Giaime Pintor Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giaime-pintor/ un blog di approfondimento culturale Thu, 25 Mar 2021 10:27:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giaime Pintor Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giaime-pintor/ 32 32 La rivoluzione necessaria per salvare il Gigante Cieco https://minimaetmoralia.it/libri/la-rivoluzione-necessaria-per-salvare-il-gigante-cieco/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-rivoluzione-necessaria-per-salvare-il-gigante-cieco/#respond Thu, 25 Mar 2021 13:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48232 di Marco Carratta Nel libro La scopa di Don Abbondio, scritto da Luciano Canfora nel 2018, la rivoluzione è definita “un fenomeno ciclico di rottura che torna a riproporsi nella storia in forme diverse ma che segue sempre lo stesso inevitabile schema finendo per snaturarsi quando, conquistato il potere, viene schiacciata dalle torsioni nazionali e […]

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di Marco Carratta

Nel libro La scopa di Don Abbondio, scritto da Luciano Canfora nel 2018, la rivoluzione è definita “un fenomeno ciclico di rottura che torna a riproporsi nella storia in forme diverse ma che segue sempre lo stesso inevitabile schema finendo per snaturarsi quando, conquistato il potere, viene schiacciata dalle torsioni nazionali e dal peso della Storia inerenti a ciascun Paese”. La posta in gioco, secondo Canfora, è da sempre la stessa: la spinta verso l’uguaglianza. “Nonostante la durezza delle rivoluzioni, però, l’inuguaglianza risorge e di nuovo provoca repulsa. E quando finalmente diviene chiaro quanto ci si è allontanati dalle premesse e dalle promesse della rivoluzione precedente, ecco che sono “mature le condizioni perché si realizzi una nuova scossa.”

Dei risultati mai raggiunti dalle rivoluzioni e della necessità di una nuova scossa tratta Carlo Cassola nei due saggi pubblicati tra il 1975 e il 1976 e riproposti oggi da minimum fax con il titolo Il gigante cieco. In un passaggio significativo che fotografa perfettamente quella che è la tesi dell’autore, si legge: “La rivoluzione è il tentativo più spinto di forzare i tempi dell’evoluzione, il suo compito è cancellare le differenze sociali o storiche: cioè i privilegi accumulati nelle mani di pochi per effetto di un’evoluzione manipolata dai pochi a proprio esclusivo vantaggio.”

Cassola, come scrive Fabio Stassi nella prefazione La coerenza di una conchiglia, “appartiene ad un’epoca in cui la letteratura e il romanzo producevano ancora delle feroci polemiche e sembravano avere un peso nella formazione collettiva di una società”. A dimostrazione di ciò basti rileggere gli articoli, le interviste e le partecipazioni televisive che hanno accompagnato la pubblicazione dei saggi Il gigante cieco e Il vecchio e il nuovo. Saggio sulla rivoluzione.

All’epoca Cassola era uno degli scrittori più letti, un narratore premiato dal numero di copie vendute e dall’attenzione della critica. Insieme ai premi e ai successi aveva attirato anche molte critiche; accusato per anni di fare una letteratura disimpegnata, già nel 1953 aveva ricevuto la scomunica di Palmiro Togliatti: sulla rivista Rinascita il segretario del Pci sosteneva che quella del romanzo Fausto e Anna fosse una versione diffamatoria della Resistenza. A questa era seguita anche quella, forse ancora più clamorosa, raccolta nei 180 endecasillabi pronunciati da Pier Paolo Pasolini durante la serata di presentazione dei candidati al Premio Strega del 1960. Tre anni dopo, Edoardo Sanguineti lo definì con lo slogan Liala 63 (accomunandolo a Giorgio Bassani) in quanto “simbolo di una letteratura da combattere”. Eppure alla sua arte c’è chi ha riconosciuto tracce sotterranee di una costante e profonda sensibilità alla realtà politica e sociale contemporanea (ne è un esempio il libro inchiesta I minatori della maremma realizzato con Luciano Bianciardi nel 1956, ripubblicato anche questo da minimum fax nel 2019). Ed è per questo che nel 1975 Cassola, così timido e schivo, inizia a rivestire il ruolo di conferenziere itinerante e di propagandista attivo e polemicamente feroce; lo fa per difendere le ragioni e le tesi di un’idea, quella del disarmo degli stati sovrani, diventata ai suoi occhi l’unica via per garantire il futuro all’umanità, vista come un gigante cieco che cammina verso l’abisso.

Cassola, in un’intervista rilasciata a Franco Zangrilli, racconta con queste parole la sua conversione ad una letteratura dichiaratamente impegnata, o meglio ad una cultura responsabile, come l’autore preferisce definirla:

Io ho deciso di dedicarmi alla politica, quando ho capito che il mondo così com’è strutturato, va verso la distruzione, la quale renderebbe vano anche la mia attività di scrittore, perché tutti avremo una seconda morte. Attorno al 1975 io mi resi conto che la casa stava andando a fuoco e quindi decisi di darmi da fare politicamente, per salvarla […] perché quando la casa brucia non si può pensare che a spegnere l’incendio.

Cassola, ne il Gigante buono, dimostra di aver capito in anticipo che il 6 agosto del 1945 iniziava una fase epocale in cui l’umanità avrebbe vissuto il momento più tragico della sua storia: quello che poteva vederla sparire.

Il sonno della ragione partorisce i mostri, fu detto già in epoca romantica. Noi di mostri abbiamo una conoscenza molto più approfondita di quei nostri antenati. Fascismo, nazismo, stalinismo, la seconda guerra mondiale, i campi di sterminio, per fortuna sono alle nostre spalle; il nazionalismo e il militarismo purtroppo no, così che abbiamo davanti una prospettiva anche più terrificante di quelle passate: una terza guerra mondiale o una catastrofe ecologica che distrugga la vita del pianeta.

La spiegazione di questa difficile situazione risiede nel fatto che a guidare l’umanità non è stata l’intelligenza, ma il potere; e che la storia ha seguito un diagramma iniquo in cui l’intelligenza ha creato la civiltà ma è stato il potere distinto dall’intelligenza a guidare gli uomini. È questo il filo rosso che Cassola segue nel suo discorso sull’evoluzione dell’uomo proposto nella prima parte del saggio. Un discorso che parte dalla preistoria per arrivare alla contemporaneità e che non appare come un trattato storico-politico bensì come una storia scritta in modo semplice e appassionato. Essa “può suscitare obiezioni”, l’importante è essere d’accordo con la conclusione: “il divario tra intelligenza e potere è sempre stato un male per l’umanità. Anche quando era minimo. Oggi è smisurato: a un’intelligenza sviluppatissima si contrappone un potere sottosviluppato. Ed è questo potere sottosviluppato a decidere come vanno usati i prodotti della sviluppatissima intelligenza. In queste condizioni la fine del mondo è sicura.”

A tal proposito l’argomentazione usata da Cassola è semplice quanto innegabile: dopo le due esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki gli statisti internazionali hanno continuato a produrre armamenti atomici ingigantendo la minaccia di annientamento dell’umanità invece di lavorare alla costruzione di un ordine mondiale che “metta per sempre l’umanità al riparo dalla catastrofe della guerra e le permetta di evitare le catastrofi ecologiche”. È quest’ultimo il “pensiero grande” che deve guidare un potere intelligente, un pensiero che gli intellettuali falsamente impegnati non hanno proposto con la forza necessaria, e che politici stupidi hanno lasciato inascoltato, dimostrando di preferire “la fine del mondo al nascere di un mondo che faccia a meno di loro”.

Ponendo l’attenzione su divisioni che hanno senso solo una volta risolto il problema massimo, evitare la distruzione dell’umanità, si sono comportati alla stregua dei bizantini che, mentre assistevano alla conquista turca di Costantinopoli, discutevano del sesso degli angeli, con la differenza sostanziale che la caduta della capitale bizantina per mano ottomana “fu una catastrofe da nulla rispetto alla catastrofe che sta davanti a noi”.

Solo un potere intelligente guidato da un pensiero che “non corra dietro il piccolo ma vada dietro al grande” può salvarci da una fine certa. “Un pensiero che si cimenti con la strategia. Un pensiero rivoluzionario”. In epoca moderna solo con le spinte rivoluzionarie l’intelligenza ha conquistato il potere, ma tale conquista è durata troppo poco tempo: è successo in Russia tra il 1917 e il 1922, era già successo in Francia tra il 1789 e il 1794. In entrambi i casi la rivoluzione fu “l’atto chirurgico che permise la venuta al mondo di una nuova società” ma che non impedì che l’antico regime tornasse prepotentemente, talvolta con l’aiuto degli stessi rivoluzionari. Nella quarta di copertina di questa edizione l’editore ha deciso di riportare una frase di Giame Pintor che Cassola cita:

Un popolo portato alla rovina da una finta rivoluzione può essere salvato e riscattato soltanto da una vera rivoluzione.

Le “finte” rivoluzioni sono state quelle che hanno rinunciato ai loro progetti internazionalisti per paura di perdere il potere conquistato. Qui Cassola non ammette nessuna via di mezzo, si dimostra sfiduciato di fronte a qualsiasi riforma: “Il riformismo, anche il più rispettabile, è un procedimento troppo lento, e il mondo invece ha fretta di mettersi in salvo, perché ogni giorno che passa potrebbe essere l’ultimo. Non solo, ma il riformismo viene a patti con la realtà; non avrà quindi mai la forza di rifiutarla.” E la realtà che si è dimostrata più refrattaria a essere tolta di mezzo è lo Stato nazionale. Carlo Cassola, scrive Carlo Madrignani, è sicuro “di non potersi aspettare nulla da nessuna delle eventuali (e per la verità improbabili) riforme che stiano all’interno della logica della guerra, difensiva o offensiva che sia”. “Il nuovo è la rivoluzione” che agisce come “scopa della storia e spazza via” l’ordinamento degli stati sovrani armati divisi da frontiere creando l’internazionale.

“Nell’era atomica l’umanità può sopravvivere solo realizzando l’internazionale. A sua volta l’internazionale può essere realizzata solo dalla rivoluzione”. È una necessità su cui devono concordare tutti: rivoluzionari, riformisti e conservatori, solo così possiamo scongiurare una catastrofe talmente spaventosa da essere difficilmente immaginabile.

Questa necessità impellente spinge Cassola a spendere gli ultimi anni della sua esistenza nella quasi esclusiva missione di ricordare quanto fosse necessario e con quali mezzi preservare la pace. Questa sua battaglia non incontrò il favore degli intellettuali, e soprattutto degli specialisti di storia e di politica che mal tolleravano l’invasione del romanziere in un campo che non era il suo. A chi dall’alto della sua cattedra lo accusava di ricostruzioni semplicistiche rispondeva: “Ma chi l’ha detto che di storia e politica debbano parlare solo gli specialisti? Mi vanto di essere un dilettante: ma un dilettante che vede la verità e la dice.”.

Nell’epoca che stiamo vivendo – in cui una pandemia globale ha reso più profonde le disuguaglianze sociali, economiche e di genere, rivelato in tutta la sua drammaticità l’egoismo degli stati e il prevalere di logiche di mercato sulla necessità di un’azione politica comune che non lasci nessuno indietro – leggere Il Gigante cieco ci consente, se ce ne fosse bisogno, di condividere ciò che scrisse Carlo Bo in ricordo dell’amico scomparso da poco:  ad invecchiare (e male) sono stati i suoi critici, non i suoi scritti.

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Riferimenti

Luciano Canfora, La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia, Laterza, 2018

Carlo Cassola, Il gigante cieco, Minimum fax, 2020

Carlo Cassola, Per il disarmo unilaterale dell’Italia, Belfagor, novembre 1976

Maurizio Costanzo, Il predicatore solitario della fine del mondo, Corriere della sera, 10 gennaio 1979

Carlo A. Madrignani, Il superstite secondo Carlo Cassola,  Belfagor, novembre 1989

Cesare Medail, Cassola. L’antieroe della Resistenza, Corriere della sera, 25 gennaio 1997

Giulio Nascimbeni, Ma che sinistra è se non vuole il disarmo? Le tesi antimilitaristiche di Carlo Cassola in un dibattito a Milano, Corriere della Sera, 22 febbraio 1977

Giovanni Russo, Cassola solo contro tutti, Corriere della sera, 18 febbraio 1987

Ottavio Tossani, Carlo Cassola è tornato alla politica, Corriere della sera, 19 marzo 1977

Franco Zangrilli, Incontro con Carlo Cassola, Quaderni d’Italianistica, gennaio 1986

 

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“Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/#comments Wed, 22 Mar 2017 13:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29237 (fonte immagine)

È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

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alfredo

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È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

S’iscrisse al Pci dopo la liberazione. Nel 1945 iniziò a lavorare all’Unità, per poi diventarne direttore nel 1956, appena trentenne. Dissidi con Togliatti produssero il cambio alla direzione e il ritorno in Puglia quale segretario regionale. Eletto deputato nel 1968, dal 1973 fece parte della direzione del partito e della segreteria Berlinguer. Ha provato a dare il proprio contributo ideale, valoriale nella complessa mutazione Pci-Pds-Ds-Pd. «Non appartengo a quelli che si pentono del loro passato. Sì, sono stato comunista. Peggio, sono stato uno dei massimi dirigenti del Pci e non è che non veda errori e orrori e non li senta sulla mia pelle. Il fatto è che accanto a questi io ho la piena consapevolezza della parte che i comunisti hanno avuto nella lotta per la democrazia. Non era Stalin, ma la patria che ci chiamava. Lo stesso partito che però per il suo legame con l’Urss ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana», dice.

