George Bernard Shaw Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/george-bernard-shaw/ un blog di approfondimento culturale Wed, 21 Jan 2015 15:59:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg George Bernard Shaw Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/george-bernard-shaw/ 32 32 Denny Fouts, l’homme fatal https://minimaetmoralia.it/letteratura/denny-fouts/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/denny-fouts/#comments Wed, 21 Jan 2015 15:59:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25066 Questo pezzo è uscito sul Foglio. (Fonte immagine)

Il mantenuto più famoso del Novecento: è sepolto a Roma. Nel cimitero acattolico della Piramide Cestia, il più elegante della città, forse dell’occidente; alla vigilia di Natale, ragazze bionde con grandi sciarpe écru depositano roselline su piccole lapidi liberty con nomi di nonne tedesche circondate da basse siepi di bosso; qualcuno ha messo due bastoncini d’incenso su una lapide russa; il profumo si sparge nell’aria; un annuncio in tre lingue, sommesso, con sottofondo d’archi, indica che quasi è l’ora di chiusura: niente di vagamente comparabile con cimiteri popolari tipo Verano; ed è giusto così per Denham Fouts (1914-1948), che visse lussuosamente nel mondo e si spense a Roma, a trentaquattro anni, dopo aver fatto spasimare un paio di regnanti, tutti gli scrittori un po’ gay del mondo libero, e pure qualche ereditiera americana.

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Il mantenuto più famoso del Novecento: è sepolto a Roma. Nel cimitero acattolico della Piramide Cestia, il più elegante della città, forse dell’occidente; alla vigilia di Natale, ragazze bionde con grandi sciarpe écru depositano roselline su piccole lapidi liberty con nomi di nonne tedesche circondate da basse siepi di bosso; qualcuno ha messo due bastoncini d’incenso su una lapide russa; il profumo si sparge nell’aria; un annuncio in tre lingue, sommesso, con sottofondo d’archi, indica che quasi è l’ora di chiusura: niente di vagamente comparabile con cimiteri popolari tipo Verano; ed è giusto così per Denham Fouts (1914-1948), che visse lussuosamente nel mondo e si spense a Roma, a trentaquattro anni, dopo aver fatto spasimare un paio di regnanti, tutti gli scrittori un po’ gay del mondo libero, e pure qualche ereditiera americana.

La leggenda di Denny Fouts vorrebbe che fosse sepolto al Père Lachaise, ma lui è qui. Qui, tra i resti mortali di famosi massoni, principesse russe dai cognomi improbabili, il figlio di Goethe, aristocratici siciliani dai predicati sospetti, e tanti di quelli che si sono persi, e ritrovati non a San Francisco, come da celebre massima wildiana, ma a Roma. Oscar Wilde sosteneva che l’Acattolico è il vero luogo divino di Roma, non San Pietro; e qui riposa, oltre a Gramsci e a Yeats e a Shelley, anche Denny, una delle incarnazioni più plausibili del mito della giovinezza perenne e un po’ mortifera alla Dorian Gray. La lapide sobria recita solamente: “Louis Denham Fouts; 16 dicembre 1948”; nessuno dei visitatori sommessi natalizi potrebbe sospettare che l’adolescente più amato del Secolo Breve si nasconda sotto questa piccola pianticella di melagrana, tra i famosi gatti di Piramide.

Era stato “il prostituto più caro del mondo” secondo Christopher Isherwood; “il miglior mantenuto del mondo” e “la persona più affascinante che io abbia mai visto” per Truman Capote, che lo cristallizza tra i protagonisti del suo “Preghiere esaudite”; “l’homme fatal” per Gore Vidal, che lo mette nel suo “Giudizio di Paride” e in altri racconti. Neanche Lola Montez, la escort irlandese che aveva fatto perdere un regno a Ludwig I di Baviera, ha generato tanta narrativa. Lui non faceva perdere regni, ma rendeva più piacevoli le vite terrene di tanti signori ammogliati, con corona o senza: Truman Capote, Christopher Isherwood e Gore Vidal, appunto, ma anche Somerset Maugham, Paul Bowles, Cyril Connolly; e poi re Paolo di Grecia, lord Mountbatten, Paolo di Yugoslavia, Jean Marais, lo Scià di Persia. Addirittura Hitler – ma qui siamo forse alla leggenda: “Se Denny avesse ceduto alle sue avances, forse non ci sarebbe stata la Seconda guerra mondiale”, secondo Capote, che pure inventava parecchio.

“Sono stato una puttana omosessuale di spettacolare successo”, dice il protagonista della novella di Isherwood “Paul”, che poi è chiaramente Denny. E “avevo un talento: il sesso. Ero davvero bravo in quello. Ogni tipo di persona impazziva per me, e questo mi eccitava – anche quando li trovavo totalmente non attraenti, cosa che accadeva spesso”. L’autore di “Addio a Berlino” venne nel 1955 a omaggiare il suo vecchio amico a Piramide; e nei suoi diari descrive Fouts come “Dorian Gray che riemerge dalla tomba”. Casualmente c’è qualcosa di cimiteriale anche nella presentazione di Paul-Denny: “La prima volta che posai gli occhi su Paul, quando entrò al ristorante, notai la sua andatura stranamente eretta, pareva quasi paralizzato dalla tensione. È sempre stato snello, ma allora pareva magro e vestiva come un adolescente. Sapendo che si stava ormai avvicinando ai trent’anni, questa ostentata giovinezza aveva un effetto un tantino sinistro, come qualcosa di miracolosamente conservato”.

Oggi Denny all’Acattolico è anche in coabitazione: secondo gli angelici custodi del cimitero di Piramide, i suoi resti riposano ora nell’ossario comune, tra le membra di chissà quali expats, per quanto prestigiosi, non essendo stato pagato il rinnovo trentennale della concessione; il suo coinquilino forse inconsapevole si chiama Oddone Cappellino; accanto, un professore Antonio Martines, da Galatina, Puglia.

Louis Denham Fouts era nato il 9 maggio 1914 a Jacksonville, Florida, da una famiglia della buona borghesia del sud, e non, come nelle “Preghiere esaudite” di Capote, garzone nella panetteria del padre. Nell’opera capotiana il piccolo Fouts viene rimorchiato da un “grassoccio miliardario al volante di una Duisenberg decappottabile nuova di zecca e fabbricata su ordinazione”; è un magnate della crema abbronzante, che compra ciambelle nella bottega paterna e se lo porta via, verso l’Europa e i lussi. In realtà il Bildungsroman di Fouts è più manniano e meno pasoliniano: secondo una biografia che prende a titolo la definizione capotiana – “Best kept boy in the world”, di Arthur Vanderbilt (Riverdale Avenue Books), il miglior mantenuto del mondo ha un nonno presidente di una ferrovia locale, e l’altro fondatore di una Atlantic National Bank. Il padre, laureato a Yale, è funzionario nella banca del suocero. Il giovane Denny non fa ciambelle, ma viene spedito prima a Washington poi a New York a lavorare nel supermercato di un parente; qui però si accorge subito che il suo potenziale non sarà valorizzato abbastanza nella grande distribuzione organizzata.

Un aspetto angelico, in grado di ossessionare uomini e donne, che si girano per strada. Soprattutto un’aura da puer aeternus in grado di turbare uomini e donne.

Per Gore Vidal, che come al solito se la tira, e come al solito ha ragione, la bellezza di Fouts non era eccessiva, eppure c’era qualcosa: un carisma adolescenziale e un gattamortismo esistenziale ne spiegano il successo planetario; e Capote, molto più ossessionato (se avesse continuato a lavorare alle sue “Preghiere esaudite”, Denny avrebbe avuto un ruolo principale nella saga proustiana che poi uccise il suo autore): “Era l’Amato, questo il solo ruolo che poteva interpretare”.

