Gad Lerner Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gad-lerner/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:02:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gad Lerner Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gad-lerner/ 32 32 La sinistra italiana e Israele https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sinistra-italiana-e-israele/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sinistra-italiana-e-israele/#comments Wed, 16 Mar 2016 13:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30292 Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

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Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

Allorché il rabbino Moshe Sebbag gli ha risposto: “La nostra casa è la Francia”. Per giorni, a margine del dibattito sulla natura del terrorismo dello Stato islamico, sulla guerra globale in atto, sul diritto di satira di “Charlie” se ne apre un altro, solo apparentemente più ristretto, sul rapporto tra Israele e il mondo ebraico francese (e più in generale europeo). Dove corre il discrimine dell’identità e dell’appartenenza? Può il premier dello stato israeliano parlare a nome di tutti gli ebrei del mondo? Quali sono oggi i tratti salienti della diaspora? Come vive questa il nuovo antisemitismo? Per la cronaca, proprio nel corso del 2015 il numero degli ebrei francesi che si sono trasferiti in Israele è nettamente aumentato…

Il secondo è più recente. A fine gennaio, negli stessi giorni in cui alla Statale di Milano viene conferita la laurea honoris causa a Amos Oz, in Israele il gruppo di estrema destra “Im Tirtzu” lancia una campagna contro David Grossman, Abraham Yehoshua e lo stesso Oz, definendoli “talpe nella cultura”, e accusandoli – in pieno stile maccartista – di essere dei traditori, per il solo fatto di essere storicamente vicini alla sinistra del paese, e continuare a credere nella soluzione dei “due stati”.

I due episodi, più o meno a un anno di distanza, evocano un cumulo di confusioni e sovrapposizioni, spesso reciproche. Chi oggi difende il progetto di Grande Israele portato avanti dal governo di Netanyahu, e da una destra spostata sempre più a destra, oltre a rigettare nella pratica ogni passo verso la soluzione dei “due stati” (oggi indebolita anche a causa delle fratture interne al mondo palestinese), produce intenzionalmente una costante identificazione tra Israele, stato ebraico, mondo ebraico al di fuori del paese e adesione incondizionata alle politiche di questo governo. Chi viene meno all’ultima adesione, risale presto l’intera catena (data per oggettivamente logica) fino a essere associato alla categoria di traditore, se non addirittura a quella di antisemita.

Viceversa, rovesciando la stessa catena logica, ma in fondo sussumendola in toto nei propri ragionamenti, chi critica le politiche di questo governo, spesso arriva a sparare a zero non solo contro l’intero progetto dello Stato israeliano, ma contro gli “ebrei” in quanto tali. Nel mezzo di questa doppia rincorsa viene stritolata ogni considerazione che tenga conto delle differenze, delle pluralità, delle stratificazioni, e dell’esercizio del diritto di critica (o di tradimento) di ogni ideologia o contro-ideologia. Esattamente, cioè, la pasta di cui sono fatti i romanzi e i saggi di Amos Oz.

Da un’angolatura particolare ha guardato a tale universo di questioni e scissioni Roberto Delera, che a lungo ha lavorato a un libro stampato solo dopo la sua morte, con la prefazione di Gad Lerner e Luigi Manconi: L’asinello di Elisha. La solitudine degli ebrei di sinistra in Italia, dal dopoguerra all’attentato a Rabin (edizione fuori commercio; per informazioni scrivere a betti.guetta@fastwebnet.it).

Delera non solo ricostruisce il rapporto spesso difficile tra Israele e la sinistra italiana, specie dopo la guerra dei Sei giorni nel 1967 (riesamina le posizioni filo-israeliane del Psi e di Nenni, da sempre vicino all’esperienza dei kibbutzim; e quelle anti-israeliane del Pci, con la pressoché unica eccezione, tra gli alti dirigenti, di Umberto Terracini), ma analizza, nello specifico, il tormentato percorso degli “ebrei di sinistra” rispetto a tali questioni.