La necessità di mettere in campo una forte idea di ricostruzione del paese, ma inseparabile dalla lotta per il riscatto sociale. Questa è la storia di una democrazia difficile e di un’unità incompiuta. È il Pci che spiega la storia d’Italia oppure è la storia d’Italia che spiega il Pci? Si domanda e domanda Reichlin nella biografia, che si fa riflessione sull’oggi, La mia Italia (Donzelli, 149 pagine, 18 euro). Affiora l’irrequietezza per un lutto non elaborato, per la debolezza del modo in cui è stata gestita la crisi del Pci e la confluenza nel nuovo partito: «Chi come me viene dalla sinistra storica non può sentirsi innocente, se il nuovo soggetto politico in cui siamo approdati sembra così incerto, quasi senza un’anima e privo di un pensiero lungo sul futuro».

Reichlin pone al centro della sua analisi la potenza dell’economia che erode il potere della politica in quanto interesse generale. Denuncia quel che sappiamo, la concreta formazione di una plutocrazia mondiale mai vista prima. Livelli di concentrazione delle risorse paragonabili a prima della Rivoluzione francese. «L’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione», scrive. È vero quel che premette nella prima pagina: «Non è una predica, né un furbesco chiamarsi fuori». Ma è la nostalgia per la foto di gruppo di giovani intellettuali, che si mischiarono a tanti piccoli Di Vittorio, ad animare le pagine.

L’autore argomenta la crisi di una costituzione materiale, del modo di stare insieme. Considera il “nuovismo” renziano l’immagine di un paese “senza”, un’immagine sospesa nel vuoto. Afferma che il significato etico della politica si può ritrovare non in astratto, ma nell’asprezza della lotta e del fare.

La mia Italia è la storia di una generazione che non si è tirata indietro. Ugo Stille scrisse in memoria di Giaime Pintor: «La nostra amicizia significò allora un “crescere assieme”. Era un legame che faceva di ciascuno di noi quasi una parte dell’altro». Allora viene alla mente l’immagine più bella del libro pubblicato da Donzelli. Piombiamo nella Roma dell’otto settembre 1943, il trauma e la vergogna di una intera classe dirigente in fuga, la scomparsa dello Stato, i bombardamenti e la lotta partigiana. Reichlin arriva in bicicletta dai Castelli romani e incontra solo macerie. Cerca l’amico e compagno di scuola Luigi Pintor. Giaime, il fratello più grande, che era ufficiale dello Stato maggiore, chiede loro di accompagnarlo da Leopoldo Piccardi, al ministero dell’industria in via Veneto. Piccardi era il solo membro del governo rimasto a Roma e il Palazzo era completamente deserto. Il Cln vuole aprire i depositi militari e distribuire le armi. Poi attraversano Piazza dei Cinquecento per giungere a una caserma. Qui, ricorda Reichlin, un tranviere scende dalla vettura e si unisce ai soldati italiani. Continua a sparare fin quando resta steso a terra per quel possibile che è la democrazia.

Reichlin, vorrei cominciare dalla Puglia, dall’Ilva a Taranto. Un’impresa in perdita dove si muore. Il 17 novembre è deceduto Cosimo Martucci, operaio 49enne. Lo scorso giugno il trentacinquenne Alessandro Morricella è stato travolto dalla ghisa fusa e vapore, mentre lavorava alla base dell’altoforno numero 2. Che cosa ha rappresentato nella sua vita il centro siderurgico?

«È stato un impegno grandissimo, perché è venuta a Taranto negli anni in cui ero lì. Non avevamo nessuna esperienza di che cos’è una fabbrica come l’Ilva. Il problema generale che ci investì era l’idea che fosse l’inizio di una vera e propria industrializzazione della Puglia. L’impianto era grandioso, uno dei maggiori centri siderurgici d’Europa. Non avevamo le idee chiare sull’impatto ambientale, poiché non avevamo nessuna esperienza precedente in questo senso. Ci battevamo molto per rendere democratiche le assunzioni. Allora furono assunti migliaia di operai attraverso canali clientelari. E cercavamo di fondare in mezzo a questa massa del tutto nuova il sindacato. Ho trascorso molte giornate davanti ai cancelli, perché era l’unico modo di parlare direttamente con gli operai. Arrivavano camion, pullman da varie parti della Puglia. Non era facile farsi ascoltare durante i cambi di turno, comizi di cinque, dieci minuti. Creammo un’organizzazione. Lo fece essenzialmente la Fiom, ma allora i rapporti tra sindacato e partito comunista erano strettissimi, eravamo la stessa cosa. Il centro si è anche molto – troppo – esteso, perché non era così all’inizio. Avevo già la preoccupazione, l’assillo degli effetti sul rione Tamburi esposto alle nocività della produzione. Ricordo riunioni su riunioni fatte con i compagni del luogo».

La zuppa del demonio non bastava.

«A noi l’Ilva sembrò una svolta molto insufficiente. Quando si ruppe il triangolo industriale e venivano coinvolte Emilia, Marche e in parte Toscana, la nostra linea fondamentale era che lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe dovuto essere uno sviluppo basato su una trasformazione molecolare della società meridionale. Fondamentalmente creare capitale sociale. Non credevamo che potesse avvenire attraverso l’imposizione di industrie calate dall’alto. Io avevo chiarissimo in testa, credo di averlo anche molto scritto, che il modello di sviluppo sarebbe dovuto partire dalla massa reale dei lavoratori pugliesi che erano i contadini e quindi uscire prima di tutto dai patti colonici semi feudali. I socialisti mi accusarono di “agrarismo”, mentre invece ritenevo che questa fosse la linea più feconda, più avanzata, di suscitare dal basso come era avvenuto in Emilia. Pensavo, mi illudevo, che soprattutto in Puglia, dove era meno forte l’arretratezza (era primitiva: una cosa diversa), si potesse lavorare su un nuovo impasto tra la forza lavoro, erano lavoratori straordinari, e una piccola e media borghesia non di rendita ma attiva».

 Nel 1962 andò a Bari con il compito di dirigere il Pci regionale. Nella raccolta Dieci anni di politica meridionale ‘63-’73 si domandava retoricamente: «È stato industrializzato il Mezzogiorno?» Per poi rispondersi: «In realtà si è industrializzato ulteriormente il Nord». Che cosa è andato storto?

«Il problema fondamentale era quello di mutare la funzione del Mezzogiorno nella vita nazionale. La scelta dell’industrializzazione era stata fatta, avendo la Cassa abbandonato dall’inizio degli anni Sessanta gli investimenti massicci in agricoltura. Tutti gli incentivi erano stati dirottati nel finanziamento dei poli industriali. Parliamo di migliaia di miliardi tra pubblico e privato. Il Nord, grazie alla particolare condizione sociale e politica della realtà meridionale, ha potuto sfruttare le riserve della mano d’opera espulse dalla campagna, ha utilizzato le materie prime e i semilavorati dalle industrie di base e inoltre ha utilizzato la crescita del tessuto urbano meridionale per alimentare certi consumi. L’industrializzazione doveva essere in funzione dell’assetto civile e territoriale del Mezzogiorno e non del mercato. Ha dominato un feudalesimo moderno, espressione di un blocco di potere burocratico, speculativo, parassitario che è locale e nazionale insieme. La rapina delle risorse umane è ciò che mi ha più inquietato. Lo spostamento verso il Mezzogiorno dell’asse dello sviluppo industriale non poteva avvenire ottenendo qua e là qualche nuovo impianto, secondo la logica dei poli ma bloccando l’esodo».

I dati prodotti dal rapporto 2015 dello Svimez (desertificazione industriale, 576mila posti di lavoro persi e al Sud dal 2008 a oggi è raddoppiata la percentuale povertà assoluta) hanno riacceso, per qualche ora, una qualche forma di dibattito pubblico sulla questione meridionale. Lei nelle pagine de La mia Italia la mette al centro della crisi della nazione italiana.

«Nell’ultimo ventennio della questione meridionale non si è più parlato ed è una cosa vergognosa. Non ne ha parlato più neanche la sinistra. Come è noto, ero un dirigente del Pci e mi sono nutrito, ho profondamente condiviso, l’impianto gramsciano togliattiano della questione nazionale italiana. L’unità d’Italia è avvenuta attraverso una rivoluzione passiva, fondamentalmente una conquista regia.

La classe dirigente italiana, poi, compie al suo interno un patto scellerato. Io sono l’industria, produco e mi serve un mercato. Allora non c’era il mercato mondiale e il Mezzogiorno significava avere un mercato protetto. Venti milioni di abitanti totalmente dipendenti dall’ago all’automobile, dal prodotto del Nord e non arrivavano gli stranieri. È stato un enorme mercato che comportava – e questo era il patto – un sostegno alle capacità di consumo dei meridionali. E quindi trasferimenti: almeno un quinto del Pil meridionale è fatto di trasferimenti. Poi il sistema bancario non era in grado di svolgere nel Mezzogiorno la funzione di sostegno a uno sviluppo industriale omogeneo. Le risorse entravano nel circolo finanziario. Era un sistema insostenibile che bisognava cominciare a guardare apertamente in faccia. Non pensare che si trattasse di arretratezza o assenza di educazione. Negli ultimi venti anni, l’arresto dello sviluppo italiano è dovuto in buona parte al cambiamento del paradigma economico mondiale, la mondializzazione. I mercati sono diventati internazionali, il Mezzogiorno ha interessato ancora meno, perché si cercavano mercati ben più ampi».

La soddisfa la politica in materia del governo Renzi?

«Nella legge di stabilità non c’è nulla per il Mezzogiorno. L’assenza di centralità della questione è la critica. Critico, sono polemico anche con il Partito Democratico che l’ha trascurata in questi anni. Abbiamo subito la falsa teoria delle forze di destra italiane, l’asse del nord Bossi-Berlusconi secondo cui il problema era la famosa questione settentrionale. Liberalizzare, diminuire i poteri dello Stato, affidare lo sviluppo italiano alla spontaneità dei mercati e dunque il Mezzogiorno è stato totalmente sacrificato. Oggi siamo arrivati a un punto di quasi non ritorno. È grave che si sia accentuato lo sviluppo dualistico del Paese in un contesto di  Mezzogiornificazione dell’Europa, di frattura crescente tra Nord e Sud. La questione del Mezzogiorno è la questione centrale, molto più importante dello spread o di cose con cui ci hanno dilaniato, perché è il limite della nazione italiana. Le impedisce di compiere il salto, perché il Sud non è una regione, è un terzo del paese, è storia, regni, monarchie, ed è lì ancora il nodo che tuttora resiste: l’arretratezza del blocco storico italiano. Se mi si chiedesse qual è il vero difetto anche della politica economica del governo Renzi, direi è questo».

A più riprese lei segnala, quale tratto distintivo del divorzio dal Novecento, il tramonto della civiltà del lavoro, di quell’insieme di diritti conquistati con lotte dure. Frullano i numeri, prematuri, sugli effetti del Jobs act. La convincono i principi che l’hanno ispirato?

«Il Jobs act è incompatibile con la civiltà del lavoro novecentesca, però va contestualizzato in un dato internazionale. Abbiamo subito la svolta di destra, che c’è stata a livello mondiale, quando si è rotto il compromesso democratico tra il capitalismo e la democrazia. In cui certo il capitalismo manteneva il proprio dominio, il suo potere in ultima istanza di essere, decidere dello sviluppo, ma c’era il potere dello Stato e delle economie locali, dei diritti nazionali. Veniva meno la base stessa dell’impianto riformista che era riuscito a contemperare gli squilibri del mercato con la funzione redistributiva dello Stato sociale. Il capitalismo finanziario assoggettava la realtà a una logica che confliggeva in modo radicale con la soggettività e l’autonomia dell’uomo. Ricordiamoci che il socialismo è stato protagonista del secolo scorso, non solo perché difendeva gli ultimi, ma perché aveva creato degli strumenti di lotta straordinari dal sindacato al suffragio universale, dal partito politico di massa allo Stato sociale. Con la globalizzazione sono venuti meno i vecchi strumenti dell’agire politico della sinistra. Che cosa inventiamo? Bisogna inventare. I miei occhi hanno visto rompersi la grande conquista avvenuta negli anni in cui mi impegnavo, diventavo adulto, entravo nella lotta politica».

