Gheddafi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gheddafi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 29 Jun 2017 00:16:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gheddafi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gheddafi/ 32 32 Sopravvivere all’assenza. “Il ritorno” di Hisham Matar https://minimaetmoralia.it/letteratura/sopravvivere-allassenza-il-ritorno-di-hisham-matar/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sopravvivere-allassenza-il-ritorno-di-hisham-matar/#comments Thu, 29 Jun 2017 06:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34709 «Si ha bisogno di un padre a cui ribellarsi. Quando un padre non è né morto né vivo, quando è un fantasma, la volontà è impotente. (...) Le mie aspettative riguardo a mio padre erano molto normali. Come quel famoso figlio nell'Odissea – come la maggior parte dei figli, credo – desideravo essere “figlio di un uomo felice, che arriva alla vecchiaia con tutti i suoi beni”. Invece, a differenza di Telemaco, io continuo, dopo venticinque anni, a sopportare che mio padre sia “scomparso nel nulla, ignoto”».

In che modo si può sopravvivere all'assenza, quando il potere riesce a rendere ancora più labile il confine tra la vita e la morte? Hisham Matar aveva diciannove anni, era uno studente universitario già in condizione d'esilio, quando suo padre, Jaballa, fu rapito nel suo appartamento al Cairo e recluso nella prigione libica di Abu Salim.

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«Si ha bisogno di un padre a cui ribellarsi. Quando un padre non è né morto né vivo, quando è un fantasma, la volontà è impotente. (…) Le mie aspettative riguardo a mio padre erano molto normali. Come quel famoso figlio nell’Odissea – come la maggior parte dei figli, credo – desideravo essere “figlio di un uomo felice, che arriva alla vecchiaia con tutti i suoi beni”. Invece, a differenza di Telemaco, io continuo, dopo venticinque anni, a sopportare che mio padre sia “scomparso nel nulla, ignoto”».

In che modo si può sopravvivere all’assenza, quando il potere riesce a rendere ancora più labile il confine tra la vita e la morte? Hisham Matar aveva diciannove anni, era uno studente universitario già in condizione d’esilio, quando suo padre, Jaballa, fu rapito nel suo appartamento al Cairo e recluso nella prigione libica di Abu Salim. Il regime di Muammar Gheddafi temeva l’autorevolezza e le qualità poliedriche di questo oppositore fiero e colto. Al collasso della dittatura, dunque a ventidue anni di distanza dal rapimento, non vi è stata una parola di verità sulla sorte di Jaballa. Il compito dei burocrati dell’orrore consiste nel non lasciare alcuna traccia. L’ipotesi più accreditata lo vuole vittima dell’eccidio compiuto nel 1996 ad Abu Salim, dove si consumò l’esecuzione di 1270 prigionieri.

L’autobiografia Il ritorno (Einaudi, 246 pagine, 19.50 euro, traduzione di Anna Nadotti) è valsa a Matar il Premio Pulitzer 2017. Lo scrittore intreccia il dolore intimo, che è un’impresa attiva, «è un lavoro duro, onesto», con quello di un popolo che dopo aver vissuto la tregua della rivoluzione, sempre piena di promesse sospese, è piombato nel buio della guerra civile.

Matar è tornato in Libia nella primavera del 2012, in seguito alla destituzione di Gheddafi, per la prima volta in trentatré anni. Associa l’esilio a una forma di senso di colpa e alla rieducazione all’ascolto di voci divenute echi lontani nel tempo. Ci restituisce la misura di quanto una dittatura e il suo sistema ramificato di sorveglianza possano compromettere la fiducia di un popolo in se stesso e al contempo sviluppare cellule straordinarie di resistenza. Impariamo a esplorare l’assenza che – ci ricorda Matar – è un luogo privato di corpo. E solo il tempo può coltivare l’ambizione di riempire quel vuoto:

«Il corpo di mio padre se n’è andato, ma il suo spazio è qui ed è occupato da qualcosa che non può essere considerato semplicemente un ricordo. È vivo e vitale. Come potrebbero la complessità dell’essere, la meccanica della nostra anatomia, l’intelligenza della nostra biologia, e lo sconfinato firmamento della nostra interiorità – pensieri, domande, struggimenti, speranze, bramosia e desiderio e le mille e una contraddizioni che ci abitano in ogni momento – avere una fine che si possa segnare con una data sul calendario? Mio padre è morto ed è anche vivo. Non possiedo una grammatica per lui. È nel passato, nel presente e nel futuro».

La rabbia per l’ingiustizia, che attanagliava il ventenne, si trasforma negli anni senza tuttavia possibilità di essere sopita: «Ogni volta che posavo gli occhi sul ritratto di mio padre, il mio cuore si faceva piccolo e duro». Matar ci conduce alla radice plurisecolare di legami familiari. In questo senso è fondamentale la figura del nonno Hamed dalla vita così lunga e avventurosa. Figlio unico, nato nella Libia ottomana, conobbe la brutalità dell’invasione colonialista italiana, il regno di re Idris, e i due decenni seguiti al colpo di Stato di Gheddafi. Matar qualifica come disperato il desiderio di radunare i pezzi della propria famiglia, che non ha mai smesso di sognare una Libia libera come la sua vastità severa e incantevole, ben ritratta dall’autore:

«Un libico che voglia dare un’occhiata a tale passato deve, come un un intruso a una festa privata, entrare in tali libri con la piena consapevolezza che per la maggior parte sono stati scritti da e per chi ha occupato la Libia, e quindi sono, in buona sostanza, narrazioni che riguardano la vita degli altri, le loro avventure e disavventure in Libia come se il proprio paese non fosse che un’occasione per gli stranieri di esorcizzare i loro demoni e realizzare le loro ambizioni».

Esulando dal contesto violento dell’autoritarismo, la riflessione di Matar sulla perdita e sull’inconoscibilità chiama in causa la vita di tutti: «Il territorio che separa i padri dai figli ha disorientato molti viaggiatori. È assai facile smarrircisi. (…) Il padre sprofonda ogni giorno di più nella sua notte, si spinge più oltre nella nebbia, lasciando indietro resti di se stesso e il dato colossale quanto ovvio, insieme frustrante e misericordioso – giacché come potrebbe un figlio continuare a vivere se non dovesse anche dimenticare –, che per quanto ci sforziamo non arriveremo mai a conoscere davvero i nostri padri».

La dimensione politica non è preponderante nell’opera, Matar sembra molto più attratto dalla questione di giustizia, però il percorso biografico ci dice qualcosa di sostanziale sulle nostre ipocrisie al cospetto delle dittature e sull’eredità tangibile del periodo coloniale. A Londra il finanziere Nathaniel Rothschild, già consigliere della Libyan Investment Authority, è la figura ponte per stabilire un contatto diretto con uno dei figli del dittatore, il suo amico Seif el-Islam, e avere notizie sull’esito della detenzione di Jaballa. Matar illustra il rapporto del Partito Laburista di Tony Blair, artefice nel 2004 della normalizzazione delle relazioni tra i due paesi, di altre figure di spicco come Peter Mandelson, e in generale dell’establishment britannico, con Gheddafi e la sua struttura di potere.

Lord Lester, avvocato e difensore dei diritti umani, portò alla Camera dei lord le istanze della famiglia Matar. Hisham rievoca:

«Sentir pronunciare il nome di mio padre sotto le volte della Camera alta del mio paese di adozione mi diede un senso di vertigine. (…) La sottosegretaria ha respinto l’ipotesi che “gli interessi economici possando condizionare le nostre azioni”. (…) Peter Mandelson, l’altro membro anziano del Partito laburista che, insieme a Tony Blair, aveva stretti rapporti con il figlio di Gheddafi, Seif el-Islam, durante il dibattimento mi aveva tenuto gli occhi addosso. La sua espressione era teatralmente dura. Un compendio del cinismo con cui alcuni membri dell’establishment britannico gestivano i rapporti con la Libia».

La solidarietà parziale raccolta in quell’occasione non scalfì il muro di omertà della ragion di Stato, che coinvolgeva anche l’Egitto di Hosni Mubarak. Un silenzio che, perpetuandosi tuttora con regimi apparentemente nuovi, non consente di alterare equilibri di potere e governo incapaci di derogare al principio del terrore. E resta sempre la domanda soffocata: quanto a lungo possono essere represse le aspirazioni di un popolo?