Il percorso, cioè, di coloro i quali (non pochi) per biografia, scelta, militanza, si sono trovati nell’intersezione fra i due mondi, nel momento in cui i due mondi si sono distanziati, ed è a tratti emerso – Delera non usa mezzi termini – un nuovo, strisciante antisemitismo di sinistra, che è passato dalla critica delle politiche adottate da Israele verso i palestinesi (del tutto legittima, e sovente sacrosanta) alla condanna dell’esistenza stessa di Israele, se non addirittura degli ebrei, tout court. Di questo si sono occupati anche Matteo Di Figlia in Israele e la sinistra (Donzelli) e Gadi Luzzatto Voghera in Antisemitismo a sinistra (Einaudi).

Spesso, scrive Delera con l’attenzione a tanti piccoli passaggi che gli deriva dall’aver militato nelle formazioni della nuova sinistra italiana, quegli “ebrei di sinistra” si sono trovati schiacciati tra chi – nel mondo ebraico – pretendeva una adesione incondizionata alle decisioni dei governi israeliani e a tutto il rosario di guerre che si sono susseguite nei decenni, proprio “perché ebrei”; e chi – nelle formazioni di sinistra, sia parlamentare, sia extraparlamentare – chiedeva loro non semplicemente di dissociarsi da quelle scelte, ma di operare una sorta di abiura radicale proprio “perché ebrei”. E questo indipendentemente dal fatto che quegli “ebrei di sinistra”, esattamente come gli “israeliani di sinistra”, abbiano criticato radicalmente l’uso della forza e delle armi quale risoluzione di ogni controversia.

La pietra di paragone di questo rovesciamento è la guerra semantica (a volte sommersa, a volte del tutto esplicita) intorno al termine “sionismo”, oggi spesso ridotto a sinonimo di “colonialismo” o “imperialismo”… Eppure, come dice David Bidussa citato da Delera: “Il sionismo è un movimento il cui lessico politico è omologo, o almeno contiguo, a quello della sinistra europea, di una sinistra di matrice libertaria e populista più che socialdemocratica. E per quanto all’interno del movimento sionista siano presenti aree politiche assimilabili alla destra nazionalista, ai liberali, ai movimenti politici confessionali, non sono queste aree a dare forma al discorso politico sionista. È la cultura politica della sinistra a dare forma al sionismo.”

Al di là dell’eredità di figure come Martin Buber o Gershom Scholem (oggi praticamente rimosse dal dibattito pubblico), la contiguità di cui parla Bidussa è evidente nelle biografie di molti. Prendiamo in considerazione, ad esempio, i fratelli Sereni: Enzo, sionista socialista, dopo aver fatto aliyah in Palestina e aver fondato il kibbutz di Givat Brenner, tornò in Italia per partecipare alla Resistenza, fu catturato e torturato dai nazisti e morì a Dachau; Emilio fu invece militante comunista clandestino e ministro dei primi governi antifascisti. Emilio Sereni si era laureato alla Scuola superiore di agricoltura di Portici insieme all’amico Manlio Rossi-Doria, e Portici è un luogo chiave per comprendere l’intreccio tra socialismo, meridionalismo e sionismo negli anni venti e trenta del secolo scorso. In fondo, c’era una intuizione molto simile che spinse molti italiani ad andare al Sud e molti ebrei italiani ad andare in Palestina: fare della rivoluzione nelle campagne (sia nei rapporti di lavoro, sia nei rapporti tra lavoratori, sia nei modi di produzione) la leva per una trasformazione generale della società.

Quando, allora, il sionismo è stato interpretato come altro da sé, fino a essere travisato in un modo tale per cui l’antisionismo è giudicato da molti una forma di anti-imperialismo? Da dove nasce tale confusione? Sono responsabili coloro i quali, nella destra israeliana e tra i suoi alleati fuori del paese, hanno rivestito di un involucro sionista le politiche degli ultimi decenni? O sono responsabili anche coloro i quali – specie a sinistra – hanno accuratamente rimosso l’intreccio tra sionismo e socialismo nella storia di una costola importante della stessa sinistra europea (e mediorientale)?

Sono le domande che si pone Roberto Delera lungo tutto l’arco del suo saggio, che si conclude evocando la figura di Yitzhak Rabin, forse l’ultimo grande leader sionista in grado di contribuire alla costruzione di una pace reale con i palestinesi. Il suo assassinio, al termine di un comizio nel novembre del 1995, segna uno spartiacque decisivo nelle vicende mediorientali, e in quelle ovviamente interne al paese. È evidente che, in seguito, c’è stato un netto scivolamento verso posizioni sempre più conservatrici delle politiche dei governi che si sono succeduti, e che molti termini politici sono stati ridefiniti negli anni di Netanyahu.

