Gian Arturo Ferrari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gian-arturo-ferrari/ un blog di approfondimento culturale Mon, 23 Jun 2014 12:33:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gian Arturo Ferrari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gian-arturo-ferrari/ 32 32 Editoria, mercato e dibattito culturale: intervista a Paolo Repetti https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-paolo-repetti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-paolo-repetti/#comments Mon, 23 Jun 2014 07:07:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21636 Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un'intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L'intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. 

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c'è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c'era un attacco di discussione culturale.

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Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L’intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. (Fonte immagine)

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c’è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c’era un attacco di discussione culturale.

Mi piace molto questo «attacco» perché si sarebbe potuto dire che da un’esperienza che nasceva da TQ poteva venire invece proprio quel tipo di atteggiamento.

Invece per fortuna non l’ho trovato. I pezzi potevano anche essere di critica culturale, però non con quell’atteggiamento fintamente minoritario da «vi diciamo noi la verità perché siamo fuori». Quindi c’era la sensazione, dal punto di vista di uno che sta dentro una casa editrice grossa e si confronta col mercato in modo piuttosto violento, di poter colloquiare.

Quindi non uno spazio che produce recensioni.

Partiamo da una sensazione abbastanza ovvia. Tre o quattro anni fa «il manifesto» fece una serie di interventi contro l’industria culturale, il mercato, le pagine dei giornali. Avevo trovato che quelle cose fossero espresse con un tono insopportabilmente minoritario e nostalgico, come se tutta la critica e la cultura derivate dalla Scuola di Francoforte si fossero ridotte oggi a un rimpianto per la perdita dell’aura. Mettendo da parte Benjamin – perché quello è un discorso tecnico molto giusto – la sensazione è che si guardino il presente e il futuro sempre solo in termini di perdita di qualcosa che prima c’era e adesso non c’è più: le librerie non sono più quelle di una volta dove c’era il libraio che ti consigliava il libro, i giornali non danno più spazio, gli editori fanno soltanto libri per il mercato. Cioè la perdita dell’aura come unica chiave di lettura dell’antagonismo e questa cosa mi fa venir voglia di dire: «Ragazzi, antagonismo culturale significa togliere spazio al mercato, non lamentarsi perché il mercato esiste». Perché il mercato esiste.

Ho quest’idea del mercato come entità acefala, senza altra ideologia che non sia semplicemente quella della conquista di spazi. Il mercato, dovunque trova un ostacolo, cerca di abbatterlo per creare degli spazi. Questa è la sua logica ed è inutile lamentarsi che sia fatto in questo modo perché alternativa al mercato non c’è. A meno che non ci si inventi una pianificazione di tipo sovietico, l’antagonismo culturale significa conquistare spazi dentro il mercato e opporsi cercando di togliere spazi a quella logica che tende semplicemente a crescere, a ingrandirsi e a espandersi.

In un certo senso quello che abbiamo cercato di fare con Orwell è stato togliere lo spazio del «che giornale leggi il sabato mattina? quello che ti fa la recensione preconfezionata o quello che ti spara l’entusiastico volo pindarico su un certo argomento?» 

Ma infatti in una situazione in cui il mercato, come sappiamo, è obiettivamente in crisi, è meglio non simulare un finto «esser fuori» oppure giocarsi la logica nostalgica della lamentela, perché non ci sono più gli spazi di una volta, e accettare di poter discutere semplicemente.

Siamo anche autori che pubblicano con editori come Einaudi, Mondadori, Rizzoli.

Il problema di quella che può essere chiamata appunto controcultura o tentativo di andare contro una logica puramente espansiva di mercato non appartiene soltanto a chi sta «fuori». È un problema che ci poniamo anche noi che stiamo all’interno di grandi gruppi editoriali. Attraversa tutto il mondo editoriale.

E come, nel tuo caso, con l’esperienza prima di Theoria e poi di Stile Libero?

Intanto ho la sensazione che siamo in un momento in cui quello che sta vincendo è la logica di un grande mainstream dell’intrattenimento globale. All’interno di questa logica ci sono i romanzi più complessi e le schifezze create dai libroidi. Però tutto quanto è nel segno dell’intrattenimento. Lo si nota molto negli Stati Uniti che sono ancora oggi il modello vincente nell’intrattenimento, dove non è più vero che esistono le grandi major multinazionali e poi gli indipendenti. Ormai le grandi major usano milioni di etichette indipendenti per portare la creatività dentro questo mainstream globale.

È anche un modello economico che funziona di più perché il rischio lo si dà agli indipendenti. Nel cinema è andata così negli ultimi vent’anni. 

Soprattutto nel cinema, ci sono decine e decine di piccole aziende di grande creatività – nel senso buono del termine – che vengono messe in relazione e in rete dentro questa logica dell’intrattenimento. Per cui anche la cultura alternativa diventa mainstream e intrattenimento.

È difficile allora trovare spazi alternativi dove le cose non siano considerate solo intrattenimento. 

Sì. Noi adesso usiamo categorie un po’ vecchiotte, legate all’avanguardia, qualcosa che rompe il linguaggio, che rompe gli schemi letterari, gli schemi di percezione di un oggetto culturale. Non voglio fare l’elogio dell’antagonismo tout court né un discorso nostalgico, però se penso alla formazione che potevamo avere noi da ragazzi, sui testi della grande saggistica di Roland Barthes, Foucault…

Che è quella su cui ci si forma anche adesso… 

Sì, però vedo che oggi gli ideologi del nostro tempo sono vissuti, passivamente ma in pieno, e i loro nomi sono Bezos, Zuckerberg e Steve Jobs. L’ideologia materiale non è fatta dalla controcultura ma da dei guru che hanno deciso, attraverso la tecnologia e non solo, i modi in cui noi stabiliamo le relazioni, la cornice dentro cui ci muoviamo.

Quindi l’intrattenimento collegato al problema della velocità? Vince questa idea perché è veloce. 

Non è soltanto veloce. Se il linguaggio che tu usi nei social network, utilizzando un’applicazione, o andando a comprare un libro, è creato da questi tre grandi gruppi, è ovvio che questi sono determinanti a livello ideologico. Ad esempio Steve Jobs ha creato un’estetica della nostra possibilità di accedere alla musica, ai video, ma non è soltanto un’estetica perché diventa un modello molto imperialistico di fruizione. Nel caso dei social network, Zuckerberg ha creato una dimensione di condivisione sociale che non esisteva e ha imposto un modo. Per noi editori, Bezos sta determinando la fine del modello di industria culturale come eravamo abituati a pensarlo. Quella fine è ormai nei fatti, ma da qui a subire passivamente l’idea che qualcuno metta i libri a un prezzo assolutamente inferiore a quello che gli editori possono fare e ha una capacità di distribuzione di una rapidità immediata…

Cioè rischia di diventare l’unico editore?

