fratelli Taviani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fratelli-taviani/ un blog di approfondimento culturale Sat, 18 Nov 2017 14:48:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg fratelli Taviani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fratelli-taviani/ 32 32 Scrivere di cinema: Una questione privata https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-questione-privata/ https://minimaetmoralia.it/cinema/scrivere-cinema-questione-privata/#respond Fri, 17 Nov 2017 09:15:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35517 minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

Milton deve morire?

di Marco Castelli

Il “nebbione” sale, coprendo le colline più basse ed i tetti dei casolari, nascondendo tanto le strade quanto le ragioni e le follie dei personaggi in uno stesso candido “mare di latte”. I colori risaltano come le gocce di rugiada sugli steli montani in questo film dalle parole centellinate, dai silenzi che si perdono tra un colpo di tosse ed una raffica di mitra, dai visi che scompaiono tra il basso bosco od il fumo di sigaretta.

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una questione privata

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

Milton deve morire?

di Marco Castelli

Il “nebbione” sale, coprendo le colline più basse ed i tetti dei casolari, nascondendo tanto le strade quanto le ragioni e le follie dei personaggi in uno stesso candido “mare di latte”. I colori risaltano come le gocce di rugiada sugli steli montani in questo film dalle parole centellinate, dai silenzi che si perdono tra un colpo di tosse ed una raffica di mitra, dai visi che scompaiono tra il basso bosco od il fumo di sigaretta.

Il ritorno in grande stile alle vicende resistenziali dei fratelli Taviani (dopo La notte di San Lorenzo, 1982) si compie traendo liberamente spunto dal racconto “Una questione privata” di Beppe Fenoglio, considerato da Calvino il libro che poteva parlare di “tutta la Resistenza”. In realtà si tratta d’un ritorno alle origini anche per questo testo, la cui prima bozza consistette infatti in un soggetto inviato al documentarista Guido Questi, il quale chiedeva a Fenoglio una sceneggiatura per un lungometraggio da ambientare durante la Resistenza. Il film poi non fu realizzato, ed il progetto venne ripreso autonomamente dallo scrittore di Alba anni dopo per cercare un nuovo linguaggio per raccontare l’epopea partigiana. L’obiettivo di Fenoglio era in questo caso quello di riuscire a scrivere una storia che si svolgesse «non già sullo sfondo della guerra civile in Italia, ma nel fitto di detta guerra»: una narrazione che fosse capace di evitare tanto la memorialistica che sviluppa un solo personaggio (autobiografico o «per interposta persona»), quanto l’utilizzo del periodo resistenziale come mero sfondo di una vicenda che lo potrebbe prescindere.

La storia di Milton, partigiano alla ricerca dell’amico Giorgio per chiarire il suo rapporto con Fulvia, una ragazza sfollata, trova senso e si sviluppa in quell’intermezzo che è la guerra: si chiede “Cosa facevi nella vita? e si dice che “Sarà interessante essere vivi dopo”. La commistione tra il prima ed il mentre – la “ragazza della vita di prima” – mostra la divisione tra un prima in cui era lecito avere una vita privata, ed un mentre nel quale ciò che è privato non può che divenire pubblico e viceversa. È grazie alla grande saggezza nella composizione delle scene ed alla recitazione decisa (anche se in alcuni casi con eccessiva verve scenica) che si riesce a percepire la complessità del duplice dramma messo in scena: tanto interiore quanto esteriore, spesso con sensazioni differenti fra le emozioni interne e le situazioni esterne. È sulle opposizioni che vive la storia: estate-inverno, città-macchia, fascisti-partigiani, borghesi-contadini, silenzio-esplosione, studenti-illetterati, etc. Per giungere alla contrapposizione più ambivalente (per Schmitt la fondamentale), che costruisce il nucleo del racconto: amico-nemico. Come Giorgio amico. Come Giorgio rivale.

Ciò che di questa produzione solleva maggiori interrogativi è in ogni caso la conclusione, alla luce della quale, anche in relazione a quella del libro, va letta l’intera opera.