Gli stessi spazi di elaborazione politica si sono ridotti. In questo, complici anche i diktat dei nuovi conflitti globali e l’avanzata dell’islamismo radicale (che ha fatto propri i canoni della predicazione antisemita), la solitudine degli ebrei di sinistra, in Italia e in Europa, si è accresciuta. Per certi versi, è speculare alle stesse accuse di tradimento di cui sono oggetto i più noti intellettuali progressisti israeliani.

Tuttavia, proprio nel momento in cui il sentiero sembra farsi più stretto, e i motivi di confusione si infittiscono, è inevitabile tornare a far riferimento a quella complessa stratificazione di esperienze che stavano alla base dell’intreccio tra pensiero ebraico, movimenti d’emancipazione, dibattito intorno al sionismo, creazione di rapporti nuovi con gli arabi. Non resta che tener viva quella stessa fiammella che attraversa le pagine di Oz o di Grossman. Chi nega che tutto ciò esista o sia esistito, soprattutto da sinistra, rende il migliore dei servigi alla retorica di Netanyahu.

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Le nuove prospettive della Qabbalah. Conversazione con Moshe Idel https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-nuove-prospettive-della-qabbalah-conversazione-con-moshe-idel/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-nuove-prospettive-della-qabbalah-conversazione-con-moshe-idel/#comments Thu, 15 Oct 2015 14:30:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28749 Moshe Idel è tra le massime autorità mondiali sul tema, affascinante e insidioso, della Qabbalah (la tradizione di ricerca mistico-esoterica dell'ebraismo rabbinico).

Succeduto al grande Gershom Scholem nella cattedra di Mistica Ebraica all'Università di Gerusalemme, Idel deve  la sua fama internazionale al libro Qabbalah- nuove prospettive (Adelphi). Un saggio fondamentale, pubblicato nel 1988, in cui lo storico rumeno, naturalizzato israeliano, capovolse l'approccio tradizionale alla storia cabbalistica, destando grande clamore e furiose reazioni da parti dei fedeli discepoli di Scholem.

Eppure, Idel ha sempre rifiutato l'accusa di aver tradito il fondatore degli studi moderni sulla tradizione cabbalistica. Illuminante la sua risposta a Gad Lerner in un'intervista su Repubblica del 2010: “Quando mi ricevette la prima volta io ero un giovane laureando e lui già un professore emerito.

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Moshe Idel è tra le massime autorità mondiali sul tema, affascinante e insidioso, della Qabbalah (la tradizione di ricerca mistico-esoterica dell’ebraismo rabbinico).

Succeduto al grande Gershom Scholem nella cattedra di Mistica Ebraica all’Università di Gerusalemme, Idel deve  la sua fama internazionale al libro Qabbalah- nuove prospettive (Adelphi). Un saggio fondamentale, pubblicato nel 1988, in cui lo storico rumeno, naturalizzato israeliano, capovolse l’approccio tradizionale alla storia cabbalistica, destando grande clamore e furiose reazioni da parti dei fedeli discepoli di Scholem.

Eppure, Idel ha sempre rifiutato l’accusa di aver tradito il fondatore degli studi moderni sulla tradizione cabbalistica. Illuminante la sua risposta a Gad Lerner in un’intervista su Repubblica del 2010: “Quando mi ricevette la prima volta io ero un giovane laureando e lui già un professore emerito. Gli sottoposi quelle che a me parevano delle contraddizioni fra suoi testi di epoche diverse. Fu brusco, se li fece lasciare sul tavolo, sottolineati. Alcuni giorni dopo ricevetti a casa una sua lettera di meticolosa risposta. Si concludeva con una frase che non dimentico: ‘Benedetto colui che ti aiuta a correggere i tuoi errori invece di scagliarteli contro’. Seguo ancora quell’insegnamento del maestro Scholem che mi accolse al suo fianco”.