Lei, ricordando la fase costituente della Repubblica italiana, sottolinea come la Carta sia stata scritta con la consapevolezza degli ultimi, in rappresentanza degli esclusi. La bellezza dell’articolo tre. Oggi si riforma in nome di chi e che cosa?

«La Costituzione nasce da questa nuova idea che il lavoro poi è in definitiva il fattore fondamentale dello sviluppo e della civiltà di un paese. È l’uomo alla base di tutto. Invece abbiamo assistito a una reazione culturale, diffusione di senso comune spaventoso che la legge costitutiva del consorzio umano è il mercato, è a questo che bisogna sottoporsi, non solo lo scambio economico materiale ma anche i destini. Ho voluto dire e lo ripeto che la Costituzione non è mai stata molto amata dalla vecchia classe dirigente per una ragione molto semplice: non l’hanno fatta loro. Questa è stata la peculiarità di cui non vedo molti paragoni nella storia dell’Italia. La Costituzione italiana è stata fatta dai fuoriusciti; sia Togliatti sia De Gasperi e dalle masse da loro dirette, operai, contadini e cattolici che furono tenuti ai margini della vita dello Stato unitario. La borghesia è stata travolta in quella fase dalla caduta del fascismo. È stata zitta e si è nascosta dietro le tonache dei preti. Prese la testa quella pattuglia di cattolici democratici. Questi hanno scritto la Costituzione, non c’è dubbio. Dunque non è molto amata. Dopo l’espianto dei grandi partiti storici andava in scena una idea molto vaga del nuovismo, transizione verso non si sa bene quale Seconda Repubblica. Un riformismo subalterno e senza popolo. Il vuoto non è stato riempito e non può essere riempito dal riformismo debole di questi anni. Non siamo stati in grado di esprimere un’egemonia».

La sovranità appartiene al popolo, è scritto nell’articolo uno della Costituzione italiana.

«Occorre rovesciare la logica secondo cui all’inizio ci sono i mercati, le loro esigenze, e poi gli altri si devono adeguare. I mercati governano, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione nel senso che governano il simbolico che è pur necessario. Le grandi decisioni vengono prese altrove, il tema di fondo è la crisi della democrazia. Chi comanda? L’oligarchia finanziaria dominante, la libera circolazione dei capitali, il capitale va dove vuole che vada questo potere difficilmente definibile. La crisi radicale della democrazia sta portando il mondo a dei rischi gravi, perché il mondo più si connette, unifica più ha bisogno di un potere indipendente che pensi i bisogni, le necessità del governo del mondo, un governo del mondo affidato alla spontaneità degli interessi sempre più sofisticati dei grandi mercati finanziari è un mondo veramente a rischio. Significa la perdita di identità. Che cosa tiene insieme i popoli? I fatti di questi giorni pongono il quesito. È questo vuoto di legittimità del potere, che fonda il rischio di nuove guerre. Ecco a cosa penso quando parlo della rottura di un ordine. Penso a qualcosa che non è una forma del capitalismo che si sono succedute».

Molti invocano una nuova Bretton Woods, Cina inclusa che ambisce al riconoscimento ufficiale della seconda economia mondiale in un mondo multipolare. Il 30 novembre il Fondo Monetario Internazionale aggiungerà la moneta cinese a quelle che determinano il valore dei Diritti Speciali di prelievo. Tradotto: lo yuan acquista un ruolo di moneta di riserva. Una Bretton alla quale la Cina è interessata per regolare il dominio del dollaro. Lo ritiene un rimedio al caos?

«Nel ventennio ‘50-’70 l’ordine, il sistema uscito da Bretton Woods, seppur non abbia prodotto politiche redistributive, di livellamento delle diseguaglianze, ha garantito un progresso del benessere materiale mondiale mai così rapido. Nel ‘71 Nixon ne ha decretato il tramonto.

Decisione fatale presa nei Settanta dall’oligarchia dominante angloamericana che dette ai conglomerati finanziari il potere di circolare senza alcun vincolo con effetti disastrosi di spiazzamento delle strutture sociali e della produzione reale. La globalizzazione formidabile espansione che ha incrinato gli assetti politici e culturali faticosamente stabilizzati dopo la seconda guerra mondiale. Il mondo inondato di debiti e di rendite. Certamente Bretton Woods fa del dollaro la moneta di riserva, però accetta anche di sottomettere il dollaro a dei vincoli, i cambi fissi e l’obbligo che al dollaro corrisponda l’oro. Nuova Bretton: la Cina sta ponendo questo problema.

Io credo si vada verso uno scontro. L’America non è più la superpotenza di una volta, però il declino del dollaro non è dietro l’angolo ed è Wall Street il cuore del potere finanziario mondiale, nonostante tutto. Dai documenti che ho avuto modo di studiare la Cina pone il problema del privilegio esorbitante della valuta americana, superare il fatto che il dollaro sia la moneta di riserva, sostituendolo con una moneta globale atta a garantire una stabilità generale. Il dollaro consente all’America di indebitarsi come vuole, mentre tutto il nostro guaio è che dobbiamo sottoporci alle leggi di questa economia del debito. I debiti sia dei privati sia pubblici, visti gli ultimi dati, superano di quattro volte il prodotto reale. I debitori per sostenere la massa di debito sempre maggiore devono sempre più incidere sulla ricchezza reale a cominciare dai diritti sociali, dallo stato sociale, i servizi pubblici. È un gioco che non può durare all’infinito».

In un brillante articolo, d’inizio secolo, lei qualificava come endemica una guerra di dimensioni mondiali, allora già cominciata. Il ritorno alla guerra come crollo di un ordine. È inevitabile la riduzione delle forme e dei contenuti della politica moderna a scelte di guerra?

«Guerra chiama guerra. Stiamo constatando che poco si risolve. I massacri del terrorismo islamico ci dicono quanto i valori della civiltà umanistica siano a rischio. Esso rivela problemi inediti e molto complessi come quelli di una frattura molto profonda che dilania il mondo islamico. Il fatto stesso che un così radicale estremismo si incarni in giovani arabi di seconda generazione, che in Europa sono nati e hanno fatto le nostre scuole, dice che ci troviamo di fronte a qualcosa di più e diverso da un antico contrasto religioso.

È significativo che detestino anche i costumi e le tradizioni di una parte del loro mondo e si sentano estranei alle stesse comunità musulmane d’Europa: una degenerazione che nasce da una crisi estrema di identità. La Jihad dà loro un senso di appartenenza, un’identità sia pure spaventosamente irrazionale. Forse non ci rendiamo conto dei disastri che stanno sconvolgendo l’area del Medio Oriente e l’insieme del mondo arabo. I massacri tra le stesse fazioni musulmane, ai quali si aggiungono le rovine e gli odi seminati dallo scorrazzare degli eserciti stranieri. Pensiamo al cinismo e al tempo stesso alla stupidità delle operazioni militari americane oppure all’iniziativa francese, la quale per eliminare Gheddafi ha ottenuto il risultato di distruggere in Libia ogni parvenza di Stato. Si aggiungano la massa di donne e bambini che vagano tra un campo profughi e un altro. E qui mi fermo. I musulmani che vivono permanentemente in Europa sono ormai decine di milioni. Il funzionamento dell’economia francese come di quella italiana si bloccherebbe senza di loro. La scuola raffigura questo cosmo. Il futuro nostro e dell’Europa non dipende dalla stupidità delle spedizioni militari ma dalla capacità di elaborare un nuovo modo di stare insieme».

Come valuta la reazione del socialista François Hollande?

«Ovviamente all’inizio prevale il “sentire”. La paura che genera l’aggressione. Prima di tutto la Francia si sente colpita, li ha in casa. Poi però bisogna capire le ragioni interne ed esterne. Capire affinché non si ripetano mattanze. Lo stile di vita che sentiamo attaccato: ricordiamo che non è per tutti. Interroghiamoci sulla scuola. La situazione della banlieue credo sia spaventosa, lì non entra neanche la polizia. Quanta disperazione e quanto incitamento al terrorismo viene alimentato non dal Corano, ma da certe periferie parigine e di molte altre città europee? In Italia ancora non siamo a questo punto, seppure esistano dei quartieri orribili, prevale ancora un miscuglio di sentimenti. La differenza è culturale, più che urbanistica. La questione coloniale nella banlieue è irrisolta. Poi, senza voler ridurre a dinamiche di politica interna, lui è incalzato da Le Pen e Sarkozy, dal clima generale nazionalista. Se non si erge come il grande presidente, teme di essere spazzato via. La Francia ha una vecchia partita con la Siria, nella grande spartizione attuata nel Medio Oriente. Non dimentichiamo tutta la turbolenza che ha segnato il processo di indipendenza. C’è un dato più di fondo secondo me. Per tante ragioni, fra le quali fondamentalmente la diffusione capillare delle informazioni, i popoli non sono più ignari. Percepiscono come si vive bene, come si vive male. Che cos’è la ricchezza. Diventa molto difficile impedire che masse arretrate da un punto di vista economico, ma già consapevoli della compressione propria della marginalità, vogliano accedere. Siamo dentro a una crisi di civiltà. Tutto questo purtroppo avviene nel silenzio della sinistra battuta, perché rimasta all’Ottocento, al Novecento, perché non ha pensiero su queste cose».

Il terrorismo e lo stato di guerra dichiarato (La France est en guerre, ha detto Hollande, ndr) paradossalmente riposizionano l’Europa al centro del mondo?

«Si riaprono terreni importanti. Vogliamo riunire le forze? Allora tutto il sistema di Bruxelles, come è stato concepito, va cambiato. Qui cambia veramente lo scenario. L’Europa è tante cose, è il papato, è l’impero, l’illuminismo come l’olocausto. In definitiva però l’Europa è la patria dei diritti dell’uomo. I diritti dell’uomo e l’idea di progresso li ha inventati l’Europa. Tutto richiede un’Europa nuova, impone la ridefinizione del suo ruolo nel mondo. Può l’Europa proporsi come faro di civiltà e progresso, come garante dei diritti dell’uomo, se perdura un ordine economico che riduce tutto a un contrasto sempre più profondo tra creditori e debitori? Era ed è giusto contestare un modello che ha provocato una inaccettabile perdita di sovranità e diritti sociali come ci dice il caso greco. Mi rivolgo anche alla sinistra per dire: l’europeismo non è un cane morto. È anzi ancora un terreno inevitabile sul quale la sinistra può pensare ancora a una sua funzione. In un mondo del genere senza un’unione salda, l’Europa sparisce. I problemi, come qualcuno s’illude a sinistra, non si risolvono uscendo dall’euro, dall’Europa. Tutte le società anche le più avanzate vengono messe in discussione. C’è l’esaurirsi dell’illusione che il mondo possa essere governato senza il potere politico, senza grandi idee che si traducano in un potere di direzione».

C’è vita a sinistra?

«La sinistra è destinata a scomparire se non si ricolloca all’altezza dei conflitti reali, più radicali. Tocca ai figli sconfiggere lo scetticismo dei padri, che si frappone all’avvento di una società più inclusiva e di un nuovo pensiero umanistico. Occorre definire un altro modello di sviluppo. La riduzione della società a società di mercato infila l’esistenza umana in un processo autodistruttivo».

Si è pentito di aver coniato, rilanciato nei suoi scritti, l’idea di partito della nazione in riferimento al Pd?

«No, per nulla. Ribadisco l’idea che un partito, se vuole contare, anche da sinistra deve uscire dai vecchi confini della cultura di classe e porsi i problemi di essere un partito in grado di dirigere una nazione. Il compito della politica è capire dentro quale idea nazionale, coerente con la mondializzazione, si possa ridefinire il nostro stare insieme. È in questo senso che ho parlato di un partito della nazione. A proposito del partito dobbiamo parlare delle ragioni di una nuova unità del popolo italiano. Mi sembra l’abc, oltretutto è ciò che ci avevano detto i nostri padri. Poi Renzi usa l’espressione partito della nazione in un altro senso, un partito in cui non importa essere di sinistra o destra. Alt, no. Finisce il partito, come è già finito il partito, espressione di disegni conflittuali. Ho smesso di usare questo argomento, perché me l’ha rubato Renzi. Sento di non dover accettare la riduzione della politica alla gestione di un eterno presente. Il ripiegamento rassegnato verso una forza moderata.».

Il Pd è un partito a misura di militante?

«“Alfrè, sto partito è inagibile”, mi ha detto una volta un caro amico, un proletario di Albano Laziale. Nelle nostre sezioni domina l’impressione dell’uomo senza potere, che è alla base, di non contare più niente, perché il gioco politico è dominato dalle cosche, dai capibastone. Mi diceva vado in sezione e non conto più niente: “Stanno sempre a parlà di chi devono fare assessore o altri incarichi”. Ha ragione. Che fa lui? Si candida? A che cosa? Non ha una clientela, non ha i soldi per fare le elezioni, perché ci vogliono pure un sacco di soldi. Dunque non è un partito per gli ultimi, ma dei notabili. In questo senso dice che è inagibile».

