli asciugamani puliti e il sapone Lifebuoy, e quando lei mi voleva pagare le dicevo di tenersi pure i soldi. Mi bastava che mi lasciasse andare di là, nel suo salottino sul davanti, a sentire i dischi di Louis Armstrong e Bessie Smith», racconterà Billie Holiday nella sua autobiografia, «non sono la sola, credo, ad aver sentito per la prima volta del buon jazz in un bordello».

Il seguito è una storia di retate, di arresti, di lavori precari, di relazioni turbolente con gli uomini, di problemi economici, di prime esibizioni in piccoli locali newyorkesi fino a trovarsi, scoperta quasi per caso da John Hammond (l’orecchio migliore dell’Unione, visto come saprà riconoscere il talento anche di Meade Lux Lewis, di Aretha Franklin, di Bob Dylan, di Leonard Cohen, di Bruce Springsteen), a cantare nell’orchestra di Benny Goodman. Chi la sente in quel periodo non può dimenticarla. Frank Sinatra raccontava che Billie Holiday – ascoltata durante i primi anni Trenta nei locali della Cinquantaduesima – fu per lui il più importante motivo di ispirazione in assoluto. Molti hanno cercato di spiegare come Billie Holiday riuscisse a fare con la voce quello che i migliori jazzisti dell’epoca facevano con i loro strumenti – il sapersi sganciare ad arte dalla dittatura della frase, l’accentuare certe note subito dopo dei silenzi capaci di catalizzare l’attenzione proprio su ciò che sarebbe accaduto dopo, attaccare un po’ in anticipo o in ritardo rispetto a ciò che l’ascoltatore si aspetterebbe di sentire –, ma forse il segreto della cantante è tutto nella celebre frase di Charlie Parker: «La musica è la tua esperienza, i tuoi pensieri, la tua saggezza. Se non la vivi, non verrà mai fuori dal tuo strumento».

Bastano in fondo pochi secondi di «The Man I Love», «Strange Fruit», «All of Me» per sentire, al di là delle parole, l’intera esperienza di una vita (dolore, speranza, coraggio, sfrontatezza, paura, una particolare idea di mondo) passata per il corpo, e restituita agli uomini attraverso quel prodigioso prodotto intangibile della materia che è la voce umana. Non avevano mai una vita facile, Billie Holiday e gli altri eroi del jazz del periodo d’oro, e per quanto i loro meriti artistici fossero indiscussi e riconosciuti, l’epilogo era spesso drammatico. Chi moriva di overdose guardando la televisione. Chi si lasciava consumare dall’inedia nel più triste degli hotel. Chi impazziva o smetteva di parlare. Chi precipitava da una finestra. Chi gli prendeva un infarto a trentasei anni. Chi si lasciava cadere nella fossa della bara di un amico appena morto. Chi veniva freddato da un colpo di pistola alla fine di un concerto. È stupefacente come da vite così complicate siano venuti fuori alcuni dei capolavori assoluti della musica del ventesimo secolo, a testimonianza che non c’è contesto che possa impedire all’arte di attecchire, e di esprimersi, e di provare a essere libera.

La storia di Muñoz e Sampayo restituisce molto bene questo disagio e questa bellezza. La struttura narrativa aperta consente di entrare e uscire continuamente dalla vita di Billie Holiday, di mostrare nel suo dramma quello di un intero paese, e di introdurre nel racconto perfino Alack Sinner, il personaggio più celebre tra quelli creati dal duo argentino. I disegni di Muñoz possiedono a propria volta la capacità di farci entrare davvero nella vita della cantante. Sentire prima ancora di capire. È ciò che segna la differenza tra bravi autori e autentici maestri del fumetto. Così come ai grandi scrittori basta un giro di frase per far brillare lo spirito di un intero mondo, ai migliori artisti della letteratura disegnata è sufficiente una vignetta per ottenere lo stesso effetto. I bianchi e neri di Muñoz ci trasportano, pagina dopo pagina, dalla redazione del quotidiano newyorkese dove Billie Holiday è una semplice informazione al vero mondo della cantante, nel freddo dei camerini, tra il fumo dei locali, nelle stazioni di polizia, nel buio delle prigioni, nelle camere d’albergo dove ci sembra finalmente di sentire la vita di Billie Holiday, e sui palchi dei jazz club o degli studi televisivi, dove – commovente la sequenza dell’ultima uscita pubblica di Billie Holiday e Lester Young insieme – attraverso il disegno ci sembra di sentire anche la sua voce, e il sassofono di Prez.