Abbiamo avuto il piacere di conversare con Moshe Idel durante il recente convegno “L’eredità di Salomone. La magia ebraica in Italia e nel Mediterraneo”organizzato dal MEIS a Ferrara, dove lo studioso ha illustrato magistralmente la storia della presenza cabbalistica in Italia.


Può riassumere brevemente i risultati dei suoi studi sulla presenza della Qabbalah in Italia?

Negli ultimi 25 anni, la Qabbalah è divenuta più popolare in Italia, come risultato di un fenomeno globale di rinnovato interesse, che ha investito paesi come la Francia, l’America, perfino Israele. In Italia questo fenomeno ha avuto senz’altro una risonanza maggiore, poiché è un paese dove la Qabbalah ha antiche radici. Negli ultimi anni, inoltre, in Italia l’interesse è stato ridestato anche da libri dedicati o correlati all’argomento, come alcuni romanzi di Umberto Eco. Quindi c’è stata una combinazione di vari elementi: una riscoperta globale e un particolare interesse locale, che ha ad esempio fatto sì che i miei libri fossero tradotti in italiano.

Non è un caso che la sua conferenza si sia tenuta a Ferrara, in una zona carica di un passato legato alla ricerca alchemica, ad esempio. Ha trovato particolari connessioni con la città?

Ci sono stati alcuni cabbalisti nei vari secoli, ma non è diventata un centro cabbalistico preminente, come ad esempio Roma, Venezia o Mantova. In generale, il Nord Italia è stato, tra il Quattrocento e il Cinquecento, un crocevia importante di studi cabbalistici. In seguito, ci fu un declino.

Qual è stata la centralità dell’Italia nella diffusione della Qabbalah in Europa?

Geograficamente, l’Italia è situata tra Occidente e Medio Oriente, e noi sappiamo che la cultura ebraica giunse in Occidente dal Medio Oriente. La posizione geografica dell’Italia la rese un fortunato punto di snodo per la diffusione della Qabbalah. Possiamo chiamarla un crocevia o un ponte, comunque un punto di passaggio. La stampa delle opere cabbalistiche fu un’importante contributo, soprattutto, dell’Italia: nel Cinquecento molti dei libri cabbalistici furono stampati in Italia. Il percorso della sapienza cabbalistica fu dalla Spagna all’Italia, dall’Italia all’attuale Israele, e poi nuovamente dal Medio Oriente all’Italia dove, grazie alla stampa, fu disseminata in tutta Europa. Solo in seguito la Qabbalah si diffuse anche nell’Europa Orientale, nel ramo ashkenazita della cultura ebraica.

So che già le hanno posto questa domanda, ma è una questione molto interessante: lei crede che ci siano connessioni tra il Rinascimento e la riscoperta del Neoplatonismo, e la Qabbalah in Italia? Quale movimento culturale ha influenzato l’altro?

Io credo che la connessione ci fosse già. Nel senso che Pico della Mirandola e Marsilio Ficino, e altri studiosi del Rinascimento, consideravano la Qabbalah più antica del neoplatonismo. Ma questo non è vero storicamente. In realtà è il neoplatonismo che ha influenzato la Qabbalah, ma nell’immaginazione dei grandi pensatori rinascimentali, come Egidio da Viterbo, avvenne il contrario.

Ha citato Egidio da Viterbo, che era un cardinale cabbalista. Quali sono le sue considerazioni sul particolare fenomeno della Qabbalah cristiana?

È un fenomeno che è nato proprio in Italia, per poi diffondersi in Francia e in Inghilterra. Non esprimo valutazioni, non dico che sia corretta o meno, è ciò che è: un’interpretazione della Qabbalah, come esiste quella magica o quella filosofica, quella conservativa o quella linguistica. In questo modo, la Qabbalah divenne parte integrante dell’esoterismo occidentale, pensiamo alle influenze sui Rosacroce o la Massoneria.

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on a caso una delle iniziazioni classiche alla Massoneria evocava l’assassinio del leggendario maestro Hiram, il costruttore del Tempio di Gerusalemme…

Si, ma vorrei chiarire che non tutto nella Massoneria è cabbalistico, ci sono soltanto alcune tracce. Certo, ci sono dei dettagli comuni, ricorrono alcune figure, alcuni nomi, l’influenza è innegabile.

