George Sand Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/george-sand/ un blog di approfondimento culturale Thu, 11 Jun 2026 16:27:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg George Sand Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/george-sand/ 32 32 “La fanciulla di Albano”: un racconto inedito di George Sand https://minimaetmoralia.it/cultura/la-fanciulla-di-albano-un-racconto-inedito-di-george-sand/ https://minimaetmoralia.it/cultura/la-fanciulla-di-albano-un-racconto-inedito-di-george-sand/#respond Fri, 12 Jun 2026 06:27:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57664 Nel giugno del 1876, 150 anni fa, George Sand passava ai più. Nell’anno in cui la Francia la celebra e ne discute l’ingresso al Panthéon, minima&moralia pubblica una traduzione originale e inedita di una sua novella giovanile, La fille d’Albano, “La fanciulla di Albano”. Il racconto risale al 1831. La scrittrice si chiama ancora Aurore […]

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Nel giugno del 1876, 150 anni fa, George Sand passava ai più. Nell’anno in cui la Francia la celebra e ne discute l’ingresso al Panthéon, minima&moralia pubblica una traduzione originale e inedita di una sua novella giovanile, La fille d’Albano, “La fanciulla di Albano”.

Il racconto risale al 1831. La scrittrice si chiama ancora Aurore Dupin, ha ventisette anni e vive a Parigi con il giovane amante Jules Sandeau. I due scrivono a quattro mani racconti per giornali e riviste, frequentano teatri e circoli letterari. La fille d’Albano esce sulla rivista “La Mode” a firma J.S., le iniziali di Sandeau. L’hanno scritta insieme? L’ha abbozzata uno dei due e l’altro l’ha sviluppata? Non lo sapremo mai. Di certo, nel giro di un anno e firmandosi per la prima volta George Sand, Aurore scriverà da sola Indiana, che susciterà scandalo e otterrà grande successo. Sandeau non arriverà mai a eguagliare la sua fama.

La protagonista del racconto è una giovane in procinto di sposare un abbiente magistrato. Ha un passato fra gli artisti, ha posato come modella, ha dipinto. Il giorno del matrimonio arriva inatteso il fratello maggiore, pittore, e le offre di scappare con lui, nel nome della libertà dalla prigione che la tranquillità borghese rappresenta. Sand, reduce da un matrimonio fallito e da poco approdata alla vita parigina bohémien, parlava in qualche modo anche di sé. Il titolo allude al dipinto “Vittoria d’Albano” di Horace Vernet, esposto a Parigi proprio nel 1831, che ritraeva Vittoria Caldoni, modella ottocentesca originaria di Albano Laziale, nota nei circoli artistici europei del tempo.

A 150 anni dalla sua scomparsa, la figura di Sand, libera, anticonformista, formidabilmente intelligente, è ancora necessaria. Tornare a leggere anche le sue prove più acerbe, nelle quali il programma di una vita era già in controluce, è un modo per rendere giustizia a una figura femminile che in Italia è quasi dimenticata, mentre in Francia è una vera istituzione.

La traduzione è di Rita Charbonnier, autrice del romanzo L’amante di Chopin (Marcos y Marcos, 2023), dedicato a George Sand.

La fanciulla di Albano

di George Sand

Traduzione di Rita Charbonnier

Era una domenica, uno di quei bei giorni di maggio; il suono della campana vibrava nel fondo della valle e in tutto il borgo spirava un’aria di festa. Le ragazze correvano allegre, con le cuffiette candide ben ritte sulle teste; la guardia rurale procedeva solenne, col distintivo lucido sul braccio; alcuni giovani portavano cesti colmi di fiori, altri appendevano al portico gotico della chiesa parrocchiale fresche ghirlande di pervinche e margherite, che si riversavano sulle crepe polverose e sugli arabeschi consunti del frontespizio. Le rondini descrivevano grandi circoli nel cielo azzurro, e nell’aria odorosa di violette si respirava un profumo di felicità!

Nel castello regnava un’atmosfera assai diversa. Era uno di quegli antichi manieri che a poco a poco stanno sparendo dal suolo della Francia e che al viaggiatore piace trovare agghindati, con la loro aria di opulenza signorile, i quadri di famiglia alle pareti e gli ampi cortili aperti a ogni nuovo arrivato: che si tratti della carrozza blasonata del signore vicino come dell’agile landò del ricco industriale, del mendicante col tascapane in spalla come del povero artista che viaggia a piedi, e si riposa là dove il cielo è bello e la campagna ridente.

La signora del luogo, tanto ospitale nella sua dignità di castellana quanto il maniero del quale faceva gli onori, era ancor bella e possedeva quella rotondità che, per la bellezza, è come l’estate di San Martino. I suoi capelli grigi, arricciolati con cura, facevano un bell’effetto sotto la cuffia di pizzo anche se, tra quei riccioli d’argento, si scorgevano alcune rose finte che parevano sfidare il ridicolo. In ogni caso, la derisione si sarebbe spenta sulle labbra di chiunque avesse incrociato lo sguardo benevolo e il sorriso affettuoso di madame de Nancé; e una volta che le si fosse stretta la mano bianca e morbida, era impossibile non lasciarsi conquistare dalla schietta simpatia che le era come circonfusa attorno.

Dotato dei talenti e del carattere forte di uno stimabile magistrato, Aurélien de Nancé possedeva tutta la bellezza che aveva avuto sua madre, e tutta la bontà di carattere che lei ancora aveva. Un’inclinazione marcata, o, per dirla diversamente, una forte passione, l’aveva spinto a voler sposare una giovinetta priva di nome e di fortuna, ma di tal fatta che la ricca e nobile famiglia dei Nancé non avrebbe potuto rifiutarla senza incorrere nel ridicolo e nella più palese ingiustizia.

Lei era lì, senza diamanti né merletti, senz’altri ornamenti che il velo di garza sulla chioma e il bouquet bianco della promessa sposa; bella per grazia, poesia e giovinezza, Laurence non era più una bambina; conosceva già il mondo. Eppure, nel mezzo dell’assemblea solenne degli anziani, lasciava trasparire una goffaggine che rivelava il suo bisogno di libertà e che, in lei, diveniva un fascino in più. Quando pensava di non essere osservata, sembrava trasformarsi: il suo sguardo sognante si faceva intenso, e la dolce serietà del suo volto evocava la quieta certezza di una superiorità naturale.

Era toccante constatare di quanto amore e rispetto madame de Nancé e suo figlio circondassero Laurence; era toccante questa adozione dell’orfanella, cementata dal cuore prima che dalla legge; e questa fiducia da parte della fanciulla che, povera e abbandonata, accettava senza arrossire i doni del suo amante.

Aurélien era il sindaco del comune. Non potendo celebrare le proprie nozze, aveva fatto convocare il suo assistente, un bravo contadino che, sentendosi a disagio nell’abito nuovo e nella società dei suoi padroni, sospirava nell’attesa del momento in cui si sarebbe sbarazzato della cravatta e dell’incarico. Tra il matrimonio civile e la benedizione religiosa non si voleva far passare troppo tempo, ma le angosce del buon uomo si prolungavano, perché il curato non accennava ad arrivare. Era infatti andato a portare gli ultimi soccorsi a un moribondo in un luogo sperduto nelle campagne; così, tutti rimanevano in attesa, in quella sorta di imbarazzo che si impadronisce delle persone riunite per interpretare un ruolo, e sconcertate nel veder stravolgere l’ordine della rappresentazione.

Laurence non riusciva a resistere a questo disagio del quale lei, più di tutti, subiva il supplizio. Salì su una terrazza ornata di fiori che si elevava al centro di un piccolo giardino solitario, e da lì, affacciata al balcone, posò sulla campagna uno sguardo malinconico. Quello era il suo paese, ormai! Quello il recinto in cui i suoi affetti, i suoi sogni e le sue speranze si sarebbero reclusi! Una casa, dei doveri la attendevano! A quell’anima libera e fiera, che per patria aveva il mondo intero e neppure le bastava, sarebbero toccati spazi limitati, sentieri sui quali ogni giorno avrebbe lasciato l’impronta dei suoi passi volti all’orizzonte, ma che poi, inesorabilmente, sarebbero tornati al punto di partenza! Un tetto basso avrebbe riparato ogni sera la sua testa ardente di sogni e di fughe; un clima regolare avrebbe alternato il caldo e il freddo, senza che lei potesse mai cogliere in anticipo un raggio di sole o scansare il soffio del vento del nord.

Nel giro di un’ora, tutto sarebbe finito. Un freddo mortale scese sul suo cuore.

Ma poi, il suo pensiero tornò ad Aurélien… L’amore è come la magia, rende naturale ciò che era parso impossibile. In quel momento l’artista tornò donna e il sogno di una felicità diversa cancellò in lei il futile rimpianto di una felicità perduta. Dove mai si può trovare un’anima sufficientemente forte e cinica da esitare davanti alle promesse dell’amore, da respingere i suoi giuramenti, lusinghieri per l’orecchio quanto dolci per il cuore? Se quest’anima esiste, non è l’anima di una donna.

Così Laurence sognava la felicità e l’amore, quando alcuni passi fecero scricchiolare la ghiaia nei pressi. Si avvicinava un uomo in abiti da viaggio, coperto di polvere. Una capigliatura disordinata gli ricadeva sulla fronte ampia e color zafferano; la sua barba era folta e nera, e i suoi grandi occhi, infossati nelle orbite, guizzavano incendiati da un bagliore fulmineo.

«Oh, Dio! Sei tu» gridò Laurence, gettandosi tra le sue braccia. «Sei tu… Volevi proprio che questo fosse il giorno più bello della mia vita?»

«Sorella, bambina mia» disse il forestiero, carezzandole i capelli neri, «non sono dunque arrivato troppo tardi?»

«No, no, assisterai alle mie nozze, vedrai la chiesa e l’altare… e dipingerai un bellissimo quadro della cerimonia, non è vero? Oh, quanto devi dipingere bene, adesso!»

«E tu, Laurence, e tu? Hai dunque abbandonato la tua arte?»

«Ma no! A lui piace tanto vedermi lavorare…»

«Al borghese, dici?» mormorò lo straniero. «Siamo soli, qui?»

