Gabriele Sandri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gabriele-sandri/ un blog di approfondimento culturale Tue, 26 Apr 2016 09:33:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gabriele Sandri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gabriele-sandri/ 32 32 Quando la vittoria è illegale. Intervista a Valerio Mastandrea https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-vittoria-e-illegale-intervista-a-valerio-mastandrea/ https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-vittoria-e-illegale-intervista-a-valerio-mastandrea/#respond Wed, 27 Apr 2016 05:30:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30705 Questa intervista è uscita su Rivista Undici, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Conti, Chinellato, Maggiora, Boni, Peccenini, Santarini, Di Nadai, Di Bartolomei, Pruzzo, De Sisti, Scarnecchia. Allenatore, Ferruccio Valcareggi. Arbitro Michelotti. «Roma-Atalanta, sei maggio del 1979, la prima partita che vidi allo stadio» dice Valerio Mastandrea che è dell’inverno 1972 e con la squadra fondata nello stesso quartiere in cui abita si è accompagnato – mese più mese meno, molti dolori, qualche sparuta gioia – per trentasette anni.

Dopo la sconfitta con la Lazio nel derby di Coppa Italia del 2013 – quella che nel sintetico Lulic 71, riempì di graffiti celesti i muri di mezza città omaggiando in cinque sole lettere e due numeri, giustiziere dei nemici e momento chiave della gara – Mastandrea tornò a casa, accese il computer e scrisse “Peggio”. Una sintesi del destino di chi soffre.

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mastandrea

Questa intervista è uscita su Rivista Undici, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Conti, Chinellato, Maggiora, Boni, Peccenini, Santarini, Di Nadai, Di Bartolomei, Pruzzo, De Sisti, Scarnecchia. Allenatore, Ferruccio Valcareggi. Arbitro Michelotti. «Roma-Atalanta, sei maggio del 1979, la prima partita che vidi allo stadio» dice Valerio Mastandrea che è dell’inverno 1972 e con la squadra fondata nello stesso quartiere in cui abita si è accompagnato – mese più mese meno, molti dolori, qualche sparuta gioia – per trentasette anni.

Dopo la sconfitta con la Lazio nel derby di Coppa Italia del 2013 – quella che nel sintetico Lulic 71, riempì di graffiti celesti i muri di mezza città omaggiando in cinque sole lettere e due numeri, giustiziere dei nemici e momento chiave della gara – Mastandrea tornò a casa, accese il computer e scrisse “Peggio”. Una sintesi del destino di chi soffre.

Relativizzazione, ironia e idealismo, quasi un autoscatto: «Vincere per un romanista è ottenere giustizia. La vittoria nel suo mondo è illegale perché la legge vuole che perda sempre e sempre quando non dovrebbe». Seguono notti di coppe e di campioni, rimpianti, esempi, paure, gioie, consapevolezze. Incipit: «All’inizio del credo e alla fine della decenza. Peggio di così non poteva andare. Non è vero. Perché il concetto di peggio per un romanista non esiste, non è confinato in una logica precisa».

Più in là dei 60 film, dei premi e dei copioni studiati per Scola, Virzì, Moretti, Abel Ferrara e Giordana, Mastandrea ha visto anche un altro cinema. Per le strade di Testaccio, con una cassa d’acqua nella sinistra e le chiavi di casa nell’altra mano, lo salutano con familiarità. Lui parla con gli sconosciuti in libera uscita, accarezza i cani al guinzaglio e non dimentica di quando abbaiando alla luna tra i gradoni di un’arena a briglia sciolta, l’intera settimana altro non era che un conto alla rovescia dai tre fischi finali della domenica a quello iniziale della domenica successiva.

Da bambino giocava a calcio?

Forse avrei voluto, ma le iscrizioni, quando mia madre mi accompagnò nell’ottobre 1978 in oratorio, erano state già chiuse. «Signora ci dispiace-dissero i preti a questa signora di ventisei anni che teneva per mano il figlio di sei- il gruppo del calcio è stato completato a settembre». «Cos’è rimasto?» domandò. «La pallacanestro. L’allenamento è iniziato da dieci minuti, se suo figlio vuole può iniziare subito».

E lei iniziò.

