free tekno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/free-tekno/ un blog di approfondimento culturale Tue, 07 Jun 2022 23:14:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg free tekno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/free-tekno/ 32 32 Le vie dei festival per i devoti psytrance https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-vie-dei-festival-per-i-devoti-psytrance/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-vie-dei-festival-per-i-devoti-psytrance/#comments Fri, 23 Sep 2016 06:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32003 Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo. * * * Hai perso i tuoi amici, la tua ragazza: ti sei distratto un attimo e non li vedi più. Provi a chiamare il nome di lei, si perde nel plasma sonoro ad altissimo volume in cui sei immerso. Ti volti, un vecchio con tilaka shivaita […]

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Hai perso i tuoi amici, la tua ragazza: ti sei distratto un attimo e non li vedi più. Provi a chiamare il nome di lei, si perde nel plasma sonoro ad altissimo volume in cui sei immerso. Ti volti, un vecchio con tilaka shivaita sulla fronte e canottiera tecnica Oakley ti guarda negli occhi e sorride, senza smettere di ballare; resti forse per un attimo immobile, perché una ragazza di etnia indefinita, occhi orientali, carne caraibica, capelli rossi di rame o henné, ti spintona sul fianco, ridendo, come a dire Balla!, e dà l’esempio sbattendo il piede scalzo, dalla caviglia irta di campanellini d’argento, sul suolo polveroso. Allora ti smuovi, lasci che il corpo sia nuovamente attraversato dal battito e la mente dal tappeto di suoni acuti e campionature che gli sta sopra, finché sopra le teste di tre ragazzoni a torso nudo, in occhiali da sole con montature colorate, che ballano entusiasti passandosi una bottiglietta piena d’acqua lievemente schiumosa, ti sembra di scorgere dei capelli che conosci, i capelli della tua ragazza, ti fai strada tra la folla danzante che intanto è mutata come i vetrini di un caleidoscopio, ma si tratta di un’altra persona, ha ali da fatina e uno sbaffo fluorescente sulla gota, balla con un ragazzo alto, i dreadlock fermati da bulloni sotto un cappello da cacciatore di pernici con tanto di piuma sul lato, che si abbassa verso di lei e mentre la musica tutta intorno prende un ritmo più lento lascia che gli depositi sulla lingua una goccia, da una boccetta come di collirio.

festa a Goa, 2007
festa a Goa, 2007

Tu guardi la goccia cadere dal beccuccio e per un attimo, nel riflesso della stilla traslucida, vedi tutta la gente intorno, la vedi eruttare dalla terra verso il cielo ora che il ritmo torna serrato e veloce, e nel folle baccanale che si scatena – che continua a scatenarsi, sempre più forte, alimentandosi di sé e su di sé – finalmente scorgi uno dei tuoi compari, in fondo; quando poi, spingendo e sorridendo e facendoti strada tra donne in kimono da fantasma dell’era Sengoku e ragazzine in reggiseno tribale e tizi dinoccolati completamente nudi se non per due strisce di vibhuti sulle guance, finalmente lo raggiungi, tutto si coagula in un ralenti a ogni apparenza fatidico, che solo il gesto prosaico di lui, il suo porgerti la birra, riporta da un qui e ora tanto intenso da essere drammatico a un flusso finalmente normale, sebbene dilatato, capriccioso, sgranato, mentre le frasi campionate sotto il battito, come a giocare con l’idea stessa di sincronicità, con lo stato di coscienza tuo e di quella massa, sillabano This… Is… Happening… Now..! E giù salti e balli, ma quel tocco un po’ kitsch, un po’ facilone, ti riporta davvero a terra, ti permette di tornare a considerare il fenomeno con distacco.

I goani: quei soggetti scalzi, con la faccia dipinta, i glowstick fluorescenti ai polsi e i rosari buddisti al collo, che ascoltano un tipo di musica, la psychedelic trance, particolarmente ricorsiva e relativamente immune dalle suggestioni ‘nere’ che continuamente hanno ibridato la tekno1; quei goani in passato oggetto di derisione da parte dei teknusi – gli si contestava, ovvio, l’eccesso di fricchettonismo: se la cultura rave deriva dall’ibridazione, nel segno dell’emergente musica elettronica, dei DNA hippie e punk, è evidente verso quale direzione pendano rispettivamente i due filoni, e si sa che i punk mai hanno troppo sopportato i buoni sentimenti e quella vena addirittura di salutismo degli hippie. Una divisione contro cui già Penny Rimbaud, voce dei Crass, si scagliava, indicando la necessità di far fronte comune contro il vero nemico, che fu in parte superata alla nascita della free tekno, con la fusione tra soundystem ‘crustie’ e new age traveller, ma che poi negli anni era andata a riformarsi.

happening psichedelico, Anjuna beach, 1975
happening psichedelico, Anjuna beach, 1975

Una simile ascendenza è del resto naturale: la subcultura goa non ha i tratti metropolitani e postindustriali della free tekno, in quanto nasce, appunto, sulle spiagge di Goa, in India, approdo finale della hippie trail fin dagli anni ’60 e già luogo di grandi feste quando ancora si usavano gli strumenti, feste che – semplificando al massimo – si sono trasformate in baccanali elettronici prima con l’adozione dei Kraftwerk da parte di dj fin lì abituati a fare set a base di Grateful Dead e Pink Floyd, e poi con la creazione di un sound autoctono, virando in direzione psichedelica le prime suggestioni trance che arrivavano dall’Inghilterra e da Ibiza.

Nell’epoca d’oro dei rave, a fine anni ’90, si poteva captare il segnale goano ma non sempre lo si

Goa Gil con Albert Hofmann, 2001
Goa Gil con Albert Hofmann, 2001

decodificava. Ricordi un ragazzo, davanti a un minuscolo soundystem allestito nel campeggio di un’Arezzo Wave del ’99, che definiva come ‘goa’ la musica che ne usciva, alle tue orecchie derubricabile come techno-trance un po’ strana; un paio d’anni dopo, una ragazza inglese ti regalò un CD pirata con la scritta Twisted – l’hai ascoltato per anni senza mai capire bene di cosa si trattasse, prima di scoprire che era il cruciale primo disco di Hallucinogen, ovvero Simon Posford, una delle personalità più rilevanti della goa-trance prima, e della psytrance poi. Anche durante l’esplosione di massa dei free party (anche quando era già cominciato il tormentone del ”non ci sono più le feste di una volta”), dal punto d’osservazione del centro Italia, la goa, in realtà già maturata a psytrance, appariva più un sottogenere che altro: c’erano soundsystem goa alle 72 ore di Firenze così come all’On the road festival di Pelago, ma era difficile desumere da essi l’esistenza di una subcultura pienamente stratificata.

teknival Boom Off 2008
teknival ”Boom Off” 2008

La prima curiosità seria ti viene relativamente tardi, nel 2008: giunti dopo vasto peregrinare al teknival estivo, che si teneva in Portogallo, sul lago di Idanha-a-Nova, dall’altro lato dello specchio d’acqua scorgevate alla notte le luci colorate del Boom festival (il teknival nasceva in effetti come ‘anti-Boom’, prova che ancora era viva la contrapposizione teknusi/goani, alimentata anche dal fatto che gli eventi psytrance sono a pagamento e quindi fuori dall’etica di gratuità dei free party). Quelle che vi ammiccavano di là dal lago non erano però solo ‘luci colorate’: era un intero mondo di aure versicolori. Se il teknival, con i suoi faretti arrabattati, i suoi sparsi laser, i fuochi improvvisati con cassette e bancali, appariva come uno squarcio strappato alla notte del mondo, il festival psytrance assomigliava piuttosto a una bolla, tenue e accogliente, che in tale notte aveva saputo conservarsi e crescere.

Due anni più tardi, cercando una scusa per tornare a Lisbona, decidete di togliervi lo sfizio di vedere se quel Boom è poi così male come si diceva negli ambienti della tekno. Arrivarci richiede un pellegrinaggio analogo a quello di due anni prima: da Lisbona si deve raggiungere Castelo Branco, remota provincia della Beira Baixa, e da lì prendere un bus, in un’autostazione ferma agli anni ’50. Scaricati in una postazione presidiata giusto da un paio di freak in ciabatte (il Portogallo ha depenalizzato tutte le sostanze nel 2001, e da allora, oltre ad aver visto un calo di uso e abuso, si è anche chiamato fuori dall’isteria securitaria che altrove accompagna gli eventi giovanili di massa), dovete fare ancora un bel pezzo a piedi prima di raggiungere l’ingresso vero e proprio, ingresso che da solo è in grado di mettere in discussione qualche certezza.