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Discorsi alla nazione in crisi d’identità. L’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini https://minimaetmoralia.it/teatro/discorsi-alla-nazione-ascanio-celestini/ https://minimaetmoralia.it/teatro/discorsi-alla-nazione-ascanio-celestini/#respond Mon, 27 May 2013 09:05:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14421 Un aspirante tiranno che esorta i cittadini ad eleggerlo “democraticamente”, una nazione immaginaria sprofondata in una guerra civile a cui corrisponde una pioggia senza fine, un condominio abitato da persone sprofondate in iperboliche solitudini, che hanno più a che vedere con la disgregazione sociale che con una condizione esclusivamente intima. Con «Discorsi alla nazione» Ascanio Celestini si smarca dalla sua classica cifra affabulatoria per costruire uno spettacolo dal respiro differente rispetto ai suoi precedenti lavori, che è in grado di materializzare pezzo dopo pezzo una sorta di distopia orwelliana, un futuro prossimo che potrebbe essere il nostro sen non fosse per alcune “interferenze” di carattere surreale (o, forse, proprio a causa di esse). Ma nonostante questo cambio di passo abbia in parte spiazzato una fetta del pubblico che ha assistito allo spettacolo al Teatro Palladium di Roma, che si aspettava forse una formula collaudata e rassicurante, questo “studio” può a ragione definirsi un esperimento riuscito, che conferma le grandi doti autoriali di Celestini, al di là del classico schema del cosiddetto “teatro di narrazione”, o degli sketch televisivi, che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico.

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Un aspirante tiranno che esorta i cittadini ad eleggerlo “democraticamente”, una nazione immaginaria sprofondata in una guerra civile a cui corrisponde una pioggia senza fine, un condominio abitato da persone sprofondate in iperboliche solitudini, che hanno più a che vedere con la disgregazione sociale che con una condizione esclusivamente intima. Con «Discorsi alla nazione» Ascanio Celestini si smarca dalla sua classica cifra affabulatoria per costruire uno spettacolo dal respiro differente rispetto ai suoi precedenti lavori, che è in grado di materializzare pezzo dopo pezzo una sorta di distopia orwelliana, un futuro prossimo che potrebbe essere il nostro sen non fosse per alcune “interferenze” di carattere surreale (o, forse, proprio a causa di esse). Ma nonostante questo cambio di passo abbia in parte spiazzato una fetta del pubblico che ha assistito allo spettacolo al Teatro Palladium di Roma, che si aspettava forse una formula collaudata e rassicurante, questo “studio” può a ragione definirsi un esperimento riuscito, che conferma le grandi doti autoriali di Celestini, al di là del classico schema del cosiddetto “teatro di narrazione”, o degli sketch televisivi, che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico.

Celestini, invece, è proprio dalla cosiddetta “scena di ricerca” che proviene (il periodo dei suoi esordi, meno noto al pubblico, è costellato di collaborazioni con alcuni dei principali nomi della scena contemporanea come Gaetano Ventriglia, Roberto Latini, Michele Sinisi). In questo nuovo lavoro sembra quasi voler citare questa origine, sia attraverso di una scenografia più elaborata, fatta di luci dal sapore più futuribile – per altro in tema con lo spettacolo – sia citando a inizio spettacolo il Palladium come uno dei luoghi del teatro e della danza sperimentali, “dove non si capisce proprio tutto”, a parziale giustificazione del fatto che lui stesso stesse presentando uno studio e non uno spettacolo completo.

Ecco già dall’inizio un cambio di passo: Celestini esce sul palco in modo informale – a dire il vero lo si poteva già intravedere accanto nel foyer accanto alla maschera che strappava i biglietti – e parla direttamente agli spettatori per spiegare il senso dell’operazione. Sembra un cappello introduttivo, forse di fatto lo è, ma siamo anche già all’interno dello spettacolo. Lo capiamo solo verso la fine del suo discorso, introdotto dalle registrazioni audio dei discorsi politici di tanti potenti della storia – Mao, Kennedy, Craxi, Bush, Khomeyni, Berlusconi, ma anche un Andreotti scomparso di fresco – che accolgono il pubblico che si accomoda in sala come un tappeto sonoro. Lo capiamo solo alla fine perché Celestini divaga: dalla forma dello spettacolo passa a parlare della situazione politica frammentata e dei valori di sinistra, altrettanto in pezzi. “Io sono di sinistra…” è l’esodio di molte sue riflessioni, che però poi scivolano volontariamente sul peggior razzismo da senso comune. Io sono di sinistra, lo so che la Costituzione italiana ripudia la guerra, ma se tutto il mondo fa la guerra a Gheddafi che facciamo, noi non ci andiamo? Io sono di sinistra, ma in fondo quel Gheddafi è vero che ci ha fermato un po’ di africani che sennò ci stava l’invasione. Io sono di sinistra, ma però me ne frego…

Quella di Celestini è un’affilata analisi del linguaggio politico, quello quotidiano e quello dei personaggi pubblici (sempre infettato di quotidianità, di cori da stadio e chiacchiere da bar, nell’Italia berlusconiana e post-berlusconiana). E il meccanismo che adotta è quello dell’identificazione: esordisce con considerazioni e giudizi che ci trovano d’accordo – a “noi”, il pubblico del teatro, mediamente “di sinistra” – per poi condurre quelle stesse considerazioni e quegli stessi giudizi, attraverso il luogo comune, verso una spirale xenofoba, liberista, qualunquista o comunque ispirata all’egoismo sociale. Un rispecchiarsi che diventa drammaticamente un rispecchiarsi nel radicalmente “altro da me”, tratteggiando non solo una geografia di valori politici allo sfascio, ma anche una profonda crisi di identità collettiva e individuale (di cui il Partito Democratico ha dato lampante prova durante la rielezione del Capo dello Stato, Napolitano, finendo per questo quasi in frantumi).

Questo stesso meccanismo, questa stessa analisi del linguaggio, lo ritroviamo anche del corpo centrale dello spettacolo, dove però prevale un altro registro: l’interpretazione. Si tratta di quattro monologhi, in cui Celestini dà vita e voce ad altrettanti personaggi, tutti abitanti di un ipotetico condominio. È lì, in questo agglomerato di solitudini, in questa convivenza a-relazionale di individualismi costretti in un identico luogo, che prende forma il mondo distopico sull’orlo del collasso e invischiato in una guerra civile di cui si parlava prima. Anche in questi monologhi troviamo elementi di possibile identificazione col nostro mondo e col nostro pensiero più elementare, per poi vederli entrambi avvilupparsi in una spirale grottesca e iperbolica, dove è possibile ad esempio che una persona decida di vivere sempre con la pistola in tasca come in un surreale far west. L’unico dialogo, in questa foresta di solipsismi, è quello tra una condomina (qui riconosciamo la voce di Veronica Cruciani, altra storica collaboratrice di Celestini) e il portiere che si rifiuta di spostare un cadavere che ostruisce l’ingresso del palazzo. Si tratta però di una registrazione, come un’eco, una conversazione origliata o forse intercettata, che si intramezza tra un monologo e l’altro.

Chiude il cerchio il discorso del tiranno che chiede al popolo di farsi eleggere. L’uomo forte che è la soluzione di tutti i mali – o almeno a quello della guerra civile, che in effetti giunge a una sua conclusione. Ma a quale prezzo? Quello di vivere in modo gregario e massificato o, per dirla con la potente metafora usata dal novello tiranno, fare come fanno i pesci piccoli che non saranno mai in grado di mangiare il pesce grande: “L’unica possibilità di sopravvivere per un pesce piccolo è diventare parassita del pesce grande, mangiare gli avanzi del suo pasto e in cambio spidocchiargli la pinna”. È in questo discorso di chiusura in cui arringa direttamente il pubblico che ritroviamo il Celestini più coriaceo e ironico, quello in parte sperimentato nei siparietti televisivi a cui questo spettacolo deve molto, che in chiusura di discorso – un una sovrapposizione che si fa allucinatoria tra la folla di cittadini-sudditi a cui si rivolge il tiranno e la platea di spettatori venuti ad assistere allo spettacolo – strappa un sonoro, fragoroso applauso.

