Gary Shteyngart Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gary-shteyngart/ un blog di approfondimento culturale Thu, 22 May 2014 12:01:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gary Shteyngart Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gary-shteyngart/ 32 32 Il grande romanzo americano lo scriverà uno straniero https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-romanzo-americano-lo-scrivera-uno-straniero/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-romanzo-americano-lo-scrivera-uno-straniero/#respond Thu, 22 May 2014 13:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20851 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue - divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Jhumpa Lahiri. Fonte immagine.)

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue – divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

Adesso, però, Jhumpa Lahiri smonta di nuovo tutte le sue sicurezze di scrittrice, e si reinventa in un’altra lingua, accettando, anzi cercando, la sfida del “pellegrinaggio linguistico”: “Questo sforzo continuo”, dice in italiano, “questo tentativo ostinato, mi fa sentire come se fossi sbarcata in un altro mondo. Dove tutto è da esplorare, e io non mi stanco mai di farlo”. Un’esperienza simile, per alcuni versi, è quella di Francesca Marciano, italiana che scrive da sempre in inglese: “Era una lingua che mi ha sempre affascinato e che volevo possedere, farla mia. E una lingua non è solo un agglomerato di suoni, ma anche una cultura, un’etica, un comportamento, persino una postura”, dice l’autrice romana che pubblicò nel 1998 il suo primo libro, “Rules of the Wild” (da noi era “Cielo scoperto”, oggi introvabile), best seller in America dove il “New York Times” lo elogiò per la “grande forza narrativa” e solo in seguito tradotto in Italia.

Ma cambiando prospettiva – e sponda dell’oceano – Francesca Marciano non è più un caso editoriale atipico. Stando alla selezione del “New Yorker”, tra i migliori 20 scrittori sotto i 40 anni, più della metà non sono americani, nemmeno di seconda generazione, ma sono arrivati negli Stati Uniti perlopiù da adulti. Oggi non è un’iperbole affermare che la maggior parte dei giovani scrittori americani amati dalla critica non sono “americani”. Qualche nome: Yiyun Li, nata in Cina e trasferitasi in America dopo la laurea, ha scritto in inglese tutti i suoi libri, compreso l’ultimo, “Meglio della solitudine” (Einaudi, 2015); Daniel Alarcon è peruviano ma ha scelto l’inglese anche per il suo ultimo, ambizioso, romanzo “La notte camminavamo in cerchio” (Einaudi, 2015); Gary Shteyngart è nato a Leningrado e si è trasferito a New York all’età di sette anni: lo racconta nel suo ultimo memoir “Mi chiamavano piccolo fallimento” (Guanda, settembre); Boris Fishman, nato anche lui nella Russia sovietica, esordisce in USA con un romanzo autobiografico di cui già molto si parla, “A Replecement Life” (Harper, il 3 giugno); il nigeriano Teju Cole, considerato da Salman Rushdie lo scrittore “più talentuoso della sua generazione”, africano cresciuto negli Stati Uniti, racconta nel suo ultimo libro “Ogni giorno è per il ladro” (Einaudi, settembre) la storia di un uomo che torna a Laos, in Nigeria; Aleksander Hemon, nato a Sarajevo, città che ha lasciato a malincuore durante i bombardamenti del ‘92 per rimanere negli Stati Uniti, è stato paragonato addirittura a Nabokov per il suo estro linguistico.

Secondo Hemon – che sarà ospite del Festivaletteratura di Mantova per presentare il nuovo libro, “Amore e ostacoli” (Einaudi), come anche come Teju Cole e Gary Shteyngart – è “una concezione molto europea quella che nasci con una lingua e le appartieni, e in tutte le altre sei uno straniero”. Le ragioni per cui uno scrittore sceglie una lingua diversa dalla sua sono molteplici: può essere la lingua dell’esilio, e quindi acquisita in modo doloroso, può essere scelta per ragioni romantiche, o anche di mercato e convenienza editoriale (è innegabile che in USA la macchina funzioni meglio).