Per gli editori c’è uno spazio enorme all’interno di questa crisi, però è ovvio che, se lo si lascia fare, più che l’unico editore, Bezos diventa lui stesso editore e distributore di libri. A partire dalla nascita di Amazon, le conseguenze sono state tante, tra cui la chiusura di un’enorme catena di librerie. Sono tutti processi che hanno a che vedere con la tecnologia. Ma non con la tecnologia di per sé, quanto con il modo in cui è utilizzata e manipolata. Non dico che non bisogna comprare i libri da Amazon perché sono rapidissimi ad arrivare, costano poco e c’è un’offerta enorme. Però questo meccanismo in atto non può non innescare una riflessione per chi fa questo lavoro. Fino a poco tempo fa l’editore poteva controllare tutto il processo della catena del libro, dal manoscritto alla possibilità di colloquiare con l’autore, dalla stampa alla pubblicazione e all’accesso in libreria. Amazon, con il virtuale (l’ebook) e, in misura minore, con la carta, ci sta dimostrando che possiamo andare verso un mondo dove l’editoria, come Bezos stesso ha detto, è ininfluente. È il concetto di smaterializzazione del libro, per cui non esiste più l’oggetto con le rese, i magazzini, le librerie come posto dove si va fruire.

Hai detto che c’è un grande spazio per l’editoria. Quale sarebbe? 

Penso che la ricchezza dell’editore sarà sempre di più negli autori che ha e nella capacità di far sentire agli autori che la mediazione del marchio editoriale è un elemento non traducibile. Si può fare a meno della distribuzione in libreria probabilmente, ma non del filtro editoriale, dell’appartenenza a una certa comunità. Si ripropone il tema della cultura: se hai un progetto culturale – e ovviamente per progetto culturale intendo anche la capacità di un editore di far sentire che un autore è importante dentro quel progetto – il suo libro dentro quel marchio ha una sua visibilità e una diversa possibilità di essere recepito.

La messa in un contesto è fondamentale. È la prima cosa che fanno anche le riviste, a un livello più microscopico. Stile Libero ha avuto sempre questa caratteristica di cercare uno spazio in cui si potessero fare delle cose commerciali, delle cose strambe e degli autori solidi, che non fossero completamente scollegati da stramberie. 

Stile Libero, in questo suo dialogo continuo col mercato – perché è evidente che ce l’abbiamo e con «dialogo» intendo l’importanza che noi diamo al fatto di stare dentro al mercato – nasce da un’idea di Giulio Einaudi. Quando noi proponemmo Stile Libero come una specie di «scoperta di nuove scritture giovanili», «scoperta dei generi» o, come si diceva all’epoca, di «commistione» fra diverse cose pensavamo a una collana autonoma. Invece lui disse: ve la faccio fare ma i libri di Stile Libero usciranno dentro ai Tascabili Einaudi. Infatti trovavi nella stessa numerazione Primo Levi, McEwan e il libro delle camerette dei giovani, che è il primo che abbiamo pubblicato. E questo ci obbligava a tirature molto più alte, al confronto con un mercato molto più intenso perché eravamo in una collana a 13.000 lire. Lui ci ha buttati direttamente nell’acqua fredda. Einaudi era un editore che ha sempre fatto la distinzione tra l’editoria sì e l’editoria no. L’editoria di catalogo e quella dei cosiddetti bestseller, del libro usa e getta, creato dal marketing. In realtà questo è vero ma la sua attenzione al pubblico era enorme, se pensi all’operazione che fece con La storia della Morante, mettendo a 2000 lire un libro di 500 pagine. È qualcosa che oggi chiameremmo una grande operazione di marketing. Stile Libero nasce con questa caratteristica fin dall’inizio. Ci siamo sempre mossi tra ricerca di nuovi stili, di nuovi talenti, di nuove possibilità espressive. E anche di cercare di ribaltare quella rigidità tra la letteratura di serie A e la letteratura di serie B che c’era quando siamo entrati, imponendo autori considerati all’epoca «di genere». Per esempio Carlo Lucarelli poteva essere considerato all’inizio un autore non da Einaudi. Stiamo parlando di vent’anni fa.

Parlando di dieci anni fa, Elmore Leonard era un autore che prima non era stato considerato. 

Sicuramente.

Potrà fare l’editore un catalogo in cui c’è sia editoria no che editoria sì insieme. O il bestseller diventerà una prerogativa non dell’editore? 

In astratto nessuno sa cosa diventa editoria di catalogo e cosa no. I «libroidi» di cui parlava Gian Arturo Ferrari nascono già all’inizio con il marchio dell’editoria dei celebrity books. Poi nei celebrity books puoi trovare una chicca come Open di Agassi. Però adesso è sempre più difficile fare una distinzione netta. Noi possiamo pubblicare buoni libri, continuare a fare ricerca di autori, in un catalogo in cui convivono Mariapia Veladiano e Antonella Lattanzi con Jo Nesbø e Joe Lansdale. Ciò non toglie che quando questi libri entrano nella grande discussione letteraria e nel mercato, sono comunque vissuti come prodotti. In questo momento non si avverte più quella sensazione che io avevo fino a dieci, quindici anni fa in cui l’editoria di cultura aveva un suo linguaggio e dei paratesti che lo accompagnavano.

Dei suoi tempi anche. 

Quando io sono entrato a lavorare in questo mondo una cosa era evidente. Se avevi un critico letterario dell’autorevolezza di Calvino o di Pasolini, che pubblicava una recensione in quello che oggi è considerato lo spazio più sfigato di tutti i giornali, l’elzeviro, e che all’epoca era considerato uno spazio privilegiato dove scrivevano appunto Moravia, Calvino e Pasolini, avevi fatto il marketing del libro.

E poi il libro come si trovava, dove si trovava? 

Il libro si trovava in libreria con facilità. Ovviamente era inferiore il livello di rotazione, però era diverso soprattutto il sistema di diffusione, di amplificazione del libro che era molto più lento.