Il puer aeternus, o twink, a New York tra gli scaffali del suo supermercato chiede informazioni sulle vocazioni: da Glenway Wescott, letterato allora molto in voga, vuol sapere “cosa bisogna fare per fare i mantenuti”; lo scrittore sorride di questa ingenuità e gli dice innanzitutto di evitare assolutamente quell’espressione, per cominciare. “Pensa piuttosto a qualche materia che vorresti studiare, e poi chiedi a qualcuno di finanziarti”. Non si sa se il giovane Fouts abbia seguito il consiglio, ma di sicuro da qui in poi comincia la sua ascesa; e da qui la versione capotiana e quella della biografia di Vanderbilt si ricongiungono: il primo sponsor è un barone tedesco, produttore di cosmetici, che viene rapidamente scaricato a Berlino, di dove il giovane Fouts parte in autostop per Venezia; lì, una provvidenziale limousine greca lo soccorrerà, fino a un porto e a uno yacht (ci sono molti yacht nella parabola di Denny). Il tycoon però dev’essere noioso, e Fouts scappa con un mozzo adolescente di bordo, dopo aver derubato il suo ospite, e col ricavato si stabiliranno in una suite al Quisisana di Capri.

Qui, abiti da sera e champagne, nella migliore oleografia caprese; ma i soldi finiscono in fretta e a un certo punto il direttore chiama i carabinieri; e proprio mentre è in corso l’arresto, si ode una voce: “Giù le mani da quel bel giovane. È mio!”. Secondo la leggenda e i biografi, dice proprio così lord Tredegar, figlio del primo visconte Tredegar e di una Carnegie, dunque immensa ricchezza, le migliori eccentricità britanniche e “il bambino più viziato d’Inghilterra” secondo Aldous Huxley, suo istitutore privato. Tredegar diventa il passe-partout per Fouts nel jet set (non ancora chiamato così, scarseggiando i velivoli) internazionale; alle sue feste a Tredegar Park, nel Galles, sono ospiti fissi la marchesa Casati, Yeats, G. K. Chesterton, lord Alfred Douglas, che aveva da poco fatto carcerare il povero Oscar Wilde; e George Bernard Shaw.

Denny viene incorporato nell’arredamento di Tredegar Park, tra i canguri ornamentali che il lord utilizza per intrattenere gli ospiti, e allevamenti di uccelli dei più strani; oltre all’immancabile pappagallo che il visconte tiene su una spalla. Tredegar era amico dei nazisti e nel Dopoguerra sarà poi una spia al servizio dell’MI-5; “aveva il passaporto del Vaticano e una grossa valigetta con uno stemma più elaborato di quello della regina d’Inghilterra”, testimonia Gore Vidal nel classico “Truman Capote” di George Plimpton appena pubblicato in italiano da Garzanti; secondo la biografia di Vanderbilt, Tredegar si era convertito al cattolicesimo soprattutto per poter indossare certe marsine elaborate: aveva fatto montare un piccolo altare sulla sua Rolls Royce ed era partito per il Vaticano, dove era riuscito a farsi nominare cameriere segreto di cappa e spada di Benedetto XV e poi di Pio XI. “Era un omino simile a un uccello; forse perché sua madre, lady Tredegar, aveva costruito il nido d’uccello più grande del mondo, è ancora visibile a Tredegar Park” (sempre Vidal).

A una serata a Tredegar Park, Fouts conosce quello che sarà poi il suo protettore più araldico, il principe (poi re) Paolo di Grecia. Papà di Costantino e di Sofia di Spagna (molto contestata infatti per certe sue uscite antigay, da manifestanti esperti sulla sua genealogia), era esiliato a Londra e non si era ancora sposato con Federica di Hannover; sotto falso nome lavorava in una fabbrica di motori di aerei nella City. I due partono subito per una famosa crociera nell’Egeo, e Paolo, una volta re, resterà in contatto tutta la vita con Denny. “Ci siamo molto divertiti, prima che dovesse sposare Federica. Vivevamo insieme” (dice Fouts a Vidal). Secondo Capote si fanno fare un tatuaggio uguale a Vienna (“un piccolo emblema azzurro sopra il cuore”). E Vidal, ancora: “Una sera leggiamo sul Paris Herald che re Paolo ha la polmonite”, e Denny dice: devo scrivergli un telegramma. L’indirizzo è Palazzo Reale, Atene, naturalmente, e subito arriva la risposta, il re dice che è tutta un’esagerazione, e che bellezza sentirlo, e perché non si è fatto sentire prima, e tanti baci.

Attorno a Denny girano poi una serie di personaggi diversamente altolocati; lord Mountbatten, ultimo viceré d’India, zio di Filippo di Edimburgo, padrino del principe Carlo, poi fatto brillare dall’Ira nel 1979; Paolo di Yugoslavia, e lo Scià di Persia. Si contendono e scambiano il giovane Fouts in un giro molto allegro e internazionale di signori ammogliatissimi e moderni.

“Una Bloomsbury ma con le corone”, secondo Gore Vidal: “tutti allegramente bisessuali”; e “tutti si sposavano”. Anche alcune ereditiere aspirazionali vogliono provare a tutti i costi il toy boy ormai status symbol che piace alla gente che piace: sono gli anni in cui Doris Duke e Barbara Hutton pagano un milione di dollari per verificare di persona quanto si dice attorno alla dotazione XXL di Sua Eccellenza Porfirio Rubirosa, ambasciatore della Repubblica Dominicana, e unico in grado di competere in dimensioni con lo Scià di Persia (però che politiche estere divertenti, allora).

Ma per Fouts sta arrivando l’utilizzatore finale più amato, quello senza corona ma che gli sarà accanto, sebbene spesso in assenza, per tutta la vita. Peter Watson, figlio dell’inventore inglese della margarina moderna, “non era solo un ricco finocchio, ma – alla sua maniera sommessa, intellettuale e sardonica – uno dei più begli uomini d’Inghilterra” (sempre Capote). Collezionista e mecenate, per dissipare onorevolmente la fortuna paterna Watson aveva scelto una delle vie più tradizionali, quella di finanziare un giornale sofisticato; era nata così Horizon, la rivista letteraria più importante dell’epoca, diretta da Cyril Connolly, e con Stephen Spender come editor; nella cui breve vita (1940-1949) pubblicarono tra gli altri Henry Miller, George Orwell, Virginia Woolf.

“L’ambiente di Watson fu costernato quando il loro amico, di solito piuttosto rigoroso, che aveva sin qui mostrato un normale interesse per semplici marinai, si infatuò del famigerato Denny Fouts, un ‘playboy esibizionista’, un drogato, un americano che parlava come se stesse continuamente masticando una libbra di granoturco dell’Alabama”, sempre secondo Capote; ma probabilmente non c’è niente di vero in queste parole (Isherwood ricorda una più plausibile “parlata peculiare, un misto di accento del sud e di pseudo-inglese di Oxford parlato dalle élite europee, probabilmente la gente con cui era stato a contatto negli ultimi anni”). L’unica cosa assodata è la droga: cocainomane, oppiomane, eroinomane, Fouts aveva cominciato a drogarsi probabilmente tra i pappagalli di lord Tredegar, e negli ultimi anni di vita assomiglierà sempre più a un sontuoso adolescente vampiro, cercando continuamente un ago, un cucchiaio o una pipetta per l’oppio, uscendo di casa soltanto di notte, vivendo praticamente a letto.

In realtà, a essere costernato dall’arrivo del puer floridiano fu soltanto Cecil Beaton, il fotografo corteggiatore indefesso di Watson e da lui sempre tenuto a distanza e poi accannato definitivamente in favore del mangiatore di granturco. La storia d’amore tra Beaton e Watson è interamente raccontata in “Preghiere esaudite”, sebbene a chiave: lì Beaton, trasfigurato in un giovane aristocratico sospirante, viene imbarcato su una crociera di spasmi con Watson (quante crociere, all’epoca), che lo fa dormire con sé senza concedergli nessunissima prova d’amore, e da profumiera annoiata e perfida “non permettendogli mai né un bacio né una carezza”; il poveretto annota tutto nei suoi diari, e prima “lo amo”, e poi “è un bastardo! lo odio”, come su un Facebook o WhatsApp qualunque oggi. “Watson era innamorato della crudeltà di Denny, perché riconosceva l’operato di un artista superiore” per Capote, mentre per Vidal è “un uomo interessante, alto, perverso. Uno di quei complicati gay inglesi che di solito finiscono negli alti gradi dell’esercito, perché non aveva bisogno di fare nulla. In realtà non vedeva Denny molto spesso, perché non sopportava le droghe eccetera. Quella vita era troppo per lui. Però continuava a pagargli l’appartamento e a dargli una mano”.

