Friedrich Nietzsche Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/friedrich-nietzsche/ un blog di approfondimento culturale Thu, 23 Jun 2016 12:21:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Friedrich Nietzsche Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/friedrich-nietzsche/ 32 32 L’Outsider di Colin Wilson https://minimaetmoralia.it/letteratura/loutsider-di-colin-wilson/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/loutsider-di-colin-wilson/#comments Thu, 23 Jun 2016 05:30:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31381 Questo pezzo è uscito su Repubblica.

Nell'inverno del 1954, uno scrittore inglese di ventitré anni, solo e squattrinato, concepì il libro che lo avrebbe reso celebre. Il suo nome era Colin Wilson, si era trasferito a Londra da Leicester, e dopo aver passato le notti estive in sacco a pelo a Hampstead Heat per risparmiare, coi primi freddi aveva trovato rifugio nella sala lettura del British Museum.

Qui scriveva romanzi incapaci di sollevarlo dalla condizione di indigenza in cui si era ficcato. Era una vita dura. Ma era anche una vita avventurosa. Gli si farebbe torto dicendo che Wilson venerava i grandi irregolari vissuti tra Otto e Novecento come Emma Bovary i personaggi dei romanzi d'appendice. Ma solo un angry young man convinto di trarre ispirazione dagli eroi estremi di Knut Hamsun poteva ritrovarsi, il giorno di Natale, a smangiucchiare pomodori in scatola in un'umida stanzetta di Brockley (sud di Londra), senz'altra compagnia che se stesso e il cuore in pace.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica (fonte immagine).

Dopo l’uscita di questa recensione, ho ricevuto diverse mail da parte di lettori che mi chiedevano dove avrebbero potuto trovare The Outsider. Né su Amazon né su Ibs né nelle librerie di catena, è la risposta. Collegatevi al sito di Atlantide (loro, giustamente, si definiscono “outsider” anche nella distribuzione) e saprete come. (NL)

Nell’inverno del 1954, uno scrittore inglese di ventitré anni, solo e squattrinato, concepì il libro che lo avrebbe reso celebre. Il suo nome era Colin Wilson, si era trasferito a Londra da Leicester, e dopo aver passato le notti estive in sacco a pelo a Hampstead Heat per risparmiare, coi primi freddi aveva trovato rifugio nella sala lettura del British Museum.

Qui scriveva romanzi incapaci di sollevarlo dalla condizione di indigenza in cui si era ficcato. Era una vita dura. Ma era anche una vita avventurosa. Gli si farebbe torto dicendo che Wilson venerava i grandi irregolari vissuti tra Otto e Novecento come Emma Bovary i personaggi dei romanzi d’appendice. Ma solo un angry young man convinto di trarre ispirazione dagli eroi estremi di Knut Hamsun poteva ritrovarsi, il giorno di Natale, a smangiucchiare pomodori in scatola in un’umida stanzetta di Brockley (sud di Londra), senz’altra compagnia che se stesso e il cuore in pace.

A un osservatore borghese (a quei tempi, in Europa, l’attributo non era privo di significato) la situazione sarebbe parsa patetica. Ma Wilson si sentiva eroicamente solo come il Raskòlnikov di Dostoevskij o il Malte Laurids Brigge di Rilke. Così, quando il British riaprì i battenti dopo le festività, lui andò dritto in sala lettura e scrisse le prime pagine di The Outsider. Erano le basi di un lungo e appassionato saggio che, scavando nelle biografie di scrittori, artisti, filosofi capaci di vedere “troppo e troppo lontano”, provava a offrire nuove chiavi di lettura per il problema contro cui molti di loro si erano schiantati (il terribile conflitto tra società e singolo), nella speranza di scalfire un mistero ben più vertiginoso e antico: qual è il nostro vero io? e cosa si nasconde dietro l’apparenza di ciò che – ingannati dal sonno dell’apparato percettivo – chiamiamo mondo?

The Outsider regalò al suo autore una fama esagerata. Uscì nel 1956, lo stesso anno di Ricorda con rabbia di John Osborne. I media si scatenarono, trasformando Osborne e Wilson loro malgrado in ribelli da operetta. In Italia il libro fu pubblicato da Lerici nel 1958 col titolo Lo straniero (la parola outsider era all’epoca pressoché sconosciuta nel nostro paese) e torna finalmente – traduzione di Thomas Fazi – per le edizioni Atlantide nella sua intestazione originaria.

