Gaza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gaza/ un blog di approfondimento culturale Fri, 08 Aug 2014 13:38:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gaza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gaza/ 32 32 La carneficina di Gaza e il tempo immobile degli intellettuali https://minimaetmoralia.it/mondo/e-possibile-difendere-gaza-per-gli-intellettuali-italiani-e-possibile-parlare-di-israele-senza-essere-tacciati-di-antisemitismo/ https://minimaetmoralia.it/mondo/e-possibile-difendere-gaza-per-gli-intellettuali-italiani-e-possibile-parlare-di-israele-senza-essere-tacciati-di-antisemitismo/#comments Fri, 08 Aug 2014 08:55:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22718 di Lorenzo Galbiati

Il 14 luglio su questo blog culturale Christian Raimo scrive, citando Vonnegut, che “Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase presa da Mattatoio n° 5 viene in soccorso a Raimo, che non sa quale narrazione sviluppare sull’attuale carneficina di Gaza. Raimo sceglie il silenzio, che considera l’unica soluzione intelligente: “Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito.”

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di Lorenzo Galbiati

Il 14 luglio su questo blog culturale Christian Raimo scrive, citando Vonnegut, che “Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase presa da Mattatoio n° 5 viene in soccorso a Raimo, che non sa quale narrazione sviluppare sull’attuale carneficina di Gaza. Raimo sceglie il silenzio, che considera l’unica soluzione intelligente: “Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito.”

È difficile capire come un intellettuale possa concepire qualcosa di più infelice del proclamare il silenzio l’unica cosa intelligente di fronte a una strage (termine più appropriato di “guerra”). E certo Vonnegut non può fare velo a Raimo: la sua frase parla del narrare un massacro, non del prender posizione in proposito. Come narrazione, dice Vonnegut, c’è ben poco da dire: son tutti morti. Certo, perché Vonnegut parla di un massacro già finito, passato alla storia. Noi invece stiamo vedendo con i nostri occhi la storia, stiamo assistendo al massacro in diretta, e anche alla sua mastodontica copertura e giustificazione mediatica. L’intellettuale, se è tale, in questi casi alza la voce per denunciare il crimine o sta zitto?

I massacri possono essere noiosi da narrare quando sono già finiti, ciò non toglie che la letteratura possa farli rivivere in modo artisticamente significativo. Ma quale intellettuale può credere di potersi esimere dal denunciare un massacro in corso? Com’è possibile che Raimo abbia scelto di parlare per annunciare il suo silenzio?

Raimo si ispira a uno “status di Ida Dominijanni su facebook che diceva: “Ho letto vari post e relativi dibattiti su quello che sta succedendo a Gaza. Posso dire una cosa che non piacerà a nessuno? Io la ripetitività del conflitto israelo-palestinese non la reggo più. E nemmeno quella dei relativi dibattiti”. Di fronte a una carneficina in corso, Ida Dominijanni dichiara che non regge più “la ripetitività del conflitto israelo-palestinese”. Se questa frase è infelice per uno scrittore, un intellettuale, risulta un assurdo per una giornalista, tanto che diventa lecito per un lettore considerarla organica con la propaganda sionista. E Michele Serra, riprendendo l’articolo di Raimo che cita Dominijanni, non trova di meglio, sdraiato sulla sua Amaca, che accodarsi al silenzio connivente che l’intellighenzia di sinistra coltiva verso la carneficina di Gaza.

Il silenzio è infatti oggettivamente connivente. Se poi ci si chiede: “ma perché proprio per questa carneficina certi intellettuali scelgono il silenzio? Perché tutte le altre volte si condannava il silenzio?” Le uniche risposte sensate sono che gli intellettuali hanno abdicato al loro ruolo; o hanno una sudditanza psicologica verso le parole d’ordine di una precisa propaganda di potere (“l’antisionismo è un travestimento dell’antisemitismo”) che li costringe a mille faticosi distinguo e specificazioni che alla fine perdono il senso di quel che vogliono dire; o hanno perso in lucidità e coraggio (sono forse ottusi?); o… sono organici alla propaganda sionista, cioè sono in malafede.

Poichè evito i processi alle intenzioni, preferisco escludere la malafede e concentrarmi sul perchè gli intellettuali hanno abdicato al loro ruolo. La risposta qual è?

Rileggo Dominijanni e Raimo, e quel che mi stupisce è la loro insistenza sulla parola “ripetitività”, riferita al supposto “conflitto” israelo-palestinese (è una colonizzazione, una pulizia etnica, non un conflitto). Ripetitività suggerisce concetti quali “è sempre tutto uguale”, “la storia si ripete ciclicamente”, “il tempo si è fermato”. È Raimo a scrivere: “Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale”.

Se la storia è ripetitiva, tutta uguale, ciclica, ferma, allora fermiamoci anche noi dal narrarla: non vorremmo essere noiosi.

Ed ecco che gli intellettuali si fanno strumenti organici della normalizzazione in atto, a ogni livello della vita pubblica occidentale, nell’accettare il crimine dell’embargo su Gaza, così come della colonizzazione di Gerusalemme est e della West Bank.

Del resto, sta forse succedendo qualcosa in Palestina? No, è sempre tutto uguale.

A Gaza l’embargo, che prosegue dal 2007, ha forse ridotto la popolazione al limite della catastrofe umanitaria, a prigionieri di un lager a cielo aperto, cui arrivano a piccole razioni, decise da Israele, alimenti, acqua, materiali, luce? No, è tutto uguale.

A Gerusalemme est continuano forse più numerose le demolizioni delle case palestinesi, al fine di pulirla etnicamente, renderla a stragrande maggioranza ebraica ed integrarla in Israele come capitale unica? No, è tutto uguale.

Nella West Bank prosegue forse a spron battuto la costruzione di nuove colonie, in modo da sottrarre ancora più terra ai palestinesi e rinchiuderli in sempre più piccoli bantustan accerchiati da coloni come i tre adolescenti rapiti e uccisi circa un mese fa? No, è tutto uguale.

È forse vicino il momento in cui lo “stato ebraico” si impossesserà di tutta la terra fino al Giordano e diventerà definitivamente uno stato di apartheid, nel quale i palestinesi vivranno autonomi nelle loro gabbie, amministrate da loro ma in tutto e per tutto controllate dall’esercito e dall’amministrazione sionista? No, è tutto uguale.

È forse vicina la fine della possibilità di uno stato palestinese vero, autonomo? No, è tutto uguale.

È forse vicina la distruzione del popolo palestinese? No, è tutto uguale.

Nella storia si è sempre assistito al genocidio di intere culture o popoli, o parti di essi, come conseguenza della colonizzazione di un invasore. Tutti lo sanno. Ma nel caso della Palestina nessuno lo vede, nessuno lo dice, la storia si ferma e il genocidio diventa per gli intellettuali (Raimo) “una figura retorica” che indica qualcosa di “ricorsivo”.