Fouts e Watson si stabiliscono a Parigi in questo famoso appartamentone a rue du Bac (al civico 33 secondo Capote, al 44 secondo gli altri biografi); lì, stabile come si conviene di prestigio, sei persone di servizio, e una collezione anche imponente tra cui De Chirico, Klee, Miró, un’enorme “Ragazza che legge” di Picasso che finirà nelle mani di Denny. Quando sono in buone, i Watson-Fouts si vedono spesso con Paul Bowles. Lo scrittore di “Tè nel deserto” nelle sue memorie ricorda come Denny si divertisse a tirare con l’arco dalla finestra, con frecce-molotov intinte d’alcol, fiammeggianti sui passanti. Per il resto, un normale ménage come se ne conoscono tanti, del migliore Visconti-Berger: quando è arrabbiato Denny si butta con la Rolls Royce nella Senna, uscendone all’ultimo momento. Oppure parte per Atene, dove il monarca gli tiene prenotata una suite all’hotel Grande Bretagne, e Denny fa telefonare a palazzo reale, e si fa passare il re, e gli dice di mandargli giù “due valletti dei vostri, con quei famosi gonnellini, e portar giù della roba da fumare”.

Quando i nazisti arrivano a Parigi, Denny scappa in California, dove farà amicizia con Isherwood, che è lì a fare delle sceneggiature per Hollywood e a studiare buddismo. I due si conoscono a pranzo nel 1940, con Isherwood che dirà la famosa frase: sono a pranzo col prostituto più caro del mondo, e all’inizio lo odia, venendo disturbato dall’adolescente tossico nel suo tran tran di meditazione e verdure biologiche. Però poi naturalmente se ne innamora un po’, come in uno dei più classici plot – l’auto-segregato disturbato da un essere giovane portatore di casini e vitalità; per qualche mese sono inseparabili. Vivono insieme a Santa Monica, fanno yoga, mangiano verdurine, fanno lunghe passeggiate. Alla fine Isherwood ne tira fuori un racconto, e nei diari ammette che con il suo prostituto passa “uno dei periodi più belli della mia vita”: “Ho capito sempre più le sue qualità da geisha. Lui sa davvero come dare piacere, come rendere la vita di ogni giorno più decorativa, come godere delle piccole cose”.

Poi Denny si fa arrestare come obiettore di coscienza, finisce in un campo di prigionia per disertori americani; tornerà in Europa solo nel 1946. Torna a rue du Bac con un grande cane da pastore nero, Trotsky, preso in California, e Watson gli organizza una grande festa di bentornato, salvo poi sbroccare perché arrivano tutte le marchette di Parigi. Denny è ormai una specie di Ludwig nei giorni del disarmo: dorme tutto il giorno; sul suo letto, un ritratto del bonazzo mitologico Adone a grandezza reale del pittore russo Tchcelitchew; sul letto, le pagine dei quotidiani con le quotazioni di Borsa; vari telegrammi di Paolo di Grecia; al tramonto attacca la prima pipa di oppio e poi esce, va nei locali intorno alla Bastiglia; a volte in frac, altre, se non ha voglia di vestirsi, direttamente in pigiama. E ha sempre meno voglia di vestirsi. Spesso si addormenta nei locali. Comincia a circolare il soprannome: The Beautiful Sleeping Beauty. Una sera il gestore di un night, vedendolo in pigiama di seta al suo ristorante, lo crede artista e gli chiede come si chiama il suo spettacolo; risposta: “La vie”, la vita.

Questo lo racconta un altro amante del tempo, Michael Wishart, pittore all’epoca diciassettenne, un protetto (insieme a Lucian Freud) di Watson, che racconta tutto nel suo libro di memorie “High Diver” (1977). Wishart si innamora naturalmente subito, ma scopre presto di dover condividere Denny non solo con lo sponsor Watson, ma anche con Gérard, sedicenne marinaretto bretone. A Fouts del resto piacciono solo gli adolescenti: anche Watson lo conferma. “Sessualmente, è solo una cosa tecnica per lui. È fermo ai suoi sedici anni, e resiste a ogni tentativo di crescere”. E Vidal: “Con gli adolescenti dava il meglio di sé: ma del resto era uno di loro”. E Denny, tra reali e tycoon e produttori di margarina, alla fine vagheggiava solo mitologie narcisistiche in senso letterale, col rispecchiamento pubescente, e “quelle notti sotto le stelle in cui mi scopavo il mio bellissimo fratellino piccolo, a Jacksonville”.

Negli ultimi mesi parigini, nella discesa agli inferi oppiacea, arriva a Parigi Capote (ventiduenne). Nella finzione romanzesca di “Preghiere esaudite”, il narratore riceve da Denny un biglietto di prima classe sul Queen Elizabeth e una lettera: “Caro signor Jones, i suoi racconti sono splendidi. Come il ritratto di Cecil Beaton. La prego di venire qui come mio ospite”. Nella realtà, pare che Fouts avesse mandato una sola parola, “come”, “vieni”, e un assegno in bianco (dunque gli amici: appena andrà in banca, scoprirà che è scoperto, e se ne tornerà a New York). A colpire Denny era stata la quarta di copertina di “Altre voci, altre stanze”, l’opera prima di Capote, con una foto dell’autore in posa minorile-zozzetta, e non di Beaton. Nella finzione, Capote-Narratore e Denny diventano amanti, vivono insieme alcuni mesi a Parigi, e Denny accetta di sottoporsi a un rehab e avalla addirittura progetti di ripartenza coniugale per gli Stati Uniti, con lo strano proposito di acquistare una pompa di benzina, e l’autocandidatura a casalinga provetta in grado di preparare tanti mangiarini “mentre tu scriverai racconti” (mah). Nella realtà, Capote rimane solo alcuni giorni a intervistare Denny, sufficienti per far scattare fondamentali proiezioni: sono entrambi del sud, ma Denny oltre a essere nato ricco e senza complessi, vive della sua bellezza fisica, osannato da reali e scrittori, mentre Capote per farsi amare dallo stesso jet set deve fare l’istrione accaventiquattro, e “se non avessi fatto lo scrittore sarebbe piaciuto anche a me fare il mantenuto. Ma nessuno me l’ha mai concesso, se non per una settimana al massimo”.

Il finale è univoco, e appartiene più ai referti di polizia che alla letteratura. Denny viene trovato morto il 16 dicembre 1948 in una pensione Foggetti in via Marche, Roma. Gli ultimi mesi a Parigi erano stati insostenibili, con Watson impoverito dalla guerra e stufo degli sbrocchi dell’amato, che smette di pagare la pigione; inoltre c’erano stati problemi tra droga e minori e condòmini scontenti. Dunque, pare su consiglio di Gore Vidal, Denny era partito per Roma (la droga costa poco e sui pischelli la questura chiude un occhio). A dare la notizia della morte è Bernard Perlin, artista e illustratore, che abitava nella stessa pensione e nei giorni precedenti era stato a visitare Denny, trovandolo a letto, cadaverico, immobile, col suo amante dell’epoca, Tony Watson-Gandy, asso dell’aviazione britannica, che gli toglieva la sigaretta di bocca per gettare di volta in volta la cenere. La pensione Foggetti (nella biografia di Vanderbilt, “Foggette”, così come la Piramide è di “Caio Sestio”) era una modesta struttura su nel Quartiere Ludovisi, tra via Veneto e le mura Aureliane, oggi zona di ristoranti che si chiamano tutti per nome (Andrea, Giovanni), di vecchie macellerie e pasticcerie e signorilità internazionali mai più riprese dopo la cosiddetta Dolce Vita. Un palazzetto a cinque piani umbertino col suo bugnato color crema, un portone di legno ben tenuto, le sue maniglie d’ottone lucidate. Era una “casa di prim’ordine”, come indica una cartolina pubblicitaria d’epoca che si è fortunosamente reperita.