Quale cultura politica esprime la leadership del Premier Matteo Renzi?

«Eh, non lo so. Questa è la domanda. Non è un uomo della sinistra e non lo nasconde. Non è neanche un uomo della sinistra democristiana. Ignoro quale sia la sua base culturale. È un uomo di grandissima qualità, energia, intelligenza, ma ritengo questo sia il suo vero punto debole: una cultura di base e un’idea di fondo di dove portare il paese; sono l’immediato, il successo, la propaganda e c’è una bella differenza. Non vedo che cosa c’è dietro Renzi, perché tra l’altro sente che per governare in questo modo deve disintermediare, distanziare tutte le forze intermedie. Si chiamino sindacato, Chiesa cattolica, laicato, Confindustria. Questo è il punto, dove però fallirà, come si è visto anche nei fatti accaduti a Roma. Lo sfarinamento dei gruppi dirigenti».

Le chiedo un ricordo del segretario Enrico Berlinguer. E aggiungo: davvero nella fase finale la sua alterità costituiva un chiudersi nella propria “purezza”, rinunciando a rivolgersi al Paese?

«La diversità è il segreto di Berlinguer. Enrico è stato l’ultimo comunista. Il comunista te lo dico così: sì, certo, l’uomo che sta in questo mondo, ma non è di questo mondo. Il comunismo è fallito per tante ragioni come disegno politico, però io l’ho vissuto e Berlinguer questo era, come una parte del gruppo dirigente, non un’altra. Era sì l’oggi, le lotte, i contadini, i patti agrari, ma era anche l’idea di una rivoluzione italiana nel senso di un cambiamento profondo del rapporto fra dirigenti e diretti. Era il compimento del Risorgimento, era la trasformazione della plebe in popolo. Era l’unificazione del popolo italiano. L’Unità si vendeva ad Aosta come a Caltanissetta, cosa che allora non faceva nessuno. Berlinguer è stato l’ultimo che ha diretto in nome di questo. Tu sei un sognatore? No, io penso che il mondo attuale possa essere cambiato radicalmente. Non sto facendo l’assalto al palazzo però sono questo, è questa la mia diversità. Non mi vergogno affatto. Anzi sento che oggi ritorna il bisogno di una forza che ridia la parola all’impossibile, però per ottenere il possibile».

Non avete salvaguardato il nesso vitale, profondo, tra passato e presente?

«L’impossibile, a cui ti accennavo, noi per tante ragioni, errori, non siamo riusciti a trasmetterlo alla nuova generazione. La mia generazione – poi chi siamo ormai, che ancora conserva… – ma la generazione dei vostri padri, dei D’Alema, dei Veltroni. Si sono ubriacati con l’idea di essere uguali agli altri. Sono diventati liberisti. La politica cos’è se non il destino dell’uomo, la libertà dell’uomo di decidere il proprio destino alla faccia dei meccanismi di mercato. No, io decido che l’Italia è una Repubblica fatta in questo modo. Non interpello Wall Street in proposito. Se tu non riconquisti questo. Se tutto sta nelle compatibilità…».

 A proposito di Aldo Moro afferma: «Più passa il tempo, più emerge la gravità di quel delitto».

«C’era un’eresia profonda nel pensiero di Moro, per la quale siamo arrivati a un delitto politico. Non era una questione di governo, per quella avrebbero magari sequestrato Andreotti. Naturalmente non eravamo tutti d’accordo. Non è che Berlinguer non concedesse chissà che cosa rispetto ai socialisti, e dunque bisognava scegliere loro. I socialisti erano andati nell’altra direzione. Berlinguer non è che fosse moroteo. Pensava – e in questo s’incontrò con un pensiero analogo di Moro, come diceva Moro ai suoi – il destino non è più nelle nostre mani. Se volevamo portare a compimento una trasformazione dell’Italia dovevamo ripartire dal basso. Ridare la parola alle grandi masse, quindi a un grande incontro fra le masse di sinistra e quelle cattoliche. Non bastava cambiare governo, ma risuscitare lo spirito che c’era stato nella resistenza. La penso così, io sono diverso da altri. Rispetto moltissimo Giorgio Napolitano, che non la penserà così».

All’epoca aveva già compreso Pier Paolo Pasolini? Si riconosceva nell’ossessione pasoliniana per un potere che non ha più antidoti che lo possano contenere, per la penetrazione della società dei consumi là dove non era riuscito neanche il paleofascismo?

«Ho conosciuto poco Pasolini, ma non l’ho mai considerato arretrato o banalmente nostalgico delle lucciole. Coglieva una cosa che coglievo anch’io. La società di massa, che è la società della comunicazione, che cambiava in profondità la cultura. Lui era Pasolini, molto apprezzato. Quando è stato assassinato sono stato alle notizie di allora. Poi non è così, questo è un paese strano, possibile che non c’è mai un delitto di cui si sa, in cui si arriva. Non so».

Lei scrive: «Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso». Un debito, aggiungeremmo, che nessun uomo onesto può ripagare. In quanto parte della classe dirigente ha mai avvertito una quota di corresponsabilità?

«Sì, avverto il peso di questa eredità. Quella del debito è una tragedia di cui la classe dirigente che ha governato dovrebbe assumersi tutte le responsabilità. A cominciare da Craxi. All’epoca ero responsabile economico ed ero amico del governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. L’Italia fino a Craxi non ha avuto un grande debito. So benissimo come è stato formato il debito, facendo pagare le tasse a pochi, aumentando le spese e costruendo su questo delle fortune politiche. Il salto del debito dal 30-40% a superare il 100% è avvenuto negli anni Ottanta. Dopodiché ha continuato ad accumularsi un debito così alto, perché la nostra crescita è ferma da trent’anni».

Parri definì la lettera di Giaime Pintor al fratello il documento più alto e nobile della Resistenza. C’è un passaggio molto intenso nel libro, quando lei rievoca quella lettera e l’incontro con Luigi Pintor, che venne a casa sua con l’animo stravolto. «(…) Quando la politica cessa di essere ordinaria amministrazione e impegna tutte le forze di una società per salvarla da una grave malattia, per rispondere a un estremo pericolo».

«La politica non come manovra, ma come consapevolezza di una missione, un compito che va oltre l’immediato. La politica non riducibile soltanto al qui e ora, che ha bisogno anche di una sua componente utopica. Decidemmo di vendicarlo. Chiedemmo al Pci, attraverso un canale clandestino, di essere arruolati nei Gap, il ristrettissimo gruppo di combattenti che sotto la guida di Giorgio Amendola organizzavano a Roma gli attentati, le sparatorie e i sabotaggi che tutti sanno, per esempio via Rasella. Ma di questo non voglio parlare. Ridefinire poi il comunismo italiano come lo strumento originale capace di far leva sulle masse profonde per rendere inscindibile il nesso tra società e politica, tra la cultura, la democrazia e il socialismo».

Mi racconta la bellezza della politica?

«Qualcuno dei leader di oggi sogghignerà se dico che, dopo la Liberazione, il sentimento che mi dominava era un bisogno lancinante, una vera e propria fame di ritrovare la gente, il popolo italiano, non più quello delle adunate. Il desiderio di conoscere i luoghi dove lavorava, la fabbrica, la geografia delle città. Avevo fame dell’Italia vera. C’entrava poco il mito sovietico. La nascita dell’antifascismo come grande corrente politico-ideale europea. Rivoluzione? Una parola troppo grossa. Si parlava molto però, e con enorme passione, della lotta per cambiare il tessuto profondo, anche culturale e morale del paese. Il mio amico, Pietro Ingrao, è stato per me la scoperta della passione politica, non come professione e orizzonte irraggiungibile bensì consapevolezza della propria vita. Abbiamo cominciato che lui era capo cronista dell’Unità. Le inchieste nelle borgate romane, lo stare in mezzo alla gente. Il lavoro con le case editrici, penso a Laterza ed Einaudi. La più grande passione laica, la fusione tra politica e vita»

L'articolo “Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin proviene da Minima et Moralia.

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Elio Vittorini ai tempi del “Politecnico” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/#comments Fri, 12 Feb 2016 13:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29875 Cinquant'anni senza Elio Vittorini: l'intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono poco azzeccato, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

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elio vittorini

Cinquant’anni senza Elio Vittorini: l’intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono non azzeccatissimo, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

Se Picasso ha i suoi grattacapi con la Pravda[2], la grana di Vittorini assumerà le severe sembianze di Palmiro Togliatti. Fin dagli esordi, il Politecnico avrebbe dovuto decisamente agganciarsi alla linea rivoluzionaria del Pci. O almeno queste erano le intenzioni di Vittorini, che non esita a definirsi comunista; d’altro canto, Togliatti e compagnia guardano con attenzione al nucleo di intellettuali che gravita intorno alla redazione di viale Tunisia, a Milano.

Ma bastano pochi numeri della rivista per chiarire a entrambi le parti che, insomma, dev’esserci stato un equivoco. La visione politico-culturale di Vittorini è tutt’altro che ortodossa, e il suo lavoro al Politecnico – generoso, appassionato, a volte persino caotico – ne è uno specchio.  Che riflette, ad esempio, la grande fascinazione per la letteratura e il mondo americano. Uno dei suoi primi colpi è la pubblicazione a puntate di Per chi suona la campana di Ernest Hemingway[3]. Racconta: «Era il 1942 quando riuscii ad avere, via Svizzera, una copia di For whous the bells tolls. Cominciai allora io stesso a tradurlo, sapevo che presto non ci sarebbe più stato Mussolini ad impedire di pubblicarlo. Ma poco tempo dopo venni arrestato, e la mia traduzione andò perduta col testo». Poco male: la prima puntata del romanzo di Hemingway campeggia sulla rivista, accompagnata da un disegno di Renato Guttuso.

politecnico_vittorini

Non solo Hemingway, però. Sul primo numero del Politecnico, nell’elegantissimo formato ideato da Albe Steiner, c’è un pezzo di Henry Miller (titolo sibillino: L’America non è sempre il paradiso). Più avanti troveranno spazio opere o interventi di Charlie Chaplin, Walt Withman e persino di un altro zio Walt d’America, Disney in persona. Accade sul numero 20: l’articolo firmato dal creatore di Mickey Mouse («Walt Disney: la mia officina») è corredato con disegni di Paperino – definito nella didascalia un papero furente – e Topolino («Il topo ragazzo Mickey Mouse è uno dei personaggi più sconsolanti di Disney: euforico, furbo ma non troppo. Un uomo che non sa di essere un topo[4]»).

E insomma se è vero che fu il Politecnico a pubblicare le prime lettere dal carcere di Antonio Gramsci, e che in copertina figuravano pezzi come «Principio di carattere e principio di casta[5]», e all’interno saggi di Georg Luckás, d’altro canto l’ortodossia filo-Pci era ben altra cosa. La tentazione è quella di immaginare lì a Botteghe Oscure una sequela di alzatine di spalle a ogni numero del Politecnico.

Ad esempio: sin dal secondo numero Vittorini affida a Oreste Del Buono (e ad altri collaboratori) il compito di “sdoganare” il fumetto[6], con l’obiettivo di illustrare la dignità del nuovo formato: ecco i balloons con Braccio di Ferro, Barnaby o il signor O’Malley. Passano pochi giorni e Nilde Iotti censura su Rinascita la “sottoletteratura dei fumetti”, incapace di veicolare contenuti ideologici, formativi o culturali. Anni dopo, intervistato da Umberto Eco su Linus, Vittorini dirà candidamente: «Avevamo cercato di servirci dei fumetti come mezzo di divulgazione letteraria, ma si trattava più che altro di un divertimento per noi stessi. Del resto uno spirito di fumetto c’era anche nel tipo di impaginazione che usavamo per il Politecnico».

Ma la dialettica, al Politecnico, era piuttosto vivace anche dall’interno. Franco Fortini, al fianco di Vittorini dalla prima uscita della rivista[7], tiene una rubrica intitolata Diario di un giovane borghese intellettuale. Ecco quello che compare sotto la voce 13 settembre: «Vittorini mi scrive, indignato per il mio “Kafka” “astruso e inutile”. Dice che è contro lo spirito del Politecnico. Ho telefonato, molto di malumore, a Milano, ma Vittorini non c’era […] Può darsi che sia davvero astruso e inutile, letterario e sbagliato. La buona volontà non basta, è noto. Ed effettivamente, scrivendolo, sentivo di non aver risolto quasi nulla. Ma è possibile oggi parlare altrimenti di Kafka? Non si corre il rischio, parlandone, di riprendere il tono degli innumerevoli articoli che compaiono dovunque sulla sua opera, articoli psicologico critici, mistico letterari, e francamente insopportabili?». La polemica si riferisce al numero 37: il servizio di copertina presenta “cinque inediti di Kafka”, accompagnati da due pezzi critici, uno di Carlo Bo e uno di Fortini.

