Gabriela Wiener Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gabriela-wiener/ un blog di approfondimento culturale Tue, 07 May 2013 10:43:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gabriela Wiener Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gabriela-wiener/ 32 32 Restituire le palle a Dio. Breve storia del dottor Hunter S. Thompson https://minimaetmoralia.it/ritratti/hunter-s-thompson/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/hunter-s-thompson/#comments Tue, 07 May 2013 14:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14232 Questo pezzo è uscito sul numero di aprile di Blow Up.

Ventidue fucili, esposti in una teca nella cucina dell'Owl Farm, il complesso fortificato nel cuore del nulla di Woody Creek, Colorado. Ventidue fucili nella teca senza lucchetto e lui che immerso nella neve fino alle ginocchia, gambe a fisarmonica, maniche di camicia, feluca e una sigaretta penzolante da un bocchino all'angolo del labbro, punta una 44. magnum alla sua macchina da scrivere. La vita del dottor Hunter S. Thompson è tutta qui: un elenco di gesti plateali, di uscite spettacolari, senza riuscire a stare fermo ma costantemente annoiato al punto di non poter fare a meno di auto-stimolarsi infilandosi nelle situazione più assurde, con in corpo un ammontare di litri di alcol e droghe sintetiche da abbattere un pugile professionista.

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Questo pezzo è uscito sul numero di aprile di Blow Up.

Ventidue fucili, esposti in una teca nella cucina dell’Owl Farm, il complesso fortificato nel cuore del nulla di Woody Creek, Colorado. Ventidue fucili nella teca senza lucchetto e lui che immerso nella neve fino alle ginocchia, gambe a fisarmonica, maniche di camicia, feluca e una sigaretta penzolante da un bocchino all’angolo del labbro, punta una 44. magnum alla sua macchina da scrivere. La vita del dottor Hunter S. Thompson è tutta qui: un elenco di gesti plateali, di uscite spettacolari, senza riuscire a stare fermo ma costantemente annoiato al punto di non poter fare a meno di auto-stimolarsi infilandosi nelle situazione più assurde, con in corpo un ammontare di litri di alcol e droghe sintetiche da abbattere un pugile professionista.

Alle spalle una serie di capiredattori insultati, sorpassati dalla sua velocità sconsiderata e presi in giro dalla sua abilità nel confondere le acque con quelle frasi brevi e asciutte che erano la sua scrittura. Elenchi, appunto, che lo hanno portato fino al suo più famoso: «due buste di erba, settantacinque grani di mescalina, cinque fogli di acido superpotente, una saliera mezza piena di cocaina, e un intera galassia multicolore di stimolanti, calmanti, esplosivi, esilaranti. Oltre a un litro di tequila, uno di rum, mezzo litro di etere puro e due dozzine di fialette di popper.»

Qualcuno, nel tentativo di dipingergli addosso una biografia, ha supposto che i suoi problemi relazionali, il fatto che non fosse in grado di stabilire rapporti duraturi – ma ha avuto una compagna fissa per quasi vent’anni, un figlio e pochi amici intimi – gli derivassero da un’infanzia difficile. Tanto basta a spiegare la piromania, l’egocentrismo, le manie di protagonismo. Tanto basta e poco importa, perché se il genio è eccentricità, allora il dottor Thompson è stato un genio assoluto.

Pare che da giovane ricopiasse Hemigway e Fitzgerald per assorbirne lo stile, ma rimane una leggenda metropolitana confusa nella nebbia dei suoi primi anni, dopo il servizio militare e durante l’università abbandonata a metà in favore dell’esplorazione. Era la fine degli anni cinquanta e dopo essere stato licenziato dal Time, dove lavorava come galoppino, e dal Daily Record per insubordinazione, venne Portorico, dove visse per quasi un anno e di cui scrisse al suo ritorno. Il romanzo, primo in ordine cronologico ma tra gli ultimi ad essere pubblicati, è Cronache del rum – arrivato a noi solo nel 2007, salvato dalla mediocrità da una brillante traduzione di Marco Rossari e dall’anonimato da un film non troppo bello del 2012 – e fa coppia con Prince jellyfish, mai pubblicato. A quel tempo però era tutta una questione di lavori saltuari e di qualche pezzo sportivo su qualche giornale locale. Saltare di qui e di là senza uno scopo preciso, cambiare vita e aria tra il nord e il sud America, sposarsi, tornare indietro, passare per Aspen e alla fine stabilirsi in California.

