George Eliot Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/george-eliot/ un blog di approfondimento culturale Sat, 02 Mar 2013 15:34:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg George Eliot Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/george-eliot/ 32 32 Lo scaffale ideale https://minimaetmoralia.it/libri/ideal-bookshelf/ https://minimaetmoralia.it/libri/ideal-bookshelf/#comments Sat, 02 Mar 2013 15:34:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13341 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: lo "scaffale ideale" di Jennifer Egan.)

Cosa pensate di trovare nello scaffale dei libri più amati da Patti Smith? E in quello di James Franco? Di Jennifer Egan? Miranda July? Jonathan Lethem? David Sedaris? Sfogliate My Ideal Bookshelf (Little, Brown and Company, $ 24,99) e ogni risposta vi verrà data. Raccolti online nel sito idealbookshelf.com e poi pubblicati in un meraviglioso volume cartonato di 226 pagine, ecco gli “scaffali ideali” di più di un centinaio di varie celebrità. Sono prevalentemente scrittori (in buona compagnia dei sopra citati ci sono Rick Moody, Michael Chabon, Vendela Vida, Junot Díaz, Stephenie Meyer, George Saunders, Daniel Alarcón e Chuck Klosterman), ma anche musicisti (Kim Gordon, Thurston Moore, Rosanne Cash e Stephen Merritt), registi (Judd Apatow, Mira Nair), illustratori (Maira Kalman, Christoph Niemann), giornalisti (il critico musicale Alex Ross e il direttore della Paris Review Lorin Stein), skater (Tony Hawk), ballerini (Adrian Danchig-Waring e Pontus Lidberg), cuochi (Hugh Acheson, Dan Barber, Gabrielle Hamilton) e curatori di musei (Paola Antonelli di design per il MoMA). Queste alcune delle celebrità contenute nel volume, ognuna disegnata in forma di scaffale con sopra i rispettivi libri preferiti.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: lo “scaffale ideale” di Jennifer Egan.)

Cosa pensate di trovare nello scaffale dei libri più amati da Patti Smith? E in quello di James Franco? Di Jennifer Egan? Miranda July? Jonathan Lethem? David Sedaris? Sfogliate My Ideal Bookshelf (Little, Brown and Company, $ 24,99) e ogni risposta vi verrà data. Raccolti online nel sito idealbookshelf.com e poi pubblicati in un meraviglioso volume cartonato di 226 pagine, ecco gli “scaffali ideali” di più di un centinaio di varie celebrità. Sono prevalentemente scrittori (in buona compagnia dei sopra citati ci sono Rick Moody, Michael Chabon, Vendela Vida, Junot Díaz, Stephenie Meyer, George Saunders, Daniel Alarcón e Chuck Klosterman), ma anche musicisti (Kim Gordon, Thurston Moore, Rosanne Cash e Stephen Merritt), registi (Judd Apatow, Mira Nair), illustratori (Maira Kalman, Christoph Niemann), giornalisti (il critico musicale Alex Ross e il direttore della Paris Review Lorin Stein), skater (Tony Hawk), ballerini (Adrian Danchig-Waring e Pontus Lidberg), cuochi (Hugh Acheson, Dan Barber, Gabrielle Hamilton) e curatori di musei (Paola Antonelli di design per il MoMA). Queste alcune delle celebrità contenute nel volume, ognuna disegnata in forma di scaffale con sopra i rispettivi libri preferiti.

I bellissimi disegni (delle coste, scelte nostalgicamente perché è ciò che di un libro è andato perduto nell’era digitale) sono dell’artista e designer Jane Mount (@janemount) mentre l’idea e curatela del libro è di Thessaly La Force (@Thessaly), blogger della Paris Review, che a ognuna delle tavole ha affiancato un breve testo scritto in prima persona dai più di cento intervistati. Le coste disegnate sono quelle dei “libri a cui sono più legati, che definiscono i loro sogni e le ambizioni e che in molti casi li hanno aiutati a trovare una strada nel mondo”, scrive La Force introducendo il progetto. In breve, i più amati di altri, i preferiti tra i preferiti, i libri ideali.