Milton deve morire?

«Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò», si conclude il racconto “Una questione privata”. Nonostante le interpretazioni che lasciano aperta una qualche possibilità di salvezza per il partigiano sembra che la conclusione opposta si lasci preferire. Nella letteratura fenogliana – come messo in evidenza da Gabriele Pedullà – la morte del protagonista non può essere infatti considerata soltanto alla stregua d’un espediente o d’una scelta tragica ma rappresenta una condizione necessaria per fondare la legittimità del suo racconto. Solo chi muore infatti non può aver tradito ed ha pagato fino in fondo la sua scelta della Resistenza. La purezza e l’idealità dei personaggi fenogliani non trova nel martirio una conclusione retorica, ma la loro scomparsa è più la garanzia che questi non si dimostreranno inadatti, che non torneranno a vivere ad Alba come se niente fosse stato, che non si adatteranno alle nuove mode del “boom economico”, all’Italia del compromesso al ribasso, all’oblio delle idealità di gioventù.  Fenoglio sembra vedere per l’Italia il periodo resistenziale come un intermezzo teatrale al contrario: se l’intermezzo serviva per separare il momento comico dalla vicenda tragica, la Resistenza è stata dolorosamente il momento tragico separata dal comico: dall’Italia fascista prima e dall’Italia democristiana poi. Una beffa da risparmiare ai suoi protagonisti. Milton vivo, in questo contesto, non è solo una lettura diversa, ma è dar vita ad un reduce, ad uno spettro che potrà alla fine della guerra ritornare ad Alba. Si sarà liberato dalla sua “privata monomania” per Fulvia o lo troveremo a sognare, come il Fenoglio degli Epigrammi, che «Alfin ci riunivamo Fulvia ed io,/Giovani come allora, un po’ più saggi,/Ma di Fulvia apparivo assai più bello./Morfeo non mi replichi un tal sogno.»? Prigioniero nei suoi luoghi d’infanzia, visto che «”Fulvia non è più qui”. Buona ragione/Perché debba partirmene per dove//Fulvia mai fu?»

Qual è la differenza tra questo reduce ed il fascista-jazzista che nessuno vuole, perso nel suo mondo?

«Fulvia, a momenti m’ammazzavi», si conclude il lavoro dei Taviani. Milton è sopravvissuto per miracolo: il ponte minato sul quale aveva scelto di sacrificarsi non salta in aria e può sfuggire dai fascisti. Può rientrare nel “nebbione”. Per far cosa? Cercare uno scambio per Giorgio? Per l’amico, per il rivale, per entrambi? Ritornare alla brigata? Rientrare a casa? Finita la “storia” privata ricomincia la “Storia” pubblica? Terminata l’«epica dell’inutile» (Alberto Casadei) potrà ricominciare l’”epica del dovere” (con Baudelaire, “del serpente giallo”)?

In quella che è la scena più onirica del lungometraggio, posta dopo l’incontro del partigiano con i genitori, una bambina, sopravvissuta ad una strage, resta attaccata al grembo della madre morta. Si alza, beve un bicchier d’acqua, ritorna dalla madre. È questo il destino di Milton/Fenoglio, restare aggrappato ad una Resistenza morta, ad un’Italia possibile? Oppure deve andare anche lui, come il Riccio del libro, incontro al tenente che «si era aperto in grembo come a ricevere Riccio, al contrario ed identicamente ad una madre», per finire nella radicalità della sua rivolta i suoi giorni?

Le possibilità aperte da questa decisioni sono vertiginose, e non possono che mettere in gioco i caratteri fenogliani. Il rischio è che scivoli in secondo piano il valore totalizzante della scelta della Resistenza, per quanto necessitata e necessariamente tra mille dubbi: la lotta partigiana è per Fenoglio prima di tutto e sopra di tutto una resistenza morale, e comporta una considerazione, come scriverà René Char di «tutto il dolore che il boia avrebbe potuto applicare su ogni parte del nostro corpo; poi il cuore stretto, siamo andati, e l’abbiamo affrontato».