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Il nostro colonialismo rimosso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/colonialismo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/colonialismo/#comments Wed, 21 Nov 2012 08:12:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11565 Questo pezzo è uscito in forma più breve su Orwell. (Fonte immagine: Indire.)

Ci sono delle vecchie immagini girate da Luca Comerio, uno dei pionieri del documentarismo italiano, nella Piazza del Pane a Tripoli nel 1911. La camera indugia sul via vai dei nostri militari in divisa che si affollano lungo la strada, poi l’inquadratura si allarga ed entra in scena un patibolo: almeno venti arabi, tutti uomini, pendono irrigiditi con un cappio al collo. Sono stati da poco impiccati. Chi ha mai visto queste immagini di Comerio (riprodotte per pochi secondi in un vecchio film di Cecilia Mangini, Lino Del Fra e Lino Miccichè, All’armi siam fascisti!, recentemente ripresentato in dvd da Raro Video)? Quanti studenti di storia contemporanea le conoscono, sanno a cosa rimandano? Immagino pochissimi. La loro rimozione dalla memoria collettiva è direttamente proporzionale alla rimozione del colonialismo in Africa e nei Balcani. Un inspiegabile, lungo buio. Un lento, carsico lavorio che via via ha espunto le pagine nere della nostra storia recente, e creato il mito infondato degli “italiani brava gente”.

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Questo pezzo è uscito in forma più breve su Orwell. (Fonte immagine: Indire.)

Ci sono delle vecchie immagini girate da Luca Comerio, uno dei pionieri del documentarismo italiano, nella Piazza del Pane a Tripoli nel 1911. La camera indugia sul via vai dei nostri militari in divisa che si affollano lungo la strada, poi l’inquadratura si allarga ed entra in scena un patibolo: almeno venti arabi, tutti uomini, pendono irrigiditi con un cappio al collo. Sono stati da poco impiccati. Chi ha mai visto queste immagini di Comerio (riprodotte per pochi secondi in un vecchio film di Cecilia Mangini, Lino Del Fra e Lino Miccichè, All’armi siam fascisti!, recentemente ripresentato in dvd da Raro Video)? Quanti studenti di storia contemporanea le conoscono, sanno a cosa rimandano? Immagino pochissimi. La loro rimozione dalla memoria collettiva è direttamente proporzionale alla rimozione del colonialismo in Africa e nei Balcani. Un inspiegabile, lungo buio. Un lento, carsico lavorio che via via ha espunto le pagine nere della nostra storia recente, e creato il mito infondato degli “italiani brava gente”.

Boris Pahor, probabilmente il maggiore scrittore sloveno di cittadinanza italiana, ne ha scritto a lungo nella sua recente autobiografia, Figlio di nessuno (Rizzoli). Il totalitarismo fascista, direttamente o indirettamente (tramite, ad esempio, il duce croato Ante Pavelic), ha mietuto per molti anni migliaia di vittime: uomini, donne, bambini, “serbi, zingari, musulmani, ebrei, e oppositori al regime degli ustascia”. È stata una mattanza che avuto i suoi burocrati, i suoi gerarchi, i suoi esecutori. Una mattanza non inferiore alle nefandezze dei nazisti, senza la quale è impossibile comprendere le recrudescenze del “confine orientale” in anni successivi. Senza trovare una risposta plausibile, Pahor ritiene “inammissibile che nella letteratura postbellica italiana non si accenni alla vera importanza del fascismo nell’Europa della Seconda guerra mondiale, cercando invece di minimizzare il ruolo”.

Perché tanto silenzio? Perché tanto silenzio non riguarda solo la Jugoslavia o l’Albania, ma anche l’Africa “italiana”? Come per il “confine orientale”, anche per la “riva sud” del Mediterraneo sono rari i libri come quelli di Angelo Del Boca (I gas di MussoliniA un passo dalla forcaLa guerra d’EtiopiaItaliani brava gente?) in cui si raccontano le nostre “imprese” per ciò che sono state, cioè veri e propri atti di genocidio: bombardamenti di quartieri civili, uso di armi chimiche, deportazioni di massa, creazione di campi di concentramento. E allora non sorprende che nell’Italia del 2012 sia passato sotto silenzio la costruzione, con soldi pubblici, di un mausoleo in onore di Rodolfo Graziani, “il governatore generale di Libia”, “il viceré di Etiopia”, più noto presso gli arabi come “il macellaio di Fezzan”, e che ad accorgersene e a indignarsi siano stati solo in pochi.

Così come non sorprende che il film di Mustafa Akkad sulla vita del leader anti-colonialista libico Omar al-Mukhtār, Il leone del deserto (con Anthony Quinn come protagonista), sia rimasto vittima di censura per circa trent’anni perché “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”. Per la cronaca, la censura cadde solo dopo la celebre visita di Gheddafi a Roma nel 2009, quella in cui piazzò la sua tenda a Villa Pamphili: per l’occasione venne proiettato su Sky. Sembra passato un secolo…

Questo negazionismo strisciante, oltre a creare una memoria del Novecento del tutto edulcorata, ci impedisce di cogliere le forme di neocolonialismo che ritornano, alimentando per giunta il nostro innato provincialismo.

Quando cadde il regime comunista albanese, e iniziarono i massicci viaggi dei migranti verso l’Italia, Gianni Amelio fu il solo – con il suo film Lamerica – a spostare l’attenzione sugli anni quaranta del Novecento, a vedere in quel tratto essenziale della nostra contemporaneità (i boat-people) il riflesso del nostro passato coloniale. Fu una scelta isolata, e difatti del tutto incompresa; eppure senza una relazione tra lo ieri e l’oggi è impossibile comprendere il nostro rapporto con l’Albania contemporanea: comprendere ad esempio perché lì, ancora oggi, parlino tutti l’italiano; e perché tutti i nostri call center stiano chiudendo qui per riaprire, lì, a Tirana e Durazzo, assumendo migliaia di ragazzi che, per poche centinaia di euro al mese, sono pronti a venderci la nostra America quotidiana. La nostra Italia.

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Harem (di Stato) https://minimaetmoralia.it/libri/harem-di-stato/ https://minimaetmoralia.it/libri/harem-di-stato/#comments Wed, 29 Aug 2012 13:05:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8951 Pubblichiamo un testo di Mario Valentini sul colonialismo italiano e lo sfruttamento sessuale delle donne.

di Mario Valentini

Se per la metà della gente che avevo incontrato ero “africana” per quelli che ci capivano qualcosa ero una dell’ex impero italiano, ma un impero in cui non esisteva gran differenza tra i diversi paesi. Quindi molti si confondevano tra Etiopia, Eritrea, Somalia, e persino Libia.
Gabriella Ghermandi

Ho capito da un po’ di tempo di essere del tutto privo di quella dote necessaria a scrivere storie totalmente finte che si chiama fantasia. Piuttosto, mi piace lavorare di immaginazione. L’immaginazione fa germinare la finzione dal dato di realtà come la pianta da un seme. Nella fantasia la finzione non germina ma viene architettata.

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Pubblichiamo un testo di Mario Valentini sul colonialismo italiano e lo sfruttamento sessuale delle donne.

di Mario Valentini

Se per la metà della gente che avevo incontrato ero “africana” per quelli che ci capivano qualcosa ero una dell’ex impero italiano, ma un impero in cui non esisteva gran differenza tra i diversi paesi. Quindi molti si confondevano tra Etiopia, Eritrea, Somalia, e persino Libia.
Gabriella Ghermandi

Ho capito da un po’ di tempo di essere del tutto privo di quella dote necessaria a scrivere storie totalmente finte che si chiama fantasia. Piuttosto, mi piace lavorare di immaginazione. L’immaginazione fa germinare la finzione dal dato di realtà come la pianta da un seme. Nella fantasia la finzione non germina ma viene architettata.

Una volta, durante un corso di scrittura narrativa che tenevo a Palermo, uno dei partecipanti ha presentato un racconto in cui si parlava di una donna araba. Era una storia raccontata dal punto di vista di questa donna, che viveva in Italia e che era sottomessa alle angherie di un marito violento (arabo anch’esso). La donna portava il velo. Il racconto faceva vedere come, nel tempo, la donna si liberava del marito violento, si liberava del velo, si innamorava di uno sconosciuto (italiano) incontrato su un autobus con il quale iniziava a darsi appuntamento, diventava una donna nuova, emancipata, libera.

