George Romero Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/george-romero/ un blog di approfondimento culturale Tue, 18 Aug 2015 19:44:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg George Romero Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/george-romero/ 32 32 Lo hanno detto gli economisti! https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lo-hanno-detto-gli-economisti/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lo-hanno-detto-gli-economisti/#comments Wed, 19 Aug 2015 05:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28207 È un peccato che del post pubblicato sul suo blog da Stefano Feltri giovedì 13 agosto non sia rimasta traccia della versione originale, pubblicata il giorno prima. Il breve articolo in cui il vice direttore del Fatto Quotidiano prendeva posizione contro le facoltà umanistiche, tacciate di scarsa utilità e di spreco di risorse pubbliche, è stato successivamente corretto – cosa evidenziata da lui stesso in calce all’attuale versione – poiché riportava degli errori. E visto che il commento aveva suscitato un dibattito piuttosto vivace – tanto che l’autore ha sentito poi l’esigenza di tornare sull’argomento il giorno dopo – sembrava giusto correggerlo. E fin qui nulla di male: la rete consente di aggiornare le versioni dei propri scritti e se ci si avvale di questa facoltà onestamente (cioè segnalandolo) non c’è alcun problema.

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È un peccato che del post pubblicato sul suo blog da Stefano Feltri giovedì 13 agosto non sia rimasta traccia della versione originale, pubblicata il giorno prima. Il breve articolo in cui il vice direttore del Fatto Quotidiano prendeva posizione contro le facoltà umanistiche, tacciate di scarsa utilità e di spreco di risorse pubbliche, è stato successivamente corretto – cosa evidenziata da lui stesso in calce all’attuale versione – poiché riportava degli errori. E visto che il commento aveva suscitato un dibattito piuttosto vivace – tanto che l’autore ha sentito poi l’esigenza di tornare sull’argomento il giorno dopo – sembrava giusto correggerlo. E fin qui nulla di male: la rete consente di aggiornare le versioni dei propri scritti e se ci si avvale di questa facoltà onestamente (cioè segnalandolo) non c’è alcun problema.

Tuttavia la versione originale, forse perché scritta di getto, magari prestandoci poca attenzione perché destinata al pubblico disattento della settimana di Ferragosto, aveva qualcosa di illuminante per quanto riguarda le scorciatoie mentali con cui trattiamo certi temi. Il pensiero di Stefano Feltri lo si può desumere direttamente dai suoi articoli, ma per completezza ne faccio una sintesi (estrema): un laureato in ingegneria ha più possibilità di trovare lavoro di un laureato in lettere, a cinque anni dalla laurea guadagna di più e può permettersi più servizi. E fin qui l’acqua calda. La conclusione, poi, è la seguente: perché la collettività dovrebbe accollarsi i costi di facoltà che producono disoccupati? Lo studio delle lettere, ad esempio, è poco funzionale alla produzione di posti di lavoro: che lo finanziamo a fare?

La questione è complessa, com’è ovvio. E non necessariamente da declinare in termini manichei. Ad esempio, pur essendo in disaccordo con Feltri si può convenire con lui sul fatto che esistano alcuni corsi (e ancor più master) che sembrano fatti apposta per “parcheggiare la gente” e spillargli i soldi. Poi certo, il vice direttore del Fatto in realtà ce l’ha con materie di tutto rispetto come il teatro o la filologia romanza; ma prima ancora che contestare le sue posizioni mi sembra interessante capire come ci arriva.

La fonte. Nella prima versione dell’articolo era del tutto assente e si parlava di un generico “gli economisti hanno detto che…” (cito a memoria, non potendo ricontrollare). Pur non sorprendendomi più, continua però ad affascinarmi la fiducia cieca che la nostra società ripone nel discorso economico. Assomiglia al vaticinio, per un certo tipo di giornalismo. O, se vogliamo fare un esempio meno classico e più contemporaneo, all’aura oracolare che noi tutti attribuiamo a Google. Ma come in rete si trovano dati corretti e inesatti, e questo non esaurisce il discorso perché al di là dei dati resta il problema di come li si interpreta, allo stesso modo l’Economia pone un problema simile. Tra le scienze che usano i numeri è indubbiamente quella più “politica”, ovvero soggetta alle diverse visioni del mondo (soprattutto quando viene tirata per la giacchetta dal giornalismo). L’Ottocento e il Novecento dovrebbero avercelo insegnato fino alla nausea, e invece nel XXI secolo conferiamo allegramente al discorso economico – a un “certo” discorso economico – un valore da scienza esatta.

