Frida Kahlo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/frida-kahlo/ un blog di approfondimento culturale Thu, 18 Mar 2021 14:42:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Frida Kahlo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/frida-kahlo/ 32 32 Gli anni americani di Frida Kahlo https://minimaetmoralia.it/arte/gli-anni-americani-di-frida-kahlo/ https://minimaetmoralia.it/arte/gli-anni-americani-di-frida-kahlo/#respond Thu, 18 Mar 2021 14:42:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48160 Pubblichiamo un articolo uscito su Linus, che ringraziamo. C’è un autoritratto di Frida Kahlo in cui è vestita di rosa, una bandierina messicana in mano, in piedi su una pietra che in un paesaggio immaginario segna il confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Il dipinto si chiama Self-Portrait on the Borderline Between Mexico […]

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Pubblichiamo un articolo uscito su Linus, che ringraziamo.

C’è un autoritratto di Frida Kahlo in cui è vestita di rosa, una bandierina messicana in mano, in piedi su una pietra che in un paesaggio immaginario segna il confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Il dipinto si chiama Self-Portrait on the Borderline Between Mexico and the United States, è del 1932, ed è stato realizzato a Detroit. Dei suoi anni americani, necessari nel definire l’artista che sarebbe diventata, racconta oggi un impeccabile volume pubblicato di recente negli States. Il libro si chiama Frida in America. The Creative Awakening of a Great Artist (St. Martin’s Press, pp. 383, 29.99 $), Celia Stahr è l’autrice.

Negli Stati Uniti Frida va per la prima volta nel 1930, ventitreenne e consorte di Diego Rivera, ancora sconosciuta lei, già in auge lui, una moglie al seguito del marito, fedifrago minimo due volte e molte altre a venire. Lui ingombrante come tutto il Sudamerica, lei prossima a rivelarsi una sua pari, ridefinendo i rispettivi ruoli di consorti e artisti. In una lettera alla madre, poche settimane dopo l’arrivo negli States, Frida scrive: “Forse andremo a stare in un albergo così potrò dipingere tutto il giorno invece di passare il tempo a spazzare i pavimenti e idiozie del genere”.

La prima tappa del viaggio è San Francisco, dove Rivera è invitato a realizzare un murale sulla parete dell’edificio del Pacific Stock Exchange. I due arrivano in treno, attraversando prima le colorate città del Messico, e poi il confine, che Frida descrive alla madre in una lettera del 10 novembre 1930: “Quel maledetto muro è una recinzione di filo spinato che separa Nogales Sonora da Nogales Arizona, ma si capisce che è tutto la stessa cosa.

Al confine i messicani parlano benissimo inglese e i gringos parlano spagnolo, e tutti mescolano tutto”. Dopo quel muro c’è l’Arizona, e poi in direzione ovest c’è Los Angeles, dove si fermano qualche giorno dall’amica gallerista Galka Scheyer. Scrive Frida: “Le gringas sono tutte crudeli. Le stelle del cinema non valgono un soldo bucato. Los Angeles è piena di milionari e la povera gente fatica a sbarcare il lunario, e tutte le case appartengono ai miliardari e alle stelle del cinema, tranne quelle fatte di legno che fanno abbastanza schifo. A Los Angeles ci sono 3mila messicani, e devono lavorare come muli per potere competere in affari con i gringos“.

Da Los Angeles proseguono in treno fino a San Francisco. Nel vagone Frida disegna un autoritratto (oggi scomparso) di grattacieli e oceano, immaginando la città esattamente come le si sarebbe rivelata dopo qualche ora dal vero. È il 9 novembre del 1930, e alla stazione tra la Terza e Townsend inizia per Frida la vera esperienza americana. Il suo stile dell’epoca e di quel giorno è androgino: gonna lunga e scura, giacca con spalline alla matador, berretto in mano.

Anche se dei due è Diego l’artista affermato, a San Francisco Frida dipinge dipinge dipinge. In due mesi realizza sei quadri, socializza ma non troppo con artisti e mecenati americani, mantenendo il suo inglese all’essenza, lungi dal renderlo perfetto, consapevole forse che è vantaggioso esasperare la condizione di outsider in cui si trova. E da androgino lo stile diventa esotico, agli occhi di alcuni folkloristico, eccentrico per altri, soprattutto molto messicano, vicino a quello che all’epoca veniva definito stile “china poblana” (un’elegante e colorata mescolanza di Oriente e Messico che prende il nome da una leggenda messicana su una sventurata ma stilosa ragazzina indiana chiamata “la cinese”), di grande impatto sulle donne americane.

Sempre in una lettera alla madre Frida scrive: “A quanto pare piaccio alle gringas e sono davvero colpite da tutti i vestiti e gli scialli che mi sono portata dietro, restano a bocca aperta nel vedere le collane di giada e tutti i pittori vogliono che posi per un ritratto”. Ci metterà poco a cambiare idea, lamentandosi qualche mese dopo in un’altra lettera alla madre che le gringas sono tutte “donne infelici a cui non importa niente di nessuno… ma noi non siamo come loro e io soffro terribilmente a stare così lontana da tutti voi sapendo cosa succede solo attraverso le tue lettere”.