“Quartiere Ludovisi, posizione incantevole, con veduta sulla Villa Borghese, il più alto ed il migliore posto di Roma, aria saluberrima”, sempre secondo il marketing anni Quaranta. Si fa un sopralluogo, quella che era un tempo la pensione Foggetti è oggi un hotel “a gestione famigliare”, ben tenuto; nessuno ha memoria dell’adolescente che qui morì nel 1948. Il vecchio proprietario ricorda di aver rilevato l’albergo negli anni Settanta, e che anticamente, a cavallo della guerra, era luogo di prostituzione per ufficiali tedeschi, con cinque camere e una scritta, “Zimmer”. Dopo una vita di sfolgoranti lussi Denny verrà trovato riverso qui, nel bagno di una di queste cinque camere crepuscolari. L’autopsia scoprirà poi una malformazione cardiaca, che avrebbe potuto procurare la morte in qualunque momento. Capote sostiene beffardamente che sia stata l’improvvida disintossicazione a causare il collasso. Per Vidal, Denny “fu seppellito il giorno di Natale nel cimitero protestante di Roma. Vicino a Shelley; in buona compagnia, in definitiva”. Il giorno dopo il funerale, il 20 dicembre 1948, l’ultimo compagno, Tony Watson-Gandy, fa i bagagli e riparte per l’Inghilterra insieme al cane Trotsky. L’antico sponsor, Peter Watson, impoverito e amareggiato, scriveva mesi prima: “Quant’è terribile invecchiare: l’esperienza non dà nulla, perdi solo vecchi amici e non ne guadagni di nuovi. Non resta che essere giovani, e coltivare un elegante egotismo”.

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La vista da qui: sulla politica https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui/ https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-mantellini-la-vista-da-qui/#comments Fri, 05 Sep 2014 12:45:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23129 Arriva in libreria La vista da qui. Appunti per un'internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax). Di seguito pubblichiamo il capitolo sul rapporto tra la rete e la politica. Segnaliamo che è online da qualche giorno uno spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

L’uomo senza reputazione

Io penso da tempo che Beppe Grillo riassuma in sé moltissimi tratti dell’utente medio della rete internet in Italia. Un comico, un professionista apprezzato e divertente che sa poco o nulla di internet, che un giorno viene avvicinato al tema da una specie di visionario sconosciuto che lo va a trovare in camerino dopo uno spettacolo (così narra la leggenda) e gli spiega, in poche parole, il futuro progressivo del pianeta, cambiato nel profondo dalle reti informatiche. Grillo probabilmente aderisce a questa idea, oppure, meno probabilmente, finge di crederci, perché intuisce che ciò che gli viene raccontato in quel momento è il plot del suo prossimo inedito e lunghissimo spettacolo. Uno show millenarista come i precedenti ma dalle prospettive assai più ampie. Per esempio cambiare il mondo.

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politica internet

Arriva in libreria La vista da qui. Appunti per un’internet italiana dMassimo Mantellini (minimum fax). Di seguito pubblichiamo il capitolo sul rapporto tra la rete e la politica. Segnaliamo che è online da qualche giorno uno spazio creato da Mantellini per raccogliere racconti, frammenti ed esperienze su cosa sia internet oggi. (Fonte immagine)

L’uomo senza reputazione

Io penso da tempo che Beppe Grillo riassuma in sé moltissimi tratti dell’utente medio della rete internet in Italia. Un comico, un professionista apprezzato e divertente che sa poco o nulla di internet, che un giorno viene avvicinato al tema da una specie di visionario sconosciuto che lo va a trovare in camerino dopo uno spettacolo (così narra la leggenda) e gli spiega, in poche parole, il futuro progressivo del pianeta, cambiato nel profondo dalle reti informatiche. Grillo probabilmente aderisce a questa idea, oppure, meno probabilmente, finge di crederci, perché intuisce che ciò che gli viene raccontato in quel momento è il plot del suo prossimo inedito e lunghissimo spettacolo. Uno show millenarista come i precedenti ma dalle prospettive assai più ampie. Per esempio cambiare il mondo.

Nel copione c’è scritto che nulla, dopo internet, resterà come prima: i giornalisti scompariranno (Grillo dice tecnicamente «moriranno»), i politici corrotti verranno spazzati via, i cittadini governeranno in tempo reale decidendo ogni cinque minuti dallo schermo del proprio computer per il bene del paese. Che il guru che introduce Grillo a tutta questa supremazia della tecnologia che libera e affranca sia una specie di pubblicitario che va in giro a vendere la propria vision alle aziende, è un particolare assai utile a completare il quadro.

Gli effetti dell’inedito sodalizio sono, in ogni caso, impressionanti e nel giro di pochi anni, nel bene o nel male, fanno la storia della comunicazione digitale e politica di questo paese. Il panino rivoluzionario che Gianroberto Casaleggio confeziona e Beppe Grillo espone dalle pagine del suo blog è segno dei tempi e perfetta rappresentazione di un paese immobile dal punto di vista tecnologico, ma comunque disposto a sposare qualsiasi causa che abbia una vaga allure scientifica e sia fortemente punitiva nei confronti dello status quo. Mentre tutto questo fragorosamente accade e il blog di Grillo diventa il centro di una vasta discussione politica e di mille rimbalzi sui media convenzionali, quasi nessuno fa caso al fatto che Grillo, fin dagli inizi, sta a internet come Raffaella Carrà sta a Erik Satie: il comico genovese comunica in maniera efficace ma assolutamente convenzionale a una platea composta in larga misura di ascoltatori altrettanto convenzionali; non partecipa ad alcuna discussione fra pari, non risponde ai commenti sul suo blog. Utilizza, insomma, le piacevolezze del broadcasting e della comunicazione da-uno-a-molti tipica dei vecchi media. Con chiarezza strategica rinuncia a ogni forma di quella relazione bidirezionale che è invece la prerogativa fondante della rete internet, oppure forse, per qualche ragione, Casaleggio non gliela spiega. È una scelta che fa scuotere il capo agli sparuti puristi della rete (compreso il sottoscritto) ma che nel tempo si rivelerà utile per Grillo e perfino per noi. Una simile negazione ci aiuterà a comprendere come internet possa essere spesso molte cose assieme: il laboratorio di una nuova forma di intelligenza personale così come il megafono ben amplificato del più prevedibile populismo.

Non basta infatti la siderale distanza fra pratiche di rete e il più letto blogger della internet italiana ad affievolirne la carica comunicativa: in un paese digiuno di scelte digitali e quindi scarsamente abituato al controllo personale dei fatti, le grossolane sciocchezze che compaiono sul blog di Grillo, dalle Biowash[1] che lavano i panni in lavatrice senza detersivo, alle uova cotte fra due telefoni cellulari,[2] fino alle più recenti teorie di vulcanologi autodidatti che annunciano di saper prevedere i terremoti,[3] nulla di tutto questo mostra di avere un impatto sufficientemente negativo sulla reputazione del comico genovese. Succede anzi l’esatto contrario e il blog di Grillo contribuisce in maniera consistente a raccogliere un’audience di sostenitori molto rumorosi e fedeli, disposti a impegnarsi in qualsiasi battaglia lanciata dal capo.

Senza entrare nell’analisi dei temi politici sostenuti da Grillo e Casaleggio e senza dimenticare l’autenticità dei tentativi di organizzazione politica dal basso dei grillini, poi confluiti nel Movimento 5 Stelle (nella parabola che va dai primi liberatori Meet Up spontanei fino ai contratti per l’utilizzo del marchio che Grillo fa firmare ai candidati del suo movimento), è importante sottolineare che la superficialità e un certo grado di evidente ciarlataneria restano negli anni una caratteristica costante sia del blog di Grillo che delle sue uscite pubbliche. Come si dicono le cose è infinitamente più importante di cosa si dice. Nel recente libro scritto insieme a Casaleggio e Dario Fo per l’editore Chiarelettere dal titolo Il Grillo canta sempre al tramonto[4] Grillo spiega a Dario Fo come funziona il noto sito web a luci rosse YouPorn, e lo fa con la purezza e l’ingenuità del neofita, dipingendolo come una specie di utopia della libertà sessuale.

