Freedom Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/freedom/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 16:11:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Freedom Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/freedom/ 32 32 Intervista a Silvia Pareschi, traduttrice di Jonathan Franzen https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-silvia-pareschi-traduttrice-di-jonathan-franzen/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-silvia-pareschi-traduttrice-di-jonathan-franzen/#comments Tue, 29 Mar 2011 11:25:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4082 Silvia Pareschi racconta l’esperienza di tradurre Jonathan Franzen. Estratto di un’intervista pubblicata su Studio, bimestrale di approfondimento culturale, fresco di uscita.

di Fabio Guarnaccia

Lo scorso settembre, sulla scia delle prime critiche a Freedom, ho sentito il bisogno di rileggere Le correzioni. Nonostante lo avessi amato moltissimo, non mi era più capitato di leggere Franzen, fatta eccezione per qualche saggio. A parte confermare l’entusiasmo provato anni prima, la rilettura aveva messo in moto altro.

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Silvia Pareschi racconta l’esperienza di tradurre Jonathan Franzen. Estratto di un’intervista pubblicata su Studio, bimestrale di approfondimento culturale, fresco di uscita.

di Fabio Guarnaccia

Lo scorso settembre, sulla scia delle prime critiche a Freedom, ho sentito il bisogno di rileggere Le correzioni. Nonostante lo avessi amato moltissimo, non mi era più capitato di leggere Franzen, fatta eccezione per qualche saggio. A parte confermare l’entusiasmo provato anni prima, la rilettura aveva messo in moto altro. Nel giro di un paio di giorni, due persone ignare l’una dell’altra e ignare della mia rilettura in corso, senza che avessi mai parlato di Franzen con loro, mi hanno spontaneamente fatto sapere di aver conosciuto la sua traduttrice italiana. Chiunque di noi nella propria vita avrà sicuramente fatto esperienza di coincidenze ben più straordinarie di questa, che nel suo piccolo è stata sufficiente a farmi provare il desiderio di conoscere Silvia Pareschi, nella speranza di capire meglio alcune cose della scrittura di Franzen che rivestono per me (e ovviamente non solo) una certa importanza.
Al momento dell’intervista, autunno 2010, Silvia era a San Francisco dove vive per metà dell’anno insieme al suo compagno, l’artista e scrittore Jonathon Keats (di cui ha tradotto Il libro dell’ignoto, uscito a dicembre per Giuntina, N.d.R.). Quando l’ho contattata ho scoperto che stava terminando la prima stesura di Freedom: l’oggetto su cui volevo interrogarla era lì, aperto sul suo tavolo.
Oltre a Franzen, Silvia ha lavorato sulle opere di molti autori, tra cui Denis Johnson, Don De Lillo, Junot Diaz, Nathan Englander, Alice Munro, Cormac McCarthy, per nominare solo i più importanti. Ma con Franzen, ha dichiarato, ha un rapporto speciale.