Per Francesca Marciano, che lo scorso maggio ha pubblicato con estremo successo la raccolta di racconti “The Other Language” (Pantheon), la scelta è stata naturale: “Quando ho scritto il mio primo libro vivevo in Kenya da tanti anni e i personaggi parlavano in inglese, mi venne spontaneo scrivere nella lingua in cui loro si esprimevano. In fondo scrivere in un’altra lingua è come avere due personalità”, continua, “la prima è quella della lingua madre, legata all’infanzia, ai genitori, mentre l’altra è quella della vita adulta, dove non ci sono testimoni, e si è più liberi, meno inibiti. Scrivere in inglese è stato una specie di tradimento che mi ha reso più sincera. Forse anche Nabokov, Beckett in questo tradire-tradurre si sono sentiti più liberi?”.

“Si fatica moltissimo ad acquisire un’altra lingua”, dice Lara Santoro, ex reporter di guerra in Africa e autrice di due ottimi romanzi scritti in inglese (per le edizioni E/O il 23 maggio in libreria “Fine estate”), “ma vuoi mettere la ricchezza lessicale di un Nabokov? Dove la trovi tra gli americani? Dopo il grosso sforzo iniziale, chi scrive in un’altra lingua ha di solito una maggior padronanza. Se si ha un dubbio su una parola, un modo di dire, bisogna controllare, e intanto che si controlla se ne imparano altre quattro”.

Chissà se faticò anche Apuleio a scrivere l“’Asino d’oro” – per molti aspetti il primo romanzo della storia – scritto in latino da un africano: uno che, stando alle carte geografiche, oggi sarebbe algerino. È innegabile che da quando esiste la letteratura, esiste anche un andirivieni linguistico. Beckett, Nabokov, certo. Ma anche Conrad, che era polacco (a luglio potremo leggere una nuova traduzione di “Un avamposto del progresso”, da Adelphi). Jasif Brodskij scriveva sia in russo sia in inglese. Irène Némirovsky, che conosceva sette lingue, scriveva in francese. Gao Xingjiang scrive in francese. Derek Walcott in inglese e qualche volta in patois, Herta Muller è romena e scrive in tedesco.

Anche Agota Kristof così raccontava la sua fatica: “Questa lingua non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta”, scriveva ne “L’analfabeta”, (Casagrande), il piccolo libro in cui l’autrice ungherese esiliata in Svizzera condensa nel suo consueto modo scarno i dolori e le gioie dell’esilio letterario. E proprio tra i classici, ci sono due uscite importanti tra i migrant writers del passato: Ernst Lothar, scrittore ebreo-austriaco misconosciuto, nel ‘38 fuggì dall’Austria e si rifugiò in America, dove scrisse in inglese “La Melodia di Vienna” (in libreria il 18 giugno per e/o), una sorta di “Downton Abbey” mitteleuropea, che uscì prima negli USA e solo dopo un po’ in Austria, riscritto poi in tedesco. E “Uomini in guerra” (Keller, a giugno), scritto dall’ufficiale ungherese Andreas Latzko, un romanzo-manifesto del pacifismo della Grande Guerra, censurato all’epoca, ma che continuò a circolare in tutta Europa.