Uno degli aspetti più affascinanti di The Outsider è che prova a entrare non tanto nelle vite materiali, ma nelle menti e negli spiriti (la biografie interiori) di personaggi come Friedrich Nietzsche, Fedor Dostoevskij, Vincent Van Gogh, Enrest Hemingway, Vaclav Nijinskij, TS Eliot, Georges Gurdjieff, Albert Camus… Per questi uomini, a un certo punto, la realtà non è più il disegno razionale che tutti sostengono di vedere. Non è chiaro se ciò che sembrava un alfabeto conosciuto diventi all’improvviso un bruto geroglifico senza più significato (il mondo, a cui la borghesia si sforza tanto di attribuire una forma, in realtà non significa niente), o se dietro quell’indecifrabilità si celi a propria volta qualcosa di ulteriore, che riusciremmo ad afferrare se avessimo la forza di fare della nostra vita un vero esperimento spirituale, come i mistici e i santi del passato.

L’outsider è così l’unico a “sapere di essere malato in una società che ignora di esserlo”. Di punto in bianco TS Eliot vede Londra come la città irreale popolata di anime morte della Waste Land. Friedrich Nietzsche viene fulminato dalla visione dell’eterno ritorno passeggiando tutto solo in Engadina. Ciò che fino a pochi istanti prima era la vita di ogni giorno, diventa insopportabilmente nauseante per il Roquentin di Sartre. E così via.

La dannazione degli outsider consiste nello stare a metà strada tra gli uomini ordinari e i veri eletti. Abbastanza sensibili da rendersi conto che la vita non è ciò che appare, riescono con coraggio a trasformare la propria in una lunga e difficile avventura dello spirito. Il problema è che non sono toccati dalla grazia dei santi, così come non hanno la tempra che porta all’illuminazione il bodhisattva della tradizione buddhista. Non sono dei dormienti, ma nemmeno dei totali risvegliati. È per questo che, non di rado, la società li fa a pezzi.

Nell’ultima parte della sua vita,Van Gogh riesce a sottrarre anche un semplice albero o una sedia al dominio dell’apparenza (finalmente riesce a vederli attraverso la sua arte), ma questo non gli impedisce di spararsi un colpo di rivoltella. C’è qualcosa di soprannaturale nella fresca virilità del Frederic Harry di Addio alle armi, quasi che i suoi muscoli siano in contatto con lo stoicismo del 300 a.C., però sappiamo com’è finito il suo autore. Mentre danza, Nijinskij sente un dio dentro di sé, e tuttavia la possessione non è abbastanza stabile da non farlo impazzire pochi anni dopo, così come accadrà per Nietzsche.

Sono pochi gli outsider che si sottraggono alla rovina. Colin Wilson fa gli esempi di Eliot e Dostoevskij, in grado di tener duro fino a risolvere la propria battaglia interiore nelle magnifiche sintesi dei Quattro quartetti e dei Fratelli Karamazov. Ma leggendo The Outsider nel 2016, viene voglia di proiettare questi ragionamenti nel presente. Viviamo in un’epoca che neutralizza, mettendola a profitto, ogni forma di irregolarità. Basta seguire un talent in tv per rendersene conto. Basta viaggiare a pelo d’acqua sul mondo dell’informazione per avere conferma di come ogni difformità riceva spazio purché filtrata dai codici (spettacolarità o conformismo) che ne distruggono il messaggio. Si abbassa un attimo la guardia, e una vocazione autentica si è già lasciata trasformare in fenomeno da baraccone.

Oggi “Outsider” potrebbe essere la marca di un profumo. Eppure di una radicalità nemica del fanatismo, di una ricerca del trascendente che non tragga linfa da megalomania o sete di potere ci sarebbe bisogno. Tutti, in cuor nostro, sappiamo che il discorso mainstream ci sta rendendo solo più poveri, infelici, aggiornati, lontani da una vita a cui riconosciamo bellezza e senso. Eppure – come fece Colin Wilson nel Natale del ’54 – basterebbe guardare dall’altra parte.