Dopo che hai visto questo filmato gratis, sul monitor appare automaticamente il genere di donna che hai visto. Abita vicino a te, nella tua città e se vuoi si collega con te immediatamente. Lei è in casa sua che ti guarda con una webcam e tu guardi lei. Se vuoi parlarle clicchi, fai conoscenza e ti metti d’accordo per una prestazione. In questo modo il rapporto è diretto, non c’è più il magnaccia, lo sfruttatore, e non vai più per strada. La rete toglie tutte le intermediazioni, toglie anche le donne o gli uomini dalla strada. Vuol dire che tu fai pornografia in proprio, tu direttamente, ti metti in rete e ti pagano. Se non vuoi pagare la prestazione ti fai filmare in una scena sessuale con un quadratino nero sul volto così non ti si riconosce. Ti filmano e mettono il filmato sul sito, e tu non paghi niente, è tutto gratis. Insomma sesso a chilometro zero. Poi può capitare che chi ti contatta è la tua collega che si è connessa online dall’adiacente angolo del tuo ufficio.

Dal testo risulta chiaro che Grillo non ha compreso (e nessuno evidentemente si è sentito in dovere di spiegarglielo) che i popup pubblicitari che invitano a chat sessuali, su YouPorn così come su altri siti analoghi, sono basati sull’ip del computer collegato e non sull’effettiva vicinanza geografica della possibile partner. Basandosi su questo fraintendimento tecnologico il comico spiega a Fo e ai lettori del suo libro come attraverso YouPorn la tua vicina di casa si possa offrire per incontri di sesso a pagamento, cosa che è evidentemente assai lontana dalla realtà.

Questo successo dell’uomo senza reputazione dentro la macchina digitale della reputazione è forse il maggiore contributo sociologico che l’ascesa di Beppe Grillo ha dato alla nostra comprensione delle dinamiche di rete applicate alla politica. Grillo ammira un paladino del software libero come Richard Stallman[5] ma vive di copyright, incensa l’open source[6] ma progetta – per i tentativi di democrazia diretta dei suoi parlamentari – software proprietari,[7] invoca la libertà di espressione ma censura i commenti sgraditi sul suo sito.[8] Mentre si esibisce in tutto questo, non solo internet sembra consentirglielo ma trasforma questa sconsiderata e goffa alterità in un valore attorno al quale radunare forze e consensi.

Grillo, al contrario di quanto si pensa comunemente, è il prodotto, forse l’ultimo, della notorietà televisiva, delle nuove forme di «attivismo da divano» unite all’enorme insoddisfazione che attraversa il paese.[9] Le grandi folle che accompagnano le sue uscite pubbliche di questi anni, dai Vaffanculo Day ai trionfali comizi elettorali in giro per l’Italia per le politiche 2013, sono composte in buona parte dal pubblico dei suoi spettacoli teatrali, dall’audience dei suoi show televisivi ai quali si somma la grande folla dei curiosi che hanno infine intercettato un personaggio pubblico che lancia le loro stesse imprecazioni nei confronti di una politica asfittica e impresentabile. Mentre la pars costruens della proposta del Movimento 5 Stelle è materia spesso tenuta in scarsa considerazione (per esempio l’uscita dall’Euro o il reddito di cittadinanza), gli italiani scendono in piazza e votano Grillo perché amano in lui l’attacco frontale al potere, l’insulto sguaiato ai privilegi, la battuta feroce che raggiunge finalmente i grandi notabili e i capi d’azienda. Grillo nel suo progetto distruttivo (che nel tempo, secondo le intenzioni originarie, dovrà riguardare direttamente anche i partiti politici) non si risparmia e mette tutto se stesso: per questo la gente vuole ascoltarlo in piazza, ridere con lui, alle volte anche solo per non piangere. In tutto questo, il ruolo del blog di Grillo e della rete internet nell’ascesa del consenso verso il Movimento 5 Stelle è un ruolo molto sopravvalutato, anche, in parte, per quella fiducia assoluta e cieca che siamo soliti attribuire alle cose che non conosciamo.

Politica, web e cimiteri

C’è stato un momento esatto nel quale mi è stato chiaro che, ancora per molti anni, non ce l’avremmo fatta. Che mentre noi quattro gatti entusiasti fantasticavamo delle grandi possibilità che lo sviluppo di internet avrebbe offerto a tutti, in Italia ci si occupava d’altro e nessuno ci prestava attenzione. Soprattutto, in quel momento, mi è stato chiaro che non c’erano grandi differenze ideologiche o di schieramento: destra e sinistra, quando si trattava di cambiare orizzonte e immaginare una nuova società delle reti, ragionavano alla stessa maniera. Questo momento di personale disincanto ha una data precisa, il 7 marzo 2001, giorno in cui il Parlamento italiano compatto (con la minuscola eccezione dei Radicali) votò la legge 62/2001 sull’editoria. Era un mercoledì, non esattamente da leoni.

Nelle settimane precedenti migliaia di utenti di una internet italiana a quei tempi giovanissima, attraverso una petizione online,[10] avevano chiesto ai firmatari del ddl e al Parlamento che quella legge, che conteneva una definizione pericolosa di «prodotto editoriale» applicata al web, venisse emendata, visto che in base a un’enunciazione così vaga si sarebbero potute estendere (come poi puntualmente accadde) a qualsiasi pagina web norme e responsabilità riservate ai giornali, compresa l’obbligatoria assunzione di un direttore responsabile.

L’articolo 1 della legge 62/2001 recita così:

Per «prodotto editoriale», ai fini della presente legge, si intende il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici.

Quindi ogni pagina web italiana, secondo il legislatore (o secondo una possibile interpretazione futura del testo della legge da parte di un giudice) era un prodotto editoriale. Gli estensori della legge negarono che un’idea del genere fosse nei loro intenti ma si rifiutarono comunque di modificare il testo.

Mentre l’art. 3 della medesima legge dice:

Al prodotto editoriale si applicano le disposizioni di cui all’articolo 2 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Il prodotto editoriale diffuso al pubblico con periodicità regolare e contraddistinto da una testata, costituente elemento identificativo del prodotto, è sottoposto, altresì, agli obblighi previsti dall’articolo 5 della medesima legge n. 47 del 1948.

Così oggi sapete come mai, navigando su normalissime pagine della rete internet italiana, vi capita di inciampare in una specie di piccolo disclaimer di questo tipo: «Questo sito non è una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità definita. Non può, pertanto, considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 7/03/2001».

Un simile inutile annuncio è una delle nefaste conseguenze di quella norma. Nel momento in cui scrivo Google indicizza oltre 1.200.000 pagine web nelle quali un cittadino italiano è stato costretto a specificare che la sua pagina web non è un prodotto editoriale, non è una testata giornalistica e viene aggiornata quando capita. Inutile e ridicolo trionfo burocratico per colpa di una norma che non esiste da nessuna altra parte nel mondo e che fu invece votata da quasi tutti.

E per celebrare il trionfo dell’insensatezza negli anni è poi davvero accaduto che un giudice accusasse il gestore di un sito web di «stampa clandestina», appoggiandosi a una vecchia norma retaggio dell’epoca fascista e all’impianto di questa legge del 2001, contribuendo così a disegnare uno dei punti più bassi della nostra storia di paese digitale.[11]

Il Parlamento in ogni caso è sovrano e, nella sua sovranità, scelse compatto di non sentire ragioni, votando e poi sostenendo una norma di cui ci siamo ampiamente vergognati per molti anni. Ironia della sorte, i proponenti del provvedimento erano alcuni parlamentari di sinistra come Vannino Chiti e Giuseppe Giulietti (quest’ultimo oggi è il portavoce di Articolo 21, «un’associazione di esponenti del mondo della comunicazione, della cultura e dello spettacolo; giornalisti, giuristi, economisti che si propongono di promuovere il principio della libertà di manifestazione del pensiero»), e non esponenti di una ipotetica destra intollerante che desiderava censurare internet.