Scompare d’altronde anche, di soppiatto, l’ultima frase di Riccio davanti al plotone d’esecuzione. Il ragazzo tenta sicuramente fino all’ultimo di sminuire od annullare le sue responsabilità nella guerra di liberazione, ma, davanti al momento definitivo è capace di chiarire da che parte stia. Nonostante non serva a niente. Nonostante sia ucciso per rappresaglia contro le azioni partigiane. Nonostante abbia soli quattordici anni.

È probabilmente questa scelta il lascito più duraturo di Fenoglio. La sua possibilità e la sua drammaticità.

Una trasposizione cinematografica sicuramente va considerata come un’opera separata dall’originale e ciò che ha senso confrontare sono le persistenze e le dissonanze rispetto al messaggio originario. Se i principi della Resistenza e della lotta che ha restituito dignità all’Italia sono chiaramente condivisi sia dall’autore che dai registi, questi ultimi provano forse a suggerire una visione “possibile”, della Resistenza, offrendoci la speranza che il nostro (anti)eroe romantico possa sopravvivere, possa essere tra coloro che ricostruiranno questa nazione che sembra aver dimenticato i valori dei molti che sono morti per la sua libertà.

Ciò che colpisce di più del film sta però in ciò che nel modello fenogliano non c’è: i personaggi che si stagliano tra le montagne sul mare di nebbia, la violenza inconsulta del fascista-jazzista, la bambina che ritorna alla madre. Simboli di una Resistenza che per Milton sogniamo sia continuata.

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Cesare muore ogni volta https://minimaetmoralia.it/interventi/cesare-muore-ogni-volta/ https://minimaetmoralia.it/interventi/cesare-muore-ogni-volta/#comments Sun, 16 Jun 2013 13:40:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14644 di Giancarlo Capozzoli “Ma che simm’ bestie? Animali pericolosi?”, sento la voce dietro di me pronunciare con rabbia e forza questa frase. Sono in una piccola sala, in penombra e non riesco a distinguere a chi appartenga questa esternazione. Sicuramente uno dei tanti napoletani, qui presenti. Ecco, immaginatevi questa scena. Una ventina di persone in […]