L’ambivalenza di Frida nei confronti delle americane non andrà mai via, condizionata dai diversi tradimenti del marito con donne della suddetta categoria e da una più generale e motivata ambivalenza del popolo messicano sempre più respinto da un paese altrimenti amato e che finisce per chiamare “Gringolandia”, dove gringo deriva dallo spagnolo griego, ovvero greco. I gringos sono percepiti dai messicani distanti come i greci, e così il loro paese. Frida non può che simpatizzare con i suoi, e sentirsi straniera negli Stati Uniti, affascinata più dai cinesi che affollano la Chinatown di San Francisco, colorata come certe strade di Città del Messico, e dagli afro-americani che un decennio prima hanno inventato a Harlem una loro Reinassance.

Afro-americana è Eva Frederick, conosciuta tramite la fotografa Imogen Cunningham per cui ha posato, e presto modella anche per Frida, che la ritrae nuda seduta su una sedia equipal (la tradizionale sedia messicana di cuoio e giunco intrecciato) e con al collo una lunga collana con un medaglione, messicana anch’essa (è il genere di collana indossato dalle donne zapoteche di Tehuantepec nello stato di Oaxaca, da cui proveniva anche la madre di Frida), probabilmente prestatale dall’artista. Il risultato è una donna che incarna una abbastanza inedita bellezza afro-messicana. Il dipinto non ha niente di primitivo o di ipersessualizzato, come certi ritratti di artisti coevi di Frida, ma ha un’eleganza che l’avvicina alle celebri foto realizzate in quegli stessi anni da Carl Van Vechten. Di Eva Frederick Frida farà un altro ritratto, questa volta vestita e in primo piano, lo sguardo luminoso e pronto. In seguito Frida dichiarerà: “Mi interessano le persone di tutti i tipi, ma sono attratta da quelle intelligenti”.

È indubbio che la sua attrazione per Diego Rivera, per la sua intelligenza e per la sua arte, l’abbia definita come artista e come persona, e per dare un’idea della complessità del loro matrimonio e del loro amore basta ricordare che un anno dopo avere divorziato, nel 1939, i due si risposeranno tra loro proprio su consiglio del medico di Frida come unico rimedio possibile alla profonda depressione di lei. Del loro tormentato rapporto, gli anni trascorsi negli Stati Uniti sono uno spaccato già di per sé quasi esaustivo in cui i due non si fanno mancare nulla: tradimenti, liti, ripicche, capolavori con cui cercano di elaborare la vita che scorre e il continuo divenire della coppia. Interessanti sono i ritratti che Frida realizza in quegli anni di sé e di Diego, ribaltando i ruoli di artista e musa, e forse ancora più interessante è la reazione di Frida alle sbandierate infatuazioni di Rivera per le sue modelle: esasperare la propria “messicanitudine” inventando quello stile che l’avrebbe resa inconfondibile allora e nei decenni a venire per prendere distanza dalle altre e restare unica. E dunque: vistose acconciature con fiori e nastri, collane con ciondoli messicani tradizionali, scialli e abiti dai colori vivaci, gonne larghe e lunghe anche queste dai colori vivaci. Uno stile perfezionato in America e apparentemente contro l’America, una presa di distanza dal sogno americano per riappropriarsi del sogno messicano, utopico e rivoluzionario, anche nell’aspetto.

A immortale alla sua nascita lo stile “Frida Kahlo” furono i grandi fotografi di quegli anni, più degli altri sensibili alla nascita di un’artista e del suo corpus di opere, che a partire dal viaggio in America dei coniugi Rivera (che dopo San Francisco avrebbero proseguito per New York e poi Detroit, tornando in Messico nel marzo del 1933) non si stancheranno mai di fotografare la coppia, prediligendo spesso lei a lui. Della fotografa americana Imogen Cunningham sono alcuni ritratti in bianco e nero di Frida del 1931, dell’ungherese Nickolas Muray sono le circa novanta foto in bianco e nero e a colori scattate tra gli anni trenta e i quaranta, a cui si aggiungono i ritratti di Frida realizzati tra gli Stati Uniti e il Messico da Edward Weston, Carl Van Vechten, Lucienne Bloch, Leo Matiz, Lola Álvarez Bravo, e Juan Guzmán tra gli altri. Iconizzata tanto quanto l’artista Georgia O’Keeffe (famosissima era già all’epoca O’Keeffe, ancora sconosciuta era Kahlo), che proprio negli anni americani Frida cercherà di sedurre, è in America che Frida trasforma se stessa in opera d’arte, forse anche solo per non cadere nella trappola del separare l’arte dalla vita.

Dei ritratti americani di Frida uno degli ultimi la vede a colori, abiti “frideschi”, nastri celesti in testa, smalto rosso alle unghie, sigaretta in mano, testa alta e leggermente inclinata a destra, seduta sul tetto di un palazzo del Greenwich Village. Era il 1946 e Frida era a New York per la prima delle otto operazioni di fusione della colonna vertebrale a cui sarebbe stata costretta nel giro di quattro anni (più avanti lei stessa definirà quell’operazione “l’inizio della fine”). A fotografarla è Nickolas Muray, un tempo amante e adesso amico, uno dei suoi più cari. Fanno da fondale alcuni frammenti dello skyline di Manhattan, un cielo azzurro ma non troppo, e un muretto di mattoni rossi con in basso una riga celeste. A richiamare il cielo sulla terra.