Ripetitività, figura retorica ricorsiva.

L’intellettuale abdica al suo ruolo perché vede una realtà sempre uguale, crede non ci siano novità da narrare, come se non considerasse suo compito confrontarsi o incidere nella realtà bensì fare narrazioni della realtà, agire su un piano ad essa parallelo e del tutto autoreferenziale. La realtà è fuori, al di là da tutto questo. E quando chi vive nella realtà, e si confronta ponendo la realtà, e non le sue narrazioni possibili, come base di una partecipazione etica al presente, fa notare all’intellettuale che il suo atteggiamento si qualifica come connivenza – se non complicità – l’intellettuale rifiuta sdegnato la critica, di fatto non la capisce nemmeno, perché si pone su un altro piano, quello nel quale, insieme agli altri eletti, si confrontano narrazioni sempre più intelligenti, originali, e soprattutto fini a se stesse – o si tace.

I problemi di cui soffre l’intellettuale hanno quindi due cause. La prima è la miopia, che causa il congelamento del suo sguardo, tanto che vede il tempo fermo in Medio Oriente, se non ciclico. La seconda è la dislessia/disgrafia, che lo porta a credere di dover parlare solo quando può fornire una narrazione originale, altrimenti meglio il silenzio, perciò se un crimine si ripete meglio non denunciarlo (o questo vale solo per la Palestina?).

Parlo dell’intellettuale, dello scrittore, e non solo di Christian Raimo, perché quanto ho descritto è ciò che vedo nel web, nei siti o blog di letteratura e politica.

Un post dal titolo e dall’introduzione in cui l’estrema sintesi coincide con l’estrema ottusità è il pezzo “No” del 15 luglio su Il primo amore, a firma Baratto e Moresco, in cui si legge: “Razzi di Hamas su Israele e bombe israeliane su Gaza: era il gennaio 2009 e l’operazione si chiamava “Piombo fuso”. Di getto, sull’onda dell’emozione e della disperazione, scrivemmo a due mani questo pezzo. Lo ripropongo qui oggi, mentre di nuovo cadono razzi di Hamas su Israele e bombe israeliane su Gaza.”. Sembra che si stia assistendo non a una carneficina criminale ma a uno spettacolo balistico perfettamente simmetrico (razzi da una parte e bombe dall’altra) e uguale al 2009, anno nel quale si direbbe che gli autori abbiano scritto una narrazione definitiva, pronta per essere riciclata in ogni momento, della realtà descritta come “razzi di Hamas – bombe di Israele”. Nessun cenno alle persone, nessuna presa di posizione. Nell’articolo del 2009, che si potrebbe considerare moderatamente filosionista, gli autori sentono il dovere di esplicitare all’inizio il loro debito verso la cultura ebraica e la loro preoccupazione per un presunto antisemitismo di sinistra, per il quale scrivono, parafrasando un discorso del Presidente della Repubblica Napolitano (e della propaganda filosionista): “poiché tale antisemitismo non può essere ammesso col suo vero nome, lo si traveste lessicalmente da antisionismo”.

Andrea Inglese su Nazione Indiana il 21 luglio posta “Il tempo congelato della politica israeliana”, nel quale ricicla un suo articolo del 2006 che “riguardava la politica di “rappresaglia” scelta da Israele in Libano contro Hezbollah. Basterebbe cambiare alcuni nomi e alcune date, per rendere queste riflessioni sinistramente attuali. Hamas al posto di Hezbollah, Gaza al posto di Libano, 2014 (o 2009) al posto di 2006. Come se nulla fosse accaduto. Tempo congelato. Coazione a ripetere.”

Le uniche cose che Inglese modificherebbe, per attualizzare il suo pezzo del 2006, sono che ora “le proporzioni sono più macabre”, e che l’antisemitismo – che Inglese continua a considerare esistente anche quando prende “come alibi” l’occupazione israeliana – non deve diventare a sua volta “un’alibi per legittimare una politica d’occupazione”.

Come si vede, anche in questo caso, la storia non dà adito a una nuova narrazione in quanto la si concepisce come ciclica, come “se nulla fosse accaduto”. Nuovamente non ci si accorge che questa storia supposta immutabile (congelata) in quanto vittima di coazioni a ripetere, è la proiezione della propria visione dell’oppressione israeliana in atto nei territori occupati (considerati pezzi di Giudea e Samaria, per l’ideologia colonialista sempre più diffusa tra gli ebrei israeliani e della diaspora).

Va detto, quanto meno, a merito di Inglese, di non aver messo sullo stesso piano israeliani e palestinesi sia dal punto di vista delle rispettive posizioni morali (il primo è l’oppressore, il secondo è l’oppresso) sia dal punto di vista storico-politico. Inglese, infatti, a differenza degli autori già citati, attribuisce ad Israele la “coazione a ripetere” una politica di rappresaglia, riconoscendo implicitamente alle sue vittime, Hezbollah e Hamas, vale a dire libanesi e palestinesi, la volontà e la legittimità di filarsi la loro storia. Insomma, il congelamento della storia del popolo palestinese oppresso è causato dalla politica di rappresaglia – criminale, aggiungo io – israeliana, non dal “botta e risposta” tra Hamas e il governo israeliano (razzi di Hamas, bombe di Israele).

Su Carmilla non esce nulla sulla nuova carneficina di palestinesi fino al 24 luglio, quando si ricicla un articolo di Moni Ovadia, “Perché Israele non vuole la pace”, scritto appositamente per altre testate per denunciare il massacro in corso. Il sito di “letteratura, immaginario e cultura di opposizione” si affida quindi a un esterno per prendere posizione sui fatti di Gaza.

Su Le parole e le cose, il 14 luglio esce un saggio del 2004 (a firma Daniele Balicco) su Edward Said, riciclato dalla rivista Allegoria, che discute con grande tempismo il problema di quale soluzione adottare per la Palestina: due popoli-due stati o uno stato binazionale? Discutiamone mentre è in atto una carneficina. Poi nulla fino al 27 agosto, quando esce un breve articolo “Fobie contrapposte”, riciclato dalla rivista “il Ponte”, di Rino Genovese, molto politicamente corretto ed equidistante tra le parti in causa. Recita l’incipit: “Il nodo è inestricabile. Islamofobia e giudeofobia si tengono a vicenda.” Ma Genovese sembra più preoccupato della giudeofobia che si starebbe diffondendo in Francia che della carneficina in corso a Gaza.

Solo il 1 agosto compare, su Carmilla, un articolo contro l’attuale carneficina di Gaza. È un articolo di taglio marxista-antimperialista, che prende chiaramente posizione, chiama Israele “stato fascista” e dichiara che “non vincerà mai questa guerra” nemmeno se radesse al suolo Gaza. Motivo? Non perché vincerà Hamas, ma perché vinceranno le petromonarchie del Golfo, a cui Israele diventa sempre più legato.