I dati. Ovviamente non basta citare una fonte autorevole, servono anche dei dati numerici. Nel post originale si parlava di cifre considerevoli ma senza una precisa attribuzione. Gli estremi erano abbastanza inquietanti: si passava da un “guadagno” di 273.000 euro per i laureati in legge o in economia fino all’opposto, una “perdita” secca di 265.000 euro per chi intraprende gli studi umanistici. Superato il primo attimo di sgomento, però, veniva da chiedersi: ma rispetto a cosa? Stiamo parlando di soldi sostenuti dalle famiglie? Sembrano un po’ troppi, a meno che non si prenda come standard non solo un’eventuale retta per un corso di studi alla Bocconi – come è il caso dello stesso Feltri – ma anche cinque anni di affitti a Milano e relative paghette. Forse allora si parla di soldi pubblici investiti. Ma anche qui…

I misteri li scioglie lui stesso nella correzione del post. Stiamo parlando di una fonte accreditata: il CEPS, il Centre for European Policy Studies con sede a Bruxelles. I numeri travisati, invece, si riferivano a un ipotetico valore medio di una laurea a cinque anni dalla conclusione degli studi, fissato convenzionalmente a 100. Dando una sforbiciata ai tre zeri di troppo, insomma, rispetto alla media un economista vale +273 e un laureato in lettere –265. Finalmente tutto diventa un po’ più chiaro.

I dati però vanno visti nella loro interezza e così, dato che Feltri ha linkato lo studio in questione, sono andato a dare un’occhiata alle tabelle. E ho capito che non è un caso se Feltri scrive nel suo articolo “guardiamo all’Italia” e parla di “uomo laureato”: i numeri che fornisce riguardano infatti solo il nostro paese e solo gli uomini. Se guardiamo gli stessi dati dal punto di vista delle donne, ad esempio, vediamo che quel rovinoso –265 dei laureati in lettere passa a un più accettabile –15 (forse che le laureate prendano più sul serio dei loro colleghi maschi il proprio corso di studi?). E il +55 sbandierato da Feltri per chi studia “Fisica o Informatica” si rovescia in un –32 per le laureate (magari per effetto del maschilismo congenito che affligge certi settori del lavoro in Italia?).

Insomma, già così la lettura di Feltri sembra un po’ sbrigativa. Ma un ulteriore elemento di confusione lo aggiunge il fatto che i gruppi di lauree riportati nell’articolo risultano un po’ più ampi nello studio. Ad esempio il valore attribuito a “un laureato in legge o in economia” è in realtà quello di un gruppo definito “Social science, business and law”. Mentre quando si parla di “Fisica o Informatica” ci si riferisce a un gruppo definito “STEM”, che nei paesi anglosassoni raccoglie le discipline scientifiche, tecnologiche, matematiche e ingegneristiche. Per altro quest’ultime appartengono all’Olimpo delle facoltà su cui, secondo Feltri, dovrebbero buttarsi “i ragazzi più svegli e intraprendenti” (nonostante non si posizionino ai vertici di questa classifica).

Insomma, la situazione è più complessa di come è stata presentata nel post di Feltri. E non solo perché è facile dissentire con la sua cura che prescriverebbe una diserzione di massa dalle facoltà umanistiche in favore di quelle scientifiche (se i laureati in materie scientifiche raddoppiassero, siamo certi che il mercato sarebbe in grado di assorbirli? E se pure ci fossero selezioni più severe per lasciare invariato il numero dei laureati, che vantaggio avrebbe ottenuto uno studente che non ha completato un corso in economia rispetto ad aver conseguito una laurea in storia?). Ma anche perché, se allarghiamo lo sguardo ad altri paesi europei, la questione si presenta ben diversa.

Guardiamo ad esempio la Polonia. Secondo lo stesso studio i laureati in scienze umanistiche riportano un valore positivo: +73 gli uomini, +67 le donne. E il dislivello è assai meno marcato rispetto ai loro colleghi laureati in economia o ingegneria, entrambi a +129. Che cosa vuol dire? Sinceramente non lo so: non sono un economista e preferisco non azzardare conclusioni. Ma sono stato di recente in Polonia, a Wroclaw, invitato dall’Istituto Grotowski (ebbene sì, mi occupo di teatro, in qualche modo ci campo pure e non sono ricco di famiglia – i miei, ad esempio, 50.000 euro per pagarmi la Bocconi non se li potevano permettere). Quello che ho trovato è un istituto dinamico e gestito da gente giovane, tra i trenta e i quarantacinque anni. Lontano cioè anni luce da quel sistema polveroso, bloccato, tendenzialmente gerontocratico e fortemente influenzato dalla politica anche nella scelta del personale che è il sistema italiano della cultura. Che cosa se ne può ricavare? Che forse non sono gli studi umanistici in sé, il problema, quanto la situazione drammatica del settore cultura tutto, dalla conservazione dei beni culturali ai settori dell’innovazione artistica. In un paese a vocazione turistica come il nostro, che per di più vanta un patrimonio artistico-culturale superiore a molte altre nazioni, è praticamente una vocazione al suicidio. O uno spreco, in termini economici.

Insomma, se non inquadrati a dovere nella loro complessità i famosi “dati oggettivi” rischiano di essere meno leggibile del famoso responso della Sibilla cumana – andrai tornerai non morirai – dove una virgola prima o dopo il “non” stravolge interamente il senso del vaticinio.