C’è infine un motivo per il quale questa opera su Billie Holiday rischia oggi di essere più attuale di quando comparve per la prima volta, all’inizio degli anni Novanta. Se allora era inimmaginabile che un afroamericano potesse diventare presidente degli Stati Uniti nel giro di pochi lustri, era forse ancora meno prevedibile che a un uomo come Trump toccasse la medesima sorte subito dopo, e che la questione razziale potesse riaprirsi in modo così eclatante, scandaloso e vigliacco. Seguiamo, nella storia di Muñoz e Sampayo, le angherie e le crudeltà perpetrate dai poliziotti contro la comunità nera all’inizio del ventesimo secolo e ci sembra di vedere tutti i pestaggi, le violenze, gli omicidi a sfondo razziale che hanno insanguinato gli Stati Uniti nei primi due decenni del secolo successivo. Subito dopo gli afroamericani, forse soltanto dei latinoamericani possono raccontare il lato più brutale degli Stati Uniti con tanta partecipazione. Ma l’arte, alla lunga, prevale sulla brutalità mortifera di ogni potere, e ammesso che riusciamo a sviluppare il giusto sguardo, e un buon orecchio, continua a salvarci. È questa, credo, la lezione più importante di Muñoz e Sampayo alle prese con Billie Holiday.

[1] La citazione è di Frank Zappa.

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Un tè a casa di Paul McCartney: David Leavitt e la musica https://minimaetmoralia.it/interviste/david-leavitt-e-la-musica/ https://minimaetmoralia.it/interviste/david-leavitt-e-la-musica/#respond Tue, 29 Jul 2014 14:54:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22544 David Leavitt, il celebre autore di Ballo di famiglia, è uno dei venticinque scrittori intervistati da Pierluigi Lucadei nel suo libro Ascolti d’autore, pubblicato nelle scorse settimane da Galaad con una postfazione di Nicola Lagioia.

È vero che da bambino volevi diventare un cantante?

Sì, verissimo, ma purtroppo ero stonato.

Hai studiato qualche strumento?

Da bambino ho preso lezioni di chitarra da Linda Waterfall, una cantante folk ancora in attività, ma suonavo in modo terribile. Oggi, nonostante non suoni nessuno strumento, spesso sogno di saper suonare il pianoforte o il clarinetto. Soprattutto mi piacerebbe saper cantare. Se potessi cantare, sarei felice di smetterla con la scrittura.

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David Leavitt, il celebre autore di Ballo di famiglia, è uno dei venticinque scrittori intervistati da Pierluigi Lucadei nel suo libro Ascolti d’autore, pubblicato nelle scorse settimane da Galaad con una postfazione di Nicola Lagioia. (Fonte immagine)

È vero che da bambino volevi diventare un cantante?

Sì, verissimo, ma purtroppo ero stonato.

Hai studiato qualche strumento?

Da bambino ho preso lezioni di chitarra da Linda Waterfall, una cantante folk ancora in attività, ma suonavo in modo terribile. Oggi, nonostante non suoni nessuno strumento, spesso sogno di saper suonare il pianoforte o il clarinetto. Soprattutto mi piacerebbe saper cantare. Se potessi cantare, sarei felice di smetterla con la scrittura.

Che musica ascoltavi da ragazzino?