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Giorgio Colli, Nietzsche e la nascita della filosofia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/giorgio-colli-nietzsche-e-la-nascita-della-filosofia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/giorgio-colli-nietzsche-e-la-nascita-della-filosofia/#comments Thu, 24 Dec 2015 11:36:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29505 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono libri che finiscono per identificarsi nella loro copertina con tale potenza che sembra impossibile pensarli in un’altra veste. Sono casi rarissimi. I motivi restano spesso insondabili. Generalmente è l’assenza di immagini e un colore dominante: qualcosa che si fonde con il contenuto del libro, il suo valore, la capacità di restare. Perché è il tempo a dettare legge. E difficilmente all’inizio si potrebbero far previsioni. Esattamente quarant’anni fa, per esempio, nessuno avrebbe immaginato che La nascita della filosofia, il piccolo volumetto Adelphi, giallo, percorso da righe nere, il nome del suo autore in corsivo, fosse destinato a diventare da sé, fisicamente, una specie di talismano. Non poteva sperarlo nemmeno Giorgio Colli, che pure, mentre si rigirava il libro in mano, non dissimulò  l’orgoglio nel constatare la riuscita somiglianza con quell’altro volumetto della Piccola Biblioteca Adelphi, anch’esso giallo, il nome dell’autore in corsivo: Friedrich Nietzsche, e il titolo su due righe: La nascita della tragedia.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono libri che finiscono per identificarsi nella loro copertina con tale potenza che sembra impossibile pensarli in un’altra veste. Sono casi rarissimi. I motivi restano spesso insondabili. Generalmente è l’assenza di immagini e un colore dominante: qualcosa che si fonde con il contenuto del libro, il suo valore, la capacità di restare. Perché è il tempo a dettare legge. E difficilmente all’inizio si potrebbero far previsioni. Esattamente quarant’anni fa, per esempio, nessuno avrebbe immaginato che La nascita della filosofia, il piccolo volumetto Adelphi, giallo, percorso da righe nere, il nome del suo autore in corsivo, fosse destinato a diventare da sé, fisicamente, una specie di talismano. Non poteva sperarlo nemmeno Giorgio Colli, che pure, mentre si rigirava il libro in mano, non dissimulò  l’orgoglio nel constatare la riuscita somiglianza con quell’altro volumetto della Piccola Biblioteca Adelphi, anch’esso giallo, il nome dell’autore in corsivo: Friedrich Nietzsche, e il titolo su due righe: La nascita della tragedia.

Dell’opera di Nietzsche del resto era lui stesso a curare la completa revisione assieme a Mazzino Montinari – lavoro che avrebbe rappresentato una pietra miliare per tutti gli studiosi del filosofo tedesco. Il mondo di Colli, tuttavia, affondava le sue radici in territori assai più lontani. Gli stessi che Nietzsche aveva coltivato nella sua giovinezza, sviluppando una formazione filologica e una conoscenza dei testi greci antichi e soprattutto arcaici. Così proprio in quei territori, ora, Colli si ritrovava accanto al maestro: due edizioni dai titoli simili e dalla veste identica, due visioni del mondo che s’intrecciavano e dialogavano, uno sforzo titanico destinato a fare epoca.

“La follia è la matrice della sapienza”. Così si chiude il primo capitolo de La nascita della filosofia. Secondo Colli, infatti, non a Talete si deve guardare per risalire alle origini, come ha sempre ribadito la tradizione a partire da Aristotele, ma molto prima. Si deve scendere nelle profondità sacre dell’arcaismo e guardare con occhi nuovi a quelle divinità che Nietzsche prese come paradigmi per spiegare l’origine della tragedia: Apollo e Dioniso. Solo che per Colli, diversamente dal maestro, Apollo non è chiarezza, ragione, plasticità nella sua contrapposizione a Dioniso che è oscurità, ebbrezza, irrazionale. Le due divinità non sono contrapposte.

Lo stesso Apollo ha in sé un elemento di “terribilità e di ferocia” e le parole con cui manifesta la conoscenza all’uomo (soprattutto a Delfi, dove ha sede l’oracolo di Apollo capace di mostrare agli uomini una via per giungere alla verità) sono ambigue, oscure, allusive. Il labirinto è la forma in cui il logos si mostra nella sua enigmaticità, forma apollinea al servizio di Dioniso (l’animale-dio chiuso nel labirinto di Cnosso). Apollo e Dioniso s’intrecciano, si sovrappongono. L’uomo deve scendere nel labirinto della propria animalità, deve usare il filo del logos per non perdersi, benché quello stesso filo si aggrovigli nell’enigma. L’enigma è la sfida del dio all’uomo. Una sfida per la sapienza: “un pericolo mortale da cui possono salvarsi, ma senza tracotanza, soltanto il sapiente e l’eroe”.