Si scopre così da dove arriva la coralità dei romanzi di Jennifer Egan, che ispirata da Middlemarch di George Eliot dichiara di scrivere per “rendere giustizia alla complessità che ci circonda”. O che Patti Smith, bambina, si sedeva ai piedi della madre e assorta la osservava mentre leggeva, cercando di capire cosa avessero quei libri da tenerla così assorta. Poi imparò a leggere. E non smise più.

Operazione interessante è anche provare a scorrere il libro contando le ricorrenze per constatare che sì, per fortuna ci sono anche i nostri prediletti (Flannery O’Connor otto volte, Scott Fitzgerald sei, Roberto Bolaño e Harper Lee tre, Miguel de Cervantes, Truman Capote, Emily Dickinson, John Updike, Cormac McCarthy e Stephen King una). E poi, partendo da lì, soffermarsi su chi li ha scelti e decidere cosa e chi è arrivato il momento di leggere.

La genialità del progetto sta del resto in una frase della prefazione, che dice: “Quello che scegli oggi potrebbe essere completamente diverso dai libri che metteresti nello scaffale di domani – ma qui sta la bellezza dell’esercizio. Èun’istantanea di te in un preciso momento”. Già: qui e ora.

(Immagine: lo “scaffale ideale di Patti Smith.)

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Jennifer Egan: dal quaderno a Twitter https://minimaetmoralia.it/interviste/jennifer-egan-dal-quaderno-a-twitter/ https://minimaetmoralia.it/interviste/jennifer-egan-dal-quaderno-a-twitter/#comments Thu, 25 Oct 2012 09:38:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9924 Pubblichiamo un'intervista di Elena Stancanelli, uscita su Repubblica, a Jennifer Egan. Da oggi al 31 ottobre tutte le sere dalle 22 il racconto Scatola Nera di Jennifer Egan verrà "twittato" dall'account minimum fax. Su minima & moralia ogni mattina un post con la puntata della sera precedente. E dal 1 novembre il racconto sarà disponibile esclusivamente in ebook. (Immagine: Pieter M. van Hattem.)

Jennifer Egan è una scrittrice americana di impressionante bravura. È nata nel 1962 a Chicago, e l’anno scorso ha vinto il premio Pulitzer con il suo quinto romanzo, A Visit from the Goon Squad, pubblicato in Italia da minimum fax col titolo Il tempo è un bastardo (traduzione di Matteo Colombo).

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Pubblichiamo un’intervista di Elena Stancanelli, uscita su Repubblica, a Jennifer Egan. Da oggi al 31 ottobre tutte le sere dalle 22 il racconto Scatola Nera di Jennifer Egan verrà “twittato” dallaccount minimum fax. Su minima & moralia ogni mattina un post con la puntata della sera precedente. E dal 1 novembre il racconto sarà disponibile esclusivamente in ebook. (Immagine: Pieter M. van Hattem.)

Jennifer Egan è una scrittrice americana di impressionante bravura. È nata nel 1962 a Chicago, e l’anno scorso ha vinto il premio Pulitzer con il suo quinto romanzo, A Visit from the Goon Squad, pubblicato in Italia da minimum fax col titolo Il tempo è un bastardo (traduzione di Matteo Colombo). Le sue storie sono commedie umane che conservano una sapienza ottocentesca unita a una curiosità mai ovvia per la tecnologia. Il tempo è un bastardo contiene un capitolo svolto interamente come una presentazione in Power Point e in questi giorni sta sperimentando, sul New Yorker, la scrittura di un romanzo attraverso Twitter.

È stato il New Yorker a suggestionarla o è un’idea sua?

Totalmente mia. Addirittura in un primo momento, quando ho sottoposto alla rivista la trama del racconto che avrei scritto, non ho detto che avrei voluto scriverlo su Twitter, perché temevo che non avrebbero accettato. Solo dopo che loro hanno accettato la mia proposta, gli ho spiegato che avrei voluto che uscisse con la formula dei tweet. E anche allora, temevo che si sarebbero tirati indietro. Invece hanno sposato il progetto per come era, e con entusiasmo. Ne sono rimasta sorpresa, e felice, io stessa.

Perché ha scelto per questo progetto una trama noir?