Il primo disco che ho comprato fu quello dei Carpenters intitolato semplicemente Carpenters. Potevo avere otto anni. Poi i miei gusti musicali maturarono insieme a me, influenzati sicuramente dalle cose ascoltate da mio fratello, da mia sorella e da mia madre. Mio fratello mi faceva ascoltare la Incredible String Band, Frank Zappa, e Captain Beefheart. Mia sorella mi faceva ascoltare i musical di Broadway come Bye Bye Birdie, Follies e, ovviamente, West Side Story. Mia madre mi faceva ascoltare Edith Piaf e la musica classica. Mia madre era una pianista. Mia sorella è una fantastica cantante, con un’intonazione perfetta. Mia nipote è una flautista. Sembra che nella mia famiglia soltanto le donne ereditino il gene della musica.

E dall’adolescenza in poi?

Durante l’adolescenza ho ascoltato quasi esclusivamente Joni Mitchell. A diciassette anni sapevo tutti i testi delle canzoni a memoria. Quando ero al college, ricordo che andai a due concerti a New Haven, una volta ad ascoltare le Go-Go’s e un’altra le Roches. La musica dei miei anni di college, dal 1979 al 1983, è stata la new wave: Talking Heads, Thompson Twins, B-52’s, Human League, Eurythmics. Il mio compagno, Mark, è il maggior esperto di musica per pianoforte che io conosca. Quando abbiamo vissuto a Firenze, negli anni Novanta, andavamo spessissimo ai concerti al Teatro della Pergola. Lì, ma anche in altri teatri italiani, ho avuto il piacere di assistere ai concerti di grandi musicisti come Martha Argerich, Radu Lupu, Krystian Zimerman, Maurizio Pollini, Andras Schiff, Mikhail Pletnev, Bella Davidovich. Forse l’esperienza musicale più memorabile dei miei anni italiani è stata ascoltare Sviatoslav Richter. Più recentemente sono diventato un grande ammiratore delle canzoni di Noël Coward.

Ascolti musica quando scrivi?

Qualche volta. Se lo faccio, ascolto musica per pianoforte. Mozart, Brahms, Schubert, Ravel, Franck e Rachmaninov sono gli autori che prediligo.

La musica può influenzare la tua scrittura?

Guarda, ho capito come finire il mio nuovo romanzo, The Two Hotel Francforts, ascoltando la registrazione di Eva Knardahl dell’Intermezzo op. 118 n. 6 di Brahms. La struttura di quell’intermezzo è interpretata dalla Knardahl in un modo drammatico che mi è servito da modello per l’ultima parte del romanzo.

La musica può arrivare dove la letteratura non arriva?

La musica può raggiungere luoghi dell’anima che si trovano oltre le parole.

C’è qualche romanzo scritto da un musicista che ti sia mai piaciuto?

Anche sforzandomi, non me ne viene in mente nemmeno uno.

Ti è capitato di conoscere personalmente dei musicisti famosi?

Il regista John Schlesinger una volta mi portò a un tè a casa di Paul e Linda McCartney e dei loro figli, che allora erano bambini. Paul e Linda non avrebbero potuto essere più accoglienti (in italiano, ndr).

Vai ancora spesso a sentire musica dal vivo?

Non più. Ma ascolto cd in continuazione.

Il più bel concerto della tua vita in assoluto?

Eh, questa è difficile. Sono stato a molti grandi concerti. Il più bello di tutti però credo proprio che sia stato quello alla Pergola in cui Zimerman suonò la Marcia funebre della Sonata n. 2 di Chopin e, come bis, la Passacaglia di Bach.

Ci sono dei musicisti in particolare che hanno ispirato i protagonisti de Il voltapagine?

Oh, no. Non sono personaggi ispirati da qualcuno in particolare.

Puoi dirmi il titolo di una canzone che riassuma l’atmosfera e il senso di Ballo di famiglia?

California di Joni Mitchell.

De La lingua perduta delle gru?

On, On, On, On dei Tom Tom Club.

De Il corpo di Jonah Boyd?

La cover di Joni Mitchell della It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan.

Del romanzo che stai scrivendo, The Two Hotel Francforts?

World Weary di Noël Coward.

I tuoi cinque album di tutti i tempi?