«Vuoi giocare a pallacanestro?», «Che sport è?», «Un calcio con le mani». Mamma mi strappò un rapido assenso, si tolse la maglietta, me la mise e mi mandò sul parquet. Il basket è stato la mia vita fino al 1988.

Poi?

Smisi. Mi disamorai. Avevo avuto uno sviluppo lento. A quindici anni marcavo gente con la barba. Il basket è uno sport molto fisico e mi facevo sempre male. Con i miei compagni di allora ogni tanto giochiamo ancora.

Niente calcio quindi.

Dopo aver mollato il basket che come tutti i veri ex non seguo più, ho giocato in porta per tre o quattro anni. Non ero capace e non ero neanche coraggioso. Mi piaceva stare tra i pali, ma nelle uscite ero una pippa. I miei danni li ho fatti. Ho anche spaccato una gamba al mio difensore. Ci penso spesso, poveraccio.

Dinamica?

Lui e l’attaccante, un bel toro, avanzano gomito a gomito verso la porta. Io, gliel’ho detto, non uscivo mai. Quella volta esco. La palla è bassa e io prendo tutto. Il mio difensore era molto simpatico, scherzava sempre. Così quando lo sento urlare gli dico di rialzarsi sorridendo. Ma quello non si rialza. Allora mi avvicino, gli abbasso il calzino e vedo l’osso fuori asse.

Lo sport è anche questo: brutalità, immediatezza e colpi duri?

Stare in uno spogliatoio,  in qualsiasi spogliatoio, significa condividere con i tuoi compagni tantissime cose. Lo sport è una forma di socialità importantissima.

Lo è anche la curva?

Allo stadio, da piccolo, andavo con un amico di mio nonno. Poi, più grandicello con quelli del bar, un po’ più adulti di me. Quando iniziai a farlo da solo cominciai a capire anche altro.

Che cosa?

Andare in curva a 18 anni, vivere in quell’ambiente e passare tanto tempo in quel contesto, ti fa sentire l’identità della tua squadra nel cuore in un’altra maniera. E poi lo stadio, la curva, è aggregazione vera.

Può spiegarcelo?

Sei giovane. Vedi con i tuoi occhi un mondo nuovo e una comunità che ha le proprie regole. Sei sedotto da tante situazioni al limite. Impari a distinguere i confini. A fermarti in tempo. Cresci e intanto, riconosci i tuoi simili.

Chi erano i suoi simili in curva?

Gente con cui viaggiavo per vedere un Brescia-Roma serale, di lunedì, in trasferta. Gente che ha conosciuto il mondo attraverso la Roma e in funzione della Roma. Gente che sa come muoversi a Bruges e a Mosca. Dove mangiare e dove bere il caffè buono. La chiamano sottocultura. Non so, a me sembra cultura vera e propria.

Lei non ama parlare della Roma.

Lo faccio solo con i miei simili. Parlo pochissimo del mio rapporto con la Roma proprio perché lo definisco un rapporto. E non si racconta in giro di come fai l’amore con la tua donna. Finiti i tempi delle descrizioni sofferte dei flirt adolescenziali, su certe cose, non c’è niente di meglio del silenzio.

L’hanno cercata per chiederle di schierarsi tra Totti e Spalletti?

L’hanno fatto, certo. E io gli ho detto di non azzardarsi. Io nasco come romanista a prescindere dal mestiere che faccio e dalla persona che sono. Non l’ho scelto. È stato automatico.

Tra il campione quasi quarantenne e l’allenatore di ritorno, Roma si è divisa.

Sono stati giorni sofferti. È come se avessimo avuto un grave problema di famiglia. Non è che uno non prenda posizione per ignavia, ma solo perché è troppo complicato.

Giorni sofferti.

La sofferenza è un’altra cosa, però ci incontravamo al bar  tra persone romaniste con certe facce che erano un programma: «Ma tu stai male?», «Benissimo non mi sento». È stato come se le chiacchiere di casa tua, quello che ne so, fatte a Natale tra un sette e mezzo e una stoppa, fossero rese pubbliche. Lo so che sembra ridicolo, ma la Roma è qualcosa che va oltre l’amore, gli anni e la passione. È facile dire moriremo romanisti. Il difficile è vivere come tali.

Il calcio le piace ancora?