 

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Frida Kahlo: a New York rivive la Casa Azul https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/frida-kahlo-a-new-york-rivive-casa-azul/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/frida-kahlo-a-new-york-rivive-casa-azul/#comments Mon, 13 Jul 2015 15:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27790 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Fino al primo novembre opere e vita di Frida Kahlo reinventano gli spazi del New York Botanical Garden del Bronx con la lussureggiante mostra inaugurata lo scorso maggio "Frida Kahlo: Art Garden Life".

A curare la rigorosa e bella esposizione è la storica dell'arte Adriana Zavala, che insieme a Karen Daubmann (direttrice delle esposizioni del New York Botanical Garden e già ideatrice di progetti simili su Emily Dickinson e Claude Monet) e allo scenografo Scott Pask ha trasformato spazi e giardini dell'orto botanico newyorkese reinventando lo studio e il giardino di Frida Kahlo della sua leggendaria e bohèmienne Casa Azul di Coyoacán, appena fuori Città del Messico (la casa dove l'artista è nata, ha lungamente vissuto ed è morta, e che attualmente ospita il Museo Frida Kahlo).

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Fino al primo novembre opere e vita di Frida Kahlo reinventano gli spazi del New York Botanical Garden del Bronx con la lussureggiante mostra inaugurata lo scorso maggio “Frida Kahlo: Art Garden Life”.

A curare la rigorosa e bella esposizione è la storica dell’arte Adriana Zavala, che insieme a Karen Daubmann (direttrice delle esposizioni del New York Botanical Garden e già ideatrice di progetti simili su Emily Dickinson e Claude Monet) e allo scenografo Scott Pask ha trasformato spazi e giardini dell’orto botanico newyorkese reinventando lo studio e il giardino di Frida Kahlo della sua leggendaria e bohèmienne Casa Azul di Coyoacán, appena fuori Città del Messico (la casa dove l’artista è nata, ha lungamente vissuto ed è morta, e che attualmente ospita il Museo Frida Kahlo).

Esposte insieme a una dozzina di sue opere e ai ritratti realizzati da fotografi e amici sono le piante coltivate e poi raffigurate dall’artista in disegni e dipinti così da permettere ai visitatori di entrare nel suo mondo botanico immaginato ma realistico, fatto di cactus, piante grasse, agavi, jacarande, oleandri, filodendri, rose, girasoli, fucsia, calendule, palme, felci, alberi da frutto. E di capire quanto Frida Kahlo fosse innamorata (e lo fosse come in ogni sua cosa in modo appassionato e passionale) della natura messicana, ricreata per necessità e malattia in miniatura e a portata di mano nel colorato e vivo giardino della sua casa-studio.

Il risultato è un impeccabile remake degli spazi di lavoro e ispirazione di Kahlo che dentro una serra dell’orto botanico di New York ospita pareti dello stesso blu cobalto della Casa Azul, le riproduzioni del tavolo da lavoro e del cavalletto dove l’artista dipingeva, e la colorata piramide ridotta in scala che nel giardino della casa-studio messicana rendeva tributo alla cultura azteca e ospitava la collezione di manufatti pre-ispanici del marito Diego Rivera. Tra le opere di Kahlo esposte ci sono due eloquenti ritratti dell’orticultore e botanico americano Luther Burbank, pioniere nelle scienze agrarie e uno degli eroi dell’artista, di cui insieme a Rivera andò a visitare il giardino privato a San Francisco. C’è il bel dipinto realizzato per l’attrice e probabile amante Dolores del Rio “Due nudi nel bosco”. E c’è l'”Autoritratto con collana di spine e colibrì”, realizzato per l’amato fotografo ungherese Nickolas Muray, autore a sua volta di alcuni dei migliori ritratti dell’artista inclusi nella mostra.

Ad arricchire il tutto, allestita nell’adiacente Britton Rotunda della biblioteca dell’orto botanico, c’è un’installazione di abiti di carta realizzata dall’artista (ospitato in residenza dentro gli spazi del New York Botanical Garden) Humberto Spíndola. Gli iconici vestiti di Frida (in particolare quelli dipinti nell’autoritratto “Le due Frida”) sono stati ricreati con pigmenti naturali e un effetto trompe l’oeil che li fa sembrare di stoffa. Nell’Haupt Conservatory sono infine esposte le preziose poesie di Octavio Paz in una luminosa “Poetry Walk” realizzata dall’artista Jenny Holzer. Per dare luce, parola e ulteriore sentimento al mondo di natura e d’arte di Frida Kahlo.

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Come finisce l’estate https://minimaetmoralia.it/fiction/come-finisce-lestate/ https://minimaetmoralia.it/fiction/come-finisce-lestate/#respond Fri, 12 Sep 2014 05:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23172 Questo racconto è uscito in una versione leggermente ridotta su la Repubblica - Palermo.