San Francisco fu un’esplosione in pieno volto. Era il 1964 e la rivoluzione sembrava dietro l’angolo, come l’illuminazione e l’amore universale. La scoperta della cultura hippie e l’aria confortevole di un rinnovamento imminente hanno influenzato, forse sferzato per la prima volta, la scrittura del dottor Thompson. Non si trattava più di sbarcare il lunario accarezzando sogni da romanziere alla ricerca dello stile, ma di aprire i cancelli della conoscenza, di lasciarsi andare all’inseguimento della libertà assoluta. Del sogno americano, lo stesso dal cui fallimento è nato il Gonzo.

La verità è che Hunter Thompson adorava gli abusi. Nel corso della sua vita ha abusato di qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Alcol, droghe, armi. Del suo talento e della pazienza degli altri. Ha abusato di se stesso come pochi sanno fare, ha utilizzato la sua immagine pubblica per dare scandalo e il suo corpo come un pungiball, e questo con gli hippie non ha nulla a che vedere. Quello che leggeva nella cultura dei figli dei fiori, era l’opportunità unica e irripetibile di dare sfogo al proprio ego partecipando al grande cambiamento. Farsi portatore di una voce comune, buttarsi nella mischia per uscirne di slancio. Dopo aver pubblicato su The Nation un articolo riguardo all’Hell’s Angels motorcycle club, gli venne proposto qualcosa di più lungo, per questo decise di spendere un anno al seguito del gruppo di motociclisti che portava subbuglio nella provincia americana. Un anno duro, fatto di viaggi interminabili e grandi sbronze che spesso sfociavano in risse senza quartiere. Rapine, stupri, atti di pura e impunita ferocia nei quali cercava sempre di infilarsi come paciere e che in tutti i casi gli hanno procurato un pestaggio. L’uscita del libro, complice uno straordinario interesse mediatico, segnò l’affermazione di Hunter Thompson e la sua condanna definitiva a una vita selvaggia.

Hell’s Angels ha il merito di cominciare a tracciare quello che diventerà il Gonzo, ma di non avvicinarsi abbastanza da rovinarlo con l’ingenuità. Sicuramente segna un passaggio, però, da una parte all’altra della barricata. Dal cronista anonimo, all’eccentrico e chiassoso testimone. Da qui in poi quello che scriverà il dottor Thompson sarà né più ne meno quello che pensa. I compromessi – complice anche la fama sufficiente a non dover più inseguire lavori saltuari – li lascerà a chi è troppo timido, o troppo sobrio, per farsi sentire a voce piena. «Preferirei chiedere l’elemosina, che lavorare per un giornale che non rispetto.» Come scrisse al Vancouver Sun, già nel 1958.

Generalmente il punto di svolta viene individuato nell’uscita, nel giugno 1970, dell’articolo The Kentucky Derby is decadent and depraved, su Scanlan’s Monthly. Con una consegna imminente, l’incarico di coprire l’evento ippico e nessuna idea in testa, il dottor Thompson cominciò a inviare ai redattori fogli scritti a mano, strappati direttamente dal suo taccuino. Senza alcun accorgimento, in prima persona, senza un solo accenno alla corsa, ma che più che altro rilevavano lo schifo provato da Thompson e Ralph Steadman – illustratore e suo collaboratore storico – nel prendere atto dell’indecenza del pubblico di opulenti, ubriachi, spaventosi esseri subumani che li circondava. Quello che ne uscì fu qualcosa di nuovo, «come cadere nella tromba di un ascensore e trovarsi in una piscina piena di sirene» qualsiasi cosa significhi, che venne poi chiamato – per motivi misteriosi – da Bill Cardoso, Gonzo.

Il Gonzo non esclude soltanto l’oggettività dagli articoli per sacrificarsi completamente alla soggettività dell’autore, non è soltanto una questione di stile veloce e incalzante al punto da somigliare più a un comizio che a un pezzo giornalistico, ma azzera qualsiasi altra soggettività che non sia quella del suo creatore. In pratica è un esercizio di egocentrismo talmente ben riuscito da indurre altri a cercare di imitarlo. È qualcosa di costruito da Hunter Thompson per Hunter Thompson, perché ammette solo ed esclusivamente la sua voce. Allora The Kentucky Derby fu soltanto la prima volta che il Gonzo veniva stampato, ma esisteva già da qualche tempo, ad Aspen, Colorado, ed era qualcosa di fisico.