L’ibridazione e lo sradicamento sono dunque essenziali per lo scrivere. Lo stato di “esiliati” è una condizione quasi naturale per lo scrittore, condizione di cui, a ben guardare, lo scrittore va quasi in cerca, perché nonostante tutto – nonostante le perdite, le nostalgie, le assenze  – è comunque stimolante: “In un certo senso”, dice ancora Jhumpa Lahiri, “ho sempre vissuto una specie di esilio linguistico. La mia lingua madre, quella della mia famiglia, il bengalese, in America è una lingua straniera. E poi io lo parlo male, il bengali, e quindi in fondo anche per me la mia lingua madre è paradossalmente, una lingua straniera”. “Ora, scrivendo in italiano da quasi due anni mi sento trasformata, quasi rinata. Ma la mia è stata soprattutto l’avventura di una lettrice. E scrivere è stato un impulso, una risposta alla lettura. Mi sento un po’ come Cesare Pavese. Lui fu talmente influenzato da Melville e dagli altri americani che lesse e tradusse che cambiò il suo modo di scrivere. Anche se non era mai stato in America. Ora quando scrivo in italiano è come se ascoltassi una voce che mi parla nel mio cervello. E mi entusiasma scrivere in questa nuova lingua. Anche se mi sento ancora un’apprendista. Quello che proprio non riesco a fare è tradurmi, tradurre quello che ho scritto in italiano in inglese”. Come faceva Beckett. E come hanno fatto altri, sempre con scarso successo.

Perché “la patria è quella che si parla”, ha detto una volta Herta Müller. E ancora molto pochi, in questo nostro paese così aperto linguisticamente alle traduzioni di testi stranieri, sono i casi di autori stranieri veramente degni di questo nome che hanno scelto  la lingua italiana per i loro libri, tra questi di certo l’argentino Adrian N. Bravi,  l’italiana di origine somala Igiaba Sciego, il moldavo di origini siberiane Nicolai Lilin, e le albanesi Ornela Vorpsi e Anilda Ibrahimi.

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Non dimenticare la propria storia https://minimaetmoralia.it/interviste/recensione-che-dio-ci-perdoni-am-homes/ https://minimaetmoralia.it/interviste/recensione-che-dio-ci-perdoni-am-homes/#respond Thu, 25 Jul 2013 13:49:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14794 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

La conferma che A.M. Homes sia una delle più grandi scrittrici americane viventi arriva puntuale insieme a ogni suo romanzo. Che Dio ci perdoni (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, 19 euro, pagine 464) è l’ultimo della sua opera. Uscito lo scorso anno negli Stati Uniti, amato e celebrato dai colleghi scrittori Jay McInerney, Salman Rushdie, Gary Shteyngart e Jeanette Winterson, il romanzo è ambientato in questo ventunesimo secolo e in una cittadina non lontana da New York, nei 365 giorni che vanno da un giorno del Ringraziamento all’altro.

Protagonisti un professore di storia innamorato di Richard Nixon, Harold Silver, e suo fratello George, che nelle primissime pagine del libro scopre la moglie a letto con Harold e la uccide fracassandole una lampada in testa. George viene arrestato e Harold si trasferisce a casa sua prendendosi cura dei due nipoti, del cane e del gatto. Di lì in avanti, malgrado Harold abbia già superato la mezza età, il libro procede come un romanzo di formazione che di quest’uomo segue la vita quotidiana alla ricerca di un punto fermo da cui ricominciare.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine.)

La conferma che A.M. Homes sia una delle più grandi scrittrici americane viventi arriva puntuale insieme a ogni suo romanzo. Che Dio ci perdoni (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, 19 euro, pagine 464) è l’ultimo della sua opera. Uscito lo scorso anno negli Stati Uniti, amato e celebrato dai colleghi scrittori Jay McInerney, Salman Rushdie, Gary Shteyngart e Jeanette Winterson, il romanzo è ambientato in questo ventunesimo secolo e in una cittadina non lontana da New York, nei 365 giorni che vanno da un giorno del Ringraziamento all’altro.

Protagonisti un professore di storia innamorato di Richard Nixon, Harold Silver, e suo fratello George, che nelle primissime pagine del libro scopre la moglie a letto con Harold e la uccide fracassandole una lampada in testa. George viene arrestato e Harold si trasferisce a casa sua prendendosi cura dei due nipoti, del cane e del gatto. Di lì in avanti, malgrado Harold abbia già superato la mezza età, il libro procede come un romanzo di formazione che di quest’uomo segue la vita quotidiana alla ricerca di un punto fermo da cui ricominciare.