Ad ogni modo già quanto detto fino qui basterebbe a ribaltare la parte più scivolosa del Feltri-pensiero (che finanziamo a fare facoltà che non producono posti di lavoro?). Ma c’è un aspetto ancora più inquietante, che ha a che vedere con il tipo di società che aspiriamo ad essere, e che evidenzia lui stesso quando scrive: “Nessuno dice che le materie che si studiano nelle facoltà che garantiscono redditi bassi e disoccupazione siano da disprezzare. Anzi, spesso sono interessantissime e cruciali per la nostra formazione come individui. Ma quello che forma l’individuo non necessariamente è utile anche a formare un lavoratore”. Il centro della questione, per altro nemmeno così nuovo, se le università debbano essere degli incubatori di lavoro o possano aspirare ad essere qualcos’altro. Feltri ritiene che quel “qualcos’altro” te lo devi poter permettere: “Se poi volete comunque studiare filologia romanza o teatro, se ve lo potete permettere o se vi attrae un’esistenza da intellettuale bohemien, fate pure. Affari vostri. L’importante è che siate consapevoli del costo futuro che dovrete pagare”.

Insomma, la cultura è privilegio di pochi (e ricchi). Tutti gli altri che vadano a lavorare, a sostenere in termini di tasse e servizi il grande meccanismo che regge la società. Se poi sono bravi potranno magari emergere e magari dire la loro su un giornale. In realtà anche qui nulla di nuovo, anzi, siamo alla dialettica servo-padrone di Hegel, come ricorda Rocco Ronchi in un recente saggio, «Zombie outbreak»: “La differenza tra Signore e Servo era appunto la differenza che passa tra godimento e lavoro. Il padrone gode, il servo lavora. Sappiamo tutti cosa è lavoro. Forse non sappiamo bene, però, cosa è godimento. Lavorare è, sostanzialmente, trasformare per un certo tempo la propria vita in una funzione, lavorare è mettere il proprio corpo (e la propria intelligenza) all’opera. L’opera è la produzione di valore. Quando si lavora il fondamento del proprio essere è fuori di sé, è per-altro. Dove? Nel godimento del padrone, appunto”.

Essere “individui”, anziché soltanto “lavoratori”, è probabilmente un modo parziale di redistribuzione del godimento. Pensare ad una società dove questo aspetto, in termini di formazione universitaria, sia destinato soltanto a chi può permetterselo come hobby, è un’idea di società profondamente diseguale. Soprattutto se vediamo che ciò non avviene in altri paesi europei con un Pil inferiore al nostro.

Alla base dell’ideologia che si sta diffondendo – e di cui il post di Feltri è un segnale illuminante – c’è una concezione della vita basata sulla produzione, sia pure immateriale, o sull’accumulo finanziario dove non esiste più un “fuori” rispetto alla produzione. I servizi a cui aspiriamo vanno pagati e lo saranno sempre di più, compresi quelli che una volta erano appannaggio dello Stato sociale come scuola e sanità. Occorrerà guadagnare molto e a testa bassa per poterseli permettere. E se, oltre a quelli, si vuole accedere alla propria porzione di “godimento” – che presumibilmente corrisponderà al consumo di beni e servizi – occorrerà guadagnare ancora di più.

Questa visione del mondo non è affatto improbabile. Per un pezzo di mondo produttivo si tratta in realtà di un orizzonte auspicabile: il sistema economico e sociale che reggerà, e forse già regge, le nostre società nel XXI secolo. Il problema però è capire se è questa la vita che vogliamo vivere. Se riteniamo che lo Stato e le sue istituzioni, come l’università, debbano inseguire le leggi inamovibili dei numeri e dell’economia o se invece possano ambire a governarle. Se pensiamo che alcune cose “inutili” come l’arte e il patrimonio culturale prezioso di cui disponiamo costituiscano una prospettiva concreta per vivere una vita degna di essere vissuta o siano solo un peso economico a cui far fronte.

Il post di Feltri, in fondo, non è che una riedizione della favola di Esopo sulla cicala e la formica in chiave moderna. Se volete fare gli “intellettuali bohemien”, affari vostri. Dall’aggettivo “bohemien” è già evidente che Feltri non riconosce alla cultura alcun tipo di ruolo nella società e nel dibattito pubblico, attraverso il giornalismo culturale o i settori dell’arte, dei beni culturali e altri ancora che pure impiegano in Italia un numero considerevole di persone. Ma la storia della cicala e della formica non è solo un giusto ammonimento verso chi non lavora: è anche la metafora di una società assai poco solidale, secondo un pedagogista come Gianni Rodari, che preferiva stare dalla parte della cicala che “regala il suo canto” piuttosto che dalla parte dell’avara formica. Che le nostre società preferiscano lasciare indietro chi non ce la fa, chi non produce, chi non è competitivo è forse il dramma più grande del nostro tempo, le lo si riscontra a vari livelli: tra ricchi e poveri, tra nord e sud, tra gli Stati – ad esempio nel caso della Grecia – e tra le popolazioni, quando pensiamo di poter arrestare le migrazioni di chi cerca una vita migliore in Europa.