È successo in maniera naturale. Da un po’ di tempo mi cullavo con l’idea di scrivere una spy story al femminile, e quindi di esplorare il regno del noir in tutta la sua estensione. Twitter, per la sua doppia valenza pubblica e privata, mi è sembrato molto vicino all’idea dello spionaggio. C’è qualcosa di intimamente segreto nel linguaggio di Twitter. Una voce narrativa che si fosse espressa attraverso i tweet, avrebbe contenuto naturalmente questa ambiguità pubblico/privato. Il registro mentale di una spia compresa nella sua missione, si sposa con facilità a questo tipo di struttura.

L’ha scritto tutto insieme, o tweet per tweet?

Ho scritto tutto a mano in un quaderno di appunti giapponese, costituito da otto rettangoli in ogni pagina. Potete vedere qui l’immagine. In alcuni mesi, ho riempito cinque o sei pagine del mio quaderno, fino ad avere una prima stesura. Ma era lunghissimo, probabilmente il doppio di quello che poi è stato effettivamente pubblicato. Quindi l’ho ribattuto al computer e ci ho lavorato come fosse un manoscritto. I piccoli brani, i tweet, erano separati uno dall’altro da spazi bianchi.

Di solito come lavora quando scrive? Prepara una scaletta?

No. quando inizio, no. Per esempio “Il tempo è un bastardo” nasce da un’immagine: una donna che ruba il portafoglio di un’altra donna in una toilette. È un episodio che mi è successo davvero. Ero a New York, e dovevo prendere un aereo. Mi sono ritrovata senza niente: soldi, carte, biglietto. Ero disperata. In quel momento mi squilla il telefono. Era una donna. Sono di City Bank, mi ha detto, sappiamo che ha perso il portafoglio e noi siamo qui per aiutarla. Ero felicissima. Sono scoppiata a piangere per l’ansia. Lei mi ha consolato e poi ha mi ha chiesto varie informazioni, e tra queste il pin del bancomat. E io gliel’ho dato. Pazzesco, no? Perché la persona al telefono, ho capito soltanto dopo, era la ladra stessa. Che mi ha svuotato il conto. Questa conversazione mi ha ossessionato a lungo. Mi sono chiesta se lavorasse davvero in una banca, perche aveva un lessico e anche una intonazione della voce davvero perfette, e alle sue spalle si sentivano voci e gente che batteva a macchina. Chi era questa donna? Sono partita da lì. Anche in quel caso scrivendo prima a mano e poi copiando sul computer. Per me il rapporto tra segno scritto e schermo, è una specie di dialettica tra libertà creativa e organizzazione.

Il tempo è un bastardo è un romanzo con una costruzione temporale complicata. Va avanti e indietro nel tempo dalla fine degli anni settanta fino al 2020. L’ha scritto in maniera cronologia?

No. All’inizio non pensavo nemmeno che sarebbe diventato un romanzo. Volevo scrivere un racconto che avesse come tema l’industria discografica, il passaggio dall’analogico al digitale, da un business ricchissimo all’attuale crisi. Ho scritto quello che sarebbe diventato il primo capitolo, quello del furto del portafoglio, e poi il secondo. Ma a quel punto. sono diventata curiosa di scoprire l’origine dell’abitudine di Bennie di bere scaglie d’oro sciolte nel caffè. E ho proseguito così, inseguendo su e giù nel tempo le mie curiosità sui personaggi. È stata la curiosità, non la cronologia a costituire la struttura.

Lei ha definito il suo romanzo come una sorta di concept album.

Ho pensato a un concept album solo in un secondo momento, quando ho capito che il libro era diviso in due parti: prima e dopo l’11 settembre. Come un lato A e un lato B. All’inizio, dopo che ho capito che sarebbe diventato un romanzo, mi sono data tre regole: ogni capitolo avrà un protagonista diverso, ogni capitolo avrà un sentimento, un approccio tecnico e uno stile diversi, ogni capitolo avrà una sua autonomia di senso, potrà essere letto anche senza sapere cosa viene prima o dopo. Come tanti racconti, appunto.

Non scrive mai di se stessa?

Non sono capace. Non funziona. Non so cosa debba essere la letteratura, non è una regola generale, ma per me l’autobiografia non funziona. Ovvio che uso le mie emozioni, ma le metto in personaggi immaginari.

So che lei lavora con un gruppo di lettura. Da chi è composto e che regole ha.