Avevo rivolto un commento un po’ duro all’autore di quel racconto, uno che dopo tanti anni di frequentazioni considero certamente un buon amico. Gli ho chiesto cosa ne sapeva lui esattamente di donne arabe, quale conoscenza precisa e approfondita aveva della loro cultura, del loro mondo, dei loro sentimenti. Ne era nata una discussione che non sto qui a riferire, in cui c’erano posizioni molto diverse dalla mia. E poi, arabe di dove, continuavo: egiziane, marocchine, iraniane? E poi perché non raccontare di una donna araba laica, magari una giornalista o un’intellettuale, invece di riproporre l’immagine –sempre molto diffusa – della donna col velo, sottomessa al marito?

La verità è che non sarei affatto capace di scrivere un racconto che abbia come protagonista una donna, raccontato dal punto di vista di una donna e che narra vicende che riguardano una donna. Tanto più se questa è araba o, meglio, islamica. Mi verrebbe molto più facile scrivere un racconto sui pensieri di un uomo che immagina come può una determinata donna vedere una certa situazione, prendere una certa decisione, considerare un tal fatto.

Pare una differenza di poco conto ma non lo è. Il secondo modo di raccontare, quello dell’uomo che immagina, è più trasparente. Mostra e dichiara tutte le difficoltà che si incontrano nell’uscire dalla prospettiva unica del proprio sguardo, abbracciando quello di un altro. E ci riserva almeno un privilegio, o una scappatoia se vogliamo: il beneficio del dubbio.

Ho fatto davvero fatica, quella sera, a chiarire come mai secondo me scrivere un racconto di quel genere fosse un atto di presunzione, sebbene nato con tutte le buone intenzioni.

A un certo punto, durante la discussione sul racconto, un tizio che era presente attorno a quel tavolo, non ricordo bene a che proposito e attaccandosi a quale frase, aveva fatto la seguente considerazione: “però guardate che sotto il velo alcune di queste donne sono proprio belle!”.
Sono i primi giorni di aprile, la primavera è iniziata da poco, il sole è già caldo come se fosse maggio. Ma nonostante il clima magnifico l’altro giorno mi sono beccato l’influenza. Da cinque giorni la temperatura oscilla tra i 37 gradi e mezzo e i 39.  Passo interi pomeriggi sul divano, con gli occhi chiusi, tra brividi di freddo, dolori muscolari e mal di testa. Quando la febbre si abbassa un po’ e il mal di testa sfuma ne approfitto per sfruttare il tempo disteso della malattia e leggere finalmente senza lunghe interruzioni un intero romanzo, lusso che non mi era concesso da tempo. Ne scelgo uno che da più di sei mesi era messo in bella evidenza sulla libreria e non mi ero mai deciso a iniziare: si intitola Tempo di uccidere, è stato scritto da Ennio Flaiano nell’immediato secondo dopoguerra, ha vinto il premio Strega nel 1947.  È una delle poche opere della letteratura italiana che affronta il tema e l’esperienza del colonialismo. In un articolo del sociologo Paolo Jedlowski avevo letto che è una delle poche cose letterarie sull’argomento che vale davvero la pena di leggere. Il libro non sempre scorre veloce, spesso è un po’ troppo sovrabbondante, ha qua e là qualche piccola caduta, qualche vizio di letterarietà. Ma intriga, inquieta, fa nascere più di una domanda. Tra una pagina e l’altra, sdraiato sul divano, la febbre si alza, devo chiudere il libro, mettermi un po’ di lato, fare scorrere i brividi, combattere il mal di testa. Mi addormento per delle mezz’ore. Le inquietudini del libro si mescolano a quella leggera alterazione dei pensieri dovuta alla febbre alta. Il sonno si fa agitato, faccio sogni irrequieti.

Non so più se sia la febbre o la lettura. Il sentimento della colpa che toglie il fiato al protagonista e lo infetta di un morbo sconosciuto, che non è la lebbra temuta ma una malattia dello spirito fatta di viltà, noia, insensatezza, crudeltà gratuita e tutt’altro che inevitabile, scompagina la serenità del mio sonno. La lettura si fa particolarmente avvincente. Le vicende del tenente italiano dalla veglia si trasferiscono nel sonno, dal sonno passano di nuovo alla veglia in una sorta di incubo continuato che dura tre giorni. Vado a riprendere un libro di storia fotografica sull’Italia coloniale che ho in casa da anni, un libro di una storica dell’Africa che si chiama Silvana Palma: passo in rassegna le immagini, leggo con attenzione tutte le didascalie che ricostruiscono il contesto storico. Per tre giorni non riesco ad occuparmi di nient’altro. Cerco di dare uno sfondo e un contesto più definito al romanzo che leggo. Non sono tanto gli abissini impiccati o trucidati, gli alberi carbonizzati dalle bombe, i quartieri in fiamme, gli uomini evirati, le pietre e la polvere del paesaggio, le case cadenti, le campagne devastate dalla guerra. La cosa che più inquieta è il corpo della donna.

Che molte donne “nere”, arabe o somale, eritree o etiopi, musulmane o cristiane, siano belle, avvenenti, desiderabili l’italiano lo sa da più di un secolo e mezzo. E ne ha approfittato a lungo.

A scorrere le immagini, ad ascoltare le canzoni di propaganda delle guerre coloniali, si ha l’idea che la costruzione dell’impero, avvenuta in circa cinquant’anni, più che altro sia stata una specie di avventura erotica. Non solo conquista di terre e regioni lontane ottenuta con atti di atroce ferocia. Con l’uso di gas come l’iprite, per esempio. Ma la storia di una brama sessuale nei confronti della donna “nera” che interi reggimenti di maschi italiani hanno potuto liberamente soddisfare, in forme varie e non tutte equivalenti. Lontani da qualsiasi senso di responsabilità inibizione o controllo, come dice proprio Silvana Palma.

E già in un quaderno di appunti tenuto da Ennio Flaiano durante i giorni trascorsi in Etiopia si trova scritto: “influenza delle canzonette sull’arruolamento coloniale. Alla base di ogni espansione, il desiderio sessuale”. E poi, più in là: “la campagna di Libia sortì buon effetto per via di «Tripoli, bel suol d’amore», il prototipo delle canzonette di mobilitazione”.

A Tripoli bel suol d’amore, canzone del 1911, in epoca fascista fece seguito la più esplicita Faccetta nera, con i suoi versi ispirati alla bella, piccola abissina, moretta che è schiava fra gli schiavi e che sarà portata a Roma per essere baciata dal sole italiano. Ma molto più esplicito è il materiale fotografico dell’intero arco dell’epoca coloniale, a cominciare da quelle cartoline di donne eritree, somale o libiche nude o a seno scoperto. Fotografie che circolavano sul territorio italiano come  materiale metà pornografico e metà propagandistico, a fare intendere “una disponibilità totale e invitante” che poteva essere colta senza alcuno sforzo.

Una, risalente al 1913 e scattata in Tripolitania, ritraeva una donna sdraiata a fianco di una tenda, con il vestito alzato sulle ginocchia. La didascalia diceva: “La bella beduina a riposo”. Un’altra, degli anni Trenta, ritraeva una donna con i capelli coperti dal velo bianco che le cadeva sulle spalle e sui fianchi, facendo però ben vedere il seno scoperto. Veniva spacciato come ritratto di donna somala.

E il soldato partiva. E veramente coglieva con poco sforzo. Violentando le donne quando capitava di violentare, sposandole in matrimoni “a tempo” che erano più che altro un rapporto di schiavitù o riducendo le donne di interi centri urbani al rango di prostitute.