Mi racconti come stai affrontando la traduzione? Quali sono le tue abitudini lavorative (cambiano in funzione del libro sul quale lavori)? Ti prefiggi un certo numero di pagine al giorno?
Diversamente dal solito, ho cominciato a tradurre Freedom leggendo tutto il manoscritto da cima a fondo. In genere non leggo un libro prima di cominciare a tradurlo; era un metodo che seguivo all’inizio, ma poi mi sono accorta che, per come lavoro io, la lettura preliminare era inutile. Nel caso di Freedom, però, ho sentito la necessità di una fase di approccio preliminare al testo, dovuta alla complessità dello stile di Franzen.
Il metodo di lavoro che seguo è questo: una prima stesura il più possibile accurata, nella quale cerco di non lasciare dubbi né questioni irrisolte, e dalla quale devo emergere con la sensazione che la traduzione sia già pronta e perfetta. La seconda fase è una rilettura molto attenta e minuziosa, fatta confrontando il testo tradotto con l’originale, parola per parola. Questa è la fase in cui immancabilmente mi accorgo che la mia sensazione di aver già fatto una traduzione perfetta era sbagliatissima. Ho tradotto ormai una trentina di libri, quindi so bene come funziona, eppure ogni volta rimango stupita di quanto la seconda stesura risulti diversa dalla prima. Al primo giro, infatti, la concentrazione è tutta sulla singola parola, espressione, frase al massimo: un minuzioso, analitico lavoro di dissezione del significato che produce un testo perfettamente leggibile ma stilisticamente inesistente. Solo con la seconda stesura comincio a guardare il testo un po’ più da lontano, a unire fra loro i vari mattoncini di significato per creare una prosa fluida e aderente allo stile dell’autore. È una fase importantissima, quella dove si compiono le scelte stilistiche, dove si decide su quali elementi porre l’enfasi e su quali invece alleggerirla, dove il libro comincia ad assumere una sua personalità definita e si riallacciano i fili tra le varie parti della narrazione. La terza fase è una rilettura più veloce, quasi da lettrice “comune”, nella quale cerco di “sentire” il testo come se fosse stato scritto direttamente in italiano, aggiustando gli stridii dei calchi, eliminando le ridondanze, controllando gli ultimi dubbi. A questo punto il libro passa all’editor/revisore, che dopo un primo giro di correzioni me lo rimanda da controllare. Infine, dopo il confronto e le discussioni con l’editor, il libro viene messo in bozze, e in questa fase effettuo un’altra rilettura per dare la mia approvazione finale. Nel corso di ciascuna di queste fasi può avvenire il dialogo con l’autore, che spesso mi capita di contattare in caso di dubbi sul testo.
Durante tutto il processo di lavoro seguo una disciplina piuttosto rigida, che trovo indispensabile per svolgere questo mestiere. Dopo un riscaldamento che va dalle 50 alle 100 pagine iniziali del libro, nel quale “prendo le misure” e non conto quante pagine al giorno traduco, di solito vengo presa dall’ansia, conto quante pagine mi mancano alla scadenza, l’ansia aumenta e comincio a seguire un rigidissimo calendario, che però non supera mai le cinque pagine al giorno, mio limite massimo.

È trascorso un decennio da Le correzioni. Un periodo molto travagliato nella vita dell’autore, durante il quale ha scritto poco (o perlomeno ha pubblicato poco). Sul Time ho letto una dichiarazione in cui dice che il romanzo è rimasto sepolto a lungo nella sua testa, fino a quando non ha cominciato a scriverlo nell’estate 2008, quella in cui si tolse la vita Wallace. A quel punto vi fu una nuova pausa e poi la forza di riprenderlo in mano con un’energia prodigiosa che lo ha portato a scrivere la prima stesura nell’arco di un anno. Arrivo alla domanda: se provi a fare un paragone con Le correzioni, cosa vedi? Si sente nella sua scrittura tutto questo? In che modo è cambiata, se è cambiata?
I libri di Franzen sono un amalgama di motivi personali, autobiografici, e di ambiziose osservazioni a tutto campo di un’epoca e di una società. L’amalgama alla fine risulta omogeneo e inestricabile, in esso non vi è nulla di superficiale o casuale: ogni frase viene da un posto profondo dentro la mente di un uomo che riflette su ogni gesto e ogni parola, suoi e degli altri. Le correzioni era, dal punto di vista sociale, il libro dell’epoca Clinton, mentre dal punto di vista personale era il libro in cui Franzen affrontava in particolare il rapporto con il suo passato e i suoi genitori. L’importanza dell’autobiografia per i suoi romanzi è dimostrata dalla frequenza con cui ritorna nelle sue opere di saggistica: leggendo il bellissimo saggio Il cervello di mio padre in Come stare soli, per esempio, si capiscono molte cose sul vecchio Alfred Lambert.
Freedom, dal punto di vista sociale, ossia di quel “Great American Novel” che Franzen ha sempre aspirato a scrivere, è il romanzo dell’epoca Bush, che nelle ultime pagine cede il posto a Obama. Dal punto di vista personale è come se, dopo aver scavato così a fondo dentro di sé, dentro il suo passato e i suoi sentimenti per Le correzioni, Franzen avesse faticato a trovare nuovo materiale su cui lavorare. I personaggi di Freedom li ha dovuti creare da zero.
Questo nuovo materiale è uscito, più che dal suo passato, dal suo presente, da quello che lui è adesso. Rispetto a Le correzioni, in Freedom c’è meno rabbia, meno sarcasmo nei confronti dei personaggi, e ci sono anche meno acrobazie mentali e linguistiche, segno di un autore che ha raggiunto un tale grado di maturità, equilibrio e sicurezza da sentire che non ha più nulla da dimostrare.
Il prologo delle Correzioni costituiva quasi una specie di ostacolo preliminare per il lettore, un pezzo di bravura che, con i suoi paragrafi lunghi e complessi e la sua atmosfera ansiosa, doveva segnalare che non ci si trovava davanti a un libro “facile”. Nei capitoli successivi, lo humour interveniva spesso ad alleggerire l’atmosfera, ma la scrittura continuava a poggiarsi su paragrafi lunghi e complessi. Il capitolo introduttivo di Freedom, in cui la famiglia Berglund viene presentata attraverso lo sguardo sarcastico dei vicini di casa, offre un analogo pezzo di bravura stilistica, volto però più ad accattivare il lettore che a metterlo in guardia. I paragrafi sono più brevi, e l’autore si diverte a giocare con i punti di vista: quello della protagonista che scrive una lunga confessione-autobiografia in prima persona, e via via quello degli altri personaggi, che vengono così descritti nel contrasto fra i loro pensieri e le loro azioni. Si tratta dello stesso gioco che troviamo anche nelle Correzioni, qui però la frattura tra le varie prospettive, la contraddizione tra pensieri e azioni è più netta, con un effetto ironico più profondo e forse anche più inquietante, più autentico e meno caricaturale. In un certo senso, attraverso le Correzioni si è verificato il passaggio dalla prosa “difficile” di Forte Movimento a quella più limpida e diretta, più tradizionalmente narrativa di Freedom.