Uno dei punti in cui lei si è distaccato da Scholem è l’influsso (per lei maggiore) della Qabbalah sulla Gnosi cristiana. Pensa che si possano trovare relazioni tra la Qabbalah e la corrente mistica dell’altra principale religione monoteistica, cioè il Sufismo nell’Islam?

La mia opinione è che ci siano delle somiglianze, ma la Qabbalah è un fenomeno storico più tardo, che ha uno sviluppo nel Medioevo. Probabilmente, è il Sufismo che ha complessivamente influenzato la Qabbalah, più che il contrario.

In una precedente conferenza, sempre in Italia, assieme a Massimo Cacciari ed altri esperti, lei ha trattato il tema dell’aspetto femminile del Divino, nel Cristianesimo e nell’Ebraismo. Crede che la visione della Shekinah ebraica possa essere collegata ad archetipi orientali come la Grande Madre o la Kundalini? Lo chiedo perché lo schema dell’Albero della Vita cabbalistico presenta sorprendenti affinità con lo schema del corpo sottile nelle dottrine yogiche indiane.

Ha ragione, si possono comparare i due schemi. Il problema è capire se c’è una relazione storica o meno. La mia opinione è che il concetto di Shekinah non derivi dall’aspetto femminile del Divino nella tradizione induista (che è presente e molto potente, pensiamo allo Shaktismo), ma sia piuttosto di derivazione siriana. Non nego che ci sia un’influenza dell’induismo sulla Qabbalah, ma credo che questo sia avvenuto su altri temi.

Una volta lei negò l’influenza della Qabbalah sulle tesi di Freud.

Certamente.

Cosa pensa, invece, dell’influenza sul pensiero di Jung? C’è un libro molto interessante di uno studioso italiano (Il Sé nella Kabbalah di Ivan Alibrandi) che esplora questa relazione, mostrando come l’illustrazione della psiche umana da parte del grande studioso svizzero sia simile allo schema delle Sefirot cabbalistiche.

La risposta è semplice: Jung studiò la Qabbalah, nella traduzione latina. Conosceva molto bene la Qabbalah, ebbe contatti con Scholem, era molto più interessato ad essa di Freud. Freud aveva un atteggiamento apologetico a riguardo, non voleva apparire “ebraico”! Quindi, semmai egli sia mai stato influenzato dalla Qabbalah, Freud l’ha nascosto molto bene. Jung, invece, lo ha dichiarato apertamente. La differenza era nel diverso approccio psicologico dei due.

Lei ha menzionato Gershom Scholem. Nella sua carriera, ha dovuto spesso smentire coloro che l’hanno accusata di averlo “tradito” intellettualmente. Può raccontarci qualcosa del vostro rapporto?

Ho sempre ascoltato le sue parole con grande rispetto. Senza di lui, sarebbe stato impossibile il mio lavoro di studioso della Qabbalah. Da questo punto di vista sono molto attaccato alla sua figura. La nostra relazione era molto buona, è stato per me fondamentale.

Qual è il rapporto nella Qabbalah con il proprio maestro? C’è un rapporto guru/discepolo come in Oriente o esso viene visto più come un saggio consulente, un sapiente a cui chiedere consigli?

Sicuramente, è un rapporto più vicino al secondo esempio. C’è pochissima “devozione” rispetto al rapporto con un guru orientale o anche la figura dello sheikh nel Sufismo. Nella Qabbalah c’è un forte rapporto personale con il maestro, ma è più il rapporto con un insegnante, non necessariamente un modello.

Il maestro è un tramite di sapienza, non ne è un’incarnazione.

Esattamente.

Perdoni la domanda che le avranno già posto molte volte: cosa pensa della moda hollywoodiana, lanciata da Madonna, di studiare la Qabbalah?

Non giudico. Lo accetto per ciò che è. È una moda, come quella che scoppiò in Italia anni fa. In venti anni fa ad Hollywood la moda era il buddismo, c’era un tempio famoso a Malibu. Tra venti anni chissà quale sarà!