La volta che grandinò in estate e finimmo in un incendio e persi un amore andò così. Era il 14 agosto e Emma era arrivata da Roma e con sé non aveva niente: niente valigie niente sorrisi niente baci. Sfinita era atterrata a Palermo e poi aveva caricato occhiaie e sigarette sul bus per Agrigento - una coda le tirava i capelli e il viso secco, un vestito di cotone verde petrolio le faceva il dispetto di caderle male sul seno, scoprendolo e costringendola a aggiustarlo in continuazione, nervosa. Un filo di sole le aveva colorato le spalle, lentiggini e rosso al centro della schiena rotonda e sulle guance, le piccole rughe di una donna di trent'anni sul viso, il corpo appena più asciutto di chi non dorme e non mangia da qualche giorno.

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scala dei turchi

Questo racconto è uscito in una versione leggermente ridotta su la Repubblica – Palermo.

La volta che grandinò in estate e finimmo in un incendio e persi un amore andò così. Era il 14 agosto e Emma era arrivata da Roma e con sé non aveva niente: niente valigie niente sorrisi niente baci. Sfinita era atterrata a Palermo e poi aveva caricato occhiaie e sigarette sul bus per Agrigento – una coda le tirava i capelli e il viso secco, un vestito di cotone verde petrolio le faceva il dispetto di caderle male sul seno, scoprendolo e costringendola a aggiustarlo in continuazione, nervosa. Un filo di sole le aveva colorato le spalle, lentiggini e rosso al centro della schiena rotonda e sulle guance, le piccole rughe di una donna di trent’anni sul viso, il corpo appena più asciutto di chi non dorme e non mangia da qualche giorno.

Non ci vediamo da una settimana, viviamo assieme da 3 anni. È bella come solo le donne che stanno per lasciarci sanno essere, in quel modo triste e languido e definitivo che è solo loro e di certi animali che si accorgono che è finita.

Sai quella frase di Monica Vitti in Deserto Rosso?, mi dice.

Sto guidando verso la Scala dei Turchi, me l’ha chiesto lei, da Roma, la città dove viviamo, mi aveva detto Possiamo andare alla Scala dei Turchi, se vengo? Le avevo detto che i miei avrebbero voluto salutarla, che potevamo passare anche velocemente da casa mia e poi andare alla Scala: Preferirei di no, mi aveva detto, non è facile. Forse è meglio che non vieni, le avevo detto. Ho bisogno di vederti, mi aveva risposto. Gli ultimi mesi assieme sono stati disastrosi e abbiamo parlato spesso dell’eventualità che tutto potesse finire: ne parlavamo come se stessimo scrivendo i dialoghi di un film in cui i protagonisti non conoscono fallimenti, e persino dentro la caduta mantengono un certo stile. Ora, alla resa dei conti, a me trema la voce, mentre lei si morde spesso le unghie.

Hai presente quella scena, quando lei corre dal suo amante, tutta agitata e rotta, una posa che le varie Buy e Morante e tutte le altre avrebbero replicato fino allo sfinimento?, mi chiede.

Dentro l’auto l’aria è ferma e solida, ho questa impressione, aria ferma e solida, gas che sta per trasformarsi in qualcosa di gommoso e soffocante. Fuori il cielo s’è rabbuiato, sono giorni di strano vento e ombre. La prima volta che eravamo stati alla Scala dei Turchi, anni fa, ho questo ricordo, l’aria non aveva alcuna consistenza, nessuna metafora, era bella e basta, oppure non era niente e basta, quella giornata devo averla immagazzinata tra le cose che somigliano alla felicità. Oggi gomma e Antonioni: e mi sudano le mani sul volante. Lascio cadere il discorso del film, mi sembra di vedere dei lampi in lontananza.

Sei abbronzato, dice Emma.

Le sorrido senza molto impegno.

Abbronzato e secco, dovresti toglierti quelle sopracciglia in mezzo agli occhi.

Di solito me le toglie lei, ha iniziato lei questo rituale, una volta ogni due o tre mesi compariva in cucina in bagno in camera da letto con delle pinzette e diceva: È il tuo momento, Frida Kahlo. Seguiva lotta allegra in cui ci rincorrevamo e buttavamo a terra o sul divano o sul letto, e poi l’operazione veniva compiuta tra grida e risate. Ora a quanto pare è una cosa che spetta me, se ne avrò voglia, non ne ho voglia.

Sei sicura di voler ripartire subito?, le chiedo.

Mi guarda e poi dritto di fronte a sé e poi dal finestrino – e così per qualche minuto, il tempo di una sigaretta fumata in silenzio.

Alla Scala dei Turchi arriviamo passando da Villaseta, Porto Empedocle e Punta Grande. E anche così, anche col nero del temporale in arrivo che lo abbraccia, il costone di pietra bianca che degrada in tanti scaloni verso il mare è spaventoso nella sua bellezza: come un albume d’uovo montato in maniera violenta e poi pietrificato dal tempo, duro e bianco come quei dolci che in Sicilia chiamiamo Ossa di Morti.

Mi dispiace, dice, sedendosi ai tavoli dell’unico chioschetto aperto in spiaggia.