In Tempo di uccidere la colpa originaria è una violenza carnale compiuta dal protagonista, un tenente dell’esercito italiano occupante, ai danni di una ragazza forse nemmeno uscita dall’adolescenza. Non è musulmana, ma cristiana. Non è araba, è etiope. E per dirla tutta ha anche gli occhi verdi, non li ha color nocciola. E i capelli lisci. Né crespi né intrecciati alla maniera delle altre donne del luogo. La pelle chiara. Forse nella sua storia familiare c’è traccia di quella dominazione portoghese che per diversi anni ha attraversato queste terre, pensa il tenente. Ha in testa non il velo ma un panno bianco di cotone grezzo acconciato come un turbante. Come mai si lava nuda in una pozza? Non teme il passaggio di soldati in una zona accerchiata da tempo dalle truppe italiane? Continua a lavarsi con gesto ripetitivo, quasi assente, indifferente all’esterno, anche dopo che il tenente è giunto alla pozza e le rivolge la parola. Come mai? Non scappa, non si copre, non teme la presenza del militare? Si ridesta dal suo torpore solo alla vista del sapone che il tenente le porge. E torna a lavarsi. Il tenente non se lo chiede ma il lettore sì: porta sul corpo i segni di un’altra violenza già subita e che l’ha resa inerme? Il tenente penserà in seguito, invece, che fosse ammalata di lebbra, e contagiosa.

La violenza del tenente viene presentata ambiguamente, con una resistenza debole intesa quasi come accondiscendenza. Ma non c’è dubbio che di una violenza si tratta. Stupisce la reazione docile della ragazza. Il rifiuto del denaro che il tenente le porge al momento di prendere commiato è invece ostinato e deciso: la ragazza non ci sta a farsi trattare da prostituta. Accetta invece un orologio. Il tenente glielo mette al polso e si sente come se le mettesse al dito un anello. E come all’interno di un rapporto matrimoniale la ragazza a questo punto inizia a comportarsi. Il tenente si trattiene con la donna per la notte, nel corso della quale la ucciderà, per sbaglio per imperizia per sciatteria, con una pallottola vagante destinata a una bestia nascosta nell’ombra.

Certe volte ci facciamo delle domande davvero idiote senza manco accorgerci di quanto sono idiote. Ad esempio ci facciamo domande su romanzi tutti inventati come se fossero storie vere. Come mai si lava nuda. E perché no? Era una zona battuta da un sentiero appena secondario in cui l’esercito non aveva motivo di passare. Che domanda è, come mai si lava nuda? Mi ricordo che una volta, avrò avuto quindici anni, con degli amici eravamo andati a fare una lunga passeggiata sui Nebrodi, dei monti piuttosto alti della Sicilia, lungo il Tirreno. Camminavamo per sentieri poco battuti tra boschi e vallate utilizzate a pascolo. Giunti nei pressi di un abbeveratoio abbiamo sorpreso due giovani pastore lavarsi alla fontana a seno scoperto. Non si sono rivestite, non hanno salutato. Hanno continuato a fare quello che dovevano fare e noi abbiamo proseguito facendo finta di niente.

Riprendo il romanzo e rileggo la parte dell’incontro tra il tenente e l’indigena. Il tenente racconta la vicenda in prima persona e ripete più volte che “una donna che si lava è uno spettacolo comunissimo quaggiù e indica la vicinanza di un villaggio”. Nemmeno lui si sorprende, dunque. Anzi, riconduce quella visione a un normale elemento del paesaggio etiope. La donna non è più nemmeno una donna: è un indicazione, un segnale. Come una traccia su un masso sta solo a indicare qualcos’altro: la vicinanza di un villaggio. E d’altra parte la donna fa parte del paesaggio come ne fanno parte le bestie. Sta alla pozza a lavarsi “come un buon animale domestico”. L’incontro tra il tenente e la donna etiope avviene in una totale ignoranza reciproca: nelle loro teste scorrono due film del tutto diversi. Di cosa davvero pensi la donna niente ci è dato sapere. Il tenente registra un’alternanza di reazioni che colloca all’interno dei suoi codici di comprensione dell’indigeno, piegandole a suo piacimento. Gli servono per legittimare ai suoi stessi occhi l’atto di violenza. Il terrore che il tenente vede negli occhi della donna dura solo un momento, poi si apre in un sorriso dovuto al regalo di un pezzo di sapone. Il rifiuto della donna agli approcci fisici del tenente è deciso, la donna si rabbuia, il tenente la mette a sedere bruscamente, lei continua a respingerlo. Il tenente: “respingeva le mie mani perché così Eva aveva respinto le mani di Adamo in una boscaglia simile a quella”. Che è come dire: l’uomo è predatore e la donna preda e la legittimità di questi ruoli è già sancita nella notte dei tempi da miti sacri come quelli raccontati nella Bibbia. È sempre e solo il tenente che pensa, osserva, valuta, registra, impone, presuppone, decide, coglie, uccide e che, alla fine, ha la possibilità di raccontare tutto questo.

Ecco il campionario razzista con cui il tenente giustifica ai suoi stessi occhi la violenza sulla donna: la donna è come un animale domestico, abbiamo detto; è come Eva che respinge Adamo, che la farà sua con violenza perché questo è il suo ruolo quasi per diritto di natura; la donna appartiene a un mondo immobile e selvatico, immutabile e eterno che è proprio della natura; l’uomo bianco, il soldato occidentale, appartiene invece all’ordine della civiltà, è l’erede storico dei proconsoli romani che arrivarono un tempo fino “alle soglie del Sudan”; l’uomo cerca la sapienza nei libri, la donna la sapienza ce l’ha negli occhi, che guardano “da duemila anni, come la luce delle stelle che tanto impiega da noi per essere percepita” (ancora un ordine naturale e immobile che relega la donna in una condizione di inferiorità e sudditanza); la donna respinge il tenente perché il respingere “è una fase del gioco”; o perché aveva paura, ma non la semplice “paura di essere violata, ma quella più profonda della schiava che cede al padrone”; “doveva pagare la sua parte per la guerra che i suoi uomini stavano perdendo”; “si difendeva cortesemente, senza crederci e, oso dire, pensando ad altro”.

Su internet, pagando pochi euro con una carta prepagata, o anche gratis, si trovano oggi diversi lavori che trattano le vicende coloniali. Studi molto ben fatti. Uno, di Nicoletta Poidimani, ha come argomento proprio i crimini sessuali del colonialismo fascista nel Corno d’Africa. Ma nel trattare i crimini l’autrice parla prima di tutto delle politiche messe in atto nelle diverse fasi della storia coloniale italiana. Mostrando in questo modo come i crimini non siano stati elementi sporadici e casuali, che si potrebbero anche considerare inevitabili in una guerra. Essi vanno inseriti in ben precise politiche e azioni di propaganda a sfondo razzista e sessista messe in atto dai diversi governi che si sono succeduti tra l’Italia liberale e quella fascista. Con una strategia che aveva precisi scopi.

L’immagine della donna “africana” come donna attraente e disponibile, attraverso quello che l’autrice definisce un paradigma esotico/erotico, era stata utilizzata dai governi, a iniziare da quelli dell’Italia liberale, come uno degli strumenti di persuasione capaci di creare un consenso popolare attorno all’impresa coloniale. Parallelamente a questa immagine alcuni giornalisti e parte consistente della letteratura scientifica e medica hanno diffuso una immagine ferocemente denigratoria della donna “africana”: descrivendola come naturalmente portatrice di malattie, maleodorante per via delle sue abitudini igieniche, rozza incolta e stupida, inferiore e limitata ecc. Esotismo e denigrazione, abbiamo imparato a riconoscerlo, sono due strategie speculari che concorrono ambedue a creare l’immaginario razzista. Con la pubblicazione del manifesto della razza e con le leggi razziali, l’esotismo ha ceduto il passo definitivamente alla denigrazione. Pure l’inno di Faccetta nera è stato sconfessato e attaccato con violenza sulle pagine dei maggiori quotidiani nazionali. La campagna contro le unioni tra italiani e colonizzati e contro il rischio del meticciamento si è fatta violenta. Una legge regia ha vietato i matrimoni misti.

Il fatto è che non basta guardare al passato e riconoscere che non siamo stati brava gente. Difficile è ammettere che non lo siamo tutt’ora. Difficile è forse anche rendersene conto.

Sul passato coloniale italiano si continua a star zitti. Le politiche razziali fasciste vengono ancora minimizzate. Il virilismo rozzo e violento, che ha fatto da collante tra colonialismo e razzismo, non viene ancora mostrato con il dovuto dettaglio di particolari.

Si ha il sospetto che questa negazione sia uno dei modi in cui viene preparato il terreno perché oggi si continui a seminare, e a raccogliere, gli stessi frutti. Geneticamente un po’ modificati. Ma nella sostanza piuttosto simili. Dissimulando, appunto, facendo quasi finta di niente. Perché parlarne ci costringerebbe a trovarci attaccata addosso proprio quella identica eredità.