Allo stadio non vado più. Sono abbonato, ma non riesco più ad andare in un posto in cui le due curve non sono piene e non cantano. Non c’è più l’approccio goliardico. L’ironia e l’autoironia che faceva impazzire gli avversari e ci portava a passare sopra alla sconfitta. A ridere e a far casino anche se perdevamo per cinque a zero. Il romanista sapeva prendersi e prenderti per il culo come nessuno. Oggi il Barcellona ti fa sei gol ed è subito psicodramma. Si sfasciano le famiglie. È diventato tutto più nevrotico ed è svanita quella sensazione di poter andare oltre. Oltre il risultato, come si diceva, ma non solo.

Andare oltre era importante?

Era fondamentale. In curva ho imparato a ridere e ad amare nonostante tutto. Se tifi per una squadra che ha storicamente perso scudetti e coppe, spesso in casa e sempre all’ultimo istante, ridere è l’antidoto che ti permette di sopravvivere alle sofferenze dell’amore.

Sono sensazioni che si stanno perdendo?

Si stanno perdendo perché lo stadio è diventato un luogo inaccessibile. Ci sono norme assurde che limitano fortemente quando non impediscono del tutto l’accesso allo stadio.  Mi stupisco che ci si sia dimenticati la valenza sociale di una curva.

Curva e tifosi vengono raccontati unidirezionalmente?

È strano, ma quando si tratta di discutere di tifo, anche da parte dei commentatori più illuminati, c’è un riflesso pavloviano. E si ascoltano banalità, analisi superficiali, accuse scontate. Per scrivere di quel mondo dovresti conoscerlo. E conoscere non significa giustificare ogni eccesso, ma evitare di chiudere una curva per un coro magari sì.

“La curva come luogo d’elezione della frustrazione” hanno scritto.

E hanno mentito. I frustrati che portano allo stadio le rabbie delle proprie vite esistono, ma sono negli altri settori dello stadio. In curva c’è un’altra dimensione. Che il settore popolare continui a essere il settore più sano non me lo toglie dalla testa nessuno. Una curva unita vale da sola tutti gli agi e i lussi dei mille Emirates Stadium sparsi per il mondo.

I tifosi parlano di repressione indiscriminata.

Che nel 2016 non si permetta ad alcune tifoserie di venire allo stadio di Roma e viceversa mi pare un controsenso. Sembra una scelta poco intelligente e poco lungimirante. A meno che l’interesse non sia mantenere la tensione alta senza alcun reale interesse nel contrastare le derive violente che pure esistono, di cui chi controlla conosce ogni dettaglio a partire dai nomi e dai cognomi e di cui certo non sarò mai alfiere. Se dai una coltellata a un altro, amico mio non sei.

Si ricorda di Gabriele Sandri?

I morti da stadio italiani me li ricordo tutti, uno a uno. La lezione che suo padre Giorgio ha dato a tutti, a differenza di quanto fecero le istituzioni, è stata grandissima. Ci penso sempre a quella conferenza stampa che fu fatta in tarda mattinata. Parlarono di una rissa da stadio come fosse un reato che prevedesse sparare.

Sarebbe bastato dire la verità: «Un matto ha sparato, prenderemo provvedimenti». Perché poi uno ci pensa: «Faccio a cazzotti e tu che fai, mi spari? Dall’altro lato di una carreggiata, in autostrada?». La repressione in questi anni ha alzato molto il livello dello scontro. Ma alcune curve hanno dimostrato di sapersi educare da sole anche attraversando momenti di contraddizione pura. I precetti calati dall’alto come le ricette da laboratorio non funzionano.

Lo stadio è stato usato come laboratorio per veicolare la repressione?

Senz’altro. Il mondo del pallone è appetibile per ogni forma di potere. L’ambiente che rimpiango, a tutto questo, al potere in senso stretto, era estraneo.

Ha mai avuto paura allo stadio?

Certo. Ho imparato ad avere paura e ad avere coraggio.

Il calcio è conflitto?

Il calcio è battaglia nel senso positivo del termine. È conflitto perché a duellare sono due identità. Chi tifa si immedesima, vibra, soffre e sembra quasi soffiare alle spalle di chi corre. Perché la gente ama i calciatori scarsi che però mettono in gioco ogni cosa? E perché invece detesta la personalità di un calciatore che è l’unico aspetto che un atleta non può allenare?