La guardo appena e abbasso gli occhi. Questa cosa la sapevo e me l’aspettavo, ne avevamo parlato e mi sembrava che ognuno dei due si stesse già organizzando. Non mi ero organizzato, avevo pensato che l’estate avrebbe sanato tutto, il mare le controre afose le sere lunghe a chiacchierare e medicarsi, era un pensiero che non stava in piedi, e io stesso, a volte, ero abbastanza forte da capirlo e passare al pensiero successivo, quello delle serate passate da solo con gli amici, una nuova donna.

Però lo sai pure tu che è così, dice. Mi cerca una risposta negli occhi, mi sta dicendo che questa cosa ce la siamo già ripetuta, e è vero.

È vero, ammetto. Ma magari l’estate.

Scuote la testa e trattiene delle lacrime, le labbra rossissime. Prende il tabacco e rulla una sigaretta.

Vado alla Scala dei Turchi da quando sono nato. Prima con i miei, poi con gli amici, poi con le donne, spesso da solo. Ogni fase ha il suo odore, le frittate di mia madre, la sabbia mischiata alle creme sulla pelle delle ragazze, la birra dei ragazzi, qualche sigaretta spenta prima per il troppo caldo. Se dovessi, Emma, non saprei benissimo il suo sapore, non mi lascia avvicinare, sul suo collo lungo e chiaro mi piacerebbe stare, non mi lascia avvicinare.

E cosa facciamo, di preciso?, chiedo.

Non lo so. Litighiamo e basta, a volte mi manca l’aria.

Manca anche a me.

Per vent’anni alla Scala abbiamo fatto il bagno con gli occhi di un mostro attaccati alle nostre spalle. Era lo scheletro in cemento di una costruzione mai finita e mai abbattuta che sembrava dovesse stare lì per sempre a far riposare le proprie ossa. Da piccoli ci prendevamo l’ombra, quando l’hanno abbattuto c’era una strana meraviglia appesa agli occhi dei bagnanti.

Non stiamo andando da nessuna parte, dice Emma.

È un periodo del cazzo, dico, non è detto che non passi.

Siamo noi due che siamo fermi.

Tutto questo io lo so. Tutti i discorsi che non stiamo facendo parlano di tranquillità e dipendenza; di bellezza; malumori e desiderio; stanchezza complicità e divani; e baci e urla; e tv accese mentre si fa l’amore per non far sentire i vicini, le pareti del bilocale tropo sottili; di spossatezza e abitudine, sanno, serenità e tossicità. Queste cose le chiamiamo amore. Non importa la deriva che abbiano preso, a volte comoda, a volte miserabile, spesso non siamo lucidi, eroina feroce. Emma ha i suoi momenti di lucidità, ma questi momenti hanno le loro crepe, le unghie delle dita scassate sono le crepe, le lacrime a tratti.

A un certo punto – dice – Monica Vitti è dal suo amante a fare l’isterica, una scena ridicola in mezzo a tante belle. Gli dà le spalle e dice: Mi fanno male persino i capelli. Rovina tutto, quella banalità, però ci pensavo ieri, è vera, stupida ma vera, sono giorni che mi fa male tutto.

Mi scendono delle lacrime sulle guance, e sulle sue il rosso si fa più acceso e colora gli occhi e gli occhi fanno l’unica cosa che sanno fare in casi come questi: si chiudono e piangono.

Mi riporti al bus?, chiede.

La guardo e mi metto vergogna.

Per qualche secondo non sento niente, come se tutto il mondo fosse scomparso dentro l’ovatta delle nuvole nere, il mare muto e la Scala pure e le persone, non sento niente, sento un tuono, ma fortissimo, come se il cielo si fosse rotto, e non mi sembra possibile, e non mi sembra vero.

Forse è meglio che andiamo, dice.

Ti dispiace se mi fumo un’ultima sigaretta?

Mi prende le mani, è già il gesto degli amori finiti che si abbracciano di tanto in tanto, quando si rivedono, per strada o a una festa, con gli occhi degli altri addosso per capire cosa è rimasto, se qualcosa è rimasto o solo le ammaccature.

Mi dispiace, ti sto facendo male e mi dispiace, dice.

Non pensavo che qualcuno potesse parlare così, pensavo succedesse solo nei programmi Rai, ma non ho la forza per dirglielo, perché mi sembra che abbia ragione, e poi tante volte anch’io ho pensato e desiderato altre schiene altre chiacchiere altre storie.

È meglio se andiamo, ripete.

Mi rullo una sigaretta e un altro lampo e un altro tuono: e le prime gocce. Emma è scocciata, è una dinamica tipica nostra: c’è una scelta ragionevole di fronte a noi, uno dei due la vede, la suggerisce all’altro, l’altro la nega. Io la sto negando, accendendomi la sigaretta mentre è chiaro che si sta mettendo a piovere, non guardandola più, interrogandomi sulla possibilità che il dolore per questa storia che finisce sia già al suo massimo, o mi stenderà nei prossimi giorni, o non succederà niente di niente: è una possibilità.

Emma si attacca al cellulare e io mi aggrappo con tutto me stesso a pensieri inutili tipo: come fare con la casa che dividiamo, dove vado a stare appena finite le vacanze, come ci divideremo gli amici, e la prima volta che la vedo con un altro?