Come si vede, manca in questo articolo qualsiasi discorso sulla situazione nella quale si inscrive la carneficina di Gaza, che non è una “guerra”, ma uno dei tanti massacri che si verificano nel corso della colonizzazione della Palestina, con annessa pulizia etnica. Israele sta perdendo sul piano dell’immagine mondiale? E forse anche sul piano geopolitico? No, non sta perdendo. Semmai si sta indebolendo. Ma Israele sta riuscendo nel suo scopo, la colonizzazione della Palestina, che comporta inevitabilmente la distruzione della nazione (intesa come popolo che vive sulla sua terra) palestinese.

L’autore, Sandro Moiso attacca, in modo confuso e generico, i pacifisti e i cattolici (uniti da un “umanitarismo becero”), gli occidentalisti e dei non meglio precisati “filistei” (parola fuori luogo, visto il contesto: la carneficina di palestinesi), “soprattutto di sinistra, [che piangono] sugli orrori della guerra. Lasciamoli scoprire che ad ogni tornata di guerra l’antisionismo si trasforma, troppo spesso, nel più bieco e volgare antisemitismo. Lasciamoli credere che il sionismo sia divenuta l’unica espressione possibile dell’ebraismo. Tutti uniti nel dire che non è più possibile schierarsi in questo conflitto, ma lasciateli perdere perché sono già politicamente e socialmente morti.”

Come si vede, anche in questo pezzo si mette in guardia da un presunto antisemitismo di sinistra, ma stavolta l’antisemitismo deriverebbe dall’antisionismo (ne riparlerò). A confondere i piani, arrivano altre affermazioni dell’autore che, contraddicendosi, dopo aver sostenuto che il sionismo non è l’unica espressione possibile dell’ebraismo, arriva a scrivere che “[a Gaza] non vince l’ebraismo che, sempre di più, viene accomunato alla responsabilità dei massacri perpetrati in Palestina, nonostante le voci critiche nei confronti del sionismo armato israeliano che provengono, sempre più numerose, dall’ambito della comunità ebraica internazionale e anche, seppure in maniera minore, dall’interno della stessa Israele. Nel corso degli anni il governo sionista ha spinto il paese tra le braccia dei peggiori avversari e dei più acerrimi nemici dell’ebraismo: le destre di governo occidentali (dal Partito Repubblicano negli USA a Forza Italia qui da noi)” Se il governo sionista ha spinto il paese, cioé Israele, tra le braccia dei più acerrimi nemici dell’ebraismo, allora non si capisce più come si possa distinguere Israele dall’ebraismo. L’autore in pratica ritorce contro di sè le accuse verso i filistei che vedono in Israele l’espressione mondiale dell’ebraismo.

Questo corto circuito è emblematico di una serie di questioni intorno a due temi tra essi collegati: il rapporto tra Israele ed ebrei (israeliani o delle comunità della diaspora), e tra Israele ed ebraismo. Di questi temi, che Moiso ha il merito di sollevare, non vedo tracce di narrazioni da parte dei nostri scrittori o intellettuali.

Il primo tema. Moiso mette il dito nella piaga quando afferma che l’ebraismo è sempre più accomunato alla responsabilità dei massacri in Palestina. Perché basta ascoltare la tv, leggere i giornali e informarsi sul web per capire quanto le comunità ebraiche della diaspora europee, e in parte americane, appaiano come una propaggine di Israele, un suo ufficio di propaganda. Le voci critiche nei confronti del sionismo, che secondo Moiso sono sempre più numerose (forse perché prima si contavano sulle dita delle mani?), sono in realtà pochissime, e del tutto isolate, osteggiate da Israele e da quasi tutti gli ebrei della diaspora.

Tanto per fare alcuni esempi: Gideon Levy, l’unico giornalista di una importante testata israeliana ad aver detto chiaramente che Israele con questa operazione su Gaza ha lo scopo di uccidere arabi, è stato minacciato di morte e ora vive sotto scorta; Ilan Pappé, lo storico autore de La pulizia etnica della Palestina, è migrato in Gran Bretagna perché gli impedivano di lavorare in Israele; gli attivisti nonviolenti Jeff Halper (che si occupa della ricostruzione delle case palestinesi demolite) e Michel Warschawski (che si occupa di informare e manifestare contro l’occupazione della Palestina) sono voci del tutto isolate nel contesto israeliano. Nel mondo, Richard Goldstone dell’ONU, reo di aver redatto un rapporto realistico sulla prima carneficina di Gaza, è stato isolato dalla sua comunità, chiamato “ebreo-che-odia- se-stesso”, cioè ebreo antisemita, fino a quando non ha parzialmente ritrattato; Richard Falk, dell’ONU, e Noam Chomsky, rei di criticare le politiche genocide di Israele, sono stati espulsi da Israele l’ultima volta che ci sono andati, e vengono sistematicamente insultati (come ebrei antisemiti o altro); Norman Finkelstein, l’autore dell’Industria dell’Olocausto, viene sempre contestato, è stato espulso da Israele, e di recente arrestato a New York mentre manifestava contro il massacro di Gaza. Passiamo all’Italia: gli Ebrei contro l’occupazione (che sono pochissimi), che appartengono alla Jewish Voice For Peace, vengono spesso scherniti dagli esponenti delle comunità ebraiche su vari siti web; Gad Lerner e Moni Ovadia sono usciti dalla comunità ebraica milanese per i continui insulti (riconducibili sempre allo stesso: ebreo-che-odia-se-stesso) che ricevevano (Moni Ovadia ha detto di ricevere anche minacce, e del resto basta leggere i commenti alla sua pagina facebook per rendersi conto della quantità e della qualità degli insulti e delle minacce che riceve; di recente, un commentatore, con il nome scritto in ebraico, lo chiamava “goy Ovadia”).

È la stragrande maggioranza degli ebrei, israeliani e della diaspora, con le loro istituzioni, associazioni, che stanno creando l’equivalenza tra Israele e popolo ebraico, e quindi tra l’agire di Israele e l’ebraismo. Ogni ebreo critico delle politiche di Israele viene di fatto estromesso dall’appartenenza al popolo ebraico (e figuriamoci come viene considerato se critica la natura ebraica di Israele!), considerato un traditore, un ebreo che odia se stesso, un antisemita, un goy. Un intellettuale dovrebbe rendersi conto di questa degenerazione in atto nell’ebraismo internazionale, e denunciarla, invece di affaticarsi a ripetere che Israele ed ebrei sono due cose distinte. A sinistra, non è vero che ci sono antisemiti travestiti da antisionisti (come succede invece a destra in alcune formazioni neofasciste o neonaziste, o rossobrune: nazimaoiste?): semmai ci sono degli antisionisti convinti che rischiano di diventare antisemiti perché la propaganda filosionista di molte comunità ebraiche della diaspora è talmente forte e diffusa, talmente capillare e specchiata in quella israeliana (nelle università israeliane ci sono studenti volontari che lavorano nelle “war rooms”, stanze apposite per la propaganda nel web, e alcuni docenti israeliani sostengono che anche all’estero gli ebrei militanti si organizzano per fare propaganda nel web, distribuendosi per aree di azione e target) che la complicità nei crimini di Israele è sempre più distribuita tra gli israeliani e la comunità ebraica internazionale. È infatti difficile distinguere le dichiarazioni di un politico israeliano da quelle di molti esponenti delle comunità ebraiche: entrambi sostengono i crimini di Israele, spesso negando ogni evidenza – di recente un esponente di spicco di una comunità italiana ha proposto il Nobel per l’esercito israeliano, poiché avrebbe il merito di evitare l’uccisione di molte vite; non molti mesi fa, aveva dichiarato che gli ebrei italiani dovevano prepararsi a migrare in Israele a seguito di alcune dichiarazioni di Beppe Grillo.