Nel caso delle discipline umanistiche, poi, si tratta perfino di un fraintendimento. Ad esempio nel campo dell’arte, gli interventi più decisi nei rispettivi settori da parte di paesi come Francia e Germania crea eccellenze e posti di lavoro. Negli USA i laureati in lettere sono in percentuale più che da noi. E in paesi con Pil inferiori al nostro, come la Polonia, un sistema diverso riesce ad invertire il segno negativo in termini di impiego che affligge invece l’Italia.

Lo “spreco”, d’altronde, in realtà un valore economico ce l’ha eccome. Basterebbe farsi un giro in un corso di antropologia o ascoltare un regista teatrale come Massimiliano Civica quando ricorda che i salti evolutivi da un punto di vista culturale, nella nostra società, si sono verificati proprio grazie allo spreco. Fermarsi a seppellire i morti, per le società nomadi primitive, era sicuramente uno spreco di tempo e risorse. Eppure dare una collocazione alla morte, creare un culto degli avi, ha aiutato quelle stesse società a immaginarsi un loro posto nel mondo. Un fine a cui tendere, per cui impegnarsi e lavorare.

L’economia stessa sa bene quanto possano contare sentimenti improduttivi come la paura – ad esempio in una crisi dei mercati – o il desiderio, il cui studio è pane quotidiano di qualunque pubblicitario che voglia vendere uno straccio di prodotto.

Tornando a Ronchi, il docente di filosofia intitola il suo saggio «Zombie outbreak» perché nelle inquietanti immagini degli horror movies intravede la metafora di una condizione dettata dal lavoro: gli zombi-schiavi della tradizione haitiana sarebbero gli operai della rivoluzione industriale, mentre quelli cannibali dei film di Romero rappresentano la deriva compulsiva del consumo, unico godimento possibile per la massa anonima ma anche, contestualmente, orizzonte apocalittico della società. Queste due condizioni estreme, poiché senza uscita, hanno nuovamente a che fare col godimento che invece spetta a chi dalla massa si distingue. “Si gode quando la vita assume se stessa come scopo – scrive Ronchi –. Si gode quando la vita vive, quando non è subordinata ad altro […]. Aristotele definiva la vita sulla base del godimento. Per questo diceva che la vita non è poiesis ma praxis, esercizio che ha il suo fine in se stesso. Un esempio di praxis è, ad esempio, il canto allegro e spensierato”.

Il canto allegro e spensierato, in qualche modo, chiude il cerchio del ragionamento. Perché tra le righe del post di di Feltri fa capolino un sospetto strisciante: un lavoro che mette al centro il godimento – della conoscenza, dell’opera d’arte, dello spettacolo – è in fondo un lavoro sospetto. Non si tratta del godimento che nasce dall’accumulo economico, godimento legittimo del risultato dei propri sforzi. È un godimento che prescinde dal consumo e dalla spesa e quindi cortocircuita con l’ideologia odierna dove tutto deve avere una funzione misurabile. Chissà se invece, tra padroni che godono e schiavi che lavorano, tra zombi haitiani senza emozioni e non-morti voraci e ossessionati da un pulsione bulimica al consumo, uno scarto non possa essere rappresentato proprio da quelle discipline che riusciamo, per indole o formazione, a connettere col godimento della conoscenza?

È risaputo quanto, accanto all’intelligenza e alla tenacia, occorra una certa dose di passione per completare un corso di studi universitario e farlo fruttare dal punto di vista lavorativo. Feltri lo intuisce, ma preferisce sacrificare il godimento a una “real politik” tutta sua. “Studiate quello che vi pare, ma poi sono fatti vostri”, intitola il suo secondo intervento. Dove osserva: “Anche io avrei preferito studiare scienze politiche o filosofia, ma alcune persone sagge più vecchie di me mi hanno consigliato di fare qualcosa di più utile e meno divertente. Mi sa che avevano ragione”. Chissà, magari se avesse scelto filosofia sarebbe riuscito a dare una prova di giornalismo meno superficiale.

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Yes We Dead – lo zombi politico di Elvira Frosini e Daniele Timpano https://minimaetmoralia.it/teatro/zombitudine-elvira-frosini-e-daniele-timpano/ https://minimaetmoralia.it/teatro/zombitudine-elvira-frosini-e-daniele-timpano/#respond Sun, 16 Nov 2014 10:02:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24359 Questo testo è stato usato come accompagnamento al programma di sala dello spettacolo Zombitudine, in programma al Romaeuropa Festival 2014, fino al 28 novembre al Teatro dell’Orologio di Roma. (La foto è di Sefora Delli Rocioli)

“Gli zombi siamo noi”, dicono Elvira Frosini e Daniele Timpano. Siamo noi i morti viventi che affollano gli uffici, le strade, i centri commerciali e persino i teatri. Portiamo visibili sul nostro corpo i segni del disfacimento da cui pure ci sentiamo braccati, assediati come il classico drappello di sopravvissuti degli zombie-movie, ultima sparuta minoranza umana in un mondo di morti. E se la nostra umanità fosse svanita? Se la linea di demarcazione tra il dentro e il fuori, peraltro già sottile, si fosse completamente dissolta? Se la barbara orda famelica e la minoranza che resiste non fossero altro che ruoli che ci scambiamo di volta in volta?