Joni Mitchell, Night Ride Home; il live di Noël Coward At Las Vegas; Teresa Stratas, Stratas Sings Weill; Nikolai Demidenko & Dmitri Alexeev, Medtner & Rachmaninov: Music For Two Pianos; Sviatoslav Richter, Schubert: Piano Sonata n. 9, n. 11 e n. 13.

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Il Grand Tour italiano di Frank Zappa https://minimaetmoralia.it/libri/frank-zappa/ https://minimaetmoralia.it/libri/frank-zappa/#comments Mon, 10 Mar 2014 10:09:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18179 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Racconta Frank Zappa nella sua autobiografia che poco più che dodicenne scoprì la musica di Edgar Varèse, e che appropriatosi del giradischi della madre costringeva chiunque venisse a casa loro ad ascoltare Varèse come prova definitiva di intelligenza. Già allora aveva capito che il mondo si divideva in due, e che non devono piacerci per forza tutti né dobbiamo piacere per forza agli altri. Più avanti negli anni sarebbe stato così per lui e la sua musica, definendo in modo chiaro gli schieramenti: quelli che ascoltano una canzone di Zappa, la amano e poi ascoltano tutto il resto, quelli che proprio Zappa non ce la fanno.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Racconta Frank Zappa nella sua autobiografia che poco più che dodicenne scoprì la musica di Edgar Varèse, e che appropriatosi del giradischi della madre costringeva chiunque venisse a casa loro ad ascoltare Varèse come prova definitiva di intelligenza. Già allora aveva capito che il mondo si divideva in due, e che non devono piacerci per forza tutti né dobbiamo piacere per forza agli altri. Più avanti negli anni sarebbe stato così per lui e la sua musica, definendo in modo chiaro gli schieramenti: quelli che ascoltano una canzone di Zappa, la amano e poi ascoltano tutto il resto, quelli che proprio Zappa non ce la fanno.

Nel ventennale della sua morte appena celebrata, due italiani appartenenti alla prima categoria gli rendono omaggio con un libro e un film che raccontano il musicista da punti di vista differenti e per aneddoti inediti. Il libro si chiama Frank e il resto del mondo (Armando Curcio Editore, pagg. 94, euro 14,90) ed è un’appassionata e appassionante indagine fatta di interviste a gente che l’ha conosciuto. Sono spesso musicisti, ma c’è anche la regina delle groupie Pamela Des Barres e lo zoologo esperto di meduse Ferdinando Boero che nel 1983 decide di intitolare una medusa a Zappa e gli scrive per incontrarlo. Zappa è entusiasta dell’idea, lo incontra, sceglie la sua medusa (poi chiamata “Phialella Zappai”) e i due diventano amici.

Di storie del genere è costellato il libro, inclusa quella dell’autrice, la giornalista Alessandra Izzo, che nel 1982 decide di incontrare il suo eroe (Zappa) in concerto a Napoli. La ragazza non aveva nemmeno diciotto anni, il musicista ne aveva più di quaranta, i due diventano immediatamente amici. Dall’amicizia coltivata negli anni nasce l’idea del libro che ha tra i suoi tanti pregi la capacità di restituire quel non essere in una maniera soltanto che era tipico di Zappa. E ancora una volta, il mondo si divide: non tutti lo amavano, ma quelli che lo amavano lo amavano moltissimo.

Tra quelli che lo amavano e amano ancora moltissimo c’è anche Salvo Cuccia, regista del bel documentario (presentato con successo a Venezia all’ultima Mostra del Cinema e in uscita a gennaio nelle sale italiane) Summer 82 When Zappa Came to Sicily. Il film deve anche lui la sua ragione d’essere alla fortunata estate del 1982 in cui Zappa (di padre italiano, innamorato dell’Italia, con tanti amici italiani) venne a suonare in Italia. Oltre che a Napoli andò a suonare a Palermo, ma quello in Sicilia fu un concerto mancato.