Dopo aver camminato in una landa brulla per un buon chilometro, svoltata l’ultima altura, ecco degli alti bastioni con disegni frattali, in un’estetica sincretica tra il maya, l’egizio e la space opera. Altissimi bastioni che marcano dieci ingressi, uno accanto all’altro, e solo voi ad attraversarli, sparuti come villici che per la prima volta si recano a Minas Tirith per il mercato. La politica ormai consolidata dei festival psytrance è quella di offrire un biglietto unico per l’intera settimana, proporzionato al costo di una settimana di campeggio attrezzato, ma proibitivo per una sola serata. L’obiettivo è tener fuori ragazzini, ubriachi dell’ultim’ora, pusher d’occasione, gente in cerca di un after dopo la discoteca, gruppetti di curiosi, insomma tutti coloro che non ‘ci credono’ fino in fondo, e quindi l’ingresso è progettato a misura dell’ondata di pubblico del primo giorno, veramente di massa. Per chi ci arriva come voi al terzo giorno di festival, la magniloquenza di quei bastioni è sconcertante; perturba e suggerisce l’ingresso in un mondo ‘altro’.

Cosa che peraltro avviene: da lì si attraversa un villaggio costruito in funzione di un approccio visionario, ovunque si avvicendano padiglioni piccoli e grandi, bizzarramente decorati, tenuti su da ardite strutture di bambù e col soffitto costituito da triangoli e strisce di tessuto in schemi volti da un lato a creare vertigini frattali e spiraleggianti e dall’altro a offrire, durante il giorno, un’ombra simile a quella che darebbe un tetto di rami e foglie; un enorme pesce delle profondità fluorescente ospita la sala proiezioni; in mezzo a quella che intuite essere la chill-out, ristandovi distese diverse centinaia di persone, due draghi illuminati in toni astrali di azzurro e magenta proteggono ed esaltano la coppia di dj impegnata in un lento e intenso set downtempo. È quando raggiungete il Dance Temple, ovvero il main floor, che ricordate di essere, comunque, a qualcosa di ascrivibile alla categoria ‘rave’: grappoli di Funktion One che sparano musica a centottanta battiti al minuto, proiezioni deliranti ad alta velocità su schermi esagonali, un paio di  migliaia di persone che ballano in un’unica trance nonostante siano le quindici e trenta.

Boom Festival 2012
Boom Festival 2012

La seconda volta capita in Francia: partiti alla volta di Grenoble per raggiungere una festa, trovatola sgomberata prima che cominciasse e per niente propensi a non ballare una volta arrivati fin là, vi salva un ragazzo, anche lui giunto coi medesimi obiettivi, informandovi che in quota, a Lens-en-Vercors, sui prati che d’inverno diventano piste da sci, si sta svolgendo l’Hadra festival: Salite anche voi?
Salite. Non siete in Portogallo, e si sente: a valle c’è molta Polizia, e aggressiva. Il racial profiling, poi, è la prassi. Sopra, il molto spazio – un intero stage – dato alla minimal e un pubblico e una lineup che riflettono lo stato della scena in Francia (essendo tuttora il paese della free tekno, il grosso dei devianti del ballo se li prende comunque lei) dà forma a un evento relativamente tranquillo, per di più con dibattiti e seminari.

In effetti è raro che un festival psytrance si presenti come evento musicale: per quanto la musica sia l’asse principale e il motivo per cui tutta quella gente è lì, l’accento viene sempre posto sulla multidisciplinarità, sulla presenza di dibattiti, pratiche artistiche e worskhop di discipline olistiche, anche quando occupano uno spazio marginale. È pur vero che uno dei fattori di esaurimento della scena free tekno è stato il dissiparsi delle forme artistiche diverse dalla musica: una volta, andare a una festa tekno significava anche trovarsi in mezzo a robot fatti con metalli di scarto, spettacoli di fuoco quando non di sospensione corporea, banchetti di oggetti autoprodotti; pian piano sono rimasti solo i bpm: la cosa funzionava ‘troppo’, la festa si poteva fare – e avrebbe fatto il pienone – anche senza tutto il resto, e così è stato, salvo poi trovarsi con meno terreno concettuale sotto i piedi, meno possibilità di sviluppo.

ingresso O.Z.O.R.A., 2013
ingresso O.Z.O.R.A., 2013

Se l’anno dopo ci prendete gusto, e puntate il mirino sull’Ozora, storico festival e reale isola di libertà nell’Ungheria di Orban e dello Sziget, non è infatti per i seminari: c’entra forse l’aver finalmente capito le meccaniche della subcultura, oppure è una questione di età, e non avete più lo spirito né il tempo per far mille chilometri rischiando che la festa poi non ci sia. O forse c’entra il fatto di aver capito, non senza un filo di dolore, che la tribe tekno che avevate amato, dopo aver accelerato i bpm e aumentato la violenza per tutti gli anni zero, adesso si ritrova relativamente sterile, costretta a scegliere tra riproporre vecchie tracce o fare un passo indietro, andare a cercare nuove suggestioni e vecchie emozioni nei ritmi tranquilli della electro, in quelli ricorsivi dell’acid o addirittura in quelli spezzati della dubstep, e non senza contestazioni: vi è capitato più di una volta di vedere gruppi di ragazzini fischiare o ululare a dj e producer di tribe storiche per la sola colpa di aver messo pezzi di breakbeat, poco adatti al loro tasso di agitazione. La psytrance, invece, è in un momento di grande vitalità. Va differenziandosi in una miriade di sottogeneri, le più lente e allegre progressive e full-on, la psytrance propriamente detta, le oscure e veloci forest e dark, la velocissima hi-tech.

Genera artisti interessanti, che lungi dall’allinearsi all’esistente cercano il loro suono: ecco la quasi-forest folle e ricorsiva dello svizzero Ajja, ecco la psy-chill filosofica di Shpongle, il sempre fertile filone inglese con i suoi Tristan, Avalon e Dickster, e ancora gli israeliani, più fruibili ma non meno entusiasmanti, con l’affermazione di nuovi nomi come Ace Ventura o Captain Hook accanto a classici come Astrix, Astral Projection o Infected Mushroom. C’è anche un piccolo discorso italiano: è proprio all’Ozora, poco prima dell’alba, il main floor a pieno regime con cinquemila persone in stato di totale invasamento, che chiedete, agganciati pure voi da quel ritmo che nulla ha da invidiare per violenza alla vostra cara tekno, chi stia suonando.
Giuseppe, risponde il goano accanto a voi.
Come, ‘Giuseppe’?
Eh, Giuseppe.

Si chiama proprio così. Espatriato italiano in India, fondatore in Danimarca della Parvati Records, etichetta cruciale nel campo della darkpsy, con i suoi set è ormai ospite fisso dei migliori festival. Non è inusuale, scoprite, l’utilizzo come nome d’arte, per i dj e producer psytrance, del proprio nome, puro e semplice, ma ci sono anche altri filoni. Troviamo rimandi alla dimensione cosmica – Earthling, Electric Universe, Carbon Based Lifeforms, Cosmosis –, al mito, che sia occidentale od orientale – Avalon, Tristan, Aes Dana, Arjuna –, agli effetti e alle suggestioni degli psichedelici – Hallucinogen, Liquid Soul, Spirit Architect, Astral Projection – o di più di questi aspetti assieme, come nel caso del Peaking Goddess Collective; qualcosa di molto diverso da quanto avveniva nella tekno: un excursus dei nomi delle più notevoli tribe mostra una poetica militante – Total Resistance, Sound Conspiracy, Okupé, Revolt99 –, dell’anonimato – Nonem, Hidden Unit –, del caos e del pericolo – Bordelik, Kernel Panik, Hazard Unitz –, del nomadismo – Trackerz, Tourista Debandade –, dell’illegalità e della pirateria – Latitanz, Illegal Sound Resistance, Sono Pirate Unit – o della scomposizione e riduzione a gioco della realtà – Puzzle, Lego, Labirinz. È vero che in alcuni casi si incontra un livello ironico, di puro scherzo, anche nei nomi psytrance – basti pensare agli stessi Ace Ventura, Dickster, Captain Hook, come ai Green Nuns of the Revolution – e che tracce di mito e misticismo si possono ritrovare nei nomi di pionieri della tekno come Spiral Tribe o Hekate, ma è chiaro che nella linea della cultura rave che ci porta ai festival psytrance di oggi, la traccia punk e ribellistica è pressoché svanita. I goani non contestano il ‘mondo fuori’: creano il loro, e nel farlo si prendono maledettamente sul serio. Anche le decorazioni parlano chiaro: se i loghi bianchi su nero della tekno sono tutti iterazioni del Jolly Roger, tutti bandiere dei pirati riviste alla luce di suggestioni postindustriali, ai festival i teloni colorati propongono Shiva, Ganesh, i calendari maya e le ruote solari azteche, l’onnipresente AUM, la ricorsività dei mandala.

