G8 Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/g8/ un blog di approfondimento culturale Mon, 10 Aug 2020 08:51:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg G8 Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/g8/ 32 32 Grifonville, un racconto di Marco Mantello https://minimaetmoralia.it/racconti/grifonville-un-racconto-marco-mantello/ https://minimaetmoralia.it/racconti/grifonville-un-racconto-marco-mantello/#respond Tue, 19 Nov 2019 13:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41605 Un racconto sul G8 di Genova uscito nel 2003 sul numero 25 di Nuovi Argomenti.  **** Grifonville di Marco Mantello Per Romano e Daniél, testimoni di Genova.     1.Sembra proprio una forma di amore ripensare il lungomare come fosse una prigione di parole. Chi si aspetta che qui si diventi qualche cosa da mettere […]

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Un racconto sul G8 di Genova uscito nel 2003 sul numero 25 di Nuovi Argomenti.

 ****

Grifonville

di Marco Mantello

Per Romano e Daniél,
testimoni di Genova.

 

 

1.Sembra proprio una forma di amore
ripensare il lungomare
come fosse una prigione di parole.
Chi si aspetta che qui si diventi
qualche cosa da mettere pure

sul canale degli avvenimenti,
in un film dove gli attori
sono uguali ai loro- vorrei dire
ai miei genitori:

faccio finta di battere i denti
nell’eterno e immutabile ritorno
degli anni venti. Fine del giorno.

2.È il nove novembre del 2003. Sono a Genova con Camilla e due cani abbastanza provati dal viaggio. All’altezza di Recco ci siamo fermati per cinque minuti. Non so perché. Entrati in città, lungo una strada divisa da un letto di fiume vuoto. Arrivati da Viale delle Brigate Partigiane alla Fiera, col palazzo dell’Ansaldo dietro e il mare. Il mare sta al suo posto, fermo, ordinato. Facciamo tre foto: Piazzale Kennedy che diventa Piazzale Martin Luther King, un grande spazio vuoto, con le strisce blu per il parcheggio e sassi intorno. I sassi dovrebbero fermare le mareggiate, per questo sono grandi. Ma il mare, davvero, sembra così ordinato, fermo. Sta al suo posto. Parcheggiata la macchina su Corso Torino, mangiato una pastarella su Corso Torino, camminato su Corso Torino: voglio vedere il centro storico, via XX Settembre, fino a piazza De Ferrari, fare bere i cani alla fontana di Piazza De Ferrari e bagnarmi un po’ la testa in questo freddo, che non so da dove viene. Il palazzo Ducale, dove si è concluso da poco il galà delle diciottenni, accompagnate da mamme e cadetti. Piazza Matteotti: non ci sono turisti tedeschi, solo un mimo al centro della piazza, tutto bianco. È la prima volta in vita mia che vedo i genovesi nella loro città. Passeggiano, molti con uno o due cani al seguito. I negozi -è domenica- sono chiusi. E le insegne luminose della Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, le insegne del Banco di Chiavari, dell’Ambrosiano Veneto e quelle più spente della Deutsche Bank: ci sono più banche che bagni pubblici in questa parte della città. I palazzi di viale Buenos Aires sono quadrati e gialli, alcuni con merletti di cemento sugli angoli. Ce n’è uno, un po’ nascosto, ha le finestre finte. Quelle vere sono chiuse. A via Venti Settembre non si vede l’ombra di una scalinata, solo questi portici con lampadari, che spiovono appuntiti e ottocenteschi. I genovesi passeggiano nella loro città; e i negozi e le finestre sono chiusi. All’edicola compriamo anche noi il Secolo XIX, giornale fondato nel 1886: oggi al porto sono morti degli operai, è morto un solo operaio. Pare volessero mettere il mare in un museo, ma il progetto è risultato difettoso, il cemento armato della struttura che doveva custodire il mare ha ceduto. La struttura è crollata, pare che gli operai lavorassero sotto la pioggia. Un signore di nome Borghezio, la notte scorsa ha svegliato due famiglie di immigrati con la sua milizia verde. Pare che siano entrati dentro le case a chiedere documenti e permessi di soggiorno. Sotto gli occhi della polizia, pare che l’operazione fosse annunciata: c’era pure la stampa. Colacone e Cavallo, quest’ultimo all’esordio, saranno fra gli undici del Grifone, in partenza per il Menti di Vicenza. Il Grifone, reduce da due sconfitte consecutive, deve risalire in fretta. Ieri sera, al Carlo Felice, Edoardo Sanguineti ha letto la sua poesia in morte di Berio. Presentazione della Turandot. Sul Secolo XIX ci sono pure gli annunci immobiliari:

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sei allo Sciorba, lo stadio vicino al Pinelli, dove la polizia non è venuta. E una radio sta parlando di Bolzaneto. C’era un tale che dormiva con me allo Sciorba, di nome Daniél Arnòt. Lui è finito a Bolzaneto. Ma solo per cinque minuti. Non gli è successo niente, è stato fortunato. Conosceva un ufficiale di Brindisi che, dice lui, lo ha fatto uscire in cinque minuti. Questo Daniél Arnòt era originario della Bretagna, ma viveva da tre anni a Brindisi. Parlava un ottimo italiano. Stava lì, in quei giorni del G8, a titolo personale, senza sigle-Attac o foto al collo di Susan George. Mi ha fatto leggere il suo giornale e offerto un po’ di caffè caldo dal termos. Si era portato un termos da Brindisi e mi aveva visto che correvo avanti e indietro per la pista di atletica dello Sciorba. I denti mi battevano da soli, io correvo ma quelli battevano sempre. La notte avevo dormito male. Sotto il tendone, d’accordo, ma avevo niente per coprirmi: niente sacco a pelo, niente maglione, niente. Avevo solo bermuda e due magliette di ricambio. Era luglio, certo, ma con l’umido dell’erba, anche se c’era il tendone voglio dire, tremavo come una foglia. Così Daniél Arnòt mi ha fatto un cenno con la mano. Ci siamo seduti sulle piccole scalinate dello Sciorba e lui mi ha offerto il suo caffè. Abbiamo parlato un po’, ha detto che a Brindisi lavorava da infermiere. Ci piaceva Fabrizio De Andrè a tutti e due. L’amore sacro e l’amor profano. Daniél Arnòt, che è stato a Bolzaneto per cinque minuti. Ha contato tutto il tempo con le labbra, mentre quelli della celere contavano la gente con le mani. Con le mani li hanno contati.

3.Il minuto trascorso si anima
delle facce nascoste in ritardo
chi s’è morso la lingua per paura
chi ha distolto l’attenzione dal rumore
chi è rimasto attaccato ad un  muro
dividendo in parti uguali la figura.

Perché adesso chi se lo figura
quel piazzale dedicato all’anima
del signor presidente. Il muro
e il sasso che provo in ritardo
a lanciare aspettando un rumore.

Forse i sassi mi fanno paura.
C’è una tecnica, però, della paura
quando vedi suggestiva la figura
degli scudi battuti. Il rumore
l’ho sentito alla rai. Mi anima
la speranza di capire in ritardo
perché  mai mi ricordo di un muro.

Perché a Genova non c’era un muro
Solo mare e collina. La paura
di affogare nell’asfalto. Il ritardo
imputabile ai miei occhi. La figura
di ventenni divise: hanno un’ anima
d’altoparlante. E nascondono rumore

di gente che alla vista del rumore
si allontana per adesso dal muro
e chiede spiegazioni all’anima
delle pubbliche relazioni, alla paura
di ciò che si conosce, alla figura
di un milite in calosce. Sono in ritardo

 i compagni della domenica, in ritardo
chi aspettava  venisse il rumore
dei rametti d’ulivo e si figura
dita e polsi che toccano il  muro
con un nastro di  nero. Fa paura
associare l’immondizia a un’anima

 cancellare le facce in un muro
e lasciare che sia la paura
tutto quello che adesso mi anima

4.È il nove novembre del 2003. Sono a Genova con Camilla e due cani abbastanza provati dal viaggio. Camilla e io stiamo andando verso la macchina. Andiamo via da Genova, con ventiquattro foto del centro, in tre ore da turisti americani. Camilla è stanca di camminare e a me fa male un braccio. A piazza della Vittoria, dietro l’arco di trionfo stile Tito, c’è un giardino fatto a scale, con le aiuole rosse, a forma di àncora. Ci sediamo lì per un po’. Salendo le scale del giardino si vede un enorme palazzo di vetro, che segna il passaggio da viale delle brigate partigiane a viale emanuele filiberto, duca d’aosta. E’ un bel contrasto di nomi e la questura sta proprio nel mezzo. Il palazzo di vetro ospita al suo interno un teatro, un ente pubblico che si occupa di libertà dal bisogno e la banca commerciale italiana. Più avanti, nella zona alta della città, un enorme anfiteatro abitato, anche quello di vetro, sembra chiudere questa specie di ferro di cavallo, dove uno di casa savoia, i partigiani e qualche via laterale dedicata ai caduti della libertà, arrivano lentamente al mare. Di fronte al mare, tutte le strade diventano Corso Italia. L’Italia stessa diventa un corso, con i venditori di borse che oltre piazzale Kennedy risalgono a piedi, fino quasi alle gallerie fuori città. Ci sono crocefissi attaccati ai lampioni, sentenze di bancarotta crocefisse ai muri. E poi il marciapiede arancione, gli stabilimenti, i bar-tortuga e le scalinate, con i loro edifici quadrati, che salgono a strati. Sembra una specie di gerarchia. Anche Corso Italia è una strada che alla lunga sale.