Sempre meno persone potranno resistere all’incessante propaganda internazionale filosionista che stanno facendo instancabilmente molte comunità ebraiche: sono loro a diffondere l’equazione “Israele uguale ebrei”, vale a dire “criticare Israele uguale essere antisemiti”; perciò è responsabilità degli ebrei filosionisti la trasformazione dell’antisionismo in antisemitismo. Sarà sempre più difficile, per tutti, rimanere su posizioni intermedie, non schierarsi apertamente pro o contro Israele, e di conseguenza non essere considerati amici degli ebrei o antisemiti. Solo chi rimarrà aggrappato alle voci ebraiche – o traditrici dell’ebraismo? – del dissenso potrà evitare di cadere in questi opposti estremi.

Se quindi prosegue questa identificazione tra popolo ebraico ed Israele, e se Israele continuerà a commettere crimini contro l’umanità, con l’aggravante di considerarsi lo stato più morale del mondo, diventerà sempre più insensato distinguere l’antisionismo dall’antisemitismo, il che significa che l’antisemitismo storico, ossia l’odio e la discriminazione degli ebrei in quanto ebrei, è virtualmente finito. Se gli intellettuali si rendessero conto di questo, la finirebbero di fare discorsi intorno a una parola oggi svuotata di ogni significato come ”antisemitismo” e inizierebbero a preoccuparsi dell’antiarabismo di matrice europea e di un altro razzismo oggi sempre più diffuso e pernicioso in Occidente: quello presente in Israele, e in molte comunità ebraiche, verso chiunque si opponga all’ideologia sionista, sia esso ebreo o goy. È infatti questo razzismo che permette di uccidere senza alcun senso di colpa, anzi facendosene vanto, circa 2000 palestinesi, quasi tutti civili, pensando pure che sono loro, i palestinesi, a cercarsela, perché vogliono fare i martiri.

Infine, il secondo tema. Come è cambiato l’ebraismo da quando si è diffuso il sionismo? E, in particolare, da quando si è formato l’autoproclamatosi “stato ebraico”? Chi sostiene la legittimità dell’esistenza di Israele (sarebbe bello capire entro quali confini!), si pone la questione dell’ebraicità dello stato o lo considera, come vuole la propaganda sionista, né più né meno uno stato nazionale come tanti altri?

Perché, se è normale che vi sia uno stato ebraico, dove ogni ebreo può farvi ritorno, significa che le sorti dell’ebraismo sono strettamente collegate a quello stato. Non si può essere indifferenti, se si è ebrei, a quel che fa uno stato che si dichiara ebraico, perché l’identità dello stato richiama l’appartenenza al popolo ebraico. È “ebraica” la carneficina che Israele sta compiendo a Gaza? È connaturata con l’ebraismo? È, cioè, ebraico l’agire politico di Israele?

Mi chiedo se qualche intellettuale, tra quelli che parlano sempre di antisemitismo, si sia mai fatto queste domande. E soprattutto, mi chiedo se c’è qualcuno che si sia mai preso la briga di tentare di rispondervi.

Le domande che ho posto non sono da indirizzare solo a Israele: anche un musulmano non può non interrogarsi sull’agire politico di una repubblica islamica. E un italiano su quel che fa l’Italia, o meglio, su quali siano le peculiarità di uno stato italiano. Nel caso di Israele, però, la situazione è più complessa poiché essendo l’ebraismo una religione, oltre che l’identità storica di un popolo, essere ebraico significa contemporaneamente appartenere a un popolo e a una religione (un ebreo che cambia religione perde il diritto al ritorno in Israele, un goy che si converte all’ebraismo diventa ebreo e lo acquista). Quindi, il carattere ebraico di Israele interroga tutta la tradizione ebraica, dall’appartenenza per sangue alla cultura, dalle idee politiche alla religione. E la natura ebraica di Israele poteva NON portare alla pulizia etnica della Palestina, terra abitata da non-ebrei, alla colonizzazione della West Bank e di Gerusalemme est, all’embargo di Gaza, alle croniche, ripetitive carneficine di Gaza che tanto annoiano i nostri intellettuali? È ebraico tutto questo, è questo che è diventato l’ebraismo? O tutto questo è un tradimento dell’ebraismo, una sua degenerazione? È ebraico che uno stato sia “ebraico”?

Le risposte a queste domande non potranno essere eluse ancora per molto tempo, e non potranno che essere nette, perché la storia, per quanto annoi i nostri intellettuali, non è ferma, anzi in Medio Oriente sta andando avanti e si approssima a soluzioni sempre più radicali.

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Lode all’impotenza https://minimaetmoralia.it/interventi/lode-allimpotenza/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lode-allimpotenza/#comments Mon, 14 Jul 2014 21:59:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22105 “Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 mi viene ogni volta, da ultima, in provvidenziale aiuto, quando prima la ragione poi l’istinto poi i muscoli involontari hanno terminato il loro lungo corso di reazioni, e io rimango afasico, abulico, sperando che questo senso di letteralmente infantile impotenza mi restituisca almeno una forma di adesione alla realtà.

Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito. Le immagini parlano da sole, si dice; ma in definitiva non è nemmeno vero: alle volte le immagini, infilate in un’homepage infastellata di commenti ai mondiali o in una timeline qualunque, non dicono nulla. I ragazzi israeliani assassinati, il ragazzo palestinese bruciato vivo, i razzi di Hamas, la ferocia idiota di Benyamin Netanyahu, l’inefficacia politica di Abu Mazen, i cento morti di quattro giorni di raid… Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale. Le analisi geopolitiche sono delle versioni aggiornate, sempre un po’ al peggio, delle analisi geopolitiche di un anno o cinque o dieci anni fa. Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo.

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“Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 mi viene ogni volta, da ultima, in provvidenziale aiuto, quando prima la ragione poi l’istinto poi i muscoli involontari hanno terminato il loro lungo corso di reazioni, e io rimango afasico, abulico, sperando che questo senso di letteralmente infantile impotenza mi restituisca almeno una forma di adesione alla realtà.

Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito. Le immagini parlano da sole, si dice; ma in definitiva non è nemmeno vero: alle volte le immagini, infilate in un’homepage infastellata di commenti ai mondiali o in una timeline qualunque, non dicono nulla. I ragazzi israeliani assassinati, il ragazzo palestinese bruciato vivo, i razzi di Hamas, la ferocia idiota di Benyamin Netanyahu, l’inefficacia politica di Abu Mazen, i cento morti di quattro giorni di raid… Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale. Le analisi geopolitiche sono delle versioni aggiornate, sempre un po’ al peggio, delle analisi geopolitiche di un anno o cinque o dieci anni fa. Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo.

Stamattina leggevo questo editoriale su Internazionale di Gideon Levy, riassumeva l’escalation delle ultime settimane e a un certo punto diceva: “Il seguito, però, è già scritto da un pezzo nelle cronache di tutte le operazioni insensate e sanguinarie condotte a Gaza in ogni epoca. Stupisce, semmai, che da un’operazione militare all’altra sembra che nessuno impari niente. L’unica cosa che cambia sono le armi impiegate”. Ieri leggevo uno status di Ida Dominijanni su facebook che diceva: “Ho letto vari post e relativi dibattiti su quello che sta succedendo a Gaza. Posso dire una cosa che non piacerà a nessuno? Io la ripetitività del conflitto israelo-palestinese non la reggo più. E nemmeno quella dei relativi dibattiti”.

Nel thread che si sviluppava Dominijanni riceveva un po’ di insulti. Pro-Hamas, pro-Netanyahu, occorre schierarsi, le rimproveravano, dire la propria, anzi – come veniva ribadito – occorre urlarla, la propria. Lo sdegno, la rabbia contro l’indifferenza!
È possibile, mi chiedevo, che una posizione come quella di Dominijanni venga scambiata per indifferenza? È possibile che un invito al silenzio, che una resa alla ferale stanchezza venga presa per connivenza? Non solo è possibile, è naturale. Fa parte di una sorta sopravvivenza emotiva pubblica.

Sempre in questi giorni leggevo un bellissimo libro ormai introvabile che fu pubblicato nel 2008 da Isbn, Il sesso del terrore di Susan Faludi. A un certo punto si racconta del linciaggio mediatico a cui fu esposta dopo l’11 settembre Susan Sontag, rea di aver scritto un breve pezzo sul New Yorker che mostrava troppi tentennamenti e punti interrogativi. Aveva incluso frasi del tipo ”Un briciolo di coscienza storica potrebbe aiutarci a capire ciò che è accaduto e cià che sta per accadere?” e “Nessuno dubita che l’America sia forte. Ma non è l’unica dote che deve avere”. Per quel quel breve editoriale Sontag fu appellata da una stampa insolitamente compatta come “un alleato del diavolo”, “una boriosa”, “una squilibrata”, “malata di idiozia morale”, “straordinariamente stupida”… e la cosa continuò per un bel po’ con politici che le auguravano l’inferno e giornalisti che la ridicolizzavano: ce l’hai contro gli stupratori ma tolleri i terroristi.

Ammutolire, fermarsi, non urlare, è un peccato grave di fronte alle immagini di una strage. Non cedere alle reazioni di pancia, un errore da intellettuali vigliacchi.

Ho letto centinaia, anzi migliaia di pagine sul conflitto israelo-palestinese. Insegno storia, mi capita quasi ogni anno di dedicare un approfondimento alla questione. Ci sono dei testi che spiegano in modo scrupoloso, intelligente, storicamente inappuntabile, cosa è accaduto lì negli ultimi 70 anni, e anche prima. Ho letto romanzi, fumetti, ho visto film, speciali tv, anche cartoni animati, compulsato articoli, dossier, infografiche… Ho conosciuto personalmente alcuni che hanno vissuto lì, che c’hanno lavorato, che hanno fatto i volontari, che c’hanno studiato, che c’hanno perso letteralmente la vita, tipo Vittorio Arrigoni. Sono una persona che riconosce la complessità, come moltissimi altri, mi piace chi sottolinea l’importanza dei contesti. Eppure a un certo punto raggiungo una specie di stallo emotivo. Non so più che dire. Non desidero più approfondire. Non mi sorprende, non mi sciocca più nulla. Niente mi aiuta a ragionare.

Un anno fa contattai, perché volevo raccontare la sua storia in modo più approfondito, una donna di cui avevo letto un’intervista su internet. Era su Una città, una rivista fatta benissimo, a cui sono affezionato, e che è composta esclusivamente di interviste – interviste fatte a chiunque, a Zygmunt Bauman come all’operaia appena assunta dalla Zanussi. Questa, una testimonianza senza praticamente domande, l’avevano realizzata Barbara Bertoncin e Mattia Sansavini a Caterina Brau, insegnante in pensione, sopravvisuta all’attentato del 27 dicembre 1985 all’aeroporto di Fiumicino ad opera di un commando terroristico palestinese legato a Abu Nidal – ci furono 13 morti, e circa 100 feriti: una di questi fu Caterina Brau, che perse una gamba.

Quello che mi colpì nell’intervista è che parlava poco del momento della strage, ma parlava del dopo.

Parlava di sé.
“Il ritorno alla vita normale? Mah, in realtà non è stato più come prima.
Ma in fondo nella vita delle persone capita sempre un evento che segna un prima e un dopo, una malattia, la nascita di un figlio, la morte di una persona cara… uno qualsiasi di questi eventi fa in modo che niente sia più come prima.
Prima camminavo molto, ero un tipo abbastanza sportivo, andavo in bici, correvo… Non ho più potuto, però la vita è andata avanti, certo con delle limitazioni. Ma, cosa vuoi, una volta che rischi di morire, poi sì, ti dispiace non fare certe cose, però tutto sommato non è che sia una cosa così terribile.”

Parlava della condizione della vittima.
“All’epoca non c’era niente per le vittime di questo tipo di eventi. Io poi, essendo non-credente da sempre, non c’avevo neanche un sacerdote. Ho avuto l’appoggio dei miei genitori, di mio marito e anche degli amici, che sono stati molto importanti. E poi la gente, ho ricevuto tante attestazioni d’affetto. Dalle istituzioni invece niente. In Italia ancora non erano previsti risarcimenti per le vittime del terrorismo.”