Il rave è sempre rito – lo capì per primo Lapassade ed è ormai più o meno chiaro a tutti – ma qui si fa un passo oltre; qui ogni cosa grida: stiamo facendo qualcosa di sacro. L’intero impianto è funzionale alla dinamica rituale: dalla struttura a stazioni del festival – che includerà un main floor, una chill-out (in un paradosso tipicamente goano, non di rado in chill si sente l’odore acuto del DMT, il che suggerisce che chi è in ‘sala ripiglio’ è in realtà impegnato in un’attività visionaria anche più intensa di quelli che ballano come indemoniati), alcune location speciali da scoprire e uno stage secondario che potrà proporre, a seconda della vibrazione del festival, dark/forest oppure generi più leggeri – all’ormai indiscutibile coagulazione dell’arco musicale principale in un percorso lento-veloce-lento (e anche intenso-oscuro-luminoso): si comincia con la prog, si va alla psy, si arriva alla dark o alla forest, e poi si esce nel sole con la full-on. Ogni giorno la katabasi è regolata e rimarcata dal percorso della line-up.

Freqs of Nature 2015
Freqs of Nature 2015

Si prendono troppo sul serio, questi goani, siete tutti d’accordo, anche perché il rito ve lo eravate sempre fatto da soli: e tuttavia, ora che ne avete compreso la musica e che il tempo per andare a un party è giusto quello delle ferie, ecco che, sì, andate ancora a un altro festival. Lo Psy-Fi, nel nord dei Paesi Bassi, ultimo nato, quasi in un moto d’orgoglio olandese da ‘riprendiamoci ciò che è nostro’: del resto l’unico paese in cui gli psichedelici, o almeno alcuni di essi, sono legali, non è forse l’Olanda? Cosa potrebbe succedere allora a posizionare una rivendita di tartufi alla psilocibina2 in mezzo a un festival? Non molto: solo la coda al negozietto e il rientro nell’economia emersa anche dell’ultimo aspetto fin lì sommerso. Anzi, lo Psy-Fi, per via di un’ordinanza comunale ottenuta da abitanti della zona scontenti del rumore, ma forse anche per un’irredimibile tendenza olandese al cominciare le serate presto, si presenta con una curiosa doppia faccia. Da un lato propone un allestimento e una line up musicale competitivi con i festival storici; dall’altro, spostando verso l’alto di quattro ore l’arco musicale – si comincia già nel primo pomeriggio; verso le otto si esibiscono già producer e dj di potenza e velocità che normalmente li vedrebbero collocati a mezzanotte; alla mezza si ha il delirio nel dancefloor che normalmente si incontra alle quattro, mentre qui alle quattro il main floor è già spento, laddove negli altri festival l’arco 04:00-12:00 è l’imprescindibile momento in cui dal caos più acuto si risale gloriosamente verso i battiti solari della full-on.

Si capisce come un simile approccio appiattisca verso una tranquillità addirittura eccessiva la vibrazione: l’uso di stimolanti come la speed e di entactogeni come l’mdma precipita di fronte alla necessità dei partecipanti di andare a dormire, e la notte non è più popolata di schegge possedute da Dioniso, impazzite e saltanti, ma da visionari già stanchi per quanto esperito al pomeriggio e alla sera, che si stringono nelle coperte per difendersi dall’umidità montante e cercano di capire quale dei mille vialetti irti di lucine, furgoni a fiori, tende indiane e applique fluorescenti sia quello che conduce alla loro tenda.

Psy Fi 2014
Psy Fi 2014

L’anno prossimo me ne vado all’Universo Paralello, altro che queste cose da europei, borbotta il vostro vicino di tenda mentre si prepara il materassino. Universo Paralelo, Brasile: agli ormai molti festival europei se ne sono aggiunti altri piccoli e grandi in giro per il mondo; la scena goa è transnazionale, con nodi forti, oltre all’India, in Sud Africa, Australia, Brasile, Thailandia, Giappone, e arriva anche in nazioni illiberali come la Turchia (sebbene da quest’anno lo storico Tree of life festival si sia spostato in Grecia) o militarizzate come Israele. C’entra il fatto di essere nata in una colonia portoghese in India, di avere tra i suoi pionieri, oltre al francese Laurent, un espatriato australiano come Raja Ram e uno americano come Goa Gil, ma la psytrance, pur essendo come la tekno e in generale il rave, un fatto culturale intrinsecamente europeo, rispetto alla prima ha mostrato una maggior capacità di esportarsi. In Italia per anni ha faticato: il primo festival italiano, il Sonica, è stato perseguitato fino a finire in Montenegro e solo nel 2015 è tornato in patria; il Blackmoon marchigiano è nato soltanto nel 2011 e dopo tre edizioni in crescita ha avuto un deciso ridimensionamento; solo in questi anni ne sono emersi e cresciuti di nuovi, come Human Evolution e WAO.

La scena, complice anche il contrarsi di quella tekno, è oggi in crescita anche da noi, mentre nei paesi dove ha attecchito prima già hanno luogo le prime mutazioni. I festival cresciuti troppo hanno portato a scismi o filiazioni – nella scena ungherese, il S.U.N. nasce da una costola ribelle dell’Ozora; dall’esperienza del Boom nasce il Be-In dedicato ai soli aspetti salutisti e meditativi della cultura goa –; la crescita in dimensioni degli eventi e l’aumento della loro ‘accessibilità’ ha portato all’emersione di altri deliberatamente di nicchia: da fuoriusciti del Full Moon Festival tedesco nasce il Freqs of Nature, nei pressi di Berlino, in cui entrambi gli stage propongono musica estrema, dark da un lato e forest dall’altro.walpurgisnacht
È proprio al Freqs of Nature, raggiunto questa stessa estate, che vi viene il dubbio. Per carità, è anche il posto in cui avete visto uscir fuori, al sorgere del sole e al suono della forest più virulenta e ricorsiva, personaggi vestiti da pan e da fata e boscaioli con code di procione fuor dai calzoni e scritte ‘Sail Hatan’ sui tacchi degli scarponi – era la Notte di Valpurga, nulla di meno, eppure è stato lì che il dubbio è emerso, vedendo i vicini di tenda. Non quelli a sinistra, un onesto gruppo di giovani raver, tendina istantanea Quechua, telo con Avalokitesvara e pochi fronzoli. No, sono i vicini di destra a far riflettere. Coppia tedesca, sui quaranta. Tenda professionale, sdraio pieghevoli, cuscini, struttura telescopica per creare una veranda, tappetini tecnici, vero tappeto, tavolino, cucinetta portatile, lampada. Campeggiatori professionisti che fanno sorgere spontanea la questione: e se fosse ormai tutto, pur inserendosi nel più ampio attuale rinascimento psichedelico, solo una forma estremamente avanzata di turismo? Risulta molto, molto lontana, a una distanza addirittura cosmica, la prima immagine di raver che aveste, a metà anni ’90, nei capannoni di una zona industriale, festa Spiral Tribe, gente che dormiva in auto, nel furgone, su un materasso trovato chissà dove e buttato là. E sicuramente molto lontani vi sarebbero apparsi anche i primi veri goani, alla fine degli anni ’80, che ballavano nudi e immemori del tempo sulle spiagge d’India.

Certo, arriverà un momento, nell’arco del festival, in cui l’attrezzata coppia tedesca assumerà una goccia di acido lisergico e farà la propria esperienza psichedelica, magari pure mistica, che dopo un tot di microgrammi la chimica non guarda in faccia nessuno e trascende premesse, accessori e contesto, ma non sarà comunque ‘solo’ il momento culminante della vacanza, il viaggio nel viaggio? Nell’Interzona, vi avevano insegnato, non ci sono sdraio e cuscini e tappetini tecnici, e per quanto il potenziale trasformativo di simili bolle possa rimanere, anche il più estremo dei carnevali, in ultima istanza, sarà sempre qualcosa di piccolo rispetto all’idea di carnevale libero e permanente propugnata non solo dalla free tekno delle origini ma anche dai primi che per mille e mille ore saltarono scalzi sulla battigia di Goa.