Laurence impallidì e percorse con occhi inquieti i sentieri tortuosi del parco; quindi, dopo un attimo di esitazione, condusse suo fratello nel proprio appartamento e chiuse la porta.

«Spiegatevi» disse lasciandosi cadere su una sedia, con una sorta di terrore.

«Bambina mia…» disse l’artista. «Ho vent’anni più di te, e questo mi dà il diritto di considerarti come una figlia… Bambina mia, hai riflettuto attentamente su ciò che ti accingi a fare?»

«Riflettuto? Ma sì, Carlos: io lo amo!»

«Ah, donna!» esclamò lui, battendo un piede a terra. «Amare un borghese, tu, mia sorella! Un cavillatore della legge, un uomo di mestiere, uno che misura la vita col compasso e manda al patibolo quelli che non rispettano i suoi canoni! Ascoltami: tu sei libera e io ti voglio bene; puoi sposarti, non litigheremo per questo. Ti ripeto ancora una volta quel che ti ho scritto quand’ero a Roma: devi fare ciò che desideri. Sono arrivato un po’ tardi, in effetti, a giudicare dalla corona nuziale che ti cinge il capo, ma voglio ancora sperare di restituirti la libertà; perciò tu mi ascolterai, e solo dopo che l’avrai fatto, potrò approvare il tuo matrimonio. Ne soffrirò, tuttavia, e ti vorrò bene ancora di più, perché ne avrai bisogno, povera bambina!»

Laurence posò la fronte candida sulla mano sottile, velata di vene azzurre, e una lacrima, che aveva cercato invano di trattenere, scivolò sul bouquet di gelsomino e fiori d’arancio.

Carlos, che aveva preso a camminare in silenzio per la stanza, fermò di colpo il passo, osservandola. «Sei bella come la Vergine del Correggio» disse «e hai tanta poesia nello sguardo, tanto fuoco nell’anima, tanto genio nelle mani… Tu, vegetare tra giuristi e contabili, tu, mettere soldi da parte, generare bambini, fare da serva a una famiglia e a un uomo! Oh, sorella mia, mia povera sorella… Senza dubbio, essi sono riusciti a convincerti che una donna non nasce libera, che la gloria disonora l’anima tua; che bisogna soffocare il fuoco sacro con acqua e cenere. Sorella mia, mia figlia, mia allieva, perduta, perduta!»

«No, Carlos. Così come il Cielo mi ha fatta, essi mi hanno accolta e amata; lungi dal pretendere che sacrificassi i miei desideri, le mie idee d’indipendenza e la mia passione per le arti, sono stati loro, lui, sua madre, a sacrificare i loro princìpi per farmi partecipe della loro felicità, senza esiliarmi dalla mia.»

«Dunque, i superbi si degnano di perdonarti il tuo genio. Dimmi: tuo marito ti perdona anche di essere bella, di quella bellezza che avrebbe dipinto Van Dyck? Non ti ha forse ordinato di lisciare i tuoi riccioli ribelli ricorrendo alla mano dell’acconciatrice, di costringere il tuo busto andaluso in una gabbia di stecche dure come acciaio, di tener basso il tuo sguardo di fuoco, di fare uso dei cosmetici per sbiancare il tuo colorito orientale? Oh cara, puoi star tranquilla, tuo marito è affascinante, tua suocera è perfetta… Loro si rassegnano a te, ti accettano senza rimproverarti. Ma sai davvero quali doveri la tua condizione ti impone? Sai cosa sia la schiavitù? Hai mai trascorso un’ora in prigione, e sai quanto lunga è la vita? Guarda quei fossati inariditi, quei bastioni in rovina, quella grata arrugginita che nessuno cala più: un tempo era così che si custodivano le donne, mentre gli uomini, ben oltre le mura di cinta, ingaggiavano battaglie, affrontavano assassini e rapitori, rischiavano la morte o il disonore. Non era poi così grave, in verità, che il proprio marito fosse nella lontana Terrasanta, se nel castello c’era un bel paggio… Ebbene, oggi per la donna ci sono catene più forti del ferro delle lance e della pietra delle fortificazioni: il pregiudizio, il costume. Ecco i vostri lacci, e guai a colei che li spezza! Le altre donne la disprezzeranno e gli uomini la ameranno, ma di un amore oltraggioso, privo di stima. Addio, dunque, alla libertà! Andrà a male il raccolto, oppure verrà meno il favore del ministro; tua suocera avrà la gotta e bisognerà curare l’eredità di uno zio ricco e malandato; e quando sarai sul punto di dare un figlio al tuo fortunato sposo, per il timore di veder svanire una speranza tanto preziosa (poiché una donna come te non potrà affrontare la maternità con la naturalezza delle donne del popolo), una prudenza esagerata ti imporrà le noie logoranti di una reclusione di sei mesi, sacrificando senza pietà i giorni più belli della tua giovinezza all’incerta speranza di un rampollo illustre, già visconte nel tuo grembo… Addio al tuo avvenire, addio agli allori, addio all’Italia!»

«Aurélien desidera l’Italia quanto me. Non ti ho forse scritto che saremmo venuti a raggiungerti laggiù?»

«Sì, in diligenza, con una scorta di gendarmi per proteggerti dai brividi dell’Appennino, e una comoda poltrona riservata a teatro, nel palco dell’ambasciatore! Addio alle nostre cene d’artisti, scintillanti di brio e poesia, quando, nel calore febbrile dell’ispirazione, il pittore abbozzava con audacia i tratti della danzatrice: ora eterea e flessuosa, che si piegava al languore dell’oboe, ora impetuosa e guizzante come una baccante rapita dai canti dell’ebbrezza. L’ebbrezza dell’artista! L’esaltazione impetuosa di un delirio sublime, il bruciante piacere dell’intelletto! La dissolutezza del genio, l’irruzione del fuoco celeste! Quell’ebbrezza furiosa che pareva strappare l’anima e imprimerla sulla tavolozza di Salvator Rosa e tra le note di Tartini. Vai, dunque! Nel mondo che ti attende, l’entusiasmo è cagione di scandalo e ti toccherà, fredda e disillusa, rinunciare a ogni gioia del pensiero, a quelle corse notturne che facevamo attorno ai monumenti antichi, a quelle estasi silenziose che ci tenevano avvinti sotto gli archi gotici dei templi medievali. La pietà è un dovere per una madre di famiglia: andrai in chiesa a pregare… Eppure, quali slanci ti ho visto provare quando eri solo una povera ragazza che viveva di pittura, nutrendosi di colori e ispirazione! Ricorda il nostro soggiorno a Parigi, la nostra casa sul Lungosenna deserto, l’antica città, la città della Storia; ricorda quelle due torri, sorelle rivali, che si levavano nel cielo luminoso, mentre la luna, languida e svagata, ritagliava in festoni d’argento le eleganti logge e le fasce di colonnine… E invece tu vivrai alla Chaussée-d’Antin, tra strade costruite solo ieri, allineate l’una all’altra come versi scolastici, bianche come le mani dell’ozio; del resto, dove mai potresti andare? Tu, sultana smarritasi in mezzo ai profani che fuggirebbero alla scia del tuo profumo d’ambra, e in mezzo ai baccellieri d’oltre Senna che troverebbero modo di celebrare la tua bellezza a voce alta, nonostante il pugnale scintillante alla cintura del tuo giannizzero.»

«Taci, Carlos! Questi ricordi mi lacerano l’anima» disse Laurence, il cuore colmo di un palpito furioso. «Per pietà, non costringermi a volgere il pensiero a un passato irrimediabilmente perduto, bello come la giovinezza, e come essa, inafferrabile.»

«Tu credi…» disse l’artista, afferrando il braccio della sorella, e i suoi occhi brillavano di un fuoco improvviso, «tu credi che non potremmo più essere felici! Chi ha infranto la nostra felicità, e ne ha nascosto anche i frammenti? Quali vincoli gravano su di te? Eccoli, sono questi!»

E afferrò bruscamente il bouquet di fiori d’arancio, per poi stritolarlo fra le mani.

«Carlos, io ho pronunciato un giuramento!»

«L’uomo non ha il diritto di giurare, poiché non ha i mezzi per mantenere la parola data. Stolto è colui che si lega al domani. Tanto varrebbe giurare sulla propria testa che per un’intera giornata il cielo sarà sereno.»

«Sono una donna, fratello mio, e ho bisogno d’affetto. Ero sola, e ho trovato una famiglia; avevo sognato l’amore, e l’ho ispirato.»