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Questo testo è stato usato come accompagnamento al programma di sala dello spettacolo Zombitudine, in programma al Romaeuropa Festival 2014, fino al 28 novembre al Teatro dell’Orologio di Roma. (La foto è di Sefora Delli Rocioli)

“Gli zombi siamo noi”, dicono Elvira Frosini e Daniele Timpano. Siamo noi i morti viventi che affollano gli uffici, le strade, i centri commerciali e persino i teatri. Portiamo visibili sul nostro corpo i segni del disfacimento da cui pure ci sentiamo braccati, assediati come il classico drappello di sopravvissuti degli zombie-movie, ultima sparuta minoranza umana in un mondo di morti. E se la nostra umanità fosse svanita? Se la linea di demarcazione tra il dentro e il fuori, peraltro già sottile, si fosse completamente dissolta? Se la barbara orda famelica e la minoranza che resiste non fossero altro che ruoli che ci scambiamo di volta in volta?

Da questi interrogativi parte la critica caustica, stralunata e crepuscolare che il duo Frosini-Timpano rivolge alla società, all’Italia e al suo ammaccato mondo culturale – che poi sono cerchi concentrici, maglie di una spirale che si stringe attorno allo spettatore, chiamato in causa pure lui. Perché chi è che davvero può chiamarsi fuori da quella condizione odierna che, secondo i due artisti, è la “zombitudine”? Ovvero: chi è davvero il mostro?

Fin dal mitico racconto di Fredric Brown, La sentinella, quello del rovesciamento è il meccanismo più “politico” con cui la fantascienza e l’horror hanno sondato gli abissi oscuri dell’animo umano. Lo zombi, poi, è il mostro politico per eccellenza: è la massa rabbiosa che preme alle porte, è la fame cieca del consumismo, è il disfacimento in atto. La scena simbolo del genere non a caso è quella in cui un’orda di non morti assedia un centro commerciale, dove quattro umani asserragliati godono dell’opulenza delle merci nel terrore dell’apocalisse che si svolge attorno a loro. George Romero, papà del moderno zombi e regista di Dawn of the Dead da cui quella scena è tratta, non ha mai nascosto la sua sprezzante critica alla società.

Ma se in tanti si sono cimentati con la potenza di questa metafora sullo schermo, in pochi lo hanno fatto sulle assi del palcoscenico. A provarci non poteva essere che Daniele Timpano, come naturale proseguimento della sua Storia cadaverica d’Italia, che attraverso il corpo morto dei politici (Moro, Mazzini, Mussolini) ha sviscerato – è il caso di dirlo – le retoriche politiche italiane. E non poteva che farlo assieme ad Elvira Frosini, con cui ha già sondato un altro tipo di retoriche, quelle amorose, affondando così lo sguardo nelle ossessioni della quotidianità.

Il rovesciamento, d’altronde, è anche la cifra più caratteristica del duo romano, in grado come pochi altri di tenere assieme pop e critica sociale, una miscela che in teatro risulta spesso esplosiva per chi la maneggia. Perché è facile varcare il confine, aderire a ciò che si dice di voler criticare, ingabbiarsi nella retorica che si vorrebbe scardinare.

Lo zombi è dunque il reietto. È l’immigrato che bussa alle porte dell’Europa, il precario che aspira al posto fisso, il consumatore che anela alla merce mentre tutto attorno va in rovina. Ma è anche l’essenza di un mondo già morto che non vuole morire, paradigma eloquente nell’Italia delle gerontocrazie e del pantano politico e culturale. O il paradosso di un mondo artistico e intellettuale che si pensa “altro” e che, con le sue miserie economiche e morali, altro davvero non riesce ad essere.

La decadenza ci appartiene e il pop ci divora. Ad entrambe le cose, sembrano dire Frosini e Timpano, non riusciamo ad opporre resistenza. Tanto vale, allora, ammetterlo che i divoratori di noi stessi siamo anche un po’ noi.

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Il Grande Fratello ai tempi degli zombie https://minimaetmoralia.it/televisione/il-grande-fratello-ai-tempi-degli-zombie/ https://minimaetmoralia.it/televisione/il-grande-fratello-ai-tempi-degli-zombie/#comments Thu, 30 Jul 2009 09:00:13 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=423 Questo articolo è apparso, in forma diversa, sul bimestrale PiBook, nei numeri di gennaio/febbraio 2008 e di marzo/aprile 2008. Più o meno, la televisione la guardiamo tutti. Lamentandocene, e a ragione, oppure seguendone i programmi con sospetta appassionata partecipazione. In ogni caso, anche quando vogliamo farne a meno, anche nei periodi in cui abbiamo l’impulso […]

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Questo articolo è apparso, in forma diversa, sul bimestrale PiBook, nei numeri di gennaio/febbraio 2008 e di marzo/aprile 2008.