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party a Goa, 1989

1 genere situato al punto più estremo dello spettro della trance, la psyrance nasce a Goa, in India, nei primi anni ’80, dall’ibridazione, per mano dei pionieri Laurent e Fred Disko, poi seguiti da altri come Raja Ram o Goa Gil, delle basi della nascente elettronica europea – Kraftwek su tutti – con le sonorità del rock psichedelico, fin lì il principale genere suonato ai party in spiaggia. Tale musica delle origini è nota come goatrance, un genere a cui anche l’Italia ha dato in impulso importante con i progetti Etnica e Pleiadians di Begotti, Lanfranconi, Paterno & Rizzo. La goatrance si è evoluta nella moderna psytrance – abbreviazione di psychedelic trance – col passaggio dall’uso delle vecchie bass line synth come la Roland TB-303 ai moderni strumenti di produzione digitale. Assestatasi su un ritmo tra i 140 e 150 BPM, si divide in progressive, più lenta e concentrata sulla melodia; full-on, più ballabile e allegra, e darkpsy, più veloce e oscura, a sua volta divisa in sottogeneri come la forest, più ricorsiva e ‘‘organica’’, e la hi-tech, ancora più rapida e aggressiva. La psy-chill, sottogenere ‘‘da decompressione’’, rallenta le classiche basi psytrance ibridandole con sonorità downtempo, ambient e world music. Chi volesse approfondire la storia della psytrance può procurarsi l’eccellente Global tribe: technology, spirituality & psytrance di Graham St.John (Equinox Press 2012).

2 I funghi psichedelici vennero banditi dal governo di centrodestra nel 2008 dopo che una turista francese finì in un canale; la ragazza risultò poi sotto effetto di alcol, ma la campagna era ormai partita, e l’industria degli smart shop, che aveva nei ‘funghetti’ il proprio asset principale, si difese con un escamotage micologico-legale: il micelio, se coltivato a bassa temperatura, muta in sclerozio, ovvero in tartufo, e rimane sottoterra. Il tartufo non è un fungo, la legge dice ‘funghi’, e così da allora gli smart shop olandesi vendono vaschette di tartufi non meno attivi dei loro omologhi con gambo e cappella.

 

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I robot venuti dal futuro https://minimaetmoralia.it/musica/i-robot-venuti-dal-futuro/ https://minimaetmoralia.it/musica/i-robot-venuti-dal-futuro/#comments Thu, 26 Nov 2015 06:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29149 Una versione ridotta di questo pezzo è uscita sul dorso toscano del Corriere della Sera. Le note e l’ultima parte sono state aggiunte dopo il concerto.   * * * Lunedì prossimo i Kraftwerk saranno a Firenze1, al Teatro dell’Opera, per la loro unica data italiana. Si tratta di qualcosa di diverso dal classico concerto […]

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Kraftwerk

Una versione ridotta di questo pezzo è uscita sul dorso toscano del Corriere della Sera. Le note e l’ultima parte sono state aggiunte dopo il concerto.

 

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Lunedì prossimo i Kraftwerk saranno a Firenze1, al Teatro dell’Opera, per la loro unica data italiana. Si tratta di qualcosa di diverso dal classico concerto di vecchie glorie2 che tornano in scena per compiacere i fan dei tempi d’oro: per quanto la carriera del gruppo di Düsseldorf cominci nel 1970, con l’incontro di Ralf Hütter e Florian Schneider, allora studenti di conservatorio, e conosca il primo apice nel 1974, con l’uscita dell’album Autobahn, che segna il definitivo passaggio dal krautrock a quell’electro che loro stessi andavano inventando attraverso l’incrocio delle sperimentazioni elettroniche di Stockhausen con i ritmi della musica nera debitamente disumanizzati, la produzione dei Kraftwerk è ancora attuale, e non tanto per i piccoli aggiornamenti inseriti negli anni, quanto per la semplice ragione che i Kraftwerk sono i musicisti in attività più rilevanti al mondo. Si può infatti affermare senza grossa tema di smentita che tutto ciò che viene composto, prodotto, trasmesso, ballato e ascoltato oggi, al netto ovviamente di quanto deliberatamente rivendica radici in tradizioni preesistenti, viene in qualche modo dai Kraftwerk. Se ritrovare la loro influenza nell’elettronica sperimentale, nell’industrial o nella techno e sue varie filiazioni sarebbe fin troppo facile – fu del resto il leggendario dj di Detroit The Electrifying Mojo a cominciare a proporre a ciclo continuo Autobahn, trovato, pare, nel cestello dei remainder di un negozio di dischi, e a influenzare così una generazione di musicisti, tra cui quel Derrick May che fu poi, con Juan Atkins e Kevin Saunderson, padre della prima techno, genere che lui stesso definì ‘nient’altro che i Kraftwerk e George Clinton chiusi assieme in ascensore con un sequenziatore’ –, potrebbe invece stupire qualcuno lo scoprire che i Kraftwerk sono cruciali3 nella formazione della moderna R&B e del pop contemporaneo, in virtù delle basi ritmiche usate oggi da questi generi, e addirittura dell’hip-hop. Se già negli anni ’70 nei club underground newyorkesi si sentivano mixare il gelo dei Kraftwerk e il fuoco di Fela Kuti, fu nel 1981 che Afrika Bambaataa, ibridando le kraftwerkiane Trans-Europe Express e Numbers, creò Planet Rock, pezzo fondamentale per lo sviluppo dell’hip-hop nelle direzioni che conosciamo. kraftwerk_1_1342742363Quasi trentacinque anni dopo, sarebbe impossibile citare tutti gli artisti influenzati dal gruppo di Düsseldorf: oltre alla EDM presa in blocco, si va dai ‘direttamente influenzati’ come Depeche Mode, Ultravox, Pet Shop Boys, Soft Cell, Daft Punk, Moby, Björk…, a rocker più classici come Joy Division, David Bowie, REM o Coldplay, a rapper come Mos Def, Jurassic 5, Jay Z, Dr. Dre o Lil’ B, a star del pop come Madonna, fino addirittura al metal dei Rammstein4, ed è solo una parte assai ridotta dei nomi che si potrebbero fare. Anche spostandoci a un livello più sotterraneo, l’influenza dei Kraftwerk è decisiva: al di là dell’aver generato la techno, senza la quale non esisterebbero né tekno né trance, una buona parte dell’ideale e dell’estetica rave non è altro che l’industriale kraftwerkiano traghettato nel postindustriale, ed è noto che anche ai party sulle spiagge di Goa – l’altra metà del cielo della cultura rave – fu il passaggio dalle vecchie tracce psychedelic rock ai pezzi degli alieni venuti dalla Germania (non senza qualche resistenza da parte degli hippie più anziani) a gettare il primo seme di quella che sarebbe divenuta poi la psytrance5.

Se per disc-jockey, musicisti e una fetta non indifferente –  ancorché mai veramente ‘di massa’ – di pubblico fu subito chiaro il potenziale insito in Autobahn, la stampa di settore considerò il primo disco ‘maturo’ dei Kraftwerk uno scherzo, o al massimo una curiosità: il critico Keith Ging della rivista Melody Maker parlò di ‘roba senza spina dorsale e senza emozioni’, invitando tutti a ‘tener fuori i robot dalla musica’; l’inglese Barry Miles arrivò a scrivere, con un chiaro riferimento all’ultima guerra, che ‘una delle ragioni per cui i nostri padri hanno combattuto è salvarci da una simile musica’; John Mendelsohn di Rolling Stone parlava di ‘un macchinario complicato col sistema delle emissioni fuori controllo’, e ancora nel 1979 la guida ai dischi della stessa rivista li liquidava come ‘una stramberia musicale’. Start-1024-30-3D

Se ancora oggi, sebbene sia ormai più questione di gerontocrazia culturale che altro, c’è chi si esprime in termini analoghi circa la musica elettronica in generale, il posizionamento dei Kraftwerk al Teatro dell’Opera (o, se vogliamo, alla TATE Gallery di Londra, dove si sono recentemente esibiti) dovrebbe essere sufficiente di per sé a smontare tale opinione, ma ancor meglio sarà, per chiunque covi ancora simili pregiudizi, assistere allo spettacolo. Oggi quelle voci robotiche e quei loop non risulteranno più ‘freddi’ come un tempo, ma riverbereranno, anche per l’ascoltatore casuale, di tutto il loro carico di visione e malinconia: i Kraftwerk non hanno solo reso possibile gran parte della musica che ascoltiamo oggi, ma hanno anche anticipato il mondo a venire, in cui la ‘rimozione del corpo’ sarebbe divenuta fatto normale della quotidianità di ciascuno, destinati come siamo a vivere per porzioni sempre più lunghe del giorno fermi dietro uno schermo, e anzi attraverso di esso definire la nostra identità, esattamente come i quattro robot tedeschi durante la loro performance6. Performance rispetto alla quale le innovazioni, come lo spettacolo a base di proiezioni 3D che verrà proposto lunedì assieme alle canzoni, non sono che gradevoli fronzoli7, poiché la loro musica era così avanti quarant’anni fa da esserlo tuttora, anche mentre vi riverbera all’interno l’antico embrione di una realtà poi fattasi concreta. Si potranno allora organizzare le vittorie dei Kraftwerk su due livelli. Uno, più serio, riguarda la sopra descritta pervasività della loro influenza e la loro capacità di vedere e celebrare anzitempo il mondo a venire; l’altro, se vogliamo più ironico, ma con i Kraftwerk viene sempre il dubbio che non stiano mai scherzando8, l’essere riusciti a far indossare all’intero pubblico di un teatro d’opera degli occhialini 3D e averlo portato ad applaudire degli automi9.

kraftwerk

Note:

1 ”Lunedì scorso i Kraftwerk erano a Firenze…”

2 sebbene in comune col concerto di vecchie glorie ci sia l’applauso di intensità proporzionale alla riconoscibilità del pezzo che viene via via attaccato.