“Non voglio scrivere storie che si limitino a documentare la vita quotidiana”, mi dice Homes in una sala da tè di New York a pochi passi da Washington Square. “Per me scrivere è andare oltre”, dice. “Scrivendo cerco di portare all’estremo il confine di ciò che è reale e possibile. Quello che cerco di fare è dare una lettura culturale e sociale del dove stiamo andando. E spesso le storie che racconto finiscono per diventare realtà”.

Perché fare innamorare il suo protagonista proprio di Nixon?

Ottima domanda. Innanzitutto perché sono cresciuta a Washington D.C. e Nixon è stato presidente per gran parte della mia infanzia, per cui sono abbastanza informata sull’argomento. Poi trovo sia un personaggio affascinante. E tenebroso, complicato, irrisolto. Si possono condividere o meno le sue scelte, ma la sua psicologia resta comunque molto interessante. E in ultimo non andrebbe dimenticato che è lui ad avere aperto l’America alla Cina.

La memoria storica è anche uno dei temi dominanti del libro.

Sì, mi sta a cuore l’idea che la gente non debba dimenticare la propria storia. Ma l’America non sembra così interessata alla memoria.

Dov’è esattamente la casa di questo suo romanzo?

Nel Westchester County, a sudest di New York. La cittadina è inventata ma è un mix di due città: Bronxville e Larchmont. Non sono nemmeno lontane tra loro. E distano mezz’ora da qui.

Come in Musica per un incendio, la casa a un certo punto sembra diventare la vera protagonista della storia.

Sì, e nella mia mente è anche la stessa casa di Musica per un incendio. La gente che ci abita è diversa, ma la casa me la immagino uguale. Ed è una casa che esiste veramente. Conoscevo una famiglia che a un certo punto era andata a vivere fuori New York, e andavo spesso a trovarli, in una casa come questa. È interessante come le cose stagnino nella mente e poi vengano a galla quando scrivi. Per cui le cose che inventi finiscono per diventare reali, o quantomeno non poi così distanti dalla realtà.

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Grandi perdenti americani https://minimaetmoralia.it/letteratura/great-american-losers-elaine-blair/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/great-american-losers-elaine-blair/#comments Wed, 20 Mar 2013 08:42:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13655 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Gary Shteyngart. Fonte: University of Tennessee's Daily Beacon.)

Ho sempre trovato curiosa l’abbondanza di alter-ego imbranati nei romanzi degli scrittori americani maschi sotto la cinquantina: sono persone affermate, che normalmente conquistano donne interessanti e di bell’aspetto, ma i loro personaggi no. Quando ho chiesto il perché a uno di loro, uno scrittore americano di mezza età, lui mi ha risposto ironicamente che forse per loro il sesso come divertimento è una cosa da college, non si può mettere nei romanzi.

Per gli italiani cresciuti con il Decameron di Boccaccio e quello di Pasolini, è strano trovarsi davanti personaggi maschili che raramente si divertono e godono. Cercando un esempio per spiegarmi, ho aperto a caso Tutti gli intellettuali giovani e tristi di Keith Gessen e ho letto questo: “…e di colpo Sam si accorse che non ce l’aveva duro. Tradimento! Pieno di pensieri lussuriosi (…) ma incapace di lussuria nei gesti. Ne aveva scritto sant’Agostino”: il tono è quello esagitato di Philip Roth, ma il contenuto è l’impotenza: la scena in questione parla di un abboccamento con una blogger, e del terrore del protagonista che la blogger il giorno dopo scriva di lui: in caso di insuccesso, “decine di migliaia di lettori l’avrebbero saputo entro la fine della settimana”.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Gary Shteyngart. Fonte: University of Tennessee’s Daily Beacon.)