Mancato dal regista che insieme al padre attraversò l’Italia in macchina per esserci e non arrivò in tempo, e mancato in assoluto perché fu interrotto da disordini sugli spalti e da una spropositata e imbarazzante reazione della polizia. Con una straordinaria capacità narrativa il film unisce a meraviglia memoria privata, immagini d’epoca del concerto e dei disordini, e recenti riprese del viaggio della famiglia Zappa (la vedova Gail e i figli Moon, Diva e Dweezil) invitata insieme all’amico Massimo Bassoli a visitare Partinico, cittadina siciliana dov’è nato e ha vissuto fino ai sei anni il padre del nostro, al numero 13 di una strada oggi felicemente ribattezzata Via Frank Zappa.

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I nuovi freak https://minimaetmoralia.it/reportage/coney-island-circus-sideshow/ https://minimaetmoralia.it/reportage/coney-island-circus-sideshow/#comments Mon, 10 Feb 2014 10:04:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18170 Questo pezzo è uscito su XL - la Repubblica. (Le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)

A Coney Island ci arriviamo per caso e per curiosità. Una mattina di giugno io e Ilaria ci ritroviamo al 1208 di Surf Avenue davanti all’edificio basso e colorato del Coney Island Circus Sideshow con i suoi grandi pannelli che raccontano per immagini vari prodigi. Dentro il bar del locale gli stessi prodigi in carne e ossa: la donna barbuta, il fachiro, la mangiatrice di fuoco, il contorsionista. Affascinate decidiamo di entrare e guardare lo spettacolo. Di lì in avanti e per un paio di mesi resteremo intrappolate nelle storie di questi nuovi freak del ventunesimo secolo che per mestiere, natura e vocazione intrattengono il pubblico con le loro arti e deformità.

Con la parola freak si indicavano un tempo i fenomeni da baraccone, ovvero quelle persone deformi fisicamente che si esibivano nei circhi. Di quei freak si ha storia e memoria grazie al bellissimo romanzo di Victor Hugo L’uomo che ride, all’ottimo saggio di Leslie Fiedler Freaks. Miti e immagini dell’io segreto e soprattutto al film capolavoro di Tod Browning del 1932 Freaks. Nel film Hans, il nano di un circo, si innamora di una donna normale e avvenente che lo raggira sposandolo per poi cercare di ucciderlo. La donna si tirerà dietro le ire della ex di Hans, nana anche lei, e degli altri freak del circo che infine la mutileranno trasformandola in una di loro. “L’autentico freak è uno di noi”, scriverà mezzo secolo dopo Fiedler nel suo saggio, spiegando poi che la distanza dalla normalità è meno di quanto si creda.

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Questo pezzo è uscito su XL – la Repubblica. (Le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)

A Coney Island ci arriviamo per caso e per curiosità. Una mattina di giugno io e Ilaria ci ritroviamo al 1208 di Surf Avenue davanti all’edificio basso e colorato del Coney Island Circus Sideshow con i suoi grandi pannelli che raccontano per immagini vari prodigi. Dentro il bar del locale gli stessi prodigi in carne e ossa: la donna barbuta, il fachiro, la mangiatrice di fuoco, il contorsionista. Affascinate decidiamo di entrare e guardare lo spettacolo. Di lì in avanti e per un paio di mesi resteremo intrappolate nelle storie di questi nuovi freak del ventunesimo secolo che per mestiere, natura e vocazione intrattengono il pubblico con le loro arti e deformità.

Con la parola freak si indicavano un tempo i fenomeni da baraccone, ovvero quelle persone deformi fisicamente che si esibivano nei circhi. Di quei freak si ha storia e memoria grazie al bellissimo romanzo di Victor Hugo L’uomo che ride, all’ottimo saggio di Leslie Fiedler Freaks. Miti e immagini dell’io segreto e soprattutto al film capolavoro di Tod Browning del 1932 Freaks. Nel film Hans, il nano di un circo, si innamora di una donna normale e avvenente che lo raggira sposandolo per poi cercare di ucciderlo. La donna si tirerà dietro le ire della ex di Hans, nana anche lei, e degli altri freak del circo che infine la mutileranno trasformandola in una di loro. “L’autentico freak è uno di noi”, scriverà mezzo secolo dopo Fiedler nel suo saggio, spiegando poi che la distanza dalla normalità è meno di quanto si creda.