3 (almeno quanto Giorgio Moroder)

4 tutto questo senza contare gli innumerevoli casi di cover, remix, campionature, tributi, citazioni. Una lista parziale può essere trovata qui.

5 ascoltando peraltro i Kraftwerk in concerto, ovvero con un impianto di degna potenza, i bassi vanno a sovrastare il resto, e ci si rende conto (a suon di flashback) della quantità enorme di tracce, anzitutto psytrance, ma anche acid house, techno, tekno, drum’n’bass, dubstep, che utilizzano le loro basi ritmiche – accelerate, mischiate tra loro o anche prese come sono, a seconda dei casi.

6 e in effetti l’impressione, vedendo i Kraftwerk in azione davanti a un pubblico decisamente non underground, più che quella di vecchie glorie venute a raccogliere cascami degli antichi allori, è quella di profeti benedetti dalla rara possibilità di tornare a farsi dire ‘avevate ragione voi’.

7 3D che però, dopo mille utilizzi in fin dei conti futili al cinema, pare oggi inventato proprio per loro, e per la loro estetica a un tempo futuristica e retró: tecnologia nata vecchia, il 3D annoia applicato alle Banshee di Avatar almeno quanto esalta con i telefoni a tasti e i tralicci proiettati sullo sfondo dello show dei Kraftwerk.

8 scherzano, questi, quando esaltano con amore aperto e spassionato non solo il computer o l’autostrada, ma addirittura la calcolatrice tascabile e il neon (con immagini di insegne di hotel e farmacie che scorrono malinconiche sullo sfondo)? Probabilmente no: anche il loro modo di dire ‘siamo felici di essere qui’ consiste nel video di un disco volante che dopo essere entrato nell’orbita terrestre localizza la posizione della città e ‘atterra’ in una fotografia dello stesso Teatro dell’Opera.

9 Nel vero senso della parola: dei manichini automatizzati sostituiscono infatti il gruppo quando arriva il momento dell’esecuzione di The robots, idea che costituisce una sorta di anticipazione dell’interfaccia solo tecnologica costituita dal muro di altoparlanti dei free party, dove il dj in quanto star – e dunque in quanto corpo e carisma – è invisibile e in ultima istanza scarsamente rilevante.

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Muro di casse https://minimaetmoralia.it/estratti/muro-di-casse-vanni-santoni/ https://minimaetmoralia.it/estratti/muro-di-casse-vanni-santoni/#comments Fri, 15 May 2015 16:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26799 Sabato 16 maggio alle 15 debutterà al Salone Internazionale del Libro di Torino la nuova collana Solaris di Laterza, con i quattro titoli Sottofondo italiano di Giorgio Falco, Stato di minorità di Daniele Giglioli, I destini generali di Guido Mazzoni e Muro di casse di Vanni Santoni. Presentiamo un estratto da quest'ultimo.

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Avevi un tempo una ragazza a Brighton. Vi eravate conosciuti a una festa; a volte veniva a trovarti, altre andavi su da lei. Quando eri là, spesso andavate a ballare, occasioni in cui lei e la sua compagnia mandavano giù quantità sorprendenti di pasticche, ma ancora più frequenti erano le serate in casa a bere, nelle quali era popolare uno scherzo ai danni del primo che si addormentava ubriaco in poltrona o sul divano: per prima cosa se ne testava la reattività dandogli piccoli schiaffi o scrivendogli sulla fronte con un pennarello; appurata la non reversibilità del suo stato, gli si mettevano addosso un paio di coperte, lo si caricava su un furgone con poltrona e tutto, lo si portava in un campo fuori città e lo si mollava lì ad aspettare l’alba.

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cassemuro

Sabato 16 maggio alle 15 debutterà al Salone Internazionale del Libro di Torino la nuova collana Solaris di Laterza, con i quattro titoli Sottofondo italiano di Giorgio Falco, Stato di minorità di Daniele Giglioli, I destini generali di Guido Mazzoni e Muro di casse di Vanni Santoni. Presentiamo un estratto da quest’ultimo.