In macchina, fino all’ultimo tratto di Genova, ho pensato che odio il concetto di identità. Lo odio quasi come la gente che ho visto su Corso Italia, il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani. Odiavo tutti, quel giorno: una compagna del liceo incontrata lì, a cui ho stretto il polso, poi è andata avanti; una congregazione di boy scout, che ancora sorrideva, perché avevano tutti imparato a usare il succo di limone. Odiavo quella gente, felice di avere gli occhi arrossati, che lanciava innocue bottiglie di plastica vuota davanti alle inferriate della zona rossa, scattando fotografie. Odiavo i sessantenni e le sessantenni di Pisa, Livorno e Recco, venuti lì dalla mattina con il pullmann organizzato dalla sezione locale di rifondazione comunista. Odiavo chi gridava: ‘Tre presente per il compagno Carlo!’. Odiavo Gad Lerner, arrivato di notte per fare il suo speciale; odiavo i ragazzi degli anni settanta, che parlavano per ore, su quel palco dove avevano raccolto una manciata di bozzoli di pistola. Ma soprattutto odiavo l’elicottero, che per tutta la notte aveva sorvolato piazzale Kennedy: ogni tre minuti un giro d’elica, e tutto quel rumore per filmare. Odiavo le divise schierate sul mare. E lo giuro sulle ceneri di Pasolini, che odiavo la natura di chi le indossava. Odiavo i brigadieri, i finanzieri, i forestali e i penitenziari, le loro facce di amici, con cui uscivo la sera, a diciassette anni, in un piccolo paese del salernitano: odiavo il loro pizzetto fascistoide, le loro fidanzate più o meno eterne, dagli occhiali rifrangenti e gli  stivali a mezza gamba; il loro stipendio da due milioni e quattro, che dai ventitrè anni in poi gli avrebbe regalato una jaguar usata; odiavo il loro unico esame all’università -sociologia- fatto solo per avere il rinvio e provare il concorso di ammissione in un corpo dello stato. Odiavo quella voglia precoce di matrimonio, associata, in loro, a indipendenza; odiavo le loro famiglie;  odiavo quando tornavano al loro paese, sulla spiaggia, nel sole di agosto e sudati, in divisa, solamente per farsi vedere in divisa, facevano le carezze ai cugini, ai nipotini. Odiavo le loro notti insonni, di scorta a un magistrato, le loro scurrili cacce all’immigrato, le loro missioni in medio oriente, non vietate da nessun parlamento, odiavo quando morivano e qualche stronzo, in parlamento, proponeva loro un monumento. Odiavo vedermeli adesso, lì davanti, schierati, con gli scudi, l’armatura e la loro dannata natura. Alcuni, dall’alto su Corso Italia, lanciavano lacrimogeni ancor prima che la minifestazione fosse iniziata. Facevano le prove, le divise, per vedere se i colpi arrivassero fino al marciapiede. Ci arrivavano.

4.È il nove novembre del 2003, ero a Genova, con Camilla e due cani piuttosto provati dal viaggio. Abbiamo lasciato la città da qualche minuto. Passando per la stazione di Quarto, ho ripensato a un tale, di Roma anche lui, conosciuto in treno al G8. Si chiamava, credo, Romano. Sembrava molto giovane, ma era già professore straordinario all’università. In quegli ambienti, diceva lui, l’età è discriminante. Parlandoci in treno era uscito fuori che questo Romano di cognome faceva Bava Beccaris. Senza che nessuno glielo avesse chiesto, confermò di essere un discendente del famoso generale medagliato da Crispi. La sua famiglia, fatta di giudici, notai e avvocati dello stato, aveva un grandissimo studio legale, in via Giulia a Roma. Lo studio lo gestiva uno zio. Nella stanza dello zio era conservata la medaglia dell’antenato. Incorniciata al muro, davanti un’enorme scrivania di quercia, con due piccoli sgabelli di fronte. Se la vedevi in prospettiva, dall’entrata, ti accorgevi che la scrivania era rialzata rispetto agli sgabelli:

‘Ti crea un effetto-Chaplin’, diceva Romano, un po’ imbarazzato: ‘E’ come nel film Il grande dittatore: se uno si siede sugli sgabelli, deve alzare la testa per parlare con chi è seduto dall’altro lato. Anche solo per vederlo in faccia, deve alzare per forza la testa’.