Ho sempre trovato curiosa l’abbondanza di alter-ego imbranati nei romanzi degli scrittori americani maschi sotto la cinquantina: sono persone affermate, che normalmente conquistano donne interessanti e di bell’aspetto, ma i loro personaggi no. Quando ho chiesto il perché a uno di loro, uno scrittore americano di mezza età, lui mi ha risposto ironicamente che forse per loro il sesso come divertimento è una cosa da college, non si può mettere nei romanzi.

Per gli italiani cresciuti con il Decameron di Boccaccio e quello di Pasolini, è strano trovarsi davanti personaggi maschili che raramente si divertono e godono. Cercando un esempio per spiegarmi, ho aperto a caso Tutti gli intellettuali giovani e tristi di Keith Gessen e ho letto questo: “…e di colpo Sam si accorse che non ce l’aveva duro. Tradimento! Pieno di pensieri lussuriosi (…) ma incapace di lussuria nei gesti. Ne aveva scritto sant’Agostino”: il tono è quello esagitato di Philip Roth, ma il contenuto è l’impotenza: la scena in questione parla di un abboccamento con una blogger, e del terrore del protagonista che la blogger il giorno dopo scriva di lui: in caso di insuccesso, “decine di migliaia di lettori l’avrebbero saputo entro la fine della settimana”.

In un articolo recente della New York Review of Books ho finalmente trovato un’analisi profonda del fenomeno. L’ha scritto la giovane critica Elaine Blair, si chiama Great American Losers ed è una di quelle letture che rimettono le cose apposto, risolvono una dissonanza cognitiva.

Una prima spiegazione, dice Blair, potrebbe essere questa: i personaggi degli autori in questione sarebbero dei perdenti perché “dopo l’università, un uomo laureato del ceto medio ha davanti a sé una ventina d’anni in cui rischia costantemente di subire rifiuti sentimentali e in cui è in competizione con i propri pari”. Nel 1997, in un saggio sul New Yorker sui libri di consigli sessuali, Jonathan Franzen scriveva: “Stiamo conoscendo le ansie del libero mercato”. Il libero mercato del sesso veniva secondo lui dalla contraccezione e la facilità di divorziare. Per questo il maschio americano in letteratura sarebbe così impotente e goffo.

Tra gli esempi che fa Blair, oltre ad autori come Gary Shteyngart e Richard Price, il più noto agli italiani è il Chip di Le Correzioni, dello stesso Franzen. “A Chip pareva che Julia lo stesse lasciando perché “The Academy Purple” aveva troppi riferimenti al seno femminile e un incipit trascinato, e che se avesse saputo correggere questi pochi evidenti difetti (…) ci sarebbe stata speranza sia per le sue finanze che per la possibilità” di ritrovarsi in compagnia dei bei seni di Julia. Ossia l’unica attività che ormai poteva “dargli sollievo dai suoi fallimenti”.

Elaine Blair ha trovato però una spiegazione più profonda, che senza escludere quest’ultima la integra dicendo qualcosa sugli autori più che sulla società: secondo Blair, gli autori maschi americani degli ultimi vent’anni stanno cercando a tutti i costi di non passare per maschilisti o macho agli occhi delle lettrici.

Facciamo un passo indietro: prima della generazione di Franzen c’è stata quella di Norman Mailer, John Updike, Philip Roth, che David Foster Wallace chiamò, in un pezzo del ’98, i Grandi Narcisi: ego-riferiti e smaniosi di raccontare i propri successi da seduttori, trattavano le donne conquistate con condiscendenza, avevano un complesso di superiorità. Updike, scriveva Wallace, veniva considerato dalle femministe “un pene con un dizionario dei sinonimi”.

Un paio di generazioni di lettrici sono cresciute odiando i Grandi Narcisi. Oggi chiunque frequenti i reading o le metropolitane sa che il lettore è in maggioranza donna. Secondo Blair, c’è un gioco di potere in corso: lo scrittore vuole compiacere la lettrice presentandole come proprio alter-ego un uomo insicuro. “Che razza di romanziere sei se non ti leggono le donne?” scrive Blair immedesimandosi negli autori: “Queste donne non solo sono figlie di divorziati, ma pure di un movimento femminista che ha avuto una profonda influenza sulla critica culturale: odiano i Narcisi”.