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di Giancarlo Capozzoli

“Ma che simm’ bestie? Animali pericolosi?”, sento la voce dietro di me pronunciare con rabbia e forza questa frase. Sono in una piccola sala, in penombra e non riesco a distinguere a chi appartenga questa esternazione. Sicuramente uno dei tanti napoletani, qui presenti.
Ecco, immaginatevi questa scena. Una ventina di persone in uno spazio piccolo e buio, e fuori un signore, un funzionario, il direttore probabilmente o un brigadiere, che pronuncia con costernazione “…e mi raccomando, fate attenzione… sono in ogni caso dei soggetti molto pericolosi!”.
Siamo a Rebibbia, nuovo complesso, sezione alta sicurezza, qualche settimana fa. Ho chiesto a Fabio Cavalli e alla sua collaboratrice Daniela Marazita di poter realizzare un servizio sullo spettacolo che stanno per mettere in scena con i detenuti del nuovo complesso. Casi tremendi. Eppure nessuna bestia. Senza retorica, ma è così.
Ho trascorso con loro già la giornata precedente, la prova generale, cinque ore, chiuso a Rebibbia per raccontare questa storia. In un certo senso è un ritorno al passato, in effetti. Anni fa collaboravo con una associazione che si occupava del reintegro dei detenuti, e dell’attività da svolgere in carcere anche in funzione terapeutica e re-socializzante.
Così dopo aver visto il film vincitore dell’Orso d’oro a Belino, dei fratelli Taviani, mi sono appassionato a questa vicenda, al film anche, e mi sono chiesto cosa fosse accaduto ai Carmine Bruno Antonio Gennaro Ciro (nomi di fantasia..), una volta che le luce della ribalta del prestigioso premio si erano spente.
Lo spettacolo, l’attività teatrale è andata avanti per fortuna. E così mi ritrovo a Rebibbia.
Cesare muore ogni volta. Cesare muore ogni volta che questi uomini lo mettono in scena, in effetti.
Il carcere per il tipo di esperienza che ho potuto maturare io in questi anni passati tra Rebibbia, Regina Coeli, e il nuovo complesso di Civitavecchia ha questo, innanzitutto, di rendere agnelli, dei lupi, credo.
Senza offesa, né per quelli che prima erano lupi, né per gli agnelli evidentemente. Mi ricordo che appena iniziai ad entrare a Rebibbia, uno di quelli più assidui nell’attività teatrale, un siciliano che stava scontando 25 anni per associazione mafiosa e non solo, mi mostrò la sua foto prima di entrare nel penitenziario: un lupo, davvero. Non che avesse il sangue che colava dalle gengive, questo no. La realtà è molto più drammatica. Gaetano, mi sembra si chiamasse così, aveva gli occhi iniettati di quel sangue che probabilmente aveva visto. Anni di carcere ma soprattutto l’incontro con il teatro, nella sua complessità, lo avevano davvero trasformato: quando lo incontrai io, era sulla strada per diventare un signore distinto, che si era iscritto all’università, lettere e filosofia, e cercava di ripensare alla sua vita, e a quando sarebbe uscito definitivamente. Oggi è in semilibertà e lavora presso una associazione che si occupa del reintegro sociale degli ex-detenuti.
Devo subito sottolineare che in questo che sto per dire non c’è nulla di buonista: deriva dal quel po’ di esperienza maturata sul campo. Per campo intendo proprio un campo di calcio, quello della casa di reclusione di Rebibbia, esattamente, una decina di anni fa, circa, in cui facevamo le prove per uno spettacolo.
Ma procediamo con ordine. Ero andato a vedere con molta curiosità “Cesare non deve morire”, il film dei fratelli Taviani, piaciuto poco o tanto non è importante ora. Mi aveva colpito il fatto che, finalmente, due maestri del cinema italiano si fossero accorti di questa realtà importante del panorama culturale italiano: il teatro in carcere. La cultura, la cultura cinematografica finalmente usciva di nuovo fuori dai salotti borghesi, delle signore impellicciate e dei professori universitari e degli avvocati in preda a stravolgimenti psicologici e/o amorosi, e/o sessuali, per entrare (o uscire..) nelle carceri.