Gli autentici freak esistono ancora, e si esibiscono al sideshow di Coney Island. Alcuni sono deformi dalla nascita, altri hanno imparato a mangiare il fuoco e le spade per entrare nella famiglia. Il Coney Island Circus Sideshow è in scena dall’una alle otto della sera sette giorni su sette da giugno a settembre. Il pubblico è fatto quasi esclusivamente di turisti, prevalentemente famiglie ma anche ventenni o giovani coppie. Alcuni numeri sono più gore (performer che si infilano chiodi nel naso o spade in gola e poi chiedono a un fortunato spettatore di estrarre l’oggetto), altri inchiodano alla sedia per fascino e bellezza (i numeri dei mangiatori di fuoco per esempio).

Rush Aaron Hicks ha ventott’anni e ha iniziato a lavorare al sideshow di Coney Island poco più di un anno fa. “Sono stato preso a lavorare qui su due piedi senza che nemmeno sapessi cosa fosse un sideshow”, racconta. “Vengo da Charlestone, South Carolina, lì non esiste niente del genere. Ho iniziato ed è stato un colpo di fulmine. Ho capito che volevo imparare tutto e in un paio di settimane camminavo sui chiodi, mangiavo il fuoco, ingoiavo spade”. Gli chiedo com’è che si impara e lui dice che dipende e che “a ingoiare spade non trovi nessuno che t’insegna, è troppo pericoloso. C’è un sacco di gente che muore ingoiando spade, e non c’è un solo mangiatore di spade che non sia finito almeno una volta in ospedale. E allora impari da solo”.

Il vero motivo per cui Rush è qui è una malattia genetica che si chiama sindrome di Ehlers-Danlos. “Interferisce col collagene del corpo rendendo elastica ogni cellula e legamento, e ossa e organi interni scollegati tra loro. In pratica sono elastico. Ci sono nato ma all’inizio non si vedeva. Mi è stata diagnostica a sei anni, vedendo che ero esageratamente elastico. Per cui è da quando ho sei anni che so di essere diverso dagli altri”. Questa diversità, nel suo come in altri casi, qui però diventa valore aggiunto rendendolo pari a un supereroe capace di attorcigliarsi braccia e gambe, di tirare la pelle fino all’inverosimile, o di camminare sui chiodi con uno spettatore sulla spalle e non farsi mai male. “Dai medici non ci vado più”, continua Rush. “Ogni volta che andavo da un medico mi diceva cose terribili. La mia non è una malattia comune, e la maggior parte di quelli che ce l’hanno muoiono giovanissimi di infarto o perché i polmoni collassano, perché anche gli organi interni sono intaccati, e si muovono, si dilatano, cuore, polmoni, tutto. A me avevano detto che con l’adolescenza mi sarei aggravato e prima dei vent’anni sarei finito in sedia a rotelle e invece ora sto benissimo. Mi avevano detto di non fare attività fisiche. Mi avevano detto addirittura di non piegare le dita perché altrimenti mi sarebbe venuta l’artrite. E invece più le piego e meglio sto”.

Il sideshow di Coney Island diventa così il luogo dove l’estetica (ma anche l’attitudine) punk incontra un universo di supereroi in carne e ossa. E l’essere freak (fisicamente o anche solo nelle intenzioni) è il tramite che ti permette di essere “uno di loro”. L’accettazione unanime e condivisa del termine freak la capisci dall’indifferenza con cui tutti qui chiamano lo spettacolo sideshow o freakshow. Niente di ideologico o politicamente corretto nell’usare la parola “side” al posto di “freak”. I due termini sono solo sinonimi che mettono in luce i due differenti aspetti della natura di questi spettacoli, ovvero da una parte il loro (voluto o comunque consapevole) restare di nicchia, e dall’altra il loro trasformare ogni deformità in fascinosa particolarità. I performer dei freakshow sono dei diversi e sono ben contenti di esserlo. Del resto è dagli anni del black power, del neo femminismo e del movimento di liberazione dei gay che il rapporto tra freak e non freak si è scardinato. È da allora che artisti fisicamente normali (e sicuramente più illuminati degli altri), mossi dall’urgenza di schivare la normalità, hanno preso a farsi vanto dell’essere freak pur non essendolo. Frank Zappa, per esempio, che con i suoi Mothers of Invention ha deciso di chiamare il primo disco Freak Out!! diventando automaticamente anche lui uno di loro.