Puoi migliorare tecnicamente, ma il tuo carattere rimane tale e a essere diverso da come sei in fondo non impari mai. Una volta Franco Baldini mi disse che per capire che calciatore hai davanti agli occhi, devi guardare quanto gli altri si fidino di lui in campo. Non è solo questione di tecnica. La squadra è una classe, l’allenatore è il professore, gli alunni vanno in campo e devono dimostrare di avere cuore, non solo di aver appreso la lezione.

Dalle maglie in lanetta degli anni 70 a oggi, il calcio ha compiuto il suo giro ed è diventato un affare.

Il pallone negli ultimi trent’anni è stato talmente mercificato a livello ideologico e non solo commerciale che è entrato nell’immaginario collettivo ancor prima che le persone lo scoprissero e lo praticassero. I bambini italiani oggi hanno accesso al calcio in una maniera talmente costante, polemizzata ed esasperata che automaticamente, in un processo imitativo, rifanno delle cose invece di scoprirle.

Colpa delle tv?

Prenda il cinema. Perché, Fuga per la Vittoria a parte e soprattutto per merito del cast, non esiste un buon film sul calcio che sappia coniugare immagine e drammaturgia? Perché la tv ha ucciso la curiosità. Perché devo concentrarmi sulla finzione quando con Sky posso leggere persino il labiale al rallentatore e capire cosa ha detto il giocatore in campo?

Il calcio è anche letteratura.

Il libro di Sandro Modeo sul Barcellona è filosofia. Come erano saggi filosofici anche i pensieri di Soriano e Galeano. Si ricorda il suo affresco di Maradona? «È stato un grande calciatore di calcio nonostante la cocaina». Nonostante.

Amava altri campioni che non vestissero la maglia della Roma?

Il romanismo l’ho incamerato molto presto, a cinque o sei anni. Ho avuto un momento di offuscamento quando Zico andò all’Udinese. Era un campione ed era brasiliano come Falcao. Non dico che tifassi per l’Udinese, ma una sbandata l’avevo presa. Poi ci fece gol e mi bastò per capire da che parte stavo.

Altre sbandate?

È come chiedermi se mi è mai piaciuta una donna diversa dalla mia.

Figurine romaniste?

A parte quelle dell’infanzia, penso al bomber Pruzzo e ad Agostino (Di Bartolomei, ndr) e a qualche passione improvvisa e smodata per certi eroi da derby, vedi Simplicio, ho sempre ricordato meglio le figurine che mi hanno interrotto un sogno, magari al novantesimo. Vavra dello Slavia Praga ad esempio adesso si è ritirato e magari ha aperto una burgheria a Praga, ma per me resta un nome indimenticabile. E comunque le figurine che ti restano dentro più di quelle dei calciatori sono quelle dei tuoi compagni di stadio.

Alcuni conosciuti, altri raccontati, storie e persone che hanno sempre fatto e dato qualcosa in più al senso più grandi dell’essere tifosi di una squadra di calcio. I calciatori prima o poi smettono di giocare nella Roma. Noi non smettiamo mai di essere parte della Roma. Non c’è un contratto che scade. A parte quello con la “commare secca”.

E le sconfitte?

Ringrazio dio di aver avuto solo dodici anni a Roma-Liverpool e non più di quattordici dopo Roma-Lecce. Le sconfitte si ricordano meglio delle vittorie. A volte gli zero a zero improvvisi non li cancelli più. Il Liverpool ad esempio mi ha colpito in tutte le fasi della mia vita. Infanzia. Adolescenza e quasi maturità. (Coppa Uefa, arbitro Miranda). Forse da vecchio un dispiacere glielo darò anche io.

Il lutto?

Bisogna elaborarlo e accettarlo alla velocità della luce. Perché per un romanista la vittoria è illegale e la legge vuole che perda sempre e sempre quando non dovrebbe. Non vincere una Coppa dei Campioni. Non una Coppa Uefa. Non due Coppe Italia. Non due scudetti. Giocando sempre in casa. Episodi che sanciscono la biodiversità di un romanista. E la sua grande forza. Non nel sopportare. Ma nel crederci sempre, pronto a cogliere il canto della normale felicità, quella che non ci appartiene di natura: la felicità illegale. E vittoriosa.