Romano non praticava professioni forensi ma allo studio ci andava spesso: c’era una biblioteca con molti testi di filosofia del diritto, materia studiata dal suo bisnonno. Anche Romano si occupava di filosofia del diritto. Mi spiegò che era venuto a Genova per curiosità, ma anche in difesa di una concezione proceduale della democrazia, che non dimenticasse quello che il filosofo americano John Rawls definiva uso pubblico della ragione. Io, che ero solo triste, non è che ci capissi tanto. Alla stazione di Quarto, dove il treno ci aveva lasciato il venerdi, Romano prese il suo trolley e facemmo un pezzo di strada insieme. Era un bel ragazzo, non portava occhiali e i fine settimana faceva nuoto e calcetto a Villa Albani. Indossava pantaloni rialzati, senza orlo e un’immancabile lacoste gialla Ci siamo ritrovati, io e Romano, il giorno della morte di Carlo Giuliani, a piazza Manin. Avevo preso parte alla manifestazione dei Pink, conclusasi senza incidenti, salvo qualche lancio di lacrimogeni lungo le gabbie della zona rossa. I Pink erano un gruppo di goliardi venuti un po’ da tutta Europa. Cantavano vestiti di rosa, con i parrucconi e le facce colorate; ballavano per la strada al suono di fischietti salsa. Era un gran carnevale, la manifestazione dei Pink. Sono sceso con loro fino alle inferriate e poi, dopo che gli occhi hanno lacrimato, mi sono mosso anch’io verso Piazza Manin. Il grosso dei manifestanti si era dato appuntamento lì. Poco prima di arrivare, ho visto un gran casino in fondo alla salita: le divise avevano caricato. A piazza Manin sanguinavano anche i poveri cattolici della rete Lilliput, che nonostante le botte facevano ancora i cordoni per fermare qualche gruppuscolo di esagitati. Quando incontro Romano la carica è finita. Ogni tanto ritornano le divise. E la gente a piazza Manin si siede per terra e alza le mani. E’ un segno di pace ma i capi delle divise non capiscono se quella sia una minaccia o cosa. Restano fermi e si guardano nelle visiere. Poi ordinano di fare marcia indietro. Spariscono. Per piazza Manin passano anche dei ragazzini, a gruppi di sei-nove persone, ragazzini calabri e pugliesi con bastoni di legno e fazzoletto in bocca. Tutti gli gridano cose brutte: ‘Stronzi bastardi! Via via!’. E quelli pure spariscono, con un sangue sincero negli occhi, come se  qualcuno li avesse traditi.

Romano secondo me non sta bene. Si tocca spesso la testa e  si sforza di non ridere. Però non ci riesce: ride come un forsennato e abbraccia tutti quanti per la strada. Dice che ha preso una botta in testa, dieci minuti prima. Dice che se l’era andata a cercare, la cercava da quando è arrivato a Genova. L’episodio: durante gli scontri due ragazze sorridenti non riuscivano a salire per le scale là vicino. Per le scale molti avevano trovato una via di uscita, già allo scoppio dei primi lacrimogeni. Le due ragazze sorridenti invece, erano rimaste ferme, di spalle, inginocchiate davanti a un muro. Una è finita all’ospedale.  Romano a quel punto si era avvicinato al muro. Voleva solo ‘ribadire’ che un pubblico ufficiale non dovrebbe prendere a calci a quel modo uno che sta fermo per terra. Trattavasi, a suo giudizio, di un gesto ‘arbitrario’ e attuato ‘in eccesso di potere’, che oltrepassava di gran lunga ‘quello che Max Weber definiva uso legittimo della violenza’. Un discorso lucido, viste le circostanze. Del resto le divise, sentendosi strattonare alle spalle, si erano messe a colpire alla cieca. E Romano, che stava là dietro a voler ribadire, i suoi occhi per un po’ hanno girato. Poi è finito per terra. In quello stesso momento, che a piazza Manin Romano cadeva, a Via Giulia, città di Roma, nello studio di suo zio: i grandi lampadari di cristallo cominciarono a tremare e senza un filo di vento, qualcosa cadde in terra sordamente. Lo zio di Romano dovette sporgersi non poco dalla grande scrivania di quercia, aveva quasi il culo alzato. Vide allora il quadro per terra, spaccato; la medaglia del famoso antenato, messa al muro con tanto di sfondo rosso e cornice d’oro, anche quella si era spaccata. La testa di Romano, invece, non era grave. Solo un taglio. In cinque minuti era già in piedi e adesso, che  nella minuscola piazza Manin tutti lo guardavano e gli davano pacche sulle spalle e volevano sapere da lui cosa fosse successo; adesso che sentiva calore insieme a dolore e i suoi occhi erano pieni di luce, nonostante il sangue gli gocciasse dappertutto; adesso Romano era felice. E la voce gli tremava. Mise in piazza, a voce alta, l’intera scena del pestaggio, con un senso di partecipazione che davvero gli proibiva di essere ‘equo’, o ‘ragionevole’. Alla faccia di Max Weber

e di Carlo Schmitt
alla faccia scura di un writ
alla faccia di Kelsen e
della teoria pura