Più o meno, la televisione la guardiamo tutti. Lamentandocene, e a ragione, oppure seguendone i programmi con sospetta appassionata partecipazione. In ogni caso, anche quando vogliamo farne a meno, anche nei periodi in cui abbiamo l’impulso a chiudere l’apparecchio dentro il cestello della lavatrice, ugualmente quello che sta nella tv, e che dalla tv viene fuori, ci raggiunge. Perché la tv è tentacolare, si insinua in ogni interstizio, arriva dappertutto. È come la polvere quando abbiamo appena finito di pulire: c’è ancora.

E con la tv arrivano fino a noi le sue narrazioni. In gran parte sono narrazioni canonicamente organizzate nella forma della cosiddetta fiction – dai film per la televisione alle sit-com, dalle soap a quelli che un tempo si chiamavano sceneggiati. A riconoscere tutto questo come fiction occorre poco sforzo, e va bene. Ma di narrazioni ce ne sono anche all’interno di trasmissioni che non sono in primo luogo – almeno all’apparenza – narrative. Eppure, solo facendo un po’ di attenzione, evitando di liquidare la programmazione tv come l’immagine della nostra involuzione nazionale (atteggiamento legittimo ma semplicistico), possiamo renderci conto che modelli narrativi sono intrinseci anche a programmi di non-fiction come, per fare un esempio concreto, quei programmi che in questi ultimi anni sono stati intesi come una specie di sintesi della televisione contemporanea. Ovvero i reality show. E all’origine dei reality show, in Italia, c’è Il Grande Fratello.

grande_fratelloProviamo allora a osservarlo, il Grande Fratello, nelle sue componenti narrative, con l’obiettivo di compiere una decifrazione del tempo presente. E per compiere questa piccola impresa partiamo da qualche anno fa, dalla prima edizione italiana del GF.
Mi ricordo che era l’autunno del 2000. Me ne ricordo perché a novembre, a Torino (la città in cui vivo), si tiene un festival cinematografico che quando posso cerco di seguire. Sapevo che in quegli stessi giorni era partito il GF, sui giornali non si era parlato d’altro, ma passando le giornate al cinema riuscivo a vedere, la sera tardi o all’inizio della notte, le repliche. Quell’anno il festival dedicava una retrospettiva a un regista americano che si chiama George Romero. Per intenderci, quello dei film con gli zombie. La sera, dunque, andavo al cinema, guardavo un film con gli zombie (mi piacciono molto), tornavo a casa, accendevo la tv e guardavo la replica del GF, la sintesi della giornata. Nel giro di un paio di giorni, la vicinanza temporale tra queste due azioni – guardare i film con gli zombie-guardare il GF – aveva prodotto delle conseguenze inaspettate. Nel senso che nel giro di un paio di giorni avevo avuto la sensazione che tra quello che avevo appena finito di guardare al cinema e quello che stavo guardando in tv non ci fosse nessuna sostanziale differenza. Osservavo quanto accadeva nella «casa» che ospitava la dozzina di concorrenti al gioco, e davanti agli occhi mi scorrevano le scene del film che avevo visto mezz’ora prima. Si sovrapponevano senza sbavature. Stavo guardando la stessa cosa. Dopo un primo momento di smarrimento, avevo provato a capire che cosa stava succedendo. I collegamenti, in effetti, erano tanti. Collegamenti drammaturgici, strutturali, di situazione. Mi era sembrato strano perché in prima battuta non mi riusciva di immaginare nulla di più distante tra una serie di film horror con sottintesi sociopolitici e il reality show che stava facendo irruzione in quel momento in Italia. Valeva dunque la pena di ragionarci.

Morti_viventi_vastaChiunque abbia visto La notte dei morti viventi, che di Romero è il film più noto, ma anche un altro dei suoi film, sa che queste narrazioni partono sempre dalla stessa premessa: persone diverse tra loro per estrazione sociale e temperamento, si ritrovano a condividere lo stesso spazio per difendersi dalla minaccia dei morti viventi. Questo spazio è di volta in volta un bunker sotterraneo, un ipermercato, un cinema oppure, come appunto accade in La notte dei morti viventi, una casa nel bosco.

Una casa. La casa. E già scatta il primo collegamento: la premessa drammaturgica dei film di zombie e del GF prevede la concentrazione di persone diverse all’interno di un luogo chiuso che dà salvezza. Fuori c’è il pericolo, una morte reale o simbolica. Questa configurazione iniziale fa scattare il secondo collegamento: una storia nella quale un gruppo di persone trova rifugio in un luogo chiuso e separato l’aveva già inventata Giovanni Boccaccio nel Decamerone. Anno 1349 (decisamente prima dell’invenzione del cinema e dei format televisivi). Prendi sette donne e tre uomini, li rinchiudi in una villa per salvarli dalla peste e loro cominceranno a parlare, a raccontarsi storie, a generare narrazioni.