«Il genio non ha sesso. La donna nata per perpetuare la specie e l’artista, che porta in sé la vita di un intero mondo, sono cose assai distinte. L’artista non appartiene a se stesso; le piccolezze della vita ordinaria gli vanno strette. Il disgusto e la noia, la noia pungente, il tormento, la fine atroce di un’anima operosa giungeranno presto ad appannare quel falso splendore di felicità che la piatta quotidianità promette invano. Ah, quante volte avevi giurato di non essere mai altro che un’artista! Eri così fiera della tua libertà, dei tuoi costumi puri come la buona fede, sereni come la salda coscienza! È stato dunque vano rifiutare il povero Henriquez, che ti avrebbe donato fino all’ultimo dei suoi pennelli, che ti raffigurava in tutte le creazioni del suo giovane talento… Tu lo sacrificasti alla sua gloria e anche alla tua; spezzasti il suo e il tuo cuore… E ora che ha conquistato il successo sotto il cielo della sua patria, egli ti benedice: ti sogna ancora giovane e bella presso le mura dell’Alhambra, ti piange, e al contempo ti ringrazia di averlo salvato. Ricordi il giorno in cui vedesti il suo volto impallidire al tuo rifiuto, e subito dopo accendersi d’entusiasmo dinanzi al futuro di pittore e d’indipendenza che gli dischiudevi con tanto ardore? “Laurence ha ragione” egli esclamò, voltandosi verso i suoi compagni. “Alvarès, Gaetano, Bragos: in Ispagna!”. Loro con trasporto ripetevano: “In Ispagna! in Ispagna!”. Altri gridavano: “A Roma!” e una povera statua di gesso dell’Amore, armata di faretra e con la benda sugli occhi alla maniera antica, fu ridotta in cocci come un sacrificio offerto alla libertà. Ah, come ti amavano tutti, quei miei valorosi allievi! Che rispetto sacro nutrivano per la candida innocenza! Al solo rumore dei tuoi passi, le statue si velavano, i cavalletti si rovesciavano. Quando andavi a sederti su un antico blocco di marmo, con i capelli neri sciolti sulla mantiglia e le ginocchia giunte sotto il mandolino, che sembrava fremere all’avvicinarsi delle tue dita, in un attimo eri ritratta su venti tele, come se l’atelier avesse avuto venti specchi che riflettevano la tua immagine. Ah, quanti cuori facevi palpitare, quante fantasie accendevi! Quanta anima davi ai pennelli, quanta vita infondevi sulla tela! E quell’amore che seminavi attorno a te, com’era puro e casto in quelle giovani menti, innamorate della mia Laurence come d’un sogno profumato, come d’una melodia celeste, di un’apparizione fantastica uscita dai quadri dei grandi maestri! Adesso sarai amata di un amore coniugale, un amore spento e tranquillo, senza gelosia e senza venerazione, senza trasporto e senza la vera passione. “Era celebre” diranno, “e ha scelto l’oscurità. Aveva un grande destino, e l’ha soffocato nel suo salotto. Ha rinunciato alla gloria per la rispettabilità… Oh, miseria! In realtà, lei ci sovrastava, e noi le abbiamo gridato: In ginocchio! Era una stella nei cieli, e noi ne abbiamo fatto un diamante per ornare il nostro scettro. Il mondo l’attendeva, e noi l’abbiamo rapita al mondo. Che ci benedica, allora, colei che abbiamo privato dell’avvenire e reso mediocre quanto noi!”. E se solo sospetteranno un rimpianto nella tua anima appassita, se solo coglieranno una lacrima nascosta fra le tue ciglia, te ne faranno una colpa, quei barbari! Perché, sorella mia, la tristezza di una donna disonora il suo sposo: per essere virtuosa fino in fondo, è bene che rinunci a piangere.»

Anche Carlos piangeva mentre parlava; la sorella gli si gettò tra le braccia e lo strinse con forza, come se temesse che qualcuno potesse strapparla da lui in quello stesso momento.

«Resta! Resta» ripeté il pittore, stringendola al petto; le sue lacrime le cadevano sul capo. «Bambina, bambina che vuole una famiglia…» aggiunse. «Ma non hai il mondo intero? Tu che avevi adottato il mondo come patria, ora lo trovi troppo vasto? Non trabocca forse la tua anima? Che cos’è, per il bohémien, la terra battuta dai suoi passi vagabondi, che cos’è il cielo sotto il quale il suo spirito libero si abbandona? La terra non gli appartiene, forse? Tutti i luoghi non godono forse della luce del sole? Così l’artista: ha l’universo per famiglia, la sua patria è la terra che lo ispira. E ti lamenti anche di essere sola… ingrata! E Carlos? E tuo fratello?»

«Fratello mio!» gridò la fanciulla, gettandogli le braccia candide al collo. E scoppiò in lacrime.

«Piangi, sì» diceva lui, «piangi! Ti ho vista nascere, ti ho cullata sulle ginocchia, ti ho addormentata col mio canto, e l’hai dimenticato. Hai trascorso l’infanzia vicino a me, l’ho riscaldata con le mie tenerezze, ho allevato il tuo giovane talento, e mi abbandoni. Ti ho plasmata per la libertà, ed eccoti schiava. Appoggiandoci l’uno all’altra, abbiamo sfidato il futuro; ognuno di noi aveva l’anima sempre pronta ad aprirsi all’altro, e adesso ti ritrovi sola!»

Laurence lo stringeva tra le braccia.

«Maledizione!» gridò lui. «Non potevi dirmelo prima? Avrei forgiato la tua anima per questo mondo nel quale desideri vivere: avrei limitato il tuo spirito, ti avrei tenuta a freno, e allora, naturalizzata nella società che tanto ti attrae, non ci saresti arrivata come una straniera, goffa e timida al centro di un circolo in cui non si parla la tua lingua. Ma è tardi, ormai. L’arbusto obbedisce alla mano che lo inclina: l’albero non si piega, si spezza. Vai, dunque, a deperire nella tristezza e nella noia; vai dunque a vegetare su questo suolo ingrato, dove mancherà lo spazio ai tuoi passi, l’aria ai tuoi polmoni, l’indipendenza al tuo portamento. E io, che non avevo che te, sorella mia, trascinerò nel disincanto i miei giorni, lontano da te, che avresti potuto renderli così belli…»

«Oh!» gridò la fanciulla, e d’impeto gettò via il bouquet.

«Guarda quanto terso è il cielo, quanto inebriante è l’aria, quanto vasto è l’orizzonte» esclamò allora Carlos, raggiante di gioia e di speranza. «Vedi quanto è bella la campagna? A noi tutto questo! A noi il mondo.»

Caddero nelle braccia l’uno dell’altra.

«Libera!» disse Carlos con entusiasmo.

«Libera!» ripeté Laurence, con un profondo sospiro.

Scrisse alcune parole su un pezzo di carta, lo unì alla coroncina bianca che si era tolta dal capo, lo poggiò sul tavolo, e, con un ultimo sguardo alla stanza che si accingeva a lasciare per sempre, gridò, afferrando il braccio del fratello: «Vieni!»

Il curato del villaggio era finalmente rientrato. Le candele erano accese, i registri dello stato civile erano stati aperti e il corteo nuziale si accingeva a partire. Aurélien, dopo aver cercato invano la fidanzata nel giardino e nel parco, corse nella sua stanza, sussultò alla vista dei fiori stropicciati sparsi sul pavimento, quindi afferrò con mano tremante il biglietto e la corona.

“Ve la restituisco” aveva scritto lei. “Mai vostra! Mai di un altro!”

«Laurence! Dov’è Laurence?» gridò Aurélien, sconvolto, verso il corteo in attesa sulla terrazza.

«Mia figlia?» esclamò madame de Nancé, sgomenta.

Frattanto, in fondo a una strada bianca e polverosa che attraversava campi e maggesi, una diligenza volava, rapida come il vento, e si udivano lo schiocco della frusta, le grida del postiglione e il rumore sordo delle ruote che lasciavano dietro di sé nuvole di polvere.

Aurélien si ammalò gravemente. Ebbe crisi nervose, una febbre cerebrale, una convalescenza lunga e difficile.

L’anno seguente rientrò in servizio, pronunciando una “mercuriale” molto apprezzata; i suoi amici si sentirono in dovere di lodarlo, con elogi proporzionati all’interesse che la sua sfortuna e il suo talento suscitavano in loro. Fu una prima consolazione, che egli accolse quasi a malincuore e quasi senza accorgersene.

L’anno dopo fu madame de Nancé ad ammalarsi; Aurélien si prese cura di sua madre con dedizione, con ansia. Quando lei tornò alla vita, egli comprese il valore di ciò che gli era rimasto, grazie alle angosce che il timore di perderla aveva risvegliato in lui. La sua capacità di soffrire non si era esaurita con la fuga di Laurence, e neppure quella di amare. Per tutto quell’anno, visse per sua madre.

L’anno ancora successivo sposò una giovane di buona famiglia, che gli portò trentamila lire di rendita, e, a furia di sentir ripetere che la ricchezza porta la felicità, finì per crederci anche lui.

L’anno seguente, divenne padre e si affezionò alla madre di suo figlio.

L’anno seguente, si trasferì con la famiglia a Parigi.

Un giorno volle vedere i nuovi capolavori che Horace Vernet aveva inviato a Parigi. La folla si accalcava nella galleria del Lussemburgo; il ritratto di una fanciulla di Albano attirava tutti gli sguardi. Il suo abito rosa pallido, i merletti di un bianco opaco facevano risaltare in modo nuovo e delicato il tono deciso del suo colorito e le ombre della sua ampia fronte.

«Quanta finezza, in quella carnagione» si diceva. «Che purezza, quelle sopracciglia! E che taglio del volto… Quanti pensieri silenziosi dietro quello sguardo assorto, quante passioni taciute sotto quella quieta meditazione… Nessuna francese avrebbe potuto ispirare una creazione così soave e ardente!»

Aurélien si avvicinò: l’incantevole italiana era il ritratto di Laurence. Nel riconoscerla, perse i sensi.

Aurélien è un uomo meritevole. Diventerà pari di Francia, se mai la carica diverrà elettiva, oppure ministro, se mai il governo comincerà a rappresentare la nazione.

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Intervista a Emmanuel Carrère https://minimaetmoralia.it/interviste/emmanuel-carrere/ https://minimaetmoralia.it/interviste/emmanuel-carrere/#comments Wed, 16 Apr 2014 11:01:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20036 Pubblichiamo un'intervista di Valentina Della Seta a Emmanuel Carrère uscita sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autrice e la testata.

di Valentina Della Seta

Non c'è traccia di Russia nella casa parigina di Emmanuel Carrère, così francese per la luce, i pavimenti di legno, l'eleganza e il disordine. Ma c'è qualcosa nei suoi lineamenti e nel taglio degli occhi che fa capire perché, negli ultimi anni, abbia scritto due libri che hanno a che fare con l’ex-Unione Sovietica.

Carrère ha ereditato la Russia dalla madre Hélène, storica e accademica di Francia, che da bambina si chiamava, di cognome, Zurabisvili: «Georges Zurabisvili è nato a Tiflis», racconta lo scrittore a proposito del nonno materno in La vita come un romanzo russo, del 2007: «Suo padre, Ivan, è giureconsulto; sua madre, Nino, ha tradotto George Sand in georgiano. Le fotografie mostrano baffi e turbanti, tra le dita s'indovinano rosari d’ambra». Di Georges, in casa, non si parla: «Per un po' fa il taxista», siamo negli anni Venti, quando la famiglia in fuga ha trovato riparo a Parigi, «ed è una delle rare cose che a mia madre piaccia raccontare di lui, una delle rare cose che da bambino io abbia saputo di mio nonno».

