generazione tq Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/generazione-tq/ un blog di approfondimento culturale Wed, 12 Dec 2012 17:02:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg generazione tq Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/generazione-tq/ 32 32 Per una Firenze delle Letterature – Parola scritta, cultura e politiche culturali https://minimaetmoralia.it/interventi/per-una-firenze-delle-letterature-parola-scritta-cultura-e-politiche-culturali/ https://minimaetmoralia.it/interventi/per-una-firenze-delle-letterature-parola-scritta-cultura-e-politiche-culturali/#comments Wed, 19 Sep 2012 09:27:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9483 Riprendiamo il documento programmatico redatto dalla Rete Firenze delle Letterature. Vi invitiamo a leggerlo e ad aggiungere la vostra firma qui. Questo documento verrà presentato oggi, 19 settembre, all’Assessore all’Università e ricerca e Politiche Giovanili e all’assessore alla Cultura del Comune di Firenze.

Chi siamo

La Rete Firenze delle Letterature si è formata nella primavera del 2012 in seguito alla vicenda del “Festival dell’Inedito”, come reazione virale e spontanea a un modo d’intendere la letteratura e le politiche culturali che mette al centro la ricerca del profitto e la spettacolarizzazione della produzione letteraria.

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Riprendiamo il documento programmatico redatto dalla Rete Firenze delle Letterature. Vi invitiamo a leggerlo e ad aggiungere la vostra firma qui. Questo documento verrà presentato oggi, 19 settembre, all’Assessore all’Università e ricerca e Politiche Giovanili e all’assessore alla Cultura del Comune di Firenze.

Chi siamo

La Rete Firenze delle Letterature si è formata nella primavera del 2012 in seguito alla vicenda del “Festival dell’Inedito”, come reazione virale e spontanea a un modo d’intendere la letteratura e le politiche culturali che mette al centro la ricerca del profitto e la spettacolarizzazione della produzione letteraria.

Da allora la Rete – formata da scrittori, poeti, traduttori, artisti, saggisti, docenti, redattori, giornalisti e intellettuali dell’area metropolitana fiorentina – ha cominciato un percorso di ricerca e di confronto aperto per identificare i principi e le modalità con i quali costruire, sul e per il territorio di Firenze, delle nuove pratiche culturali legate all’ambito letterario. Pratiche nuove nei contenuti e nelle procedure organizzative, e ispirate a una concezione comunitaria della parola scritta.

Il nostro tempo, con la sua complessità, richiede narrazioni all’altezza delle sfide che pone: dobbiamo raccontarci il mondo per poterlo conoscere e capire. Non è ammissibile appiattire la vita sociale e culturale di una comunità su una narrazione lineare e univoca, che dia per scontata l’ineluttabilità di questo presente e l’impossibilità di cambiarlo. Al contrario, bisogna favorire l’emersione di voci diverse e molteplici; bisogna dotarle di occasioni e luoghi d’incontro; bisogna offrire loro la possibilità concreta di esprimere, attraverso tutti i mezzi possibili, una visione del proprio tempo e di diffonderla e socializzarla.

La Rete Firenze delle Letterature crede infatti che le pratiche legate alla parola – la letteratura, la poesia, lo studio e la ricerca, l’arte – debbano essere il patrimonio comune e inesauribile delle nostra città e del nostro paese, a cui tutti, indiscriminatamente, possano avere accesso. Al di fuori di logiche mercantilistiche, oltre l’infertilità di politiche culturali che preferiscono la spettacolarità di un singolo evento alla costruzione costante e sostenibile di una socializzazione intorno ai vari ambiti della cultura. In particolare la Rete sostiene la convinzione che la parola scritta, nelle forme oggi simultaneamente esperibili – dalla carta al digitale, dalla ricerca accademica al reading musicale, dalla narrativa alla poesia – sia l’ideale collante di molteplici processi di partecipazione cittadina: le letterature, in tal modo, diventano il volano di una concezione davvero plurale e inclusiva della democrazia.

In questa prospettiva, Firenze delle Letterature s’inserisce nell’alveo di un percorso nazionale che coinvolge altri soggetti singolari e collettivi, come quelli riuniti nel Quinto Stato, o in altre reti come Generazione TQ e ReRePre, che oggi si snodano tra Milano, L’Aquila, Palermo, Roma e Napoli. La Rete si pone come obiettivo quello di contribuire – grazie alle tante competenze che la contraddistinguono – a una definizione condivisa delle politiche culturali del territorio fiorentino, secondo i principi e le modalità espresse in questo documento.

I valori

Nel suo percorso di ricerca e confronto la Rete ha identificato un corpus di valori imprescindibili che facciano da guida e da termine di costante confronto per le politiche culturali cittadine, in particolar modo quelle legate alla produzione letteraria. Non si tratta dunque di vuote dichiarazioni di principio, ma di veri e propri criteri organizzativi per le iniziative a venire.

Cultura come bene comune

La Rete Firenze delle Letterature considera la cultura come un bene comune e collettivo, riconosciuto e rivendicato come tale attraverso un modello di gestione che ne garantisca la piena fruibilità e accessibilità, nel rispetto dei principi riportati in questo documento. A tale concezione essa ispira i criteri organizzativi e i principi di funzionamento al suo interno, e sulla medesima concezione essa propone delle pratiche di gestione delle politiche culturali sul territorio fiorentino.

Permanenza

L’organizzazione di eventi, percorsi e progetti culturali dovrà avere come primo destinatario e beneficiario la cittadinanza tutta. Le iniziative dovranno essere caratterizzate, già in fase progettuale, da una chiara identificazione dei risultati attesi e dalla possibilità di non esaurirsi in se stesse ma di alimentare processi di sviluppo e diffusione ulteriori. Alla spettacolarizzazione e alla celebrazione del singolo individuo vanno preferite la fertilità nel tempo e nello spazio e la socializzazione delle pratiche culturali sul territorio.

Sostenibilità

Quali che siano le risorse materiali disponibili e la loro provenienza (pubblica o privata), la Rete considera che ciascuna iniziativa culturale debba essere articolata secondo criteri di sostenibilità economica, culturale ed ecologica, dove per sostenibilità s’intende un’adeguata allocazione delle risorse stesse rispetto ai fini, una gestione trasparente e oculata, la possibilità di rigenerare le risorse per ulteriori e future iniziative.

Trasparenza

Nella strutturazione delle politiche culturali la Rete chiede che siano esplicitamente e chiaramente dichiarate tutte le procedure decisionali, organizzative e comunicative, così come i criteri di allocazione delle risorse, affinché la collettività sia in grado di valutare consapevolmente quelle attività che più aderiscono ai propri valori e alle proprie preferenze.

Partecipazione

La Rete Firenze delle Letterature sostiene e promuove tutti quei processi di dialogo, di confronto e di organizzazione che siano caratterizzati da apertura, inclusione e condivisione. Essa auspica e s’impegna affinché l’amministrazione e la promozione della cultura in senso lato sia il frutto comune di percorsi condivisi tra soggetti istituzionali e non, individui e gruppi.

Ricerca della qualità

Per quanto riguarda l’ambito della parola scritta, la Rete punta alla costruzione di politiche culturali che facciano della ricerca della qualità uno dei loro cardini. Essa non è interessata a produrre una definizione statica e unilaterale – peraltro impossibile – di qualità, ma a creare e favorire le condizioni affinché la sua ricerca risulti dall’incontro di produttori e fruitori di cultura e da un’attenzione concreta alla bibliodiversità. Tale ricerca, inoltre, non può prescindere da tutti gli altri valori e principi menzionati in questo documento, che ne costituiscono i prerequisiti irrinunciabili.

Innovazione

La Rete guarda con interesse e senza pregiudizi a tutte quelle pratiche che si sforzano di apportare elementi di novità – nei contenuti e nelle forme – al panorama culturale esistente. Essa crede che l’innovazione, lungi dall’essere un vuoto e indefinito concetto, si realizzi concretamente attraverso l’esplorazione e la condivisione di linguaggi e contenuti, e che non si contrapponga ma anzi possa offrire uno sguardo diverso al patrimonio storico, artistico e letterario di Firenze e dell’Italia.

Tutela e promozione del lavoro culturale

Firenze delle Letterature considera il lavoro culturale, in tutte le sue espressioni, come un lavoro a tutti gli effetti, bisognoso di tutele e forme di sviluppo e promozione, e non come un’attività di volontariato. Dalle modalità di retribuzione all’eliminazione delle più inaccettabili forme di precariato, la Rete s’impegna a contrastare qualsiasi iniziativa che rappresenti una pratica di sfruttamento del lavoro individuale e collettivo.

Gli obiettivi

In relazione ai principi ispiratori contenuti in questo documento, la Rete Firenze delle Letterature si propone i seguenti obiettivi:

  1. La valorizzazione della produzione letteraria contemporanea
  2. La promozione della produzione letteraria emergente
  3. La promozione e la diffusione della lettura, in particolare presso i più giovani
  4. La tutela delle condizioni materiali della produzione culturale
  5. La ricerca e la riflessione sui cambiamenti dell’industria culturale

Tali obiettivi andranno perseguiti attraverso una serie di azioni diffuse sul territorio e ispirate ai valori sopra menzionati. La Rete, oltre a farsi promotore di queste azioni, si costituirà in un osservatorio di buone pratiche, ed entrerà in dialogo con tutti i soggetti di volta in volta coinvolti nell’ideazione e nell’organizzazione tecnica di iniziative ed eventi, al fine di favorire la diffusione dei propri valori.

Il ruolo delle istituzioni

Alle istituzioni del territorio fiorentino (Comune, Provincia, Regione) e a tutti i soggetti, pubblici e privati, interessati alle politiche culturali del nostro territorio e coinvolti nella loro gestione, Firenze delle Letterature chiede di:

  • impegnarsi pubblicamente a rispettare i valori contenuti in questo documento nell’organizzazione e gestione di quasiasi iniziativa pubblica di carattere culturale
  • contribuire attraverso il dialogo, la collaborazione fattiva, le risorse materiali e simboliche a propria disposizione alla costruzione di azioni comuni

In particolare la Rete chiede la collaborazione della pubblica amministrazione per i seguenti fini:

  • l’allestimento di un tavolo permanente di confronto, con cadenza mensile, sulle politiche culturali cittadine, aperto alla cittadinanza e con un’agenda concordata e trasparente
  • l’organizzazione concreta, per il 2013, di una serie d’iniziative e di eventi sotto l’egida di Firenze delle Letterature

Le azioni

Sin dalla sua nascita, la Rete si è posta il problema di ideare azioni e contenuti che incarnassero i suoi valori condivisi e li diffondessero al pubblico.  Nel lavoro degli ultimi sei mesi sono emerse, da parte di soggetti diversi, alcune proposte concrete che hanno beneficiato della discussione pubblica dei membri della Rete e si sono pertanto arricchite di contenuti e meglio specificate nelle modalità organizzative.

In estrema sintesi e senza pretesa di esaustività, i progetti attualmente delineati e che la Rete intende portare avanti sono i seguenti:

In relazione all’obiettivo I:

  • Un calendario di confronti con autori italiani e stranieri, variamente articolati e comprensivi anche di forme di residenza, che, attraverso la partecipazione di autori locali, studiosi, traduttori e in contesti molteplici riescano a fornire una comprensione non superficiale e quanto più possibile diffusa di alcune delle esperienze letterarie contemporanee più interessanti, allo scopo di sviluppare una riflessione generale sul fare letteratura oggi. In particolare a tale calendario possono ricondursi i seguenti progetti:
  1. LE PIAZZE DEI LIBRI. INCONTRI TRA SCRITTORI, LETTORI E PIAZZE FIORENTINE”: una forma di socializzazione intorno a un testo narrativo da inventare, legato a una singola piazza e frutto della collaborazione tra scrittori e cittadini del quartiere, attraverso la mediazione delle Biblioteche comunali; con l’esito di una serie di incontri di restituzione pubblica delle narrazioni prodotte nelle varie piazze della città.
  2. LE TRAME DELLA CITTÀ. RESIDENZE E INCONTRI TRA SCRITTORI FIORENTINI E NON”. Un ciclo d’incontri e dialoghi tra scrittori fiorentini e autori italiani o stranieri, con un periodo di residenza previsto per questi ultimi. Le residenze si concretizzerebbero in letture pubbliche, presentazioni di libri, seminari e nella produzione di testi ispirati alla città di Firenze.

In relazione all’obiettivo II:

  1. La pubblicazione di DUE BANDI NAZIONALI di larga diffusione e lunga esposizione, con criteri e meccanismi totalmente trasparenti, rivolti agli scrittori e ai poeti di giovane età; due comitati di lettura (di scrittori e critici); una scelta, per ciascun percorso, di una rosa non ampia. Con l’esito, per i selezionati, di un laboratorio residenziale con uno scrittore di rilievo nazionale e di occasioni di contatto con case editrici non a pagamento.
  2. Un calendario continuo, a cadenza annuale, di incontri rivolti all’EDUCAZIONE ALLA LETTURA. Incontri condotti sui testi narrativi, poetici, filosofici e saggistici contemporanei e della tradizione, che forniscano strumenti conoscitivi e critici al pubblico delle biblioteche fiorentine, in sinergia con le associazioni di lettori presenti in città.

In relazione all’obiettivo III:

  1. UNO SCRITTORE ADOTTA UNA BIBLIOTECA”: una serie di varie iniziative (presentazione del proprio lavoro e di quello di altri scrittori, letture, percorsi di produzione narrativa ecc.) che nascono da un rapporto collaborativo stabile di uno o più scrittori del territorio metropolitano con una biblioteca.

In relazione all’obiettivo IV:

  1. SCRITTORI IN CAUSA”: Due giorni di eventi e dedicati all’informazione e al confronto sulle convenzioni contrattuali nel campo editoriale, attraverso la produzione di materiale informativo sui meccanismi ingannevoli dell’editoria a pagamento e incontri con scrittori, esperti di editoria e consulenti legali.

In relazione all’obiettivo V:

  1. EDITORIA DIGITALE. CHI, COME E PERCHÉ”: Un ciclo d’incontri mensili con i protagonisti dell’innovazione nell’industria editoriale sulle tematiche di attualità: lettura digitale, self-publishing, prestito digitale ecc. In contemporanea dei corsi e seminari sulle tecniche editoriali e sull’utilizzo delle tecnologie digitali, dedicati soprattutto ai giovani e alle imprese del territorio.

Questa lista non è certo chiusa ed è anzi aperta al contributo di chiunque si riunisca intorno ai principi e ai criteri qui delineati.

Firenze delle Letterature auspica la massima diffusione di questo documento a tutti i soggetti e i gruppi interessati e ne stimola e favorisce la discussione su questo sito.

I primi firmatari

  1. Giuseppe Allegri
  2. Francesco Ammannati (ricercatore, docente)
  3. Argo (rivista letteraria)
  4. Simona Baldanzi (scrittrice)
  5. Daria Balducelli
  6. Elisa Biagini (scrittrice)
  7. Vittorio Biagini (organizzatore culturale)
  8. Sebastiano Bisson (scrittore, redattore)
  9. Nadia Breda (antropologa, ricercatrice)
  10. Raoul Bruni (ricercatore, critico letterario)
  11. Luisa Capelli (docente, editrice, blogger)
  12. Andrea Libero Carbone (editore)
  13. Federico Cerminara
  14. Collettivomensa (rivista letteraria)
  15. Stefania Costa (organizzatrice culturale)
  16. Roberto Ciccarelli (filosofo, giornalista, blogger)
  17. Francesca Coin
  18. Domenica Colonna
  19. Valerio Cuccaroni
  20. Carolina Cutolo (scrittrice)
  21. Michele Dantini (storico dell’arte, saggista, blogger)
  22. Riccardo Donati (insegnante e critico letterario)
  23. eFFe (docente, saggista, blogger)
  24. Luciana Floris (scrittrice, docente)
  25. Maira Forti (bibliotecaria)
  26. Carlo Mazza Galanti (giornalista, traduttore)
  27. Sciltian Gastaldi
  28. Dario Gentili (filosofo)
  29. Tommaso Giartosio (scrittore)
  30. Andrea Gigli (medico, scrittore)
  31. Valentina Inserra (europrogettista)
  32. Paolo Maccari (insegnante)
  33. Lidia Massari (docente)
  34. Gabriele Merlini (scrittore e collaboratore editoriale)
  35. Giulio Milani (editore)
  36. Iacopo Ninni
  37. Vincenzo Ostuni (poeta, editor)
  38. Daniele Pasquini (giornalista e scrittore)
  39. Lorenza Pieri
  40. Marina Pugliano (traduttrice)
  41. Christian Raimo (scrittore, editor)
  42. Alessandro Raveggi (scrittore, docente)
  43. Francesco Recami (scrittore)
  44. Valentina Rizzi (autrice, attrice)
  45. Arturo Robertazzi (ricercatore, scrittore, blogger)
  46. Leonardo Sacchetti (giornalista)
  47. Vanni Santoni (scrittore)
  48. Andrea Sirotti (docente, traduttore editoriale)
  49. Marco Simonelli (scrittore)
  50. Giorgio Vasta (scrittore)

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Venticinque aprile tutto l’anno, per esempio il cinque maggio https://minimaetmoralia.it/interventi/venticinque-aprile-tutto-lanno-per-esempio-il-cinque-maggio/ https://minimaetmoralia.it/interventi/venticinque-aprile-tutto-lanno-per-esempio-il-cinque-maggio/#comments Sat, 05 May 2012 08:30:35 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7663 Roma memoria Un dibattito aperto alla cittadinanza sull’uso e l’abuso politico della memoria e della storia Cosa vuol dire ricordare a 25 anni dalla scomparsa di Primo Levi? Cosa vuol dire Resistenza in una città che fatica a dirsi antifascista? Cosa vuol dire passare il testimone tra le generazioni? Sabato 5 Maggio alle ore 17 […]

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Roma memoria

Un dibattito aperto alla cittadinanza
sull’uso e l’abuso politico della memoria e della storia

Cosa vuol dire ricordare a 25 anni dalla scomparsa di Primo Levi?
Cosa vuol dire Resistenza in una città che fatica a dirsi antifascista? Cosa vuol dire passare il testimone tra le generazioni?

Sabato 5 Maggio alle ore 17

Generazione Tq e Teatro Valle Occupato

v’invitano a un’assemblea pubblica con

Marco Belpoliti, curatore delle opere di Primo Levi
Valentina Pisanty, autrice di Abusi di memoria.
Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah
Raffaella di Castro, autrice di Testimoni del non-provato.
Ricordare, pensare, immaginare la Shoah nella terza generazione
Michela Ponzani, autrice di Guerra alle donne

parteciperanno al dibattito con letture sceniche e musicali di testi di Primo Levi e di altri autori Veronica Cruciani, Nicola Lagioia, Lorenzo Pavolini, Marco Rovelli, Paola Soriga, Giordano Tedoldi, Valentina Carnelutti

Coordinano Christian Raimo e Andrea Cortellessa

h.22 circa conclude la serata

La strada di Levi
di Davide Ferrario e Marco Belpoliti
proiezione introdotta dagli autori

“Il «principio Resistenza» di Andrea Zanzotto è un’immagine dialettica. Sovrimprime il presente al passato, e ne fa sprizzare scintille. Non può essere inteso come una generica, ancorché condivisibile, posizione etica collocata nell’oggi. Non è una citazione, l’omaggio reverenziale alla Resistenza di ormai quasi settant’anni fa. Deve invece raccogliere almeno uno dei testimoni, concettuali e pratici, di quelle staffette. Quello che oggi mi pare più aperto al futuro riguarda proprio l’essere situato del nostro agire. I partigiani difendevano un ideale di libertà ma anche un territorio concreto: che apparteneva a una geografia fisica e insieme morale. E così oggi fanno tutti i movimenti politici significativi: da Occupy Wall Street a No TAV al Teatro Valle. Tutti incentrati su un luogo, un sito storico e simbolico che si fa segno di riconoscimento: proprio perché tutti noi, nel quotidiano, subiamo la virtualizzazione dell’esistenza nei non-luoghi telematici, che ha polverizzato ogni idea di società. La sfida sta nel trascendere la miseria di un localismo identitario – che ha prodotto negli ultimi vent’anni catastrofi politiche più o meno gravi – ed elevare questa concretezza di situazione a paradigma idealmente universale. Questa sfida del pensiero e della volontà ha un nome: si chiama politica.”

Andrea Cortellessa

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Visibilità, occultamento e convivialità https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/visibilita-occultamento-e-convivialita/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/visibilita-occultamento-e-convivialita/#comments Sat, 06 Aug 2011 09:56:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4932 Qui di seguito, per chi fosse interessato al dibattito in corso tra i TQ, una mia mail già circolata all’interno del googlegroup. L’invito è quello a non farci ingannare dal feedback mediatico e dall’apparente “trasparenza” della comunicazione interna (le centinaia, migliaia, di mail che sono circolate, che stanno ancora circolando, dalla pubblicazione dei manifesti). L’occultamento e la convivalità sono due possibili (inizi di) risposte al diktat della visibilità e alla smaterializzazione dei rapporti sociali.

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Qui di seguito, per chi fosse interessato al dibattito in corso tra i TQ, una mia mail già circolata all’interno del googlegroup. L’invito è quello a non farci ingannare dal feedback mediatico e dall’apparente “trasparenza” della comunicazione interna (le centinaia, migliaia, di mail che sono circolate, che stanno ancora circolando, dalla pubblicazione dei manifesti). L’occultamento e la convivalità sono due possibili (inizi di) risposte al diktat della visibilità e alla smaterializzazione dei rapporti sociali.

Cara TQ,

è da ieri sera che una parola venuta fuori più volte nelle nostre ultime mail mi frulla nella testa. Questa parola è “visibilità”, una parola che piaceva molto a Calvino, il quale però è forse morto prima di vederne compiuta la parabola socio-linguistica, prima di percepirne l’abuso, che tuttavia stava dietro l’angolo. Ho deciso di rifletterci stamattina, con un po’ più di calma (non troppa, comunque non abbastanza), perché penso che da come oggi sapremo interpretare questa parola dipenderà molto del carattere del gruppo, ne andrà del suo posizionamento politico, del modo in cui saprà muoversi nei prossimi mesi/anni e di quanto vorrà (e saprà) modificare l’ambiente in cui vive e opera.

Parto da lontano: come lo intendiamo oggi, il visibile è l’ultima propaggine di una storia che ha connotato profondamente la nostra civiltà. L’occhio è il cuore della filosofia occidentale: come si è fatto spesso notare, sia la parola “teoria” che la parola “idea” hanno etimologie che rimandano direttamente alla sfera della visione; allo stesso modo parliamo di “speculazione” riferendoci all’attività intellettuale e al pensiero nella sua forma più alta e pura. A Nicea nel VIII la chiesa cattolica decise, contro l’iconoclastia, che il divino poteva essere oggetto di rappresentazione visiva, e lì molte cose presero una piega fatale: già il visibile si configurava come un regno potenzialmente illimitato e come potentissimo strumento politico. Questo solo per dire che da una storia così lunga e complessa non se ne esce facilmente.

Molte moderne riflessioni sulla visualità riconducono la storia dell’occhio nella nostra cultura a un processo di formalizzazione e distanziamento (allontanamento e identificazione “oggettivante”) e a quello di una progressiva astrazione (perdita di importanza del corpo e della carne). Processi declinati e articolati in vari modi, secondo l’orientamento dei singoli studiosi. La crescita ipertrofica del valore espositivo nelle nostre società è da Benjamin connessa ad una progressiva determinazione tecnica dell’esistente. Per Debord (che in qualche modo prosegue il discorso) l’immagine (spettacolare) è sintomo ed espressione dell’alienazione sociale generata da un sistema produttivo dove nessuno è più veramente padrone di quello che fa (sul modello dell’operaio fordista che non è tenuto a sapere nulla di ciò che sarà del proprio lavoro, alla fine della catena di montaggio): lo spettacolo ci gratifica perché ci colloca stabilmente dove già siamo come (mancati) attori sociali, ovvero lontano dal controllo materiale della produzione, privi di autonomia reale, posseduti da quei mezzi che invece pensiamo di possedere, beatamente installati in una posizione di puri osservatori passivi e pronti a lasciarci suggestionare, indottrinare, influenzare, guidare e formare da entità e istituzioni che non padroneggiamo ma a cui attribuiamo (abitudinariamente) valore e credibilità. All’astrazione e all’alienazione dell’immagine è infine riconducibile un’estetica (che è anche una modalità comunicativa) della pura presenza, della presenza astratta, irrelata e persuasiva in virtù del suo semplice esserci (una persuasione certo tanto effimera quanto estemporanea è l’esposizione stessa). Quest’ultima consegna la comunicazione e la produzione di “beni simbolici” a una proliferazione incontrollata di segni semplificati/semplificanti, chiassosi perché costretti a disputarsi la visibilità in un mercato sempre più caotico e popoloso, scissi da qualsiasi preciso contesto storico e referenziale perché obbligati a essere prima che a significare, cioè ad organizzarsi all’interno di un discorso e di una strategia efficace orientata a scopi precisi. Una cosa vale perché è visibile, e una cosa visibile vale: esserci è la priorità.

L’astrazione e la “pura presenza” che caratterizza l’ambiente in cui viviamo coinvolge anche meccanismi economici che non ho gli strumenti per descrivere ma che appaiono abbastanza evidenti nel profilo di pratiche divenute ormai quotidiane. La visibilità è un bene economico, prima ancora che uno strumento. Chi ha visibilità può monetizzarla, questo si dà per scontato (o lo si auspica). Il fenomeno esplode su internet: essendo lo spazio espositivo del mondo digitale potenzialmente infinito, il bisogno e il desiderio di visibilità saranno riproducibili ed espandibili in maniera altrettanto illimitata. Si scambiano dunque “contenuti” (noi TQ lo facciamo in continuazione) in cambio di visibilità, a futuro profitto. Ma al di là delle singole difficoltà a monetizzare e dei molteplici ricatti che si esercitano sulla base di questi presupposti, il problema è che si delinea, anche in questo senso, una prospettiva ipersegnica dove la visibilità non sarà più commutabile in beni materiali, o in moneta. Abbiamo già film, immagini, suoni, testi gratis: possiamo immaginare una situazione paradossale in cui anche i salumi saranno gratis perché veicoleranno visibilità per altri prodotti in una catena infinita di rimandi alla fine della quale non potrà esserci che il collasso di tutto il sistema? Pure fantasticherie di un analfabeta di cose economiche, ma la possibilità “catastrofica” di questo genere di circuito vizioso mi tormenta da anni. Prendete quest’ultima considerazione come un’ossessione personale (e significativa in quanto tale), piuttosto che come un dato oggettivo.

Tutto ciò (ossessioni a parte) è piuttosto banale, anche se non sempre (anzi, raramente) siamo disposti a tener conto fino in fondo, analiticamente direi, del nostro grado di complicità. Da quando TQ ha “manifestato” i propri intenti sono stati pubblicati decine e decine di articoli. Abbiamo ottenuto una visibilità straordinaria, che certamente potrà venire a nostro vantaggio in una prospettiva per così dire imprenditoriale. Tuttavia la mia domanda è: vogliamo continuare a sfruttare, anche criticamente, meccanismi che da decenni sociologi e filosofi e politologi che pure stimiamo e citiamo hanno individuato come responsabili di una grave perdita di partecipazione politica e di capacità, da parte degli individui e dei gruppi, di determinare il proprio destino?

Ci è subito parso evidente, leggendo quello che si è scritto a proposito di TQ, quanto la stampa nazionale (almeno buona parte di essa) sia stretta fatalmente nei vincoli della propria vischiosa superficialità. Abbiamo presenziato, volevamo farlo, e senza nasconderci il compiacimento per tanta attenzione mediatica, abbiamo pure visto come la banalizzazione, la riduzione a slogan di ogni questione da noi posta sul tavolo, il prevedibile e comprensibile sfruttamento della visibilità di pochi di noi (a scapito dell’insieme), s’impongano quasi inevitabilmente alla comunicazione dominante, legata a chiari schemi di efficienza quantitativa. Ecco perché propongo, a livello puramente teorico, di imporci degli obiettivi diversi da quelli che hanno finora retto la nostra comunicazione esterna, e interna. Di darci un quadro “etico” in qualche modo opposto a quello espresso dal nostro comportamento collettivo più o meno volontariamente tenuto fino a questo punto, ma più fedele ai concetti fissati nei manifesti (su tutti quello di “decrescita”, tanto spesso ribadito).

E vengo alla proposta (pur sempre teorica): di fronte all’ipervisibilità di cui si nutre un intero sistema socio-economico e culturale, possiamo pensare di elaborare delle strategie di occultamento? Dove l’occultamento non lo considero tanto (o non solo) applicabile direttamente a noi stessi quanto piuttosto ai contesti e alle logiche che impongono la visibilità come un fine obbligato. Siamo solo pesci presi nella rete del visibile, per ripetere la metafora utilizzata da Gabriele Pedullà con la giornalista di Repubblica – occupiamoci della rete prima che dei pesci, vigiliamo sugli automatismi che ci hanno portati nella rete, come si è già abbondantemente ripetuto (la costituzione di osservatòri sui media e tutto il resto). Soprattutto rifiutiamo (in parte o in toto) l’obbligo del presenzialismo effimero e facciamolo costruendo dispositivi di partecipazione diversi da quelli basati sulle forme di comunicazione vigenti. Reagiamo in maniera meno meccanica agli stimoli che ci vengono dalla stampa, abitiamo questi “spazi pubblici” in maniera più consapevole e decisamente critica. Abitiamo spazi diversi, anche. Spazi dove possiamo gestire la nostra voce come ci pare e quando ci pare, spazi dove possiamo mostrare una compagine variegata al lavoro, dove possiamo elaborare contenuti complessi, se abbiamo intenzione di farlo. Il gruppo 63, tanto spesso invocato, non si scambiava 1000 mail alla settimana, come stiamo facendo ormai da qualche mese, ma produceva testi (intendo quelli teorici) che, condivisibili o meno, avevano quantomeno il merito dello spessore intellettuale, di essere il prodotto di menti brillanti e operose. Possiamo farlo anche noi.

L’ipercomunicazione interna di questi mesi, l’ho già detto qualche giorno fa (in una mail ormai scomparsa nella marea di tutte le altre), per quanto utile e ammirevole rientra comunque, in una certa misura, in quella mancanza di padronanza e controllo dei mezzi di cui disponiamo che ha caratterizzato anche la nostra comunicazione esterna. Stiamo ancora troppo delegando, ancora troppo affidandoci ad automatismi e a strumenti trovati per strada, di cui non possiamo farci né sentirci pienamente responsabili. Siamo ancora troppo inseriti in quel flusso obbligato che Debord attribuiva allo spettacolo e quindi alla celebrazione del visibile e della presenza astratta/irrelata. Mi pare che anche qui, come altrove, sia il macchinario a farla da padrone, non l’utente, non noi (il macchinario tecnologico e l’enorme baraccone economico che sta dietro a internet – per fare solo un esempio: avete visto tutte quelle pubblicità in calce alle mail? tiscali e wind eccetera: mentre sprofondiamo nel baratro del communication overload ci pubblicizzano nuovi canali e nuove possibilità di comunicare: come parlare di corda a casa dell’impiccato, anzi di uno che si sta impiccando).

Se all’ipervisibilità mediatica possiamo rispondere inventandoci strategie di occultamento, all’astrazione e alla perdita di fisicità (e di contesto) delle relazioni (anche solo verbali) possiamo forse rispondere elaborando strategie conviviali. Per chiarire meglio questo concetto che ha suscitato tanti dubbi rispetto al suo uso nel terzo manifesto, vi trascrivo un pezzo del libro di Ivan Illich, sperando così di dare un volto più famigliare a una parola per molti versi sfuggente:

“Il rapporto industriale è riflesso condizionato, risposta stereotipata dell’individuo ai messaggi emessi da un altro utente, che egli non conoscerà mai, o da un ambiente artificiale, che mai comprenderà; il rapporto conviviale, sempre nuovo, è opera di persone che partecipano alla creazione della vita sociale. Passare dalla produttività alla convivialità significa sostituire a un valore tecnico un valore etico, a una valore materializzato un valore realizzato. La convivialità è la libertà realizzata nel rapporto di produzione in seno a una società dotata di strumenti efficaci. Quando una società, qualunque essa sia, reprime la convivialità al di sotto di un certo livello, diventa preda della carenza; infatti nessuna ipertrofia della produttività riuscirà mai a soddisfare i bisogni creati e moltiplicati a gara” (Ivan Illich, La Convivialità, Boroli Editore, p. 29)

La bulimia di comunicazione – interna/esterna – è prodotto di una fuga in avanti alla ricerca di una soddisfazione e di una partecipazione che non otterremo seguendo questa sola strada. Come il social network non produrrà mai ciò che restituisce fantasmaticamente nella forma di un desiderio eternamente inappagato: la “creazione della vita sociale” (almeno non la produrrà in un senso “conviviale”). Non credo che sapremo dotarci di strumenti davvero “efficaci”, intasando maling list e lasciandoci sagomare dalla stampa mainstream: affidandoci ancora e troppo alla visibilità. Dobbiamo immaginare qualcosa di nuovo e di vecchio allo stesso tempo, pur continuando a cavalcare l’onda dei mass-media. La convivalità di Illich ci invita alla partecipazione diretta, il meno possibile consegnata alla delega tecnologica, definita e strutturata in situazione, localizzata, e il più possibile indipendente dai rapporti industriali (industriali-culturali, nel nostro caso).

Siamo riusciti a creare un fenomeno mediatico. Abbiamo anche voglia di fare qualcosa di diverso e di creare/aprire in questo senso strade nuove?

Mi limito a indicare, perché lo credo cruciale (e per non fermarmi alla sola speculazione), un possibile luogo di azione, per altro già abbastanza discusso tra di noi: quello delle biblioteche pubbliche e delle librerie. Credo che se questi, più di altri, potranno essere luoghi di una possibile convivialità, di “occultamento” e di autodeterminazione, sarà perchè saremo forse in grado, attraverso di essi, di cortocircuitare (anche se in minima parte) i meccanismi ben oliati che integrano i tre grandi poli (produzione, critica, consumo culturale) nello stesso macchinone demente. Concentrandoci su questo punto possiamo fare qualcosa di concreto. Stimoliamo il buon funzionamento delle biblioteche. Mappiamo le librerie indipendenti città per città, aiutiamoli a fare rete, facciamo “guerrilla” andando fisicamente davanti alle librerie super-market con un elenco delle migliori librerie indipendenti divise per quartiere e invitando la gente a fare i loro acquisti lì, vicino a casa, in un posto migliore, più bello, più curato e più utile alla cultura e alla vita associata. Costruiamo un circuito virtuoso tra critica e vendita grazie a cui i librai potranno orientare il consumo in maniera intelligente e credibile; cerchiamo – nei limiti delle nostre possibilità – di scardinare il controllo dei distributori all’interno della filiera editoriale. La questione delle biblioteche e delle librerie credo che unisca tutti: scrittori, editori, giornalisti, critici, lettori. L’azione potrebbe partirei da qui.

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