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Avevi un tempo una ragazza a Brighton. Vi eravate conosciuti a una festa; a volte veniva a trovarti, altre andavi su da lei. Quando eri là, spesso andavate a ballare, occasioni in cui lei e la sua compagnia mandavano giù quantità sorprendenti di pasticche, ma ancora più frequenti erano le serate in casa a bere, nelle quali era popolare uno scherzo ai danni del primo che si addormentava ubriaco in poltrona o sul divano: per prima cosa se ne testava la reattività dandogli piccoli schiaffi o scrivendogli sulla fronte con un pennarello; appurata la non reversibilità del suo stato, gli si mettevano addosso un paio di coperte, lo si caricava su un furgone con poltrona e tutto, lo si portava in un campo fuori città e lo si mollava lì ad aspettare l’alba.
Quell’immagine, l’immagine di un tale Garry ronfante sulla poltrona che avevate lasciato in mezzo a un campo arato dell’East Sussex in piena notte, e con essa l’idea di essere vittima di uno scherzo simile ma più vasto e grandioso, di cui la tua posizione era solo il punto apicale, ti sovveniva alla coscienza di concerto con la prima percezione sensoriale, quella del bracciolo scucito di un divano. Alla tua sinistra, invece, addormentato in modo orribilmente arruffato e contratto,UFOteknivalrect eppure bello nello stagliarsi dei confini del suo corpo e dei suoi abiti sulla fantasia del divano, stava Iacopo il Gori, assieme al quale diciotto ore prima avevate raggiunto quel campo dove ancora, come testimoniava il battito ininterrotto che arrivava dalla conca sotto di voi, andava svolgendosi la festa congiunta di tre tribe quasi storiche del panorama free tekno del centro Italia. Assieme a lui, e assieme alla sua ragazza Melusine, la cui voce giungeva da dietro al divano quasi chiamata dal tuo pensiero o attivata assieme al vostro contemporaneo risveglio da ineffabili telepatie psicotomimetiche, poiché intanto anche il Gori andava stirandosi e un sorriso gli si disegnava sulla faccia segnata.
Tutto ti sovviene con un dettaglio particolare, inusuale dato che il ricordo di mille feste forma nella memoria non un album di immagini, ma una sola ghirlanda di lampi, suoni, epifanie, perdite, agnizioni, tensioni, rilassamenti, balli, smostrate, esplosioni di gioia o di sorpresa; ricordi il modo in cui ti voltasti e sporgesti, e dietro al divano, steso a terra, c’era un telo a motivi geometrici con al centro la grossolana raffigurazione di un alieno coi chakra illuminati, e sul telo Toselli, il cane di Melusine, e accanto a Toselli Melusine a gambe incrociate, alle prese con due tessere e la custodia di un CD dove andava schiacciando e sbriciolando della polvere sassosa, e mentre lo faceva diceva:
Boia.
Panico eh, Melu’.
Via, fammi fare una raglia, disse Iacopo girandosi a sua volta, e sembravate persone affacciate a non si sa che disumano balcone, intente a scherzare con qualcuno giù sul marciapiede.
Io non so come fate a pippare la speed prima di prendere un caffè, non so, una pastina, dicesti.
Il caffè rende nervosi, fece Melusine, e scoppiaste a ridere mentre il sole spuntava per davvero e tutto si faceva giallo, un giallo che rispetto a quello di cinque, dieci, trenta minuti più tardi si sarebbe rivelato poco più di un chiarore clorotico, ma che paragonato al cielo prussia la cui luce relativa vi aveva svegliati poco prima, appariva come l’oro vomitato dalla più profonda e grassa terra, e intanto vi passava accanto un tipo con un rastino penzoloni dalla nuca, e alzava il lattone da mezzo litro come a brindare a voi, o meglio al vostro divano, o meglio al vostro essere su quel divano come figure teletrasportate lì da chissà che vortice, e Iacopo ricambiava il saluto e scendeva dal divano e andava accanto a Melusine e sniffava la riga più grossa tra quelle che lei gli metteva davanti, e si afferrava il setto per il bruciore e tu pensavi che forse un sorso da quel succo di pesca Santal a mezzo lì davanti – perché era vostro, quel succo, un avanzo della sera prima, risalito non si sa quando alla collinetta del divano, la quale doveva essere poi, visto il panorama piatto e antropizzato tutto intorno, la tumulazione di una piccola discarica di inerti – avrebbe potuto sostituire il caffè, la pastina, valere insomma come colazione, e da sotto giungeva adesso un passo più veloce, cassa dritta e basso in levare, centottanta o centonovanta battiti al minuto, frenchcore quasi, e Melusine si alzava in piedi e guardava verso il soundsystem più lontano, un muro di amplificatori uniforme e lievemente concavo, davanti alla cui nera lunghezza ristavano solo due persone: una ragazza, le gambe bianche che da una minigonna zebrata andavano a ficcarsi in due grosse scarpe da skate, che ondeggiava piano, facendo figure come di quadrati con le braccia e le mani, e, più vicino al muro, quasi a contatto con esso eppure immobile, un ragazzo, o ragazza, o donna, o uomo, tutto nero per la felpa col cappuccio tirato su e i pantaloni e lo zaino pure neri, piantato davanti al rimbombare violentissimo delle casse. Ore prima, quel sound aveva visto i suoi bei baccanali, ma adesso tutto, come seguendo un processo di transizione osmotica o secondo un programma dispiegatosi da solo secondo gli usi e la sensibilità della massa dei partecipanti e di ciascuno di loro, si era spostato al muro di casse principale, più grande e frontale rispetto al tumulo su cui stavate, una parete di una dozzina di metri decorata sulla sommità da televisori fermi sulla danza di puntini grigi dell’assenza di segnale, e lì davanti infatti si agitava una massa di tre o quattrocento persone, la quale appariva omogenea sotto cassa, una legione scura e organica, un’emanazione del muro stesso, i più dei suoi componenti che ballavano compatti con quel caratteristico movimento che assomiglia al remare, e più multiforme e agitata in mezzo, un ribollire di braccia e teste e volti, prima dello sfrangiamento, sgranato nei colori e negli occhi, di folle varianza nella babele di abiti e capelli e ninnoli e stati di coscienza dei gruppetti ridenti, urlanti, saltanti, abbraccianti, che costituiva il bordo di quella massa, la quale pure, presa tutta assieme, ondeggiava secondo un suo altro più uniforme e lento passo, simile a un telone o a un’ampissima bandiera agitata dal vento, fino poi ai singoli che ne punteggiavano l’intorno, le due ragazzine coi cappucci di peluche colorato che tenendosi per mano raggiungevano saltellando il banco delle birre, il tizio seduto a terra nella polvere come in meditazione e quello in sandali che ballava secondo un proprio ritmo scardinato, il bozzolo in fondo a sinistra attorno a cui si azzuffavano i cani, che era certamente una persona addormentata (si poteva mai dormire in quel casino? Forse sì, visto che vi eravate appena svegliati), la donna che poco più in là si fumava tranquilla una sigaretta guardando gli altri ballare, e ancora un vecchio con la zucca tatuata, che si abbassava fin quasi a terra a ogni calo di velocità della traccia per poi schizzare su, come rianimato, a ogni ripartenza, e ancora più a lato il ragazzino con la maglia da hockey troppo larga che armeggiava col marsupio tra banconote e buste mentre con le spalle seguiva il ritmo brutale della techno che ovunque rimbombava – e realizzavi che non era poi così lontano il vostro divano se potevi scorgere simili particolari, se potevi distinguere lo smascellare dell’una, il riso sguaiato dell’altro, la manica che asciugava della birra dal lato di una bocca, il volo di una cartina sfuggita di mano, e Melusine, che a sua volta era passata a rimirare quel deliquio festante di corpi tra il suolo battuto e l’orizzonte che si apriva al giorno, diceva
Storica.
Che?
No, dico, festa storica.
Ogni volta non voglio venire, penso che mi sono rotto il cazzo, disse Iacopo tirando su col naso, e ogni volta, cioè non proprio ogni volta, ma questa volta sì, sembra la più bella, o almeno una delle più belle.
E invece, dicesti tu, approcciando il CD.
Invece che?
Invece è tutto finito.
E su, rispose Melusine, la festa era bella, è bella, è uno scialo, guarda come stiamcover_MDC_smallo, il sole ci dà i baci, cazzo c’entra dire queste cose.
Dico solo che non è più come una volta.
Te lo spiego io, fece lei, ti sembrava meglio prima perché prima… quando sei stato la prima volta a una festa? Nel ’99? Faccio su altre tre raglie? Bene. Prima ti sembrava meglio prima perché, cos’era, il ’98, il ’97? A quei tempi avevi vent’anni.
Se ascolti ora un pezzo degli Spiral Tribe, biascicò Iacopo stropicciandosi la faccia, un pezzo di allora, sembra blues, boh, funk, tipo, da quanto è lento. Io mi sa che la prima volta che sono stato a una festa era il duemila, e mi sembrano meglio adesso. Cioè, non proprio ora magari, ma nel duemilaquattro, boh, duemilacinque…
Che non è adesso.
È più “adesso” del ’98.
L’età d’oro sarebbe quella?
L’età d’oro, se senti la gente, disse piano Melusine mentre faceva su tre righe ancora più grosse, è sempre prima.

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Rave me tender – il Teknival in 10 discipline https://minimaetmoralia.it/musica/rave-me-tender-il-teknival-in-10-discipline/ https://minimaetmoralia.it/musica/rave-me-tender-il-teknival-in-10-discipline/#comments Tue, 24 Jul 2012 09:12:25 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8622 Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Slipperypond e Mucchio Selvaggio. Nicola Lagioia mi ha chiesto di rivederlo e arricchirlo per la pubblicazione su minima&moralia, come parte di un trittico sulla psichedelia contemporanea che si comporrà, oltre che del presente pezzo, di un reportage dal Forum Psichedelico Mondiale di Basilea, che sarà pubblicato in agosto, e di uno dal prossimo Boom Festival di Idanha-a-Nova, che sarà pubblicato in settembre.

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di Vanni Santoni

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Slipperypond e Mucchio Selvaggio. Nicola Lagioia mi ha chiesto di rivederlo e arricchirlo per la pubblicazione su minima&moralia, come parte di un trittico sulla psichedelia contemporanea che si comporrà, oltre che del presente pezzo, di un reportage dal Forum Psichedelico Mondiale di Basilea, che sarà pubblicato in agosto, e di uno dal prossimo Boom Festival di Idanha-a-Nova, che sarà pubblicato in settembre. Obiettivo del trittico, esplorare, nell’ambito dell’attuale rinascimento della cultura psichedelica, tre diverse direzioni intraprese dal movimento: quella completamente sotterranea e “DiY” rappresentata dai free party, quella scientifica e “istituzionale” rappresentata dal Forum Psichedelico e da istituzioni come Gaia media o MAPS, e la terza via, più ibrida, di un evento legale ma comunque declinato sull’opposizione al sistema di valori dominante, quale il Boom Festival.

Nell’agosto 2007 scrivevo questo disclaimer: “I free party esistono da una quindicina d’anni, oggi è solo che se ne sono accorti anche i mass-media. Va da sé che finora su di essi sono state dette molte cose, quasi sempre sbagliate. È quindi facile scadere nel luogo comune o nell’apologia: per questo mi immedesimerò in qualcuno che non è mai stato a un teknival e cercherò di analizzare l’evento andando con ordine, per discipline.”
Oggi, a distanza di cinque anni, è opportuna una ulteriore nota: in seguito a una campagna repressiva, non sempre effettuata con metodi puliti (sequestro dei sound, denuncia per “invasione” di normali partecipanti, etc.), alla cattiva stampa ricevuta dal movimento (dovuta anche all’eccessiva visibilità guadagnata in quegli anni, nociva per qualcosa nato e pensato per essere sotterraneo), e anche a un decadimento fisiologico di parte del movimento stesso, oggi la cultura rave in Italia è gravemente mutilata. Sempre più tribe si spostano in paesi più tolleranti quali Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Bulgaria, e in Italia non si è più verificato un evento della portata di questo teknival di Pinerolo. Il presente reportage assume dunque, a cinque anni dalla sua stesura, un interesse storico, più che sociologico. 