Paradossalmente oggi l’ebook risolve questo problema perché mantiene il libro in una situazione di molto maggiore reperibilità. Quello era un momento storico in cui esisteva una sorta di gerarchia verticale dell’uno, il grande critico, che parlava ai molti, che ascoltavano e decidevano. Adesso questa cosa si è completamente polverizzata. Non c’è l’uno che parla ai molti, ma una chiacchiera globale cha va dalle riviste ai blog, alle persone che scrivono sui social network.

Quali sono i modi in cui vi rendete conto che un libro non sta morendo? 

I modi purtroppo sono legati al fatto che lo si vede vivo all’interno delle vendite, però il discorso è un po’ più ampio. Nel momento in cui viene distrutta quella gerarchia verticale del critico che parla a un gruppo sociale che gli riconosce una autorevolezza e c’è questa sorta di dispersione nella chiacchiera globale, è ovvio che i valori letterari che si fondavano su una pedagogia – perché questo era, il riconoscimento di una pedagogia nel senso migliore del termine – non esistono più. Trionfa la logica del più forte, la capacità di imporre un libro attraverso eventi, che non sono più la singola recensione. Nel momento in cui il critico non ha più autorevolezza la recensione diventa come le asole delle giacche quando non servivano più i bottoni, ci sono ma non hanno più una autentica e reale funzione di guida.

Quali sono questi eventi adesso? 

La prima cosa che ci si chiede è: come ottenere lo spazio massimo? Il che significa anticipazioni, interviste, pezzi sui settimanali. La pura e semplice funzione critica che una volta decideva del destino di un libro – ricordo che si leggeva Geno Pampaloni sul «Giornale» e si decideva cosa leggere, cosa funzionava e cosa no – oggi manca. Non per questo si può dire che è finita la letteratura, perché la letteratura non è finita affatto. Semplicemente i modi in cui i libri guadagnano il loro terreno appartengono a una finta critica. Sono modi di amplificazione che puntano su quella che chiamo critica da showman, critici che danno 10 o 0 in pagella.

Come se il critico stesso dovesse imporsi in maniera spettacolare e il libro-intrattenimento imponesse un critico-intrattenitore? 

Sì. D’altra parte, non più di sei anni fa, Lavagetto scrisse un libro che si chiamava Eutanasia della critica contro la critica. Quello che uno si aspetterebbe dagli intellettuali e dai nuovi critici letterari non è una lamentela sul fatto che i giornali non danno più gli stessi spazi e non dedicano più la stessa attenzione al discorso critico, ma inventarsi nuove forme di autorevolezza come fece il Gruppo 63 nei confronti della letteratura precedente. Loro non si limitarono a criticare le Liale del loro tempo, ma conquistarono spazi critici, di ascolto e visibilità dentro le case editrici, dentro la televisione, dentro i giornali. È un discorso che anche i TQ hanno cercato di fare, con una logica un po’ troppo nostalgico-lamentosa.

Sempre più nostalgica via via che si perfezionava. 

Lavoro nell’editoria dall’86 e ho come riferimento autobiografico tre momenti in cui mi è sembrato di aver incrociato qualcosa che si è imposto non solo per la vendita di copie ma sul piano culturale. La prima volta è stata la generazione di quelli che noi abbiamo pubblicato da Theoria (Marco Lodoli, Sandro Veronesi, Sandro Onofri ecc).

Quando ancora c’erano pochi esordienti.

Quando le cose hanno una loro visibilità e si impongono come una necessità anche perché esiste un pubblico che ha interesse a scoprire nuovi autori. Si era creato il concetto del «giovane scrittore», un’entità che oscillava tra i 18 anni e i 45 di Tabucchi, che all’epoca era ancora considerato un giovane scrittore. Il «giovane scrittore» veniva messo in tutti pezzi ed era diventato una categoria estetica.

Questo dipendeva da Tondelli o era cambiato qualcosa socialmente?

Dipendeva dal fatto che è stata la prima generazione di scrittori che sono tornati senza nessun tipo di senso di colpa alla narrazione e alla narrativa dopo la neoavanguardia.

Erano giovani più nello stile che nell’età? 

In quel periodo giovani lo erano davvero. Marco e Sandro avevano sui 28-29 anni. Erano scrittori che avevano un’enciclopedia di riferimento del tutto interna alla letteratura italiana novecentesca. Pur esprimendo una novità, erano dentro una tradizione letteraria.

Un secondo momento in cui ho sentito la percezione di un fenomeno che emergeva è stato con l’antologia Gioventù cannibale e tutto il discorso sui Cannibali, che fu ferocemente accolto da una certa critica e poi invece entusiasticamente appoggiato da una certa altra critica. Ho la sensazione che lì invece ci fosse una rottura antropologica del modello di scrittore, un taglio netto rispetto alla generazione precedente. Per quanto diversi tra loro – Niccolò Ammaniti e Aldo Nove sono completamente diversi – in quel momento c’era una sorta di «corrispondenza di amorosi sensi» tra loro che consisteva in una critica feroce all’universo delle merci, in Aldo Nove in modo particolare. E quindi il ricorso a un linguaggio che attingeva alla commedia demenziale oppure, nel caso di Aldo Nove, a personaggi un po’ decerebralizzati. Il discorso della violenza, tipico dei Cannibali, mi sembrava fosse un contenuto del tutto ininfluente rispetto al discorso dell’estetica della merce.

I romanzi della merce americani che non abbiamo recepito.

Un terzo momento è stato quello della scoperta di un gruppo di scrittori definiti – io non amo questa definizione – scrittori noir (Lucarelli, De Cataldo, Carlotto) che io definirei autori di romanzi sociali neri. Si è fatto un gran parlare del noir italiano, ma gli autori che sono veramente emersi sono questi. Invece di scimmiottare un certo tipo di romanzo thriller americano, hanno cominciato a mettere le mani, anche con ricerche di carattere storico, dentro al mistero italiano, che rispetto al mistero americano ha la caratteristica di non essere mai risolto. Hanno saputo rinnovare un patto di fiducia con i lettori. Il lettore ha capito che dentro queste commedie sociali nere c’era un pezzo di racconto del paese che sarebbe andato perduto senza la loro letteratura. Come tutti i fenomeni – come è successo agli stessi Cannibali – è diventato anche questo un genere stereotipato, di autori che, più che utilizzare gli stereotipi, venivano utilizzati dallo stereotipo senza rendersene conto. E lì nasce una sorta di manierismo del noir che è un elemento che conosciamo tutti.