Quella che viene ricordata come la battaglia di Aspen – da un articolo appraso su Rolling Stone nell’ottobre del 1969 – è la folle, insensata, malsana, corsa alla posizione di sceriffo della contea di Pitkin, Colorado. Dopo aver seguito la fallimentare campagna del candidato sindaco Joe Edwards, ed essersi riempito di orgoglio nazionale, il dottor Thompson decise di rasarsi a zero – per poter definire il suo avversario repubblicano un capellone – e di dare il suo contributo alla cosa pubblica alla guida del Freak Power, un manipolo di hippies dall’aria stralunata. Gli ci volle un anno per costruire quello che sarebbe diventato il suo personaggio definitivo e per preparare un programma abbastanza scioccante da garantirgli l’illusione di una vittoria. Legalizzazione delle droghe a scopo ricreativo – promise di non assumere mescalina sul lavoro – cambio del nome di Aspen in Fat City, distruzione di tutte le strade in una sola volta. La delusione della sconfitta, nell’autunno del 1970, fu probabilmente la goccia che fece traboccare il vaso. Il sogno americano si era definitivamente infranto, e nulla avrebbe potuto riportarlo indietro.

Sull’onda di questo abbattimento al limite della depressione, accettò per noia l’incarico  da Sports Illustrated di coprire la Mint 500 a Las Vegas. Partì senza la minima intenzione di scrivere della gara motociclistica, ma con un tarlo che gli rosicchiava il cervello ormai da mesi: analizzare la caduta della controcultura, comprendere il perché del fallimento di tutto quello che gli era sembrato bello e giusto fino ad allora. Quella rivoluzione così potente da muovere le masse da una parte all’altra del paese, praticando la non-violenza e senza preoccuparsi di poter essere uccisi – gli sceriffi della contea di Los Angeles avevano appena freddato il giornalista Rubén Salazar, durante una marcia pacifista. Quello che ne venne fuori fu una straordinaria prova di stile: Paura e disgusto a Las Vegas – rigettato da Sports Illustrated ma accolto da Rolling Stone – da cui emerge, più che lo spirito rivoluzionario, il profondo istinto moralizzatore che era la vera anima del dottor Thompson. Cercare i colpevoli, scovare il marcio, annusare e stanare la carie che stava corrodendo il sistema dall’interno. Raoul Duke – alter ego di Thompson – e il suo avvocato samoano di 130kg, Dr. Gonzo – Oscar Zeta Acosta – si immersero in un bagno di stupefacenti colorati, poliziotti in convegno e decadenza molliccia e lugubre per definire i contorni della parata di ipocrisia e meschinità che affliggeva l’America.

Nel 1973 uscì quello che sembra essere stato l’ultimo singulto dell’Hunter Thompson roboante di Las Vegas: Fear and loathing on the campaign trail ’72. Acclamato come il manifesto del giornalismo politico – in Italia pubblicato a stralci in varie raccolte – è un’altalena di sentimenti al seguito del senatore McGovern, impegnato nelle rocambolesche presidenziali contro Richard Nixon. Un rombo, un sincero grido di disgusto che preluse a un sostanziale silenzio.

I successivi anni si divisero tra pezzi d’opinione dall’aria annoiata e riedizioni dei vecchi fasti, il divorzio, le trasposizioni cinematografiche del personaggio più che delle opere – Where the buffalo roam e Paura e delirio a Las Vegas – un documentario – Breakfast with Hunter,  in cui è testimoniato, tra le altre cose, lo sforzo per insegnare al merlo indiano di Johnny Depp a parlare – qualche tardivo momento di lucidità, le disposizioni funebri che prevedevano un mausoleo di 46 metri d’altezza (realizzato), festini sempre più sottotono e l’accettazione della propria condizione. «Non posso più scrivere, ovunque vada mi riconoscono», suona quasi come una scusa, ma è condivisibile quanto è comprensibile e legittima la scelta di andarsene alle proprie condizioni, per un uomo che a quelle condizioni aveva sempre vissuto. Il dottor Thompson si tolse la vita in pieno pomeriggio il 20 febbraio del 2005, lasciando solo una breve quanto superflua nota di commiato, in ritardo rispetto alla confessione fatta a Steadman al compimento dei cinquant’anni: «mi sembra già di essermi concesso di vivere abbastanza. Mi sembra già piuttosto tardi per restituire i coglioni a dio».