Però, mi perdoni, in Italia la moda è partita dai romanzi di Umberto Eco, in America da Madonna, c’è una certa differenza di profondità…

Ovviamente, l’approccio di Eco era molto diverso: era interessato alla Qabbalah come un modo per creare nuovi significati nel linguaggio. Il discorso di Eco era semiotico, quello che fa Madonna è collegato ad una superstizione magica. Si pensa che se si fa una determinata cosa, l’universo ti aiuterà. Ma io non critico: è solo un modo diverso di interpretarla.

Qual è per lei il ruolo della Qabbalah nella società attuale? È un mero oggetto di studio o può essere una filosofia di vita ancora valida?

Non credo che la Qabbalah possa insegnarci molto della vita al giorno d’oggi. Non raccomanderei alle persone di diventare cabbalisti per migliorare la loro vita. Ma dal punto di vista psicologico, molte persone amerebbero avere delle credenze, dei significati ulteriori. Io lo rispetto, ma personalmente non uso la Qabbalah in quel senso. Non cerco soluzioni in essa. Il mio è uno studio storico, fenomenologico, sociale. Non cerco il significato della vita nella Qabbalah. È per me l’oggetto di studio più interessante, ma non è la mia filosofia di vita.

Ringrazio il professor Mauro Perani per la preziosa collaborazione.

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Disintossichiamo il 25 aprile! Alcune riflessioni sulle commemorazioni oltre le identità https://minimaetmoralia.it/interventi/riflessioni-sulle-commemorazioni-oltre-le-identita/ https://minimaetmoralia.it/interventi/riflessioni-sulle-commemorazioni-oltre-le-identita/#comments Sun, 04 May 2014 14:30:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20497 di Giovanni Pietrangeli

Per l’ennesima volta in pochi anni, le celebrazioni del 25 aprile a Roma e Milano si sono svolte in un clima di forte tensione tra le anime che componevano le piazze. A Roma, in particolare, l’annunciata e consueta presenza di uno spezzone per la Palestina, composto per lo più da attivisti delle reti italiane di solidarietà, si è trasformata in un casus belli con un folto gruppo di appartenenti alla Comunità ebraica romana. Una presenza, quella degli ebrei romani, naturalmente costante nelle celebrazioni della Liberazione, ma questa volta insolitamente nutrita e “militante”. Il risultato è stata una piazza spaccata e litigiosa, con un primo tentativo da parte degli ebrei romani di allontanare le bandiere palestinesi, scambi di insulti, reciproche accuse di “fascismo” e lo schieramento di agenti in tenuta antisommossa. Non si tratta di invocare una surreale pacificazione della memoria della Liberazione, né di augurarsi un clima di “larghe intese” anche nei cortei antifascisti, tuttavia la misura delle narrazioni tossiche sul tema dell’antifascismo e della memoria della Resistenza partigiana e della Seconda guerra mondiale è davvero colma e le piazze romane del 25 aprile negli ultimi anni ne sono un triste riflesso.

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di Giovanni Pietrangeli

Per l’ennesima volta in pochi anni, le celebrazioni del 25 aprile a Roma e Milano si sono svolte in un clima di forte tensione tra le anime che componevano le piazze. A Roma, in particolare, l’annunciata e consueta presenza di uno spezzone per la Palestina, composto per lo più da attivisti delle reti italiane di solidarietà, si è trasformata in un casus belli con un folto gruppo di appartenenti alla Comunità ebraica romana. Una presenza, quella degli ebrei romani, naturalmente costante nelle celebrazioni della Liberazione, ma questa volta insolitamente nutrita e “militante”. Il risultato è stata una piazza spaccata e litigiosa, con un primo tentativo da parte degli ebrei romani di allontanare le bandiere palestinesi, scambi di insulti, reciproche accuse di “fascismo” e lo schieramento di agenti in tenuta antisommossa. Non si tratta di invocare una surreale pacificazione della memoria della Liberazione, né di augurarsi un clima di “larghe intese” anche nei cortei antifascisti, tuttavia la misura delle narrazioni tossiche sul tema dell’antifascismo e della memoria della Resistenza partigiana e della Seconda guerra mondiale è davvero colma e le piazze romane del 25 aprile negli ultimi anni ne sono un triste riflesso.