Mi interessava il rinnovamento nel modo di guardare gli italiani. Il secondo e il terzo fenomeno possono sembrare di importazione. 

Io invece lo escludo. Nel racconto Vivere e morire al Prenestino Ammaniti utilizzava degli stilemi presi dalla commedia americana, ma dentro una realtà linguistica e un’antropologia assolutamente caratteristiche dell’Italia. Li riconosco come scrittori autentici. Erano postmoderni nel vero senso della parola, si servivano della tradizione come uno che entra in un supermercato e sceglie delle merci per poterle utilizzare poi a cena. C’era un’abolizione della tradizione diacronica della letteratura.

D’altra parte la scelta era tra quello e l’essere seppelliti dalla tradizione. 

Infatti io riconosco in loro una capacità progressiva ed evolutiva.

Problema della lingua. Differenza tra inglese e italiano.

Mi viene in mente un’immagine. Lo scrittore che scrive nella lingua in cui hanno scritto Jane Austen, Dickens, Kipling nell’Ottocento e i romanzieri novecenteschi che conosciamo ha a disposizione uno strumento che è come una chitarra appoggiata su un divano. Più o meno la si riesce a suonare, anche se non benissimo. Mentre invece l’italiano è più simile a un clavicembalo, manda suoni che richiamano la tradizione del melodramma, dell’ermetismo e della lirica. E quindi è un’operazione molto più difficile.  Voi scrittori state tentando uno svecchiamento della lingua, con l’uso del parlato, la paratassi ecc. La difficoltà di aderire al parlato che ha un italiano è maggiore.

Per esempio il romanzo americano è possibile perché c’è stato Whitman. Ha fatto qualcosa di così sensuale, immateriale, che era già rock’n’roll. 

In fondo in inglese si utilizza una lingua che non è molto diversa se si tratta di Shakespeare o di hip hop. Da noi invece c’è una stratificazione legata al fatto che siamo stati fino a poco tempo fa una letteratura elitaria, sostanzialmente poetica e la cui massima espressione del Novecento è stata non il romanzo ma il melodramma. Questo inconsciamente determina che tu vieni usato da quella lingua se non la controlli bene. Da qui deriva la difficoltà di trovare un parlato italiano che non suoni manieristico, stereotipato o di imitazione delle traduzioni americane. Però mi pare che negli ultimi trent’anni siano stati fatti dei passi da gigante.

Noi, rispetto a inglesi e americani, non abbiamo quella specie di conformismo virtuoso. Bisognerebbe fare una specie di laboratorio su cos’è l’italiano. Abbiamo accettato che lo si usi più tranquillamente, ma questo non vuol dire che l’italiano sia cambiato nei problemi che pone. Non avendo una borghesia rigorosa come nel Nord Europa o negli Stati Uniti, noi abbiamo sempre una lingua complessata che quando diventa borghese si vergogna e fa un passo indietro. 

È il problema della lingua innamorata di se stessa, dell’autocompiacimento di una certa letteratura italiana che si spaccia per letterarietà quando invece non è detto che le due cose siano nello stesso percorso.

Dipende sempre dalla paura di non avere delle «buone maniere» nella scrittura. I grandi modelli italiani offrono molto meno un canone dei grandi modelli americani.

Se ci pensi la questione della lingua è stata totalmente messa fuori dal dibattito culturale.

Da una parte c’è chi l’ha elevata a divinità assoluta (Cortellessa) al punto che è quasi inutilizzabile e dall’altra parte il nulla, cioè le recensioni spettacolari. 

Lo spazio che l’intellettuale ha oggi per aggredire questa materia è legato alla possibilità di parlarne senza questa distinzione manichea.

Una delle caratteristiche del mercato di quest’ultimo anno e mezzo è il crollo dei tascabili, che sono una specie di bancomat dell’editoria. Il motivo per cui l’editoria soffre in termini di identità e di fatturato è stato che tutte le collane tascabili sono diminuite. È un paradosso. In un momento di crisi economica ci si aspetta che il lettore si orienti di più verso il libro che costa meno invece che verso il libro che costa di più. Invece no. Sono state date tante spiegazioni: l’avvento dell’ebook, il modello Newton Compton con la tascabilizzazione delle novità.

L’altro giorno ho letto un pezzo di Gilles Lipovetsky. Lui dice: «Nulla arresterà la smodata inclinazione dei consumatori per le novità e questo perché si tratta di una tendenza che affonda le radici in fenomeni strutturali di detradizionalizzazione della cultura e l’avvento di una economia fondata sull’innovazione perpetua». La novità è un elemento attrattivo e ha fascino di per sé. Viviamo in culture che non hanno più memoria storica, ma vivono in un eterno presente. Questo ha influito anche sulla percezione della novità come l’unico elemento che ha un mana attrattivo per il lettore.

L’unico elemento che vince è la novità che un attimo dopo non esiste più. 

È esattamente quello che dice, la novità è novità in quanto in perpetuo cambiamento rispetto al resto. Se esce un nuovo romanzo di McEwan ho un gruppo di lettori che vogliono avere quella novità. Non hanno più voglia di spendere 13-14 euro per un libro che è uscito da venti, trenta, quarant’anni. Secondo me è una spiegazione più forte dell’ipotesi della tascabilizzazione delle novità e dell’abbassamento del prezzo di copertina. Il discorso che gli ebook abbiano potuto erodere spazio a questo tipo di editoria in Italia ancora non può essere vero perché il mercato degli ebook è esattamente l’1 per cento.

Sarebbe bello immaginare una possibilità per i giornali, e non solo, di raccontare i libri con una autorevolezza di gusto, visto che manca quella critica. Una delle cose vincenti dei 50 libri di Baricco è stata questa: non aver utilizzato una categoria estetica che non fosse quella dei libri che aveva in libreria.

Sui giornali si parla invece molto dei nuovi comportamenti legati all’universo tecnologico dell’essere connessi.

Un libro non è più un libro, ma un contenuto dentro un’applicazione. Tutto questo è vero e sta modificando dalle fondamenta il nostro mestiere. Non mi pare vero invece che tutto questo stia già influenzando o finirà per influenzare l’atto creativo degli scrittori. Non ho ancora sentito nessuno scrittore dire: mi è venuta in mente un’idea perché…

A parte i racconti su twitter.