 

Breve nota sul nuovo Gonzo

Il Gonzo oggi è una chiesa sconsacrata. È possibile officiarci una messa, e probabilmente se si è abbastanza bravi ne uscirà qualcosa di convincente, ma mancherà sempre la sacralità. Negli ultimi tempi sono state pubblicate diverse opere che si fregiano della definizione, alcune piuttosto interessanti e decisamente fuori dagli schemi, ma tutte in qualche modo inibite dalla stessa intenzione di somigliare a qualcosa di unico. Vale la pena di citare Corpo a corpo. Storie di giornalismo Gonzo di Gabriela Wiener (La nuova frontiera, 2012 – 254pp. – euro 13,00) e Pulphead di John Jeremiah Sullivan (ancora inedito in Italia), che hanno dalla loro la giusta dose di pazzia, ma oltre a questo il Gonzo si esaurisce andando a confondersi con il giornalismo d’inchiesta o caricandosi le spalle di messaggi sociali del tutto inopportuni. Alla domanda se esiste ancora il Gonzo, il dottor Thompson avrebbe probabilmente risposto di no. Gonfiando il petto d’orgoglio.

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Gonzo & Sex https://minimaetmoralia.it/interviste/gonzo-sex/ https://minimaetmoralia.it/interviste/gonzo-sex/#comments Sat, 08 Sep 2012 08:30:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9386 Pubblichiamo un'intervista di Tiziana Lo Porto, uscita su «D - la Repubblica delle donne», a Gabriela Wiener.

Prendete il gonzo journalism, il giornalismo vissuto in prima persona e sulla propria pelle fino all’estremo, e affidatelo a una giovane donna peruviana spregiudicata e coraggiosa al punto, per esempio, da affrontare da sola ladri, assassini e stupratori di un penitenziario maschile per chiedere loro di sollevare la maglietta, mostrarle i tatuaggi e soprattutto raccontare storie. Il risultato è Corpo a corpo (in questi giorni in libreria per La Nuova Frontiera nella traduzione di Francesca Bianchi), densa e appassionante raccolta di reportage della peruviana Gabriela Wiener che del contemporaneo raccontano i corpi, la fisicità, il sesso. Wiener è nata a Lima nel ’75 e lì è cresciuta. Dal 2003 vive a Barcellona. Ha sposato il poeta Jamie Rodríguez Z., peruviano anche lui, con cui ha avuto una figlia. Di mestiere scrive, e prima ancora, vive le storie che racconta.

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Pubblichiamo un’intervista di Tiziana Lo Porto, uscita su «D – la Repubblica delle donne», a Gabriela Wiener.

Prendete il gonzo journalism, il giornalismo vissuto in prima persona e sulla propria pelle fino all’estremo, e affidatelo a una giovane donna peruviana spregiudicata e coraggiosa al punto, per esempio, da affrontare da sola ladri, assassini e stupratori di un penitenziario maschile per chiedere loro di sollevare la maglietta, mostrarle i tatuaggi e soprattutto raccontare storie. Il risultato è Corpo a corpo (in questi giorni in libreria per La Nuova Frontiera nella traduzione di Francesca Bianchi), densa e appassionante raccolta di reportage della peruviana Gabriela Wiener che del contemporaneo raccontano i corpi, la fisicità, il sesso. Wiener è nata a Lima nel ’75 e lì è cresciuta. Dal 2003 vive a Barcellona. Ha sposato il poeta Jamie Rodríguez Z., peruviano anche lui, con cui ha avuto una figlia. Di mestiere scrive, e prima ancora, vive le storie che racconta.

Quelle di Corpo a corpo sono storie di scambisti, di donazioni di ovuli e gravidanze, di uomini poligami ma carismatici, di mistress, prostitute e trans. E il making of della storia, rigoroso e avvincente, più o meno è sempre così: scegliere la persona o le persone da raccontare, passarci insieme del tempo senza necessariamente riprendere, registrare, prendere appunti, poi tornare alla base e scrivere. Nel modo più autentico e diretto possibile.

Si diverte più a viverle o a raccontarle le sue storie?