“Colli dionisificò Apollo e apollineò Dioniso. Fu questa la principale rivoluzione de La nascita della filosofia proprio rispetto a La nascita della tragedia. Sulla correlazione fra i due libri non c’è da dubitare”. Angelo Tonelli, discepolo di Colli, studioso del  mondo antico, spiega ogni cosa. Ha appena dato alle stampe un libro importante (Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, pp. 639, euro 14), raccolta e interpretazione di tutto ciò che resta sulle arcaiche sorgenti greche della sapienza. Il segno che su di lui ha lasciato Colli è evidente. “Seguii le sue lezioni universitarie più divulgative, proprio negli anni in cui pubblicò questo libriccino rivoluzionario. Lottava contro la storia della filosofia pur di immergersi invece in un corpo a corpo esistenziale con i testi antichi. Era la sfida che Edipo accettava e vinceva con la Sfinge e il suo enigma. Un momento in cui ci si gioca la vita perché l’enigma è l’enigma della vita. Il suo modo di studiare e insegnare la sapienza arcaica lo lasciò isolato tra gli studiosi di allora. Prevalevano due scuole, l’ermeneutica marxista e quella strutturalista. Colli per loro era il diavolo. Lui se ne fregava. Snobbato, snobbava. Era caratterizzato da un elemento aristocratico che lo allontanava da tutto. Del resto lui deteneva invece un potere editoriale. Aveva tradotto Platone, Aristotele, Kant, curava l’edizione di Nietzsche. Dell’accademia rifiutava le regole e credeva piuttosto nel rapporto con gli studenti, e soprattutto nello scambio di conoscenza puramente orale con alcuni eletti. Con loro, dopo la lezione, se ne andava al treno e lì offriva da bere. Champagne”.

L’oralità ne La nascita della filosofia segna il discrimine oltre il quale si passa dall’epoca dei sapienti a quella dei filosofi. Sapiente è chi è in contatto con la verità. Filosofo chi cerca la sapienza, così come racconta la stessa etimologia del termine (philein amare, desiderare; sophia sapienza). Dalla sfida dell’enigma dominata dal dio (l’oracolo e chi interpreta l’oracolo; la Sfinge e l’uomo che deve sciogliere l’enigma pena la morte), si passa a uomini che combattono per la sapienza, un agone da cui il dio è assente ma in cui permane lo sfondo religioso perché il prezzo resta la vita. Infine l’agonismo diventa semplicemente umano: due individui che lottano per conquistare il titolo di sapiente. Ma questa lotta che s’incarna nella sfida dialettica mantiene un’aura sapienziale solo finché perdura la sua dimensione orale. Quando Platone la mette per iscritto essa diventa un pallido surrogato, mancante di immediatezza e vitalità. Niente più “esaltazione misterica che la ragione tenta di esprimere in qualche modo attraverso la mediazione dell’enigma”, ma raffinatezza letteraria, logica, retorica, filosofia. La morte definitiva dell’epoca sapienziale però arriva per mano di Aristotele. “L’emozionalità, a un tempo dialettica e retorica, che ancora vibra in Platone, è destinata a disseccarsi in un breve volgere di tempo, a sedimentarsi e cristallizzarsi nello spirito sistematico”.

Finita l’epoca dei sapienti, quella dei filosofi dura fino ai nostri tempi. “Corrompendosi definitivamente nella storia della filosofia” dice Tonelli, ritornando sulla dimensione che Colli tentò di privilegiare fino alla sua morte “Una morte da sapiente. Un ictus fulminante all’ora del tè, mentre lavorava su Eraclito, quel terzo volume de La sapienza greca che sarebbe uscito postumo. Io dovevo laurearmi con lui. Ho cercato di non dimenticare la via. Nei miei lavori ho accentuato l’aspetto esperienziale della sapienza greca. Di Empedocle vedo più il meditante orientale che il sapiente. Nello stato di coscienza che in Eraclito è rappresentato dall’unità degli opposti vedo qualcosa che troviamo nel taoismo. Insomma ho messo più in evidenza i contatti con le tradizioni orientali”. Difficile dire cosa ne penserebbe Colli. Una cosa è certa. Al di là di ciò che si raggiunge, quel che importa è scavare nel passato con tutta la nostra anima, mettendo in gioco tutte le nostre potenzialità. “Memoria, vita, dio sono la conquista misterica contro l’oblio e la morte”. Memoria, ossia Mnemosyne. In una celebre laminetta orfica che Colli amava si dice così dell’iniziato che brama l’estasi misterica: “Sono riarso di sete e muoio: ma datemi, presto, la fredda acqua che sgorga dalla palude di Mnemosyne”.