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Emmanuel

Pubblichiamo un’intervista di Valentina Della Seta a Emmanuel Carrère uscita sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata.

di Valentina Della Seta

Non c’è traccia di Russia nella casa parigina di Emmanuel Carrère, così francese per la luce, i pavimenti di legno, l’eleganza e il disordine. Ma c’è qualcosa nei suoi lineamenti e nel taglio degli occhi che fa capire perché, negli ultimi anni, abbia scritto due libri che hanno a che fare con l’ex-Unione Sovietica.

Carrère ha ereditato la Russia dalla madre Hélène, storica e accademica di Francia, che da bambina si chiamava, di cognome, Zurabisvili: «Georges Zurabisvili è nato a Tiflis», racconta lo scrittore a proposito del nonno materno in La vita come un romanzo russo, del 2007: «Suo padre, Ivan, è giureconsulto; sua madre, Nino, ha tradotto George Sand in georgiano. Le fotografie mostrano baffi e turbanti, tra le dita s’indovinano rosari d’ambra». Di Georges, in casa, non si parla: «Per un po’ fa il taxista», siamo negli anni Venti, quando la famiglia in fuga ha trovato riparo a Parigi, «ed è una delle rare cose che a mia madre piaccia raccontare di lui, una delle rare cose che da bambino io abbia saputo di mio nonno».

Verrà fuori che, durante l’occupazione, ha collaborato come traduttore per i tedeschi e che nel 1944 un gruppo di uomini armati verrà a prenderlo a casa e di lui non si saprà più niente: «Mia madre mi aveva chiesto di non parlare di questa storia», spiega Carrère, mentre prepara il caffè nella cucina dell’appartamento nel bel palazzo nella zona nord-est di Parigi che divide con la moglie e la figlia di sette anni, «ma non ho potuto darle ascolto, portare alla luce questi segreti è stata una grande liberazione». Sembra che la madre non gli abbia rivolto la parola per molto tempo, ma è un rischio che si corre, a scrivere di persone vere.

Come nel caso di Limonov (Adelphi, 2012), la biografia del dissidente e scrittore russo che è forse il suo libro di maggior successo. Eduard Limonov, che tra le altre cose aveva sognato di diventare uno scrittore famoso ma era riuscito solo a conquistarsi una piccola fama come autore vagamente di culto, è stato felice del libro, di essere una star internazionale, anche se con le parole di un altro.

Chi se l’è presa è stato invece un personaggio minore, lo scrittore quarantenne Zachar Prilepin, autore di tre romanzi e militante del Partito nazionalbolscevico, di cui Carrère aveva scritto: «Onesto, coraggioso, tollerante, uno che guarda la vita come guarda le persone, dritto negli occhi». E poi: «È uno scrittore eccellente, serio e delicato, i suoi libri sono tradotti e li consiglio vivamente». A sentir nominare Prilepin, Carrère ride: «Su un quotidiano russo è uscita una sua recensione al mio libro. In poche parole dice che sono un bastardo e un traditore perché ho scritto che Limonov, a New York, ha fatto sesso con degli uomini. La cosa mi diverte, soprattutto perché sono cose ha raccontato lo stesso Limonov nei suoi romanzi».

Molto diverso deve essere stato affrontare la reazione dell’uomo al centro di L’avversario, Jean-Claude Romand, che nel 1993 ha ucciso la moglie, i figli e i genitori perché non scoprissero che non aveva un lavoro ed era pieno di debiti: «Ho raccontato la sua storia partendo da un’idea che mi ossessionava, l’immagine di un padre che cammina nei boschi», racconta Carrère, seduto su uno dei due vecchi e morbidi divani in pelle nel suo studio con le grandi finestre, «intorno c’è solo neve; l’uomo ha un segreto assurdo e terribile, di cui non può parlare a nessuno».

È stato un libro difficile da mettere insieme: «Volevo scriverlo, ma non sapevo da dove cominciare. Avevo cercato di contattare Romand in carcere ma senza successo, forse anche perché gli avevo mandato da leggere la mia biografia di Philip Dick che si intitola, me ne sono reso conto troppo tardi, Io sono vivo e voi siete morti».

Carrère scrive allora La settimana bianca (1995) un breve romanzo dell’orrore, che esce il 7 maggio nella nuova edizione di Adelphi: «L’avversario e La settimana bianca sono gemelli», spiega, mentre il discorso in qualche modo torna alla Russia: «In quel periodo cercavo di imparare di nuovo la lingua che usavo con mia madre da bambino e leggevo un racconto di Čechov intitolato La steppa. Sono pagine in cui non succede quasi niente, c’è un ragazzino che vive in un paesino remoto e viene mandato in una grande città per studiare. C’è la descrizione del suo viaggio con lo zio verso la città, i paesaggi, la neve, e i pensieri del bambino non sa cosa aspettarsi. Volevo ricreare questa atmosfera di angoscia ovattata». E Romand, che cosa ha detto? «Romand ha accettato di parlarmi proprio dopo aver letto il romanzo» continua Carrère «dicendo che gli aveva ricordato la propria infanzia. Anni dopo, quando sono andato a trovarlo dopo avergli mandato una copia di L’avversario, mi aspettavo che mi abbracciasse e si mettesse a piangere, oppure che avesse voglia di picchiarmi. Invece niente, non ha avuto reazioni, ha continuato a parlare del più e del meno».

Carrère sostiene di essersi sentito attratto dal caso di Romand perché, scavando nel fondo della sua storia, gli era sembrato di ritrovare qualcosa di sé.E dice qualcosa di simile anche a proposito di Limonov: «Ho pensato» scrive in uno dei passaggi più noti del libro «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di tutti noi dopo la fine della seconda guerra mondiale».

Sarebbe bello ascoltare, dalla voce di Carrère, una dissertazione su cosa unisca tutte queste cose; Limonov, noi, la Russia e la fine della seconda guerra mondiale: «Non credo di essere in grado di spiegarlo» risponde invece sorridendo  «a ripensarci, ammetto di aver fatto un’affermazione imprudente».

È un particolare che, all’interno di una biografia documentata nei minimi dettagli, appassionante per come riesce a mettere insieme un quadro della storia della Russia degli ultimi settant’anni e la potenza del singolo personaggio Limonov, testimonia il fatto che lo scrittore potrebbe aver affrontato il lavoro in un modo nuovo.

Dentro Limonov c’è infatti un ritmo che sua la scrittura non aveva mai dettato prima. Non si può dire se sia più o meno bello degli altri, Carrère in quanto a ritmo è un maestro. Però c’è qualcosa, nel libro, che da l’idea di uno che si slaccia il colletto, si toglie le scarpe e beve due bicchieri di vino. Forse era Jung, che diceva che il Super-io è solubile in alcool: «È vero» spiega «mi sono lasciato andare a un ritmo diverso, ma questo è dipeso soprattutto da Limonov, dal suo modo di essere e di parlare, è lui che ha dato il tempo al libro. In ogni caso, e credo che si intuisca, è un libro che mi sono divertito a scrivere, anche se alcuni passaggi della vita di Eduard mi hanno disgustato, come la sua partecipazione al fianco dei militari serbi nella guerra dei Balcani, nei primi anni ’90. Quando sono arrivato a quei capitoli ho lasciato il libro da parte per un anno».

È difficile farsi un’idea precisa di Limonov: l’autore detesta alcune sue posizioni politiche e molte delle cose che ha fatto, però allo stesso tempo lo stima, è affascinato dal suo modo di essere. A parte questo, si può dire che forse è il primo personaggio non borghese di cui scrive? «È normale che io abbia scritto sempre di un certo ambiente» dice  «perché è lo stesso in cui sono nato e cresciuto. È vero, con Limonov ho parlato di un mondo diverso, ma lo avevo già fatto in Vita come un romanzo russo, con le persone che ho incontrato andando a girare il documentario a Kotelnic, nella provincia russa». Forse perché, in un paese come la Russia, non esiste ancora una vera classe media? «Esiste invece, ma è sempre molto piccola, e si trova solo nelle grandi città» risponde Carrère. «È uno strato minuscolo della società: intellettuali, scrittori, giornalisti, editori. Penso che la crescita di questa classe media sarebbe una delle cose migliori che potrebbe accadere alla Russia oggi. Per ora ci sono gli oligarchi, incredibilmente ricchi, e poi i poveri, che si sentono perduti, traditi dalla fine del comunismo. E che votano in massa per Putin».

A sentirlo dire così, sembra che dalla caduta del comunismo non sia cambiato molto: «È cambiato moltissimo invece» continua, «ora c’è la libertà di dire e fare più o meno quello che si vuole, a patto di non occuparsi di politica. La politica è riservata al potere. Se provi a entrarci devi essere un buon apparatcik, altrimenti ti capita quello che è capitato a Khodorkovskij, o a Limonov in un altro modo: vieni sbattuto in galera». Se Balzac fosse vivo oggi cosa racconterebbe a proposito dei piccoli burocrati che si sono trasformati nei nuovi ricchi?  «Non lo so, quello che è certo è che ancora nessuno, in Russia o all’estero, ha scritto un grande romanzo su questo argomento».

Fuori dalle finestre dello studio di Carrère la luce sta cominciando a cambiare, si è fatto tardi, ma lui non sembra infastidito: ««Questa intervista è capitata al momento giusto» dice «ho appena finito di scrivere un libro, mi sento sollevato. Negli ultimi due anni ho lavorato a questo, e alla sceneggiatura della serie tv Les Revenants (che andrà in onda su Sky Atlantic in autunno, ndr). Nella serie ci sono dei morti che tornano indietro. Ma non sono zombie, non sono fantasmi, non hanno niente a che vedere con quello a cui ci ha abituati la tradizione horror. Con l’autore Fabrice Gobert abbiamo provato a considerare la cosa realisticamente: come reagiremmo, quali sarebbero i primi gesti, le prime parole da dire».

Pensando a come lavora lo scrittore, alle gestazioni lunghissime dei suoi libri, le sceneggiature devono essere quasi una passeggiata: «È appassionante lavorare alle storie per la tv, mi piace molto. L’unico problema e che, se sei abituato alla totale libertà della scrittura di un libro, dopo un po’ non riesci a sopportare che un produttore o dirigente del canale televisivo, magari un ragazzo dell’età di tuo figlio, ti dica cosa puoi o non puoi mettere in una sceneggiatura». Anche questo lo racconta sorridendo. Eppure passa per essere stato un uomo irruente, facile da infastidire. Ma questo era tanto tempo fa, quando i fantasmi, nel cuore di Carrère, non avevano ancora lasciato il posto al battito russo.