Da allora a oggi non molto è cambiato, il Parlamento ha continuato a produrre pessime leggi per internet e la comprensione della centralità della rete (che nel resto dei paesi europei è ormai assodata e ampiamente praticata) è affidata, a titolo di missione impossibile, a singoli parlamentari illuminati dell’uno e dell’altro schieramento. Costoro, anche oggi, a molti anni di distanza, riescono a orientare pochissimo le decisioni collettive, faticano a scalfire pregiudizi e superficialità. Dentro le camere del potere, esattamente così come fra la popolazione nelle piazze e nei bar, internet continua a essere raccontata nei suoi aspetti morbosi e pericolosi. I progetti di legge che la riguardano sono spesso figli di questi pregiudizi; coloro che fisicamente si intestano la redazione delle norme sono molto simili, per aderenza al tema e fantasia, all’ex ministro degli Esteri Franco Frattini che una volta, mentre nel 2007 era commissario europeo per la sicurezza, propose a Bruxelles una sua idea per sconfiggere il terrorismo su internet: si potrebbe, disse suscitando l’ilarità di molti, chiedere a Google di vietare le parole bomb, kill e altre keyword dalle ricerche.[12] Se si fosse applicato con maggior costanza nella medesima direzione, forse Frattini avrebbe potuto immaginare di eliminare il terrorismo semplicemente sradicando le tastiere dai computer, ma non arrivò a tanto. In ogni caso il livello medio delle idee dei nostri politici nei confronti di internet da allora, e mi costa dirlo, non è cambiato di molto.

Se questo è davvero il panorama generale dei rapporti fra politica e rete, la presenza attiva dei nostri politici su internet, molto aumentata in questi anni, aggiunge quel tono di crudele nonsense allo scenario generale e si spiega solo in una maniera: presidiare meglio possibile ogni ambito comunicativo, anche il più reietto e marginale. A differenza dei media convenzionali, che negli anni hanno saputo costruire un rapporto stabile, spesso di reciproca soddisfazione, con il potere politico, internet ha un grande apparente vantaggio: ha ancora oggi costi di visibilità piuttosto bassi (che possono al bisogno essere sapientemente amplificati da mani esperte) e può essere gestita ignorando completamente i fastidi della conversazione. Perché conversare costa tempo e credibilità, richiede un’energia e un’empatia che spesso i politici non hanno. Non è un caso che al momento gli unici che abbiano scelto di «conversare» in rete siano i parlamentari del Movimento 5 Stelle, e questa sembra essersi rivelata una scelta tanto ammirevole quanto autolesionista. Aprirsi alla rete, cosa che tutta la politica dovrebbe fare per propria naturale predisposizione, racchiude una controindicazione molto forte: occorre sapere che i temi e i toni delle discussioni saranno poco controllabili e difficilmente prevedibili. Che le bugie si accumuleranno e avranno maggior audience delle cose vere, sia che a pronunciarle sia il rappresentante politico sia che a sostenerle siano i suoi detrattori, i quali saranno comunque molti, rumorosi e inattesi. E su questo torniamo, visto che è il centro del problema; prima però voglio dirvi dei cimiteri.

Mi piacciono molto i cimiteri. A Londra ce ne sono alcuni formidabili: quando posso vado a passeggiare a Highgate dove, a poche decine di metri di distanza, ci sono la piccola bellissima tomba di Douglas Adams (l’autore di Guida galattica per gli autostoppisti, che Dio lo abbia in gloria) e quella mastodontica e imbarazzante di Karl Marx.

Se un giorno vi venisse voglia di fare un giro nei cimiteri web della politica italiana, trovereste centinaia di pagine abbandonate, sommerse dall’edera e dalle radici, trasformate in tombe digitali spesso poche ore dopo un trionfo o una sconfitta elettorale. Cumuli di parole e immagini lasciate lì, senza un saluto, senza un «grazie è stato bello» o un «peccato, ci abbiamo provato», perché la retorica della politica sul web prevede che internet sia il diario sentimentale del candidato, il suo filo diretto con l’elettore, ma solo fino al momento in cui il sipario del voto si chiude e iniziano le cose davvero serie. E non c’è da meravigliarsi se il politico tanto attivo su internet le settimane prima del voto poi firmerà pessime leggi per internet dopo aver lasciato ad ammuffire la sua casa digitale. Si tratta in fondo di due facce differenti del medesimo disprezzo.

L’aspetto cimiteriale della politica sul web, la brusca interruzione molte volte ripetuta di una relazione con l’elettore, forse ha scalfito qualcosa nella reputazione dei nostri politici, più probabilmente no. Di sicuro, però, è un tema che meriterebbe di essere approfondito: il segno di un rapporto interamente plastificato fra politica e rete come chiave di lettura di una arretratezza complessiva vasta e disarmante.

I primi cimiteri della internet politica italiana sono stati cimiteri di blog, aperti e chiusi da politici particolarmente sensibili alle mode del web nella prima metà degli anni Duemila. C’è stato un periodo in cui avere un blog era considerato un gadget irrinunciabile e un simbolo di travolgente eleganza. Ogni candidato sufficientemente equipaggiato dal punto di vista della modernità ha avuto un blog verso il 2005-2006 dentro il quale uno stagista appuntava le date dei comizi, i testi dei comunicati stampa, le comparsate televisive. Ciascuno di questi poveri siti web è oggi seppellito dentro la memoria glaciale della Wayback Machine,[13] forse uno dei progetti più commoventi e importanti di archiviazione della rete internet. Per quanto brutto e imbarazzante fosse il vostro sito web in un periodo lontano che voi avete dimenticato, la macchina automatica del ricordo ne terrà traccia, la Wayback Machine ne avrà salvato una copia. Fra cento anni uno studioso della preistoria web forse radunerà queste pagine e ci dirà con esattezza chi eravamo e cosa diavolo stavamo facendo da queste parti. Noi, nel frattempo, riposeremo in qualche posto meno affascinante di Highgate.

Eppure dentro certi bellissimi cimiteri è talvolta possibile rintracciare i segni di una grande vitalità. Per esempio al Père Lachaise a Parigi, in un cimitero storico formidabile e affollato, qualche anno fa sono riusciti a trovare uno spazio, vicino alla tomba di Chopin, per la salma di Michel Petrucciani, grande pianista molto amato. Londra ha accolto a Highgate, nella parte più antica e inarrivabile del cimitero, il corpo di Aleksandr Litvinenko, dissidente russo avvelenato con il polonio in un sushi bar del centro della città nel 2006; la sua tomba non è distante da quella di Elizabeth Siddal, moglie amatissima del poeta e pittore Dante Gabriel Rossetti, morta per una overdose di laudano nel 1862.

A volte, in luoghi inattesi come i cimiteri, capita che si ricompongano i fili sentimentali del mondo: lo stesso accadrebbe se noi domani decidessimo di seguire le tracce invisibili della politica sul web a partire dalle migliaia di pagine abbandonate, cancellate o sepolte di cui nessuno si occupa più.

Ode alla gerarchia

Lasciando i cimiteri e il valore documentale inesplorato delle pagine morte sul web (un tema che non riguarda, evidentemente, solo la politica) rimane da capire a cosa serva «essere in rete» per un politico oggi, oltre a fornire materiale documentale per autopsie storico-filologiche nel prossimo secolo.

Per molti anni ho pensato che la presenza in rete fosse fondamentale per qualsiasi politico serio, che il web e i social network fossero il luogo naturale della trasparenza, della discussione politica oltre che della elaborazione del pensiero politico. Da un po’ di tempo a questa parte non ne sono più così convinto.

Internet è certamente utile alla trasparenza della politica. Si tratta di un valore imprescindibile che dovrebbe precedere qualsiasi tentativo di interazione. Quale luogo migliore per mostrare nei dettagli agli elettori, per esempio, chi paga il conto della propria attività politica? Da quando le amministrazioni hanno a disposizione lo spazio infinito delle proprie pagine web sembrerebbero non esserci più scuse per una glasnost assoluta dei dati di qualsiasi gestione politica. In realtà le dichiarazioni di principio non sempre sono sufficienti: gli open data, di cui si parla moltissimo da qualche anno, sono fasci di bit talvolta di difficile decodifica, i pdf delle scelte amministrative possono essere sepolti in angoli bui del proprio sito web rendendone arduo il reperimento. Così la trasparenza è diventata una bandierina: associarla al web è servito molto spesso a raccontare una storia, prima ancora che ad aprire il forziere delle informazioni ai cittadini curiosi.

