Gabriella Buontempo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gabriella-buontempo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 10 Oct 2016 12:09:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gabriella Buontempo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gabriella-buontempo/ 32 32 La scrittura come empatia: intervista a Elizabeth Strout https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-elizabeth-strout-2/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-elizabeth-strout-2/#comments Mon, 10 Oct 2016 12:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32238 Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

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Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo (fonte immagine).

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”. E’ un passo di Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, tradotto nei mesi scorsi da Susanna Basso per Einaudi (pagg. 168, euro 17,50), definito da The New York Times come “un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi”.

In una stanza d’ospedale a Manhattan, per cinque giorni e cinque notti due donne che non s’incontravano da parecchi anni parlano con intensità. Sono una madre e una figlia che “ricordano di amarsi”. La protagonista Lucy Barton rievoca quel dialogo inatteso e serrato molto tempo dopo, quando è ormai diventata una scrittrice famosa. Flashback… Nel suo letto ospedaliero, dove si trova per le complicazioni post-operatorie di un’appendicite, “le basta sentire quel vezzeggiativo antico, ‘Ciao, Bestiolina’, perché ogni tensione le si sciolga in petto”.

Elizabeth Strout ha 60 anni, è nata nel Maine ma vive da oltre trent’anni a New York. Ha pubblicato i suoi racconti su The New Yorker e altrove. L’Italia non ha tardato a riconoscere la grazia e l’inquietudine della sua voce, oggi ritenuta tra le più preziose della letteratura Usa. Sono infatti apparsi, per Fazi editore, tre romanzi, Amy e IsabelleResta con me e I ragazzi Burgess, e la raccolta di racconti Olive Kitteridge. Grazie all’amara ironia di Olive Kitteridge, Strout ha vinto il prestigioso Premio Pulitzer nel 2009, e, da noi, il “Bancarella” e il “Mondello”. Dalla stessa raccolta di racconti è stata tratta una serie Tv con Frances McDormand, che fu presentata in anteprima alla Mostra di Venezia nel 2014.

Come Lucy Barton, per uno di quei beffardi “giochi di specchi” che si creano tra vita e letteratura, anche Elizabeth Strout qualche giorno fa è stata ricoverata e operata d’urgenza per un’appendicite all’ospedale “Cardarelli” di Napoli. In città era appena giunta per imbarcarsi verso Capri, dove domenica 2 ottobre avrebbe dovuto ritirare il Premio Malaparte. Il “Malaparte” è rinato nel 2012 grazie alla tenacia di Gabriella Buontempo, nipote di Graziella Lonardi Buontempo che insieme a Moravia lo aveva fondato negli anni ’80. Il genius loci isolano Raffaele La Capria presiede la giuria e Andrea Kerbaker ne promuove le scelte coraggiose e raffinate: Emmanuel Carrère, Julian Barnes, Donna Tartt, Karl Ove Knausgard e, appunto, Elizabeth Strout.

La manifestazione si è tenuta egualmente nella Certosa di San Giacomo senza la Strout, che però intanto sta meglio e ha risposto alle nostre domande.

Signora Strout, il testo che ha scritto e che verrà comunque letto a Capri, si intitola “Why Fiction Matters” (Perché la narrativa è importante). In sintesi estrema, può dirci il perché?

“Perché la fiction permette di entrare nella mente delle persone. Anche il cinema ci riesce, ma rimane un po’ più esterno. La letteratura accede alla struttura mentale ed esplora le pieghe nascoste della nostra anima”.

Quale considerazione lei ha del cosiddetto “storytelling” che, di marca Usa, oggi è in voga anche in politica? Le “regole della narrazione” avvicinano alla realtà oppure proiettano il lettore e il cittadino in una dimensione artificiosa e retorica? 

“I politici raccontano storie, certo, ma sono storie false, perciò quel genere di storytelling non è fondamentale nel mio mondo”.

Quale dialogo concreto o immaginario intrattiene con i suoi lettori mentre scrive un romanzo?