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Intervista a Bernardo Valli https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-bernardo-valli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-bernardo-valli/#comments Sat, 05 Apr 2014 14:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19795 Questa intervista è uscita su IL a maggio 2013. (La foto è di Marco Visini.)

Vive a Parigi dal 1975 e mi colpisce che un uomo che ha raccontato i più grandi eventi storici e conflitti mondiali degli ultimi cinquant’anni si dichiari legato alla città da motivi puramente letterari: “Io sono un lettore, un lettore non studioso, un lettore-lettore. In questo quartiere”, il nono arrondissement, siamo a casa sua, in salotto, in un mattino di fine marzo freddo e coperto, “c’è tutta la letteratura francese dell’Ottocento. C’è l’Education Sentimentale, a Rue des Martyrs e via del quattro settembre... Flaubert abitava a Rue Herold, quando veniva da Rouen. Dov’è il museo della vie romantique viveva un pittore, che era il pittore dell’imperatrice Sissi, da lui veniva Lamartine, veniva Turgenev, veniva George Sand, era un luogo d’incontro. Se guarda nei romanzi di Balzac c’è ogni strada del quartiere, sono tutti luoghi della commedia umana. I racconti di Bel Ami alla Trinité, è lì che lui seduce la padrona, e lui abitava qua... Zola abitava qui. Voglio dire, qui c’è stato tutto quello che io ho letto da ragazzo... Cos’era la casa di un borghese della pianura padana nella mia giovinezza? C’erano tutti i romanzi francesi. Secondo me questa è la spiegazione per la quale io vivo bene a Parigi. Ha poco a che fare con la Francia di oggi”.

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Questa intervista è uscita su IL a maggio 2013. (La foto è di Marco Visini.)

Vive a Parigi dal 1975 e mi colpisce che un uomo che ha raccontato i più grandi eventi storici e conflitti mondiali degli ultimi cinquant’anni si dichiari legato alla città da motivi puramente letterari: “Io sono un lettore, un lettore non studioso, un lettore-lettore. In questo quartiere”, il nono arrondissement, siamo a casa sua, in salotto, in un mattino di fine marzo freddo e coperto, “c’è tutta la letteratura francese dell’Ottocento. C’è l’Education Sentimentale, a Rue des Martyrs e via del quattro settembre… Flaubert abitava a Rue Herold, quando veniva da Rouen. Dov’è il museo della vie romantique viveva un pittore, che era il pittore dell’imperatrice Sissi, da lui veniva Lamartine, veniva Turgenev, veniva George Sand, era un luogo d’incontro. Se guarda nei romanzi di Balzac c’è ogni strada del quartiere, sono tutti luoghi della commedia umana. I racconti di Bel Ami alla Trinité, è lì che lui seduce la padrona, e lui abitava qua… Zola abitava qui. Voglio dire, qui c’è stato tutto quello che io ho letto da ragazzo… Cos’era la casa di un borghese della pianura padana nella mia giovinezza? C’erano tutti i romanzi francesi. Secondo me questa è la spiegazione per la quale io vivo bene a Parigi. Ha poco a che fare con la Francia di oggi”.

È stato inviato in tutto il mondo: Santo Domingo, Argentina, Sudafrica, Algeria, Congo, Israele, Egitto, Iraq, India, l’Africa Occidentale, Singapore, India, Cina, Vietnam, per giorni, mesi o anni. Tutto comincia però dalla cronaca nera.

Bernardo Valli: Il reporter io l’ho imparato a fare a Milano. Volevo fare il giornalista: per vari motivi, non ho mai capito se era per viaggiare o per scrivere, penso fosse più per viaggiare. Allora c’era in Piazza della Stazione a Milano un piccolo grattacielo (il Pirellone non c’era ancora) dove c’erano dei giornali, e dentro c’erano La Notte che era un quotidiano del pomeriggio. Allora i quotidiani del pomeriggio erano molto importanti. A Milano c’era La Notte, c’era Milano Sera, c’era Il Corriere Lombardo, ed erano giornali e quotidiani di informazione, come a Roma c’erano Paese Sera che era già un giornale più articolato e Momento Sera e non so quali altri, a Milano c’era anche Milano Sera e facevano una grande concorrenza, grandi titoli ad effetto.

Uscivano il pomeriggio, tutti nel pomeriggio, alle tre alle quattro del pomeriggio, alcuni verso l’una, e avevano un grande impatto nella città. Si occupavano molto di cronaca nera e di cronaca rosa. La cronaca nera erano i fattacci. La cronaca nera in Italia è cambiata con il terrorismo che ha reso banale la cronaca comune e ha dato spazio alla cronaca nera. Allora questi giornali avevano i cronisti nei commissariati. Oggi nessuno si muove dalla redazione mentre lì si andava ogni giorno, ogni giornale, con la mazzetta del giornale del pomeriggio ai carabinieri in via Moscova e ai vari commissariati al centro della periferia, la stazione centrale, per raccogliere le notizie… Era un’atmosfera a Milano… Tutto è bello quando si è giovani e Milano era una città affascinante mentre adesso la trovo estremamente noiosa. Era una città dove arrivavano gli immigrati, quindi era pieno di storie, era anche una città non fredda come Torino rispetto agli immigrati. Quindi accogliente. Inoltre c’erano degli idoli popolari, il ciclismo era una cosa enorme… Il cinema, bisogna pensare per dare un’idea di quella che era la società che i fotoromanzi avevano un successo enorme, il giornale più venduto in Italia era Grand Hotel.

Siamo negli anni ‘50, i secondi anni ‘50. Io volevo andare a La Notte. C’erano vari piani in questo edificio. C’era La Notte, c’era La Patria, che era un giornale con uno staff napoletano, credo che nessun milanese abbia mai comprato La Patria, però aveva una cronaca eccellente che era fatta da Angelo Rozzoni, un capocronista che era stato credo al Tempo

Io volevo entrare a La Notte perché il giornale più thrilling, diretto da Nino Nutrizio, un giornalista famosissimo allora. Non sono riuscito ad entrare a La Notte, non c’era posto. C’era un altro giornale nell’edificio, un giornale cattolico, L’Italia, che poi diventerà l’Avvenire, diretto da un prete, Monsignor Pisoni, un prete molto mondano e noto e a un certo punto amministratore del giornale, a cui ero riuscito ad arrivare. Mi disse “Se vuoi entrare puoi entrare come praticante a L’Italia”. Io non avevo nessuna idea di cosa fosse un cronista in un giornale cattolico e in effetti era una cosa strana: non potevo dare i nomi degli assassini, i suicidi non c’erano…

E gli omicidi-suicidi?

I suicidi non si potevan dare, gli omicidi sì. Quindi erano solo i furti, i delitti… (Perché allora si facevano le inchieste sul delitto. Uno andava a cercare, le fotografie, e alcuni trovavano anche degli indizi.) Rimasi alcuni mesi a fare il cronista all’Italia. Insomma, nonostante questi limiti, ad un certo punto si accorsero di me alla cronaca della Patria che era al piano di sopra, e fu determinante perché quando nacque Il Giorno nel ‘56, Il Giorno prese Angelo Rozzoni come caporedattore, lo prese dalla Patria.

Era un giornale con il cuore a sinistra. Il primo editoriale che uscì era “Il cuore a sinistra”. L’editore era Del Duca, il cugino di quello che faceva Grand Hotel e che faceva in Francia Nous Deux… che era il Grand Hotel francese, grande successo. Del Duca aveva fatto soldi ma aveva librerie molto raffinate a Parigi ed era anche un editore di libri d’arte, erano degli anarchici antifascisti i quali erano diventati editori di fotoromanzi. I cugini in Italia con Grand Hotel e gli altri cugini qua (hanno chiuso la libreria Del Duca, bellissima, qui a pochi metri da qua da poco tempo…) Però dietro c’erano già i soldi dell’Eni e di Mattei… Però era un giornale fatto da antifascisti di sinistra. Però il redattore capo era Angelo Rozzoni, uno che veniva dal Popolo di Italia e che ci ha lavorato fino al ’45, e fu l’anima del giornale.  C’era Goffredo Parise, Gianni Brera, Clerici, Tommaso Besozzi, c’era Giancarlo Fusco… era una redazione straordinaria… e nelle pagine culturali lavorarono Italo Calvino, Carlo Emilio Gadda e Arbasino, Pietro Citati…

Stazionando ai commissariati avevo imparato a fare il giornalista perché il capocronista riscriveva il pezzo dieci volte, dove c’era proprio il modo di dare la notizia semplice secondo le regole del chi, dove, quando, eccetera. Spesso chi andava in commissariato a prendere notizie dettava i dati di quello che era accaduto e poi c’era l’estensore in cronaca che lo faceva.

E chi firmava il pezzo? 

I pezzi non li firmava nessuno. In un giornale firmavano venti persone, Il Giorno aumentò un po’ le firme ma era rarissimo firmare. Quindi si imparava a scrivere il fatto, l’aggettivazione, la semplicità della scrittura e soprattutto le solite domande del cronista, quindi le cose più banali venivano spesso riscritte e venivano fatte riscrivere.

Quali erano le regole più importanti?

Be’ ovviamente quello che era importante era l’attacco del pezzo che doveva agganciare il lettore immediatamente… con l’informazione: non c’era nessuno svolazzo, il racconto era nudo.

Il fatto di occuparsi di cronaca le creava dei problemi?

Ne ero affascinato e mi è sempre rimasta dentro. Io avevo allora delle ambizioni diciamo letterarie, ma combaciavano benissimo con quello che era il lavoro, mi piaceva moltissimo il lavoro del racconto, che quando c’era un delitto uno lo seguiva, andava a casa dell’assassinato o dell’assassino e conduceva a suo modo l’inchiesta in parallelo con la polizia, anche se erano cose spesso banalissime. Quella è stata una cosa estremamente importante che non ho mai dimenticato. Era un giornale nuovo, lì la scrittura era importante, Il Giorno nasceva come giornale che voleva essere ed è stato moderno: ha eliminato la terza pagina (anche se poi fece un rotocalco…).