Dopo aver visto il film, mi sono chiesto, come probabilmente hanno fatto molti, che cosa fosse accaduto a questi ragazzi. Molti di loro, degli attori del film, e dello spettacolo di Cavalli, hanno la mia età o poco più. Dal mio punta di vista, non giudicante, ma non ho né gli strumenti né l’indole per giudicarli, hanno puntato tutto su un cavallo sbagliato. I modelli di riferimento sono sbagliati. I soldi (non facili, ma molti e immediati), una vita avventurosa e il rischio del potere possono mortificare gli animi di persone spiritualmente già formate: figuriamoci in chi ha avuto poca o quasi nessuna educazione. Anche solo per la sua attività formativa, il teatro, la scoperta del teatro, dai testi di Shakespeare all’agire stesso teatrale, ha una sua funzione determinante. Credo sia indiscutibile, ed è per questo che queste attività sono sempre più sostenute dal Ministero di giustizia, e andrebbero sostenute ancora di più se davvero si vuole ripensare a come recuperare queste persone. Certo è solo un punto di partenza, ma è già qualcosa.
Dopo il film, dicevo, la sensazione che avevo è che tutta l’esperienza legata alla realizzazione dell’opera dei Taviani, fosse stata un passo decisivo al fine di un effettivo recupero di questi uomini: penso alla possibilità di andare prima a Berlino per la premiazione, poi vedersi riconosciuti, come attori protagonisti di un’opera d’arte, e poi correre il rischio (!) di andare a Hollywood addirittura…
Una volta spenti i riflettori della ribalta, sono restati loro. Loro i Carmine gli Antonio i Gennaro i i Salvatore, loro e i loro corpi dietro le sbarre. E una vita/non vita reclusa e sottratta alle proprie famiglie.
Non sono nella condizione di esprimere un giudizio pro o contro il carcere a prescindere. Non ne ho l’intenzione. Credo che ci siano dei reati che debbano avere come deterrente la pena detentiva, non fosse che per quel rispetto e “sacralità” della vita umana che troppo spesso, in certi contesti, si perde di vista. Le carceri sono piene di mafiosi che ammazzano anche. È bene non dimenticarlo. Ma è bene anche non dimenticare chi dietro le sbarre poi continua a vivere. Credo che un’attività come quella teatrale abbia una funzione determinante per tentare, almeno, di migliorare quelle condizioni che altrimenti sarebbero impensabili. Tentare, cioè, quanto meno, di rendere quella vita meno abbandonata a se stessa, renderla partecipe e viva, per così dire.
Le persone, quei nomi e quei corpi a cui accennavo prima, non sempre si sono macchiate di reati orribili. Alcuni sì, altri no. Ed è giusto che la pena per questi reati sia commisurata al tipo di reato commesso. Sembra ovvio, ma ho imparato in carcere a non dare nulla per scontato. D’altra parte, l’art. 27 della Costituzione Italiana recita così, al secondo comma : “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Quando ho pensato a questo pezzo da scrivere, mi è subito venuto in mente che c’è una associazione di studiosi, magistrati e giornalisti che si occupa della situazione drammatica ed emergenziale delle carceri italiane, ANTIGONE. Ecco, basta dare una rapida occhiata all’ultimo rapporto per capire che i trattamenti disumani a cui fa riferimento l’art. 27 della Costituzione spesso si realizzano anche e soprattutto in quello che è il problema principale ed iniziale della detenzione penitenziaria: il sovraffollamento. Può sembrare una sciocchezza, ma proviamo ad immaginare di vivere anche solo per un breve periodo durante la calura estiva qui a Roma, ad agosto, in un piccolo spazio angusto (la cella) e di dividerla con otto persone quando obiettivamente lo spazio a disposizione potrebbe bastare o andare bene al massimo per quattro. Questo per aver un’idea, vaga, di cosa significhi la parola sovraffollamento.
A leggere il rapporto di Antigone, disponibile anche sul web, è imbarazzante sapere di vivere in un Paese dove in alcune regioni, come la Campania ad esempio, il livello che si è raggiunto, ha superato addirittura il massimo consentito di sopportazione: il doppio, o quasi il doppio, di quanti detenuti un istituto di pena potrebbe sopportare.
Bene, anzi male. Non è possibile esaurire tutta la faccenda legata al carcere in un articolo che voleva essere su un pezzo teatrale, evidentemente. Però in questo caso, gli ambiti sono difficilmente scindibili.
Gli articoli della Costituzione sulla integrità fisica sulla dignità il rispetto per la persona umana, la Dichiarazione umana dei diritti dell’uomo, i regolamenti interni e le direttive ministeriali sono i riferimenti normativi per ciò che concerne gli istituti di pena e i suoi regolamenti.