Partendo dai fatti in questione, salta all’occhio l’evidente uso politico che si fa del 25 aprile sia da parte del mondo dell’ebraismo “politico” sia da quella dei circuiti internazionalisti e solidali con la causa palestinese. Da una parte, la rivendicazione della partecipazione della Brigata ebraica in qualche maniera riprende il tema dell’autodifesa di fronte alla tradizione antigiudaica europea, supera la retorica della “vittima” e in qualche maniera si collega ad un lungo dibattito che ha sia prodotto importanti mitopoiesi di resistenza antifascista (il comandante Edelman e il ghetto di Varsavia, la rivolta di Treblinka, gli scontri contro i militanti missini e la storica “calata” del 1992 nella sede di Movimento Politico da parte degli ebrei romani, l’attuale attivismo “antifa” degli ultras dell’Ajax di Amsterdam nei confronti di tifoserie e gruppi neonazisti).

Lo stesso tema dell’autodifesa è tuttavia utilizzato anche in chiave militarista e identitario: legittima la centralità di Tsahal tra le istituzioni di Israele, l’importanza della leva per il riconoscimento dei diritti civili, giustifica l’esercizio della forza anche contro gli attivisti della sinistra internazionalista quando prendono posizione sulla questione mediorientale. In parte rappresenta la declinazione attualizzata delle critiche che Hannah Arendt muoveva alle ragioni del processo Eichmann e al ruolo che giocarono Gideon Hausner e David Ben Gurion nella sua organizzazione. Una narrazione tossica, una delle tante del 25 aprile, che alza steccati e alimenta una sindrome di accerchiamento sia da parte di Israele, ma ancor di più da parte delle comunità ebraiche, già ridottissime di numero in Italia, a parte Roma e Milano. Sull’uso “politico” dell’immaginario dell’autodifesa ebraica tra l’altro è uscito un importante contributo di Gad Lerner, che va letto, come vanno letti i commenti che lo accompagnano per tracciare una mappa della complessità del mondo ebraico italiano. L’importanza di quel contributo è anche in questo: una voce dall’”interno” è in grado di suscitare un dibattito altrimenti difficile da animare da fuori.

Come attivista antifascista credo che l’autodifesa sia un valore fortissimo, specialmente se serve a prevenire e bilanciare il riaffacciarsi di una minaccia neofascista, estremamente concreta nell’Europa della crisi. Tuttavia è anche fondamentale che si identifichi la reale minaccia. Le “teorie del complotto”, che indicano nell’ebraismo la base culturale del capitalismo predatorio e le responsabilità del declino economico dell’Occidente sono oggi estremamente popolari grazie anche alla pubblicità che ne fanno figure non necessariamente provenienti dall’estrema destra. La Francia in questo è un vero e proprio laboratorio: le tante polarizzazioni della meticcia società transalpina hanno visto emergere un composito schieramento “antisionista” intorno alle figure del comico franco-senegalese Dieudonnè e del suo sodale, lui sì dichiaratamente fascista, Alain Soral. Quest’ultimo è stato definito “piccolo commerciante di odio” per la capacità dimostrata nel costruire intorno alla sua figura un vero e proprio business, basato sulla vendita di libri, video e perfino “kit” di sopravvivenza al “declino”. Dopo anni di controversi spettacoli teatrali e provocazioni mediatiche, Dieudonnè è diventato un caso mainstream anche qui in Italia, grazie anche al reportage che la rivista Internazionale ha pubblicato nel gennaio 2014.

Uno degli argomenti prediletti dai sostenitori di Dieudonnè è quello della libertà di espressione rispetto al tema della Shoah, banalizzato come dogma, necessario di una relativizzazione di fronte alle tante “violenze di massa” del Novecento. Ovviamente Nakba in testa. Faccio mia l’utile contributo di Enzo Traverso sull’unicità della Shoah come «tragico crocevia, frutto di un’eccezionale costellazione storica nella quale convergevano tradizioni coloniali, nazionalismo pangermanista, razzismo antislavo, antisemitismo, epurazioni etnico, eugenismo, anticomunismo e anti-Illuminismo» (Traverso, 2012) e considero una scelta profondamente autolesionista quella di buona parte della sinistra anticapitalista di utilizzare la narrazione tossica che relativizza la Shoah nel confronto con le tante “guerre ai civili” del passato e del presente.