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Vendetta o giustizia? Patrizia Aldrovandi risponde al Coisp https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-patrizia-aldrovandi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-patrizia-aldrovandi/#respond Fri, 04 Jul 2014 15:30:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21943 Questa intervista è uscita su Contropiano.

di Adriano Chiarelli

Abbiamo dialogato con Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi. Con lei abbiamo discusso della probabile decisione della Corte dei conti di riscuotere il risarcimento direttamente dai quattro condannati per l’omicidio di suo figlio: Paolo Forlani, Luca Pollastri, Monica Segatto, Enzo Pontani. La decisione andrà confermata in un’altra seduta prevista per il 9 luglio prossimo. Al di là dell’esito, che si presume orientato a una conferma di quanto già annunciato, va delineandosi un nuovo principio, inedito per quanto riguarda gli omicidi di polizia: la responsabilità è personale, cioè dei condannati, ed è giusto che siano loro a pagare.

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Questa intervista è uscita su Contropiano.

di Adriano Chiarelli

Abbiamo dialogato con Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi. Con lei abbiamo discusso della probabile decisione della Corte dei conti di riscuotere il risarcimento direttamente dai quattro condannati per l’omicidio di suo figlio: Paolo Forlani, Luca Pollastri, Monica Segatto, Enzo Pontani. La decisione andrà confermata in un’altra seduta prevista per il 9 luglio prossimo. Al di là dell’esito, che si presume orientato a una conferma di quanto già annunciato, va delineandosi un nuovo principio, inedito per quanto riguarda gli omicidi di polizia: la responsabilità è personale, cioè dei condannati, ed è giusto che siano loro a pagare.

Lo stato ha anticipato il risarcimento per le parti civili e ora presenta il conto, come è giusto che sia. Forse quello pecuniario è un argomento che i vertici di polizia comprenderanno a fondo, e con loro i sindacati tristemente noti come il Sap e il Coisp, che non perdono mai occasione per strepitare, offendere i vivi e i morti, o per rivendicare garanzie e diritti dei quali nessuna categoria professionale in Italia potrà mai godere.

Patrizia non fa sconti a nessuno. La sua rabbia è ancora palpitante, così come viva è la sua voglia di lottare non solo per suo figlio, ma per tutti i morti di stato.

Patrizia come commenti il provvedimento di risarcimento per 2 milioni a carico dei quattro poliziotti che hanno ucciso Federico?

Mi risulta che non sia ancora un provvedimento definitivo. Potrebbe diventarlo il 9 luglio, giorno in cui la corte dei conti si riunirà per decidere sulla conferma o meno di tale provvedimento. Ciò che è certo è che si tratti di un segnale molto importante. Noi abbiamo sempre avuto fiducia nelle “persone oneste delle istituzioni”. Lo dico tra virgolette perché questa distinzione è l’unico schema possibile per non generalizzare, per stabilire una linea di demarcazione tra elementi istituzionali onesti e disonesti.

In questi nove anni trascorsi dalla morte di mio figlio, con la mia famiglia e con coloro che mi hanno sostenuto abbiamo improntato le nostre azioni verso un senso di fiducia nella giustizia. Ci ho sempre creduto e continuo a crederci. Nonostante ciò abbiamo avuto molte delusioni da soggetti che ricoprivano ruoli importanti nelle istituzioni, che niente c’entravano con la nostra vicenda e che tentavano di avere notorietà personale, cavalcando la tragedia e cercando lo scontro con noi. In questi momenti la fiducia ha tentennato. Abbiamo subito di tutto: dall’incommentabile Giovanardi, passando per Primadifesa (gruppo indipendente di difesa legale delle forze dell’ordine, n.d.r.), agli insulti di Forlani subito dopo la sentenza di cassazione. Tutto questo percorso così arduo, in realtà mi ha sempre visto fiduciosa.

Il processo penale si è concluso da due anni: la delusione è che i quattro non abbiano perduto la divisa. Però tutto ciò che è stato fatto – ci tengo a dirlo – sia da noi che da altre voci indipendenti, voci della società, scrittori, giornalisti, documentaristi ci ha aiutato moltissimo. Il loro pensiero e il loro agire, così attento e sensibile, ci ha accompagnato chiedendo giustizia, aiutandoci infine a ottenerla. Ogni strumento è stato utile a moltiplicare la voce di Federico e di quelle vittime che non potevano difendersi da sole. Tutti loro hanno messo insieme una forza talmente grande che il dibattito pubblico è ancora oggi incessante e prosegue anche al di là dei processi.