Parlava degli attentatori, dell’unico sopravvissuto del commando, Khaled Ibrahim Mahmoud, arrestato e uscito di galera nel 2008.
“La prima volta che il ragazzo palestinese è stato messo in semilibertà sul Corriere è apparsa l’intervista a una delle vittime, un uomo. Ricordo che era molto arrabbiato che questo giovane potesse andare a coltivare un giardino dopo quello che aveva fatto. Non ricordo il nome, ma siccome non condividevo assolutamente la sua opinione, non mi è venuto neanche in mente di cercarlo.
Quel poveraccio aveva solo diciott’anni. Una storia terribile: aveva perso tutta la famiglia a Sabra e Chatila quand’era ancora un bambino. Se ci pensi, il passaggio tra il suo prima e il suo dopo, quel giorno in cui, a otto anni, è tornato a casa e non ha più trovato i suoi cari, è stato forse peggiore del mio. Dopo quella strage, l’avevano arruolato in un gruppo terroristico che gli deve aver fatto un vero lavaggio del cervello e alla fine si è ritrovato in questa situazione con i compagni morti. Perché sono morti tutti tranne lui. Erano quattro e tre sono morti; c’era anche il famoso quinto uomo che doveva essere il capo, ma non si è presentato…
Che dire? A diciott’anni è facile sbagliare, coinvolgersi in cose più grandi, essere additato come l’autore… cioè, lui sicuramente ha sparato, lo ammette, non è che neghi questo fatto, però secondo me lui era una pedina in un ingranaggio più grande. Questa vicenda del Medio Oriente non è mai del tutto chiara, non si sa chi spara a chi.
Comunque ha fatto 26 anni e ora è fuori. Va bene così. È giusto che abbia un’altra opportunità. È quello che penso anche dei terroristi nostrani: devono pagare però è giusto che poi abbiano un’altra possibilità.
Capisco che per una vittima sia difficile accettarlo, ancor di più per i familiari, perché magari ti hanno tolto un padre, però quando si è giovani si fanno un sacco di cavolate.”

E parlava del perdono, della possibilità di una rappacificazione.
“No, non ho mai pensato di incontrarlo. In fondo facciamo parte della stessa storia ma con ruoli diversi, siamo due che si sono sfiorati per caso.
Non posso dire che mi sia indifferente perché ho comunque seguito le sue vicende da lontano, ci ho pensato ogni tanto a come stava, a cosa voleva dire per lui essere l’unico vivo del gruppo, però non ho mai avuto il desiderio di incontrarlo. Credo che sarebbe malsano, per tutti e due; no, non mi piace neanche l’idea. Voglio dire, non lo odio, ma non lo amo neanche. Queste cose all’italiana del perdonismo, del Carramba che sorpresa, non fanno per me.
È successo, te ne devi fare una ragione, dopodiché, senza perdonare, senza odiare, le strade si dividono…”

Questa di Caterina Brau insomma è una pagina che ho salvato sul desktop. (Qui c’è tutta l’intervista). E mi ricordo che quando – dopo essermi preparato, documentato su quegli anni, Abu Nidal, i suoi rapporti conflittuali con Arafat e ambigui con il Mossad, ma anche i dilemmi etici sul tema del perdono, i ragionamenti sul paradigma della vittima – telefonai a questa donna, sapevo non solo citare a memoria dei passi di quest’intervista, ma dimostrarle che avevo fatto mio il suo punto di vista. Volevo che me ne parlasse ancora, che ci potessimo incontrare anche, dal vivo, e che potesse svolgere, attraverso la sua semplice presenza umana, una funzione testimoniale, facile da utilizzare, utile come bussola in tempi di risentimenti e desideri di semplificazione e vendetta come questi. Mi rispose che non voleva parlarne più di quella storia, che la vita va avanti, e che tutto quello che aveva da dire, l’aveva detto nell’intervista. Insistetti, ma poi, di fronte alla sua reticenza, accettai. Lì per lì ci restai male. Ma come, mi dicevo, sei riuscita a fare un percorso personale certo doloroso, eppure così chiaro e consapevole, e adesso non lo condividi?
Ecco, oggi, a distanza di un anno, capisco perfettamente il perché di quel no.

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La riduzione del sangue https://minimaetmoralia.it/poesia/la-riduzione-del-sangue/ https://minimaetmoralia.it/poesia/la-riduzione-del-sangue/#respond Thu, 03 Jun 2010 07:54:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2524 di Marco Mantello L’undicesimo comandamento recita: Non bruciarti di nuovo la vita a violare le leggi marittime. Quelli salgono, sparano, estraggono le prove solite dell’innocenza portate apposta per l’occasione. Non risultano italiani fra le vittime Tutto il resto è televisione. * Gli israeliani sono geni militari e non solo economisti straordinari. Sotto gli occhi spalancati […]

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di Marco Mantello

L’undicesimo comandamento recita:

Non bruciarti di nuovo la vita
a violare le leggi marittime.
Quelli salgono, sparano, estraggono

le prove solite dell’innocenza
portate apposta per l’occasione.
Non risultano italiani fra le vittime

Tutto il resto è televisione.

*
Gli israeliani sono geni militari
e non solo economisti straordinari.
Sotto gli occhi spalancati di un sistema

che distingue gli innocenti
dai militari e dai terroristi
vai sicuro con i turchi pacifisti.

Con i turchi, essendo turchi,
ci sarà sempre il fondato sospetto
di qualche -ismo diverso da ‘pace’
infiltrato nella pancia di un veliero

*
Una cosa già successa. Ritornerà.
In altri luoghi. Con altre facce
per le cause imputate all’Ennesimo
quando il Dubbio coincide col Vero.

Diecimila aspiranti Gesù
cammineranno da soli sull’acqua
in attesa che Pio Dodicesimo
gli dia ordine di gasare Gaza

*
Poi, da resuscitati, grideranno digiunando nel salotto:
La borghesia universale. L’ebreo errante
La vittima divenuta carnefice.

O forse no, staranno sotto
a cercare le forme più adatte
per espellere la tentazione biblica
dal loro senso della giustizia

*
I difensori del muro del pianto
(invitati allo stesso salotto)
proveranno piacere e pena
per l’immaginario corrotto del comunista .

La parola antisemita
si farà viva. Presente
fino a giudicare tutto.
Fuorchè la realtà non vista.

*
O forse no. L’hanno vista e capita benissimo.
Sarà lo scorrere delle cose, le inversioni:
quando ‘loro’ rappresenta la regola
i ‘nostri’ morti sono eccezioni.

*
Ecco se questa roba l’avesse scritta un ebreo
non potrei dirgli: ‘Ti stai dando in Olocausto’
o ‘Fai bene ad assolverti. Il tuo gesto vale
il braccio di un tenente. O la vita di un pacifista turco’
Gli direi solo: ‘Non te lo ha chiesto nessuno
e sentirsi ebrei non c’entra nulla’

*
Dentro al letto fra la mia sposa
e il tristissimo frutto che porta addosso
certe parole rassomigliano alle coperte.