Alla faccia della giustizia
che giustifica la storia
e di quella che senza paura
non ha memoria

Romano Bava Beccaris, professore straordinario di filosofia del diritto, risultato primo in Italia all’abilitazione per avvocato, primo in Italia al concorso in magistratura tenutosi lo scorso inverno; Romano Bava Beccaris, ventisette anni a gennaio, che nelle cene di famiglia aveva più volte tenuto per i coglioni una sfilza di avvocati dello stato, compreso lo zio; Romano Bava Beccaris, che  in quel momento avrebbe stracciato le sue tre monografie e l’imponente mole di articoli e note a sentenza pubblicati sulle riviste della corporazione; avrebbe dato, in quel momento, la sua intera collezione di francobolli, le medaglie vinte al nuoto e il secondo posto al torneo di calcio a cinque ‘Villa Albani’; il suo stesso formidabile cervello, avrebbe dato, in cambio di un sasso.

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Il silenzio della politica sulle violenze di Genova https://minimaetmoralia.it/societa/il-silenzio-della-politica-sulle-violenze-di-genova/ https://minimaetmoralia.it/societa/il-silenzio-della-politica-sulle-violenze-di-genova/#comments Wed, 20 Jul 2016 14:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31615 Ripubblichiamo un pezzo uscito su Internazionale, che ringraziamo.

Attribuendo la definizione di tortura alle violenze commesse dalla polizia nella scuola Diaz di Genova quattordici anni fa, la corte europea dei diritti umani è arrivata dove le istituzioni italiane non hanno avuto la forza, il coraggio, o semplicemente la decenza, di arrivare. Quel pestaggio sistematico e prolungato, contemporaneo all’irruzione della stessa polizia nel media center adiacente alla scuola dormitorio, e finito conl’interruzione della diretta di Radio Gap, fu inequivocabilmente un atto di tortura.

Quello che successe sabato 21 luglio 2001 alla Diaz e nella caserma di Bolzaneto fu gravissimo, ma le violenze commesse dalle forze di polizia cominciarono molto prima, già dal venerdì, facendo scattare – in risposta agli scontri provocati dai black bloc, del tutto estranei alle forze raccolte dal Genoa Social Forum – una risposta repressiva che coinvolse tutti.

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diaz

Ripubblichiamo un pezzo uscito su Internazionale, che ringraziamo.

Attribuendo la definizione di tortura alle violenze commesse dalla polizia nella scuola Diaz di Genova quattordici anni fa, la corte europea dei diritti umani è arrivata dove le istituzioni italiane non hanno avuto la forza, il coraggio, o semplicemente la decenza, di arrivare. Quel pestaggio sistematico e prolungato, contemporaneo all’irruzione della stessa polizia nel media center adiacente alla scuola dormitorio, e finito conl’interruzione della diretta di Radio Gap, fu inequivocabilmente un atto di tortura.

Quello che successe sabato 21 luglio 2001 alla Diaz e nella caserma di Bolzaneto fu gravissimo, ma le violenze commesse dalle forze di polizia cominciarono molto prima, già dal venerdì, facendo scattare – in risposta agli scontri provocati dai black bloc, del tutto estranei alle forze raccolte dal Genoa Social Forum – una risposta repressiva che coinvolse tutti.

Se non si allarga lo sguardo all’intera “gestione del disordine” di quei giorni non si può capire fino in fondo cos’è successo a Genova: una sospensione dello stato di diritto avvallato dai vertici della polizia, e quindi dallo stesso ministero dell’interno, e non un semplice colpo di testa dopo l’irruzione nella Diaz.

La Diaz è solo uno degli ultimi episodi di una lunga serie di violenze. Forse il più grave, ma non certo l’unico. Tanto che il momento più basso di quella notte, accanto ai pestaggi indiscriminati nei corridoi della scuola, è costituito dalle dichiarazioni ai giornalisti dell’allora capo ufficio stampa della polizia, Roberto Sgalla. Fu lui a giustificare l’assalto della polizia, agitando un inesistente pericolo eversivo e adducendo come prove “inequivocabili” il ritrovamento nella scuola di mazze e molotov, che poi si scoprirà essere state depositate lì ad arte dalla stessa polizia.