Sono passati dieci anni anche per te. Ai tempi de Le correzioni eri alle prese con il tuo primo Grande Romanzo. Mi immagino che di fronte alla sua scrittura e alla qualità del lavoro sentissi una forte responsabilità. Forse provavi anche paura. Quasi certamente ti sentivi gli occhi puntati addosso: sono troppi i capolavori della letteratura inglese rovinati dalle traduzioni. Immagino che infine il successo del lavoro sia stato un importante punto di svolta per la tua carriera. Oggi stai traducendo Freedom forte di essere “la traduttrice italiana di Franzen”. Cosa ti succede in queste settimane?
Le correzioni non è stato solo il primo Grande Romanzo che ho tradotto, ma è stato anche il primo in assoluto. Ho avuto l’enorme fortuna di essere stata “scoperta” da una grande editor, Marisa Caramella, che decise di “addestrarmi” proprio su Le correzioni. Per molti mesi lavorammo fianco a fianco, intrecciando anche una fitta corrispondenza con l’autore, fu un’esperienza inestimabile. Quindi non ero particolarmente preoccupata per la difficoltà dell’impresa, da un lato perché non ero del tutto sola nel mio lavoro, e dall’altro perché il libro su cui stavo lavorando mi affascinava talmente, mi riservava così tante sorprese giorno dopo giorno che, a ripensarci adesso, mi sembra di aver vissuto in uno stato di beatitudine per tutto quel periodo. Ecco perché ho un rapporto così speciale con Le correzioni, e con lo stesso Franzen. Un rapporto che si è evoluto e approfondito nel tempo, sia a livello personale che professionale, visto che in seguito ho tradotto anche il suo secondo romanzo, Forte movimento, e le raccolte di saggi Come stare soli e Zona disagio. Per questo naturalmente ci tenevo moltissimo a tradurre Freedom. Non posso fare a meno di pensare a quando traducevo Le correzioni: allora l’esaltazione e la freschezza degli inizi, oggi la maggiore sicurezza dovuta alla familiarità con il mestiere ma anche con l’autore, con le sue idee (con le quali mi immedesimo in modo inquietante) e con il suo stile, di cui ho una conoscenza istintiva e diretta (così come istintivo e diretto è il mio approccio alla traduzione in generale).