Mi sembrano fenomeni assolutamente residuali. Le categorie creative ed estetiche con cui gli autori continuano a scrivere sono quelle del libro, dal Cinquecento a oggi: saggistica, narrativa, romanzo, poesia. Le forme espressive non sono state modificate. Per ora mi pare che l’atto creativo non sia stato minimamente intaccato da questo punto di vista.

Forse ci vorrà più tempo? 

Sì, ma allo stato attuale si legge secondo categorie che sono quelle del libro.

Una cosa che comincia ad avere influenza è l’idea che la lettura sia in un percorso di contiguità e continuità dentro un’attività che può essere mandare una mail, guardare lo smartphone, leggere le notizie, commentare un libro mentre lo leggi.

Non è davvero in continuità, quanto piuttosto un’alternativa. 

Il rischio è che non diventi alternativa e che sia dentro un percorso di contiguità e continuità, implica per le nuove generazioni una minore capacità di assorbimento e di attenzione a delle gerarchie di complessità. L’essere connessi è una droga e credo che attivi dei neuroni per cui ogni volta che digiti qualcosa hai una scarica di adrenalina positiva, molto diversa dalla scarica di adrenalina positiva che è più lenta nel tempo e consiste nella capacità di appropriarsi di una grammatica esistenziale, quella propria del libro.

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Le inutili pseudoanalisi sul libro di Gian Arturo Ferrari https://minimaetmoralia.it/editoria/le-inutili-pseudoanalisi-sul-libro-di-gian-arturo-ferrari/ https://minimaetmoralia.it/editoria/le-inutili-pseudoanalisi-sul-libro-di-gian-arturo-ferrari/#comments Fri, 09 May 2014 16:36:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20650 di Andrea Libero Carbone Libro di Gian Arturo Ferrari (Bollati Boringhieri) è un testo strutturato in forma di saggio, una sorta di riflessione storica sul libro in quanto tale. O meglio una cronistoria dell’evoluzione del libro dall’invenzione della scrittura ai giorni nostri, che l’autore scandisce in tre tappe: manoscritto, stampato, digitale. O ancora più precisamente […]

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di Andrea Libero Carbone

Libro di Gian Arturo Ferrari (Bollati Boringhieri) è un testo strutturato in forma di saggio, una sorta di riflessione storica sul libro in quanto tale. O meglio una cronistoria dell’evoluzione del libro dall’invenzione della scrittura ai giorni nostri, che l’autore scandisce in tre tappe: manoscritto, stampato, digitale. O ancora più precisamente un riassunto, di andamento compilativo, dall’autore stesso definito «scheletrico», che manca di un taglio. Non che dichiari e poi disattenda pretese di originalità, ma i materiali, di seconda mano, sono raramente convocati come strumento di lettura del presente. Ne risulta una lunga giustapposizione di eventi puntiformi dove si fatica a cogliere una tesi, che culmina con l’irruzione dell’e-book, numinoso, ineffabile.

L’apogeo della storia del libro sembra collocarsi ad avviso dell’autore nella seconda fase, l’epoca della stampa, ed è indicato nell’editoria industriale, che opera la radicale trasformazione «del libro in prodotto»: «[s]e i libri hanno potuto nella realtà dei fatti tenere in gran parte fede alla loro vocazione illuminista e progressista e migliorare la vita degli uomini – osserva Ferrari – lo si deve in larga misura alla spesso e tanto deprecata editoria industriale». Poche pagine dopo apprendiamo però che «[p]iù copie più guadagno è insomma la logica iscritta nella forma industriale dell’editoria» e ancora che «[n]ell’editoria industriale cambia il soggetto. Che non è più il libro, ma diviene la produzione […]. La preoccupazione principale dell’editore industriale è ora quella di trovare di che alimentare le proprie macchine, in una spinta alla crescita in linea di principio inarrestabile». Questa contraddizione della modernità dilaniata tra progresso delle sorti umane e alienazione, compresa l’angoscia della macchina e del capitale, che sembrano obliare il libro di cui pure propiziano l’acme, ci viene consegnata tale e quale anch’essa, senza azzardare ipotesi.

Meno avaro di spunti interpretativi Ferrari si rivela quando abborda un argomento che deve conoscere di prima mano per via della sua esperienza di editor: lo sviluppo dell’“editoria di conoscenza”, vale a dire del variegato universo che racchiude la saggistica scientifica più o meno specialistica e la manualistica scolastica, universitaria, tecnica, pratica ecc. Qui, in piena coerenza con l’assunto secondo cui l’editoria industriale è editoria di successo, l’autore arrischia una previsione: «[n]on solo assomiglia di più a un settore a pieno titolo industriale, ma tra i settori industriali si colloca tra i più avanzati. Se esiste un business del libro, è questo». Il business di cui parla Ferrari consisterebbe insomma nella trasformazione della conoscenza da «pulsione principale dell’uomo, come pensava Aristotele, nel più grande business mai visto», posto che «“[s]ocietà della conoscenza” non è un’espressione retorica e non significa neppure, con tutto il rispetto, la riscossa delle professoresse. Significa, brutalmente, che la conoscenza è una merce, un prodotto».

Ora, a parte l’effettiva brutalità delle sue affermazioni, stupisce che Ferrari non tenga alcun conto dei travagli che ormai da anni agitano l’editoria di conoscenza, dal dibattito sull’Open Access e sulle nuove enclosures poste alla diffusione del sapere dagli editori scientifici alla crisi dei prezzi delle riviste scientifiche, dalle polemiche sul sistema delle revisioni paritarie al fenomeno della dilagante diffusione della didattica on line. Basti ricordare il boicottaggio di Elsevier che coinvolge oggi quasi quindicimila studiosi in tutto il mondo (lo avviò Tim Gowers, matematico peraltro tradotto da Einaudi).
Quanto all’editoria di varia, invece, e più in generale nelle pagine dedicate ai mutamenti recenti del sistema libro, non troviamo traccia di analisi delle possibili cause della crisi, men che meno delle questioni che hanno agitato il dibattito dal 2008 in qua: le condizioni del lavoro editoriale, strutturalmente precario e sfruttato; la finanziarizzazione delle dinamiche produttive e distributive e le concentrazioni verticali che riuniscono sotto una stessa proprietà funzioni diverse della filiera; la questione della proprietà intellettuale e delle nuove forme di fruizione. Unica eccezione, le concentrazioni orizzontali, che ispirano a Ferrari un’altra delle sue rare esegesi: disegneranno una contrapposizione tra pochi grandissimi gruppi industriali dediti a all’editoria come forma di marketing e un pulviscolo di piccoli editori di catalogo di impostazione artigianale.