Era tutta notizia, avevano messo le notizie, non mettevano più i grandi racconti. Il Giorno era un giornale moderno, anche nell’impaginazione, mentre gli inviati del Corriere avevano un loro passo molto personale che poteva anche essere stravagante… da ragazzo leggevo Cesco Tomaselli, con il quale poi ho lavorato, che andava in Marocco per non so che cosa e raccontava come faceva le valige… Al Giorno no, ci doveva essere subito la notizia e l’ultima notizia in testa… E c’era uno stile nella scrittura contro il montanellismo perché era una forma di… il montanellismo era il racconto più rilassato, più fantasioso, immaginifico e anche efficace, ma invece al Giorno si voleva evitare questa cosa, volevano essere anglosassoni.

Come divenne reporter?

Dopo sette mesi entrò in stanza Baldacci [il direttore], e siamo nel ‘57 più o meno, e mi disse “Lei va in Venezuela” e allora io cercai subito dov’è il Venezuela e come ci si andava.

E come? in nave? In aereo?

C’erano gli aerei – a pistoni. Non mi ricordo più se si andava… Per il Venezuela, per Caracas… l’Alitalia andava all’Isola del Sale, la KLM faceva Lisbona…

E che andò a fare?

C’era un colpo di stato contro Pérez Jiménez, il dittatore era scappato e gli italiani avevano partecipato alla difesa, erano stati un po’ la base del dittatore e quindi venivano aggrediti per la strada: venivano riconosciuti perché non avevano il risvolto ai pantaloni. (Io da allora li ho sempre portati col risvolto…) E quindi quello fu il primo grande servizio che telegrafai per telefono.

Rimasi almeno venti giorni, poi andai a Santo Domingo perché vi si era rifugiato Peron e il dittatore Pérez Jiménez che era scappato con i soldi a Santo Domingo, che allora si chiamava Ciudad Trujillo, perché il dittatore della Repubblica Domenicana era Trujillo, e quindi c’erano i tre dittatori che vivevano insieme a Santo Domingo. Lì intervistai Peron, che poi lui voleva rientrare in Argentina e quindi andai in Argentina, rimasi in America Latina.

Allora gli inviati giravano per Corriere, Stampa e Giorno Messaggero e qualche volta il Tempo… Insomma direi che erano quattro, cinque giornalisti. Egisto Corradi per esempio, che è stato uno dei grandi inviati del Corriere sui fatti di cronaca e di guerra faceva il delitto, il processo e poi partiva per fare invece l’Ungheria. Io ho fatto la mafia, Agrigento, il delitto Tandoj nel ‘60, il primo delitto contro un commissario, e dopo partii e andai a fare l’Apartheid nell’Unione Sudafricana, e dopo di lì il Congo dove sono rimasto mesi per l’indipendenza del Congo, quello è durato due anni almeno…

L’intervista con Peron fu la sua prima intervista seria e impegnativa?

Ne feci un’altra subito dopo molto più importante, perché in Venezuela c’era un ambasciatore che si chiamava Giusti Del Giardino, che era stato uno dei giovani diplomatici dell’epoca del fascismo e poi però era stato antifascista e uno degli epuratori del ministero degli esteri durante la liberazione… Era ambasciatore lì e come ambasciatore fu attaccato perché gli Italiani erano responsabili dell’affare Pérez Jiménez e quindi i giornali venezuelani uscivano con “l’ambasciatore d’Italia ha ucciso cinquecento venezuelani” (che non era vero). Comunque la cosa rimbalzò in Italia, andò in Parlamento dove vi furono molte discussioni. In Venezuela l’attacco agli italiani fu un grande fatto allora. Io però attaccai l’ambasciatore d’Italia perché in effetti non era stato a mio avviso abbastanza neutrale di fronte al problema di Pérez Jiménez. C’era una banda di fascisti, erano gli italiani di Etiopia…

Erano andati dall’Etiopia in Venezuela? E lui non era stato neutrale, era stato troppo favorevole al regime?

Sì, e quindi aveva coinvolto gli italiani… Però non è che avesse ucciso cinquecento venezuelani. Io allora a un certo punto difesi Giusti Del Giardino: fatto è che rimasi amico suo. Da lì viene l’intervista importante: lui fu mandato ambasciatore a Nuova Delhi. Allora a Nuova Delhi la residenza dell’ambasciata d’Italia era la vecchia casa del Pandit Nehru, il papà di Indira Gandhi, e Nehru ogni tanto era sentimentale e voleva andare a vedere il giardino della casa in cui aveva abitato, e diventò amico di Giusti Del Giardino, anche Indira Gandhi, molto amica. Nehru era inaccessibile, e invece io andai a Nuova Delhi per fare il servizio e Giusti mi fece incontrare Nehru e l’intervista con Nehru fu molto importante. Le storie di un giornalista allora… Forse anche adesso, ma il mondo era più piccolo, era frequentato da meno persone… Si stabilivano dei rapporti.

Prendi un fatto molto semplice, prendi una guerra medio orientale, io le ho fatte tutte, tutte quelle che rientravano nella mia età: il ‘67, il ‘73, l’82, non lo so, i colpi di stato. Il numero di giornalisti che partivano, certo eravamo alcune centinaia. Se tu pensi cosa è stata la guerra del ‘91 contro l’Iraq, non c’erano neanche le seggiole per far sedere i giornalisti. Già a Baghdad erano molti ma non tanti perché molti avevano accettato di andarvi sotto i bombardamenti pensando che c’erano le armi chimiche – ma all’inizio era un fatto dissuasivo. Quando si dice giornalista embedded, è vergognoso: qual è l’esercito che accetta tremila giornalisti che vanno tra i suoi carri armati senza chiedergli chi sono? È una sciocchezza. Chiunque chiede il controllo di sapere chi è. Gli americani, siccome non fanno la censura di principio… però fanno dei controlli. In Vietnam erano tutti embedded, cioè uno poteva essere non embedded, eh, intendiamoci, però poteva difficilmente girare. Non implicava delle condizioni esserlo, nessuno veniva a vedere quello che scrivevamo però avevamo un tesserino, potevamo andare ad una mensa, prendere un elicottero. Quindi non significava niente… però insomma, il numero di giornalisti era abbastanza limitato mentre adesso sono masse.

Intervistare Nehru, intervistare Peron, andare in posti di guerra… Mi faccia capire come si entra in un tipo di vita del genere. 

Prima di tutto diciamo subito che per fare questo mestiere… Il mestiere è molto cambiato perché i mezzi di comunicazione e l’approccio alle notizie son diventati diversi con l’informatica. Ma in generale un giornalista che cosa dev’essere? Qui abbiamo fatto a Sciences Po un corso di giornalismo e prima del corso hanno invitato alcuni giornalisti per  farsi un’idea di come dovesse essere questa scuola… Soprattutto perché aveva un numero limitato di partecipanti. E a un certo punto si pose il problema di come selezionare i candidati… E allora quali sono le caratteristiche per un giornalista? Essere il primo della classe? Non obbligatoriamente. Uno che conosce le lingue? Be’, meglio conoscerle, però uno può fare anche lo steward dell’Alitalia. Uno colto? Sicuramente una cultura generale la deve avere se vuol fare il giornalista perché deve distinguere quel che è eccezionale nel fatto. Io credo che la prima cosa è la curiosità, se non sei curioso non puoi fare questo mestiere. La seconda è una capacità di capire velocemente, devi avere un certo occhio e avere un’idea. Poi c’è naturalmente la sfacciataggine, l’irruenza, il fatto di affrontare un argomento con sfacciataggine.

E lei all’inizio come faceva le domande?

Prima di tutto, se andavo a vedere Peron…

In che lingua ha parlato con Peron?

In spagnolo. Ma lui parlava anche italiano, una specie di dialetto veneto, e poi aveva un addetto stampa che si chiamava Amerigo Bario. Il grande tema di Peron allora era, il grande slogan era “Volve Peron”. Pensava di tornare. Nehru era un po’ più complicato, era un grande intellettuale, secondo me uno dei più grandi uomini di stato che ci siano stati e poi soprattutto un intellettuale che diventa uomo di governo…

E la mise in difficoltà?

No, per carità… Con Nehru ero abbastanza intimidito, intendiamoci… Però era molto affettuoso, gentile. Poi soprattutto io avevo letto le sue memorie. Nehru era uno che l’Italia, il Risorgimento, eccetera, quindi… E poi l’India era in un momento… L’indipendenza fu nel ‘47, eravamo già tredici anni dopo… Io poi ho fatto una campagna elettorale con lui e con la figlia Indira Gandhi che era l’addetta stampa sua… Su un treno lui faceva la campagna elettorale in India, girando. Però era estremamente curioso e poi allora a lui interessava il rapporto con la Cina: erano domande semplici, uno con Nehru se aveva la faccia tosta di affrontare argomenti che non conosceva… Quando io parlo della curiosità e della sfacciataggine che ha un giornalista… e poi della velocità di scrittura.

Dopo, quali direbbe che sono gli eventi più importanti di questa sua formazione? Prima di arrivare al Vietnam che altro ha fatto?

I primi servizi che io feci furono credo in Venezuela e in Marocco. In Marocco siamo già vicini alla guerra di Algeria, che io ho fatto dal ‘57 e soprattutto dal ‘58 quando. Ero a Parigi nel ‘58, quando nasce la quinta repubblica: c’è il putsch dei militari ad Algeri il 13 maggio e qui io venni a Parigi, non si poteva andare ad Algeri, e c’erano grandi manifestazioni perché i paracadutisti volevano sbarcare qua ed ero all’Hotel d’Orsay, dove c’è il Museo d’Orsay, De Gaulle tenne la conferenza stampa quando prese il potere, era il 20 maggio, 25 maggio, quando sarà? Io arrivai, non avevo il permesso, andai all’Hotel d’Orsay. C’era un albergo e una stazione.

E De Gaulle com’era? Era la prima volta che lo vedeva?

Sì, certo. Era la prima volta e arrivò e disse che prendeva il potere. Noi eravamo seduti per terra, erano le otto di sera e fu, be’ certo, una sera abbastanza curiosa. Poi io riuscii a prendere un albergo per Algeri subito dopo e lì tutta la storia dell’Algeria…

E lì faceva paura?