Adriana Motti, traduttrice de Il Giovane Holden, diceva della traduzione che “è un’altra opera, affine all’originale. La libertà che è lasciata al traduttore e che il traduttore deve prendersi è grandissima”. Ora mi chiedevo, stante questo legame istintivo, comunque profondo, con la sua scrittura, che libertà ti prendi tu nel tradurre Franzen?
L’argomento della libertà del traduttore è controverso e molto personale, una questione di sottile equilibrio che marca la differenza fra chi sa “traghettare” il testo da una lingua e da una cultura all’altra e chi invece intende la traduzione come una riscrittura – talvolta arbitraria – del testo. Io non sono d’accordo sull’affermazione di Adriana Motti, soprattutto su quell’aggettivo, “grandissima”, che mi sembra pericoloso. Quando insegnavo traduzione dovevo lottare con gli studenti che usavano il testo originale come punto di partenza per scrivere, in realtà, qualcosa di proprio. Chi si prende libertà “grandissime” rischia di diventare sordo al testo. La traduzione è un’arte fatta di sottigliezze ed equilibri, fra cui quello della libertà. Il testo su cui si lavora è un contenitore chiuso in cui bisogna sapersi muovere, con grazia e agilità, certo, ma senza uscire dai suoi confini. Detto questo, è chiaro che, quando mi trovo davanti a un giro di frase particolarmente complicato e contorto, la prima tentazione è quella di renderne il senso in un italiano fluido, che però a volte, nella sua fluidità, perde una sfumatura anche minima di quello che voleva dire l’autore. Sono proprio queste sfumature che devono essere recuperate durante il lavoro di rilettura e revisione.

Ti chiederei di provare a raccontarmi da traduttrice che conosce ogni singola cellula della prosa-Franzen come funziona la sua scrittura. Cosa ci hai capito dopo settimane passate a sezionare, isolare, suturare i suoi testi?
La scrittura di Franzen segue una specie di forza centrifuga. Al centro c’è un personaggio, una figura che incarna idee, sensazioni, uno zeitgeist. Il personaggio si anima, guadagna una vita autonoma, e intorno a lui/lei cominciano a partire le onde concentriche che andranno a formare la storia, le varie tangenti che essa prenderà, le sottotrame, le digressioni che alla fine convergeranno a formare l’organismo della narrazione. In tutto questo confluisce l’enorme curiosità dell’autore, la sua attenzione a ogni aspetto della contemporaneità, a ogni dettaglio, a ogni sfumatura sociologica; elementi che finiscono per riflettersi nella lingua, che Franzen lavora con estrema, meticolosa precisione, con un orecchio sensibilissimo al parlato di ogni personaggio e del gruppo sociale a cui appartiene. C’è in lui un evidente piacere nel lasciarsi andare alle sue stesse parole, ai paragrafi lunghi e complessi come i suoi pensieri, ma non si tratta di un piacere edonistico e gioioso, bensì di un piacere quasi colpevole, o quantomeno limitato, trattenuto dalla necessità di tagliare, di dare al romanzo una forma, ai protagonisti un ruolo, di dare una struttura a qualcosa di amorfo e fluido come la vita.

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Il fenomeno Franzen https://minimaetmoralia.it/libri/il-fenomeno-franzen/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-fenomeno-franzen/#comments Tue, 19 Oct 2010 11:12:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3053 Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

di Francesco Pacifico

Jonathan Franzen torna nelle librerie americane con un nuovo romanzo, Freedom, a un decennio dal successo delle Correzioni, e in America si formano due fronti rumorosi di detrattori e sostenitori, mentre Time gli dedica una copertina, come a uno scrittore non capitava dal 2000.

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Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

Jonathan Franzen torna nelle librerie americane con un nuovo romanzo, Freedom, a un decennio dal successo delle Correzioni, e in America si formano due fronti rumorosi di detrattori e sostenitori, mentre Time gli dedica una copertina, come a uno scrittore non capitava dal 2000. Il libro è troppo coinvolgente per rivelarne le trame multiple e intrecciate – si parte comunque dal binomio letterario americano di famiglia disfunzionale e tardo capitalismo già affrontato nelle Correzioni – ma voglio lasciare ai due fronti in lotta il compito di illustrare pregi e difetti.