C’è, a dire il vero, una pagina in cui l’autore prova a giustificare teoricamente la mancanza di una presa di posizione su queste e altre questioni: «[i]l libro come nozione, come unità concettuale, aveva consistenza in quanto riferito a un oggetto fisico. Scomparso o in via di sparizione quello, è molto difficile identificare il criterio in base al quale certi testi, certe forme testuali, si possono definire libri e certi altri no. […] Dunque non esiste, se non in termini tanto generici da essere persino fuorvianti, un futuro del libro. Esistono invece numerosi e diversi futuri per numerosi e diversi tipi di libri, ammesso che si possa continuare a chiamarli così». I confini di questa materialità del libro risultano però indefiniti, o almeno l’autore non prova a definirli. Se il libro è quella cosa che compare con l’invenzione della stampa e poi con l’industrializzazione, del libro non c’è neppure un passato. Se invece la tolleranza della varietà di forme fisiche va tarata, per così dire, a grana più grossa, non si capisce per quale ragione non dovremmo poter comprendere in un unico discorso anche un’evoluzione che preveda forme immateriali. Il tentativo di precisazione si risolve insomma o in una tautologia o in una gran confusione.

Questa lettura rimane però, va detto, istruttiva. Atteggiandosi a osservatore di processi quando era chiamato a prendere posizione, Ferrari ha fatto il contrario di quel che, con parole sue, attiene specificamente all’editore: «[t]rovarsi non nelle comode retrovie della cultura, dove per comodità s’intendono i valori accertati e le gerarchie stabilite, ma al contrario sulla pericolosa linea del fronte». Si capisce allora come mai nei cinque anni del mandato presidenziale di Ferrari il Centro per il Libro e la Lettura non abbia svolto alcun ruolo significativo nell’analisi della crisi in atto e nell’elaborazione di linee guida di intervento.

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Quanto pagheresti per il tuo libro preferito? https://minimaetmoralia.it/editoria/quanto-pagheresti-per-il-tuo-libro-preferito/ https://minimaetmoralia.it/editoria/quanto-pagheresti-per-il-tuo-libro-preferito/#comments Wed, 11 Dec 2013 23:14:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17012 La crisi dell’editoria, secondo gli ultimi dati Nielsen, ha signficato una flessione del 6,5% nell’ultimo anno. Gli editori sperano di inventire la tendenza nei giorni di Natale che, per chi lavora nell’industria libraria (dagli editori appunto ai librai), spesso rappresentano una fetta condiserevole, alle volte un quinto o un quarto o addirittura un terzo, delle […]

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La crisi dell’editoria, secondo gli ultimi dati Nielsen, ha signficato una flessione del 6,5% nell’ultimo anno. Gli editori sperano di inventire la tendenza nei giorni di Natale che, per chi lavora nell’industria libraria (dagli editori appunto ai librai), spesso rappresentano una fetta condiserevole, alle volte un quinto o un quarto o addirittura un terzo, delle vendite annue. Perché, uno si chiede, così tanta gente compra e regala libri per Natale? Io credo che la risposta sia diversa da quella che riguarda molti altri oggetti che vengono regalati, sciarpe o guanti o maglioni o dolciumi… Io credo che questa propensione a regalare libri sia dovuta soprattutto all’intrinseca natura dell’oggetto libro: un oggetto per cui conta molto il valore d’uso a discapito del valore di scambio.
Qualche anno fa Gian Arturo Ferrari, presidente del Cepell, scrisse un articolo per Repubblica, nel quale sosteneva la natura ibrida del libro: bene culturale/bene commerciale. In questi anni ho riflettuto molto e con molte persone su tale questione e sulla prospettiva di Ferrari. Nel frattempo mi è spesso capitato varie volte di fare un piccolo gioco, ponendo alle persone che incontravo un quesito. Questo: Pensa al tuo libro preferito. E immaginiamo che tu non l’abbia letto. Quanto saresti disposto a pagare per poterlo leggere?
Ossia, poniamo che io – io io, io Christian Raimo – non avessi avuto accesso a Il partigiano Johnny o alla Ragazza dai capelli strani, oggi quanto sarei disposto a pagare, realisticamente, ossia tenendo conto delle mie particolare condizioni economiche, per poterlo leggere? Realisticamente risponderei 650 euro per Fenoglio, ma anche 1200, 1300 per Wallace. Dei prezzi completamente fuori mercato. Probabilmente sarei disposto a spendere anche più di metà dei miei guadagni attuali per un mucchietto di una decina di libri. Quando pongo questo stesso interrogativo a dei miei amici o a delle persone che conosco, che siano dei lavoratori dell’editoria o dei semplici lettori, ottengo delle risposte abbastanza simili. Il che mi fa concludere ogni volta che il discorso di Ferrari fa acqua: il libro è un bene commerciale certamente, ma lo è in un modo molto singolare. Il suo valore d’uso è molto più rilevante per certi versi e sproporzionato rispetto al valore di scambio.
E voi, vi chiedo, quanto sareste disposti a pagare il vostro libro preferito? E quale è il vostro libro preferito?
(C.R.)

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Gian Arturo Ferrari rapito dagli alieni https://minimaetmoralia.it/editoria/gian-arturo-ferrari-editoria/ https://minimaetmoralia.it/editoria/gian-arturo-ferrari-editoria/#comments Tue, 22 Oct 2013 05:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15973 Riprendiamo un intervento di Paola Del Zoppo, direttrice editoriale di Del Vecchio Editore, apparso sul blog della casa editrice. (Fonte immagine.)

di Paola Del Zoppo

Sabato, a Francoforte, Gian Arturo Ferrari è stato restituito alla terra da una navicella aliena. Colpito dalla realtà in cui è capitato, ha denunciato sul Corriere della Sera ciò che i suoi occhi hanno visto alla Buchmesse. Quello che stupisce noi che sulla terra siamo rimasti anche negli ultimi venti anni, è la sua indignazione. La tiepida polemica che stenta a crescere anche sul web è espressione della situazione in cui siamo, che non riguarda solo il mercato del libro, ovviamente, situazione di cui Gian Arturo Ferrari non si è lamentato fino all’altroieri e che anzi ha contribuito a creare.