Lo schema è dunque: fuori dalla casa c’è il male, la morte, mentre dentro c’è la salvezza, una vita possibile. Nel GF, restare nella casa vuol dire permanere nell’identità di concorrente, e dunque in quella di personaggio televisivo, vivo nella misura in cui viene continuamente percepito dagli altri, mentre uscire dalla casa è una sorta di piccola morte simbolica, specialmente se questa uscita avviene molto presto, prima che la dimensione «personaggio» abbia preso il sopravvento sulla dimensione «persona». Quando esci dalla casa del GF muori perché il processo si inverte, perché torni a esistere in uno spazio non televisivo e dunque, per quella che si è radicata adesso come percezione comune, nel buio della normalità.

Lo schema – lo abbiamo appena visto – prevede anche che chi trova rifugio nella casa si racconti storie. Questo per stare a Boccaccio. Ma gli sceneggiatori dei film di zombie e gli autori del GF hanno capito che, oltre a raccontare storie, i personaggi rinchiusi devono anche agirle, le storie, farle accadere attraverso una trama di relazioni, di fatti, di contrasti anche microscopici.

E quali sono, per lo più, questi fatti? Non molto di più delle dinamiche che si scatenano nei piccoli gruppi che vivono in cattività. Nella casa del GF si creano alleanze, si producono dissidi, si formano microbande e si definiscono incompatibilità. Esattamente quello che accade nei film degli zombie, con gli umani spaventati dalla minaccia incombente che lottano per la leadership, emarginano il debole o provano a essere solidali. Tutto quel grumo di relazioni che da sempre è stato oggetto privilegiato delle narrazioni e al quale evidentemente ci fa piacere partecipare. Perché in quel grumo di relazioni si condensano gli affetti, le cosiddette emozioni, e alle narrazioni domandiamo di farci conoscere delle cose facendocele prima di tutto «sentire». Non semplicemente assistendo, dunque, ma partecipando (ai film horror partecipiamo attraverso quel particolare coinvolgimento suscitato dalla paura, più esattamente dalla identificazione nelle figure più vulnerabili; nella narrazione del GF, invece, la partecipazione agli eventi si stabilisce a partire dal piacere che ci dà trovarci immersi nel nostro «basso» portato in alto, in quell’intrico di piccole vicende che connota il quotidiano di ognuno elevato però dall’amplificazione televisiva a fenomeno fondamentale).

GF2_zombieMentre guardavo le repliche notturne del GF, sempre mescolandole alle immagini di Romero, mi ero reso conto di un altro collegamento tra i due contesti. Una specie di simmetria che confermava la somiglianza tra le due forme narrative.

Nella casa del GF il gioco prevede che ogni settimana avvengano le cosiddette «nominations» e che a queste segua l’eliminazione – dunque, simbolicamente, la morte – di uno dei concorrenti (la sua regressione da personaggio a persona). Nei film di Romero, di solito nei primi trenta minuti, a un certo punto si suppone sia possibile fuggire. Cinquanta metri fuori dalla casa c’è un furgoncino con le chiavi inserite nel quadro comandi. È sufficiente raggiungerlo, entrare nell’abitacolo, far partire il furgoncino, andare a chiamare aiuto. Soltanto che il tragitto che divide la casa dal furgoncino è infestato dai morti viventi, si rischia la morte. Occorrerebbe dunque un volontario, che però non si fa avanti. Allora si deve estrarre a sorte. Con il classico metodo visto in tanti film, quello dei bastoncini tutti uguali tranne uno che è più corto, chi lo prende deve andare. È nominato. E chi è nominato e va, sicuramente raggiunge il furgoncino, entra nell’abitacolo, cerca di mettere in moto, le chiavi gli cadono, le riprende, riprova ma il motore non parte, intanto gli zombie hanno circondato il furgoncino e di lì a qualche minuto avranno banchettato con questo martire involontario, la cui morte, nell’economia narrativa della storia messa in scena, serve a precisare quanto grave e drammatica sia la situazione.

La deduzione che faccio è: sia nella logica narrativa del GF che in quella dei film di Romero è necessario introdurre un elemento drammaturgico che lavori alla sottrazione progressiva e regolata dei personaggi. Insomma, vale la logica della selezione estrema, dell’essenzializzazione. In entrambi i casi sappiamo che il vincitore, il sopravvissuto, sarà tale a condizione della morte degli altri.

delatoriA questo punto, seduto sul mio divano, mi ritrovavo con due constatazioni. La prima di ordine strutturale-scenografico, ovvero sia nei film di zombie che nel GF la narrazione parte dalla definizione di un dentro e di un fuori, per lo più attraverso una casa. La seconda di ordine strettamente narrativo, ovvero quella per cui sia nei film di zombie che nel GF è necessario uno smaltimento ordinato dei personaggi in modo tale da esaltare, nel sopravissuto (o nei sopravvissuti), l’idea che stare al mondo sia soprattutto questo, un resistere all’interno di un contesto sfavorevole (con la differenza etica, non proprio secondaria, che la logica del GF istituisce la delazione – attraverso la nomination e l’eliminazione – come forma di rapporto, dando corso legale al criterio del «mors tua vita mea», con tutto il suo implicito cinismo).