Qualche anno fa, a Messina, a una cena in cui ci rincontravamo tra vecchi compagni di scuola, ho rivisto dopo tantissimo tempo un mio compagno dei tempi del ginnasio. Facciamo finta che si chiama Ettore Pascucci. Era appena tornato da una vacanza in uno dei paesi del Corno d’Africa. Non ricordo più quale. Era andato a trovare un suo amico che da anni lavorava lì. Ha raccontato il suo viaggio nel Corno d’Africa a un gruppo di compagni maschi mentre ci fumavamo una sigaretta tra il secondo e il dolce sul marciapiede del ristorante. Era tornato estasiato. Non era uscito quasi mai di casa perché la città era piena di insidie e di pericoli, diceva. Però stando in casa, con questo gruppo di italiani che abitavano lì, in case ricchissime per gli standard del posto, ricevevano spesso la visita di alcune donne. Non erano delle prostitute, raccontava, erano delle amiche. Venivano presentate come delle amiche, si muovevano per casa come delle amiche e le prestazioni sessuali non se le facevano pagare. Facevano parte del rapporto d’amicizia. È lo stesso concetto di amicizia dell’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Oggi, dopo il ben noto caso del giro di prostituzione attorno a Berlusconi, il cosiddetto caso Ruby, quelle amiche le chiameremmo escort. E d’altra parte quel tizio raccontava che la prima volta che queste ragazze li avevano raggiunti a casa i suoi amici gli avevano detto che nel pomeriggio avrebbe ricevuto un regalo. E il regalo, di fatto, puntualmente c’era stato.

C’è un filo diretto che lega le vicende vissute da quel mio compagno nel Corno d’Africa a quelle che hanno visto coinvolto Silvio Berlusconi con la ragazza minorenne egiziana nota come Ruby. Ambedue si inscrivono in una stessa storia italiana che inizia con l’impresa coloniale. O, come direbbe qualcuno: esse appartengono al medesimo retaggio storico. E si può far risalire alla stessa matrice storica anche la campagna giornalistica che, con una strategia ben nota e consolidata, a un certo punto ha iniziato a usare come bersaglio denigratorio la ragazza egiziana, rappresentandola come una “puttanella” senza scrupoli e senza valori che rischiava di inguaiare il grande uomo politico e d’affari. Contemporaneamente si provava a dipingere quella di Berlusconi come una semplice e tutto sommato innocente debolezza di un uomo stressato dal troppo lavoro. L’opinione pubblica, a un certo punto, ha come fatto propria questa tendenza a minimizzare gli eventi. È subentrata una specie di falsa coscienza collettiva che, al di là delle numerose battutacce, lo ha anche un po’ assolto, perdonato. È possibile che sia scattata, in modo diffuso per quanto sotterraneo, una forma di identificazione un po’ fascista con le gesta erotiche del capo e con la sua immagine vincente di uomo di potere capace di sopravvivere indenne a qualsiasi disavventura.

Ma a ben guardare è tutto il dispositivo retorico messo in campo per anni dall’ex premier e dal suo apparato di potere mediatico ad apparire una versione rimodernata di quella retorica colonialista di antica memoria. Quel modo di fare funzionare nella scena politica delle barzellette da trivio, raccontate con toni da bar di borgata, sulle abitudini sessuali del suo amico Gheddafi. O il modo di costruire la visita del dittatore libico in Italia come evento televisivo, organizzando un incontro con uno stuolo di belle ragazze-immagine assoldate apposta per essere offerte, simbolicamente, al suo potente ospite. O, forse, organizzato in questo modo con l’intento di ricreare in terra italiana, in modo quasi subliminale, l’immagine esotizzante del grande capo africano con il suo harem. Immagine e controcanto dell’harem dello stesso Berlusconi. E la stessa trovata utilizzata per fare rilasciare la giovane Ruby detenuta in questura, spacciandola per nipote di Mubarak. Tutto un modo di fare funzionare insieme, di volta in volta, maschilismo triviale, esotismo/erotismo e denigrazione. E come non riconoscere in espressioni largamente usate e diffuse su quegli eventi, opportunamente riproposte e diffuse dai media, come “il bunga bunga”, una versione rimodernata di un antico stigma che per secoli ha dipinto l’uomo “nero” e africano come dedito a una sessualità dissoluta, selvatica, quasi animale?

Per ribaltare il punto di vista di Tempo di uccidere e guadagnare un’immagine altra delle imprese coloniali di inizio ‘900 e della donna “africana” bisogna leggere il romanzo di Gabriella Ghermandi, Regina di fiori e di perle, pubblicato nel 2007 da Donzelli. Che è dichiaratamente una forma di risarcimento. Racconta quello che l’italiano non ha mai saputo o voluto sapere. La protagonista è una ragazza etiope che verrà in Italia a fare l’università. Quando ancora era bambina ha ricevuto un incarico, una sorta di missione, da parte di uno dei saggi della sua famiglia, il vecchio Yacob: raccontare agli italiani cosa è, ed era, davvero l’Etiopia. E molte delle storie narrate sono proprio racconti del periodo dell’occupazione italiana.

Le donne raccontate nel romanzo sono ben diverse da quelle rappresentate da libri, fotografie e articoli italiani. Né dissolute prostitute veicolo di malattie come la sifilide e la lebbra, né quieti animali domestici buoni solo per diventare prede. La loro storia non è la storia immutabile di esseri più vicini alla natura che alla civiltà. Ci sono figure di donne forti e sagge, che hanno tirato avanti le famiglie e le terre mentre gli uomini andavano a fare la resistenza nelle foreste; donne che imparavano a mediare e a contrattare con l’occupante italiano per salvare il salvabile; e donne che entravano nella resistenza facendo le staffette o diventando portatrici di messaggi e di notizie tra un gruppo di combattenti e l’altro. Tra le donne che raccontano storie alla giovane narratrice Mahlet ce n’è una che gira in compagnia di una tartaruga per il tempio cristiano in cui Mahlet va a pregare sotto la guida di un vecchio eremita. La donna le racconta: “durante la mia infanzia, dopo il raccolto del cotone, io e mia madre passavamo intere giornate all’ombra del grande albero, a filare, e durante le lunghe giornate lei coltivava la mia femminilità raccontandomi storie sulle grandi donne del nostro paese”. Tra queste la storia dell’imperatrice Taytu, moglie di Menelik, che aveva avuto un suo esercito di fanti e cavalieri con cui aveva combattuto e sconfitto gli italiani ad Adua nel 1896. Quasi mezzo secolo dopo, nel 1937, durante l’occupazione italiana, la donna con la tartaruga, appena ragazza, fugge da Addis Abeba, dove era stata costretta forzatamente a servire un maggiore dell’esercito italiano, per unirsi alle file della resistenza. Si unisce al gruppo di Kebedech Seyoum, una donna guerriera che aveva preso il posto del marito a capo di un gruppo di guerriglieri dopo che questi era stato ucciso con l’inganno da un ufficiale italiano. Nell’armata di Kebedech Seyoum le donne combattenti erano tante.

Una mattina, racconta la donna con la tartaruga alla giovane Mahlet, lei era andata a prendere l’acqua al fiume. Aveva con sé il figlio piccolissimo di Kebedech Seyoum. Si era avvicinata all’acqua ed essendoci un bel sole aveva appoggiato il fucile da un lato e l’anfora dall’altro lato. Aveva abbassato la veste ed era rimasta a seno nudo. Aveva iniziato a lavarsi. C’era caldo, aveva il corpo pieno di polvere e sudore, aveva preso piacere a gettarsi l’acqua fresca lungo il corpo. Proprio come la donna violentata dal tenente di Flaiano in Tempo d’uccidere. “Non avrei più smesso – dice la signora con la tartaruga alla giovane Mahlet – ipnotizzata dal piacere”. Spunta fuori a questo punto un italiano, disarmato, che si avvicina al figlio di Kebedech Seyoum. Stavolta è la donna etiope ad avere un fucile per le mani. Prima esita: non è abituata a uccidere e non vuole uccidere. Ma deve proteggere anche il piccolo figlio di Kebedech Seyoum. Poi un impulso che non le apparteneva si impadronisce di lei. Pensa ai morti che ha visto nel corso dell’occupazione, alle scene orribili degli eccidi a cui aveva assistito. Forse anche alle violenze subite dalle donne. Qualcosa dentro di lei urla “fuori dalla nostra terra!” mentre spara uccidendo l’italiano. Non si può certo darle torto.