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Kryssy Kocktail a Coney Island c’è nata e cresciuta. Ha iniziato a lavorare al sideshow come barista, e quando le hanno chiesto di diventare anche lei performer si è rimboccata le maniche e ha imparato il mestiere. Bionda, grandi occhi blu, bella come Wonderwoman, laureata in medicina, di mestiere artista del sideshow, oggi Kryssy ha tre figli e un marito idraulico, abita sempre a Coney Island. “Quando lavoravo stabilmente al sideshow i figli me li portavo dietro”, racconta Kryssy, “stavano sul palco con me, intervenendo con cose tipo: ‘Mamma, sto morendo di fame!’ Oppure se ne andavano in mezzo al pubblico e facevano anche loro piccoli giochi di prestigio. Erano parte dello show”. Lei nel sideshow c’è entrata più per scelta che per caso. Nel dirlo precisa però che “anche per chi è nato freak venire a esibirsi al sideshow è una scelta. È un modo per trasformare quella che è una malformazione fisica in performance, in qualcosa che gli altri ammirano”.

Mat Fraser prima di entrare nel mondo dei sideshow faceva il batterista. Inglese, bello come una rockstar, ha suonato in diverse punk band malgrado sia focomelico (l’anno scorso ha anche suonato la batteria con Ian Dury e con i Coldplay alle Paraolimpiadi). Poi ha cominciato la sua militanza a favore dei disabili. “E ho cominciato anche a fare cabaret”, racconta. “All’inizio era solo cabaret fatto da disabili per altri disabili. Poi nel 2000 Dick D. Zigun, il fondatore e gestore del Coney Island Circus Sideshow, mi ha aperto la porta e detto: benvenuto a casa. Così ho iniziato a lavorare qui, ed è stata un’esperienza che mi ha permesso di trovare le radici del mio essere freak e al tempo stesso di esibirmi per un pubblico di gente normale. Quando ho iniziato ero l’unico performer natural born freak. Ero considerato la pornografia della gente disabile. I miei show erano visti come una forma di sfruttamento della deformità. Ma io non ho mai smesso di ribattere dicendo: guardate che io mi diverto. E sono io che ho deciso di farlo. Oggi ci sono un sacco di giovani che hanno delle deformità e che vedono la performance come una possibilità. Vengono qua e che in me che suono la batteria malgrado sia focomelico vedono un modello alternativo a quelli imposti dalla cultura dominante”.

Jennifer Miller è la donna barbuta dello show (e molto altro ancora). Di mestiere insegna al Pratt Institute di Brooklyn e di tanto in tanto si esibisce a Coney Island. Drammaturga e performer, da anni dirige il suo Circus Amok con cui reinterpreta la tradizione del circo in chiave postmoderna e drag. “Anni fa camminavo sulla banchina di Coney Island, Dick Zigun mi ha fermata e mi ha chiesto di unirmi allo show. E io ho detto: proviamo. Perché è vero che quest’idea della donna barbuta che debba lavorare nel freakshow era una cosa che cercavo di contestare, ma al tempo stesso mi attraeva. Già all’epoca facevo teatro politico, e questo era un nuovo posto dove farlo per un pubblico che non era il mio solito pubblico del Lower East Side”. Alla domanda cosa ci sia quale sia la parte contemporanea del Freakshow di oggi mi risponde “la nostalgia”. “L’equivalente contemporaneo del Freakshow dovrebbe essere un Reality Show, una sorta di Grande Fratello per soli disabili, e non è quello che facciamo a Coney Island. Il sideshow di Coney Island è nostalgicamente intrappolato nella storia. A farlo è gente che lavora duramente e con serietà, e ripete performance e routine all’infinito”.