Così gli autori si fabbricano alter-ego imbranati per non farsi scambiare per Narcisi. Il gioco però può diventare disonesto, visto che nella realtà molto spesso gli scrittori in questione attraggono le donne per una serie di ovvi motivi (creatività, prestigio sociale, brillantezza). La Blair: “I giovani romanzieri americani vogliono piacere. E i loro romanzi sono irresistibili… ingegnosi e divertenti, allegri, veri. Gli autori hanno un controllo squisito su punto di vista e tono. Le voci narranti sono sexy”.

Per quanto l’alter-ego sia impacciato, con una voce narrante sexy l’autore vuole pur sempre conquistare la lettrice. Lo sforzo si sente: “Insomma anche la nuova generazione di personaggi è a suo modo egoriferita. Come altro descrivere il costante amorevole esame delle colpe e dei difetti dei propri protagonisti?” Paradossalmente ciò finisce col privare i lettori di un tema importante: “Un intero ambito di esperienza erotica rimane non rappresentato… con tanto scrupolo gli autori smontano ogni sicurezza o autostima sessuale dei loro personaggi maschili che in sostanza evitano di mettere in scena il fatto che, nel mondo reale, gli uomini sono capaci di incanalare le loro energie libidiche nel potere di seduzione”. In conclusione: fanno gli imbranati per non dispiacere; nascondono il proprio vero potere di seduzione fra le pieghe della voce narrante; continuano a voler conquistare la lettrice, ma senza darlo a vedere: è un machismo più sottile o una forma di vittimismo?

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Intervista a Gary Shteyngart https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-gary-shteyngart/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-gary-shteyngart/#respond Thu, 01 Sep 2011 12:25:35 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5093 Questa intervista è uscita sul Mucchio.

di Liborio Conca

L’ultimo romanzo di Shteyngart, Storia d’amore vera e supertriste, racconta un futuro immaginato (ma non troppo?) in cui New York è dominata da una politica reazionaria e repressiva. La gente è ridotta a comunicare solo per via tecnologica.

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Questa intervista è uscita sul Mucchio.

di Liborio Conca

L’ultimo romanzo di Shteyngart, Storia d’amore vera e supertriste, racconta un futuro immaginato (ma non troppo?) in cui New York è dominata da una politica reazionaria e repressiva. La gente è ridotta a comunicare solo per via tecnologica. Uno scenario dickiano che però è solo l’impalcatura di una storia meno fantascientifica di quanto sembri: l’amore tormentato tra il protagonista Lenny Abramov e la giovane coreana Eunice Park, sbocciato a Roma, è l’altro tema fondamentale del romanzo.

La scrittura satirica, l’utilizzo di un registro ironico e paradossale sono caratteristiche precise della sua narrativa. Rispetto al precedente Absurdistan, in Storia d’amore i toni si fanno meno grotteschi e più cupi…
Sì, sono d’accordo. Credo che sia per questo motivo: Absurdistan era ambientato nell’ex Unione Sovietica, che a mio modo di vedere è la culla della satira, un paese molto satirico e satirizzabile. Ma… non è il mio paese, anche se ci ho vissuto per un po’. Certamente nella Storia d’amore l’umorismo, l’ironia prendono una piega più amara. Come si può notare dalla copertina che l’editore Guanda ha scelto per l’edizione italiana, le bombe piovono sulla mia città di adesso. Non su Mosca, cosa che per me andrebbe benissimo.