I sostenitori ritengono che Franzen sia il nuovo Tolstoj e abbia salvato la letteratura americana con un grande romanzo che parla dei Temi Importanti con una passione e una competenza irreperibili in altri scrittori della nuova generazione. Sveliamo alcuni di questi temi in ordine sparso (ossia l’unico ordine consentito, perché Franzen è talmente bravo, fin dal primo paragrafo, a confondere le acque per non essere prevedibile, che svelare anche solo parte della trama sarebbe fargli torto): gli appalti privati per la guerra in Iraq; il basket universitario; il plagio come componente base dell’amicizia e dell’amore; l’impegno civile e i sogni delusi dei progressisti; uccellini in via di estinzione; psicanalisi; punk cocainomani; lobbysti; l’ascesa dei neocon nell’America post-11 settembre (anche in versione giovani universitari repubblicani spietati); una ragazza-madre; gli svantaggi pratici della democrazia; come sfrattare e trasferire operai da una regione a un’altra assicurando loro nuovi posti di lavoro. Di ognuna di queste cose Franzen scrive come fosse il tema della sua vita. Secondo chi ha amato Freedom, il libro parla al cuore tramite le crisi e i sogni dei suoi personaggi e tramite i lunghi archi narrativi per i quali i personaggi scoprono l’esatta estensione della propria libertà; ma parla anche ai cervelli di noi cittadini occidentali paralizzati dalla complessità, rivelandoci gerghi, regole e meccanismi di tanti sottomondi che hanno un impatto indiretto sulla nostra vita.
I detrattori pensano invece che il caso Franzen sia troppo bello per essere vero: in realtà l’autore rappresenterebbe il sogno dei letterati newyorchesi, bianchi, middleclass, di conservare rilevanza culturale in un mondo in cui forse conta e interessa ormai più il funzionamento della criminalità organizzata internazionale e il destino del sottoproletariato cinese che le crisi coniugali dei quartieri residenziali americani. Sul Guardian si è scritto che Freedom si sforza di essere un romanzo universale ma non fa che raccontare l’ormai frusta commedia da soggiorno, con i grandi pianti, le separazioni, i figli adolescenti, il generale rimbambimento degli americani e l’involgarimento dei costumi…
Ho letto l’edizione americana (seicento pagine) d’un fiato, rinunciando a diverse ore di sonno nel corso di un’intensa settimana, ma prima di consigliarlo a scatola chiusa devo dire due cose. 1) La verità del libro sta non tanto a metà strada quanto nella somma tra la reazione entusiasta dei sostenitori e le riserve stizzite dei detrattori: sono due opinioni estreme e il libro per ora le merita entrambe finché i suoi temi non andranno fuori moda e si potrà giudicare la vera tenuta strutturale ed emotiva e linguistica dell’opera. 2) Il libro è forse prevedibile nei suoi temi ma non nella loro organizzazione, dunque è una lettura avvincente, che darà molte soddisfazioni a molti lettori, tuttavia lo sconsiglio a una certa categoria di lettori: c’è chi da un autore contemporaneo di alto livello si aspetta un rapporto viscerale dell’autore con il linguaggio, i suoi giochi, le sue trappole, le sue potenzialità, le sue magie. La storia del romanzo ci ha portati nel regno dell’iperrealismo e del narratore inaffidabile, della lingua come eccitazione, promessa, pure delirio. A questa componente, giustapposta agli interessi politici e sociali, si deve la fortuna di 2666 di Bolaño, per esempio. Ma un romanzo di realismo sociale che – pur facendone un uso elegante e complesso – dà la lingua per scontata come se lo strumento con cui comunichiamo non incidesse pesantemente su cosa comunichiamo, non può dare soddisfazione a chi ama la piega che ha preso la grande letteratura nel Novecento.
Franzen, per scelta esplicita, e più decisamente qui che nelle Correzioni, che era ancora nettamente influenzato dalle sperimentazioni di Don DeLillo e dell’amico David Foster Wallace, sceglie una lingua quasi invisibile per offrire tutto il contenuto possibile al maggior numero possibile di lettori. Sceglie di tornare indietro nel tempo: a quando le parole coincidevano con gli oggetti che descrivevano e dunque i fatti erano più potenti dei toni di voce dell’autore. È per questo che suona strano dire che Franzen sia il più grande scrittore americano: la grandezza assoluta non è mai venuta dal portare indietro le lancette dell’orologio, ma dal portarle avanti, dove nessuno era ancora stato. Si può dire che Franzen è il nuovo Tolstoj, ma di Nabokov non si poté mai dire che fosse il nuovo Gogol’: sarebbe stato offensivo per Nabokov, che era nuovo.
Lo scopo per cui Franzen manda indietro l’orologio del genere romanzo, secondo me, è vincere la battaglia contro la nuova grande forma d’arte del nostro tempo: la serie televisiva di alta qualità, che ha già capolavori assodati in Six Feet Under, Sopranos, Mad Men e The Wire, opere di soprendente complessità, varietà e generosità narrativa, umana e tematica, di largo consumo. Sembra che Franzen voglia dire: il romanzo può riprendersi quel ruolo di forza narrativa imbattibile. E se anche non lo volesse dire, è ciò che fa il suo complesso, appassionato, irresistibile romanzo.
La grande forza delle serie tv, per come si sta sviluppando oggi, sta nel lavoro di squadra degli autori, che, nei casi migliori, fornisce allo spettatore due grandi gioie: una narrazione complessa quanto a gestione dei fatti, delle informazioni, delle sottotrame; e una autentica eterogeneità e polifonia di personaggi, nati e sviluppati da sensibilità diverse che si fondono nella sceneggiatura. Franzen, un uomo solo chiuso nel suo studio, riesce a competere quanto a conoscenza e precisione e abbondanza; anche se, forse, a forza di cercare dentro di sé una matrice emotiva dei tanti eventi narrati, rende un po’ troppo omogenee le traiettorie di caduta e redenzione dei personaggi sul finale.
In ogni caso, letto un romanzo così riuscito e di un’intelligenza che mette paura e invidia, viene da chiedersi che cosa può sperare di ottenere la letteratura nel suo rapporto con i nostri tempi: questo libro ha rinunciato all’eredità di modernismo e postmoderno ma non all’intelligenza e al talento, e questo è il risultato: un’attenzione meritata, una promessa di rilevanza culturale. Cosa accadrà quest’autunno, per dire, a due scrittori come Rick Moody e Gary Shteyngart, fra i più apprezzati sperimentatori di lingua e temi in America, i cui nuovi romanzi, The Four Fingers of Death e Super Sad True Love Story sono usciti contemporaneamente a Freedom, e quali conclusioni dovranno trarre dal fenomeno Franzen?