Genova è una ferita ancora aperta perché non è stata fatta sufficiente chiarezza sulla catena di comando di quella macchina repressiva (oltre che sul motivo per cui la macchina entrò in funzione da subito, fin dal venerdì mattina).

(continua a leggere su Internazionale)

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Genova, 2001 https://minimaetmoralia.it/libri/genova-2001/ https://minimaetmoralia.it/libri/genova-2001/#comments Tue, 19 Jul 2016 13:30:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31604 (fonte immagine)

La settimana che ricorre quindici anni dopo la "macelleria messicana" della Scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 ("La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale", secondo la celebre sentenza di Amnesty International) si è aperta con l'eco dell'ennesima beffa, dopo il danno atroce: l'agente che mentì sostenendo di essere stato accoltellato da un no-global (quale giustificazione per la crudele repressione di quella sera) è stato condannato ad un'ammenda equivalente a 47 euro.

47 euro. Mentire da Ufficiale dello Stato su una tortura di massa operata dalle Forze dell'Ordine costa come una cena completa in un ristorante di buona qualità, poco più di un paio di scarpe acquistate ai saldi, poco meno di una prestazione sessuale mercenaria contrattata per strada in una notte di periferia.

Questa scandalosa sentenza è solo la ciliegina su una torta di infamie che ha visto molti dei poliziotti coinvolti nelle torture essere gratificati con carriere folgoranti, per non parlare dei premi ricevuti dal tristemente celebre "dottor mimetica" o della promozione dell'allora capo della polizia De Gennaro alla guida di Finmeccanica.

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(fonte immagine)

La settimana che ricorre quindici anni dopo la “macelleria messicana” della Scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 (“La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, secondo la celebre sentenza di Amnesty International) si è aperta con l’eco dell’ennesima beffa, dopo il danno atroce: l’agente che mentì sostenendo di essere stato accoltellato da un no-global (quale giustificazione per la crudele repressione di quella sera) è stato condannato ad un’ammenda equivalente a 47 euro.

47 euro. Mentire da Ufficiale dello Stato su una tortura di massa operata dalle Forze dell’Ordine costa come una cena completa in un ristorante di buona qualità, poco più di un paio di scarpe acquistate ai saldi, poco meno di una prestazione sessuale mercenaria contrattata per strada in una notte di periferia.

Questa scandalosa sentenza è solo la ciliegina su una torta di infamie che ha visto molti dei poliziotti coinvolti nelle torture essere gratificati con carriere folgoranti, per non parlare dei premi ricevuti dal tristemente celebre “dottor mimetica” o della promozione dell’allora capo della polizia De Gennaro alla guida di Finmeccanica.

Per questo, un libro come Avevamo ragione noi di Domenico Mungo (illustrato da Paolo Castaldi, già apprezzato su Etenesh, l’odissea di un migrante e Pugni, storie di Boxe, entrambi per BeccoGiallo) è importante.

Si tratta di una serie di storie, rielaborate letterariamente da testimonianze reali, che raccontano da diversi punti di vista quei giorni di cieco delirio sadico.

Una lettura necessariamente sgradevole, che impone una riflessione severa.

Leggendo le pagine violente e furiose dello scrittore torinese l’impressione iniziale è che la narrazione sia sopra le righe: il tono è troppo arrabbiato, troppo cruento, troppo esasperato.

Le descrizioni delle torture si fanno intollerabili, a tratti splatter.

Poi, a un certo punto, interrompiamo la lettura e ci risvegliamo bruscamente alla realtà: non è un’opera di finzione.

È tutto vero.

È accaduto.

Documentato, registrato, testimoniato, benché negato colpevolmente dai media di regime per oltre 15 anni.

Consentitemi una digressione, una testimonianza personale ma pertinente: l’altro giorno a cena era con due amici. Un’insegnante inglese quasi quarantenne, persona colta e sensibile, e un  ragazzo ventenne che studia politica internazionale in Olanda, informatissimo su tutto, dagli Europei a Wimbledon, dalla strage di Dallas alla Brexit.

Entrambi non sapevano nulla di Genova 2001.

Ripeto: non è che avevano una versione deformata dei fatti o che se ne erano dimenticati.

Non sapevano cosa era successo. Non ne avevano mai sentito parlare.