“Penso sempre al lettore quando scrivo. Per me equivale in qualche modo a danzare con lui o con lei, immaginando quale sarà il prossimo passo, la mossa successiva da fare insieme”.

Come sceglie le storie che racconta?

“In verità, non penso di essere io a scegliere le mie storie. Le storie mi appaiono sotto forma di un personaggio, o di una persona che incontro, o di un raggio di sole che filtra attraverso una finestra. Amo molto il momento in cui questa epifania accade”.

Il reverendo in crisi protagonista di “Resta con me” evoca un personaggio alla Hawthorne, il grande autore di “La lettera scarlatta” Quale rapporto coltiva con i classici americani? 

“Mi fa piacere che venga citato Hawthorne e le confesso che lo stavo rileggendo mentre scrivevo Resta con me. Del protagonista mi interessava che stesse perdendo non tanto la fede, quanto il senso di sé. Rileggo i classici perché a ogni età donano qualcosa di diverso: noi cambiamo con loro. Così è ad esempio per Francis Scott Fitzgerlad, ma soprattutto per i romanzi russi, i miei prediletti”.

“Olive Kitteridge” e altri suoi libri sono ambientati nel Maine donde lei proviene. E anche in “Mi chiamo Lucy Barton” c’è una fuga della protagonista dalla provincia. Provincia che però “torna” nei racconti materni. Bisogna forse andar via per capire il proprio mondo?

“Non è propriamente una fuga quella di Lucy Barton. Gli americani si muovono molto di più degli europei e muoversi significa reinventarsi la vita ogni volta. A mio avviso, questa è una chiave di lettura forte per comprendere l’America”.

A proposito ancora di “Mi chiamo Lucy Barton”, esiste un modo per riuscire a perdonarsi vicendevolmente nelle relazioni genitori/figli? Passa attraverso il racconto?

“Sì, senz’altro sì. La narrazione può aiutare. Quando scrivo, io mi astraggo dai giudizi che esprimo nella vita quotidiana. La scrittura è empatia ed è compassione: sono i personaggi che fanno le loro cose e sono i personaggi a dettare le regole. Non importa che siano buoni o cattivi, che stiano dalla parte del bene o del male, io ci sono affezionata. E il lettore, grazie ai personaggi, può capire meglio se stesso e magari dirsi: ‘Se anch’io sono così, in fondo non sono poi così male’“.

E’ tempo di elezioni presidenziali negli Usa. Lei è sposata con James Tierney, avvocato dello Stato del Maine e politico del Partito Democratico, che l’ha accompagnata a Napoli. In Europa tendiamo a interpretare il duello tra la democratica Hillary Clinton e il repubblicano Donald Trump come un conflitto non solo tra due visioni politiche, ma tra due mondi opposti: la tradizionale democrazia americana contro il populismo rinvigorito del resto anche in Europa. E’ così o semplifichiamo troppo?

“Populismo, sì certo, ma per Trump io parlerei anche di fascismo e di razzismo. La sua ascesa è una cosa incredibilmente strana e inaspettata che mi fa molta, molta paura. I suoi elettori sono persone arrabbiate e scelgono lui per sfogare la loro rabbia”.

Arrabbiati verso chi o che cosa?

“Hanno perso il lavoro, hanno meno soldi, hanno assistito alla chiusura delle loro aziende. Nondimeno sono elettori molto miopi”.

Chi crede che vincerà le elezioni a novembre?

“Hillary” (E incrocia le dita).

Lei in Italia – fra l’altro – ha insegnato alla Scuola Holden di Torino e ha ottenuto dei riconoscimenti importanti.  Quali sono gli autori italiani che ama?

“Umberto Eco e ho appena letto Elena Ferrante, che mi piace molto”.