E mentre la Mondadori si occupava di decostruire programmaticamente l’idea di cultura (come dichiarato dallo stesso Ferrari in un’intervista al Giornale del 2005) in favore dell’idea di mercato, come se leggere – un’attività asociale, faticosa e anche noiosa” – fosse un passatempo  qualunque, non tutti hanno creduto questo “nuovo corso” essere corretto. Voci isolate si son levate e sono state soffocate, denigrate, sminuite, derise.

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Riprendiamo un intervento di Paola Del Zoppo, direttrice editoriale di Del Vecchio Editore, apparso sul blog della casa editrice. (Fonte immagine.)

di Paola Del Zoppo

Sabato, a Francoforte, Gian Arturo Ferrari è stato restituito alla terra da una navicella aliena. Colpito dalla realtà in cui è capitato, ha denunciato sul Corriere della Sera ciò che i suoi occhi hanno visto alla Buchmesse. Quello che stupisce noi che sulla terra siamo rimasti anche negli ultimi venti anni, è la sua indignazione. La tiepida polemica che stenta a crescere anche sul web è espressione della situazione in cui siamo, che non riguarda solo il mercato del libro, ovviamente, situazione di cui Gian Arturo Ferrari non si è lamentato fino all’altroieri e che anzi ha contribuito a creare.

E mentre la Mondadori si occupava di decostruire programmaticamente l’idea di cultura (come dichiarato dallo stesso Ferrari in un’intervista al Giornale del 2005) in favore dell’idea di mercato, come se leggere – un’attività asociale, faticosa e anche noiosa” – fosse un passatempo  qualunque, non tutti hanno creduto questo “nuovo corso” essere corretto. Voci isolate si son levate e sono state soffocate, denigrate, sminuite, derise.

Adesso, questo sistema in cui e a cui Ferrari ha lavorato così alacremente negli ultimi anni sembra stia crollando. Cosa è successo negli ultimi anni? L’articolo di Ferrari manca di analisi e anche di proposte. È, in sostanza, una lamentazione. Eppure nessuno potrebbe o dovrebbe saperlo meglio di lui, ciò che è accaduto, perché mentre navigavamo verso questo approdo, lui era al timone, o perlomeno ci ha detto di esserlo. Forse invece, era distratto a fare altro, o forse era stato già sostituito dai rapitori alieni.

Quello che ora ci resta è un’idea sfilacciata di cultura e di letteratura, poiché le case editrici “grandi” hanno avvolto in una nebbia di inconsapevolezza le idee stesse di arte letteraria, di progetto culturale, di vocazione editoriale, con lo scopo di raggiungere e controllare un monopolio a-culturale. Ci resta una più generale condizione italiana in cui l’etica, la morale, la purezza e anche semplicemente una distinzione di base su ciò che è scrittura e ciò che non lo è, ciò che è un “contenuto” e ciò che non lo è, o ancora, ciò che è un “pensiero” e ciò che non lo è, è sottoposta a logiche di potere e difesa della propria identità e posizione all’interno del panorama economico e non. Ancora, ci resta, la totale disonestà intellettuale con cui vengono proposti i libri – menzogne su dinamiche di ricezione all’estero, esaltazione di figure “alternative”, presentate come dirompenti, che non fanno altro che alimentare l’autorefenzialità del lettore e del mercato del libro, abbassando significativamente, in relazione a ciò, il livello dei libri pubblicati.

Uno dei risultati è il soffocamento di professioni fondamentali e ad alta risonanza sociale come quella dei bibliotecari e dei librai – non si può dimenticare che la politica mondadoriana si coniuga perfettamente con l’assoluta mancanza di regolamentazione del mercato librario. Il libro non può e non deve essere trattato come un prodotto qualunque (la legge Levi lungi dall’intervenire sui meccanismi che hanno contribuito al dissesto del sistema culturale e librario italiano, ha di fatto avallato il dissesto adducendo disoneste giustificazioni etiche).

Una variabile contingente è l’asservimento della critica letteraria – in particolare sui giornali – al mercato ortofrutticolo dei volumi, alla mafia della “presentazione” giornalistica, uno sterile antiaccademismo che ancora una volta si coniuga spesso con un atteggiamento autodifensivo e non con una sincera preoccupazione per lo stato di stallo del pensiero intellettuale italiano. L’azzeramento del dialogo intellettuale sui media ha reso difficile ogni tipo di comunicazione culturale, e primo fra tutti ha reso impossibile la realizzazione della nobile arte della critica letteraria. Non è possibile stroncare un libro – non sta bene, non si fa, non è critica, ma solo pubblicità negativa.

Ci resta una letteratura completamente depotenziata,  tanti libri “facili” o facilitati, for dummies, perché “il lettore non vuole fare fatica”: si è svenduta la letteratura (classica, di genere, tout-court) in copertine disoneste, ammiccanti, riduttive, affinché il lettore (insultato perché trattato sempre, comunque e solo da incurabile ignorante) si facesse abbindolare da immagini che solleticavano i suoi istinti più banali, o banalizzavano le sue inclinazioni più umane, senza mai proporre alcun tipo di elevazione o riflessione, negando, quindi, l’essenza stessa dell’arte. Cultura, poesia, impegno, critica e militanza sono diventati termini da censurare, dimenticare, eradicare dal pensiero comune. La strategia migliore è sembrata lo svuotamento di senso dei termini stessi, manipolazione che certo non attiene solo al mercato librario. Proprio il signor Ferrari, otto anni fa, dichiarava al Giornale il suo chiaro progetto anti-culturale, l’elenco punto per punto di ciò che sarebbe accaduto.

Ci restano degli autori illusi e auto-illusi di essere tali, una confusione di fondo tra scrittori e – e? opinionisti, arrivisti, diaristi autoreferenziali? – semplicemente non-scrittori. Pubblicità negativa che inficia anche i meccanismi del mercato estero. Autori che qui si danno per letterari devono essere proposti come letterari anche all’estero. Scrittori che qui hanno pubblicato perché “amici di” e perché “amici di” hanno buone recensioni, premi e riconoscimenti, all’estero devono essere tradotti e godere dello stesso status. Succede però che a Francoforte venga chiesta la letteratura italiana e non si sappia dove trovarla. Succede che la letteratura sia disseminata in case editrici piccole, magari piccolissime, che a Francoforte non possono permettersi uno stand, mentre succede che il grande gruppo occupi parecchi slot di pavimento, e rimanga vuoto, lasciando così contrito il signor Ferrari.