Per questo libri come quello di Mungo sono importanti, nel loro urlare, sputare, imprecare, gridare più forte delle menzogne di regime, sbatterci in faccia la verità orrenda di corpi violati, teste spaccate, feriti torturati, ragazzi inermi e sanguinanti che invece di cure ricevono addosso, tra scherno e insulti, fiotti di urina.

Dalle persone preposte a difendere i cittadini.

Il libro colpisce con la stessa brutale forza dei manganelli che hanno sfigurato persone che erano sedute pacificamente con le mani alzate.

L’eccesso formale è direttamente proporzionale all’enormità della violenza illegale imposta dallo Stato su ragazzi inermi e indifesi.

Anche il monologo/confessione in romanesco del poliziotto fascistoide, che sembra quasi una parodia invertita di un pezzo di Johnny Palomba, alla fine trova il suo ragionato motivo di esistere.

All’inizio, essendo romano, mi ha dato fastidio lo stereotipo del pischello malandrino e ignorante, fascio e maschilista, che dai furti nelle periferie romane approda alle curve calcistiche, dalle curve all’Estrema Destra, dall’Estrema Destra alle Forze di Polizia.

Una volta terminato il capitolo, però, ho silenziato il mio ego e ho riconosciuto che, in effetti, di persone così, che ragionano esattamente in quel modo, che usano le stesse espressioni, che hanno fatto o che farebbero le stesse scelte, in vita mia ne ho incontrate a decine.

Una nota curiosa: all’inizio di ogni capitolo appare in calce una canzone, una colonna sonora che accompagna il racconto come la playlist plausibile nelle cuffie di un dimostrante di quei giorni.

Una coincidenza che accosta il libro ad Happy Diaz, il libro di Massimo Palma sulla settimana di Genova, raccontata attraverso le canzoni dei gruppi di Manchester.

A differenza del libro di Palma, che ricostruisce l’intera settimana di dimostrazioni andando a recuperare le argomentazioni e le tematiche del movimento frettolosamente etichettato ‘no global’, Mungo si concentra molto sulle fatidiche 17.27 del 20 Luglio 2001, il momento in cui Placanica sparò il colpo che uccise Carlo Giuliani.

Entrambe le ricostruzioni descrivono l’immediato tentativo del vicequestore di attribuire l’omicidio a un dimostrante (“L’hai ucciso tu! Col tuo sasso!”), per suffragare il quale si arriverà ad incidere la fronte del cadavere con una pietra raccolta per strada.

Dopo 15 anni sono fondamentali queste testimonianze.

Per conoscere, denunciare, impedire che accada di nuovo.

Ma soprattutto, come ci invita Teho Tehardo col Balanescu Quartet, per non Stare a Guardare.

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Genova, il tempo delle scuse https://minimaetmoralia.it/interventi/genova-il-tempo-delle-scuse/ https://minimaetmoralia.it/interventi/genova-il-tempo-delle-scuse/#comments Tue, 10 Jul 2012 09:52:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8626 È di qualche giorno fa la notizia della sentenza della Cassazione sull'irruzione alla Diaz. Pubblichiamo una riflessione di Emiliano Sbaraglia.

di Emiliano Sbaraglia

Dopo quelle di Antonio Manganelli, attuale capo della polizia, sono arrivate anche le scuse di Gianni De Gennaro, che all’epoca, cioè nei giorni del G8 di Genova, ricopriva lo stesso ruolo. Meglio tardi che mai, si dice. Il problema è che oggi De Gennaro parla da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti. Immagino le pressioni e lo sforzo che gli è costato arrendersi a certe dichiarazioni. De Gennaro ha fatto carriera in questi anni, come i vari Luperi, Gratteri Canterini, tutti responsabili della mattanza alla Diaz e delle torture di Bolzaneto. E ora tutti condannati in Cassazione (a parte il capo), con sentenza definitiva. Meglio tardi che mai? Si dice, ma è tutto da verificare. Resta il fatto che dalle zone cosiddette rosse non di Genova, ma dei partiti “sinistri” e oggi sinistrati della politica italiana, di investiture e coperture per il signor De Gennaro & C. ne sono arrivate parecchie in questo decennio e oltre, a cominciare dal suo “tutor” ufficiale, Luciano Violante. D’altra parte, pochi mesi prima (marzo 2001), nel corso del vertice Osce a Napoli si erano registrate scene molto simili a quelle che poi hanno fatto la storia del G8, con manifestanti inseguiti e picchiati in zona Castel dell’Ovo, prima di essere tradotti nella caserma Raniero, per finire i conti. Presidente del Consiglio, allora, Massimo D’Alema. Poi arrivò maggio, la vittoria di Berlusconi, con Fini vicepremier. L’occasione per omaggiare gli elettori “duri e puri” era troppo ghiotta, e così andò.