A proposito della Ferrante (dall’identità ignota ma con matrice napoletana), nel Sud dell’Italia nascono alcuni dei successi editoriali dei nostri giorni, come Camilleri e Saviano. In generale, pensa che la fiction possa aiutare il riscatto di un Paese oppure raccontarne i problemi rischia di ribadire lo “status quo” e di mettere in atto un meccanismo consolatorio? 

“Conosco poco quegli autori, ma se scrivono di cose vere, non si capisce perché dovrebbero nasconderle. Anche perché nascondere i problemi non serve certo a eliminarli. Quindi in linea teorica sono a favore della letteratura di denuncia, sebbene non sia un genere nelle mie corde”.

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Livelli di vita: Julian Barnes a Capri https://minimaetmoralia.it/libri/livelli-di-vita-julian-barnes-a-capri/ https://minimaetmoralia.it/libri/livelli-di-vita-julian-barnes-a-capri/#comments Thu, 17 Oct 2013 09:25:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15839 di Oscar Iarussi

“Tra le poche certezze che mi rimangono nella vita c’è quella che niente più segue uno schema, perciò sono scettico… E così mi sembra che lei si allontani da me una seconda volta: prima la perdo nel presente, e poi la perdo anche nel passato. La memoria, l’archivio fotografico della mente, sta venendo meno”. È una struggente pagina autobiografica di Julian Barnes in Livelli di vita, tradotto da Susanna Basso per i tipi di Einaudi (pp. 118, euro 16,50). Lo scrittore inglese, 67 anni, è dal 2008 vedovo dell’agente letteraria Pat Kavanagh dopo un trentennio di amore coniugale (a dispetto dell’apparente ossimoro). In Italia il romanzo è uscito nei giorni scorsi in coincidenza con il Premio Malaparte di Capri assegnato a Barnes dalla giuria presieduta da Raffaele La Capria. Quest’ultimo ha trascorso a Capri non pochi dei suoi Novant’anni di impazienza (minimum fax) e ora con Gabriella Buontempo sta rivitalizzando la storica manifestazione, fondata da Moravia trent’anni fa e soggetta a un lungo fermo dal 1998 al 2012 quando fu premiato Emmanuel Carrère per Limonov (Adelphi).

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di Oscar Iarussi

“Tra le poche certezze che mi rimangono nella vita c’è quella che niente più segue uno schema, perciò sono scettico… E così mi sembra che lei si allontani da me una seconda volta: prima la perdo nel presente, e poi la perdo anche nel passato. La memoria, l’archivio fotografico della mente, sta venendo meno”. È una struggente pagina autobiografica di Julian Barnes in Livelli di vita, tradotto da Susanna Basso per i tipi di Einaudi (pp. 118, euro 16,50). Lo scrittore inglese, 67 anni, è dal 2008 vedovo dell’agente letteraria Pat Kavanagh dopo un trentennio di amore coniugale (a dispetto dell’apparente ossimoro). In Italia il romanzo è uscito nei giorni scorsi in coincidenza con il Premio Malaparte di Capri assegnato a Barnes dalla giuria presieduta da Raffaele La Capria. Quest’ultimo ha trascorso a Capri non pochi dei suoi Novant’anni di impazienza (minimum fax) e ora con Gabriella Buontempo sta rivitalizzando la storica manifestazione, fondata da Moravia trent’anni fa e soggetta a un lungo fermo dal 1998 al 2012 quando fu premiato Emmanuel Carrère per Limonov (Adelphi).

Già in Il senso di una fine (Man Booker Prize 2011, Einaudi 2012) Barnes sublimava il lutto nella descrizione dell’insensatezza che domina o avvolge gli esseri umani. Giacché spesso non ci accorgiamo che il momento più autentico di una vicenda coincide con l’inconsapevolezza di quanto sta accadendo. Il “bovarismo” dell’autore – Il pappagallo di Flaubert era uno dei suoi primi lavori, prossimo alla riedizione italiana – è però istoriato di considerazioni saggistiche e reso terso da una lingua precisissima con un uso delle parole degno del lessicografo. Stavolta fa di più: egli affonda il coltello nel dolore e non nasconde di aver pensato di usare la lama, in una vasca da bagno con un bicchiere di vino rosso sul bordo, pur di non dover proseguire nel corpo a corpo con un’assenza lancinante. Il Nostro continua a parlare con Pat: un dialogo serrato come quelli dei bambini con l’amico immaginario, al pari di Pereira nel romanzo di Tabucchi citato in queste pagine.