Il giornalista non deve mica esagerare. Quelli che parlano sempre della morte… Muoiono più muratori sui tralicci. La guerra di Algeria non era una guerra di fronte. C’era stato il terrorismo ad Algeri, prima… La battaglia di Algeri, quella di Gillo Pontercorvo (con il quale ho lavorato molto per il film), però era prima…

E le notizie come si prendevano?

Questa è la grande differenza di oggi. Io per esempio son stato molte volte in Cina… ricordo sempre la Cina perché quando uno vi arrivava era emozionato, io sono andato che c’era ancora la rivoluzione culturale, il primo viaggio in Cina che ho fatto credo… c’era Lin Biao che era scomparso, non si sapeva ancora se era morto, sarà stato ’67 ‘68… Quando uno arrivava in Cina era solo in albergo, allora doveva cominciare a lanciare le notizie, le informazioni. A volte l’ambasciata serviva, spesso l’ambasciata non serviva a un cazzo. In Cina non c’era neanche l’ambasciatore. Una delle fonti più rassicuranti era stabilire rapporti con le agenzie di stampa, la Reuters, l’Associated Press, l’Agence France Press, perché lì c’era il file, e poi la BBC. Uno metteva la radio da qualche parte della stanza perché bisognava che ci fosse campo e spesso non c’era e quindi non si sentiva la BBC… E poi naturalmente via via allacciare i rapporti.

Uno non sapeva quello che accadeva a cinquecento metri. Oggi tutto questo viene risparmiato perché uno apre il computer e ha tutte le agenzie, quindi deve aggiungere qualche cose, quindi la Cina che uno aveva, attraverso i rapporti che riusciva a stabilire, quando uno partiva aveva qualcuno, qualche conoscenza, questo vale per tutti i giornalisti da quando esiste il giornalismo. L’informatica, il computer cambiano completamente tutto, anche la propria autonomia perché prima era la mia Cina, magari anche sbagliata, ma l’influenza di quello che mi dà il computer è inevitabile, molto forte, e quindi il mestiere in questo senso è molto cambiato.

(La conversazione va avanti. La partecipazione a eventi epocali che avrebbero costituito il ricordo fondamentale della vita di qualcun altro vengono chiamati in causa per far capire come funziona il giornalismo. Qui di seguito parliamo del rapporto tra i pezzi d’occasione e i lenti cambiamenti del mondo.)

Io ho fatto una delle cose più importanti, la decolonizzazione… quando le dico che nel sessanta vado nel Sudafrica, poi vado in Congo dove sono rimasto molto a lungo… per due, tre anni stavo lì dei mesi… allora si stava lì molto tempo, ma poi io ho fatto la decolonizzazione di quasi tutta l’Africa Occidentale… il Ghana, la Guinea… magari ci stavo poco però spesso ho conosciuto o comunque bazzicato tutti i protagonisti dell’Africa indipendente. Vedere un continente che diventa indipendente è una cosa esaltante. Anche prendendo delle fregature enormi, perché Sékou Touré diventava un eroe e poi invece si rivelava dopo qualche anno un criminale.

E questo ora con la primavera araba è stato un po’ simile?

Sì, però bisogna pensare sempre una cosa molto precisa: il giornalismo non è prevedere la storia, uno racconta la verità lì, del momento, quella è… una rivoluzione come quella in Egitto in un paese come l’Egitto dura tra i dieci e i quindici anni minimo. Lei sa quanto tempo è passato dalla rivoluzione francese alla prima democrazia? Ottant’anni, dall’89 alla prima vera democrazia, quella della terza repubblica nel 1870 quindi sono quanti?, ottantuno anni… Ci passa il terrore, napoleone, la restaurazione, la seconda restaurazione, il secondo impero. Diciamo che fare la decolonizzazione è già un fatto… Tutti questi grandi capi africani spesso diventano dei tiranni e spesso criminali come Sékou Touré mentre io li vedevo come gli eroi che prendevano e liberavano il proprio paese: ma infatti erano degli eroi, perché già il conquistare la propria indipendenza nazionale, se non le libertà individuali, era già un fatto…

(Passiamo a parlare di estremo oriente. La guerra del Vietnam e soprattutto il popolo vietnamita rapisce l’intervistato, che risponde con lentezza, fermandosi di continuo ad acchiappare ricordi privati, che però non mi racconta. Per tutta questa sezione ho la sensazione di averlo perso.)

La seconda esperienza estremamente importante è l’Asia. Io ho passato tanti anni in Asia e chi ha fatto l’Asia, chi ha fatto la guerra del Vietnam rimane… ma non perché la guerra del Vietnam fosse un’esperienza rischiosa o di guerra ma per l’esperienza umana in quel paese… Un giornalista che faceva l’Asia ed era fisso lì, guardava tutto il resto…

Ci ho passato anni. Ero a Singapore ma facevo il Vietnam, avevo la casa perché era ad un quarto d’ora di aereo dal Vietnam e da Singapore si trasmetteva. In Vietnam sono stato tante volte, per il Corriere sono stato alcuni anni ma son stato tante volte prima… È stata una cosa molto importante perché il rapporto con la popolazione era straordinario, si son creati dei rapporti formidabili, non dico che rientrassi nella società vietnamita però avevo un rapporto con la società vietnamita…

Il carattere del vietnamita è allo stesso tempo orgoglioso, dignitoso, di grande coraggio, le donne hanno un ruolo estremamente importante, non solo perché sono carine, sono belle, spesso ci si stabilivano rapporti amorosi, di concubinaggio eccetera. Poi la religione che non è come si dice buddhista, non è per niente buddhista, è una religione di tipo confuciano, il culto degli antenati, e quindi non ci sono dogmi, impedimenti, non c’è un’ostilità di origine religiosa. I francesi che hanno combattuto i vietnamiti avevano più rispetto, ma anche gli americani: per esempio se uno parla di un’altra guerra, io son stato in Iraq parecchie volte durante la guerra e dopo e non ho mai visto, non c’è mai stato un soldato americano in un bar che ha bevuto una Coca cola con un iracheno, non ha mai camminato per le strade senza un’arma.

In Vietnam l’americano si mischiava, la sera andava nei locali notturni, si trovava la ragazza, che era la con gái, stabiliva un rapporto… E questo è avvenuto anche durante la presenza francese che è durata quasi un secolo, dal secondo impero fino al ‘54… E nonostante ci fosse la brutalità del rapporto coloniale, razzista, c’era però la capacità vietnamita di assorbire delle cose dalla civiltà occupante, percepirle senza lasciarsi completamente coinvolgere. Se lei va in un museo vietnamita lei vede che la guerra americana sì c’è ma non è la guerra più importante, la presenza francese c’è ma non è la più importante anche se è durata un secolo. Quella che importa è quella cinese, perché è lì da sempre. Il Vietnam è stato estremamente importante più che come guerra come esperienza di vita. I giornalisti che hanno sposato delle vietnamite sono ancora sposati con delle vietnamite.

Adesso ho persino paura, ci son tornato, c’è troppo traffico, le cose cambiano, come tutto.

Com’era organizzata la sua vita in Vietnam?

Uno poteva anche abitare in Vietnam, eh, però io seguivo la Cina, andavo in India, quindi Singapore era perfetto per vivere. Era un posto dove il telefono funzionava. Avevo una casa, a Singapore, per il Corriere. A Telok Blangah, sotto il Mount Nelson, che è un monticello che domina Singapore, ha la teleferica che scende; è di fronte a un’isola dove adesso c’è un meraviglioso museo oceanografico bellissimo, ed era un pezzetto di giungla dove c’erano le vecchie case, le palafitte, che erano le case del porto di Singapore…

E lei viveva in una palafitta?

Sì, vuole vedere la mia casa? Gliela faccio vedere, mi piace perché è bella. Tiziano [Terzani] abitava invece ad Alexander Park, un grandissimo parco. Erano cose normali, non palafitte come gli indigeni… La mia gliela faccio vedere perché era una meraviglia.

(Prende un album di foto, le guardiamo. Case coloniali, giardini, italiani eccentrici, Terzani giovane.) Quindi lei scompariva per dei mesi dalla sua vita italiana?

Per degli anni.

E come manteneva i rapporti, scriveva lettere? Che vita faceva? Fa fatica a raccontare le cose sue…

Eh, mica c’è bisogno di raccontarle… No, la vita, a Singapore nei momenti… uno leggeva… Ci sono degli anni in cui uno legge… il mestiere raccontato così sommariamente ha dei grandi spazi vuoti, il viaggio… E uno in quei momenti lì non è che si sposa o stabilisce dei rapporti… E quindi legge: io ho letto le cose più strane rispetto ai posti… ho letto Musil in Asia e non c’entrava nulla… Naturalmente lì era facile leggere Conrad, a Singapore. Quando giravo a Singapore la sera rientravo e avevo i fari bassi e non vedevo i grattacieli perché la luce era bassa quindi vedevo i quartieri malesi, i canali con i barconi e davano l’impressione di essere in un libro di Conrad.

E lì imparava anche la lingua?

No, io ho avuto sempre un problema: di conoscere la mia lingua. Facendo questo tipo di vita a me capitava di non frequentare persone che parlassero l’italiano per mesi o per anni; dici lì c’era Tiziano, certo, ma è durato pochi mesi, insomma. Uno è legato alla propria lingua. Tiziano sì… (Lui è stato più amico di quanto io non lo sia stato con lui…) Lui parlava molto bene le lingue, aveva una grande facilità, lui parlava in malese, quindi andavamo nelle isole lì, al mare, e lui dopo dieci giorni parlava il malese, parlava un po’ il cinese. Poi è tornato in Italia. Ma io no, la mia preoccupazione è sempre stata quella di tenere l’italiano.

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Alcuni casi di muse https://minimaetmoralia.it/arte/alcuni-casi-di-muse/ https://minimaetmoralia.it/arte/alcuni-casi-di-muse/#comments Tue, 11 Aug 2009 22:00:49 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=502 Questo articolo è apparso a gennaio su Diario. Non è che si vestisse da uomo per rivendicare chissà che. Semplicemente voleva entrare dappertutto. Penso a George Sand, e valuto l’ipotesi che una donna mette i pantaloni quasi sempre per praticità, senza farci intorno chissà quali ragionamenti. Penso a Katharine Hepburn e alla tuta da meccanico […]

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Questo articolo è apparso a gennaio su Diario.