A metà sigaretta succede che su questi pensieri si abbatte la grandine, il 14 agosto, davvero, la grandine. Corriamo in auto e non siamo soli, tutti sono corsi in auto e la strada è intasata e qualcuno grida e qualcuno niente affatto, sbatte i pugni sul claxon. Nel giro di qualche minuto la gradine si fa grossa e durissima, a meno a giudicare dai tonfi sulla carrozzeria delle auto.

Restiamo immobili dentro questo temporale, tutti quanti, le urla e le impazienze di poco prima ghiacciati, la visuale risucchiata dal muro bianco davanti ai nostri occhi. Emma sta di nuovo piangendo e ora la cosa mi dà fastidio, mi innervosisce, so benissimo che va quasi sempre così, che son le donne a capire prima, a prendere le decisioni, o almeno a me è quasi sempre capitato così, ma ora questa cosa che lei abbia preso una decisione e poi pianga, mi fa saltare i nervi. Cerco un varco, inizio a suonare il claxon, aggredisco con tutti i muscoli del mio viso gli altri automobilisti, riesco a infilare una stradina laterale e sguscio via: non so dove sto andando.

Facciamo qualche chilometro sotto la grandine che intanto è diventata pioggia e nessuno dei due ha ancora detto una parola. Provo a accendere la radio, dentro gira una canzone, fa così: I had a dream, you were leaving / It’s hard to be a lover when the Tv’s on, and nothing’s in your eyes. Spengo lo stereo e apro il finestrino per respirare un po’ d’aria nuova, ma tutto quello che mi entra nelle narici è odore di bruciato – e fortissimo. E infatti dopo qualche curva in mezzo al niente, la terra è nera e i mandorli piegati e gli olivi inceneriti e i filari d’uva polverizzati. Il fuoco, uno dei tantissimi fuochi che in questa stagione le bestie accendono per vendetta o giustificare l’emergenza ovvero pulire un terreno, il fuoco se li è mangiati, e ora divampa poco più in là, qualche metro ancora e ce lo ritroviamo ai due lati della strada, nero e rosso a seccarci il respiro e gli occhi.

Torniamo indietro, dice Emma.

No, dico io, ora finisce.

Ma non finisce. Faccio un paio di chilometri e non finisce e a un certo punto ci si mette anche un cane, attraversa velocissimo la strada, sterzo e quasi perdo il controllo dell’auto, lo prendo, sento una leggera botta, ma non mi posso fermare, il fuoco il fumo, non posso.

Oddio, l’hai preso? L’abbiamo ucciso? Oddio cazzo. Torniamo indietro.

Ma non possiamo, le dico.

Torna indietro, cazzo!

Scoppia di nuovo a piangere e prende il telefono.

Cosa fai?, le chiedo.

Chiamo i carabinieri, i pompieri, qualcuno.

Mi scappa un sorriso. Mi era già capitato di trovarmi in una situazione del genere, ero con mio fratello e la moglie pugliese, in una giornata come questa, siamo finiti dentro un altro fuoco, e lei uguale: Chiamiamo i pompieri, aveva detto. Non serve, le avevamo detto con mio fratello. È normale, capita. Mi stupisce sempre l’arrendevolezza che colpisce noi siciliani quando torniamo sull’isola dalle nostre vite rotte in giro per il mondo, e ci troviamo in situazioni che appena di là dallo stretto ci  nauseano, e qui invece guardiamo con naturalezza, una punta di consapevolezza, ma per lo più distacco.

È normale, ripeto a Emma, ora passa.

E infatti dopo un po’ i fuochi sono alle nostre spalle e apro il finestrino e trovo anche la strada per Agrigento. Lei si è asciugata le lacrime e riattaccata al cellulare:

C’è un bus tra un quarto d’ora.

Va bene, le dico.

È un crollo incredibile, mi sembra, da quel momento e fino a che non ci abbracciamo e sale sul bus e io risalgo in auto e decido di ritornare alla Scala dei Turchi per un ultimo bagno: è un crollo incredibile.

Sta quasi per tramontare, quando arrivo, in spiaggia poche persone che sembrano non vedermi neanche arrivare. Mi spoglio e lascio tutto sulla sabbia. Il cielo s’è quietato e il mare è caldissimo: e il sole un disco arancio e tranquillo. Mi butto e dentro, nell’acqua, negli occhi, in testa: lampi e ghirigori: quelli che si vedono quando si fissa il sole, appunto, o una lampadina o una candela o persino un amore, nella realtà o nei ricordi, e poi si chiudono le palpebre, come faccio io in acqua. E più grande è l’intensità della sorgente di luce a cui si è incollato lo sguardo, più potenti saranno i lampi e i ghirigori: i miei durano tantissimo.

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Alcuni casi di muse https://minimaetmoralia.it/arte/alcuni-casi-di-muse/ https://minimaetmoralia.it/arte/alcuni-casi-di-muse/#comments Tue, 11 Aug 2009 22:00:49 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=502 Questo articolo è apparso a gennaio su Diario. Non è che si vestisse da uomo per rivendicare chissà che. Semplicemente voleva entrare dappertutto. Penso a George Sand, e valuto l’ipotesi che una donna mette i pantaloni quasi sempre per praticità, senza farci intorno chissà quali ragionamenti. Penso a Katharine Hepburn e alla tuta da meccanico […]

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Questo articolo è apparso a gennaio su Diario.