Quando l’amministrazione comunale di Forlì decise di abbattere un centinaio di magnifici pini centenari in un viale dietro la casa dove abito quando sono in Italia, alle mie proteste via email sulla mancata informazione relativa a una scelta così grave, l’assessore all’Ambiente rispose affermando che all’iniziativa il Comune di Forlì aveva invece dato la necessaria pubblicità. Non tanto sul sito web del Comune, dove anche durante le proteste di quei giorni era quasi impossibile rintracciare notizie al riguardo, ma con un’assemblea pubblica indetta molti mesi prima, alla quale avevano partecipato una decina di persone, e con la pubblicazione di un breve articolo su un sito web di informazione locale che non avevo mai sentito nominare.

Questo per dire che la trasparenza è una categoria dello spirito, non un’evenienza imposta dalla tecnologia. Se desideriamo essere trasparenti la tecnologia ci aiuterà, se il nostro scopo è essere oscuri e mimetici la tecnologia sarà in grado di supportarci ugualmente.

Durante la campagna per le primarie del 2012 Matteo Renzi era solito ripetere a ogni comizio e a ogni intervista televisiva che la sua campagna era finanziata dai cittadini attraverso il fundraising sul suo sito web. Quando gli domandai chi fossero i finanziatori della sua campagna[14] mi rispose che entro 90 giorni tutti i denari spesi e quelli ricevuti sarebbero stati messi online.[15] Questo è poi in effetti avvenuto, anche se in maniera caotica e complicata; tuttavia, nel momento in cui scrivo, la pagina del sito web di Renzi sulle entrate del Comitato per la candidatura di Matteo Renzi dà un errore 404 (pagina non trovata).[16] Il racconto della propria trasparenza vince sempre sull’attenzione alla trasparenza stessa.

Ancora più complicato il tema dell’interazione dei politici con i cittadini. Qui la variabile tempo assume un ruolo fondamentale. Senza arrivare ai record di Renato Brunetta, che durante il suo mandato di ministro della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione nel periodo dal 2008 al 2011 ha dato alle stampe non solo i libri Rivoluzione in corso (Mondadori 2009), Sud. Un sogno possibile (Donzelli 2009) e La mia politica (Marsilio 2011) ma anche, insieme a Fabrizio Nonis, Oggi (vi) cucino io. Viaggio nella cucina regionale italiana: ricette, ricordi e varia umanità (Sperling & Kupfer 2010), il tema di dare una gerarchia intelligente al proprio tempo, per chi fa attività politica, è da sempre un’esigenza fondamentale.

Si potrà eventualmente scegliere di partecipare a un talk show televisivo ogni sera (come fanno moltissimi politici attuali dalle ampie vedute) oppure scrivere un libro di ricette durante il mandato ministeriale, così come passare molto tempo – come si dice in gergo – sul territorio ad ascoltare i problemi dei cittadini dalla loro viva voce. Oppure si potrebbe dedicare una quota della propria attenzione a internet.

Per un lungo periodo, specie per i politici di primo piano, incontrare i propri elettori (e i propri detrattori) in rete è stata un’attività meritoria ma soprattutto un’effettiva perdita di tempo. Il numero di potenziali elettori che era possibile intercettare sul web era tutto sommato basso e il tempo da impegnare per simili conversazioni non era esiguo. Era anche, semplicemente, tempo speso male, perlomeno nell’ottica dell’efficacia dei risultati. Negli ultimi anni la presenza degli italiani in rete è aumentata molto, specie in relazione alla massiccia apertura di profili su Facebook, e il bacino di riferimento per la comunicazione politica si è fatto più interessante ma, ancora una volta, con una variabile significativa legata al tempo. E siccome nessun politico di primo piano ha il tempo per leggere le centinaia di commenti che ogni giorno lo riguardano sui blog, sui siti web e sui social network, anche sull’onda di analoghe esperienze americane, dove evidentemente simili problemi si sono presentati prima, si è pensato che una soluzione possibile al «problema tempo» fosse quella di acquistarlo, affidandosi ad agenzie di comunicatori professionali che rappresentassero in tutto e per tutto il politico in rete. Talvolta in maniera silenziosa, altre volte rendendo esplicita la presenza di una figura terza con la sigla st (staff) a fine messaggio.

Ma se il desiderio dei cittadini di intavolare una discussione su Twitter con Pierluigi Bersani o Pier Ferdinando Casini, sapendo che stanno per confrontarsi con uno stagista ignoto, tenderà a zero (con l’eccezione dei polemisti e degli insultatori seriali che sono disposti ad attaccare chiunque, compresa una terza persona stipendiata dal leader politico), è anche vero che demandare ad altri la propria presenza online diventa una scelta quasi inevitabile se si considera il tempo che richiede e le difficoltà intrinseche del linguaggio di rete.

Comunicare su internet è solo apparentemente facile e immediato. In realtà si tratta di una lingua che si impara, che comprende molti possibili differenti dialetti, che non è quasi mai sovrapponibile alle esperienze di comunicazione cui siamo abituati nella vita reale. Potremo essere brillantissimi in un comizio o in uno studio televisivo e contemporaneamente disastrosi su Twitter: capita di continuo.

Farsi capire in rete è un percorso che si impara a proprie spese, sbagliando, abbandonandosi a reazioni precipitose e impulsive un istante prima di aver compreso il significato reale della frase alla quale si è appena risposto, educandosi al rispetto verso gli altri (soprattutto gli sciocchi), ma anche riuscendo a utilizzare con misura il sarcasmo, scoprendo da soli quando è il caso di tacere e quando di scusarsi, quando vale la pena approfondire e quando lasciar perdere. Da questo punto di vista affidarsi a un professionista che viva la rete al nostro posto è contemporaneamente un’ottima e una pessima idea. Ci saranno meno errori, appariremo più adeguati e amabili, ma la persona che starà conversando in rete non saremo noi. E chi starà all’altro lato della conversazione spesso se ne accorgerà. E quando se ne accorgerà resterà molto deluso. Di noi, non del nostro social-media-consulente.

È questa la ragione per cui i pochissimi politici di primo piano che hanno una credibilità e una reputazione in rete da tutti riconosciuta sono quelli che non hanno delegato più di tanto ad altri la propria presenza su internet. Per un’unica semplice ragione: perché loro in rete c’erano già.

In ogni caso, nella gerarchia delle molte cose da fare per un politico italiano, internet continua ad avere un ruolo marginale, di certo ancillare nei confronti della televisione, ma ridotto anche rispetto alle relazioni con la stampa e i vari gruppi di potere. Tutti sono comunque in qualche misura online, alcuni si sono innamorati di una piattaforma piuttosto che di un’altra (in genere Facebook e subito dopo Twitter), molti affidano la propria presenza in rete ad agenzie di comunicazione, alcuni assoldano analisti-ripulitori della reputazione web, altri si fanno proteggere da qualche avvocato che minaccia querele in giro, ma, al netto di tutto questo, pochissimi utilizzano il canale bidirezionale di internet per dialogare con i cittadini. I problemi di tempo e di linguaggio in genere predominano.

I più intelligenti hanno compreso che internet è soprattutto ascolto, un orecchio sempre attento al borbottio nazionale e un canale attraverso cui stimolare e attingere a idee e punti di vista diversi. E questo già è sufficiente a creare molto lavoro.

L’idea della rete come luogo paritario per eccellenza, nel quale l’eletto dialoga quotidianamente con l’elettore, rimane viva solo nelle utopie di fine Novecento riprese in Italia da Casaleggio. Dalla dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di J.P. Barlow[17] in qua, abbiamo vissuto un periodo nel quale il potere salvifico della rete internet che stava nascendo (talvolta con qualche piccola spinta lisergica annessa) avvolgeva qualsiasi aspetto della nostra vita, compresa quindi anche la democrazia declinata nel suo nuovo formato digitale. A dispetto dei sogni, ovunque nel mondo la politica in rete è ormai da anni comunicazione broadcast prodotta con un elevato grado di competenza e professionalità da esperti del settore, e soprattutto ascolto e aggregazione dell’enorme quantità di dati accessibili online.

Questo non fa della rete un luogo meno interessante. Internet è diventato anzi il crocevia della discussione politica, ma con un’inattesa variazione: in tale discussione i politici e le loro scelte sono l’oggetto del discutere, ma quasi mai sono presenti o attivi di persona.