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Bengasi anno zero https://minimaetmoralia.it/inchieste/bengasi-anno-zero/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/bengasi-anno-zero/#comments Thu, 31 Mar 2011 08:45:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4097 di Stefano Liberti

Il premier incaricato, Jibril, è un uomo della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da percorrere è tutta in salita.

«Un gruppo di brave persone che si è trovato a vivere un momento straordinario senza avere la minima idea di cosa fare». La definizione è di Ali Tarhouni, responsabile incaricato delle finanze nel nuovo governo messo in piedi dagli insorti della Cirenaica. Professore di economia negli Stati uniti, Tarhouni è tornato dopo 35 anni in Libia

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di Stefano Liberti

Il premier incaricato, Jibril, è un uomo della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da percorrere è tutta in salita.

«Un gruppo di brave persone che si è trovato a vivere un momento straordinario senza avere la minima idea di cosa fare». La definizione è di Ali Tarhouni, responsabile incaricato delle finanze nel nuovo governo messo in piedi dagli insorti della Cirenaica. Professore di economia negli Stati uniti, Tarhouni è tornato dopo 35 anni in Libia per contribuire alla nascita del nuovo stato che, nella speranza dei ribelli, dovrà nascere all’indomani della caduta di Muammar Gheddafi. Dopo cinque settimane di autogestione, affidata a un Consiglio nazionale transitorio (Cnt) di cui non è mai stata chiara né la composizione né le prerogative, né tanto meno dove si riunisse, gli insorti hanno deciso di creare un gruppo ristretto di sei persone che dovrebbe costituire il governo.
Il premier incaricato è Mahmoud Jibril, l’uomo che è stato ricevuto all’Eliseo da Nicolas Sarkozy (ottenendo sia il riconoscimento formale della Francia che l’impegno a spingere per la risoluzione delle Nazioni unite per i bombardamenti) e che a Parigi ha incontrato anche il segretario di stato americano Hillary Clinton. Gli altri esponenti di cui si conosce finora il nome sono Tarhouni, Omar Hariri (cui è stata affidata la difesa e il coordinamento degli affari militari) e Ali al Essawi, incaricato degli esteri. Tutte persone di provata fede anti-gheddafiana: Tarhouni ha passato buona parte della sua vita in esilio, Hariri ha trascorso anni in carcere e poi agli arresti domiciliari per aver partecipato nel 1975 a un colpo di stato contro il rais. Jibril non si è mai mischiato con il regime, se si eccettua l’esperienza del National Economic Development Board (Nedb), un corpo messo in piedi nel 2007 dal figlio (ex) riformatore di Gheddafi, Seif El Islam, per aprire l’economia del paese e lanciare una politica di privatizzazioni che è poi stato interrotta dal padre. Essawi è stato tra i primi, come ambasciatore in India, a dimettersi e unirsi agli insorti.
Il governo vuole essere il volto pubblico dei ribelli di Bengasi, oltre che il braccio operativo di una rivolta che è nata per caso e si è trovata a gestire dal nulla un nuovo stato. «Quando la Cirenaica è finita sotto il nostro controllo, ci siamo trovati di fronte a un vero e proprio vuoto politico. Non sapevamo cosa fare» racconta ancoraTarhouni. La Libia è un paese senza istituzioni. Dietro la favola della Jamahiriya, il potere diretto esercitato dalle masse attraverso i cosiddetti «comitati popolari», il colonnello Gheddafi ha ridotto lo stato libico a uno one-man show. Con una politica di arresti, di torture, di assassini, il rais ha cancellato l’opposizione. Ha incenerito la società civile. Ha vietato la libertà di stampa e di espressione. Ha bandito o addomesticato ogni tipo di corpo intermedio. Così, all’indomani della rivoluzione del 17 febbraio, i ribelli della Cirenaica si sono guardati in faccia e si sono chiesti: «E ora che facciamo?».
Per capire la confusione, la mancanza di coordinamento e anche i segnali contraddittori che il Consiglio nazionale transitorio ha mandato al mondo in queste cinque settimane bisogna partire da un dato: la rivoluzione non è stata preparata. È nata come un moto spontaneo di migliaia di giovani che si sono ribellati pacificamente contro i simboli del potere gheddafiano prima a Bengasi e poi nelle altre città. Seguendo il vento delle rivolte che soffiava in tutto il mondo arabo, hanno manifestato a mani nude e si sono fatti uccidere come mosche – solo nella capitale della Cirenaica nei giorni dal 17 al 20 febbraio, quando alla fine le forze del colonnello sono fuggite, sono morti almeno 200 ragazzi. I giovani manifestanti hanno poi saccheggiato le caserme e, da studenti, commercianti, impiegati che erano, si sono trasformati in ribelli armati. Gli «shebab al thawra», i giovani della rivoluzione, sono ragazzi di vent’anni che non sopportavano più di vivere nella dittatura e che oggi partono al fronte con in braccio i vecchi kalashnikov che hanno trovato nei depositi di Gheddafi. Non sono membri di al Qaeda, come vorrebbero le farneticazioni del colonnello. Né sono islamisti radicali, come si sono apprestati a sottolineare alcuni profeti di sventura anche di casa nostra, spostando il centro del dibattito. Sono ragazzi che usano internet e che oggi si passano sui bluetooth del cellulare le immagini delle battaglie di Ras Lanuf, o i video dell’attacco lanciato dalle forze di Gheddafi su Bengasi. Sono giovani che si prendono gioco del rais trasformando in rap i suoi minacciosi discorsi. Sono la stessa generazione 2.0 che ha rovesciato Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto. Con la differenza che in Libia il colonnello Gheddafi si sta mostrando molto più resistente dei suoi omologhi ex dittatori del Nordafrica. Perché il rais di Tripoli ha messo in piedi un vero e proprio sistema totalitario, creando milizie civili (la famigerata Lijan Thawra) e unità speciali delle forze armate affidate alla guida dei suoi figli. Ha svuotato di senso l’esercito, temendo colpi di stato. Ha distribuito potere e prebende a una serie di fedelissimi che rimangono legati a lui a doppio filo. E vive il personalissimo delirio di ritenersi l’unico legittimo rappresentante di un popolo che in realtà lo detesta.
La politica di costruzione dello stato totalitario per quattro decenni ha dato i suoi frutti: quando hanno assunto il controllo di Bengasi, in modo del tutto inatteso, gli insorti del 17 febbraio non sapevano assolutamente che pesci prendere. Si sono trovati di fronte all’esigenza di esercitare il potere, di governare. Ma loro erano solo «un gruppo di brave persone». Hanno creato il comitato, affidandone la guida a Mustafa Abdul Jalil, che fino a poco prima era ministro della giustizia di Gheddafi. Hanno accolto Abdel Fattah Younis, ex compagno d’armi nonché ex ministro degli interni del colonnello, come capo di stato maggiore. Hanno cercato «personale politico» in un paese in cui non si faceva politica da 42 anni. E ne è venuta fuori un’accozzaglia un po’ incoerente di ex gheddafiani, giudici, professori, imprenditori con poca o nessuna esperienza nella gestione della cosa pubblica.
«Abbiamo preso il meglio che c’era in giro – confessa un po’ sconsolata Iman Bugaighis, portavoce del Cnt . Abbiamo dovuto cominciare da zero, o quasi».
Questo il punto di partenza. Quello di arrivo è ancora lontano. Il colonnello è saldo al potere a Tripoli. Il fronte è fermo ad Ajdabiya. Il morale continua a essere alto a Bengasi nonostante l’impasse, le scuole e le università chiuse da cinque settimane, i soldi che non girano, le comunicazioni che non funzionano, la precarietà che diventa routine. I ribelli sono fiduciosi: «Gheddafi cadrà. Ha il mondo contro e presto sarà a corto di liquidità» dice Tarhouni. Ci vorrà tempo, forse settimane o mesi, ma tutti sono sicuri che il regime è arrivato alla fine. E allora comincerà la vera sfida per questo «gruppo di brave persone»: capire se sono in grado di soddisfare le aspettative create, di dare vita a una Libia libera e democratica e voltare definitivamente la pagina di un regime che si diceva socialista ma che ha finito per sparare sul suo stesso popolo.