La verità è che di carne al fuoco, nella cucina di viale Tunisia, ce n’era davvero tanta. È come se Vittorini – e i suoi collaboratori – non vedesse l’ora di rovesciare sulla nazione tutte le istanze represse da vent’anni di dittatura, con una miscela di curiosità intellettuale e zelo pedagogico. La rivista considera ogni linguaggio una tecnica, ma non vuole eccedere negli specialismi. Parla ai lettori in modo rigoroso ma non accademico; invita a uscire «dai compartimenti stagni dei tecnicismi e a rendere traducibili i diversi linguaggi, riconducendoli ai concreti motivi umani da cui hanno avuto origine».

Anche in questo caso, l’accavallarsi di idee e spunti rischia di generare disarmonia – e alzatine di spalle a Botteghe Oscure – eppure le intenzioni sono decisamente moderne. Ecco quanto scrive Vittorini a un suo redattore, Marcello Venturi[8], sulla struttura e sulla direzione che avrebbe dovuto seguire per scrivere i suoi reportage: «Vorrei ora impegnarti in un lavoro nuovo. […] Prendendo come esempio l’articolo sulle Puglie, desidererei che qualcosa di simile tu mi facessi su qualche paese tipico della tua zona. politecnico Come lavorano, come mangiano, come amano gli uomini e le donne di famiglie di diversi ceti sociali, le condizioni della donna e dei giovani, le abitazioni di uomini ricchi e poveri. Questo lo schema, ma tutto deve essere raccontato, vivo». E reportage del genere compariranno via via sui numeri del giornale. Italo Calvino ne firma due (Liguria magra e ossuta e Riviera di Ponente), Giorgio Caproni uno (Viaggio tra gli esiliati di Roma).

(Da rivedere la sezione dedicata alla critica musicale: con un pezzo siglato “Firmus”, il Politecnico intona il funerale del jazz, perché «appare chiaro che artisticamente parlando è stato un fenomeno assai circoscritto e di modesta portata[9]»).

Dopo tanto abbozzare e far grossomodo finta di nulla, la prima vera cannonata per il Politecnico arriva per mezzo di un articolo su Rinascita, firmato da Mario Alicata. Dirigente del Pci, intellettuale raffinato – lavorò con Giaime Pintor e Luchino Visconti – Alicata scrisse: «Bisognava lavorare a una cultura nuova, e lavorare per una cultura nuova significa riuscire a creare e diffondere un linguaggio nuovo. Orbene, il linguaggio col quale essi vogliono parlare è risultato quanto mai astratto ed esteriore: intellettualistico, insomma. Mi si chiederà che cosa intendo per intellettualismo. Ecco, per esempio secondo me è intellettualismo giudicare “rivoluzionario” e “utile” uno scrittore come Hemingway, le cui doti non vanno al di là d’una sensibilità da “frammento”, da “elzeviro”, e “rivoluzionario” e “utile” un romanzo come Per chi suona la campana,che rappresenta la riprova estrema dell’incapacità dell’Hemingway a comprendere e a giudicare (cioè, poi, a narrare) qualcosa che vada al di là d’uno suo quadro di sensazioni elementari e immediate: egoistiche».

Ora, si capisce che per Vittorini le parole “Hemingway” e “incapace” non possono comparire nella stessa frase, eppure il direttore del Politecnico prova a non cadere nella provocazione e a rispondere nel merito. E quindi, risponde: «Qui si incorre in una serie di errori. Si vede in Alicata il Partito comunista stesso».

E: «L’errore principale è di ritenere il Politecnico comunista per il fatto di essere diretto da un comunista».

E: «La politica agisce sul piano della cronaca, la cultura sul piano diretto della storia».

In un crescendo wagneriano la polemica giunge al culmine. A scrivere al Politecnico è stavolta il segretario del Pci in persona, Palmiro Togliatti. La lettera, come riferisce nel sommario Vittorini, arriva quando il giornale era “già pronto per andare in macchina”, e viene pubblicata nella sua versione integrale. L’immagine che mi viene in mente di Togliatti si sovrappone a quella di un gatto. «Ma davvero si può arrivare a un punto tale per cui una rivista comunista non potrà esprimersi criticamente a proposito di una pubblicazione culturale fatta da comunisti, senza che s’apra la ridicolissima campagna sulla nostra intolleranza, sul soffocante controllo che noi pretenderemmo esercitare sopra le attività intellettuali?».

E: «La politica, tu dici, è cronaca; la cultura è storia. Falsa generalizzazione!».

E: «Quando il Politecnico è sorto, l’abbiamo tutti salutato con gioia […] Ma a un certo punto ci è parso che le promesse non venissero mantenute. L’indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da una strana tendenza a una specie di cultura enciclopedica, a una astratta ricerca del nuovo, del diverso, del sorprendente».

E: «A noi rincrescerebbe che il Politecnico non riuscisse a fare opera di rinnovamento. Il nostro voleva essere più che altro un richiamo alla serietà del compito che vi sta davanti».

E il punto che preferisco, dove sul finire della frase Togliatti incontra Edgar Allan Poe: «Negli ultimi tempi del fascismo, ci furono tentativi di reazione al cretinismo ufficiale; ma anch’essi scarsamente efficaci, perché mancanti di unità e anche di serietà, tanto che si esaurirono nell’attività intermittente, come un fenomeno di fuggevole fosforescenza sopra un corpo in decomposizione, di piccoli gruppi slegati l’uno dall’altro».

Vittorini scrive sul numero 35 un’accorata risposta al segretario del Pci, Suonare il piffero per la rivoluzione?, il cui culmine arriva in questi due passaggi, a): «Se Hemingway, mettiamo, si compromette politicamente, noi potremo considerare nemica la sua persona, ma i suoi libri non sono nemici, sono ancora nostri amici[10], e io ho molto in contrario a vederli rifiutati come letteratura della borghesia reazionaria»; e b): «Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre».

Ma a quel punto il destino del Politecnico, che già non era in una fase diciamo espansiva, è segnato. In una lettera inviata a Italo Calvino nel 1956, Vittorini scrisse: «Se qualcosa di pubblico mi piacerebbe di fare, di questi tempi, non sarebbe di dirigere un Politecnico, ma di tornarmene in Sicilia e mettere in piedi un quotidiano[11]». Eppure, Vittorini, che impeto, e quanta libertà, possiamo ancora ritrovare sulle pagine di quella tua rivista.

 

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[1] Opinione sua.

[2] E non sarà l’unica volta: qualche anno dopo il PCUS non gradirà un suo ritratto commemorativo del compagno Stalin.

[3] «Più importante di Joyce e Proust, è lo Stendhal dei nostri giorni».

[4] Di fianco all’intervento di Disney ecco il pezzo «Come si studia la storia nell’U.r.s.s.»

[5] Esattamente, “casta”.

[6] Con un pezzo intitolato «Il mondo a quadretti».

[7] E per esempio nel numero doppio 33/34 ha scritto un saggio bellissimo sul Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

[8] Partigiano, giornalista all’Unità, futuro direttore della collana Universale economica Feltrinelli. Così lo introduce Vittorini: «Marcello Venturi è un altro giovane che non ha mai pubblicato un rigo. Un altro scrittore del Politecnico. È toscano delle parti di Lucca. Suo padre è ferroviere».

[9] Il pezzo è del 1946. Nel 1965 John Coltrane pubblica A love supreme.

[10] I libri sono degli amici. E Vittorini ancora in difesa di Hemingway: «Giuseppe Mazzini, per citare un esempio illustre, scrisse che Leopardi era un poetucolo decadente al paragone del grande poeta civile G.B. Piccolini».

[11] Quando Vittorini lascia il Pci, Togliatti non rinuncia a un’ultima stoccata e con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia fa uscire su Rinascita un pezzo intitolato Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato: «A dire il vero, nelle nostre file pochi se ne sono accorti. Pochi si erano accorti, egualmente, che nelle nostre file egli ci fosse ancora. Vittorini? Sì, era stato accanto a noi nel combattimento contro la tirannide interna e l’invasore straniero. Come tanti altri. Né meglio, né peggio, dicono […]. Fondò una rivista che finì per scontentare tutti perché conteneva di tutto e non conteneva nulla […]. (Scrisse libri) di cui è difficile parlare, perché è a tutti difficile trovar la pazienza di leggerli sino alla fine. Nei precedenti, almeno, qualcosa c’era […] Vittorini pensa che rimanga, per lui e per gli altri, la libertà. Ma già ragiona, egli stesso, come uno schiavo».

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E qualcosa è rimasto. 40 anni di Rimmel https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/ https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comments Wed, 04 Mar 2015 06:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670 di Malcom Pagani

Fermandosi ad annusare la vita in certe trattorie della vecchia Tiburtina, tra il vino dei Castelli “che si può bere solo a quell’età” e gli amici dell’epoca, Francesco De Gregori ripensava alle storie di ieri che sarebbero diventate quelle di domani. Nell’inverno del ’75, uscendo a notte fonda dalla Rca dopo aver registrato clandestinamente Rimmel, incontrava l’alba al tavolo con gli altri randagi della truppa e abbaiava alla luna, da capobranco della sua muta. Cani di strada. Occupanti abusivi dello Studio A, uno spazio che nella casa discografica che accolse, tra i tanti, Baglioni, Conte, Dalla, Fossati e Venditti, era riservato alla musica classica e alle colonne sonore cinematografiche.

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Francesco_De_Gregori_-_Raccolta2Questo articolo di  Malcom Pagani è uscito sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Fermandosi ad annusare la vita in certe trattorie della vecchia Tiburtina, tra il vino dei Castelli “che si può bere solo a quell’età” e gli amici dell’epoca, Francesco De Gregori ripensava alle storie di ieri che sarebbero diventate quelle di domani. Nell’inverno del ’75, uscendo a notte fonda dalla Rca dopo aver registrato clandestinamente Rimmel, incontrava l’alba al tavolo con gli altri randagi della truppa e abbaiava alla luna, da capobranco della sua muta. Cani di strada. Occupanti abusivi dello Studio A, uno spazio che nella casa discografica che accolse, tra i tanti, Baglioni, Conte, Dalla, Fossati e Venditti, era riservato alla musica classica e alle colonne sonore cinematografiche.

Dal terzo disco di De Gregori, il produttore Lilli Greco, avrebbe preteso classicismo, ma si ritrovò in un film. Lilli cercava un disco soffertamente monacale, filologicamente legato alla seconda prova del principe (il disco con la pecora in copertina, un capolavoro assoluto, secondo un dubbioso De Gregori, curiosamente, il suo peggiore) e Francesco un trono per essere finalmente Re del suo creare. Greco sognava arrangiamenti severi, il dominio pieno e incontrollato del binomio voce e chitarra, la pretesa austerità del cantautore d’epoca. De Gregori la band con cui sperimentare. Il sax di Mario Schiano.  “La risata forte e l’amicizia a cena” dei baffi di Franco Di Stefano e di Alberto Visentin, marito della Brigitte Bardot Italiana, Cristina Gajoni: “L’ambiente in cui nacque Rimmel era disteso, c’era l’incoscienza della gioventù”. Il contrabbasso di Roberto Della Grotta: “Che è diventato buddista” e dove sia finito, esattamente come Alice, De Gregori non lo sa. La pulizia formale di Renzo Zenobi. Le acrobazie, “i salti mortali” di Ubaldo Consoli, tecnico del suono, alla guida di un banco a valvole (proprio come le radio ascoltate dal De Gregori bambino) e di un registratore a 4 piste. I guizzi biondi di George Sims, uno che quarant’anni dopo Rimmel, deposta la chitarra elettrica sfoggiata poi negli stadi in Banana Republic, ancora giura: “Partecipare al disco fu un’emozione enorme, è stato e sarà sempre uno dei miei momenti più belli”.

Viste le resistenze di Greco, De Gregori svestì il suo “canestro di parole nuove” dell’ufficialità, giocò d’astuzia e iniziò a registrare i falsi provini che avrebbero costituito l’architrave di Rimmel. Per esercitarsi, in quel circo dai confini allargati che era la Rca dell’epoca (un po’major dè noantri, un po’ straordinario artigianato, un po’ Casa del Popolo di un gruppo di maestri residenti per caso e per passione al numero 7 di Via Sant’Alessandro) non serviva chiedere permesso.