Il futuro immaginato in questo romanzo, in realtà, non sembra così distante dal nostro – soprattutto dal punto di vista della pervasività tecnologica. Tutta questa gente perennemente connessa. Le vorrei chiedere qual è il suo rapporto con la tecnologia; e se ci può spiegare cosa diavolo sono gli apparati, onnipresenti in Storia d’amore.
Glielo spiego subito. (tira fuori il suo iphone, ndr.) L’apparat è un piccolo dispositivo che si porta attaccato al collo e che secondo me nel futuro avremo tutti. L’apparat ci classifica; chiunque lo porta viene classificato. Esempio: entro in un bar e automaticamente vengo classificato – e questa classifica è proiettata su un grande schermo – come, che so, il quarto uomo più brutto presente nel bar in questo momento, ma in settima posizione per credito. Insomma, non esisterà nessuna informazione su nessuno di noi che non sarà automaticamente resa di dominio pubblico. Quanto al mio rapporto con la tecnologia, è presto detto. Ero talmente incapace che ho dovuto ingaggiare un giovanotto per spiegarmi cosa fosse internet e iniziarmi alle ultime tecnologie. Dopodiché mi ha comprato un iphone e sono diventato molto gravemente iphone-dipendente; tanto gravemente che adesso sto cercando una casa fuori da New York, in qualche posto dove non c’è campo, così almeno riuscirò a leggere, cosa che altrimenti non faccio più.
Ho letto che da ragazzo lei era appassionato di fantascienza, è vero?
Certo. Ero abbonato alla rivista di science fiction diretta da Asimov. È stata una cosa interessante; all’epoca non parlavo bene l’inglese, anzi proprio per niente. Però da qualche parte, nel mondo della fantascienza, c’è questa idea che anche se non padroneggi la lingua fino in fondo, in qualche modo riesci a cogliere lo stesso i concetti. Ed è vero, e mi affascinavano molto le tematiche trattate: la ricerca dell’immortalità, del senso di ciò che significa essere degli esseri umani, tutte questioni che un autore come Philip Dick poneva con insistenza.

A proposito di eternità, lei crede che sia un traguardo realizzabile? E qualora lo fosse, ne saremmo davvero felici? Dalle nostre parti, ad esempio, c’è un premier che sembrerebbe eterno…e non tutti gli italiani ne sono propriamente felici.
Berlusconi è stato sicuramente di grandissima ispirazione, ha avuto una grande influenza su di me nel momento di dar vita al personaggio di Joshie. Perché anche lui si sforza di essere sempre più giovane, e sempre più questa sua giovinezza appare sforzata. Insomma, l’idea che bisogna vivere per sempre e servirsi di trattamenti medici di vario tipo, è comune a molti. Anche al mio Lenny. Con una differenza: Lenny ama uscire con ragazze molto più giovani di lui, però essendo prudente non va sotto i 25 anni, mentre Berlusconi va giù piatto e sceglie le sedicenni. L’idea è la stessa, una sola: morire non è una cosa bella. Un altro che mi ha molto ispirato è un tizio che va in giro per l’America sostenendo che entro il 2048 tutti riusciremo a raggiungere l’immortalità. Come? Venendo “scaricati” dentro un computer. Dal mio punto di vista è uno scenario che fa accapponare la pelle. Sono tempi difficili.

È stato divertente riprodurre il gergo giovanile di Eunice Park e delle sue amiche?
Oh, certo che mi sono divertito. Io ho un ottimo osservatorio, perché insegno per qualche mese l’anno alla Columbia University, che naturalmente è un istituto molto serio, frequentato da gente intelligentissima; poi, quando esci la sera, e senti un po’ in giro come si parla, ti rendi conto che i ragazzi e le ragazze fanno a pezzi la lingua inglese. Quindi mi sono divertito molto, aggiungendo pure qualche sigla di mia stretta invenzione. Tipo JBF, ‘Just butt-fucking.

Diamo i numeri. In percentuale, quanto c’è in lei di russo, ebreo e newyorkese?
Allora…forse direi 50% newyorkese, e russo ed ebreo 25 % ex-aequo. L’unico problema è che oramai essere ebrei e newyorkesi è praticamente la stessa cosa, le due parole sono sinonimi.