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È di qualche giorno fa la notizia della sentenza della Cassazione sull’irruzione alla Diaz. Pubblichiamo una riflessione di Emiliano Sbaraglia.

di Emiliano Sbaraglia

Dopo quelle di Antonio Manganelli, attuale capo della polizia, sono arrivate anche le scuse di Gianni De Gennaro, che all’epoca, cioè nei giorni del G8 di Genova, ricopriva lo stesso ruolo. Meglio tardi che mai, si dice. Il problema è che oggi De Gennaro parla da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti. Immagino le pressioni e lo sforzo che gli è costato arrendersi a certe dichiarazioni. De Gennaro ha fatto carriera in questi anni, come i vari Luperi, Gratteri Canterini, tutti responsabili della mattanza alla Diaz e delle torture di Bolzaneto. E ora tutti condannati in Cassazione (a parte il capo), con sentenza definitiva. Meglio tardi che mai? Si dice, ma è tutto da verificare. Resta il fatto che dalle zone cosiddette rosse non di Genova, ma dei partiti “sinistri” e oggi sinistrati della politica italiana, di investiture e coperture per il signor De Gennaro & C. ne sono arrivate parecchie in questo decennio e oltre, a cominciare dal suo “tutor” ufficiale, Luciano Violante. D’altra parte, pochi mesi prima (marzo 2001), nel corso del vertice Osce a Napoli si erano registrate scene molto simili a quelle che poi hanno fatto la storia del G8, con manifestanti inseguiti e picchiati in zona Castel dell’Ovo, prima di essere tradotti nella caserma Raniero, per finire i conti. Presidente del Consiglio, allora, Massimo D’Alema. Poi arrivò maggio, la vittoria di Berlusconi, con Fini vicepremier. L’occasione per omaggiare gli elettori “duri e puri” era troppo ghiotta, e così andò.

L’omicidio di Carlo Giuliani, i colpi di tonfa elargiti a profusione, l’assalto alla Diaz, la vergogna di Bolzaneto, dove si doveva sfilare tra gli agenti in divisa cantando “Uno due tre, viva Pinochet”. Dopodiché tutti a difendere, tutti a omaggiare l’enorme sforzo compiuto dalle forze dell’ordine per salvaguardare la democrazia e la civiltà dai barbari (e comunisti, naturalmente), black block e affini. Alcuni dei quali, vale la pena rammentare, uscivano così (s)mascherati dalle stesse caserme genovesi. E alcuni di quelli che difendevano e omaggiavano, adesso hanno avuto il coraggio di firmare articoli con titoli che inneggiano alla “giustizia è fatta” (controllare “Il tempo” e “Libero” dei giorni scorsi); tanto chi li ricorda gli articoli di un decennio fa?

Difficile invece dimenticare quei giorni. E il mio ricordo è legato anche a minimum fax. Venerdì 20 luglio 2001 ero infatti a Cosenza, insieme a Valerio Piccolo, per un reading-concerto di Suzanne Vega, per promuovere il suo libro di poesia/canzone, “Solitude Standing”. In serata, mentre giungevano notizie e immagini della morte di Carlo, un centinaio di ragazzi tra il pubblico che stava riempiendo il parco comunale di Cosenza decise di occupare il palco. Seguirono trattative infinite per convincerli a far suonare l’artista. Alla fine il compromesso furono soltanto due canzoni, chitarra e voce senza band, da dedicare alla memoria di Carlo Giuliani.

Rientrammo in albergo verso le due di notte, e Suzanne Vega volle rimanere a guardare la tv nella hall per capire quanto fosse accaduto. Poi, senza dire niente, piangendo salì in stanza a preparare le valigie.

Albeggiava mentre presi il primo treno verso Roma. Valerio scese a Napoli. Arrivato a Termini, decisi di proseguire in macchina sino a Genova, insieme ad altri amici. Il resto è la storia del G8, che finalmente in questi giorni comincia a profumare di verità, dopo l’odore acre dei lacrimogeni, del sangue proprio e altrui, le urla di terrore. Dopo un decennio di bugie e depistaggi, di omertà e omissioni, che dentro fanno male più delle ferite in superficie. E durano più a lungo.

Arnaldo Cestaro, oggi ultraottantenne, sabato 21 luglio 2001 trovò alla Diaz un rifugio dove dormire, con tutte le conseguenze del caso. Ha atteso la sentenza aggrappato alla sbarra e al suo bastone. Poi con le lacrime agli occhi commenta: “Dopo undici anni da suddito torno a essere un cittadino”.

Insieme ad Arnaldo, sono molti a provare una sensazione simile.

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