Il carcere è un posto tremendo. Leggevo due giorni fa una recensione di Adriano Sofri, esperto in faccende carcerarie come egli stesso si definisce, con l’ironia che lo contraddistingue, su un libro che parla delle storie dei bambini figli di detenute, che possono restare con le madri solo fino ai tre anni. Poi a tre anni vengono separati: ecco il carcere è anche questo. Carcere intanto e innanzitutto è sinonimo di separazione, distacco.
Anni fa quando tentavo di fare l’attore, per poi ritrovarmi a giocare (play/spielen) a teatro a Rebibbia, incontrai uno che si era aggregato da poco, un signore sulla cinquantina, scuro, del Sud. Non aveva molti anni di pena da scontare, ed era un uomo con un forte senso di giustizia e dignità. Un giorno, eravamo a maggio, a fine giugno saremmo andati in scena con uno spettacolo sui pirati, la primavera iniziava a farsi sentire anche dentro il carcere: il caldo il cielo azzurro e l’odore dei fiori arrivava fin dentro il cortile dove si svolgevano le prove. Gennaro, chiamiamolo così, mi chiese cosa succedeva fuori, come si stava. Io lo guardai un po’ interdetto, sorpreso. E non seppi cosa rispondere. Non capivo a cosa si riferisse. Ero molto giovane e solo con il tempo ho acquisito una certa disinvoltura a muovermi in un ambiente, a cui, per diversi motivi, ero estraneo. “…‘e femm’n for’… comm’ so’?” (come sono le ragazze fuori?). Ecco questa domanda, immediata e diretta, mi fece rendere conto dell’esclusione che è costretta a vivere una persona reclusa. Da quel giorno diventammo amici: io gli raccontavo di incontri più o meno veri che mi accadevano fuori, e lui si giovava dei miei racconti.
L’attività svolta da Fabio Cavalli e da pochi altri registi di teatro dunque si inserisce proprio in questa discrepanza, diciamo: il teatro assume la funzione di ri-educazione dei detenuti. È questa l’intenzione, il telos, dei progetti che vengono realizzati negli istituti di pena. La Ministra Cancellieri, presente allo spettacolo “Giulio Cesare” ha “promesso” appunto, che questo tipo di attività saranno sempre più assistite (finanziate?) dal Ministero.
“Una promessa, strappiamogli una promessa” ho sentito urlare sottovoce Gerardo (?) alla fine dello spettacolo, mentre tutti le si facevano intorno. Mi sono chiesto di che promessa stessero cianciando. Ma una promessa è pur sempre una promessa, e magari è la promessa davvero di far sì che questo tipo di attività davvero vadano avanti.
È indiscutibile infatti che il teatro per il suo essere stesso, sia una la migliore attività realizzabile in situazioni di disagio. Proprio per il suo essere in sé socializzante è terapeutico. Tocca immaginare, fare uno sforzo di fantasia su ciò che accade dentro: i detenuti, che spesso nell’ora d’aria impiegano il loro tempo in attività solitarie, un po’ di sport, una passeggiata in cortile, il caffè (!) con gli altri, tramite il teatro riescono a relazionarsi diversamente tra di loro, giocano e si ri-mettono in discussione. Profondamente.
Terapeutico anche perché nel leggere, nell’interpretare, e nel raccontare di omicidi e di amori e di tradimenti e di confessioni e di dignità e di orgoglio, di uomini e di donne, dicono attraverso le parole di Giulio Cesare o Otello oppure Macbeth, di loro stessi: affrontano quelle profondità dello spirito che solo un’opera d’arte può farti affrontare: trovarsi a nudo di fronte a se stessi. Il tempo di certo non manca. Quando misi per la prima volta piede dentro Rebibbia, a fare l’attore-aiuto regista-tuttofare in un’altra compagnia che lavorava con i detenuti, mi colpì l’ironia che si cela anche in situazioni così drammatiche (è bene ribadirlo: drammatiche, in carcere e di carcere si muore. Di disperazione, solitudine, dramma): compagnia stabile assai, questo era il nome della compagnia scelto dai detenuti insieme agli educatori.
Foucault nel suo saggio “Sorvegliare e punire” inizia parlando della drammatica situazione dei detenuti all’inizio del XVIII secolo. Oggi, ora fortunatamente siamo ad uno stadio, della società, per alcuni aspetti, più evoluto e più consapevole della situazione detentiva: la pena di morte è bandita, tanto per dirne una, e si tenta forse davvero quel processo rieducativo difficile ma non impossibile.