Non è che si vestisse da uomo per rivendicare chissà che. Semplicemente voleva entrare dappertutto. Penso a George Sand, e valuto l’ipotesi che una donna mette i pantaloni quasi sempre per praticità, senza farci intorno chissà quali ragionamenti. Penso a Katharine Hepburn e alla tuta da meccanico con cui si aggirava sui set, e ammiro il permanere intatto della sua estrema femminilità. Penso questo, e penso anche che ci sono donne che riescono a sopravvivere a tutto. All’arte, all’amore, al tizio – poeta, pittore, musicista che sia – che così bellamente le ha immortalate, per amore magari, o magari solo perché ne riconosceva l’oggettiva e intramontabile bellezza. Alla propria morte. Sopravvivono anche a quella.

Le muse, per esempio, che si concedono lasciandosi immortalare da amati/amanti artisti. Alcune per soldi, altre per gloria, altre ancora solo per amore. Capita però che ci si faccia musa per trasformare, più o meno consapevolmente, la propria vita in opera d’arte. Per prendere parte al processo creativo. Per creare arte. Ipotesi che colmerebbe la distanza, ristabilirebbe un giusto equilibrio tra chi ispira e chi realizza, tra chi ci mette il talento e chi la faccia, tra l’artista e la sua musa. Azzardato, criticabile, estremo considerarli pari. Ma in alcuni casi è ammissibile. In alcuni casi di muse.

George_SandDi George Sand, al secolo Amantine-Aurore-Lucie Dupin, più che le opere è facile ricordare i tanti ritratti, la tormentata storia d’amore con Chopin, gli scambi epistolari con Flaubert, la natura romantica trasmessa ai suoi amati e fattasi altrui opera. O la storia dei pantaloni, ovvero del come si vestisse da uomo e fumasse mantenendo intatta la sua unanimamente riconosciuta e più volte rappresentata iperfemminilità. Irriducibilmente etero e distante dalle protofemministe dell’epoca, George Sand si vestiva da uomo per senso pratico. E al tempo stesso era l’incarnazione dell’eroina femminile mirabilmente narrata da Flaubert e simili, che si struggeva d’amore prima di ogni altra cosa, che si concedeva, sì, ma poi elegantemente sapeva riconoscere il momento in cui andar via. O a dirla con Katharine Hepburn, cercava di «capire quanto teniamo a qualcuno o a qualcosa. Allora possiamo lottare. O non lottare. Ami qualcuno? Se lo ami e se ci sono chiare prove che desidera lasciarti e sai davvero dentro di te che è finita, lascialo andare».

George Sand era una che sapeva lasciare andare. E per distrarsi faceva altro. Scriveva, per esempio, con costanza e disciplina. Romanzi, articoli, testi per marionette, soprattutto memorie. Histoire de ma vie il titolo della magistrale autobiografia pubblicata per la prima volta a puntate sulla rivista La Presse dal 5 ottobre 1854 al 17 agosto 1855 e quasi contemporaneamente in venti volumi dall’editore Victor Lecou. Lì raccontava di sé e delle difficoltà dell’essere donna, della propria «superba e completa indipendenza», della costante e necessaria ricerca della femminilità, della libertà fortemente sentita e difesa di disporre di sé sentimentalmente e sessualmente. Detestata da Baudelaire («Il fatto che ci siano uomini che si possano innamorare di questa sgualdrina è una prova del degrado degli uomini della mia generazione»), affettuosamente criticata da Balzac («Voi cercate l’uomo come dovrebbe essere io lo prendo com’è»), poco indulgente con se stessa e con la propria intelligenza («Io ne uso così poca negli abituali rapporti della vita, che tutti ne hanno di più intorno a me»), potrebbe facilmente essere etichettata come inadeguata. Se non fosse che era altro che cercava.

FarrelCentriamo così a pieno la questione, ovvero: che cosa cerca una musa. Difficile rispondere da interposta persona, eppure qualcosa traspare e trapela da scritti, immagini, fotogrammi, ritratti. Qualcosa di sentimentalmente immediato che ha più a che fare con la ricerca dell’ideale romantico che con l’estetica. Perché la bellezza non è solo una faccenda estetica. E a dirlo, con eleganza ed eloquenza, le biografie (possibilmente corredate di appendici iconografiche ed elenchi di film, libri, canzoni o altro a loro ispirati) di donne quali Lou Andreas-Salomé, Kiki de Montparnasse, Frida Kahlo, Lee Miller, Edie Sedgwick, Suzanne Farrell, o Zelda Fitzgerald, che anche se in primis moglie e musa dello scrittore Francis Scott Fitzgerald, continua oggi a manifestarsi in romanzi, film e videogiochi, eludendo così la natura esclusiva del vincolo matrimoniale.