Non sono persone famose. Sono amici di New York. All’inizio, circa 20 anni fa, eravamo tutti allievi di un corso tenuto da un poeta. Uno di noi legge, gli altri semplicemente ascoltano. La cosa interessante è che non ci sono mai fotocopie o testi scritti. In questo modo, ascoltando, si colgono dettagli che alla lettura sfuggono. I testi che porto al gruppo sono ancora molto acerbi, mentre quelli che consegno all’editore sono passati attraverso molte stesure. Ma questo non significa che non abbia con l’editore ulteriori scambi di opinioni. Ad esempio il capitolo in Power Point non c’era quando il libro è stato acquistato. Avevo tentato di mettercelo ma non aveva funzionato e mi ero arresa. Ma l’editore ha insistito, perché pensava che sarebbe stato necessario vedere Sascha nella sua vita futura. Mi ha spinto a riprovare e alla fine sono riuscita a scriverlo.

Ne Il tempo è un bastardo c’è un capitolo ambientato in Italia. Ha vissuto qui per un periodo?

La prima volta che sono stata a Napoli era il 1997. Mentre ero lì pensavo che avrei voluto scriverne. Di solito non mi succede. Deve passare un po’ di tempo perché recuperi dei ricordi e decida di usare un luogo e una situazione per una storia. Ma a Napoli ero talmente attratta dalla sensazione di duplicità che emana da quella città: da una parte la storia, forte, potente, sana, dall’altra la decadenza del presente. Questo contrasto era molto evocativo per me. Ho deciso subito che ne avrei scritto e ho preso moltissimi appunti.

Gli ebook cambieranno il nostro modo di leggere?

Non lo so, davvero. Io ho un iPad ma non amo moltissimo leggerci sopra. Soprattutto perché non riesco mai a capire a che punto sono del libro. Mi manca il peso delle pagine da una parte all’altra.  Ma le persone amano i lettori digitali e i tablet. Sono oggetti di affezione ed è bello che abbiano a che fare anche con i libri. Questo probabilmente significherà che i romanzi non spariranno. Ho una pregiudizio però: che la gente legga gli ebook con meno attenzione rispetto ai libri di carta. Ma non ho nessuna prova, è solo una sensazione. E io faccio sempre attenzione a non trasformare le mie sensazioni in idee sul mondo. E poi non voglio essere vittima della nostalgia di mezza età.

Il tempo è un bastardo diventerà una serie per HBO. La scriverà lei?

Non la scriverò io, perché non me l’hanno chiesto. E perché non saprei come fare, non guardo molta televisione. Ed è un lavoro che richiederebbe molto tempo, mentre io voglio scrivere un altro libro. E non voglio tornare su quello che ho già scritto, probabilmente mai più. Meglio che lo facciano degli specialisti, che lo faranno sicuramente meglio di me.

Le piacciono le serie televisive americane?

Moltissimo. La prima volta che ho visto The wire sono rimasta stregata. Era una specie di droga, non riuscivo a fare altro, non volevo uscire di casa, non avevo più neanche voglia di leggere. Sono i nostri feuilleton. I nostri Dickens, o George Eliot.

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Seminario sui luoghi comuni https://minimaetmoralia.it/scrittura/seminario-sui-luoghi-comuni-10/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/seminario-sui-luoghi-comuni-10/#comments Tue, 01 Jun 2010 08:20:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2501 20. Understatement Il modernismo ha compiuto il destino del romanzo e da lì non si torna indietro: è entrato a Troia come un regalo e ha distrutto la città. Dopo aver amato Joyce, Proust, Woolf, Musil, è difficile godere delle grandi opere dell’Ottocento: piene della loro saggezza pratica, di varietà narrativa, facili da maneggiare e […]