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L’allucinazione non è una faccenda privata. L'”Esegesi” di Philip K. Dick https://minimaetmoralia.it/letteratura/lallucinazione-non-e-una-faccenda-privata-lesegesi-di-philip-k-dick/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lallucinazione-non-e-una-faccenda-privata-lesegesi-di-philip-k-dick/#comments Fri, 27 Nov 2015 06:30:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29254 Questo articolo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

"Bisogna superare la falsa idea che un'allucinazione sia una faccenda privata".

Il 20 febbraio del 1974, lo scrittore Philip K. Dick, dopo quattro matrimoni falliti, la pubblicazione di una trentina di opere che lo consacreranno presto come un maestro della letteratura nord americana, e un consumo di droghe non quantificabile, si recò in un centro odontoiatrico per farsi estrarre due denti del giudizio. Qualcosa non funzionò con l'anestesia a base di sodio penthotal che il dentista gli aveva praticato, perché già nel pomeriggio Dick era in preda a dolori lancinanti. Così Tessa (la sua quinta moglie) telefonò al dentista per un analgesico.

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Questo articolo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

“Bisogna superare la falsa idea che un’allucinazione sia una faccenda privata”.

Il 20 febbraio del 1974, lo scrittore Philip K. Dick, dopo quattro matrimoni falliti, la pubblicazione di una trentina di opere che lo consacreranno presto come un maestro della letteratura nord americana, e un consumo di droghe non quantificabile, si recò in un centro odontoiatrico per farsi estrarre due denti del giudizio. Qualcosa non funzionò con l’anestesia a base di sodio penthotal che il dentista gli aveva praticato, perché già nel pomeriggio Dick era in preda a dolori lancinanti. Così Tessa (la sua quinta moglie) telefonò al dentista per un analgesico.

Poco più tardi, giunse l’addetto alle consegne della farmacia. Andò ad aprire lo scrittore. L’addetto era una ragazza bruna che portava al collo una catenina d’oro con un ciondolo raffigurante un pesce. Alla domanda su cosa rappresentasse quel pesce, la ragazza rispose che era un simbolo usato dalle prime comunità cristiane. Proprio in quel momento, Dick vide partire dal ciondolo un raggio di luce che lo investì provocandogli ciò che in omaggio alla filosofia platonica chiamerà anamnesi, vale a dire la rievocazione di tutta la summa del sapere: “ricordai chi ero e dove mi trovavo. In un batter d’occhio, in un istante, tutto ritornò in me”.

Dick ebbe insomma una visione mistica. Il velo dell’apparenza gli sembrò caduto e con esso l’ostacolo che ci impedisce di vedere il mondo per come è davvero. Un’esperienza al di là del linguaggio, che da bravo scrittore si ripropose di trascinare subito da quest’altra parte, in modo da renderla comunicabile. Si dedicò all’impresa negli otto anni che gli restavano da vivere, a colpi di narrativa (la trilogia di Valis affronta proprio questi temi), nonché attraverso l’insonne, forsennata, maniacale scrittura di uno zibaldone che arrivò a toccare le 8.000 pagine, una raccolta di considerazioni, teorie, aforismi, missive con cui Dick cercò di spiegare e di spiegarsi cosa gli era successo, e che chiamò significativamente L’Esegesi. Rimesso in ordine da Pamela Jackson e Jonathan Lethem (il più dickiano, forse, tra gli scrittori contemporanei), il testo è stato appena pubblicato in Italia da Fanucci con la traduzione di Maurizio Nati.

2-3-74: così Dick battezzò i sorprendenti eventi da cui si sentì invaso per tutto il febbraio e il marzo di quell’anno. Una notte, ad esempio, fu tempestato dalla visione di migliaia “di disegni astratti in forma perfetta” che potevano ricordare i quadri di Kandinskij. Sentì voci inquietanti provenire dalla radio, che continuò a parlargli anche con la spina staccata. Una forma di energia “plasmatica” color rosa lo informò che suo figlio Chris correva un pericolo mortale. Dick portò il piccolo dal medico, e sorprendentemente a Chris fu diagnosticata un’ernia inguinale da operare all’istante.