Il colpo di grazia, però, quello che aveva determinato la saldatura definitiva tra queste due narrazioni arrivò nel momento in cui mi trovai ad assistere all’eliminazione di un concorrente dalla casa. In una narrazione come quella del GF l’eliminazione, l’abbiamo detto, è una morte. In quanto tale va esorcizzata. Per questa ragione l’eliminato viene accolto da una guida rossa, da applausi e strepiti, come se si dovesse celebrare una vittoria, quando invece si sta cercando, nel profluvio barocco della festa, di cancellare il senso della sconfitta.

Nella scena che mi ritrovai davanti agli occhi, l’eliminato varcava la porta che lo riconduceva dalla casa nel mondo, e osservava sorpreso la massa di gente che da dietro le transenne lo chiamava e lo salutava e lo festeggiava. Mentre l’eliminato assisteva stupito a questa scena, il mio sguardo si era concentrato sulla gente. Decine e decine di persone (pochissimi parenti e amici e molti figuranti invitati a interpretare la felicità per il ritorno) che da dietro le transenne si sporgevano in avanti verso il concorrente, le braccia tese e brancolanti che cercavano di afferrarlo. In questo caso lo scaturire del nesso fu tanto fulmineo quanto sconfortante: le braccia che si allungavano in avanti, le mani che cercavano di artigliare il personaggio uscito dalla casa, erano le stesse che vedevo nei film di Romero, le braccia dei morti viventi che nelle scene più drammatiche spuntano da tutti i varchi, sprofondano in tutti gli interstizi cercando di catturare l’umano che dentro la casa prova a resistere ancora inchiodando assi di legno alla porta ormai quasi del tutto divelta.
A sancire irreparabilmente il cortocircuito contribuì la scena successiva. L’eliminato dalla casa si avvicinava al pubblico vociante che lo afferrava, lo stringeva, lo portava a sé e nella furia degli abbracci gli faceva scavalcare il limite delle transenne e lo sommergeva. L’inquadratura mostrava un coagulo di corpi che ricopriva il corpo del concorrente eliminato, così come nei film di Romero gli zombie riescono infine a catturare l’umano, a trascinarlo fuori, a sommergerlo e a divorarlo.

Perché di questo si tratta, mi ero detto guardando mescolarsi i corpi del pubblico e degli zombie. Noi – noi che guardiamo la televisione, che ce ne lamentiamo, che la critichiamo, oppure che non riusciamo a farne a meno – abbiamo tutti quanti fame. E per nutrirci vogliamo mangiare carne. Carne di personaggio. Vogliamo, come gli zombie di Romero, catturare qualcuno che sia passato per la centrifuga televisiva, per quell’acceleratore di particelle che è l’immaginario suscitato dalla tv, e nutrircene. Perché nutrendocene facciamo nostro il suo corpo, le sue proprietà magiche, il suo essere un corpo televisivo, televisivizzato, e diventiamo a nostra volta, almeno un poco, personaggi. Mangio personaggi per essere anch’io un personaggio, per sottrarmi a quello che avevamo definito il buio della normalità, dell’essere persone.
Mi sarebbe piaciuto fare un montaggio video ricorrendo al cosiddetto split half, cioè allo schermo diviso in due: da una parte il pubblico parossisticamente felice del GF che prende e divora (di abbracci, certo, e di baci, ma sempre un divorare è) il concorrente-personaggio, dall’altro i morti viventi che prendono e divorano (non esattamente di abbracci e di baci) l’umano. Volevo cioè costruire una specie di rima tra le due scene, qualcosa che le facesse reciprocamente riverberare descrivendo così il meccanismo del quale siamo parte per lo più inconsapevole, un meccanismo per il quale desideriamo consumare compulsivamente narrazioni televisive, carne televisiva, figure televisive che esistendo oltre quella soglia alla quale attribuiamo la capacità di esaltare il grado di esistenza di ognuno, sono più esistenti di tutti gli altri. Senza rendercene conto, a queste narrazioni domandiamo di sfondare se stesse e di venire verso di noi, di accoglierci (come l’esploratore di La rosa purpurea del Cairo, il film di Woody Allen del 1985, che risponde al desiderio della protagonista, esce dallo schermo cinematografico e le va incontro rompendo ogni cesura tra realtà e narrazione).

A queste narrazioni domandiamo di lasciarsi divorare da noi, docilmente.
Noi, i famigerati telespettatori, i fruitori di mille storie.
Gli zombie cannibali.

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