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20. Understatement

Il modernismo ha compiuto il destino del romanzo e da lì non si torna indietro: è entrato a Troia come un regalo e ha distrutto la città. Dopo aver amato Joyce, Proust, Woolf, Musil, è difficile godere delle grandi opere dell’Ottocento: piene della loro saggezza pratica, di varietà narrativa, facili da maneggiare e coinvolgenti ma complesse (come oggi sono solo le serie televisive alte: The Wire, Mad Men, Six Feet Under, I Soprano). E se alla fine i russi di quel tempo ci piacciono comunque perché sono pazzi, gli scrittori inglesi sono molto più difficili da accettare, da mantenere nel nostro canone di riferimento. Così non è considerata una lettura fondamentale, l’enorme Middlemarch di George Eliot, con il suo narratore onnisciente generoso e serio rispetto al quale i grandi modernisti e postmoderni sembrano tutti o dei geni o dei poser. Rispetto a quello che ci piace oggi, ossia per lo più scrittori che a partire dal modernismo hanno preso a cuore un certo uso della lingua, dell’approfondimento dei gerghi, del miscuglio dei linguaggi, della limitazione impressionista o espressionista del narratore, a Middlemarch manca certamente quel gusto per l’ossessione, per il cosiddetto tour de force narrativo, per le note, per i lunghi paragrafi concentrati su un dettaglio, su una dimensione, il paragrafo insistito, l’oggetto messo al microscopio, il tema sviscerato fino all’inverosimile, per gli elenchi, per le ripetizioni, per gli elenchi di ripetizioni. («Per l’autoironia».) (Per le cose dette tra virgolette.) E la lingua di Eliot è meno interessante, meno artistica, meno istallazione perpetua: si trova però, in un romanzo così ottocentesco, una ricerca di equilibrio da cui c’è tanto da imparare e che per certi versi segnala una minore urgenza di piacere, di colpire, un desiderio dell’autrice di svanire, per lasciare il lettore solo con la storia e i personaggi: tanto che ci si può anche dimenticare che l’oggetto in questione è un romanzo, e non servono istruzioni per l’uso. (Per insistere sul confronto con certe serie tv: le guardiamo, e occupano un posto rilevante nei nostri cuori, pur non sapendo quasi mai chi sono gli autori.) Riporto qui un paragrafo tipico di Middlemarch: un libro tutto puntato sulla gestione piacevole della complessità. Ciò che mi piace di questo paragrafo – il resoconto di un maldestro tentativo di saldare un debito grazie alla vendita di un cavallo – è ciò che mi irrita e scandalizza: la naturalezza, l’apparente assenza di intento artistico. Sembra che i fatti narrati siano davvero accaduti e che George Eliot voglia solo raccontarli e ricamarci come farebbe di persona. E senza nemmeno i ventriloquismi: in maniera piana, una maniera così piana che fa sì che di solito Middlemarch lo si legga o a vent’anni o mai più, perché appena si scoprono le vertigini di ciò che è avvenuto alla letteratura nel Novecento si perde la voglia di semplicità. Ottocento pagine le possiamo leggere, ma solo se impegnative. Per le storie ci sono già le serie tv, da tracannare un episodio dopo l’altro, fino a notte fonda. In questo paragrafo non appariscente, la Eliot racconta una disavventura affrontandone coscienziosamente vari aspetti, con tanto di morale finale. Isoliamone alcuni momenti: 1) Fred Vincy ha fatto i conti senza l’oste: il cavallo Diamond, su cui riponeva grandi speranze, si imbizzarrisce e a furia di scalciare quasi ammazza lo stalliere e si ritrova azzoppato, ossia invendibile. 2) Metafora sublime a commento del pasticcio: «A ciò non si poteva porre alcun rimedio, come per la scoperta di un’indole cattiva dopo il matrimonio – di cui naturalmente i vecchi compagni erano a conoscenza prima della cerimonia». 3) Calcoli da fare per rimediare, la poesia delle storie di cambiali e scadenze. 4) Un po’ di morale: «Fred aveva la cocente sicurezza che il padre si sarebbe irosamente rifiutato di salvare Mr Garth dalle conseguenze di ciò che avrebbe definito un incoraggiamento allo sperpero e all’inganno». 5) Senso pratico e dissennatezza giovanile: il padre «avrebbe dato in escandescenze, perché quell’animale selvaggio era stato portato nella sua stalla». 6) Riflessione sull’effetto civilizzante che hanno le donne sugli uomini che le amano: «Uomini anche molto più forti di Fred Vincy conservano metà della loro rettitudine nel pensiero della persona che amano di più». L’ultimo terzo del paragrafo è un’analisi di come i doveri morali sono legati alla rappresentazione di sé, e di come l’affetto per una persona possa influire sull’immagine che abbiamo di noi stessi: «”Il teatro di tutte le mie azioni è caduto”, disse un personaggio dell’antichità quando il suo più caro amico fu morto; e sono fortunati coloro che hanno un teatro in cui il pubblico chiede la loro parte migliore». Si fa fatica ad accettare l’idea che queste siano vere e proprie riflessioni morali, che non ci siano virgolette, che non siano dette per ingannare o per divertire. Il che mi pensare che di solito, nei libri che preferisco, le questioni morali sono poste in maniera paradossale e gli esempi sono per lo più negativi e le cause morali sono perse in partenza. Non posso farne a meno, come lettore: eppure, le decisioni importanti, fuori dal manicomio del romanzo novecentesco, nella vita, richiedono a volte riflessioni senza virgolette, serie, perfino di buon senso, a volte addirittura formulabili in termini semplici senza troppo far torto alla «verità». Non si può ritornare all’Ottocento, noi siamo divisi, rotti in tanti pezzi, ma forse conteniamo nella nostra memoria morale ed estetica una quantità sufficiente di geni di George Eliot da dover ricostruire il nostro rapporto con quel genere di narrazione, e vedere a cosa ancora ci può essere utile.