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Perché Franzen è Franzen https://minimaetmoralia.it/libri/perche-franzen-e-franzen/ https://minimaetmoralia.it/libri/perche-franzen-e-franzen/#comments Fri, 17 Sep 2010 08:25:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2873 «L’unica famiglia media americana che conosco bene è quella in cui sono cresciuto, e posso testimoniare che mio padre, pur non essendo un lettore, aveva una certa familiarità con James Baldwin e John Cheveer, perché la rivista Time li aveva messi in copertina.

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Questo articolo è uscito sul Riformista.

«L’unica famiglia media americana che conosco bene è quella in cui sono cresciuto, e posso testimoniare che mio padre, pur non essendo un lettore, aveva una certa familiarità con James Baldwin e John Cheveer, perché la rivista Time li aveva messi in copertina. (…) Nell’ultimo decennio, la rivista il cui profilo rosso ha incorniciato per due volte la faccia di James Joyce, ha dedicato la copertina a Scott Turow e Stephen King. Si tratta di due validi scrittori, ma non c’è dubbio che siano state le dimensioni dei loro contratti a procurare loro quelle copertine». Questo scriveva, nel 1996, Jonathan Franzen, lo scrittore americano a cui è stata dedicata proprio la scorsa copertina di Time. Questa volta, all’interno della cornice rossa, sotto il profilo pensieroso di Franzen, il magazine precisa «Great American Novelist». In tempi non sospetti, prima cioè di diventare cover-boy, l’autore di Le correzioni proseguiva così il suo ragionamento, in un saggio pubblicato su Harper’s: «Il dollaro è oggi il metro di valutazione dell’autorità culturale, e un periodico come Time, che fino a non molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso serve soprattutto a rifletterli».

Il 31 agosto scorso è uscito nelle librerie americane Freedom  (pubblicato da Farrar, Straus and Giroux), l’ultimo attesissimo romanzo di Jonathan Franzen reduce, col bestseller Le correzioni (Einaudi), dal National Book Award. Il presidente USA Obama è riuscito ad avere Freedom prima dell’uscita ufficiale e lo ha portato in vacanza come lettura dell’estate. Obama aveva anche in valigia Tinkers di Paul Harding (lo sconosciuto che dopo aver ricevuto vari rifiuti dagli editori ha vinto il premio Pulitzer) e A Few Corrections di Brad Leithause – mentre le figlie leggevano l’intramontabile Il buio oltre la siepe e Il pony rosso di Steinbeck.
Il giorno dell’uscita, Freedom è salito al primo posto della classifica delle vendite di Amazon (la libreria virtuale che sta facendo chiudere Barnes&Noble e che a sua volta aveva fatto tirare giù le serrande ad un esercito di piccole librerie newyorkesi).