Alle muse e alla loro singolare natura andrebbero rivolti cuori e versi come quelli scritti, secoli o decenni dopo, da Pasquale Panella per Lucio Battisti in canzoni – La sposa occidentale per esempio, l’album e la canzone – che più che celebrare piaceri e dispiaceri dell’amore raccontano tutte le contraddizioni di una relazione calzando perfettamente il modello del rapporto artista-musa. Ovvero: ti amo, anche e soprattutto per quel che emani, e te lo dico, anche se di questo mio amore non resteranno che parole, anche se così prescinderai da me e da te stessa. Vita natural durante. E anche oltre.

Ciò detto, sembrerebbe immediato e giusto attribuire alle muse merito e ruolo attivo all’interno del processo creativo. E tuttavia troppo spesso si conosce l’artista e l’opera, ignorando totalmente il nome della ragazza. Anni fa, conversando di “Like a Rolling Stone” e di Bob Dylan col critico musicale Greil Marcus, gli domandavo com’è che nella monografia che ha dedicato alla canzone (Like a Rolling Stone, Donzelli 2005) in duecento pagine non fosse mai citata Edie Sedgwick, musa di questa e altre canzoni dell’album Blonde on Blonde, presente nel libretto del disco in una foto in cui sì, è di spalle, ma è lei. Perché non raccontare la storia di Edie e Bob? Domanda a cui Marcus, forse anche saggiamente, mi rispose: perché quando ho ascoltato quella canzone la prima volta io l’ho associata alla mia di ragazza, e mai ho pensato a Edie. E poi: ma se trovi che sia così importante la ragazza a cui era dedicata, scrivine, no?
Sì. E infatti qui ne scrivo.

edieSenza quella ragazza lì non ci sarebbe stata nessuna “Like a Rolling Stone”. Ci sarebbero state altre canzoni, ma non quella. E questo è un fatto innegabile. Edie Sedgwick ispirò la canzone più celebre di Bob Dylan e molto altro. Ispirò una fase del lavoro di Andy Warhol, per esempio, che in cuor suo tanto avrebbe voluto essere Edie. Ispirò decine di canzoni, come “Femme Fatale” di Lou Reed, “Poppies” di Patti Smith, “Little Miss S.” di Edie Brickell & “The New Bohemians, Edie (ciao Baby)” dei Cult. Ispirò film, tra cui Ciao! Manhattan, che si staglia primo e magnifico nel suo restituirci le immagini degli ultimi dua anni della vita di una ragazza quasi irriproducibile. O il più recente Factory Girl, che ha consentito a Sienna Miller di far rivivere Edie il tempo di un film. E ispirò anche centinaia di foto e servizi di moda (con Vogue rivista capofila), lasciando che con i suoi grandi orecchini e la calzamaglia rigorosamente nera (così la rivista Life nel novembre del ’65: «Questa ragazza dalla zazzeretta corta e dalle gambe eloquenti sta facendo per la calzamaglia nera più di quanto abbia fatto chiunque altro dai tempi di Amleto») Edie indicasse la strada, creasse uno stile, inventasse una figura di donna che prima non c’era. Edie era ed è rimasta unica e insostituibile. Due aggettivi forse imprescindibili per dire che cos’è una musa.

Scrisse Ernest Hemingway nell’introduzione agli scritti autobiografici dell’amica Kiki de Montparnasse, che se delle decadi si sa che si susseguono ogni dieci anni, delle epoche nessuno sa quando cominciano né quando finiscono. Loro sono lì, e te ne accorgi. Smettono di essere, e ti accorgi anche di quello. Non puoi non farlo. Ti accorgi della loro presenza, ti accorgi della loro assenza. Lo vedi. Sono lì, poi non ci sono più. E non sono sostituibili. Non c’è modo di farlo. Lo stesso vale per le muse, che a un certo punto semplicemente si manifestano, e chi sta loro intorno non può non vederle. Fu proprio Bob Dylan a scrivere che «oh com’era fiacco folle piccino e triste da parte mia pensare che la bellezza fosse solo bruttura e porcheria, mentre invece è come una bacchetta magica che fa cenni invitanti alla mia mente, e sa che solo lei posso sentire, e sa che non ho nessuna scelta». Proprio nessuna scelta. E mentre lo scriveva aveva in mente Joan Baez, anche lei – in quel lì e allora – musa amatissima. Perché a non innamorarsi di loro probabilmente non si amerebbe l’arte.

Nell’articolo si è parlato di:
Catel & Bocquet, Kiki de Montparnasse, Excelsior 1881, pp. 374, euro 24,50
Josif Brodskij, L’altra ego dei poeti da Baudelaire a Pasolini, Bompiani, pp. 161, euro 20,66
Kiki de Montparnasse,Infinitamente prezioso, Excelsior 1881, pp. 212, euro 16,50
Zelda Fitzgerald, Lasciami l’ultimo valzer, Bollati Boringhieri, pp. 224, euro 19
Katharine Hepburn, Io, Frassinelli, pp. 330, euro 16
Francine Prose, The Lives of the Muses, Aurum, pp. 420, £ 8,99
George Sand, Histoire de ma vie, Gallimard, pp. 1680, euro 25
Jean Stein, George Plimpton, Edie: American Girl, Grove Press, pp. 564, $ 14

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