Israele e l’Occidente, oggi, sono la stessa cosa
come è vero che un mare è rosso
perché le acque non si sono aperte

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I tortuosi movimenti di una terra occupata https://minimaetmoralia.it/reportage/i-tortuosi-movimenti-di-una-terra-occupata/ https://minimaetmoralia.it/reportage/i-tortuosi-movimenti-di-una-terra-occupata/#respond Thu, 21 Jan 2010 09:33:28 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1497 Quest’articolo è uscito il 6 gennaio sul Manifesto. Labirinto PALESTINA Dallo scrittore Saree Makdisi all’urbanista Jeff Halper, un sentiero di lettura intorno a uno dei grovigli più complicati e crudeli della nostra contemporaneità: l’asimmetria sempre più radicale che caratterizza la «interazione» tra Israele e Gaza rappresenta, secondo la sociologa Saskia Sassen, un decisivo punto di […]

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Quest’articolo è uscito il 6 gennaio sul Manifesto.

Labirinto PALESTINA

Dallo scrittore Saree Makdisi all’urbanista Jeff Halper, un sentiero di lettura intorno a uno dei grovigli più complicati e crudeli della nostra contemporaneità: l’asimmetria sempre più radicale che caratterizza la «interazione» tra Israele e Gaza rappresenta, secondo la sociologa Saskia Sassen, un decisivo punto di rottura nella geometria del periodo attuale

In un saggio dedicato alle città come tecnologie di guerra (When the city itself becomes a technology of war, di prossima pubblicazione sulla rivista statunitense «Theory, Culture & Society») la sociologa Saskia Sassen, esaminando la crescente urbanizzazione delle guerre contemporanee, analizza anche il caso di Gaza. Chiedendosi se l’operazione «Piombo fuso», lanciata dall’esercito israeliano un anno fa, il 27 dicembre 2008, e proseguita fino al 18 gennaio 2009, e «la crescente asimmetria che caratterizza l’interazione Israele-Gaza» non possa segnare un passaggio paradigmatico, «un punto di rottura nella geometria del periodo attuale». Perché se è vero che a Gaza l’esercito israeliano ha potuto dispiegare in modo unilaterale e mettere in pratica strumenti, tattiche e strategie di guerra in contesti urbani, è altrettanto vero che Gaza ha reso visibili «i limiti del potere in condizioni di assoluta superiorità militare».

Una musica di sottofondo
Anche nei casi di una simile sproporzione di forze, e, anzi, proprio laddove l’asimmetria di forze è così radicale ed estrema, argomenta Saskia Sassen, «la forza militare può raggiungere un punto in cui è costretta a puntare all’ostruzionismo piuttosto che polverizzare il suo nemico». Un ostruzionismo che si esercita per esempio impedendo che i beni di prima necessità inviati dalle agenzie di aiuti internazionali raggiungano i destinatari. O con quel «labirinto di leggi, ordini militari, procedure di pianificazione, limitazioni alla libertà di spostamento, burocrazia kafkiana, insediamenti ed infrastrutture» di cui parla Jeff Halper in Ostacoli alla pace. Una riconstestualizzazione del conflitto israelo-palestinese uscito per le edizioni Una Città, 2009 (pp.168, euro 12).
Urbanista e antropologo, già docente presso l’Università di Haifa e di Ben Gurion, fondatore nel 1997 e poi coordinatore dell’Israeli Committee Against House Demolitions, Jeff Halper si dedica da anni – appunto – alla denuncia della demolizione delle case palestinesi, e, poco persuaso che la società israeliana possa ammettere che i propri diritti si fondino spesso sulla negazione di quelli altrui (su questo si veda l’intervista ad Halper in Muri, lacrime e za’tar, di Gianluca Solera, Nuova dimensione, pp.448, euro 18), valuta positivamente il movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele (Bds).
Un movimento che, specie dopo l’operazione «Piombo fuso» e la ribadita inefficacia degli strumenti del diritto internazionale di fronte all’impune arroganza del governo israeliano, ha trovato nuovi sostenitori. E di cui spiegano le ragioni, tracciando un paragone con il caso del Sudafrica e spiegando nei suoi tratti essenziali la struttura economica di Israele, Diana Carminati e Alfredo Tradardi in Boicottare Israele: una pratica non violenta (Derive Approdi, pp.132, euro 10). Un testo chiaro e didascalico, utile anche a quanti non ritengono legittimo o efficace il ricorso a questo strumento per risolvere il conflitto israelo-palestinese. O, meglio, per mettere fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Perché, come ricordava nel 2005 la giornalista israeliana Amira Hass in Domani andrà peggio (Fusi orari, 2005), e come ribadisce oggi Saree Makdisi in Palestina borderline. Storie di un’occupazione quotidiana (Isbn, pp.228, euro 29), una soluzione passa tra le altre cose da un lato per l’analisi dell’interazione tra lingua e politica, dal momento che, scrive Makdisi, «una semplice scelta lessicale esprime e, cosa più importante, genera effetti politici». E dall’altro per l’attenzione alla «musica di sottofondo dell’occupazione», visto che «la stragrande maggioranza degli scontri giornalieri fra israeliani e palestinesi avviene nei luoghi del quotidiano… dove una visione molto politica, dal linguaggio tecnico e asettico delle procedure amministrative e dei regolamenti burocratici, viene applicata negli uffici governativi, ai posti di blocco e ai checkpoint…».
Per questo, sostiene Saree Makdisi, che coniuga con grande efficacia annotazioni di vita quotidiana «aneddotiche» ma esemplari con solide letture politiche degli avvenimenti degli ultimi decenni (dal processo di Oslo alla Road Map – che «spostò la responsabilità della fine dell’occupazione dall’occupante all’occupato» -, fino al successo di Hamas), anziché rappresentare un caso unico, «Gaza è il prototipo di una forma di confinamento e isolamento che è stata applicata anche alle comunità palestinesi della Cisgiordania».
E su Gaza non poteva mancare di riflettere anche Paola Caridi, autrice nel 2007 di Arabi invisibili. Catalogo ragionato degli arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi (Feltrinelli). La giornalista di «Lettera22» lo fa brillantemente nel suo Hamas. Che cos’è e cosa vuole il movimento radicale palestinese (Feltrinelli, pp. 288, euro 15), in cui combina il metodo rigoroso imparato da Paolo Spriano negli anni di formazione come storica dei partiti politici con la disinvoltura di stile affinata con la pratica giornalistica. Da qui, la capacità di individuare il legame che unisce episodi apparentemente isolati degli ultimi anni – la vittoria alle elezioni politiche del 25 gennaio 2006, il colpo di mano del giugno 2007 con cui Hamas ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, l’operazione «Piombo fuso» – a una storia lunga e articolata. Che comincia formalmente il 9 dicembre del 1987, quando viene fondato lo Harakat al Muqawwama al Islamiyya, Hamas. Ma che «risale a oltre sessant’anni fa, nel suo sviluppo locale, e che data dalla fine degli anni venti, nelle sue radici regionali».

Risentimento e indignazione
La nascita di Hamas, infatti, è il prodotto di un percorso politico-culturale non solo palestinese, «ma arabo a tutti gli effetti», riconducibile all’ascesa dell’islam politico nel Novecento e, più in particolare, alla fondazione dei Fratelli Musulmani di Hassan al Banna nel 1928. Anche per questo Hamas va inteso non come un movimento terrorista, ma come un movimento politico riformatore, «che ha usato il terrorismo, soprattutto in una particolare fase della sua storia ormai ventennale». Così facendo, riconoscendo cioè il legame ideologico e programmatico con la famiglia dei Fratelli Musulmani da una parte, e ammettendo la rilevante caratura politica di Hamas, sarà più facile analizzarne meriti e responsabilità. Per quanto attiene ai meriti, la capacità di mobilitazione e di irraggiamento del messaggio politico (si veda anche Olivia Tanini, Il programma elettorale 2006 del movimento Hamas, edizioni Nuova Cultura, 2008); l’adesione alla realtà degli strati più deboli della popolazione e il rigore dei comportamenti individuali. Per le responsabilità, soprattutto «l’inabilità a negoziare i compromessi della politica» e a portare a compimento il percorso «dalla lotta armata al reinserimento nell’agone politico». Un’incapacità rafforzata dalla miopia della comunità internazionale, che ha «scientemente escluso» le chance di «mitigare le posizioni di Hamas», e dalla «rigidità delle posizioni di Tel Aviv».
Proprio alla rigidità delle posizioni di Tel Aviv è dedicato l’ultimo libro di Suad Amiry, scrittrice e architetta palestinese, già fortunata autrice di Sharon e mia suocera. Se questa è vita e Niente sesso in città. La storia di Murad Murad (Feltrinelli, pp. 176, euro 14,5, traduzione e cura di Maria Nadotti), infatti, prende idealmente le mosse nel 2000, quando, con lo scoppio della seconda Intifada, «Sharon ha abolito tutti i permessi di lavoro, sicché nel giro di una notte oltre centocinquantamila operai hanno perso il lavoro in Israele, dopo avervi lavorato per più di trentatré anni (1967-2000)». Un paio di calzoni sformati dalle grandi tasche, un giubbotto jeans troppo grande e un berretto sportivo, Suad Amiry si traveste da uomo per accompagnare un gruppo di questi operai nel percorso, corto ma tortuoso a causa dei «trecentosessanta checkpoint che separano la Palestina dalla Palestina», che li divide dalla città israeliana di Petah Tikva, la «Porta della speranza» dove i braccianti palestinesi aspettano qualcuno che conceda loro «qualche miseria in cambio di quel che è stato loro sottratto».
Tra questi c’è il «tenace e vigile Murad», che da otto anni fa avanti e indietro per guadagnarsi da vivere; Saed, alto e aitante; l’anziano Abu Yousef, magro come un chiodo, che spiega: «Ho passato la mia vita intera a lavorare per loro, e adesso guardami: mi rubo da vivere nell’ombra come un ladro». E poi c’è lei, Suad Amiry, con il suo «senso di vuoto, risentimento, indignazione, inutilità, disvalore, inanità, rabbia, odio» per la confisca delle terre palestinesi, «una pratica comune e quotidiana» (sulla contraddizione tra «l’imperativo patriottico di possedere la terra sacra» e quello «di assicurare una solida maggioranza ebraica sul territorio» si veda Baruch Kimmerling, Politicidio. Sharon e i Palestinesi, Fazi, 2003); per la crudeltà dei soldati israeliani, a cui si è tanto abituati «che l’assenza di una notte ci è ormai del tutto insopportabile»; per l’intollerabile realtà di un mondo che confonde soprusi e violenze per diritti. Una «borghese pretenziosa, romantica e di sinistra», l’autrice e coprotagonista di questa storia, che non nasconde i dubbi sulla stessa legittimità di quel che sta facendo: «pensare di ‘rappresentare’ gli oppressi… ‘raccogliere materiale’ per il mio nuovo libro mostrandomi avventurosa una volta sola, per poi giocare con il materiale (la vita delle persone)…». Dubbi e interrogativi sinceri, che però non riescono a trasformare in un’opera pienamente compiuta un testo sospeso tra la denuncia da reportage e la costruzione di senso narrativo.
E sospese sono anche le storie di vita raccolte in Nazionalità indeterminata. Voci della diaspora palestinese in Italia (Rubbettino, pp.164, euro 12), il libro in cui la giovane ricercatrice Carmen Caruso, usando gli strumenti concettuali ed epistemologici della critica postcoloniale, analizza «le forme in cui l’essere palestinesi si manifesta, al di là di ogni definizione ‘originaria’», all’interno della realtà specifica della diaspora palestinese in Italia (secondo le stime dell’organizzazione non governativa palestinese «Baidal», nel 2006 «dei 300mila palestinesi in Europa, circa 4000 risultavano essere in Italia»). Proprio la rinuncia esplicita a ogni visione essenzialista e reificante dell’identità è uno dei meriti della ricerca condotta da Carmen Caruso. L’adozione di «un concetto di identità controverso, problematico», che sul piano individuale si traduce nell’idea di una soggettività come «risultante di una rete di connessioni multiple (emotive, corporee, simboliche, economiche, politiche)», e su quello collettivo nella contestazione dell’idea «di identità nazionale come omogeneità, ossia, corrispondenza fra comunità etnica e unità politico-territoriale», ci induce infatti ad affrontare l’«esperienza diasporica nel suo intimo per quanto asimmetrico rapporto tra coercizione e resistenza, dramma e invenzione di nuovi campi di possibilità».

Ambivalenza della diaspora
Le tante e varie forme di vissuto personale raccolte dall’autrice, in cui l’identità scaturisce da «processi continui di identificazione, negoziazione tra passato e presente», memoria collettiva e storia individuale, sono infatti il prodotto di pratiche irriducibili a un archetipo del modello diasporico. E rimandano piuttosto a strategie di natura contraddittoria, assertiva o disertiva, «ma pur sempre attive». I soggetti della diaspora, ci ricorda Carmen Caruso, non sono «solo delle determinazioni» di dinamiche sociali ascrivibili a «forze disincarnate e astratte». Ma attori protagonisti, capaci di indirizzare le proprie risorse verso strategie sia adattive e di mimesi, sia di resistenza e di apertura di nuove possibilità. In questo senso, dimostrando il carattere problematico e contraddittorio dei meccanismi culturali, politici e sociali dell’appartenenza, l’esperienza ambivalente della diaspora «ci parla non solo degli altri, ma anche di noi», invitandoci a «mettere a valore il potenziale creativo delle contraddizioni» e a diffidare della metafisica della nazione.
Quella metafisica della nazione e del popolo che, come ha ricordato Vittorio Arrigoni nelle sue corrispondenze per «il manifesto» dalla Gaza assediata dall’esercito israeliano durante la sanguinosa operazione «Piombo fuso» (ora raccolte in Gaza. Restiamo umani, manifesto libri, pp.128, euro 7), con accanita e sorda ostinazione può renderci insensibili di fronte alla nostra perduta umanità.

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