E cos’è invece che la fa sentire ancora russo?
Sono molto affascinato dall’autoritarismo. Pensi che quando ero piccolo, sono cresciuto in un quartiere dove c’era un gigantesco monumento a Lenin, e ogni mattina andavo lì e abbracciavo il piedistallo. Quindi per me Grandi Capi, Grandi Leader, le Grandi Affermazioni, sono cose alle quali sono molto abituato, e ne sono molto affascinato. Quando poi ci siamo trasferiti in America mio padre mi ha spiegato molto praticamente che dovevo smettere di amare Lenin e cominciare ad amare Reagan. Come vede, si va da un capo all’altro.

Chissà se la statua è stata abbattuta…
Vado in Russia ogni anno ed è ancora lì.

Torniamo in America. Crede davvero che il periodo 2000-2008, l’era dell’amministrazione Bush, sia stato così nefasto per gli Stati Uniti? E adesso nota miglioramenti sensibili?
Bush era un idiota, ma non soltanto un idiota. Ogni grande potenza conosce dei periodi di crescita e poi dei periodi di declino, ed è chiaro che gli Stati Uniti sono in una fase di declino. Nel senso che ci sono altri paesi che hanno più fame di successo, di espansione di noi, noi che beninteso l’abbiamo avuta quella fame. Ma quel periodo è alle nostre spalle. Tuttavia è vero che un uomo può fare un’orrenda differenza e sicuramente Bush ha fatto un’orrenda differenza. Adesso Obama avrebbe il compito non dico di invertire questo processo, ma almeno di rallentarlo. Per invertirlo credo davvero che occorrerebbe un’altra generazione.

Che rapporto ha con i suoi colleghi come Jonathan Franzen, o di generazione più avanzata, come Philip Roth?
Tengo a precisare come prima cosa che sono più giovane di entrambi (ride, ndr). Sono un fan enorme di Philp Roth, alla Columbia ho un corso che si intitola “Il maschio isterico”, e come può immaginare insegno autori come Bellow, Richler e Roth; non ci si può sottrarre a questi nomi. È molto interessante avere come oggetto di insegnamento questi autori più grandi, anche perché spesso molti ragazzi proprio non li capiscono. Non li conoscono. Questa scrittura ebraico-isterica non sembra più così rilevante per loro, forse sono più calati dentro un tipo di scrittura postmoderna, molto più pretenziosa.

A proposito di Roth, glielo daranno il Nobel? In Italia c’è un sacco di gente si chiede continuamente quando avrà il Nobel. Non è che lo danno prima a lei?
Sa cosa le dico, mi sa che non lo prendiamo né io né lui. Come saprà ho abitato a Roma per circa un anno e quando mi portavano a qualche party ero sempre introdotto come “lo scrittore russo” (lo dice in italiano, ndr). Era l’epoca di Bush, e nessuno voleva dire che ero uno scrittore americano. Penso che in ultima analisi c’è sempre un fattore politico per l’assegnazione dei premi Nobel per la letteratura, e non solo, e noi americani abbiamo bombardato un po’ troppi paesi negli ultimi vent’anni per aspirare al Nobel adesso.

Chiudiamo con l’Italia; il suo romanzo si apre a Roma e si chiude in Toscana. Che idea si è fatto degli italiani, che rapporto ha con il nostro paese?
L’Italia è come una bellissima amante che ha dei problemi gravissimi. Tu la ami, l’adori, e dici “Santo cielo, prima o poi cambierà, diventerà normale”, ma il problema è che non cambia mai. Ogni anno è un po’ peggio. O rimane impantanata negli stessi problemi in cui era prima. E i problemi crescono fino a raggiungere livelli inquietanti. Ora, è chiaro che tutti i paesi passano periodi buoni e meno buoni; come dicevo prima, anche il mio sta passando un momento di declino. Resta che per vedere l’Italia da lontano bisogna mettere in campo tutte le proprie capacità fantascientifiche, o di analista sociale.

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