Corpo a corpo è un libro di giornalismo narrativo, ma è anche un libro sulla mia propria esperienza fatta di coinvolgimento personale e di giornalismo gonzo. C’è molto di protagonismo, molto sesso, persino automobili e una droga beatnik, anche se io in privato sono molto più discreta e molto più sentimentale. Entro nella letteratura passando dalla finestra del giornalismo. Quello che nel giornalismo dei dati oggettivi è sacro, ovvero la frontiera, il confine tra osservatore e cosa osservata, nei miei testi si dissolve. La cosa più interessante per me è farmi coinvolgere fisicamente ed emotivamente dalle situazioni su cui sto lavorando, adoro scoprire nelle storie che scrivo cose degli altri ma anche di me stessa. E quindi non ho scelta, bisogna vivere per raccontare e raccontare per vivere. È il mio modo di scrivere, l’unico che conosco. Non so dissertare, non so inventare né scrivere bestseller, so soltanto aprirmi. L’intimità è il mio tema principale e il mio metodo di lavoro. Più che con il coraggio questa mia necessità di espormi ha una misteriosa relazione con la mia insicurezza che mi porta spesso sull’orlo del baratro e mi fa ritrovare in situazioni imbarazzanti dalle quali non so mai come uscire.

La più imbarazzante che le è capitata?

La storia d’amore di una coppia di transessuali. Non m’imbarazzava la storia in sé, ma l’averci messo cinque anni per scriverla. Anche se non stavo materialmente scrivendo, la storia stava crescendo dentro e fuori di me. Durante tutti quegli anni si stava scrivendo da sola. Anni in preda a quest’ossessione, mesi di indagine e di tentativi di completare il puzzle. La cosa più brutta è stata ritrovarsi nel Bois de Boulogne, il parco delle prostitute a Parigi, con zero gradi e una mastite galoppante per sovrapproduzione di latte, con 39 di febbre e pensando a mia figlia che era rimasta a Barcellona e piangeva perché io non c’ero, e io andavo con le puttane, mi tiravo il latte sulla vasca di una di loro e lo guardavo scorrere nello scarico. E alla fine la storia l’ho scritta in 48 ore.

La più comica?

Quella del guru poligamo, Badani. Il reportage su lui e le sue sei mogli gli era piaciuto così tanto che dopo l’uscita del libro ha invitato me e mio marito a cena. Quando siamo arrivati abbiamo scoperto che c’era anche un’altra donna, la settima! Mi hanno confessato che era una specie di donna di servizio sessuale della famiglia e mi hanno detto che non avevano voluto farmela incontrare durante i giorni del reportage. Alla fine della cena, Badani ha proposto a mio marito di sostituirlo, dopo la morte di Badani lui avrebbe dovuto portare avanti il suo esempio e avrebbe dovuto prendersi cura delle mogli. Siamo rimasti d’accordo che ci avremmo pensato.

E?

E lo stiamo ancora facendo.

Il libro lo hanno letto tutti i diretti interessati?

Alcuni sì, altri no. Badani, il poligamo, sì, sicuramente: dopo quell’esperienza ha iniziato a studiare giornalismo.

Le capita mai, scrivendo, di doversi autocensurare?

Autocensura poca. Piuttosto il contrario. Mia madre mi diceva sempre di tener dritta la schiena, di eliminare i peli superflui dalla faccia e di non mangiarmi le unghie. Per vendicarmi mi sono messa a scrivere del periodo in cui ero una ragazzina viziosa che si masturbava col suo bambolotto preferito. Sono una persona che anni fa ha perso la sua migliore amica per colpa della lussuria e che adesso maltratta i divi del porno.

Suo marito è il primo a leggere le sue storie?

È sempre il primo, è il mio editore a domicilio. Non pubblico niente che non passi prima dalle sue mani. È probabile che sia lui a censurarmi ogni tanto.

A che età farà leggere Corpo a corpo a sua figlia?

È nella mia libreria, quando vorrà potrà leggerlo. Credo però che la lettura del libro sia consigliata a partire dai 13 anni. Cercheremo di rispettare il consiglio.

Che accoglienza ha avuto il libro in Spagna e in Perù?

In Spagna la cosa forse più interessante è il fatto che venga percepita la letterarietà della mia scrittura, nonostante io scriva crónica, e che venga valorizzata la mia predisposizione al rischio a all’avventura. In Perù mi vedono come una giornalista e mi criticano perché mi ritengono una persona esibizionista e alienata.

Questo perché in Spagna la sessualità viene vissuta in maniera più libera che in Perù?

Sì, in Spagna senz’ombra di dubbio la sessualità è vissuta in maniera più libera e ci sono state molte più aperture rispetto al Perù, ma non necessariamente il sesso è migliore quando è più libero.

Dalle sue esperienze, tra uomini e donne, chi è più libero?