Processo che passa appunto anche questo tipo di esperienza. Anzi, che forse si fortifica e accelera qualche volta anche e soprattutto grazie a questo tipo di attività e al teatro. Ma non è mai abbastanza. Un signore del Sud, uno dei tanti del Sud che affollano le carceri, tanti anni fa durante le prove per la realizzazione di una messa in scena di uno spettacolo sul brigante Carmine Crocco, come dimostrazione di coraggio, dignità e orgoglio, mi citò l’orazione funebre del Giulio Cesare di Shakespeare. Sì il teatro, credo, può fare davvero molto.
Il teatro che è anche l’occasione di incontro e scambio: io gli risposi con la stessa orazione recitata da Vittorio Gassman ne Il Mattatore, tra l’altro proprio in un carcere, davanti e con altri detenuti, detenuto egli stesso.
Credo di aver imparato molto da questo tipo di esperienza. Ed ho provato a portare in cambio la mia, di esperienza.
Il teatro fuori dai luoghi soliti del teatro è oramai un’esperienza che si è consolidata negli ultimi 40/50 anni.
Gli anni della contestazione hanno portato anche questo di buono: rompere con il teatro borghese, ingessato declamato, rap-presentato per e dalla borghesia. Rap-presentare in tedesco, nel tedesco filosofico, si dice vor-stellen, mettere-davanti-a-qualcuno-qualcosa. Il teatro non è mai mera rappresentazione, né tantomeno un assistere passivo di fronte a qualcosa. Tutt’altro. E’ passione e coinvolgimento.
L’esperienza del Living di Julian Beck e Judith Malina forse è stata la prima esperienza che ha provato a portare il teatro fuori dal teatro, (Off -Broadway prima che diventasse un brand era una scuola una prova una performance del teatro che si pensava fuori da Broadway: appunto OFF), nelle carceri, nei manicomi. In Italia una delle esperienza più importanti è stata quella di Leo de Bernardinis e Perla Peragallo, ad esempio, a Scampia, periferia del napoletano, quando, siamo negli anni ’70, quella periferia era davvero un luogo inaccessibile e impossibile da vivere. E i Saviano ancora non erano nati. Nessuno ne parlava.
In Italia oggi, non sono molte le compagnie che svolgono questo tipo di attività con i detenuti. A parte quest’ottimo lavoro svolto da Fabio Cavalli e Daniela Marazita presso il Nuovo Complesso di Rebibbia a Roma, c’è l’esperienza della Compagnia della Fortezza, che, presso il carcere di Volterra in Toscana, sotto la guida sapiente e costante di Armando Punzo porta avanti ormai da anni, dal 1998 credo, un percorso di crescita e formazione di attori detenuti.
Infine c’è lo spettacolo da cui sono partito. La settimana scorsa ero a Rebibbia a seguire il regista e i suoi venticinque attori nella messa in scena del Giulio Cesare.
Poche parole per dire che lì dove davvero sembra che si perdano e che si siano perse tutte le speranze, si vive in maniera più drammatica e al tempo stesso più straniante la messa in scena dell’opera di Shakespeare.
Giustizia e vendetta e lealtà e onore e tradimento e libertà e omicidio sono parole che dette da chi davvero li vive e li ha vissuti sulla propria pelle, sul proprio corpo, ti colpiscono più profondamente, più intensamente. L’effetto è straniante nel senso brechtiano, ovvero vedere un uomo che finge di ammazzare qualcuno quando qualcuno lo ha ucciso davvero, crea una certa confusione. Come quando Shakespeare faceva recitare parti di donne che si travestivano da uomini, da attori maschi, lo stesso.
Ma questa è la magia e il mistero del teatro.
Oltre al regista e ai suoi collaboratori esterni i ringraziamenti e i complimenti davvero sentiti per quello che danno in scena, come attori e come persone, va a tutti i reclusi della Sezione Alta Sicurezza che hanno accettato questa ennesima sfida con se stessi e hanno provato e stanno provando a rimettersi in discussione, per tentare un nuovo inizio.
Giovanni, Antonio, Vittorio, Gerardo, Giancarlo, Gennaro, Roberto, Umberto, Angelo, Antonio…. sono solo alcuni dei nomi di questi uomini, per certi aspetti straordinari.
Per concludere voglio citare Peter Sellers ne “Uno sparo nel buio”, per rivolgere un appello profondamente sentito alla Ministra della Giustizia, in carica: “Le vogliamo migliorare le condizioni invivibili delle nostre carceri?”.
Peter Sellers, ironicamente nel film, diceva il vero.
E così anche noi.

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