Poiché siamo nel 1974 (la paranoia regnava sovrana, il 7 aprile uscì un film come La conversazione di Francis Ford Coppola, ad agosto Nixon si sarebbe dimesso) e il luogo è la California post psichedelica rievocata di recente da Paul Thomas Anderson nel bellissimo Vizio di forma tratto da Thomas Pynchon, non esisteva speculazione politica, religiosa o esistenziale sufficientemente strana da suonare inverosimile. Poteva così capitare che il giovane Art Spiegelman (il futuro autore di Maus) andasse a omaggiare lo scrittore del romanzo da cui verrà tratto Blade Runner (Philip Dick morì d’infarto nemmeno quattro mesi prima di diventare, con l’uscita del film di Ridley Scott, un caso planetario), trovandosi davanti un uomo che studiava l’aramaico in un appartamento che sembrava “la versione peggiorata della casa di Philip Marlowe” e gli parlava di come la Terra fosse intrappolata in una “prigione di ferro nera” che impediva alla luce di Dio di arrivare fino a noi.

Perché è questo il succo della rivelazione di Dick, su cui nell’Esegesi non fa che riflettere. L’umanità sarebbe una minuscola parte di un macro-organismo simile a un “sistema di intelligenza artificiale autoriparante”, di cui noi rappresenteremmo disgraziatamente una sottosezione “caduta sotto il livello di trasferimento dei messaggi”, una “bobina di memoria malfunzionante: addormentati, e in un quasi sogno, noi non siamo dove (e quando?) crediamo di essere“.

Secondo Dick percepiremmo insomma a stento una realtà che – se solo si riuscisse a riparare il guasto di ricezione – ci libererebbe da un maligno giogo millenario, restituendoci all’originaria condizione di pace, felicità e concordia universale. Si tratta di una posizione che gioca di sponda con lo gnosticismo cristiano dell’antichità, per come almeno poteva rielaborarlo un geniale autodidatta che si documentava sull’Enciclopedia Britannica e immaginava che nell’America del XX secolo il Deus absconditus potesse tranquillamente annidarsi anche in una bomboletta spray.

Siamo in pieno Matrix con decenni di anticipo, e sono gli argomenti di cui Dick parlò davanti allo sbigottito pubblico del festival di fantascienza di Metz nel 1977, quando affermò che i suoi romanzi erano in un certo senso “veri”. Ma ne L’Esegesi c’è molto più di quanto potrebbe mostrarvi un film sulla “matrice” che durasse due giorni anziché due ore. Leggendolo, potrete pensare che il suo autore sia un fanatico a cui le droghe hanno fatto brutti scherzi, ma è lui per primo a farsi venire il dubbio (“non vorrei fosse un flashback da acido”) e gioca di continuo a confutarsi con un’autoironia che nessun integralista avrebbe, fino a farsi addirittura venire la paranoia che la stessa Esegesi sia un complotto psichico ordito a sua insaputa per allontanarlo dalla visione!

Vi verrà in mente che siamo di fronte a una mente prodigiosa che usa religione e letteratura come schemi narrativi per cingere d’assedio i misteri della fisica contemporanea (ne L’Esegesi Dick si domanda ogni tanto se lo Spirito Santo che gli “parla a ritroso” dal futuro non sia in realtà un pacchetto di tachioni, le ipotetiche particelle in grado di viaggiare nel tempo; così come l’idea di un Dio inaccessibile ma a due millimetri dal naso potrebbe ricordare le teorie del multiverso di cui tra gli altri parla anche un fisico come Brian Greene).

Sospetterete che politica corrotta, finanza e colossi digitali siano oggi il braccio secolare del demiurgo che ha costruito la famosa “prigione di ferro nera”. Collegherete il furore mistico di Dick a quell’epilessia del lobo temporale di cui si dice soffrissero anche personaggi come Van Gogh e Teresa d’Avila. Magari giungerete alla conclusione – come Carmelo Bene per Friedrich Nietzsche – che Dick la sua follia se l’era meritata, mentre fuori le strade sono sempre troppo piene di pazzi a buon mercato.

O forse, più serenamente, prenderete le pagine de L’Esegesi come un’occasione per trascorrere molte ore in una delle menti più straordinarie della letteratura dell’ultimo mezzo secolo, un viaggio in un labirinto le cui pareti ruotano di continuo su se stesse rendendo inutile qualunque filo di Arianna, cambiando il disegno complessivo ma non il messaggio di fondo: la certezza che un mondo migliore (più pacifico, empatico, compassionevole) di quello in cui viviamo sia la nostra missione di specie.

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