I – Cronaca


Nei giorni compresi tra venerdi 10 agosto e giovedi 16 agosto si è svolto a Baudenasca, nei pressi di Pinerolo, il teknival 2007. Per “teknival” si intende un rave party di enormi dimensioni, al quale prendono parte molte delle tribe techno più rilevanti del panorama musicale underground. Il luogo scelto dai raver è stato l’ex ballatoio della caserma Nizza Cavalleria, che, come da prassi, è stato reso noto solo all’ultimo momento. I primi partecipanti sono arrivati sul posto nella notte di venerdì. Sabato sera le presenze erano già dodicimila circa, per toccare una punta stimata di trentamila nella notte di ferragosto. Tra i partecipanti, la metà circa erano italiani; tra gli stranieri, netta predominanza francese con una discreta presenza di tedeschi, spagnoli, olandesi e cechi.
La festa, nonostante l’assenza di servizi e regole, e l’afflusso senza precedenti per l’Italia, si è svolta nella massima armonia: non si è segnalato alcun incidente, nessun episodio violento e nessuna emergenza sanitaria. Solo una ventina i fermati, per lo più per possesso di stupefacenti.
Nonostante l’isteria mediatica che ha accompagnato l’evento, la popolazione del luogo ha accettato la cosa alternando curiosità e fastidio, stupore e tolleranza; qualche politico di destra ha gridato all’allarme ma è stato smentito dai fatti, mentre il sindaco di Pinerolo, pur facendo presente di non gradire la cosa, si è mostrato persona responsabile fornendo autobotti e bagni chimici.

II – Storia 

Non è questa la sede per discutere la storia dei free party (ci vorrebbe un articolo intero, e molte questioni rimarrebbero comunque aperte): basti sapere che la faccenda comincia una decina di anni fa, che i soundsystem li inventarono i giamaicani mentre la techno moderna nasce a Detroit negli anni ’80 (e la free tekno in Europa un decennio più tardi), che il movimento rave era stato dato per morto già da quattro-cinque anni e che il teknival dello scorso agosto aveva avuto luogo nel pavese. Per un’infarinatura in merito rimandiamo ai seguenti link: a. b. c. d.

III – Geografia


La location scelta non è esattamente un paradiso: si tratta della zona attigua alla caserma Nizza Cavalleria, una spianata da esercitazioni che alterna prati brulli, macchie a acacie e l’argine di un fiume. Da un lato cade subito l’immagine di violatori della natura incontaminata affibbiata ai raver da parte di alcuni organi di stampa, dall’altro appare innegabile che il costo della ripulitura di un’area così vasta non sarà irrisorio.
Il luogo era già stato teatro di un teknival, seppur di dimensioni minori, nel 2005. Pinerolo città dista qualche chilometro. La popolazione si mostra molto meno incattivita di quanto la dipingano i giornali. Notiamo anzi una certa curiosità: non solo i negozianti e i passanti chiedono, si interessano, esprimono dubbi e perplessità, ma molti vanno a constatare di persona cosa stia accadendo. Un paio di baristi spiccano per la loro attitudine “pro-rave” – sicuramente c’entra il volume di affari moltiplicato, ma un ruolo ce l’ha anche lo scoprire che il teknuso non è il vandalo assetato di sangue di cui parlano i giornali ma (solitamente) una persona piuttosto allegra e gentile. Carabinieri, polizia e finanza controllano a distanza, dedicandosi per lo più alla perquisizione delle auto, in un dispiegamento di forze che appare comunque esagerato per un evento pacifico.

IV – Urbanistica


La prima cosa che colpisce del teknival 2007 sono le dimensioni (nella foto non se ne vede che una piccola parte). Proprio mentre si discute da tempo della fine del movimento, il movimento dà vita alla sua festa più grande. Il baccanale si estende per qualche chilometro, con vari punti-chiave. Sostanzialmente si tratta di una vera e propria città artificiale: il progressivo collocamento di bancarelle, furgoni e auto forma le strade; i soundsystem più grossi fungono da piazze; i boschi punteggiati di tende e furgoni sono i sobborghi. Alcuni soundsystem, come quello combinato da Hazard Unitz, Sbandao Bullets e altri, colpiscono per potenza e grandezza: a vedere questi muri di casse alti quattro o cinque metri e lunghi trenta, non possono non venire in mente le economie di scala, spostate dall’industria manifatturiera alla tekno.

V – Economia


Ogni città ha una sua economia. Quella del teknival è una microeconomia, che ricorda da vicino i suq nordafricani. Ovunque spuntano banchetti che vendono di tutto, dalle bottiglie d’acqua ai monili, dal cous-cous alle sostanze psicotrope. Alcuni offrono un singolo prodotto, come il banchetto della frutta, altri cambiano business con l’evolversi della festa: Marianna, trentadue anni, da Perugia, alle 19:30 vende hamburger; venderà speed alle 23:00 e caffè e buondì alle 8:00. C’è pure un tipo che vende una moto. Colpisce vedere banchetti che espongono cartelloni con listini del tipo “Speed: 10€ – MDMA(capsule): 10€ – Ketamina: 35€,” e non tanto perchè non si è soliti vedere sostanze illegali vendute come zucchine al mercato, ma anche per i prezzi popolari a cui vengono proposte. Non c’è grande speculazione nello spaccio, al teknival: basta osservare la perizia con cui il tipo della ketamina prepara le buste, mostrando preciso a ogni cliente il peso della tara, per capire che il suo atteggiamento è quello di chi sta svolgendo un servizio. Liz, ventiquattro anni, belga, vende cristalli di MDMA: mezzo grammo, 30 euro. “Quanto ci guadagni?” “Mi rifaccio le spese del viaggio e qualche extra.”
C’è spazio per un po’ di imprenditoria, sia reale (René, francese, vende abiti di sua creazione; Sara e Teo, romani, braccialetti d’acciaio forgiati in casa) che ironica (un tipo ha inventato il “turbonose,” una specie di aspirapolvere in miniatura: “il regalo perfetto per chi pippa troppa speed,” ci spiega).

VI – Politica


È chiaro che una manifestazione sudicia e chiassosa in cui si consumano sostanze illecite e in cui sostanzialmente ognuno fa quel che gli pare (anche giocare impunemente a Street Fighter II, come documenta questa drammatica immagine) non sia troppo gradita alle istituzioni. È anche vero, però, che il fatto che un motore a sostanze chimiche da decine di migliaia di persone giri per sei giorni senza alcun incidente, dovrebbe quantomeno portare a riconsiderare l’effettiva dannosità di alcune di tali sostanze (Lancet lo ha fatto, i giornalisti italiani molto meno). Quella delle droghe pare comunque una facile scappatoia per criticare: del resto un po’ tutti si sono ormai resi conto che nella società contemporanea le droghe sono ovunque, e qui è solo più visibile che altrove. Alcuni tra i critici della manifestazione se ne rendono conto e preferiscono allora puntare il dito sulla sporcizia (Innegabile. Ma indignarsi per qualche sacco di spazzatura in un campo, quando tutte le città italiane sforano il limite di PM10 non appare un po’ grottesco?) o sull’assenza di misure di sicurezza (questa, pure, è vera, ma una misura di sicurezza c’era: il rispetto. Al teknival se qualcuno anche solo ti sfiora, è subito tutto uno scusarsi, un darsi la mano, un offrire un sorso d’acqua o un tiro di sigaretta o di canna).
Se le critiche da destra non stupiscono, danno più da pensare quelle da sinistra. Il rave non è sgradito solo a quella sinistra che, per necessità di governo e logiche di potere, diventa molto simile alla destra: anche quella sinistra cosiddetta “radicale”, in teoria vicina a qualunque movimentismo, fa molta fatica a capire tutta questa storia dei rave. A pensarci bene, però, è piuttosto ovvio: il marxista – o il postmarxista – non è in grado di spiegarsi un movimento che rifiuta aprioristicamente una logica di cambiamento: l’utopia tekno è “qui e ora”, il momento psichedelico è realizzato nella visione, e non ha pretese di cambiamento del sistema che rifiuta. La festa è qui, adesso, e quando finisce, tutti a casa. La tekno crea la sua area di utopia, non cerca proseliti, non vuole la rivoluzione: la sua rivoluzione c’è già, e dura una notte (o sei). Aggiungiamoci che il movimento tekno rifiuta violentemente un’etica del lavoro ancora ben radicata nell’estrema sinistra, e la frittata è fatta: è evidente che dal punto di vista di chi ha una formazione marxista questo non può essere un movimento “politico.” Eppure lo è: il teknival, pur non volendolo essere programmaticamente, è una manifestazione antiproibizionista e una dimostrazione di democrazia diretta (o di pirateria sociale, a seconda dei punti di vista), dal momento che grazie alla volontà di una massa di persone, vengono fissate temporaneamente nuove leggi alla faccia del “sistema”.
Volendo dare etichette, il movimento tekno è senz’altro collocabile nell’area dell’anarchismo, ma è un anarchismo per nulla incazzato, mistico senza essere misticheggiante, individualista e collettivo insieme, edonista e sensuale ma non sessuale (non si può non notare la generale monogamia del teknuso). I testi filosofici che più si avvicinano alla Weltanschauung del movimento tekno sono Walden di Thoreau e T.A.Z. di Hakim Bey, ma voler trovare un collegamento diretto sarebbe una forzatura. Dice Marek, 24 anni, operaio, madre italiana e padre serbo: “Quello che ci interessa è fare baldoria, creare almeno per una sera un’alternativa alla pappa che ci vogliono imporre. Ho preso due giorni di ferie per venire qua da Vienna, dove lavoro. Le droghe? I bar di tutta Europa spacciano ogni giorno una droga pesante che da sola fa mille volte più morti di tutte le droghe chimiche messe insieme.”