Così De Gregori si infilò nello studio A, radunò qualche complice e senza dirlo a nessuno incise un pezzo dopo l’altro, un Lp straordinario. Quando Greco si accorse della macchinazione si incazzò come una iena. Sbarrò letteralmente lo studio, impedì l’accesso a chiunque e fece convocare De Gregori dal gran capo della multinazionale, Ennio Melis. Francesco ammise senza resistenze: “Non volevo che le mie canzoni suonassero come suggeriva qualcun altro”. Melis gli diede via libera avvertendo De Gregori che il suo putsch sarebbe stato sottoposto al ‘giudizio’ del popolo: “Per me puoi proseguire, ma se il disco è brutto o non vende, ogni responsabilità sarà tua”.

Rimmel superò le 500.000 copie. De Gregori, che nel disco aveva messo l’amore per Dylan, ma anche quello per “James Taylor, Joni Mitchell e Karol King”, a neanche 25 anni, divenne una divinità terrena. Acqua santa per le tasche di Melis e il piacere del pubblico pagante, indizio demoniaco nei sacrari intellettuali in cui ‘guadagno’ equivaleva a sterco. Giaime Pintor si sistemò dietro la collina senza “aghi di pino” e punse dalle colonne della sua rivista. La purissima, durissima Muzak. Il titolo: “De Gregori non è Nobel, è Rimmel” spiegava ogni cosa. Il resto era persino peggio: “Chi osasse citare il decadentismo italiano, quello francese, l’ermetismo o Lorca o persino Dylan, commetterebbe un flagrante reato di lesa cultura”. Dessì difese il disco. Ci si accapigliò e tra una nuvola di fumo e una barricata, molto si discusse e non poco si processò, non solo metaforicamente, il peccatore che aveva osato evadere dalla cantina buia.

Quarant’anni dopo, De Gregori spande ancora luce. Nella foto virata seppia, vestito da poeta, abbraccia i musicisti. Con i suoi amici- la Rca alle spalle- guarda verso un punto lontano. Ha un cappello da pescatore in testa, eredità dall’avventura gallurese di Volume 8 con De Andrè. Erano notti lunghe, fughe in motorino, silenzi e canzoni scritte nel silenzio. Un giorno, d’estate, dalla porta entrò Cristiano, figlio di Fabrizio. L’anno prima aveva sentito una canzone, Alice. Gli era piaciuta, ma non aveva capito perché lei guardasse i gatti. Lo chiese a De Gregori. Quello non rispose. Per farlo scrisse Oceano. Nuota ancora oggi, De Gregori. Fondali chiari. Fondali scuri. Nuota al largo. Non si è stancato.

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Una specie di guerra https://minimaetmoralia.it/interventi/una-specie-di-guerra/ https://minimaetmoralia.it/interventi/una-specie-di-guerra/#comments Tue, 10 Jun 2014 15:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21404 Questo articolo è uscito su Artribune.

L’obiettivo vero è solo, semplicemente quello di sopravvivere.

Di cavarsela.

E allora, è impossibile che un vero cambiamento si produca: il cambiamento non avviene da sé. Il cambiamento non viene donato da nessuno, ma va ricercato e perseguito con tenacia lucidità lungimiranza durezza.

Qui invece si tira – come al solito, come sempre – a campare.

E si vedono le differenti generazioni in azione (uno spettacolo sempre bello e crudele a cui assistere, a patto che uno abbia gli occhi giusti e la volontà di godersi questa rappresentazione): quelli che fanno finta di voler fare la rivoluzione, ma in realtà hanno l’unico desiderio di restarsene rintanati; quelli che vorrebbero tanto, ma proprio non possono perché trovano il tutto terribilmente di cattivo gusto: cozza infatti con il ‘fighettismo’ che faticosamente hanno saputo coltivare negli ultimi anni, e pazienza se adesso la realtà cavalca sfrenata e ha reso terribilmente obsoleti alla velocità della luce i loro sdilinquimenti fuori tempo massimo (improvvisamente la frivolezza e la vacuità sono, suonano, appaiono fuori moda); quelli che quasi quasi vogliono rientrare in qualcosa ma non sanno ancora bene che cos’è, se la solita solfa che non porta mai a niente o qualcos’altro (ma come fai a saperlo mentre lo vivi, un processo storico e culturale?).

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Pino Pascali Cannone Bella Ciao (1965)

Questo articolo è uscito su Artribune. (Immagine: Pino Pascali, Cannone Bella Ciao, 1965)

 

Un amico psichiatra mi riferisce di una giovane impiegata

tanto poco allenata alle domeniche cittadine che, spesso,

il sabato, si prende un sonnifero, opportunamente dosato,

che la faccia dormire fino al lunedì.

Ha un senso dedicare a quella ragazza questa «Ragazza Carla»?

Elio Pagliarani, La  ragazza Carla (1960)

 

L’obiettivo vero è solo, semplicemente quello di sopravvivere.

Di cavarsela.

E allora, è impossibile che un vero cambiamento si produca: il cambiamento non avviene da sé. Il cambiamento non viene donato da nessuno, ma va ricercato e perseguito con tenacia lucidità lungimiranza durezza.

Qui invece si tira – come al solito, come sempre – a campare.

E si vedono le differenti generazioni in azione (uno spettacolo sempre bello e crudele a cui assistere, a patto che uno abbia gli occhi giusti e la volontà di godersi questa rappresentazione): quelli che fanno finta di voler fare la rivoluzione, ma in realtà hanno l’unico desiderio di restarsene rintanati; quelli che vorrebbero tanto, ma proprio non possono perché trovano il tutto terribilmente di cattivo gusto: cozza infatti con il ‘fighettismo’ che faticosamente hanno saputo coltivare negli ultimi anni, e pazienza se adesso la realtà cavalca sfrenata e ha reso terribilmente obsoleti alla velocità della luce i loro sdilinquimenti fuori tempo massimo (improvvisamente la frivolezza e la vacuità sono, suonano, appaiono fuori moda); quelli che quasi quasi vogliono rientrare in qualcosa ma non sanno ancora bene che cos’è, se la solita solfa che non porta mai a niente o qualcos’altro (ma come fai a saperlo mentre lo vivi, un processo storico e culturale? E soprattutto, è davvero così importante saperlo? O l’essenziale non è piuttosto, appunto, il processo, l’esperienza: lo spaziotempo esistenziale, così come viene modificato dal proprio intervento culturale? Senza considerare il fatto che molto probabilmente porti dubbi e domande del genere ti ha già tagliato fuori, strutturalmente, dall’intera faccenda…). Ah, e quelli – poi – che stanno sempre a lamentarsi: che sanno sempre, solo lamentarsi.

Viviamo una specie di guerra. Questa è una specie di guerra.

Tanto più insidiosa perché nascosta, pressoché invisibile. Ma che razza di guerra è quella in cui la maggior parte dei combattenti non si rende neanche conto di stare combattendo? E anzi, fa di tutto per convincersi di non stare combattendo, disperatamente, che tutto questo non sta accadendo, non a lui (o a lei), che c’è ancora tempo, che c’è sempre tempo?

Esattamente il tipo di guerra che in cui i vincitori e i vinti sono (quasi) certi.

Eppure, nonostante le autoillusioni, le finzioni, le rappresentazioni, questa è – e rimane – una specie di guerra. Uno strano tipo, ma pur sempre guerra: con una sua economia, una sua politica, una sua politica e – persino – una sua letteratura. (E una sua arte?)

Vengono in mente le parole che Giaime Pintor scrisse poco prima di saltare su una mina tedesca, oggi più attuali che mai: “In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà la “generazione perduta”, che ha visto infrante le proprie “carriere”; nei più forti ha portato una massa di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza. (…) c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile” (Il sangue d’Europa, Einaudi 1965, p. 186).

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Come finisce il libro https://minimaetmoralia.it/editoria/come-finisce-il-libro-alessandro-gazoia-jumpinshark/ https://minimaetmoralia.it/editoria/come-finisce-il-libro-alessandro-gazoia-jumpinshark/#respond Wed, 04 Jun 2014 08:48:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21179 Pubblichiamo un estratto da Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell'editoria digitale di Alessandro Gazoia (jumpinshark) e vi segnaliamo che oggi Alessandro Gazoia è ospite di Fahrenheit (Radio Tre) alle 14.45 e alle 19.30 presenta il saggio alla libreria Giufà di Roma con Chiara Valerio e Giorgio Vasta. (Fonte immagine)

Ognuno di noi lettori ha la sua personale storia di iniziazione alla lettura: la mia sta dentro una robusta scatola di cartone e un pomeriggio d’estate. Non è illustre e non è memorabile, ma può esser utile per riconsiderare alcune idee intorno al libro, alla promozione della lettura e al digitale conciliato con il cartaceo nella diffusione e fruizione del nostro patrimonio culturale.

Ecco il mio raccontino: alle elementari ero un alunno diligente, desideroso di «fare il mio dovere» – per usare l’espressione cara ai genitori – anche con le prime letture consigliate: quando un libro non mi piace molto (Gian Burrasca) lo finisco ugualmente e quando è bellissimo (Huckleberry Finn) penso che sono stato fortunato e chissà come sarà il prossimo. Quello che m’infastidisce è il dover leggere per piacere: dicono che leggere è bellissimo, un divertimento, una scoperta, quasi una magia, e tolgono ogni scoperta e rovinano buona parte del divertimento assegnandomi, come per magia, i libri. Rispetto l’autorità ma mi sento ingannato: se sono cose che devo fare (e farmele piacere) si dica onestamente che sono «compiti».

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Landstrasse

Pubblichiamo un estratto da Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale di Alessandro Gazoia (jumpinshark) e vi segnaliamo che oggi Alessandro Gazoia è ospite di Fahrenheit (Radio Tre) alle 14.45 e alle 19.30 presenta il saggio alla libreria Giufà di Roma con Chiara Valerio e Giorgio Vasta. (Fonte immagine)

Ognuno di noi lettori ha la sua personale storia di iniziazione alla lettura: la mia sta dentro una robusta scatola di cartone e un pomeriggio d’estate. Non è illustre e non è memorabile, ma può esser utile per riconsiderare alcune idee intorno al libro, alla promozione della lettura e al digitale conciliato con il cartaceo nella diffusione e fruizione del nostro patrimonio culturale.

Ecco il mio raccontino: alle elementari ero un alunno diligente, desideroso di «fare il mio dovere» – per usare l’espressione cara ai genitori – anche con le prime letture consigliate: quando un libro non mi piace molto (Gian Burrasca) lo finisco ugualmente e quando è bellissimo (Huckleberry Finn) penso che sono stato fortunato e chissà come sarà il prossimo. Quello che m’infastidisce è il dover leggere per piacere: dicono che leggere è bellissimo, un divertimento, una scoperta, quasi una magia, e tolgono ogni scoperta e rovinano buona parte del divertimento assegnandomi, come per magia, i libri. Rispetto l’autorità ma mi sento ingannato: se sono cose che devo fare (e farmele piacere) si dica onestamente che sono «compiti». Finito di studiare, nei lunghi pomeriggi divoro fumetti, cartoni animati e film; sapevo già allora che erano spesso basati su libri (come nel caso del cartone Remi, tratto dal romanzo Senza famiglia) ma erano un’esperienza diversa: nessuno mi spingeva a forza verso di loro, indirizzando ogni mio passo. Questa era la differenza fondamentale e da essa ne derivavano altre; soprattutto, se non mi appassionavano li lasciavo senza rimorsi: il terzo diritto del lettore di Pennac, non finire il libro, che non avevo esercitato con Gian Burrasca, lo potevo esercitare con Tex, da me pochissimo amato, per passare agli albi di Ken Parker.

Ero quindi d’accordo con la maestra: «leggere i fumetti» – per ore, tutti i giorni – non era davvero leggere. L’insegnante lo diceva perché ancora impermeabile alla rivalutazione culturale di quella forma espressiva, io perché ormai convinto che «leggere libri per piacere» fosse un ingannevole sinonimo di «studiare». Da grande mi sarei riconosciuto in queste parole di Giovanni Solimine:

molti insegnanti si impegnano volenterosamente per promuovere la lettura […] ma forse commettono l’errore di cercare di imporre il libro, proponendolo come strumento di edificazione e di formazione, senza però riuscire a collegare le pratiche della lettura agli interessi e ai valori cui i ragazzi sono sensibili e spesso senza lasciarli neppure liberi di scegliere i libri da leggere.[1]

Ma veniamo alla seconda e ultima parte del raccontino: trascorro le vacanze estive, tra la quarta e la quinta elementare, dalla nonna e la sua vicina, vedendomi sempre in giardino coi fumetti, un giorno mi chiede se voglio una grande scatola di cartone. Dentro ci sono un centinaio di volumi della collezione originale della bur, la collana economica Biblioteca Universale Rizzoli inaugurata nel 1949. Accetto molto volentieri, è un dono, non un’imposizione e neppure un «consiglio». Trascino la scatola sul pianerottolo e quindi nella mia cameretta, poi iniziano la scoperta e il divertimento, comincio a prendere libri dalla scatola, e lo farò per anni: lì ho letto per la prima volta «Alessandro Dumas», «Nicola Gogol» e «Leone Tolstoi», Lucrezio e Shakespeare, Hoffmann e Mazzini, lì ho lasciato a metà libri che non capivo ancora per riprenderli e non posarli più anni dopo. Tra me e i libri per la prima volta non c’erano manifesti filtri di autorità, come a scuola o in biblioteca (dove i libri li cerchi su di uno schedario e li richiedi a un addetto: non li puoi vedere da solo, almeno così avevo imparato). Da quella scatola pescavo un libro, se mi piaceva continuavo, se non mi piaceva lo mettevo da parte, e lì è nata la passione per tutti gli altri libri: di Dumas c’erano I tre moschettieri ma mancava Vent’anni dopo, e io volevo leggerlo.