Non è che si vestisse da uomo per rivendicare chissà che. Semplicemente voleva entrare dappertutto. Penso a George Sand, e valuto l’ipotesi che una donna mette i pantaloni quasi sempre per praticità, senza farci intorno chissà quali ragionamenti. Penso a Katharine Hepburn e alla tuta da meccanico con cui si aggirava sui set, e ammiro il permanere intatto della sua estrema femminilità. Penso questo, e penso anche che ci sono donne che riescono a sopravvivere a tutto. All’arte, all’amore, al tizio – poeta, pittore, musicista che sia – che così bellamente le ha immortalate, per amore magari, o magari solo perché ne riconosceva l’oggettiva e intramontabile bellezza. Alla propria morte. Sopravvivono anche a quella.

Le muse, per esempio, che si concedono lasciandosi immortalare da amati/amanti artisti. Alcune per soldi, altre per gloria, altre ancora solo per amore. Capita però che ci si faccia musa per trasformare, più o meno consapevolmente, la propria vita in opera d’arte. Per prendere parte al processo creativo. Per creare arte. Ipotesi che colmerebbe la distanza, ristabilirebbe un giusto equilibrio tra chi ispira e chi realizza, tra chi ci mette il talento e chi la faccia, tra l’artista e la sua musa. Azzardato, criticabile, estremo considerarli pari. Ma in alcuni casi è ammissibile. In alcuni casi di muse.

George_SandDi George Sand, al secolo Amantine-Aurore-Lucie Dupin, più che le opere è facile ricordare i tanti ritratti, la tormentata storia d’amore con Chopin, gli scambi epistolari con Flaubert, la natura romantica trasmessa ai suoi amati e fattasi altrui opera. O la storia dei pantaloni, ovvero del come si vestisse da uomo e fumasse mantenendo intatta la sua unanimamente riconosciuta e più volte rappresentata iperfemminilità. Irriducibilmente etero e distante dalle protofemministe dell’epoca, George Sand si vestiva da uomo per senso pratico. E al tempo stesso era l’incarnazione dell’eroina femminile mirabilmente narrata da Flaubert e simili, che si struggeva d’amore prima di ogni altra cosa, che si concedeva, sì, ma poi elegantemente sapeva riconoscere il momento in cui andar via. O a dirla con Katharine Hepburn, cercava di «capire quanto teniamo a qualcuno o a qualcosa. Allora possiamo lottare. O non lottare. Ami qualcuno? Se lo ami e se ci sono chiare prove che desidera lasciarti e sai davvero dentro di te che è finita, lascialo andare».

George Sand era una che sapeva lasciare andare. E per distrarsi faceva altro. Scriveva, per esempio, con costanza e disciplina. Romanzi, articoli, testi per marionette, soprattutto memorie. Histoire de ma vie il titolo della magistrale autobiografia pubblicata per la prima volta a puntate sulla rivista La Presse dal 5 ottobre 1854 al 17 agosto 1855 e quasi contemporaneamente in venti volumi dall’editore Victor Lecou. Lì raccontava di sé e delle difficoltà dell’essere donna, della propria «superba e completa indipendenza», della costante e necessaria ricerca della femminilità, della libertà fortemente sentita e difesa di disporre di sé sentimentalmente e sessualmente. Detestata da Baudelaire («Il fatto che ci siano uomini che si possano innamorare di questa sgualdrina è una prova del degrado degli uomini della mia generazione»), affettuosamente criticata da Balzac («Voi cercate l’uomo come dovrebbe essere io lo prendo com’è»), poco indulgente con se stessa e con la propria intelligenza («Io ne uso così poca negli abituali rapporti della vita, che tutti ne hanno di più intorno a me»), potrebbe facilmente essere etichettata come inadeguata. Se non fosse che era altro che cercava.

FarrelCentriamo così a pieno la questione, ovvero: che cosa cerca una musa. Difficile rispondere da interposta persona, eppure qualcosa traspare e trapela da scritti, immagini, fotogrammi, ritratti. Qualcosa di sentimentalmente immediato che ha più a che fare con la ricerca dell’ideale romantico che con l’estetica. Perché la bellezza non è solo una faccenda estetica. E a dirlo, con eleganza ed eloquenza, le biografie (possibilmente corredate di appendici iconografiche ed elenchi di film, libri, canzoni o altro a loro ispirati) di donne quali Lou Andreas-Salomé, Kiki de Montparnasse, Frida Kahlo, Lee Miller, Edie Sedgwick, Suzanne Farrell, o Zelda Fitzgerald, che anche se in primis moglie e musa dello scrittore Francis Scott Fitzgerald, continua oggi a manifestarsi in romanzi, film e videogiochi, eludendo così la natura esclusiva del vincolo matrimoniale.

Alle muse e alla loro singolare natura andrebbero rivolti cuori e versi come quelli scritti, secoli o decenni dopo, da Pasquale Panella per Lucio Battisti in canzoni – La sposa occidentale per esempio, l’album e la canzone – che più che celebrare piaceri e dispiaceri dell’amore raccontano tutte le contraddizioni di una relazione calzando perfettamente il modello del rapporto artista-musa. Ovvero: ti amo, anche e soprattutto per quel che emani, e te lo dico, anche se di questo mio amore non resteranno che parole, anche se così prescinderai da me e da te stessa. Vita natural durante. E anche oltre.

Ciò detto, sembrerebbe immediato e giusto attribuire alle muse merito e ruolo attivo all’interno del processo creativo. E tuttavia troppo spesso si conosce l’artista e l’opera, ignorando totalmente il nome della ragazza. Anni fa, conversando di “Like a Rolling Stone” e di Bob Dylan col critico musicale Greil Marcus, gli domandavo com’è che nella monografia che ha dedicato alla canzone (Like a Rolling Stone, Donzelli 2005) in duecento pagine non fosse mai citata Edie Sedgwick, musa di questa e altre canzoni dell’album Blonde on Blonde, presente nel libretto del disco in una foto in cui sì, è di spalle, ma è lei. Perché non raccontare la storia di Edie e Bob? Domanda a cui Marcus, forse anche saggiamente, mi rispose: perché quando ho ascoltato quella canzone la prima volta io l’ho associata alla mia di ragazza, e mai ho pensato a Edie. E poi: ma se trovi che sia così importante la ragazza a cui era dedicata, scrivine, no?
Sì. E infatti qui ne scrivo.

edieSenza quella ragazza lì non ci sarebbe stata nessuna “Like a Rolling Stone”. Ci sarebbero state altre canzoni, ma non quella. E questo è un fatto innegabile. Edie Sedgwick ispirò la canzone più celebre di Bob Dylan e molto altro. Ispirò una fase del lavoro di Andy Warhol, per esempio, che in cuor suo tanto avrebbe voluto essere Edie. Ispirò decine di canzoni, come “Femme Fatale” di Lou Reed, “Poppies” di Patti Smith, “Little Miss S.” di Edie Brickell & “The New Bohemians, Edie (ciao Baby)” dei Cult. Ispirò film, tra cui Ciao! Manhattan, che si staglia primo e magnifico nel suo restituirci le immagini degli ultimi dua anni della vita di una ragazza quasi irriproducibile. O il più recente Factory Girl, che ha consentito a Sienna Miller di far rivivere Edie il tempo di un film. E ispirò anche centinaia di foto e servizi di moda (con Vogue rivista capofila), lasciando che con i suoi grandi orecchini e la calzamaglia rigorosamente nera (così la rivista Life nel novembre del ’65: «Questa ragazza dalla zazzeretta corta e dalle gambe eloquenti sta facendo per la calzamaglia nera più di quanto abbia fatto chiunque altro dai tempi di Amleto») Edie indicasse la strada, creasse uno stile, inventasse una figura di donna che prima non c’era. Edie era ed è rimasta unica e insostituibile. Due aggettivi forse imprescindibili per dire che cos’è una musa.

Scrisse Ernest Hemingway nell’introduzione agli scritti autobiografici dell’amica Kiki de Montparnasse, che se delle decadi si sa che si susseguono ogni dieci anni, delle epoche nessuno sa quando cominciano né quando finiscono. Loro sono lì, e te ne accorgi. Smettono di essere, e ti accorgi anche di quello. Non puoi non farlo. Ti accorgi della loro presenza, ti accorgi della loro assenza. Lo vedi. Sono lì, poi non ci sono più. E non sono sostituibili. Non c’è modo di farlo. Lo stesso vale per le muse, che a un certo punto semplicemente si manifestano, e chi sta loro intorno non può non vederle. Fu proprio Bob Dylan a scrivere che «oh com’era fiacco folle piccino e triste da parte mia pensare che la bellezza fosse solo bruttura e porcheria, mentre invece è come una bacchetta magica che fa cenni invitanti alla mia mente, e sa che solo lei posso sentire, e sa che non ho nessuna scelta». Proprio nessuna scelta. E mentre lo scriveva aveva in mente Joan Baez, anche lei – in quel lì e allora – musa amatissima. Perché a non innamorarsi di loro probabilmente non si amerebbe l’arte.

Nell’articolo si è parlato di:
Catel & Bocquet, Kiki de Montparnasse, Excelsior 1881, pp. 374, euro 24,50
Josif Brodskij, L’altra ego dei poeti da Baudelaire a Pasolini, Bompiani, pp. 161, euro 20,66
Kiki de Montparnasse,Infinitamente prezioso, Excelsior 1881, pp. 212, euro 16,50
Zelda Fitzgerald, Lasciami l’ultimo valzer, Bollati Boringhieri, pp. 224, euro 19
Katharine Hepburn, Io, Frassinelli, pp. 330, euro 16
Francine Prose, The Lives of the Muses, Aurum, pp. 420, £ 8,99
George Sand, Histoire de ma vie, Gallimard, pp. 1680, euro 25
Jean Stein, George Plimpton, Edie: American Girl, Grove Press, pp. 564, $ 14

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