Incontrandolo di persona, è evidente quanto gli manchi la moglie nella vita quotidiana. Si illumina, per esempio, ricordando i viaggi fatti insieme in varie “piccole città italiane” in Umbria, in Puglia, al Nord. Vacanze non di rado a piedi. Un’abitudine che gli è rimasta visto che a Capri, incurante della minaccia dei nubifragi, si è incamminato di buona lena sul monte Solaro ”acchiappa nuvole”. D’altro canto, non è il tipo che si accuccia in un angolo con il piglio respingente. In piazzetta, alla fine di un discorso su letteratura e idee (“Non si può scrivere Guerra e pace e poi farne una teoria”), una signora lo interroga sul… “pappagallo di Balzac”: lui non se la prende affatto, ride di gusto, si accende una sigaretta e fa intendere che quasi quasi cambierebbe il titolo del suo libro.

In Livelli di vita Barnes aveva bisogno di porre una distanza “letteraria”, di assumere una prospettiva romanzesca e storica prima di compiere la personale discesa agli inferi, a mo’ di Orfeo contemporaneo che voglia riprendere per mano Euridice e tentare di condurla alla luce. Un’impresa disperata fin dai tempi del mito, perché Orfeo guidandola fuori dall’Ade si volta a guardare l’amata e la perde nuovamente. “Perdere un mondo per uno sguardo? Certo che sì. Il mondo esiste per questo, per essere perduto, date le debite circostanze”. Livelli di vita è dunque dedicato a un trittico di personaggi ottocenteschi, pionieri del volo e specialisti della sfida celeste, ciascuno a suo modo in cerca della “prospettiva di Dio”. Da agnostico qual è, Barnes allude allo sguardo aereo e all’ambizione tipica della modernità di fotografare il mondo per coglierne l’essenza ed imprimergli una accelerazione.

I tre sono il colonnello di cavalleria e viaggiatore britannico Fred Burnaby, il fotografo francese Nadar e l’attrice parigina Sarah Bernhardt. A quest’ultima lo scrittore attribuisce una relazione amorosa immaginaria con Burnaby. Tutti e tre sorvolarono il proprio tempo a bordo delle mongolfiere che i due uomini oltretutto si impegnarono a progettare con esiti il più delle volte disastrosi. Il loro impegno fu in fondo teso a “rendere il soggettivo all’improvviso oggettivo”, ovvero a propiziare quel “sorgere della Terra” osservato un secolo dopo dagli astronauti in viaggio verso la Luna.

Per raggiungere gli dei, o almeno sfiorarli, c’è chi si affida al volo, all’arte o alla religione. I più, “nove su dieci”, ci provano con l’amore. “Ma se è vero che possiamo elevarci, allo stesso modo rischiamo di precipitare. Non sono molti gli atterraggi morbidi…  Ogni storia d’amore è potenzialmente anche storia di sofferenza. Se non subito, in un secondo tempo. Se non per l’uno, per l’altro. Per tutti  e due, qualche volta. Ma allora perché non facciamo che ambire all’amore? Perché l’amore è il punto di incontro tra verità e prodigio. Verità, come nella fotografia. Prodigio, come nel volo aerostatico”.

Tuttavia, conclude Barnes, il vero dramma è un altro: l’universo semplicemente “fa il suo mestiere”, la morte ghermisce quando vuole, senza motivo né possibilità di spiegazione e consolazione. Un nichilismo mite, il suo, che non illude eppure paradossalmente conforta. Purezza e necessità della  letteratura.

(Fonte immagine)

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