In Italia, Libertà uscirà il prossimo febbraio (per Einaudi, con traduzione di Silvia Pareschi). Nell’attesa, visti i risultati già ottenuti in America ci si può chiedere –  assodato che le copertine di «Time» riflettono i gusti della nazione – come mai l’America ama la narrativa di Franzen.
Il riconoscimento della critica, per Franzen, arriva già col suo primo romanzo La ventisettesima città che viene accolto bene e racconta la storia di una città del Midwest. Il secondo libro, Strong Motion è la storia di una famiglia del Midwest. Il trionfo arriva però col terzo romanzo uscito una settimana prima dell’11 settembre 2001: Le correzioni. Franzen aveva finalmente scritto il grande romanzo sociale sull’America mettendo in scena stanchezze, illusioni e debolezze della famiglia Lambert. Ma perché oggi Franzen è Franzen?
Franzen piace perché non è elitario e perché la sua scrittura avvolgente emana tepore. Franzen piace più del colto Philip Roth e del postmoderno Don DeLillo, piace più del labirintico Thomas Pynchon e del polveroso Cormac McCarthy perché sa unire la qualità letteraria (altissima) ad un gusto popolare, offrendo storie ricche, complesse eppure lineari, che arrivano alle persone (in modo trasversale) e le fanno sentire parte di una comunità di esseri umani. Nelle pagine di Franzen non si troverà mai nessun compiacimento intellettuale (né le arguzie cerebrali che seminava David Foster Wallace che chissà se avrebbe mai scritto qualcosa per Tutti i Lettori). Si potrebbe dire che la  narrativa di Franzen sia perfettamente a metà strada tra la cultura di massa e la Cultura Sofisticata, (sperimentalismi, metanarrazioni, avanguardie varie) se non fosse che invece, questa sua capacità di aver trovato una voce altra, lo pone fuori proprio da queste categorie e anzi le fa collassare. Franzen diverte e stimola, fa piangere i suoi lettori sulle tragedie della vita e intanto illumina il cammino accidentato che percorre oggi la società occidentale: con le sue avidità, i suoi vizi e i suoi drammi morali. La sua scrittura ironica fa parlare gli oggetti quotidiani, dà voce all’infelicità che ammanta  le province e le grandi città, e protegge dalle nuove paure del mondo, esorcizzandole (l’Alzheimer, l’inquinamento o la guerra). I suoi temi forti però sono due, forse anzi due sono i suoi unici temi in assoluto: la depressione e la famiglia. Attorno a questi nuclei ricama storie americane, affreschi della storia recente, e costruisce per i lettori luoghi tiepidi e personaggi indimenticabili.
Sono passati nove anni da quando è uscito Le correzioni. L’America è cambiata. Al posto di Bush c’è Obama. Freedom è un ambizioso volumone di seicento pagine che racconta la middle class americana: ancora la storia di una famiglia di provincia. Ancora, e Tolstoj lo avrebbe apprezzato, la storia di una famiglia infelice.
La vicenda è ambientata nel 2004 durante la presidenza Bush (è proprio per riappropriarsi della parola libertà che Franzen ha scelto questo titolo). La coppia protagonista, Walter e Patty Berglund, che vota per i democratici, litiga sempre con i vicini di casa repubblicani (anche se Joey Berglund lavora per i repubblicani e ha inventato falsità sulla guerra in Iraq).
La coppia modello, benestante, che pare salda e invincibile mostra tutta la sua fragilità quando avviene un imprevisto nella casa. Il lato oscuro degli individui e dell’America, la meschinità e la mediocrità borghese vengono fuori disegnando ancora una parabola di decadenza. Nelle disfunzioni di una famiglia coglie le dinamiche che sono all’opera in una intera nazione.
Sulla copertina di Time sono stati ritratti in passato scrittori come Nabokov, Salinger, Toni Morrison e Joyce. Non si può dire che siano stati ritratti autori che non meritino fama. Però, come tutte le volte che si vede formarsi un canone letterario, non si riesce ad evitare di far mente agli esclusi.
La raccolta di saggi di Franzen del 2002 si intitolava How to Be Alone (Come stare soli, Einaudi). Ed è proprio questa la domanda che viene da porsi vedendolo solo in copertina, serio, coi suoi pensieri. Dove sono gli altri? Sarà pure che una copertina di un magazine non è una storia letteraria, ma mancano proprio tutti i più grandi: Roth, DeLillo, Pynchon, Ellis, McCarthy. Ogni tanto Time potrebbe forse fare una bella foto di gruppo. Perché Franzen, senza di loro, non può stare davvero da solo.

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