Adesso c’è più consapevolezza. E adesso si deve sapere che la proposta del ministero di anticipare il risarcimento alla mia famiglia è un grosso favore che lo Stato ha fatto ai condannati. Adesso lo stato chiede indietro il prestito: è giusto che sia così e io non la vedo in altro modo.

Qualcuno definisce questi e altri provvedimenti dell’autorità giudiziaria come vittorie. Faremmo volentieri a meno di queste vittorie. Ognuna di queste “vittorie” non fa altro che riaprire ferite sempre più difficili da rimarginare. Non aiutano a guardare avanti, a pacificarsi con se stessi, non fanno altro che rinnovare il dolore. È così?

È esattamente così. Se loro non avessero ucciso Federico sarebbe stato meglio per tutti, e non avremmo mai dovuto parlare di un ragazzino di 18 anni morto di morte violenta. Pertanto oggi dico semplicemente: “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. I sindacati hanno poco da recriminare o rivendicare: quei quattro mi hanno portato via Federico e ora si indulge al vittimismo, si parla di famiglie rovinate per sempre. Qui l’unica vittima è Federico, non c’è più. Sarà lui a non potersi fare una famiglia, sarà lui che non avrà mai dei figli. Perché non c’è più.

E voglio sottolineare che “loro” prima del processo, anzi nell’immediatezza dell’omicidio hanno deciso di seguire la linea dei depistaggi. Hanno deciso loro di adottare questa strategia della menzogna fin da subito, e ciò è acclarato in tutti i processi su depistaggi e insabbiamenti. Qualcuno sopra di loro ha deciso che si dovessero comportare così. Qualcuno ha deciso che i verbali di quella mattina dovessero essere tutti identici, così come sono state pianificate e concordate tutte le loro prese di posizione in questi anni. Tutto sommato, i quattro condannati sono i pesci piccoli di un sistema più grande: alla luce di ciò suggerirei a chi si lamenta dell’entità del risarcimento di andare a chiedere i soldi a chi ha ordinato loro di agire in quel modo. Che chiedano aiuto ai superiori che hanno deciso di insabbiare tutto e di infangare la memoria di Federico dandogli del tossico; li chiedano a chi offendeva Federico, la sua famiglia e i suoi amici. Andassero a chiedere ai capi quei soldi, visto che hanno deciso di tenere negli anni questa linea di comportamento. Perché deve essere chiaro a tutti che il loro comportamento è stato illegale, improntato a una crudeltà estrema, che aggiunge alla violenza fisica quella verbale. Quei soldi li raccolgano tra loro, con l’aiuto dei sindacati che tanto li spalleggiano, e che risarciscano di tasca propria i contribuenti.

Ecco veniamo ai sindacati e a personaggi come Franco Maccari del COISP…

Penso che Maccari sia uno stalker. Non scendo a indagare le motivazioni dei suoi assurdi comportamenti. Penso sia un vero torturatore morale, che non ha mai avuto scrupoli nei confronti della mia famiglia. Lo diceva anche Heidi Giuliani, perseguitata da giudizi feroci sulla simbolica “piazza Carlo Giuliani”. È uno stalker nato. Com’è possibile che una persona così rappresenti qualcuno di onesto? Forse rappresenta le persone come lui.

Secondo te qual è il progetto comunicativo di sindacati di polizia che non mancano occasione per cavalcare polemiche?

Secondo me non hanno una posizione sindacale ma decisamente politica e, direi, pericolosa: è una presa di posizione squisitamente politica, estremamente arrogante e votata alla sopraffazione. Penso sia sotto gli occhi di tutti.

Cos’è che non funziona nelle articolazioni sindacali della polizia? Pensi siano specchio delle disfunzioni della polizia in se?

Non sono competente per giudicare questi aspetti. Posso dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella strenua difesa di persone condannate. Chi ha una funzione istituzionale e prende queste posizioni contrarie al senso stesso di Stato, si mette contro gli organi dello stato che egli stesso rappresentano. Tutto ciò lo definirei sovversivo.