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Ad Ajdabiya, sotto le bombe https://minimaetmoralia.it/reportage/ad-ajdabiya-sotto-le-bombe/ https://minimaetmoralia.it/reportage/ad-ajdabiya-sotto-le-bombe/#respond Thu, 17 Mar 2011 10:55:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3986 di Stefano Liberti

Le bombe cominciano a cadere alle otto del mattino. Fuori città, verso ovest, su quella che è diventata la linea del fronte. Una, due, tre bombe. L’attacco su Ajdabiya parte dal cielo. E continua sulla terra. Al check point subito fuori città, ad appena 4 km dal centro, regna il caos più totale. Macchine in fuga. Qualche pick-up con la contraerea che avanza e ogni tanto lancia una scarica in aria contro gli aerei di Gheddafi, senza mai colpirli.

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di Stefano Liberti

Le bombe cominciano a cadere alle otto del mattino. Fuori città, verso ovest, su quella che è diventata la linea del fronte. Una, due, tre bombe. L’attacco su Ajdabiya parte dal cielo. E continua sulla terra. Al check point subito fuori città, ad appena 4 km dal centro, regna il caos più totale. Macchine in fuga. Qualche pick-up con la contraerea che avanza e ogni tanto lancia una scarica in aria contro gli aerei di Gheddafi, senza mai colpirli.
Un ribelle con un kalashnikov ci fa segno di no con la mano e ci impedisce di andare oltre. «Tornate fra un’ora, quando la situazione sarà più calma». Un’ora dopo, nella città si è scatenato l’inferno. Le forze ribelli indietreggiano. All’ospedale arrivano morti e feriti, civili colpiti da schegge di bombe. Due bambini di 4 e 7 anni che vengono subito medicati e non sono in pericolo di vita. Un uomo ucciso dal frammento di un ordigno mentre viaggiava in macchina, la materia cerebrale ancora sparsa sul poggiatesta. Un altro che arriva con le interiora in mano e morirà poco dopo. Ambulanze a sirene spiegate. Il crepitio della contraerea. Bombe sempre più vicine.
La città piomba nel panico. I pochi negozi aperti si affrettano ad abbassare le saracinesche. Le bandiere rosso-verde-nere simbolo della ribellione sventolano tristi. Veicoli degli anti-Gheddafi vanno in tutti i sensi, presi in un vortice di paura e confusione. Decine di macchine cariche di persone e bagagli si lanciano sulla strada che porta verso Bengasi, la capitale della Cirenaica ancora in mano ai ribelli. Solo un paio di ore prima, la pista d’asfalto era deserta. Ora è un fiume di macchine, camion, pick-up, che tentano di fuggire dalla guerra. Un’ondata di profughi che cercano rifugio dove possono, in casa di familiari, di amici, il più lontano possibile dai combattimenti.
All’ospedale cittadino la situazione è frenetica e disperata. Il personale medico è impegnato a operare e curare i feriti, che arrivano senza sosta. «Guardate – urla il dottor Suleiman Rifadi – sta bombardando i civili. Gheddafi è pazzo, ci ucciderà tutti, mentre il mondo rimane a guardare». Ci sono diversi volontari, molti dei quali studenti di medicina che lavorano senza sosta da giorni. Alcuni uomini armati. Parenti delle vittime che piangono. «Abbiamo bisogno dell’aiuto della comunità internazionale – grida Mohammed Al Fakri, professore all’università -, devono istituire la no-fly zone e fare bombardamenti mirati sulle forze di Gheddafi. Ci devono aiutare. Non vogliamo un intervento di terra, ma ogni bombardamento delle forze Nato o di chiunque è benvenuto e necessario». «Come si fa a parlare con Sarkozy e Cameron?», gli fa eco il dottor Rifadi. «Il presidente francese e il premier britannico sono gli unici che hanno preso una posizione giusta, dicendosi pronti a bombardare il dittatore».
Gli anti-Gheddafi intanto indietreggiano a vista d’occhio. Il fronte si avvicina. Le forze ribelli si liquefanno dietro l’avanzata di quelle del colonnello. «Non abbiamo armi. Sono tantissimi», dice sconsolato Sherif Layas, ex direttore di marketing convertitosi in combattente rivoluzionario il 17 febbraio scorso. L’uomo, vestito in mimetica con un cappello e un kalashnikov a tracolla, ha assistito direttamente alla disfatta progressiva delle forze ribelli, che fino a una decina di giorni fa si dicevano convinte di potere arrivare facilmente e rapidamente a Tripoli e di poter spodestare il colonnello. Layas ha il volto coperto di sabbia e l’aria stanca. Combatte senza interruzione da tre settimane. Nell’ultima ha dovuto ritirarsi di più di 250 chilometri. «Eravamo a Ras Lanouf. Poi siamo andati a Brega. Ora stanno venendo qui ad Ajdabiya. Non ce la possiamo fare. Sono troppi e noi non abbiamo le armi giuste per fronteggiarli».
La probabile e imminente caduta di Ajdabiya rappresenterebbe una vittoria di primo piano per le forze di Gheddafi. La città è in una posizione strategica all’ingresso della Cirenaica. Da lì parte una strada che aggira Bengasi e, dopo 400 km, arriva direttamente a Tobruk, a poca distanza dal confine egiziano. Se le truppe lealiste conquistano quest’ultima città, possono poi accerchiare l’odiata capitale dei ribelli da est e da ovest e stringerla in un assedio che lascerebbe poche possibilità di sopravvivenza al Consiglio nazionale transitorio che governa la regione dallo scorso 17 febbraio. «Non abbandoneremo Ajdabiya – dice Layas -, è il limite tra la vita e la morte della nostra lotta. Senza questa città, siamo destinati a perdere». Ma, vista la sproporzione delle forze in campo, sembra difficile ogni resistenza. Salvo miracoli, Ajdabiya appare destinata a cadere.
Tutte le dichiarazioni delle forze ribelli, che affermavano di tenere ancora la città di Brega e di aver compiuto una semplice ritirata strategica, si mostrano per quelle che sono: pie illusioni, nel migliore dei casi; nel peggiore, vere e proprie menzogne di guerra per tenere alto il morale dei giovani combattenti della rivoluzione, sempre più in caduta libera. Brega è in mano alle forze di Gheddafi. Mussa Gibril Bujgama viene dalla città. E’ partito l’altroieri e racconta di repressioni cruente. Di persone uccise senza pietà nella strada. «Un mio amico è stato preso e ammazzato con un colpo di pistola, perché è stato identificato come uno dei capi della ribellione. Bujgama è scappato da Brega per evitare ritorsioni. «Figuratevi – continua – che hanno fermato un’ambulanza e ucciso a sangue freddo il ferito che era sopra». Mentre parla, due aerei volteggiano sopra l’ospedale. La contraerea lancia una scarica fortissima, che semina il panico. I colpi si perdono nell’aria. Sempre più uomini armati si aggirano all’interno dell’edificio. Due postazioni di lanciarazzi vengono parcheggiate all’ingresso. I ribelli temono che Gheddafi possa bombardare l’ospedale. «Lo ha già fatto a Brega, lo farà anche qui», afferma Layas.
«Probabilmente nelle prossime ore, evacueremo definitivamente l’ospedale. Intanto stiamo portando tutti i pazienti a Bengasi», assicura il dottor Suleiman Rifadi. La struttura serve solo per le operazioni urgenti. Tutti i degenti sono trasportati verso la capitale della regione, a 160 km di distanza. Bengasi è sicura. Ma per quanto tempo ancora? Le forze ribelli non sembrano in grado di contrastare l’avanzata delle truppe. Hanno armi obsolete. E poca preparazione militare. «Li staneremo casa per casa», aveva minacciato il colonnello. Se i racconti di quanto è successo a Brega sono veri, hanno già cominciato. Bengasi trema, temendo il peggio e una vendetta che arriverà certamente violentissima e spietata. Cala il buio sulla capitale della Cirenaica. In strada pochissime persone. Si sentono, come ogni sera, scariche di kalashnikov. Ma stasera fanno più paura del solito.

Questo articolo è uscito per Il Manifesto.

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