Protagonista del film Bending Steel di Dave Carroll, Chris “Wonder” Schoeck non lavora al sideshow di Coney Island, anche se nel film è lì che fa la sua performance migliore. Chris appartiene all’ultima generazione di strongman che si esibiscono piegando travi e altri oggetti di acciaio. Il mestiere lo ha imparato pochi anni fa, e prima ancora ha iniziato a piegare piccoli oggetti di acciaio che trovava per casa. La cosa ha iniziato ad appassionarlo facendolo diventare strongman di ultima generazione. “All’inizio è una cosa che ha a che fare soprattutto con la forza. Ti alleni per trovare la posizione giusta e potenziarti. Poi, man mano che ti evolvi e inizi a piegare roba più complessa, la mente diventa un elemento sempre più importante e impari a disinnescare i segnali che ti manda il cervello quando ti dice che oltre quel limite non puoi andare. Puoi pure essere bravissimo nel piegare l’acciaio, ma sta tutto nel modo in cui coltivi la tua consapevolezza. Solo così da bravo riesci a diventare bravissimo”. Per noi, durante il set fotografico di Ilaria, piegherà una vera sbarra di acciaio. E noi a bocca aperta assistiamo come fossimo a cospetto di qualcuno che avrebbe la meglio su qualunque supereroe.

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Zappa Day! https://minimaetmoralia.it/musica/zappa-day/ https://minimaetmoralia.it/musica/zappa-day/#comments Wed, 04 Dec 2013 10:31:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16836 Oggi è il ventesimo anniversario della morte di Frank Zappa. Questo è l'inizio della sua autobiografia.

di Frank Zappa

L'esistenza di questo libro è fondata sulla premessa che a qualcuno, da qualche parte, interessi sapere chi sono, come sono diventato così e di che cazzo parlo. Per rispondere alla Domanda Teorica Numero Uno, inizierò a spiegare CHI NON SONO. Ecco dunque un paio di famose Leggende su Frank Zappa...
Siccome su HOT RATS, 1969, registrai una canzone intitolata Son Of Mr.Green Genes (Figlio del signor Geni Verdi), per anni si è creduto che il personaggio della trasmissione televisiva Captain Kangaroo (interpretato da lumpy Brannum) fosse il mio vero padre. Prima risposta: non era lui.

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Oggi è il ventesimo anniversario della morte di Frank Zappa. Questo è l’inizio della sua autobiografia.

di Frank Zappa

L’esistenza di questo libro è fondata sulla premessa che a qualcuno, da qualche parte, interessi sapere chi sono, come sono diventato così e di che cazzo parlo. Per rispondere alla Domanda Teorica Numero Uno, inizierò a spiegare CHI NON SONO. Ecco dunque un paio di famose Leggende su Frank Zappa…
Siccome su HOT RATS, 1969, registrai una canzone intitolata Son Of Mr.Green Genes (Figlio del signor Geni Verdi), per anni si è creduto che il personaggio della trasmissione televisiva Captain Kangaroo (interpretato da lumpy Brannum) fosse il mio vero padre. Prima risposta: non era lui.
L’altra fantasia sul mio conto è che una volta “ho mangiato merda sul palco”. Questa storia è stata proposta in molte forme. Eccone un piccolo campionario (non completo):

1.Io mangiai merda sul palco.

2.Feci una gara con Captain Beefheart, per cui entrambi mangiammo merda sul palco.

3.Feci una gara con Alice Cooper in cui lui calpestò dei pulcini e quindi io mangiai merda sul palco, e via così.

Ero in un locale inglese. lo Speak Easy, sarà stato il ’67 o il ’68, quando un componente dei Flock mi disse: “Sei fantastico; quando mi hanno detto che avevi mangiato della merda sul palco ho pensato: ecco un tipo veramente fuori”. Quando ribattei che non avevo mai mangiato merda sul palco mi sembrò molto depresso, come se gli avessi infranto il cuore.
Comunque, gente, per la cronaca: non ho mai mangiato merda sul palco e il posto dove arrivai più vicino a farlo fu nel 1973, al buffet di un Holyday Inn a Fayetteville, North Carolina.

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