I piccoli editori in questi anni hanno dovuto scegliere, comprare, tradurre, pubblicare o apparire. Nelle librerie di catena le vetrine si pagano, la posizione si paga e non tutti possono permettersi certe cifre. E questo è solo un esempio. Ma l’editoria culturale c’è, e fa grandi libri. Alcuni piccoli editori riescono persino a comprare diritti di autori grandi – ma di quelli grandi davvero – ad anticipi bassi, perché i grandi gruppi li rifiutano, perché sulle schede si legge “ottimo autore, ma troppo letterario, non vende”, perché la traduzione di un testo di un certo livello richiede un traduttore di un certo livello, una cura del libro che i grandi non hanno da tempo, un impegno di tempo e risorse che alcune migliaia di euro non riescono a sostituire. Richiedono, i grandi libri, dei grandi lettori, che ormai i grandi editori non sono, e una grande competenza letteraria. Richiedono, i grandi libri, degli ideali, uno scopo, un progetto e un’idea che non siano manipolabili, il coraggio di rischiare davvero, e non solo per finta, la forza di resistere e la capacità di riconoscere e riconoscersi nello slancio.

E poiché noi piccoli editori siamo idealisti, vorremmo che i grandi autori e i grandi editori si incontrassero di nuovo, che la letteratura fosse di nuovo alla portata di tutti, servita a chiunque, vorremmo che i grandi editori smettessero di trattare da sciocchi i lettori e proponessero loro buoni libri, che li trattassero da ospiti di riguardo invece di servire i resti del pasto della sera prima. Vorremmo che le pagine culturali dei giornali, invece di fare “informazione libraria”, come si augurava il signor Ferrari nel 2005, tornassero a dirci se un libro è da leggere o meno. Smettessero di raccontarci la vita privata degli autori, alimentando un voyerismo culturale che ci fa guardare la letteratura solo dal buco della serratura, e parlassero una buona volta e ancora di valore, gusto e significato dei libri.

E poiché siamo idealisti, ci sembra incredibile che tutto questo sia accaduto per sciatteria e non per calcolo. Quasi vorremmo che ci fosse un programma, un disegno, e questo talvolta ci lascia confusi. Perché noi agenti di cultura in Italia non siamo una masnada di violenti prevaricatori, come riteneva il signor Ferrari, non guardiamo “con grande disprezzo a tutto ciò che non può essere rinchiuso nella cittadella fortificata che loro accuratamente difendono”. Siamo solo gente che ancora, sinceramente, è capace di desiderare.

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Cara Lidia Ravera… https://minimaetmoralia.it/editoria/lettera-aperta-a-lidia-ravera/ https://minimaetmoralia.it/editoria/lettera-aperta-a-lidia-ravera/#comments Mon, 21 Oct 2013 18:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15978 Oggi, sull'Huffington Post, l'assessore alla cultura della Regione Lazio Lidia Ravera scriveva questo pezzo in risposta all'articolo francofortese di Gian Arturo Ferrari. Nel suo articolo, Lidia Ravera chiamava in causa anche Marino Sinibaldi, Nicola Lagioia, il recente intervento di Christian Raimo uscito su minima&moralia e l'esperienza di Elena Stancanelli con Piccoli Maestri a proposito di un invito intorno a un tavolo (reale o virtuale) per "rivedere o migliorare la legge per la promozione della lettura".

Questa è la risposta di Elena Stancanelli.

di Elena Stancanelli

cara Lidia,

ti ringrazio per aver riconosciuto la nostra associazione, Piccoli Maestri, come un interlocutore credibile, capace eventualmente di produrre un pensiero utile per “rivedere o migliorare la legge per la promozione alla lettura”. Quello che noi facciamo, e dicendo noi intendo qualche centinaio di scrittori e scrittrici, è andare nelle scuole pubbliche e raccontare i libri. Leggere e raccontare i libri che abbiamo amato più degli altri, che sono stati fondamentali nella nostra formazione, che per qualche ragione dicibile o indicibile vorremmo non fossero dimenticati. Lo facciamo da quasi tre anni, a Roma Venezia Benevento Torino..., lo facciamo gratis, lo facciamo perché lo riteniamo un buon modo per convertire i ragazzi e le ragazze alla lettura, e perché ci divertiamo.

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piccolimaestri

Oggi, sull’Huffington Post, l’assessore alla cultura della Regione Lazio Lidia Ravera scriveva questo pezzo in risposta all’articolo francofortese di Gian Arturo Ferrari. Nel suo articolo, Lidia Ravera chiamava in causa anche Marino Sinibaldi, Nicola Lagioia, il recente intervento di Christian Raimo uscito su minima&moralia e l’esperienza di Elena Stancanelli con Piccoli Maestri a proposito di un invito intorno a un tavolo (reale o virtuale) per “rivedere o migliorare la legge per la promozione della lettura”.

Questa è la risposta di Elena Stancanelli.

di Elena Stancanelli

cara Lidia,

ti ringrazio per aver riconosciuto la nostra associazione, Piccoli Maestri, come un interlocutore credibile, capace eventualmente di produrre un pensiero utile per “rivedere o migliorare la legge per la promozione alla lettura”. Quello che noi facciamo, e dicendo noi intendo qualche centinaio di scrittori e scrittrici, è andare nelle scuole pubbliche e raccontare i libri. Leggere e raccontare i libri che abbiamo amato più degli altri, che sono stati fondamentali nella nostra formazione, che per qualche ragione dicibile o indicibile vorremmo non fossero dimenticati. Lo facciamo da quasi tre anni, a Roma Venezia Benevento Torino…, lo facciamo gratis, lo facciamo perché lo riteniamo un buon modo per convertire i ragazzi e le ragazze alla lettura, e perché ci divertiamo.

Tu ci chiedi se saremmo disposti a sederci a un tavolo, reale o virtuale. Cara Lidia, noi ci siamo già seduti a un tavolo, tre anni fa appunto. Eravamo moltissimi, scrittori e persone che lavorano a vario titolo nella cultura. Quando ci siamo alzati da quel tavolo avevamo buttato giù un’idea, e quell’idea era Piccoli Maestri.

In questi tre anni siamo diventati più bravi e più numerosi, ma non abbiamo smesso di divertirci. Abbiamo ricevuto molti complimenti, moltissima solidarietà e neanche un euro. