Gennaro Rega Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gennaro-rega/ un blog di approfondimento culturale Thu, 25 Jun 2020 12:24:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gennaro Rega Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gennaro-rega/ 32 32 Le Terre basse sono ancora fertili: l’”Officina” di Michele Prisco https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-terre-basse-ancora-fertili-lofficina-michele-prisco/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-terre-basse-ancora-fertili-lofficina-michele-prisco/#comments Thu, 25 Jun 2020 12:23:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43624 In attesa che si ridefiniscano nuove date e riprendano i programmi in calendario delle manifestazioni celebrative per il centenario della nascita di Michele Prisco, nato a Torre Annunziata il 4 gennaio del 1920 (l’ultima iniziativa si è tenuta a fine febbraio, a Napoli, con la presentazione del volume Michele Prisco fra letteratura e cinema, a cura di Pier Antonio Toma)  e nell’auspicio che, dopo la pandemia, il turismo culturale fra regioni italiane venga rilanciato, offrendo così l’opportunità di attraversare fisicamente almeno alcuni di quei luoghi dell’anima come le zone boschive alle pendici del Vesuvio, Leopardi, Trecase, Torre del Greco, Vico Equense, sorgenti di tante sue pagine ispirate, mi limiterò a segnalare alcune mie brevi recenti perlustrazioni letterarie, volte a confermare l’ ammirazione che ho sempre nutrito per questo scrittore.

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In attesa che si ridefiniscano nuove date e riprendano i programmi in calendario delle manifestazioni celebrative per il centenario della nascita di Michele Prisco, nato a Torre Annunziata il 4 gennaio del 1920 (l’ultima iniziativa si è tenuta a fine febbraio, a Napoli, con la presentazione del volume Michele Prisco fra letteratura e cinema, a cura di Pier Antonio Toma)  e nell’auspicio che, dopo la pandemia, il turismo culturale fra regioni italiane venga rilanciato, offrendo così l’opportunità di attraversare fisicamente almeno alcuni di quei luoghi dell’anima come le zone boschive alle pendici del Vesuvio, Leopardi, Trecase, Torre del Greco, Vico Equense, sorgenti di tante sue pagine ispirate, mi limiterò a segnalare alcune mie brevi recenti perlustrazioni letterarie, volte a confermare l’ ammirazione che ho sempre nutrito per questo scrittore.

Prisco in vita, almeno fino agli anni novanta del Novecento, è stato un autore molto prolifico ed apprezzato grazie al suo inconfondibile stile ricco, pastoso, lievitante. La sua frase è stata definita “proustiana” e proprio oggi potrebbe essere a pieno titolo un modello per i giovani con l’aspirazione ad entrare nel mondo della comunicazione e della scrittura creativa onde evitare le secche di una lingua italiana troppo omogeneizzata.

La sua dichiarazione di poetica, ribadita nelle pagine del suo ultimo suggestivo romanzo, Gli altri, Rizzoli 1999, si può sintetizzare con l’espressione “raccontare l’uomo”. Sapeva infatti offrire storie e personaggi, in particolare quelli femminili, sondati con un accurato scandaglio psicologico. Aveva magistralmente affrontato  l’indolenza esistenziale, la violenza repressa, la doppiezza dei sentimenti, la decadenza morale della borghesia prima vesuviana e poi napoletana del Dopoguerra; e comunque era capace di immergere il lettore in un paesaggio fisico e della mente, prorompente e nostalgico, che crea una “nuova regione” nell’ambito della geografia letteraria italiana. Purtroppo negli ultimi trent’anni le sue opere hanno perso appeal fra il pubblico.

Sembra quasi profetica l’esclamazione del critico e scrittore Silvio Perrella con la quale nel 2005, a due anni dalla morte di Prisco, si concludeva la bella e articolata introduzione alla ristampa BUR  di La Provincia addormentata, volume di racconti con cui l’autore napoletano esordì nel Dopoguerra: «Eppure i suoi libri sono in attesa. Bisogna ricominciare a leggerli daccapo !». Tuttavia, e lo sottolinea con rammarico la figlia Annella nel suo memoir, Girasoli al vento. Riflessioni e ricordi su mio padre, edito da Guida lo scorso anno,  a un narratore di razza, come da vivo era stato spesso giudicato, non è stato nel frattempo dedicato neppure un Meridiano.

Nella sua attività fecondissima, che contempla oltre agli undici romanzi, cinque libri di racconti di cui curò personalmente la pubblicazione (La provincia addormentata, 1949; Fuochi a mare, 1957; Punto franco, 1965; Il colore del cristallo, 1977; Terre basse, 1992) i due testi brevi a cui vorrei far riferimento, propongono una tipologia sociologica dei personaggi e un’ ambientazione che si distaccano a prima vista dalla norma prischiana. Forse nei suoi quasi 5.000 articoli (come è riuscito scrupolosamente a calcolare uno dei decani del giornalismo partenopeo, Ermanno Corsi) si potrebbero trovare dei riferimenti a tali elementi, ma la mia lettura non è stata in grado di spingersi così a fondo.

Il racconto Tre righe di cronaca, si trova nella raccolta intitolata I giorni di tutti, edita nel 1960 dalla romana Edindustria Editoriale, frutto di una meritoria iniziativa delle Acciaierie spa Cornigliano di Genova e dell’Ilva di Bagnoli. Infatti le due Società, desiderando inviare una strenna letteraria al proprio personale, fecero stampare trentamila esemplari del libro fuori commercio, arricchendolo con le illustrazioni di Giacomo Porzano, ai tempi collaboratore del settimanale L’Espresso, dove aveva una rubrica molto apprezzata: L’Italia illustrata. 

Quattordici fra i migliori autori dell’epoca proposero un loro testo narrativo sul tema del lavoro. Michele Prisco, opportunamente, volle in parte collocare la sua vicenda nell’ area industriale di Bagnoli, ma collegarla anche all’ambiente di quello che considerava il suo “gaigne-pain”, il suo “secondo mestiere”, cioè la redazione di un giornale. A questa professione, spesso logorante e che gli sottraeva energie alla scrittura creativa, si dedicò con particolare assiduità dal 1953 quando iniziò a collaborare per la “terza pagina” de Il Mattino di Napoli. A questo proposito si è soliti citare un racconto autobiografico, che chiude il libro Il colore del cristallo, intitolato La parabola dello scrittore (1976).

In esso Prisco ricorda l’atmosfera e i caratteri dei testi scritti da lui per il quotidiano fino ai primi anni sessanta: “si trattava in prevalenza di stati d’animo evanescenti o di ritratti e storie di creature che s’abbandonavano senza resistere al flusso della fatalità, che non amavano scostare il segreto della loro intimità, come in un giuoco a nascondere, a velare.”

Poi con l’avvio dell’Italia guidata da governi di Centro-sinistra, il direttore del Mattino richiese un cambio di rotta della” terza pagina”, con articoli che avessero “l’aggancio con la realtà” e un altro tono di scrittura, meno evocativo e più propositivo. Lo scrittore cercò di adattarsi alle novità nella comunicazione giornalistica. Così divenne fino alla fine degli anni settanta critico cinematografico e caposervizio del settore spettacolo sempre del quotidiano di Napoli.

Infine preferì uscire dalle redazioni dei giornali per “non  tradire la propria libertà interiore” e non avere ulteriori costrizioni di tempo e di spazio quando si dedicava a una scrittura prospettica e congruente con la complessità della narrazione. Ma per un’analisi accurata della produzione giornalistica di Michele Prisco, rimanderei al saggio meticoloso e articolato di Alessia Pirro docente all’università di Dublino, Nello spazio d’un mattino, Loffredo editore 2012.

Evito di riassumere le venticinque pagine del racconto, cercando invece di concentrarmi sulla sua intelaiatura e la tipologia dei personaggi. All’inizio su Napoli e sui vetri della fumosa e pigra redazione di un giornale, cade una pioggia accidiosa, monotona. E’ l’elemento naturale che serve a Prisco per rappresentare metaforicamente il torpore delle coscienze, l’apatia che un certo ambiente umano, da lui indagato, ha nello scuotersi dal proprio stato e nel cercare delle vere motivazioni alla propria esistenza. Questa pioggia si potrebbe accostarla alla nebbia, fenomeno rappresentato in tutte le sue sfumature nei racconti e nei romanzi ( Eredi del vento, Rizzoli 1950; Figli difficili, Rizzoli 1954 ) che sono ambientati alla falde del Vesuvio, correlativo oggettivo del torpore, dell’oscuramento avvolgente le anime di molte figure che li animano . Riporto solamente alcuni esempi.

“Tutto sembrò poi assumere gli inconsistenti confini d’una fola. Nella nebbia, i rumori si smorzano: come se li fasciasse un greve torpore impedendone ogni articolazione. La nebbia isola, annulla; chi può dire quand’essa ci avvolse?” Sono i pensieri di Maria Teresa il personaggio principale  di Fuochi nella sera,testo  inserito ne La provincia addormentata. Siamo nella parte finale della storia. Lei è tornata a Leopardi nel palazzo di famiglia, che era stata costretta a vendere tempo prima per allontanarsi dal luogo dove, per una sorta di malia, suo marito Delfino si innamorò perdutamente di Mattea, la giovane moglie di suo fratello Luca. Il ritorno a casa e il riacquisto della proprietà  sono a distanza di tempo il pretesto per un pensoso riesame delle scelte e degli atti che portarono ad una irreparabile dispersione degli attori di quel dramma borghese e sanciscono la riconquistata serenità della protagonista.

“E adesso ritornava anche la nebbia: non ancora fitta e neppure ancora irritante, al palato, ma già abbastanza compatta nella sua immateriale consistenza di vapore biancastro che sembrava avanzare a ondate successive sempre più spesso e sempre più inarrestabile …” Questo è un altro  finale, quello di Una spirale di nebbia, romanzo con cui Michele Prisco vinse il premio Strega 1966. Valeria è stata appena tumulata nella cappella di famiglia dei Sangermano. Suo marito è in carcere perché sospettato di uxoricidio, non sono presenti al funerale i loro tre bambini, né i genitori della vittima e neppure la sua più cara amica, Maria Teresa. La nebbia sta per  nascondere definitivamente le trame di vita di questi e degli altri numerosi personaggi della storia che in tre giorni d’indagine il giudice Renato Marino ha fatto emergere. Il virus del disamore e del perbenismo ha infettato per espansione i nuclei familiari di un certo ambiente borghese e il narratore ne ha definito con  rigorosa e pietosa analisi i motivi e gli effetti. Lette le righe finali, non restano che nebbia e odore di funerei fiori sul punto già di marcire.

Ritornando a Tre righe di cronaca, la routine e la “bonaccia” di notizie che caratterizzano il sabato sera di una redazione di un quotidiano, hanno come intorpidito le coscienze dei giornalisti in servizio. Bisogna però chiudere l’ultima pagina e dalla tipografia arriva la sollecitazione a trovare una notizia qualsiasi di poche righe. L’io narrante, Mario Masucci, scova sul tavolo fra i fogli della telescrivente una notizia di cronaca. La rielabora in un breve “pezzo” : “Ieri mattina l’operaio Antonio Di Lea di anni 59 addetto agli altiforni dell’Ilva è rimasto vittima d’un mortale investimento in via Nuova Bagnoli mentre si recava al lavoro, proprio davanti all’ingresso dello stabilimento …”. Scende in tipografia. Il capo tipografo lo trova “perfetto” e la linotype ingoia il foglio, facendolo diventare caratteri di piombo, pronti per la stampa.

Il lavoro è finito. Ma tornando a casa, la coscienza vigile e critica del giornalista, vero alter ego dell’autore torrese, non accetta di “liquidare in solo tre righe la vita di un uomo”. Quelle poche frasi di cronaca gli sembrano ”impietose nella loro laconicità”.

L’indomani, perciò, avvia la sua quête, ponendosi all’inizio queste semplici domande:  come passa una famiglia operaia la domenica? com’è il rione di Barra dove la famiglia Di Lea vive, e il borghese Masucci non ha mai messo piede? come è fatto il loro appartamento Ina-Casa, che si trova  in quei “caseggiati a più piani e a più scale, coi balconcini squadrati e rigidi, la facciata calcinata d’un bianco spento e poroso” (pg. 199)?

Quasi condottovi dagli automatismi della mente, si troverà sulla soglia della camera da letto dove il morto è stato composto e ascolterà i lamenti della vedova e scambierà delle parole di circostanza con qualcuno degli astanti. In particolare, è attraverso la testimonianza della giovane assistente sociale che ci vengono proposti i primi significativi tasselli della vita semplice e laboriosa di Antonio Di Lea. Ma tutto è sempre filtrato attraverso il punto di vista dell’io narrante. In questo modo i due mondi, quello operaio e quello borghese, mostrano le loro convergenze e le loro differenze in un’ epoca, quella del “miracolo economico italiano”, in cui esse si andavano smussando e in qualche misura omologando. Le grida disperate e il trambusto, conseguenza dell’uscita del feretro dall’appartamento, permettono a Masucci di lasciare indisturbato il luogo. Presa la sua “cinquecento”, si apparta sulla balaustrata della Rotonda di Posillipo. Da lì, con occhi nuovi, osserva l’Ilva di Bagnoli. E con pochi tocchi Prisco sa proporre un panorama dell’ “altra” Napoli, non scontato ed oleografico, ma inconsueto e inquietante.

L’unica occasione in cui nei suoi testi aveva ancora accennato a Bagnoli, era stata in una novella di Fuochi a mare, intitolata Paolino (1952): “Lavoravo all’Ilva di Bagnoli, quando partii [per la guerra]. E adesso l’Ilva è chiusa. Staremo a vedere.“  Così dichiarava l’uomo che aveva portato alla mamma di Paolino una lettera del marito, suo compagno di prigionia, anticipandole l’imminente ritorno a casa.

Si chiudono con lo sguardo fisso e sgomento del giornalista su “ lo spettacolo inconsueto di quel cantiere che continuava la sua attività ininterrotta nonostante la morte di un uomo …” (pg. 206), il prologo e il primo “atto” di questo dramma operaio.

Nella seconda parte, il giornalista, spinto da una specie di senso di colpa, accentuato dal fatto di essersi dileguato da quella casa al momento del funerale senza andare a fondo sulla vita di Antonio, qualche giorno dopo ritorna per intervistare la vedova, Giuseppina Di Lea. Sono sequenze dove si riconosce la penna amorevole di Prisco verso la parte sana e onesta del popolo napoletano, dove il protagonista, Mario, quasi scompare, tranne che nel momento delle domande per far riprendere lena al racconto della donna, e dove si delinea un modo di vivere sobrio, quello della famiglia Di Lea, che è stato appena toccato dal consumismo dilagante di quegli anni di ripresa economica.

Ma dovesse chiudersi così, l’inchiesta proporrebbe un quadro troppo idillico e consolatorio. Ecco dunque il “terzo atto”, con il conseguente epilogo.

L’ambiente muta nuovamente. Dall’interno di una dignitosa casa operaia, veniamo trasferiti l’indomani nei pressi della acciaieria. Il cronista ha deciso di sentire anche il primogenito dell’operaio modello Antonio, Vincenzo Di Lea. Come il padre lavora all’Ilva, svolge una mansione delicata: quella del gruista (“sono quelli che stanno appesi nelle cabine dei carri ponte, sono loro che li manovrano e fanno scendere le gru stripper a prendere i lingotti infuocati per portarli nei forni …”).

I due si incontrano durante una pausa, fuori dalla fabbrica, e si dirigono, per essere più appartati, verso la spiaggia. Il paesaggio è melanconico, tutt’altro che da cartolina. Il mare lascia sulla sabbia “un grumo di bollicine dense come una bava”, ed è grigio come il cielo carico di nuvole.

Sembrano scomparsi il blu e il verde che erano i colori onnipresenti del cielo e del mare, delle pinete e dei boschi di tante precedenti pagine prischiane ambientate nelle zone di campagna alle pendici del Vesuvio. Essi erano dei “colori di fondo” che influivano anche sull’umore e sulle passioni delle persone che in quel paesaggio vivevano ed agivano. Alcune di queste esistenze sembravano raggiungere per brevi attimi una intensità paragonabile al cielo vesuviano delle giornate terse e poi impallidire come l’orizzonte al tramonto. Si può dire che avessero una vitalità come le chiome dei pini marittimi a settembre, per poi appassire come una rosa in un bicchiere senz’acqua.

E poi viene settembre: io lo avverto senza guardare le foglie che illanguidiscono il verde o il cielo che sgombra i morbidissimi cirri per farsi smaltato…
Chi percorre la zona che si adagia alle falde vesuviane, noterà un gruppo di borgate interrotte o separate tra loro da colline di pini o castagneti o altre zone altrimenti boschive …”
[da L’altalena, in La provincia addormentata]

A poco a poco Vincenzo farà al giornalista una rivelazione amara e disperata su quella mattina dell’incidente mortale a suo padre. Ma lascio al lettore scoprirla. Mi limito ancora a precisare che, come in altri contesti narrativi di Prisco, c’è un testimone involontario, silenzioso, sfuggente di questa confessione: un bambino (“… ci guardava ma come se continuasse a rimuginare i suoi pensieri, che non erano, o non dovevano essere, pensieri di giochi e di innocenza, ma già un cumulo di preoccupazioni dalle quali egli si difendeva con quella inerte indifferenza”. Forse in questo racconto la figura del fanciullo potrebbe essere intesa come lo sguardo dell’opinione pubblica, appannato e svagato, che il bravo giornalismo deve saper rendere critico e attento.

La conclusione riprende il vivace, autoironico schizzo iniziale  di una redazione di giornale, dove Prisco per tanti anni fu di casa, e riporta il protagonista alle sue solite incombenze, ma con un senso di soddisfazione per il lavoro compiuto e di serenità, che gli fa percepire perfino la pioggia che ancora continua a cadere su Napoli, più “intima” e “tiepida”.

Nel gennaio del 1953 per merito di Leonardo Sinisgalli, intellettuale poliedrico e direttore della rivista Civiltà delle macchine finanziata dal gruppo industriale pubblico Finmeccanica, si inaugurò la rubrica Visite in fabbrica. Forse per la prima volta in Italia scrittori di fama come Gadda, Ungaretti, Prisco, Arpino, Caproni, de Libero e artisti affermati come Cantatore, Gentilini, Mafai, Turcato, Tadini  venivano sollecitati ad osservare e a descrivere in presa diretta il lavoro produttivo degli operai per valorizzarne la maestria e la creatività.

Nel quinto numero di quell’anno venne inserita la testimonianza di Michele Prisco. Nel sottotitolo si legge: “Qual è la vita di uno stabilimento che produce macchinari visti altrove in azione? Uno scrittore napoletano parla della F.M.I. fabbrica napoletana di macchine.”

Il titolo è invece piuttosto allusivo: “Una realtà e una retorica”. Probabilmente vuole mettere in guardia dai tanti stereotipi sulla realtà partenopea. Non i panni stesi allo stentato sole dei vicoli, non le passeggiate rilassate a via Caracciolo, non le voci modulate dei venditori ambulanti d’ogni tipo, ma la periferia della città con le sue industrie. Paesaggi particolarmente amati dai poeti, annota di sfuggita Prisco, nelle intense sequenze iniziali dell’articolo che ha la grana dei suoi migliori racconti, a dimostrazione del fatto che Napoli  va considerata una città “totale” e non una gouache.

La visita, poi, sotto la guida premurosa e affabile dell’ ing. Fonseca, una sorta di Virgilio per lo scrittore impacciato e sorpreso in un ambiente a lui non familiare (e l’accostamento con il personaggio di Mario Masucci quando si reca a Barra e Bagnoli, è evidente), procede dalla sala progetti ai vari capannoni della fabbrica. Ad esempio, nel deposito, dove si raccolgono i vari pezzi delle macchine da assemblare che si distinguono per la varietà di colori, si percepisce “un’aria gaia, quasi da fiera dei giocattoli”. Mentre  nel capannone collaudo i macchinari che selezionano le cartucce buone da quelle difettose  scorrono come i carrelli sull’ottovolante. Quando, infine, lo scrittore conclude la visita andando alla Cirio per osservare in azione le macchine per scatolame che sempre la F.M.I. produce,ecco in un enorme padiglione come fossero sulle “montagne russe, le scatole salivano, scendevano, rimbalzavano lungo le guide …” e “a vederle m’incantavo come un bambino.”

Dunque Prisco sembra voler prediligere lo sguardo immaginoso del bambino per suggerirci le sue reazioni ed impressioni in una fabbrica; e in questo modo rendere un ammirato riconoscimento al mondo della tecnica, ma scevro da retorica come Bruno Munari già dagli anni Trenta aveva proposto con le sue macchine “inutili” e fantasiose.

Il suo “pezzo”  venne pubblicato nello stesso numero della rivista nel quale il pittore romano Mario Mafai (1902-1965) corredava le sue impressioni sugli Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli con disegni dove la luce mediterranea sembra ammorbidire e dare respiro alle imponenti costruzioni e ai macchinari di questa azienda. Con un apparentemente semplice dettaglio narrativo anche Michele Prisco nel suo articolo aveva umanizzato la  fabbrica:  due gattini all’interno della  F.M.I. sono coccolati, nota, da tutti gli operai, perché anche loro lì svolgono una mansione non trascurabile, cioè dar la caccia ai topi.

Se è vero, per concludere, che “per uno scrittore un romanzo è, così ancora ritengo, la scalata di una montagna (o il tentativo di erigerla), i racconti, immagino, devono rappresentare per lui, tanto per restare nella stessa metafora, le terre basse da poter attraversare più agevolmente lungo il suo itinerario umano e di lavoro […]” (dalla raccolta Terre basse, nel racconto Le fotografie, 1991), allora bisogna riconoscere, la conferma spero sia venuta dalle due brevi analisi proposte, che questo settore della sua produzione letteraria offre territori ancora meritevoli di essere perlustrati.

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Piccolo vademecum dell’attuale orgoglio industriale https://minimaetmoralia.it/altro/piccolo-vademecum-dellattuale-orgoglio-industriale/ https://minimaetmoralia.it/altro/piccolo-vademecum-dellattuale-orgoglio-industriale/#comments Tue, 10 Mar 2020 13:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42600 In questi giorni tetri e preoccupati di diffusione del contagio di Covid – 19, il conforto della lettura mi ha spinto, come penso molti, a rileggere e a riflettere sui capitoli XXXI e XXXII dei Promessi sposi, quelli per intenderci sulla peste, sulle teorie miasmatiche allora in voga e sugli untori.  Ho però anche sfogliato le sue pagine finali. “Le cose si rincamminarono, perché alla fine bisogna che si rincamminino”, scrive con positivo spirito impreditorial-borghese don Lisander.

Da qui il destro di raccogliere, in una fase che nel giro di qualche settimana ci ha prospettato gran parte degli indicatori economici in repentina e imprevedibile picchiata, alcune impressioni che invece nei mesi scorsi mi erano parsi sintomi di un “rincammino” della nostra industria.

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In questi giorni tetri e preoccupati di diffusione del contagio di Covid – 19, il conforto della lettura mi ha spinto, come penso molti, a rileggere e a riflettere sui capitoli XXXI e XXXII dei Promessi sposi, quelli per intenderci sulla peste, sulle teorie miasmatiche allora in voga e sugli untori.  Ho però anche sfogliato le sue pagine finali. “Le cose si rincamminarono, perché alla fine bisogna che si rincamminino”, scrive con positivo spirito impreditorial-borghese don Lisander.

Da qui il destro di raccogliere, in una fase che nel giro di qualche settimana ci ha prospettato gran parte degli indicatori economici in repentina e imprevedibile picchiata, alcune impressioni che invece nei mesi scorsi mi erano parsi sintomi di un “rincammino” della nostra industria.

All’ inizio di febbraio (e sembra davvero un’era fa, quando il manager che si avviava al microfono davanti ad un folto uditorio poteva esordire, suscitando immediata ilarità fra il pubblico: “Sono appena sbarcato da un volo proveniente dalla Cina, ma non preoccupatevi, non ho il corona virus!”) ho avuto modo di assistere alla presentazione del volume edito da Mondadori, a cura della Fondazione Pirelli, intitolato Umanesimo industriale – Antologia di pensieri, parole, immagini e innovazioni.

La manifestazione era ospitata nel corpo di fabbrica denominato “La Centrale” della suggestiva “Nuvola” Lavazza, ideata dall’architetto Cino Zucchi. Qualche anno fa in un quartiere piuttosto degradato della città di Torino, questa importante azienda del caffè ha risanato e ristrutturato circa 30.000 metri quadrati di terreni e di vecchi edifici, costruendovi  la propria sede, il museo e l’archivio storico Lavazza, degli ambienti per la ristorazione e per lo svago, mettendo in luce perfino alcuni interessanti resti archeologici. Dunque l’ impresa ha voluto reinvestire una parte dei suoi proventi per accrescere il benessere dei propri dipendenti e di una intera comunità, avendo come obiettivo il bello e l’utile. L’ incontro ha permesso, prendendo spunto dai contenuti del libro, che è un omaggio retrospettivo alla storica rivista Pirelli, di fare il punto sul ruolo culturale di una azienda oggi e su quanto questo ruolo sia cambiato rispetto ad un non lontano Passato.

L’equazione “industria d’avanguardia = cultura d’avanguardia” in Italia si definì con chiarezza soprattutto nel secondo dopoguerra e permise ad artisti e scrittori di lasciare una testimonianza legittimante nei confronti dell’impetuoso sviluppo industriale del nostro Paese . Ma attualmente le imprese industriali svolgono ancora una attività culturale al di là del loro fare, del loro essere produttive? O piuttosto questa gloriosa tradizione italiana di un umanesimo industriale, affermatasi appunto negli anni ‘50 e ‘60, si è oggi un po’ perduta?

Senza nessuna pretesa di esaustività, la mia riflessione sul tema si avvia estrapolando per sommi capi alcune tappe di questa sinergia che nell’ultimo cinquantennio del Novecento ha vissuto alterne vicende, fasi di splendore e altre di oscuramento. Poi, iniziato il millennio, ci si è trovati a fare i conti con una sorprendente rivoluzione tecnologica e antropologico-culturale. Infatti con una accelerazione mai prima sperimentata, stanno cambiando, ad esempio, il modo di pensare i beni industriali, il modo di lavorare dentro gli uffici e nelle fabbriche, la catena di forniture e di distribuzione delle materie prime e delle merci, le competenze progettuali e professionali. E la cultura, sulla base di una funzione che le compete, deve portare il suo contributo umanistico e critico agli innovativi processi della cosiddetta smart factory.

La felice intuizione di Leonardo Sinisgalli, intellettuale poliedrico e direttore della rivista Civiltà delle macchine (primo numero gennaio 1953) del gruppo industriale pubblico, Finmeccanica, introdusse nelle industrie gli intellettuali, ideando la rubrica Visite in fabbrica (su cui Giuseppe Lupo, in collaborazione con G. Lacorazza, ha scritto un saggio imprescindibile: L’anima meccanica, Avagliano editore). Scrittori come Gadda, Ungaretti, Prisco, Arpino, Caproni, de Libero e artisti come Cantatore, Gentilini, Mafai, Turcato, Tadini, pur ognuno con un diverso atteggiamento, osservando in presa diretta il lavoro produttivo degli operai, ne valorizzavano la maestria e la creatività per nulla inferiori a quelle che nel loro impegno solitario ed individuale tentavano di raggiungere con le loro opere. Così l’arte rivendicava anche nella officina, nella fabbrica moderne, il concetto fondante degli operosi cantieri del Rinascimento: mettere l’uomo al centro, ed essere in grado sempre di innovare il proprio fare.

I grandi dirigenti d’industria durante la ricostruzione del Dopoguerra, nella sopraggiunta modernità degli impianti industriali con il conseguente loro impatto nel sociale e nel territorio,  furono sollecitati a nuove riflessioni e a più larghe aperture mentali perché occorreva proporre al pubblico «l’ acciaio o la gomma come chiave per il progresso». 

Civiltà delle macchine non fu comunque un caso isolato: altri periodici aziendali come Comunità (1946 – 1992) di Adriano Olivetti, Ferrania (1947 – 1967),  La Rivista Pirelli (1948 – 1972), Esso Rivista (1949 – 1983), Il gatto selvatico (1955 – 1965) dell’ENI dei tempi di Enrico Mattei, raggiunsero quel fine che Ascanio Dumontel delineava in un articolo del 1954 per il periodico dell’ENI: Dobbiamo creare un nuovo umanesimo che risponda ai nostri bisogni e alle nostre urgenze. Un umanesimo che non sia meccanico ma tecnico. I greci chiamavano “tecnica” (τέχνη) l’abilità, la destrezza, l’arte. E ci sembra che proprio questa parola arte, in quel senso che già le davano gli antichi, sia quella che più definisce la nostra civiltà meccanica. Civiltà tecnica, civiltà artistica.

Questi importanti house organs si svilupparono non a caso soprattutto lungo la direttrice Milano-Ivrea : l’una città europea per eccellenza, l’altra città dell’utopia del lavoro. Mentre Torino, pur primario polo industriale grazie alla FIAT e al suo indotto, non produsse una analoga esperienza, a causa di rigide scelte aziendali dovute al suo management, guidato dall’ingegner Vittorio Valletta in primis).

Ma non soltanto i taccuini degli scrittori e i loro testi scritti respirarono l’aria della fabbrica. Anche  opere d’arte o intere mostre furono allora realizzate grazie alla collaborazione delle maestranze presenti in  alcuni stabilimenti dei grandi gruppi industriali : ad esempio, nel 1959  Civiltà delle macchine dedica un articolo alla Commessa 60124 . Si trattava di una scultura in bronzo alta 15 metri, purtroppo successivamente andata distrutta e modellata l’anno prima dall’artista friulano Nino Franchina assieme ad una squadra di operai della Cornigliano di Genova per la Mostra internazionale delle telecomunicazioni. Nell’ambito del V Festival dei Due Mondi di Spoleto (1962) ci fu la mostra Sculture nella Città, in occasione della quale l’Italsider invitò dieci artisti all’interno delle sue fabbriche per creare le opere in collaborazione con gli operai. In diversi stabilimenti lavorarono Alexander Calder (Savona), Lynn Chadwick (Cornigliano), Ettore Colla (Bagnoli), Pietro Consagra (Savona), Nino Franchina (Cornigliano), Carlo Lorenzetti (Savona), Beverly Pepper (Piombino), Arnaldo Pomodoro (Lovere), David Smith (Voltri) ed Eugenio Carmi (Cornigliano).

Dunque la creatività si legava all’esperienza lavorativa nella realizzazione di “prodotti culturali” destinati ad influire fortemente sulle vicende artistiche dell’epoca.

Inoltre, come le riviste prima citate ben testimoniano, nell’arco di quei due decenni ci fu lo sbocciare della moda, del design, della grafica italiane che contribuirono a far entrare il bello e il ben fatto nella vita quotidiana di milioni di persone. Quindi tradizione e innovazione si fondevano in quello che alcuni studiosi definiscono il secondo Rinascimento italiano.

A questo punto, però, torniamo al quesito di partenza: la cosiddetta industria 4.0 del nuovo millennio si sta attrezzando come soggetto culturale? La risposta, a mio parere, tenderebbe ad essere affermativa, se possono in qualche modo valere le tracce di iniziative e di scelte operate specialmente nell’ultimo periodo di timida ripresa economica e di cui con questo articolo cerco di dar conto.

È indubbio che il rapporto fra pensiero umanistico e innovazione tecnologica ha molto a che fare con la possibilità da parte delle nostre aziende di continuare a competere sui mercati globali. D’altronde, passata l’ubriacatura per la speculazione finanziaria, tipica degli anni novanta del XX secolo, l’Italia rimane pur sempre un paese a vocazione manifatturiera. La parola “fabbrica” era sembrata scomparire, relegata ai paesi in via di sviluppo, perché noi ci definivamo paese dal terziario avanzato. Eppure tanta media e piccola industria non ha badato a questo andazzo ma nelle alterne e tempestose vicende economico-borsistiche del primo ventennio del secolo ha cercato di migliorare i luoghi di produzione e li ha innovati. E’ il momento perciò di rilanciare il binomio industria – cultura: infatti industria è cultura, come icasticamente ha concluso il suo intervento Antonio Calabrò, direttore Fondazione Pirelli, nel dibattito seguito alla presentazione del libro Umanesimo industriale.

Francesco Morace, ideatore del Festival della Crescita che di anno in anno si svolge in varie località italiane e uno dei fondatori dell’associazione di studiosi ed esperti denominata The Renaissance Link, individua le dieci qualità “rinascimentali” indispensabili da ripristinare per il rilancio dell’Italia: i Talenti; il Design; la Maestria; la Co-opetizione; l’Empatia; il Riconoscimento; l’Officina creativa; la Meraviglia; la Tempestività; l’Irradiazione.

E se nel 2018 la rivista Forbes Italia ha potuto dedicare un intero numero agli imprenditori protagonisti del cosiddetto terzo Rinascimento italiano, significa che c’è una parte dell’imprenditoria disposta ancora a far rinascere lo spirito delle parole pronunciate dal “visionario” Adriano Olivetti il 23 aprile 1955 all’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli:

Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica […]?  La fabbrica di Ivrea, pur agendo in un ambito economico e accettandone le regole, ha rivolto i suoi fini e le sue maggiori preoccupazioni all’elevazione materiale, culturale e sociale del luogo ove fu chiamata ad operare. […] Il tentativo sociale della fabbrica di Ivrea, tentativo che non esito a dire ancora del tutto incompiuto, risponde ad una semplice idea: creare un’impresa di tipo nuovo.

Per rilanciare in Italia una vera cultura industriale occorre, però, far emergere le tante, belle ma sparse realtà innovative, coordinarle e proporre un punto di equilibrio fra Stato e Impresa. Infatti quest’ultima è più dinamica di quanto le statistiche sugli investimenti nella innovazione indichino: 1,2% del PIL. Dipende dal fatto che tendenzialmente la dimensione medio-piccola della impresa italiana spinge ad inserire questi costi sotto la voce “consulenze”. In realtà il nostro export è il quinto al mondo per surplus strutturale di manufatti (valore aggiunto) con l’estero.

Inoltre l’imprenditore o il manager debbono saper riconoscere e valorizzare nei loro collaboratori e operai il contributo di creatività e di serio lavoro che portano alla realizzazione dei prodotti e al loro successo sul mercato. Bisogna saper bilanciare il profitto economico con il benessere dei dipendenti e valorizzare il luogo in cui si opera, affinché vi sia una ricaduta, su tutta la società,  dei profitti che si sanno ottenere. Infatti è forte la responsabilità sociale della azienda che non può più soltanto limitarsi a dare (dividendi) ma anche deve fare (per le persone).

Ciò premesso, non sorprende, ad esempio, il lancio di una pubblicazione come Nuova Civiltà delle macchine. “Uno spazio colto e libero, aperto ai pensieri e ai soggetti che possono aiutarci a capire, conoscere e interpretare la modernità” recita il frontespizio sul web del magazine, sponsorizzato da Fondazione Leonardo (ex Italsider), avviato a giugno 2019 e prossimo al quarto numero. Rimando direttamente al sito per la missione, gli obiettivi, l’area progettuale e lo statuto. Tra i temi più sensibili toccati dagli articoli fin qui pubblicati, segnalerei quello sui media digitali sempre più al centro di ogni futura trasformazione del vivere umano. Bisogna renderli “naturali, adattivi, responsivi” per giungere ad una relazione uomo-macchina familiare e aggradente, mettendo, ad esempio,fin da subito in pratica una carta etica e giuridica della Intelligenza artificiale (I.A.).

Il quarantenne scrittore veneto Francesco Targhetta si è messo in luce nella cinquina del Campiello 2018 con Le vite potenziali. La prima presentazione del libro è avvenuta all’interno di un’azienda informatica, l’Alpenite , del polo tecnologico- industriale Vega di Marghera, dove l’autore ha fatto un’esperienza di quasi due anni. Il romanzo è appunto ambientato in quel settore dell’ industria 4.0. Intervistato da Veronica Tabaglio per il saggio Imprese letterarie, edito (dicembre 2019) da Ca’ Foscari, a cura del docente di Italianistica comparata, Alessandro Cinquegrani, Targhetta dichiara:

Quando un’impresa si apre al mondo della cultura (sponsorizzando o ospitando un evento, un premio, una giornata di studi), ne trae benefici, per lo più non valutabili sul breve termine ma innegabilmente utili a fare curriculum, e lo stesso accade a uno scrittore, che entrando in un’azienda ha l’opportunità di portare le proprie opere a un pubblico nuovo rispetto a quello dei circoli di lettori o delle biblioteche. Le resistenze andranno vinte aprendo questi incontri a chi diffida della loro efficacia: naturalmente esistono aziende disinteressate alla cultura, imprenditori gretti, scrittori misantropi, poeti a proprio agio nell’isolamento o decisi a non scendere in alcun modo a patti con il capitale (in effetti quest’ultima categoria credo che non esista più), ma la mia impressione è che, almeno nel tessuto veneto, vadano aumentando le possibilità di collaborazione.

L’opera, con la citazione precedentemente indicata, è integralmente consultabile on-line.  Rappresenta una prima articolata sintesi dei lavori di ricerca che si erano avviati con il convegno veneziano del giugno 2018 dallo stesso titolo, Imprese letterarie, allo scopo di “uscire dalla fabbrica e dalle biblioteche e incontrarsi nel mondo di tutti i giorni, trovando un territorio comune da abitare, vivere, innovare”. Siamo nel mosso e contradditorio Nord-Est del nostro paese e il corposo saggio offre una fattiva conferma di quanto potrebbe essere reciprocamente utile un rinnovato dialogo fra “le due culture” .

Da qualche anno esiste una sinergia tra il Dipartimento di Management e quello di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia volta a indagare e comprendere l’universo imprenditoriale con gli strumenti delle materie umanistiche. Da una parte i letterati escono dalle biblioteche e mettono le loro conoscenze a disposizione della cultura imprenditoriale e dall’altra le aziende escono dal semplice ambito del fare così come richiede la nuova situazione del mercato.
(introduzione, op. cit., pp.11-12)

Concludo queste note, affidandomi alle impressioni riportate da una recente visita in fabbrica. A fine gennaio con un gruppo del FAI sono potuto entrare nei locali della azienda Giovanardi di Concorezzo (Mi), attualmente specializzata nella realizzazione di espositori per il fashion, per le grandi firme della moda, dove da ottobre 2019 è visitabile una mostra di manufatti artistici del tutto particolare, intitolata 10×100.

Elio Vittorini è qui sepolto a pochi passi. Appena superato il cancello dello stabilimento, la mia vista è stata attratta dalle lettere in acciaio specchiante illuminate con un sistema a led che campeggiano sul tetto. Esprimono una baldanza fiduciosa: Welcome To Someday (Benvenuto in futuro), e sono la prima delle 10 opere che il visitatore incontra. Mi sono allora venute in mente le parole, su carta, per la rivista Il Menabò scritte da Vittorini nel 1961 :  la letteratura deve essere pienamente all’altezza della situazione in cui l’uomo si trova di fronte al mondo industriale.

Ebbene i dubbi che i due mondi (in questo caso dell’arte e della manifattura) fossero ancor oggi in grado di far confluire i loro intenti e operassero in stretta collaborazione per procurare emozioni e riflessioni a chi li frequenta occasionalmente o quotidianamente, sono subito svaniti avviatasi la visita guidata.

Lo stesso proprietario dell’azienda, Massimo Giovanardi, con parole sobrie ma appassionate, ci ha presentato il percorso artistico all’interno degli spazi lavorativi. La proprietà aveva l’impegno di ricordare i 100 anni di vita della Giovanardi Spa. Ma non si è limitata a finanziare degli artisti, perché creassero delle pompose opere celebrative. Fare cultura industriale è innanzitutto fare innovazione tecnologica, é cambiare in meglio la vita della gente.

Da qui l’idea di mettere al servizio di 10 artisti contemporanei, l’esperienza di tutte le maestranze della Giovanardi, l’uso dei suoi macchinari e materiali d’avanguardia. Costoro sono stati invitati a risiedere per un periodo più o meno lungo nell’azienda e a confrontarsi con gli industrial designers dell’area sviluppo, con gli operai e i tecnici dell’area produttiva mentre creavano le loro opere o installazioni. Ne è così scaturita una continua e proficua crescita umana e professionale, direi perfino palpabile in chi attraversa gli ambienti di lavoro dove sono collocate le opere, che ha coinvolto ognuna delle persone presenti a vario titolo in questo progetto di arte in fabbrica.

A partire dall’iconico Calcolatore Olivetti Logos 58 riprodotto in alluminio e verniciato a polvere epossidica, alle foglie naturali di loto o di altri vegetali stabilizzate in alluminio, acciaio, ferro e ripassate con la grafite o verniciate e serigrafate fino a renderne le venature, per passare alla forma dodecaedrica di un riproduttore di suoni in acciaio ed alluminio con 12 diffusori audio conici, oppure alle polveri d’oro e altri pigmenti sparsi, alla maniera degli antichi, dall’artista su lastre tonde in metacrilato che sembrano le pupille sbarrate di coloro che assistettero alla strage nazifascista di Sant’Anna di Stazzema (Lu), fino ai led distribuiti su una misteriosa struttura in ottone sagomato che, attraverso un sapiente dosaggio dell’alone luminoso a cui dà impulso un software, prefigurano le anime di coloro che furono e che verranno nell’albero genealogico familiare inciso nel cuore di ognuno di noi e con cui grazie a questa installazione ci sembra di poter ancora interloquire, il percorso espositivo conferma, ad ogni tappa, e ne ho solo citate alcune, il principio che là dove si riesce a dar spazio ai contenuti e ai principi estetici, si innova e si affina la ricerca tecnologico-scientifica.

Volutamente non ho fatto nessun riferimento esplicito ai dieci artisti che hanno dialogato faccia a faccia con coloro che li hanno aiutati a innovare un segmento della loro arte. Il personale, i collaboratori a vario titolo di questa azienda hanno il piacere di convivere seppur temporaneamente con le opere che nel loro ambiente di lavoro sono state ideate, progettate e rifinite. Perciò avrei dovuto aggiungervi i nomi di tutti coloro che hanno reso possibile il risultato di una tale impresa umanistica. Rimando quindi per gli opportuni approfondimenti al catalogo e al sito che la proprietà e i sapienti curatori (Martina Cavallarin e Marco Tagliafierro) hanno accuratamente realizzato.

A me, alla fine di questa esperienza, è rimasta la convinzione che in Italia le risorse per competere nel campo della innovazione ci sono. Ma occorre predisporsi ad una generosa cultura di impresa, e riaffidarsi a quell’ “orgoglio industriale” che, parafrasando il titolo del libro appena pubblicato da Il Sole 24 Ore (Le fabbriche che costruirono l’Italia di Giuseppe Lupo), animava gli imprenditori e le fabbriche che costruirono l’Italia.

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Non sono nati tardi – Uno sguardo sulla giovane narrativa cinese pubblicata in Italia https://minimaetmoralia.it/letteratura/non-nati-tardi-uno-sguardo-sulla-giovane-narrativa-cinese-pubblicata-italia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/non-nati-tardi-uno-sguardo-sulla-giovane-narrativa-cinese-pubblicata-italia/#comments Wed, 15 May 2019 05:30:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40227 Photo by Yiran Ding on Unsplash

La scrittrice Di An, oggi trentacinquenne, della provincia cinese dello Shanxi, in una intervista del 2011 affermava: "Voglio scrivere un romanzo davvero sorprendente, che sarà migliore di qualsiasi altro che abbia mai scritto. Credo inoltre che gli scrittori della generazione nata dopo il 1980 creeranno opere eccezionali che saranno ricordate dai nostri discendenti." (fonte: globaltimes.cn)

Profezia, quand’anche si fosse dimostrata in parte veritiera, davvero poco recepita dalla  nostra editoria. Infatti finora di questa più che promettente autrice non si è pubblicato nessun romanzo. Ma la sua non è “compagna picciola”.

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di Gennaro Rega

La scrittrice Di An, oggi trentacinquenne, della provincia cinese dello Shanxi, in una intervista del 2011 affermava: “Voglio scrivere un romanzo davvero sorprendente, che sarà migliore di qualsiasi altro che abbia mai scritto. Credo inoltre che gli scrittori della generazione nata dopo il 1980 creeranno opere eccezionali che saranno ricordate dai nostri discendenti.” (fonte: globaltimes.cn)

Profezia, quand’anche si fosse dimostrata in parte veritiera, davvero poco recepita dalla  nostra editoria. Infatti finora di questa più che promettente autrice non si è pubblicato nessun romanzo. Ma la sua non è “compagna picciola”. Perché, se anche peccassi per difetto, e chiedo venia, di romanzi o raccolte complete in prosa di scrittori, uomini e donne, cinesi nati  dopo il fatidico 1976 (morte di Mao, avvio della Politica di riforma e apertura – gaige kaifang – del Paese e inizio di una Nuova era economica) se ne sono editati non più di una decina.

La casa editrice M d’A (Metropoli d’Asia) fondata ormai dieci anni fa dall’eclettico e dinamico Andrea Berrini, coerente con la mission editoriale: “sguardo ravvicinato sui nuovi scenari culturali, sui linguaggi della contemporaneità asiatica, facendo centro soprattutto sulle pullulanti aree urbane di Cina, India e dintorni”, è sicuramente quella che ha pescato con più convinzione nei talenti letterari della generazione dei balinghou, dei “figli unici”. Ha proposto al pubblico italiano il romanzo San chong men, Le tre porte, scritto a diciassette anni, nel 1999, da Han Han e che, quando fu pubblicato l’anno dopo, divenne in Cina un caso letterario perché vendette più di due milioni di copie. In seguito nel 2012 la stessa casa editrice milanese con maggiore tempestività ha replicato con la traduzione del  road book  Verso Nord – Unonoveottootto (1988. Wo xiang he zhe ge shijie tantan), altro bestseller dell’autore shangaiese, nel frattempo diventato icona del book-businnes internazionale ed emblema di tutti i giovani cinesi che si proclamano “arrabbiati”.

Ma più meritoria è stata la scelta di pubblicare un autore aspro, agghiacciante e amaro nella critica sociale come A Yi, nato nel 1976 a Ruichang, provincia dello Jiangxi. Cresciuto in un piccolo villaggio, il suo sogno è sempre stato quello di trasferirsi in una metropoli e infatti oggi vive a Pechino. Prima di diventare scrittore e veder stampate le sue opere, ha, però, svolto molteplici lavori, fra i quali l’agente di polizia. Infatti spesso nei suoi romanzi e racconti sono analizzati con cognizione di causa il crimine e i suoi moventi. In E adesso? (Xiamian, wo gai gan xie shenme?) del 2012, pubblicato dalla stessa Md’A nel 2016, è l’io narrante che attraverso una lucida e allucinata registrazione dei fatti, indica al lettore tutti i passaggi  della mise en abîme del suo efferato e all’apparenza insensato assassinio di una giovane amica. Così nel 2017 la stessa casa editrice non è indietreggiata davanti alle oltre 400 pagine dell’ultimo libro del talentuoso A Yi e ha lanciato in anteprima mondiale Svegliami alle nove domattina .

La complessa vicenda del romanzo prende avvio quando, dopo gli stravizi in un suntuoso banchetto, un “padrino” locale che per anni ha tenuto sotto il tallone un intero villaggio, muore inaspettatamente. Vengono così scoperchiate attraverso un lungo flashback le malefatte sue e quelle di una comunità asservita alla delinquenza.

Solo l’editore Sellerio ha, invece, intuito le qualità della scrittura di Xu Zechen (1978), pubblicando nel 2014 il romanzo Correndo attraverso Pechino (Pao buchuan guo Zhongguancun), ironico, scattante e veloce come la corsa del protagonista Dunhuang, che simile a tanti suoi coetanei inurbati cerca attraverso ogni sorta di espediente di sopravvivere e di inventarsi un futuro  dignitoso nella “grande mela” della superpotenza asiatica. Ma dei libri e racconti di questa promessa letteraria dello Jiangsu da quel momento si sono perse le tracce in Italia.

Anche una precoce stella della narrativa contemporanea cinese, Chun Shu – pseudonimo di Lin Jia Fu (1983) – dopo aver captato l’interesse della casa editrice Guanda  che un paio di anni dopo il sorprendente, scandaloso successo del romanzo autobiografico Beijing Wawa, titolato in italiano Ragazza di Pechino, nel 2003 lo proponeva sugli scaffali delle nostre librerie, non ha avuto più un’altra occasione per farsi osservare.

Infine poteva sembrare una scelta facile e scontata quella di editare l’autore di maggior successo in patria nel genere fantasy, Guo Jingming (1983); ma soltanto la romana Fanucci l’ha fatto nel 2012, proponendo Il sigillo del cavaliere, scritto nel 2010 e dalle vendite milionarie. Poi di questo versatile enfant prodige in Italia non è stato proposto più nulla.

Un nuovo e ambizioso progetto multiculturale che nasce dai propositi dell’associazione Future Fiction e che già nel nome sintetizza alcuni degli scopi che vorrebbe prefiggersi (“creare la fornitura di prodotti/servizi come pubblicazioni cartacee e digitali, performance/istallazioni multimediali, seminari e laboratori sui Future Studies, workshop di scrittura creativa, editing e traduzione da numerose lingue europee ed extraeuropee, consulenze editoriali, dibattiti pubblici su argomenti di attualità”) ha permesso fra la fine del 2018 e gli inizi del 2019  la pubblicazione di: L’eterno addio, antologia di racconti brevi di Chen Qiufan (1981) e Festa di primavera, un florilegio di novelle di Xia Jia (1984).  Questa volta più che sul romanzo sociale, o sull’autobiografia “maledetta”, o sull’horror e il noir, si è fatto leva sul genere più in voga in questo momento nella stessa Cina: la SF, la fantascienza. Infatti entrambi gli autori, il primo nato nella provincia del Guangdong, l’altra nello Shaanxi, sono pluripremiati in patria e all’estero, ed esponenti di spicco della new wave fantascientifica cinese.

Il “rischio” editoriale va comunque considerato nel momento in cui si decida in Italia di pubblicare un’opera letteraria cinese. Infatti questa cultura in Occidente e in particolare da noi non è stata ancora pienamente assimilata, al contrario di quanto, ad esempio, si è prodotto fra lingue e culture europee e culture autoctone in vaste aree del pianeta (continente africano, Americhe, India e Sud-Est asiatico) anche per varie ragioni storiche (non ultima il colonialismo). Ciò finora ha frenato l’ineludibile e proficua dinamica del confronto e dello scambio di esperienze in questo campo.

Ma i dati un po’ deludenti a cui facevo riferimento sopra, cambiano se consideriamo la pubblicazione di testi più brevi e meno gravosi editorialmente, come racconti e novelle. In questo caso Internet in generale e i social network in particolare, nell’ultimo decennio hanno potenziato  l’auto-affermazione  dell’individuo-scrittore e gli hanno offerto una più accessibile pedana di discussione e di confronto pubblico. In cambio per il pubblico italiano è stata resa più agevole la  comprensione di una realtà così complessa e tendenzialmente autoreferenziale come la Cina attuale. Quindi sono sempre più numerosi e approfonditi i siti di carattere politico-economico-sociale che si impegnano ad interconnettere due realtà destinate dopo i recenti accordi sulla Nuova Via della Seta (Bri – Belt and road iniziative) a collaborare sul mercato globale.

Ma in questo articolo che si limita ad un ambito strettamente letterario, si potrebbero ricordare,  pur  in maniera senz’altro incompleta, i blog China-Files, Sinaforum, Sinosfere, Caratteri Cinesi e naturalmente il portale degli Istituto Confucio in Italia i quali a partire dal 2005 operano ciascuno in partenariato con un’università italiana (ad esempio, la prima collaborazione è avvenuta con La Sapienza di Roma) su iniziativa dell’Ufficio nazionale di promozione della lingua cinese Hanban e dell’Ufficio d’Istruzione dell’ambasciata cinese nel nostro paese.

Su questi siti, ad esempio, a volte si possono trovare pubblicate traduzioni di sequenze di romanzi cinesi contemporanei, qualche novella, e testi di carattere autobiografico.

Tuttavia il contributo più significativo per colmare le lacune conoscitive del fenomeno letterario made in China è attualmente offerto dalla rivista in forma di ebook intitolata Caratteri . Nasce nel 2014 per iniziativa della rivista Renmin wenxue (Letteratura del Popolo) e scandaglia l’oceanica produzione letteraria contemporanea cinese traducendo, a volte con testo originale a fronte racconti e poesie spesso ancora inediti in Italia. Dunque è pubblicata a Pechino, ha cadenza annuale o semestrale, si avvale di una équipe di  curatori e traduttori italiani e cinesi di vaglia, è distribuita da Amazon. E’ un ponte che usa la lingua italiana per diffondere da noi la conoscenza della cultura cinese e per provare a superare le diffidenze e le pigrizie che l’opinione pubblica mostra verso quel “rompicapo” che è sempre risultato essere il mondo cinese. D’altra parte per convivere con i han (che sia un affare eccellente, oppure una necessità inderogabile) bisogna accettare di ricevere da loro non meno di quanto si dia e incontrarsi a metà strada.

È quanto ha lasciato intendere Zeng Shaomei, rappresentante della più potente casa editrice della Repubblica popolare Cinese, la  People’s Literature Publishing House (Renmin wenxue chubanshe) nell’incontro organizzato a marzo di quest’anno dall’Istituto Confucio di Milano per promuovere il primo volume di un innovativo progetto editoriale condiviso con la casa editrice milanese “nottetempo”. Gli insaziabili. Sedici racconti tra Italia e Cina, a cura di Patrizia Liberati e Silvia Pozzi, è stato l’apripista italiano, ma in queste settimane lo stesso libro sta per uscire anche nel grande paese asiatico con il titolo: Chao 166: Shi se. Esso fa riferimento sia al vero e proprio indirizzo della casa editrice a Pechino sia al significato di “onda” presente nel vocabolo chao; appunto si vorrebbe creare un’onda che lambisca due sponde di civiltà, Italia e Cina, affinché queste culture possano rispecchiarsi l’una nell’altra, e collegarsi più strettamente. I curatori di questa antologia hanno selezionato un numero di otto scrittori significativi del panorama contemporaneo dell’uno e dell’altro paese, sollecitandoli a comporre i loro testi sul rapporto cibo e amore.

Zhang Yueran, testimonial del libro nel quale è presente con un racconto intitolato Mille e una notte, è stata l’ospite d’onore nella tournée milanese per il lancio dell’iniziativa editoriale.

Nata nel 1982 nella provincia dello Shandong, ci tiene a sottolineare che è una docente presso la Scuola di Letteratura della Università del Popolo di Pechino, e di non essere dunque una scrittrice a tempo pieno come, ad esempio, i connazionali Mo Yan, Yu Hua e altri. Ha, però, iniziato molto giovane a scrivere, fin dai tempi del liceo. Ma non aveva ancora percepito essere quella la sua strada. Così anche sollecitata dalla famiglia, con una borsa di studio, si iscrisse alla facoltà di informatica della università di Singapore. Essendo una città profondamente noiosa, dove la vita è vissuta soprattutto in funzione del guadagno, della carriera e degli affari, ben diversa da Milano che Zhang ha trovato varia, piena di divertimenti e a misura d’uomo, nei momenti di pausa dallo studio si rimise a scrivere interiorizzando la sua vita. Gli esordi letterari agli inizi degli anni duemila furono subito positivi perché soprattutto il pubblico giovanile apprezzò i suoi libri, diversi dalla produzione mainstream  di romanzi a sfondo storico o sociale.

Anche lei come altri scrittori definiti in Cina jiulinghou o balinghou, cioè “la generazione dei figli unici”, la generazione nata dopo gli anni ottanta (per approfondire suggerirei il libro di Marco Fumian, Figli unici. Letteratura, società e ideologia nella Cina contemporanea, Ca Foscarina 2012) ha puntato nella fase di avvio della sua produzione narrativa su temi vicini alle giovani generazioni (la difficoltà di trovare un lavoro stabile nelle grandi città, le relazioni interpersonali o familiari, le storture del sistema scolastico ecc.). L’unica traduzione italiana, di Camilla Dina, disponibile di un testo che possa testimoniare questa fase della sua scrittura, è stata pubblicata su Caratteri Cinesi. Il titolo della novella, La redenzione dei fiori di pesco – Taohua jiu shu, allude poeticamente alle attese e ai dubbi di una adolescente che vorrebbe aprirsi all’amore, ma è angosciata dalla vicenda che il suo idolo canoro ha subito perché violentata da un ammiratore folle. Infine i petali del pesco per lei potranno metaforicamente scendere su un bianco lenzuolo di lino, quando incontrerà il giovane che la fa innamorare.

Gli autori occidentali che all’inizio, nel periodo di Singapore, l’hanno influenzata sono stati quelli di lingua inglese, come Angela Carter, Jeanette Winterson, Virginia Woolf. Lo confermano i due racconti inseriti nel 2004 dalla scrittrice nel libro (non ancora pubblicato in Italia)  Dieci amori – Shi ai . Essi sono stati tradotti in italiano da Stefania Stafutti: L’arpa, ovvero della diavolessa dalle ossa bianche (in Caratteri 2015) e da Claudia Carella: Il fantasma della città di Sushui (per la sua tesi di laurea).

Zhang Yueran non ha trascurato nel corso del tempo di leggere anche autori italiani come Pirandello e Calvino. Fra i contemporanei apprezza Alessandro Baricco ma soprattutto Elena Ferrante, che in questo momento gode di grande fama in Cina. Le piacciono i caratteri dei personaggi femminili che la scrittrice napoletana propone, e confessa che vorrebbe avvicinarsi al suo tipo scrittura: forte e nello stesso tempo profondo psicologicamente .

Non si identifica in un genere letterario specifico, né tantomeno si lascia attrarre da quello attualmente più in voga, cioè la scrittura sul web (wangluo wengxue) o online. Questi testi è vero che si vendono molto (anche 1 milione di copie), vengono letti ovunque e facilmente grazie a smartphone e i-pod,  vengono scritti a puntate riuscendo come una soap opera a coinvolgere e legare i lettori alla vicenda che raccontano. Spesso poi vengono trasformati con successo in sceneggiature per serial televisivi o qualcuno anche editato in forma cartacea. Ma sono carenti nello stile, che è invece una  costante preoccupazione di Zhang.

La protagonista del racconto presente ne Gli insaziabili non è davvero innamorata dell’uomo, molto più anziano, al quale, all’apparenza per un capriccio, si concede. Lei è una “chiaroveggente, legge il corpo”. Desidera dunque “quel” corpo per leggerne la storia e per cercarne le verità nascoste. C’è dunque in Mille e una sera un sottotesto che va colto e che rivela le profonde motivazioni allo scrivere dell’autrice. La sua missione ha un alto profilo: rivelare la verità delle storie, della Storia. Come d’altra parte lei stessa nel dialogo con il pubblico ha confermato: i suoi interessi come scrittrice hanno subito una evoluzione in questi ultimi anni e ora sono rivolti a raccontare le grandi trasformazioni che il suo paese ha vissuto in questi decenni, con la volontà di capire come le vicende storiche abbiano influito sulla generazione dei padri e su quella dei figli.

La morte del padre, l’uccisione dei padri ricorre come tema “forte” anche nei pochi ma intensi racconti di lei fin qui tradotti in italiano. In Xiao Ran (tradotto da Claudia Carella), la figlia con questo nome è spinta ad uccidere un padre pittore dispotico ed egocentrico, perché è da lui segregata in casa e pretende che lo accudisca nella vecchiaia, rinunciando a frequentare i coetanei.

Zhang Yueran confessa che è una donna cresciuta in una regione, lo Shandong, in cui l’elemento maschile ha spesso frenato il desiderio di affermazione della componente femminile nella società, e quindi in questi racconti della sua prima fase creativa, ha voluto rivendicare con forza  la piena emancipazione del proprio sesso. Inoltre un elemento “patologico”, un disagio dell’individuo alimentavano la rappresentazione del duro scontro generazionale. Ora sembra propensa ad offrire una visione più equilibrata della Realtà: forse è giunto, con la maturità artistica, anche il momento di raccontare della riconciliazione con il padre, con i padri?

Ritornando brevemente all’antologia Gli insaziabili, essa offre l’opportunità di arricchire la lista di narratori cinesi nati dopo il 1976: infatti oltre al già citato A Yi, che con Il banchetto della giustizia, ripropone il registro pulp in molte crude scene al centro di una squallida vicenda di sesso, ma le chiude con uno sguardo dolente verso il dramma umano che ignavia e futilità dei personaggi hanno innescato; ci sono soprattutto Ge Liang (1978), autore che attualmente vive a Hong Kong, e Wen Zhen (1982), la più giovane, ma assai valente, del gruppo. Se il primo in Neoguri imbastisce una storia d’amore a lieto fine ambientandola nel famelico mondo degli advertising consultants, e ci dà anche un ironico quadro della società multietnica di Hong Kong; l’altra in L’anguria, fa ritrovare la speranza nel futuro e il desiderio di amarsi ad una coppia del ceto medio urbano cinese, che ha dovuto troppo presto abbandonare i solidi ideali della giovinezza e tentare in maniera deludente la rincorsa al benessere materiale.

Volendo usare la potente metafora dello scrittore Wang Meng, che riprendeva una frase tratta dal  capolavoro del romanzo “classico” cinese, La storia delle spiagge (Shui-hu chuan) , la letteratura contemporanea in Cina, anche quella delle giovani leve, si conferma non essere un sonnifero inserito in panini fatti con carne umana e serviti in locande malfamate, ma un corpo che continuamente si rigenera e non teme di mostrare anche lo splendore delle sue cicatrici.

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Della giovinezza sul mare di Livorno https://minimaetmoralia.it/letteratura/giovinezza-livorno/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/giovinezza-livorno/#comments Tue, 12 Jun 2018 13:37:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37422 di Gennaro Rega

In un recente incontro pubblico con lo scrittore romano Paolo Di Paolo, si osservò che il titolo del suo ultimo romanzo costituiva un perfetto endecasillabo (U/na/ sto/ria/ qua/si/ so/lo/ d’a/mo/re/). Dichiarata la involontarietà della scelta, egli, però, aggiunse che era in sintonia con il tema dell’autenticità che il libro voleva evidenziare, perché la poesia deve suonare autentica per essere apprezzata.

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di Gennaro Rega

In un recente incontro pubblico con lo scrittore romano Paolo Di Paolo, si osservò che il titolo del suo ultimo romanzo costituiva un perfetto endecasillabo (U/na/ sto/ria/ qua/si/ so/lo/ d’a/mo/re/). Dichiarata la involontarietà della scelta, egli, però, aggiunse che era in sintonia con il tema dell’autenticità che il libro voleva evidenziare, perché la poesia deve suonare autentica per essere apprezzata.

Ebbene, Un’altra giovinezza veniva dal mare, diario autobiografico di Lorenzo Greco, pubblicato a maggio 2018 da Vittoria Iguazu Editora – Livorno, con un titolo che echeggia la melodia dell’endecasillabo, conferma la precedente osservazione e si propone come libro autentico, coscienzioso, prezioso.

Ma sgombriamo subito il campo da un equivoco, in cui nell’Apertura del testo il lettore potrebbe cadere. Non siamo di fronte ad una autofiction, ad un auto-romanzo secondo l’interpretazione corrente che anche la critica letteraria italiana a partire dagli anni Novanta, focalizzandosi su romanzi di successo come quelli di Walter Siti, Giulio Mozzi, Rino Genovese, assegna ad un genere di narrativa ancora piuttosto ambiguo e sfaccettato (per chi voglia approfondire la questione rimando al saggio di Lorenzo Marchese, Genealogia dell’autofinzione italiana, apparso nel numero 64 della rivista Il Verri, da cui ho tratto qualche spunto). Questa è una autobiografia veridica perché il “patto autobiografico” con il lettore attesta che quanto si racconterà è accaduto “per davvero”, non ha niente di fittizio, al più verrà diminuito di molti dettagli, per riuscire meglio a distillare ciò che di quel vissuto serva ancora ad alimentare nuovi ideali, nuove assunzioni di responsabilità, nuove speranze per le generazioni a venire.

Infatti Lorenzo Greco, che è nato a Mazara del Vallo nel 1948 ma è livornese d’adozione,  ripercorre la sua esperienza di giovane universitario legato ad un movimento cooperativo della città toscana, la Compagnia dei portuali, che nella seconda metà degli anni sessanta decise di ridistribuire una parte degli utili in attività culturali che contribuissero alla educazione e alla emancipazione delle coscienze di una classe operaia (gli scaricatori, discendenti dagli antichi “risiatori”) fino a quel momento poco considerata perfino dalle altre categorie di lavoratori (tute blu dei cantieri, chimici, metalmeccanici) della città labronica. Un gruppo di studenti eterogeneo per età e ideologie, infervorato dalle idee scaturite da due libri-guida: Lettera ad una professoressa di don Lorenzo Milani e Il libretto rosso di Mao Zedong, accoglie l’appello dei dirigenti della Compagnia a collaborare prima ad un doposcuola, e poi alla organizzazione di una piccola biblioteca nei locali della Casa del Portuale.

Lorenzo è tra questi e ce lo racconta in pagine fervide di passione pedagogica e civile.

Ma una “domenica. Livorno com’era bella/ l’autunno il mare in silenzio solcato da nuvole/ e un’aria azzurra…” avviene l’epifania di un personaggio destinato a cambiare radicalmente quel periferico laboratorio di generoso volontariato socio-pedagogico. Infatti alla inaugurazione della biblioteca presenzia Franco Antonicelli (1902 – 1974), uomo politico piemontese (l’anno dopo sarebbe stato eletto senatore nelle liste della Sinistra Indipendente), saggista e storico ma soprattutto, come lo definì Norberto Bobbio, “letterato colto e raffinato, scrittore elegante, suasivo, affascinante, signore del gesto e del discorso, della precisione dell’eloquio”.

Quel 18 ottobre 1967 avrebbe rappresentato una svolta nella vicenda umana e professionale di Lorenzo Greco. L’autore con finezza e a tratti con espressioni quasi poetiche, lo rievoca nelle pagine centrali del libro; ma già nell’esergo aveva riportato proprio la poesia A Giorgio Caproni, abbozzata da Franco Antonicelli alla fine di quella giornata livornese e contenuta in Improvvisi e altri versi (1944-1974) di cui nel 1984 Greco ha curato l’edizione per Vanni Scheiwiller. Lo stesso titolo del suo libro è una ripresa, appunto, dell’ultimo verso di quella composizione. Cito, infine, una frase di Franco Antonicelli che mi sembra cogliere a fondo la temperie della scrittura di Lorenzo Greco: “Anche una sola parola di poeta/ anche una sola/ aggiunge qualcosa al mondo”.

Alla scomparsa del senatore sette anni dopo, la vedova, che aveva gradito il gesto del console della Compagnia di dedicare al marito la biblioteca, decide di donare ai portuali livornesi l’intera dotazione libraria a sua disposizione. Una delegazione, di cui fa parte anche Lorenzo, si reca poco dopo a Torino con lo scopo di visionare il generoso e inaspettato lascito. Sono le pagine più vivaci e sottilmente ironiche del libro, dove la memoria “involontaria” dell’autore può emergere e spiazzare con un dettaglio la ricostruzione seriosa della memoria “volontaria”.

La narrazione si mantiene incalzante attraverso l’attesa del compiersi degli eventi: l’establishment culturale torinese riuscirà a convincere Renata, la vedova di Franco Antonicelli, a mantenere in Piemonte l’enorme patrimonio librario e documentale del senatore? Il volenteroso e appassionato gruppetto di giovani intellettuali livornesi, Lorenzo, l’autore, Angela, la sua fidanzata del tempo, ed Antonio, suo sodale d’università, restati a Torino per esaminare l’archivio e i libri di Antonicelli, riusciranno a superare i continui ed insidiosi ostacoli logistici, pratici e umani e a portare nella città labronica gli scatoloni stracolmi di libri e documenti? La rinvigorita biblioteca dei portuali di Livorno riuscirà a superare le diffidenze e le inveterate abitudini di dirigenti e utenti e a rilanciare il suo ruolo di volano culturale per le classi operaie? Quale linea progettuale riuscirà per essa vincente: elitaria biblioteca-archivio di studio e di consultazione o istituzione politico-culturale propositiva per l’intero territorio?

Lorenzo Greco scioglie con meticolosa pazienza e con dovizia di particolari questi ed altri interrogativi che hanno attraversato un cruciale decennio della sua vita (1981-1989): quello in cui fece parte del comitato scientifico della Fondazione Antonicelli di Livorno. Finché giunge con pacato distacco a rappresentarci il sofferto taglio del suo nodo gordiano: assecondare gli haud mollia iussa di Renata Germano rivolti a valorizzare, grazie ad iniziative prestigiose, le carte inedite, gli autografi, i documenti soprattutto letterari del marito; oppure rimanere al fianco del progetto del Console dei portuali, Italo Piccini, che intendeva fare della biblioteca e della Fondazione un elemento carismatico della politica dell’autogestione portata avanti dalla Compagnia?

L’autore, logorato da questa faticosa opera di mediazione, preferì alla fine dimettersi e imboccare nuove vie: l’insegnamento universitario prima, quello presso l’Accademia navale di Livorno poi, intervallati da tentativi di scrittura creativa e da una intensa e apprezzata attività saggistica.

Tutto questo viene condensato in una decina di pagine finali del libro, che si avvia così: “Mi capitò di essere visitato da pensieri molesti […]”. È forse per accantonarli definitivamente che Lorenzo Greco si è proposto di raccontarci questa sua tranche de vie?*

Ritengo, però, soprattutto importante la testimonianza di onestà e di fiducia nel lavoro intellettuale, che il testo propone ai lettori; perché come scriveva lo stesso Antonicelli in un articolo del dicembre 1959 sul Radio Corriere: […] il gran miracolo è il racconto scritto. Mai un tema di “fantasia”, cioè da immaginarsi prima di aver visto e sentito e capito; ma da immaginarsi, per così dire, dopo: infatti come ben sappiamo, la poesia è figlia della memoria.

L’autobiografia intellettuale di Greco incentrata soprattutto sui suoi anni di formazione e di dedizione a progetti che architettavano l’utopia di una cultura che, pur mantenendo la sua specificità, fosse vicina al popolo, si veste di una “onesta ripugnanza” di fronte al compromesso e alla saccenteria e si chiude con il fiducioso passaggio di testimone fra generazioni di oggi e di domani, così come proprio Antonicelli aveva prefigurato nel verso finale del suo testo dedicato a Caproni :  e un’altra giovinezza veniva dal mare aperto.

Nella parte finale del libro Lorenzo Greco fa dei fugaci, schivi  accenni ad altri, per la verità pochi, testi creativi da lui pubblicati, che mi danno l’opportunità di ripercorrere brevemente la sua attività di scrittore.

A pg. 114, rivolto all’amico Giulio Bollati scrive: “Non so nemmeno se te lo mandai il mio primo romanzo, a cui mi dedicai proprio in quei tempi”. Siamo nel 1990/91, subito dopo l’abbandono dell’incarico all’interno del Comitato scientifico della Fondazione Antonicelli. E qualche riga più avanti sinceramente conclude: “[…] Ma non andò bene”. Si tratta del romanzo intitolato Tecniche dell’adulterio, Camunia 1991, che forse fu concepito e scritto troppo tardi rispetto a tipologie di testi come quello di Alberto Moravia (Io e lui, del 1971) e un po’ troppo in anticipo rispetto al filone dell’autofinzione narrativa.

A pg. 119 Lorenzo Greco, che stava attraversando una dei periodi più conflittuali della sua permanenza alla Fondazione, confessa di aver spesso progettato un suo ritorno in Sicilia, per chiudersi in quell’eden che tanto aveva amato nell’infanzia. Ma il “dovere quotidiano” ogni volta lo aveva allontanato da questa fantasticheria. Nel 1999 per le edizioni Mazzotta l’autore pubblica un fascio di 26 liriche con il titolo Canzoniere per Mazara, accompagnate dalle illustrazioni di Giuseppe Modica. Un debito di riconoscenza al mare e alla città, con i suoi profumi, paesaggi, abitanti, attraverso lo strumento della poesia che in più occasioni egli ha dichiarato di sentire a lui particolarmente confacente. Va ricordato che il libro termina con un lungo racconto, Il segreto di Majorana. Alle pagine 119-121 dell’autobiografia se ne accenna la genesi.

E’ noto che la bibliografia e la filmografia sulla vita e sulla scomparsa del geniale fisico Ettore Majorana sono ricche di titoli, e imprescindibile è il romanzo-saggio di Leonardo Sciascia pubblicato nel 1975 (La scomparsa di Majorana); eppure il testo di Lorenzo Greco poco noto (tanto è vero che in una intervista del 2011 egli riuscì a far credere al giornalista di essere in procinto di scrivere, come prossima novità, questo racconto che aveva già pubblicato) offre una suggestiva interpretazione sul vuoto di notizie intorno al fisico italiano dopo il 25 marzo 1938.

Infine un dettaglio a pg. 65 ci rivela lo spunto che dette luogo alla ideazione del romanzo, Il confessore di Cavour, edito nel 2011 da Manni e selezionato per il Premio Strega di quell’anno.

“Lo scomparso [Antonicelli] era un bibliofilo, uno studioso di quelli che dovunque trovasse libri per lui utili o che gli piacessero molto, se li prendeva a prestito [o li acquistava]…”. Ebbene Lorenzo Greco ha dichiarato che “molto tempo prima della pubblicazione del romanzo, aveva trovato (appunto nel patrimonio librario lasciato da Antonicelli alla biblioteca dei Portuali livornesi) un documento raro, unico, inedito di un frate francescano, Giacomo da Poirino, che fu chiamato a Roma per ordine del Santo Padre Pio IX a rendere ragione di fronte al Santo Uffizio del suo operato. Infatti seguendo la propria coscienza di sacerdote (era rettore della parrocchia di Santa Maria degli Angeli a Torino), aveva deciso di dare i sacramenti in punto di morte al conte Camillo Benso di Cavour, benché costui fosse scomunicato per le azioni politiche svolte ai danni dello Stato Pontificio.

Al di là della vicenda storica poco nota, che, come si legge nella Nota finale dell’Autore, soltanto Franco Antonicelli aveva rivelato parzialmente in occasione delle celebrazioni nel 1961 del Centenario dell’Unità d’Italia, lo scrittore livornese volle tratteggiare soprattutto la figura coraggiosa, coerente, dignitosa di un semplice francescano che non si piegò alle minacce dell’istituzione ecclesiastica e che per questo subì la sospensione “a divinis”.

Lorenzo Greco, durante un incontro con gli studenti del liceo Machiavelli di Pioltello nella primavera del 2011, rivelò che il dattiloscritto de Il confessore di Cavour era già pronto nei primi anni novanta. Lo aveva proposto alla lettura dell’amico Antonio Tabucchi, che però come era suo solito subito dopo sparì; passato qualche mese, si ritrovarono a cena, e il grande scrittore pisano gli confessò che proprio le caratteristiche etiche del frate piemontese lo avevano aiutato a finire il suo capolavoro Sostiene Pereira e ad attribuire al suo protagonista un analogo scatto di dignità e di coscienza.

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*Attualmente la biblioteca Antonicelli, composta da oltre 20 mila volumi, insieme ad una parte dell’archivio privato, è passata alla Biblioteca Labronica del Comune di Livorno che ha provveduto a una catalogazione informatizzata di tutto il materiale e nel 2015 ha allestito una mostra che ha permesso di conoscere meglio l’immenso patrimonio documentale e iconografico in suo possesso.

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