In fondo è meglio così. Il grado di polarizzazione che internet consente alle conversazioni è assai difficile da gestire per chiunque. E questo vale in particolare per le discussioni ad alto impatto emotivo, come sono tipicamente quelle legate alla politica. Viene in mente un aforisma di George Bernard Shaw che dice: «Ho imparato tanto tempo fa a non fare lotta con i maiali. Ti sporchi tutto e, soprattutto, ai maiali piace».

La versione contemporanea di questa frase è il «don’t feed the troll»[18] che ci portiamo dietro dalla nascita di internet. La maniera più laica per rispettare un dettame del genere è non partecipare ad alcuna lotta con i maiali, specie quando i maiali sono interessati a te. Senza rinunciare al confronto e all’esposizione dei propri punti di vista, la politica di vertice ha molto bisogno di creare relazioni su internet: contemporaneamente ha l’esigenza di sancire un grado di separazione abbastanza netto. Perché il problema non è tanto nell’esistenza dei maiali (o dei troll) in grado di sporcare qualsiasi discussione ma nel fatto che molto spesso le discussioni roventi e le acrobazie dei suini raccoglieranno maggiore attenzione di qualsiasi comunicazione di senso civilmente espressa. E questo è uno degli aspetti deprimenti delle conversazioni in rete. Un sacco di tempo perso a separare il grano dal loglio.

Alla fine la comunicazione politica in rete si è fatta gerarchica come sugli altri media, per ragioni di opportunità, anche se con qualche opzione supplementare da indagare. E se Mario Monti è riuscito nel difficile compito di peggiorare la sua già flebile umanità percepita scatenando una polemica sull’affidamento coatto del cane Empy,[19] forse l’esempio più efficace di racconto della propria intimità è stato in questi anni quello affidato al fotografo Pete Souza, che segue Barack Obama (spesso ritratto mentre porta a spasso il cane Bo) a margine e fuori dagli eventi ufficiali. Le foto rubate (in realtà sono l’esatto contrario)[20] da Souza durante la giornata del presidente degli Stati Uniti sono la maniera perfetta per avvicinare la politica ai cittadini utilizzando come chiave d’accesso piccoli lampi di quotidiana normalità. Si tratta di una sintonia in qualche misura fittizia, ma del resto tutta la nostra vita di relazioni in qualche misura lo è.

In definitiva, nel rapporto da ricostruire fra i cittadini e la politica, internet può avere un ruolo di collante identitario, a patto che i maiali siano lasciati a rotolarsi fra loro nel fango e che la plastica della comunicazione verticale non uccida tutto in maniera fragorosa e definitiva come è avvenuto in passato con gli altri media.

 


[1]. Beppe Grillo sulla palla di plastica che messa in lavatrice lava senza detersivo scrisse sul suo blog: «Io l’ho provata. La mia famiglia usa Biowashball da due mesi e anche le famiglie di alcuni miei amici. Per noi funziona. Prima di dare un giudizio vi consiglio di usarla, magari in prestito da un conoscente. In Rete ci sono centinaia di testimonianze di italiani soddisfatti». (http://www.beppegrillo.it/2008/12/biowashball.html)

[2]. http://www.beppegrillo.it/2006/07/cervello_a_la_c.html.

[3]. Il giorno stesso della seconda disastrosa scossa di terremoto che colpì l’Emilia Romagna alle 9 del mattino del 29 maggio 2012, con epicentro fra Mirandola e San Felice sul Panaro, e che provocò 20 morti, 350 feriti e migliaia di sfollati (fonte: Wikipedia), Grillo pubblicò sul suo blog una tempestiva intervista con Giampaolo Giuliani nella quale si sosteneva che Giuliani era in grado di anticipare di 6-24 ore il manifestarsi di un terremoto: http://www.beppegrillo.it/2012/05/non_si_deve_mor.html.

[4]. Dario Fo, Gianroberto Casaleggio, Beppe Grillo, Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il Movimento 5 Stelle, Chiarelettere, Milano 2013.

[9]. «Attivista da divano» è una delle possibili (e più benevole) traduzioni del termine inglese slacktivist, che a sua volta deriva dall’unione dei termini slacker («fannullone, scansafatiche») e activist («attivista»), a descrivere la tendenza, sempre più frequente, di chi si dedica a buone cause esclusivamente attraverso prese di posizione su internet o la firma di petizioni online.

[10]. La petizione online promossa da Punto Informatico nel 2001 contro la legge sull’editoria, firmata da oltre 54.000 persone e sottoscritta da 3300 siti web, fu consegnata al presidente della Camera dei Deputati Pier Ferdinando Casini e al ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri il 15 ottobre 2001: nonostante le molte prese di posizione pubbliche del mondo politico, le firme raccolte finirono in un cassetto e non furono mai in alcun modo considerate. (http://punto-informatico.it/88193/PI/News/editoria-consegnata-petizione.aspx)

[11]. Il giornalista, storico e saggista siciliano Carlo Ruta è stato al centro di una lunga vicenda giudiziaria almeno in parte conseguenza della legge 62/2001. L’8 maggio 2008 fu condannato a una pena pecuniaria per aver pubblicato articoli e commenti sul suo sito web Accadde in Sicilia senza che fosse stata eseguita la registrazione presso il tribunale competente. Si è trattato del primo caso del genere in Italia e in Europa. La violazione contestata riguarda l’art. 16 della legge 47 del 1948, che attiene al reato di stampa clandestina, in questo caso applicato al web. La sentenza fu poi confermata dalla Corte di Appello di Catania nel maggio del 2011 per poi essere annullata da un ricorso in Cassazione il 10 maggio 2012. Nelle motivazioni della sentenza si spiega infine che il reato di stampa clandestina non può essere applicato a un blog su internet. (Fonte: Wikipedia)

[12]. In un’intervista rilasciata all’agenzia Reuters nel 2007 in occasione dell’anniversario degli attentati dell’11 settembre Frattini affermò: «Intendo portare avanti un esercizio di esplorazione con il settore privato su come sia possibile usare la tecnologia per evitare che la gente usi o cerchi parole pericolose come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo»; la dichiarazione è riportata da Alessio Balbi, «Censura, Google contro Frattini. “No al blocco delle parole pericolose”», http://www.repubblica.it/2007/ 05/sezioni/scienza_e_tecnologia/google6/frattini-ricerche/frattini-ricerche.html.

[13]. La Wayback Machine (http://archive.org/web/) è un archivio digitale di pagine web creato da Internet Archive, un’associazione no profit di San Francisco. Il servizio consente agli utenti di accedere a versioni precedenti di pagine web salvate nel tempo; per questa ragione l’archivio è anche chiamato «indice a tre dimensioni». (Fonte: Wikipedia)

[17]. Si tratta di un documento storico della rete internet, scritto dall’ex autore dei testi dei Grateful Dead, John Perry Barlow, a Davos in Svizzera l’8 febbraio 1996. Barlow, attivista e poeta che si definiva a quei tempi «dissidente cognitivo», scrisse il celebre manifesto in risposta alla conversione in legge del Telecommunications Act del governo americano. Il manifesto iniziava così: «Governi del Mondo, stanchi giganti di carne e di acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova dimora della Mente. A nome del futuro chiedo a voi, esseri del passato, di lasciarci soli. Non siete graditi fra di noi. Non avete alcuna sovranità sui luoghi dove ci incontriamo». (Versione italiana: http://www.olografix.org/loris/open/manifesto_it.htm)

[18]. Troll è espressione ormai nota, mutuata dal gergo di internet, che definisce una persona che interagisce con altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la conversazione e fomentare gli animi. La parola troll indica originariamente una mitologica creatura umanoide diffusa nelle leggende dell’Europa del Nord. Don’t feed the troll è un suggerimento gergale molto usato su internet che significa «non dare corda ai provocatori». (Fonte: Wikipedia)

[19]. Il senatore Mario Monti, durante un’intervista televisiva alle Invasioni barbariche di Daria Bignardi, decise di adottare un cucciolo di cane che gli era stato a sorpresa messo in grembo dalla conduttrice. A distanza di tempo Monti in un’intervista dichiarò di essere stato spinto in maniera scorretta all’adozione del cane.

[20]. Le foto di Pete Souza sono consultabili sul profilo Flickr della Casa Bianca (https://www.flickr.com/photos/whitehouse/sets/72157623126418563/) o sul suo profilo su Instagram (http://instagram.com/petesouza).

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