VII – Chimica

Il teknival non esisterebbe senza sostanze. Stimolanti e psichedelici sono il nocciolo della questione almeno quanto la musica. Spiega Erik, da Grenoble: “Il legame tra sostanze e movimento tekno non è casuale. Non dico che non si possa apprezzare la nostra musica senza certe sostanze, ma è innegabile che tra MDMA, speed, e musica tekno c’è una sinergia che è fin troppo ovvia a chi ha provato e che rimarrà ignota a chi non lo ha fatto.”
Le droghe intorno a cui gira il teknival sono fondamentalmente quattro (anche se oppio e coca non mancano, sono meno definitorie): MDMA, LSD, speed e ketamina. I ruoli di ciascuna sono piuttosto definiti: l’MDMA è la droga per ballare per eccellenza: la sua diffusione che accompagna la nascita del movimento, e il suo effetto empatogeno ed entactogeno contribuisce a creare il clima da fratellanza universale tipico del free party. L’LSD potenzia le percezioni e incrementa la portata mistica dell’esperienza (già il suo creatore, Albert Hofmann, spiegava che l’acido lisergico riproduce le sensazioni ottenibili dopo un ventennio di pratica di meditazione trascendentale), la speed non è che carburante: metanfetamine per stare svegli, sopportare la fatica e ballare a oltranza, anche quando l’MDMA, che dura solo quattro-cinque ore, va giù. La ketamina, un anestetico pediatrico e veterinario riscoperto dal popolo dei rave (dopo John Lily) dissocia e crea nuove significanze (per alcuni, come Margherita, ventisei anni, ricercatrice bolognese, “sostituisce l’acido: mi dà quella profondità mistica che cerco nell’esperienza senza farmi star fuori per otto ore,” per altri, come Elena, diciannove anni, dalla Val di Pesa, “è il succo di tutta l’esperienza: trasforma il ballo in un’esperienza trascendente, spazializza la percezione del proprio corpo, e al tempo stesso fonde la mente con l’ambiente circostante”), oppure rimette in sesto chi è troppo “indurito” dagli stimolanti. Tutti si mostrano piuttosto competenti e consapevoli riguardo milligrammi, controindicazioni, interazioni ed effetti.
La canapa non è che un intercalare, neanche si nota. Si nota invece la relativa assenza di alcol (unica eccezione, oltre alle birre, l’assenzio che un anziano nomade molto poco tekno ci offre da un bottiglione d’argento). “Cerchiamo sensazioni,” spiega Rex, scozzese ventiquattrenne, “sarebbe assurdo assumere una sostanza come l’alcol, che le riduce e le ottunde”. Per ogni utente consapevole come Rex c’è anche un Pierre: “non sto troppo a calcolare cosa prendere, sono qui per sfasciarmi, haha.” La tendenza è il cocktail, ma ci sono anche i puristi: Matteo, ventotto anni, impiegato a Trento, assume solo LSD: “cerco un’esperienza innanzitutto estetica.”

VIII – Estetica


L’esperienza estetica, va detto, ci sarebbe anche senza psichedelici. Se si riesce a guardare oltre gli aspetti più superficiali (la polvere, i cani, la gente addormentata per terra), il teknival ha una caratterizzazione estetica molto forte. A modo suo ha classe, pochi discorsi. Sta tra Mad Max e Ken il guerriero, tra il cyberpunk e l’hippy, tra il primitivo e il post-urbano. Quello che esce dai sound (a onor di cronaca ricordiamo che a Pinerolo abbiamo sentito diversa robaccia ma anche molta musica elettronica di qualità eccezionale) è figlio tanto dei tamburi voodoo quanto dell’inesorabile filiera produttiva fordista. Anche la gente contribuisce all’effetto complessivo: se la direttiva principale è “fai come ti pare” (e infatti si va dallo splendore di una cybervenere al peggio tamarro in canotta), spicca una notevole personalizzazione individuale pur all’interno “direttive estetiche di movimento,” e complessivamente bisogna ammettere che, no, il popolo del teknival non è cattivo, sporco e brutto: è bello. Naike, ventitré anni, “studentessa in vacanza perenne,” parigina, ammette candidamente di “dedicare molto tempo alla cura del proprio aspetto fisico.” Oggi l’estetica rave stupisce meno che dieci anni fa, ma ha saputo rinnovarsi ed evolversi, rimanendo bella.
Ed ecco la questione chiave. Quello che i giornalisti non vi hanno detto, probabilmente solo perché se ne erano andati prima, è che quello che alcuni hanno definito “mefitico catino” (e lo è, di giorno), giunta finalmente notte, quando le decine di soundsystem iniziano a sparare al massimo e le luci stroboscopiche sono lame nel buio, quando ogni singolo DJ cerca di dare il meglio e tutti i ragazzi escono dalle tende, dalle auto, dagli accampamenti raffazzonati e dal bosco per piazzarsi sotto le casse, e tutto prende a battere all’unisono, il teknival diventa uno spettacolo di una bellezza straziante.

IX – Filosofia


Non è scontato provare a spiegare le ragioni profonde di un evento del genere. C’è chi ha trovato un parallelo tra i battiti delle sound e quello del cuore di una madre, spiegando il rave come un ritorno al ventre. C’è chi ha voluto vedere nell’uso puramente edonistico della tecnologia una critica al sistema industriale capitalistico. C’è chi ci vede piuttosto un rifiuto del divertimento massificato e mercificato, e chi una ricerca del delirio ad ogni costo. C’è chi ha provato a stilare un manifesto (interessante, ma certo non esaustivo) e chi un decalogo (troppo pratico per essere chiarificatore: “5. parcheggia bene…”). Sicuramente ci sono tutti questi elementi, ma la questione mistico-rituale è – almeno inconsciamente – dominante. Consideriamo i seguenti elementi:
– L’impianto scenografico-rituale (cos’altro aspettarsi da francesi e italiani?), con officiante, fedeli in linee orizzontali, luce dall’abside e transubstanziazione (in questo caso psichedelica) al centro dell’arco temporale, ricalca pari pari quello di una messa (e il profilo di un soundsystem quello di una cattedrale gotica, o di un organo),
– L’idea del raduno notturno, che di fatto celebra il mistero della notte per arrivare al trionfo del mattino, è una costante in gran parte delle religioni pagane.
– I battiti ritmati (ce lo insegna tanto il voodoo quanto lo sciamanesimo siberiano) e la trance da essi indotta sono da tempo immemore mezzi per avvicinarsi al divino.
– Le sostanze psichedeliche (questo ce lo insegnano tanto lo sciamanesimo messicano quanto i misteri eleusini greci) sono la porta per comunicare col mondo della trascendenza.
– I grandi raduni amplificano la suggestione e aiutano a lasciare l’individualità terrena in favore di una collettività spiritualizzata.
– Attraverso la condivisione di un momento rituale si cerca una purificazione interiore (in questo caso dalle imposizioni e dai valori della società dei consumi) e una ridefinizione del sé.
La differenza sostanziale è che il rito non è più un mezzo ma si sovrappone allo scopo: tutto è declinato al presente. L’era dell’acquario dei figli dei fiori si è accoppiata col “no future” dei punk, ed ecco il risultato.
Oppure la soluzione è più semplice, più alla portata. Dice Dino, settantadue anni, avventore di uno dei bar di Pinerolo più vicini alla curva per Baudenasca: “Se vengono a migliaia fino a quassù – oh – vorrà dire che i divertimenti che hanno a casa loro non gli piacciono più.”

X – Sociologia


Un dato oggettivo, infine, ci colpisce. Ce lo mostra Tania, ventotto anni, cagliaritana, dottoressa in storia da un anno, alle feste da dieci: “Dite quello che volete, ma questo è l’unico movimento genuino prodotto dagli anni ’90 e 2000. Non siamo nostalgici di qualche decennio passato: siamo – anzi, eravamo – contemporanei.”

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