Sarebbe bello se sempre più donne iniziassero a tenere blog in cui descrivono le proprie avventure sessuali e sempre più uomini facessero altrettanto per raccontare che non riescono a trovare l’amore. Credo comunque che siamo sulla buona strada, o per lo meno io conosco un sacco di donne che se si tratta di raccontare la propria vita sessuale sono molto più avanti degli uomini. Attualmente esiste una vera e propria tendenza, dai libri alle serie televisive, d’ispirazione post-femminista, fatta di emancipazione, estrema sincerità e, fortunatamente, ironia, molta ironia. Può anche essere vero che gli uomini fanno più sesso delle donne ma non credo che si siano liberati dalla repressione, dai complessi, i traumi o l’insoddisfazione. La libertà non si misura in base alla frequenza con cui si fa sesso o alla quantità di relazioni sessuali, ma in base alla capacità di provare piacere, di dare e di ricevere piacere e credo che su questo non si possa generalizzare, uomini e donne imparano molto l’uno dell’altra a letto.

Nel primo reportage del libro, Guru & famiglia, il guru poligamo dice che “se il sesso è senza possesso si arriva al settimo cielo”. Lei è d’accordo?

Nessuno aveva mai convissuto con la famiglia Badani e il merito di aver scritto questo reportage è stato proprio quello di aver passato due notti con loro come una specie di settima sposa. Più che Badani stesso, che è comunque un personaggio affascinante, di questa storia mi interessavano le sue signore. Quando mi sono messa a scrivere della concezione del sesso delle mogli di un poligamo ho sentito l’esigenza di confrontarla con la mia, di ripensare la mia esperienza personale e persino di metterla in discussione. Vedevo queste donne come schiave sessuali, che passavano la giornata a ricamare biancheria intima, al riparo nella loro casetta mentre l’uomo era al lavoro, che cucinavano per lui e all’improvviso ho sentito che volevo anch’io vivere in quel modo. Stufa della mia vita di donna moderna che non scopa o che si masturba in fretta perché deve consegnare un articolo, crescere un figlio e fare arte e mi sono detta: come se la passano bene queste signore, e se diventassi anch’io una schiava, se dedicassi tutte le mie giornate a ballare la danza del ventre per mio marito J? Per questo motivo affermo che per queste donne la libertà è la possibilità di scegliere la propria schiavitù. Una volta sono entrata nella doccia con una di loro che mi ha insegnato come insaponare il mio uomo. Una cosa molto all’antica. In realtà credo che la famiglia felice sia un’utopia, e per una famiglia poligama vale lo stesso se non di più. Non so se senza possesso si arriva al settimo cielo ma sicuramente con il possesso la vita è un inferno.

I corpi nel suo libro ogni tanto sono prigioni, altre volte sono zone di libertà. Lei come lo vive il suo di corpo?

Mi è sempre piaciuto parlare di sesso o di qualsiasi cosa considerata scandalosa. Ricordo che quando avevo tredici anni leggevo dei brani de Il secondo sesso di Simone de Beauvoir ai miei compagni di scuola. Mi piaceva vedere le loro facce mentre mi ascoltavano. Mi divertivo. Poi ho cominciato a fare la cronista orale della mia vita sessuale, soprattutto a letto con i miei fidanzati. Ma loro sbadigliavano, quando non mi mollavano un ceffone. Era terribile, ma io mi divertivo. È comprensibile che si annoiassero, non sono certo Catherine Millet, non mi sono fatta penetrare in tutti gli orifizi del corpo da venti persone contemporaneamente dentro un bosco, ma qualcosina ho fatto anch’io. Una volta uno scrittore mi ha dato un buon consiglio: non sopravvalutare le esigenze del lettore. E così sono andata avanti. Ma non a letto. Credo di aver imparato a non dire, a non ostentare ed è così che ho cominciato a scrivere delle vite degli altri, che poi è più o meno ciò che fa un giornalista. Ma ci sono dei vizi molto difficili da eliminare ed è per questo che m’infilo sempre nelle storie che scrivo. Perché sono tanto recidiva non lo so. Forse perché il sesso crea dipendenza. O forse perché c’è sempre qualcuno disposto a pagarti per farti fare sesso. E io spero sempre che ci sia anche amore. Mi piace molto una frase che Julio Villanueva Chang ha detto a proposito di questo libro: più che un circo sessuale è un’avventura della conoscenza. Adesso più che il sesso mi interessano le vite private, non come a un paparazzo, ma piuttosto come a un detective. E rispondo alla sua domanda: la mia relazione con il corpo è pessima, lo è sempre stata, anche quando pesavo la metà di adesso.

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