Come ricorda Gino Roncaglia nella Quarta rivoluzione, E.T.A. Hoffmann pubblica nel 1819 una novella, La scelta della sposa, che contiene una straordinaria prefigurazione dell’e-reader, o meglio dell’«ecosistema di lettura digitale», in forma di libro magico capace di visualizzare immediatamente i testi desiderati.

…per mezzo del libro trovato nella cassetta avete ora a disposizione la più ricca, la più completa biblioteca che nessuno abbia mai posseduto, e inoltre ve la potete portar dietro costantemente. Poiché recando in tasca questo curioso libretto esso si converte ogni volta che lo tirate fuori nell’opera che desiderate giusto di leggere.[2]

La scatola con i libri della bur era per me una buona approssimazione del libro magico di Hoffmann: i singoli volumi erano diversi per spessore (La Rivoluzione francese di Gaxotte grande tre volte i Canti di Leopardi) ma avevano tutti la stessa grafica umile e funzionale – copertina grigia, nessuna illustrazione, nome dell’autore su di una riga in corsivo, titolo del libro in grassetto, paratesti leggeri, pagine fitte fitte, carattere piccolo, interlinea stretta, stretti i margini – e le stesse dimensioni di lunghezza e altezza: 10,5 x 15,5 cm. Il primo direttore Paolo Lecaldano l’aveva voluta così: «una veste vecchia perché non invecchiasse e sporca perché non si sporcasse».

La mia prima idea di libro è quindi un oggetto umile con le pagine ingiallite, la copertina grigia e di piccole dimensioni (molto simili, di fatto, a quelle dello schermo da 6 pollici del Kindle). La materialità amatissima di quei libri ha inciso molto nella mia esperienza del libro, nella disponibilità a considerarlo anche un bene immateriale: quello che c’è dentro, il «corpo mistico», può assumere le vesti più comuni e distinguersi però da ogni altro simile. L’apprezzamento del libro come artefatto materiale e culturale dalla lunga storia e dalle forme più varie è stata una conquista successiva, e un interesse che cercherò sempre di tenere a distanza di sicurezza: il collezionismo di volumi pregiati è passione per animi più fini e soprattutto per tasche più profonde.

In occasione del centenario dell’uscita di Du côté de chez Swann Sotheby’s ha battuto all’asta una copia numerata, destinata a Lucien Daudet, della tiratura speciale su carta Japon impérial della prima edizione e la minuta autografa della lettera di scuse di Gide a Proust ricordata nel capitolo precedente: il primo lotto è stato venduto a 601.500 euro, il secondo a 145.500 euro. Sul sito della casa d’aste si possono vedere e scaricare gratuitamente le immagini delle due pagine iniziali della minuta di Gide e leggere la trascrizione del contenuto integrale, mentre per la copia Daudet troviamo solo un’immagine del libro intero con la sua copertina in marocchino rosso e due pagine di paratesto.[3] Su Gallica, la ricchissima biblioteca digitale avviata nel 1997 e sostenuta negli anni dal governo francese, possiamo però scaricare due diverse copie della prima edizione.[4]

La copia Daudet della tiratura speciale sarà per me e per te, caro Lettore non milionario, sempre inaccessibile, ma non è il caso di dolerci troppo, sia perché altre edizioni di pregio di Proust sono ben conservate e generalmente disponibili in pubbliche biblioteche, sia perché possediamo in digitale copie di quella prima edizione che non sostituiscono certo l’oggetto materiale e la sua esperienza, ma ci consentono comunque di «replicare» in maniera non rivale una parte non infima di quella. È una sciagura che l’Italia non abbia nulla di simile al progetto del governo francese, neppure una Gallica in trentaduesimo, ed è una sciagura che liber-liber.it, sostenuto solo dalla passione dei suoi fondatori e da piccole donazioni di privati, continui a essere la migliore risorsa digitale italiana dei nostri classici.

In Italia si è persino arrivati all’assurdo quando nel 2013 una campagna d’opinione ha dovuto difendere dalla minaccia di interruzione un servizio assolutamente indispensabile e dai bassi costi di gestione come l’opac sbn, il catalogo digitale collettivo delle biblioteche che partecipano al Servizio Bibliotecario Nazionale. Da noi insomma è a rischio la semplice informazione bibliografica, mentre in Francia quell’informazione è completata dalle copie digitali di oltre 250.000 libri fuori diritti.[5] E l’opera di digitalizzazione e conservazione digitale non può essere semplicemente delegata a privati come Google, in primo luogo perché quei soggetti non hanno l’interesse economico – e quindi neppure acquisiscono le competenze necessarie – a condurre un’opera scientifica sul patrimonio culturale, e proprio Google Books lo dimostra ampiamente, pur nella sua grande utilità.[6]

Ma la pura e accurata digitalizzazione non basta. Ritorno un’ultima volta alla bur, che negli anni Settanta dello scorso secolo mutò parzialmente natura: la veste continuava a essere piuttosto spartana e il costo si manteneva basso, mentre il contenuto di alcune sottocollane mirava a un pubblico universitario. Un classico italiano nella nuova bur offriva ottime introduzioni e apparati critici, un’edizione affidabile curata da studiosi esperti. Oggi tutti i testi della nostra tradizione sino circa al primo Novecento sono nel pubblico dominio[7] ed è possibile farne legalmente edizioni digitali, ma quelle opere lontane senza una qualche guida critica rimangono per il largo pubblico non leggibili, non scopribili. Per apprezzare Cavalcanti, Beccaria, Leopardi, D’Annunzio e pure Pirandello e Giaime Pintor abbiamo bisogno di una mediazione culturale che ci aiuti a comprendere linguaggio, storia e contesti, che ci soccorra nell’incontro col testo.

Il primo passo per una biblioteca elettronica è quindi digitalizzare quante più edizioni antiche di quante più opere possibili; il secondo è sfruttare i vantaggi economici del digitale per facilitare un largo accesso alla nostra tradizione culturale. Edoardo Sanguineti scriveva oltre trent’anni fa:

Dico dunque che conviene allo Stato italiano assumere sopra di sé, con un felice balzo in avanti oltre tutte le edizioni nazionali e le sovvenzioni da cnr, la cura di una edizione esaustiva e integrale, per i tipi medesimi dello Stato, tempestivamente pianificata, dei classici italiani, maggiori, mediani, minori e minimi, letterari e scientifici, storici e tecnici, dalle origini ai giorni nostri, da stamparsi in modestissimo ma resistentissimo materiale cartaceo, e con le più serie ma soccorrevoli annotazioni necessarie a un non qualificato utente, una cosa lì in mezzo tra la bur e gli Oscar, tanto per dare una pallidissima ma agevolissima idea dell’impresa che tengo in mente, e da rivendersi a puro prezzo di costo, non indicizzabile, e magari a politico sottocosto, e persino, fuori commercio, a minima richiesta da parte degli studenti della scuola dell’obbligo, convertendo, a questo nobile fine, in papiro impresso, a tutela di ogni e qualunque tetto di bilancio, una coppia vestita e, se proprio occorre, anche un poker d’assi di missili da teatro.[8]

Un compito fondamentale stabilito dalla Costituzione per la nostra Repubblica è la promozione della cultura e la tutela del patrimonio storico e artistico della Nazione (art.9). Per i testi della nostra tradizione, per quel catalogo plurisecolare che non è proprietà di un editore ma orgoglio e bene comune, questo significa, prima di tutto, la conservazione dei libri in biblioteca; oggi potremmo però avviare anche un’opera di edizione e commento digitali che renda fruibile agli italiani e agli appassionati e studiosi di tutto il mondo tale ricchezza. I costi dell’opera di educazione, democratizzazione e diffusione proposta da Sanguineti si sono abbassati ancora, grazie alle edizioni elettroniche: non si dovrebbe nemmeno, aggiornando gli armamenti, rinunciare a un poker di f-35 da parata, basterebbe giusto mettere da parte il corrispettivo di qualche pieno di carburante. E a chi nell’editoria di mercato fosse preoccupato della «concorrenza sleale» ricorderemo che la massima parte dei classici mediani, minori e minimi, letterari e scientifici, storici e tecnici della nostra lingua non compare o ha un peso minimo nei cataloghi dei libri in commercio (inoltre le specializzate edizioni critiche non verrebbero sostituite da questa iniziativa).

È purtroppo ingenuo pensare che l’Italia in un breve giro d’anni possa dotarsi di qualcosa di simile a Gallica, ed è quasi folle immaginare che l’idea di una biblioteca digitale di classici italiani annotati venga presa sul serio. Rimane infine giusto un pio desiderio il progetto di impiegarvi, con contratti onorevoli, proprio qualcuno dei nostri bravissimi giovani studiosi, oggi quasi forzati all’emigrazione o umiliati con iniziative come il bando pubblico per 500 addetti alla digitalizzazione dei beni culturali, dove le condizioni iniziali erano tanto indecenti – «416 euro lordi al mese per un lavoro di 35 ore settimanali travestito da corso di formazione» – da meritare il nome di 500 schiavi.[9] Ma mi riesce difficile immaginare imprese che meglio dimostrino, nelle cose stesse e a fronte di investimenti molto contenuti, la possibile felice sinergia tra libro cartaceo e digitale e meglio promuovano la nostra cultura. 

 


[1]. Giovanni Solimine, L’Italia che legge, cit, p. 23.

[2]. Ernst T.A. Hoffmann, Racconti, utet, Torino 1981, pp. 193-279, citato in Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione, cit., pp. 26-29.

[3]. Qui e qui.

[4]. Qui e qui. Le copie cartacee di partenza sono diverse e diverse sono le procedure di digitalizzazione: una è in bianco e nero e consente la ricerca di parole all’interno del testo (vi è stato applicato l’ocr), l’altra è a colori ed è in modalità «pura immagine». La digitalizzazione non è un procedimento «eseguito una volta per tutte» e diverse digitalizzazioni forniscono diverse e parziali informazioni sull’oggetto materiale, oltre ad aggiungerne di nuove (abbiamo citato il riconoscimento dei caratteri). Chiaramente del libro, pure nella digitalizzazione a colori e in alta risoluzione, continuano a sfuggirci molte proprietà, come la consistenza della carta.

[5]. A inizio marzo 2014 i libri ad accesso gratuito diretto attraverso il sito Gallica.fr sono oltre 265.000, tra essi oltre 180.000 offrono testi digitali col riconoscimento dei caratteri.

[6]. Cfr Robert Darnton, The Case for Books, cit., e Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione, cit., cap. 5.

[7]. In Italia i testi di un autore entrano di solito nel pubblico dominio settant’anni dopo la sua morte. Giaime Pintor, nato nel 1919 e morto nel 1943, è oggi nel pubblico dominio; Nuto Revelli, nato nello stesso anno e morto nel 2004, vi entrerà nel 2075 (nell’ipotesi che non vi siano modifiche alle leggi attuali).

[8]. Edoardo Sanguineti, «Una immodesta proposta» (1981), in Gazzettini, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 223.

[9]. Claudio Giunta, «Mai più avrai quarant’anni», Il Sole 24 ore, 11 agosto 2013, e Massimo Mantellini, « Ragazzi era una [sic] scherzo, ci avevate creduto?».

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Ci metteremo a leggere verbali https://minimaetmoralia.it/editoria/ci-metteremo-a-leggere-verbali/ https://minimaetmoralia.it/editoria/ci-metteremo-a-leggere-verbali/#comments Tue, 05 Jun 2012 09:45:56 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8169 Pubblichiamo un'intervista di Lorenzo Alunni a Tommaso Munari, curatore de «I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952».

di Lorenzo Alunni

Tommaso Munari è il curatore de «I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952». La sua introduzione al volume inizia con le parole di una lettera del 1945 di una segretaria della redazione torinese a una collega di quella milanese: «Qui tutto procede. Pavese si strappa i capelli e si mangia le dita. Mila è tornato con noi ed ogni tanto dice la sua. Ormai però non si fa altro che scrivere e scrivere rapporti e verbali per Roma e Milano, e leggere quelli di Roma. Ci metteremo a stampare verbali». Quella segretaria, Bianca Maria Cremonesi, era stata decisamente lungimirante: circa sessantasei anni dopo quella lettera, si sono messi effettivamente a stampare verbali. Il volume curato da Munari raccoglie la documentazione delle celebri riunioni a cui partecipavano regolarmente personaggi quali Norberto Bobbio, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Antonio Giolitti, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Massimo Mila e così via. Pubblicata in coincidenza con il centenario della nascita di Giulio Einaudi, sempre presente a quegli incontri, la raccolta ha ricevuto apprezzamenti e sollevato polemiche che confermano l’interesse problematico verso i modi in cuila Einaudi ha influito sui percorsi del dibattito culturale italiano.