Da Middlemarch di George Eliot

 

Mi duole dire che solo tre giorni dopo i favorevoli avvenimenti a Houndsley, Fred Vincy era precipitato in uno stato d’animo peggiore di quanto avesse conosciuto precedentemente in vita sua. Non che fosse stato deluso riguardo al possibile compratore del suo cavallo, ma prima di poter concludere l’affare con l’uomo di Lord Meldicote, questo Diamond, in cui aveva investito la speranza di ottanta sterline, senza il minimo preavviso aveva mostrato nella stalla un’energia veramente selvaggia nello scalciare, per un pelo non aveva ucciso lo stalliere, e aveva finito per azzopparsi gravemente impigliandosi con una zampa in una corda che pendeva sopra l’architrave della stalla. A ciò non si poteva porre alcun rimedio, come per la scoperta di un’indole cattiva dopo il matrimonio – di cui naturalmente i vecchi compagni erano a conoscenza prima della cerimonia. Per qualche ragione, Fred non esibì nulla della consueta capacità di reagire sotto questo colpo della mala sorte: sapeva semplicemente di avere solo cinquanta sterline, che al momento non aveva alcuna possibilità di procurarsene altre, e che la cambiale di centosessanta sterline sarebbe stata presentata di lì a cinque giorni. Anche se si fosse rivolto al padre, implorandolo di salvare Mr Garth dalla perdita, Fred aveva la cocente sicurezza che il padre si sarebbe irosamente rifiutato di salvare Mr Garth dalle conseguenze di ciò che avrebbe definito un incoraggiamento allo sperpero e all’inganno. Era talmente abbattuto che non gli riuscì di escogitare altro progetto che andare direttamente da Mr Garth e comunicargli la triste verità, portando con sé le cinquanta sterline, e mettendo almeno quella somma al sicuro dalle proprie mani. Il padre, che era al magazzino, non sapeva ancora dell’incidente: quando ne sarebbe venuto a conoscenza avrebbe dato in escandescenze, perché quell’animale selvaggio era stato portato nella sua stalla; e prima di affrontare questa seccatura minore, Fred volle andarsene con tutto il coraggio che aveva per affrontare la maggiore. Prese il pony del padre, perché aveva deciso che dopo aver detto tutto a Mr Garth, sarebbe andato a Stone Court a confessare tutto a Mary. In effetti è probabile che se non ci fosse stata Mary e Fred non l’avesse amata, la sua coscienza si sarebbe data molto meno da fare sia nel rimproverargli il debito sia nello spingerlo a non prendersela comoda secondo il suo modo di agire consueto, procrastinando un dovere sgradito, ma ad agire nel modo più schietto e semplice che poteva. Uomini anche molto più forti di Fred Vincy conservano metà della loro rettitudine nel pensiero della persona che amano di più. «Il teatro di tutte le mie azioni è caduto», disse un personaggio dell’antichità quando il suo più caro amico fu morto; e sono fortunati coloro che hanno un teatro in cui il pubblico chiede la loro parte migliore. Certo sarebbe stato assai diverso per Fred a quel tempo se Mary Garth non avesse avuto un’idea ben chiara riguardo a ciò che era ammirevole in una persona.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni
19. Fordismo
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Digress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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