La radicalizzazione di argomentazioni che rivendicano la libertà di critica all’uso pubblico della memoria dell’Olocausto, questione delicata ed effettivamente ancora in corso di elaborazione tanto nel mondo politico che in quello accademico, ha portato ad una vera e propria crisi nelle relazioni tra la sinistra e l’ebraismo “politico”, anche con quello di orientamento meno identitario. Ed è in questa crisi che si alimentano, nel peggiore dei casi, tendenze rosso-brune, ovvero spazi politici liminali tra sinistra internazionalista e neofascismo, secondo il principio “il nemico del mio nemico è mio amico”. È il caso del paradossale sostegno che esponenti del fu PdCI, di Casapound, organizzazioni dell’estrema destra francese e sostenitori del network Freedom Flotilla stanno concretamente dando a Bashar Assad e al regime siriano. Ma anche nel migliore dei casi, ovvero quando con il sostegno alla causa palestinese si rivendica l’opposizione alle pratiche di occupazione militare e segregazione da parte delle istituzioni israeliane, l’accostamento provocatorio tra la Shoah e la Nakba, tra Israele e il Terzo Reich, non fa altro che esacerbare le tensioni che corrono a livello internazionale tra le comunità ebraiche e il mondo arabo. Non si lavora quindi per una possibile e salutare ricomposizione delle forze antifasciste e antirazziste che si oppongano al tracimare globale delle pulsioni identitarie e tradizionaliste.

Infine, non possiamo non considerare le narrazioni tossiche che hanno portato le celebrazioni del 25 aprile a utilizzare una retorica patriottarda e assolutamente controproducente per il consolidamento di una memoria resistenziale e antifascista. Il caso dell’anno lo ha creato il presidente Napolitano, includendo nel suo discorso un invito alla liberazione dei due soldati italiani ancora trattenuti in India per l’ omicidio di due pescatori nel 2012: «I nostri marò, ingiustamente trattenuti troppo a lungo lontano dalla Patria, fanno onore all’Italia». Senza entrare nel merito della vicenda, l’appello lanciato in questa occasione non solo non mi sembra abbia la benché minima assonanza con il coraggio dimostrato da quanti, civili e militari, si ribellarono alle leve forzate, alla repressione del dissenso e alla persecuzione di ebrei, omosessuali e oppositori politici. Inoltre appiattisce la festa della Liberazione su una ragion di stato in questo caso maldestramente sovrapposta ad una retorica colonialista e velatamente razzista, secondo la quale il governo indiano, in quanto non occidentale, non garantirebbe un processo equo a due cittadini italiani, per altro coinvolti in un triste caso di sussunzione di istituzioni pubbliche agli interessi di mercato privati.

Non è però la prima volta che il 25 aprile viene utilizzato come ribalta per personaggi e temi antitetici a quelli della Resistenza: nel 2010 Renata Polverini, all’epoca governatrice del Lazio a capo di una coalizione di destra, proveniente dal sindacalismo post-missino, vicina agli ambienti più nostalgici e squadristi della curva della Lazio, appoggiata da Casapound attraverso il consigliere regionale Luca Malcotti, venne duramente e giustamente contestata con lanci di uova e fischi. In quell’occasione la presa di posizione dell’Anpi in favore della partecipazione di Renata Polverini, in quanto rappresentante istituzionale, sancì nuovamente una rottura tra la piazza di Piramide e la Rete antifascista metropolitana che dal 2007, sulla scia dell’emergente squadrismo neonazista a Roma e dell’omicidio di Renato Biagetti, aveva riportato migliaia di persone, per lo più giovani, in una piazza sempre più ingessata dalla monumentalizzazione della resistenza e dalla retorica dei partiti del centrosinistra, per altro spesso promotori di iniziative di pacificazione della memoria del fascismo, della Rsi e dello stragismo postbellico.

Il rinnovato abbandono della piazza di Piramide da parte dei nuovi antifascisti, spesso attivisti delle lotte sociali della città di Roma, ha riportato la piazza a confrontarsi con le tante contraddizioni che la animano, lasciando che gli identitarismi, le amnesie e le rimozioni si contendano la ribalta, ignorando il pericolo del montare delle organizzazioni neonaziste in Europa e in Italia.

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