Il fenomeno della malapolizia stenta ad attenuarsi? Molto difficile tenere il conto dei casi ufficiali. I provvedimenti come questo della Corte dei conti, o comunque le altre condanne, non dovrebbero avere funzione di deterrente?

Non funzionano da deterrente, perché se ci pensiamo le sentenze vere e proprie sono ancora poche. Quella per Federico  o quella, inequivocabile per la morte di Gabriele Sandri sono state le prime del nuovo millennio. Poi c’è stato Gugliotta che ci fa sperare che le cose prendano una piega diversa. In questo momento storico spero che abbiano un effetto di deterrenza. Ciò che vedo però è che le forze dell’ordine proprio in virtù di queste sentenze, tendano a organizzarsi di conseguenza, imparando a coprirsi meglio e ad accrescere il senso di impunità. Per questo penso che ciò che realmente funzioni sia colpirli sul lato materiale, economico: l’unico argomento che certi soggetti possono capire sono i provvedimenti relativi ai beni materiali, come si presume accadrà nel caso della Corte dei conti il 9.  I quattro che hanno ucciso Federico dopo sei mesi sono tornati in servizio, con stipendio regolare e divisa ancora addosso. Tutto si è risolto cioè in un nulla di fatto, questa è la verità. Invece il risarcimento di tasca propria, è un argomento che anche i più accaniti difensori degli abusi di polizia capiranno. Penso che colpirli lì sia un argomento vincente perché questi episodi non accadano mai più. Detto ciò non credo che gli italiani siano felici di pagare per questi quattro. La responsabilità è personale, non dell’Italia intera che dovrà così accollarsi le spese risarcitorie. I condannati sono loro, loro hanno ucciso mio figlio, che paghino di tasca propria.

Sembra quasi che all’interno delle forze dell’ordine non ci sia una percezione esatta di quanto siano sotto i riflettori, ovvero soggetti al giudizio quotidiano. E sembra anche che al loro interno non riescano a darsi regole precise. Che ne pensi?

È vero. Penso che un cambiamento del genere sia necessario, che siano necessarie nuove regole. Adesso tocca alla politica indicare la via del cambiamento, se c’è in questa una parte onesta, trasparente. Le promesse che mi sono state ripetutamente fatte di rivedere l’organizzazione, gli schemi, l’etica della polizia sono state vane. Adesso è il momento di cambiare direzione. E ripeto, forse l’azione della corte dei conti va in questa direzione, ma non rappresenta il cambiamento interno alle forze dell’ordine. È questo che ancora manca. E manca perché il vero cambiamento incontra l’opposizione durissima di quei sindacati: vedi gli applausi del Sap, vedi il Coisp che porta avanti azioni politiche deteriori, non riconciliatorie. È in sede istituzionale che deve avvenire una vera discussione, a livello politico nel senso migliore. È necessario che se ne parli in parlamento: ci vuole una legge contro la tortura, ma più in generale una creazione di dispositivi operativi e giuridici che impediscano morti atroci come quella di mio figlio.

È dal 2005 che malgrado tutto, la storia di Federico è il faro per tutte le vicende di malapolizia. Cos’è cambiato da allora?  Che eredità lascia alla società, alla pubblica opinione. E soprattutto: questa storia avrà mai una fine?

Vedi, penso che non abbia mai fine proprio perché è importante. Perché la forza di Federico non è solo in lui o in chi ci ha sostenuto a titolo personale oppure legale. La storia di Federico è universale, la gente l’ha compresa e ne è rimasta sconvolta. Non è mistificabile, nonostante gli sforzi degli stalker. Credo che Federico possa insegnare moltissimo a tutti. È imprescindibile che la gente capisca che questo è un problema vero, che riguarda molte persone e che fa molte vittime. Quindi va seriamente affrontato. Come problema nasce da lontano e Federico è solo una delle tante vittime. Forse la sua storia è diventata più evidente perché per fortuna c’è stata una sentenza, che per tanti è stata impossibile. Da lì anche le persone comuni si sono rese conto che la malapolizia esiste e va sconfitta. La politica non ascolti più me: ascolti la gente, non rappresenti solo il potere fino a se stesso, ma diventi qualcosa di effettivo, attivo. Per il cambiamento.

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