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Pubblichiamo un’intervista di Lorenzo Alunni a Tommaso Munari, curatore de «I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952».

di Lorenzo Alunni

Tommaso Munari è il curatore de «I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952». La sua introduzione al volume inizia con le parole di una lettera del 1945 di una segretaria della redazione torinese a una collega di quella milanese: «Qui tutto procede. Pavese si strappa i capelli e si mangia le dita. Mila è tornato con noi ed ogni tanto dice la sua. Ormai però non si fa altro che scrivere e scrivere rapporti e verbali per Roma e Milano, e leggere quelli di Roma. Ci metteremo a stampare verbali». Quella segretaria, Bianca Maria Cremonesi, era stata decisamente lungimirante: circa sessantasei anni dopo quella lettera, si sono messi effettivamente a stampare verbali. Il volume curato da Munari raccoglie la documentazione delle celebri riunioni a cui partecipavano regolarmente personaggi quali Norberto Bobbio, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Antonio Giolitti, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Massimo Mila e così via. Pubblicata in coincidenza con il centenario della nascita di Giulio Einaudi, sempre presente a quegli incontri, la raccolta ha ricevuto apprezzamenti e sollevato polemiche che confermano l’interesse problematico verso i modi in cuila Einaudi ha influito sui percorsi del dibattito culturale italiano.

Fra i rischi del leggere oggi questi verbali pare esserci ciò che l’antropologo Michael Herzfeld ha chiamato «nostalgia strutturale»: una sorta di costante rappresentazione collettiva di un ordine paradisiaco incorrotto. Nonostante tutte le criticità che si possono rilevare e che sono state rilevate, la tentazione di pensare a una “età dell’oro” pare sempre dietro l’angolo. Tuttavia, i momenti di disaccordo e dibattito fra i partecipanti alle riunioni a volte sembrano fornire appoggio per uno sguardo critico sul loro operato: sì, ma entro quali limiti? E secondo quali possibilità di “oggettivazione” del loro confronto interno?

La lettura di questi verbali dovrebbe se mai scongiurare un simile rischio e favorire un’interpretazione “antimitologica” delle riunioni del mercoledì. Faccio fatica a entrare nel merito dei dibattiti rievocati in questi documenti, ma continuo a meravigliarmi per la testimonianza complessiva che offrono: quella di un gruppo di intellettuali che non solo si riuniva settimanalmente per discutere di libri e progettare collane, ma sentiva l’esigenza di verbalizzare i risultati di quegli incontri. Una scelta che rivela un’altissima coscienza del proprio lavoro e della propria funzione politico-culturale. In questa prospettiva allora sì, capisco la nostalgia per una stagione irripetibile dell’editoria italiana quando si credeva che un libro potesse cambiare il mondo.

Giulio Einaudi parlava del «respiro di un gruppo che lavora e scopre le cose, ancora tutto proteso in avanti per cui, anche se con divergenze, ogni cosa che si scopre è un’avventura». Allo stesso modo nel diario di Giaime Pintor si legge: «Un notevole esercizio di intelligenza: raramente ho visto cinque persone così agguerrite su un argomento». C’è forse da dire che la nascita e la sopravvivenza di un ambiente così intellettualmente stimolante fossero dovute anche alla mancanza del “fiato sul collo” di un ufficio marketing. Ma era poi così? In che misura quel fiato sul collo era davvero assente?

Non era affatto assente. Nulla di paragonabile al parossismo di oggi, ma un marketing ante litteram esisteva anche allora. Nei verbali del 1952 compaiono i primi riferimenti alla «Collezione di teatro» di Paolo Grassi e Gerardo Guerrieri. Regola di questa collana (con numerose eccezioni) era la sincronizzazione dell’uscita dei testi con la loro messa in scena nei teatri stabili. Tre sorelle di Čechov, per esempio, esce in contemporanea al celebre allestimento di Visconti all’Eliseo. Così, nel 1951 si era cercato di far coincidere la pubblicazione nella «Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria» di Madre Coraggio di Brecht con la rappresentazione a Venezia del Berliner Ensemble.

È vero, tuttavia, che in alcuni verbali si può cogliere un certo sprezzo di Einaudi nei confronti del mercato e delle sue regole. Per esempio quando tacita Natalia Ginzburg e Giulio Bollati per aver espresso alcuni dubbi di carattere commerciale sull’opportunità di un’edizione delle Commedie di Goldoni ne «I millenni», affermando: «Riconosciuta la validità dell’edizione e non vedendo come un giudizio di carattere commerciale e aprioristico della redazione possa risultare determinante, Einaudi riconferma la decisione del Consiglio di mantenere col Goldoni la consuetudine della Strenna “Millennio”». Ma a ben guardare questo sprezzo non era rivolto tanto alle regole del mercato, quanto all’intromissione del consiglio editoriale in questioni che non gli competevano e non dovevano in alcun modo competergli.

E infatti in un altro verbale Einaudi si raccomanda: «per l’avvenire sarebbe bene tenersi su un doppio binario: 1) valore letterario; 2) interesse di lettura connesso con interesse sociale e non puramente di mercato». Solo pochi mesi dopo, però,  scrive in una lettera a Serini: «I dibattiti che si svolgono nelle nostre riunioni vanno intesi come lavoro costruttivo ed è bene che avvengano su libri già decisi». A voler pensar male, si potrebbe avere l’impressione che le riunioni del mercoledì fossero momenti in cui le decisioni venivano più notificate che prese insieme dopo una discussione…

I verbali però suggerirebbero il contrario: «il Consiglio discute la proposta…», «il Consiglio si riserva di decidere…», «il parere del Consiglio è sfavorevole…», «il Consiglio dà mandato di assicurarsi i diritti…». “Consiglio” scritto con la “c” rigorosamente maiuscola. Una descrizione efficace del processo di decision-making all’Einaudi è contenuta in una lettera di Serini a Cantimori del 25 novembre 1950. Vi si legge che il giudizio definitivo sui volumi di ciascuna collana «è sempre di carattere collegiale, anche se, naturalmente, vi hanno parte preminente – oltre a Giulio Einaudi, cui spetta sempre, come è giusto, l’ultima parola – i consulenti specifici». Il potere dell’editore, va da sé, si rivela quando una decisione è controversa. Si pensi ad esempio all’ormai noto caso de La Méditerranée di Braudel, pubblicato per volontà di Einaudi nonostante i pareri contrari di Antonio Giolitti e Delio Cantimori, che giudica l’opera «il Via col vento della storiografia».

Quello dell’opera di Braudel fu, potremmo forse dire, un errore scongiurato. Altri errori sono stati invece commessi: libri importanti rifiutati, ambiguità in certe relazioni con istituzioni esterne alla casa editrice e così via. Con il senno del poi, se di errori si può parlare, da questi verbali quali sono quelli che secondo te emergono con più evidenza?

Un errore scongiurato, diciamolo pure. Anche se la parola “errore” tende a oscurare le ragioni che ne sono alla base. Mi sembrerebbe più giusto parlare di “scelte”, opinabili e criticabili finché si vuole, ma pur sempre tali. Nella sua introduzione, Luisa Mangoni si sofferma sulla tanto deprecata scelta dell’Einaudi di non pubblicare Se questo è un uomo nel 1947 e osserva che il libro di Primo Levi è legato a doppio nodo alla stagione degli anni Sessanta e a quella che Annette Wieviorka ha chiamato «l’era del testimone»: una fase di riflessione storica sul fascismo che l’Einaudi ha saputo cogliere e interpretare. Non bisogna dimenticare che altre opere testimoniali sul genocidio hanno subito una sorte analoga a quella di Se questo è un uomo. L’espèce humaine di Robert Antelme è stato pubblicato quasi in sordina dalle Éditions dela Cité universelle nel 1947 ed è poi riapparso nella collana bianca Gallimard nel 1957.

Quanto al rapporto privilegiato dell’Einaudi con il Partito comunista italiano, a cui ovviamente alludi parlando di «istituzioni esterne», confesso di non riuscire a vedere l’errore. Bene che sia stato così! Tanto più che non si è mai trattato di un rapporto di sudditanza ideologica, ma di un confronto, di un dialogo, talvolta di un vero e proprio scontro, che non ha mai compromesso l’indipendenza editoriale, come dimostra la pubblicazione della collana «Viola», de Il fiore del verso russo, di Riforme e rivoluzione di Giolitti e di molti altri titoli sgraditi al Pci.

Il concetto di «errore» mi sembra troppo soggettivo per poter indicare quali emergano con maggiore evidenza. Posso però nominare tre titoli che avrei voluto vedere nel catalogo Einaudi: De Biografie di Jan Romein, Les Constitutions européennes di Boris Mirkine-Guetzévitch e Magic and Mith of the Movies di Parker Tyler.

Già, libri che devono piacere «non nelle sezioni di partito ma al pubblico in genere», come disse Calvino in uno dei mercoledì. Commenti di questo tipo ci arrivano grazie a documenti, questi verbali, che richiedono, immagino, un lavoro peculiare. È così? Inoltre, negli anni successivi a quelli compresi in questo primo volume, i verbali subiranno delle trasformazioni?

Si è trattato innanzi tutto di un lavoro di ricerca: nell’archivio della casa editrice prima – depositato, encomiabilmente, presso l’Archivio di Stato di Torino –; in quelli privati dei vari consulenti poi; quindi di un lavoro di collazione e infine di annotazione. In quest’ultima fase ho cercato di tener presente la matrice “orale” di questi documenti e per questo ho deciso di riportare in nota il testo delle lettere e dei pareri editoriali di cui veniva data espressa lettura nel corso dei mercoledì. La distanza fra l’“oralità” della riunione e la “scrittura” del verbale, accentuata in questi primi documenti dalla decisione di Luciano Foà di riportare le parole dei presenti in forma indiretta, sarà attenuata nei successivi dalla scelta di Daniele Ponchiroli di usare il discorso diretto. Per esempio: «SERINI: vorrei proporre oggi ufficialmente un manuale di Renouvin sulla Storia della politica internazionale nel sec. XIX. / VENTURI: È uno spaventoso conservatore, è un perfetto sorbonico, molto Quai d’Orsay, intelligente senza dubbio». Sembra quasi di sentire la voce di Franco Venturi. C’è poi un dato di carattere comparativo che merita di essere sottolineato. Questo tipo di documento non è presente in nessun altro archivio editoriale italiano ed europeo ad eccezione di quello della Gallimard. I visitatori della mostra organizzata alla Bibliothèque nationale de France per il centenario della casa francese avranno forse notato, appeso nell’angolino di una sala, un compte rendu del celebre comité de lecture.

In un verbale del luglio ’45 Elio Vittorini dice «che gli sembra che ci si preoccupi un po’ troppo di quello che possono fare gli intellettuali e non di quello che la gente pretende dagli intellettuali». Nella stessa riunione, a Mikhail Kamenetzki «sembra che nessuno si ponga il problema della crisi degli intellettuali italiani: non si tratta di aiutarli a risolvere questa loro crisi, ma di far loro prendere coscienza di questa crisi». Quella della crisi degli intellettuali è una sirena che raramente smette di suonare, tanto meno di questi tempi. In definitiva, oggi, leggere questi verbali del mercoledì quale funzione può eventualmente avere nel «prendere coscienza di questa crisi»?

Temo nessuna. Possono però far luce su un metodo di lavoro e su un’idea di pubblico che non esistono più, ma che non bisognerebbe dimenticare. Nel 1951 Calvino commissiona a Roberto Battaglia una piccola storia della Resistenza «che sia di lettura agevole per il pubblico più vasto, per gli intellettuali come per i lavoratori, per i giovani e magari possa entrare nelle scuole». Questa idea di pubblico non era solo alla base della «Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria», dove uscì il volume di Battaglia, ma della maggior parte delle collane Einaudi. Un’idea non diversa da quella, espressa più volte da Einaudi, di “lettore ideale”: un “lettore solo” a cui tutti i libri – dalla storia alla narrativa, dalla scienza alla poesia –  dovevano rivolgersi. Una formula ricorrente in questi verbali è «divulgazione di alto livello scientifico». C’è progetto culturale più bello? E poi quel riferimento di Calvino alla scuola. Chi pensa più alla scuola oggi? Mi rendo conto di aver spostato l’accento della tua domanda dagli intellettuali ai lettori. Forse è meglio così.

Decisamente meglio. Grazie.

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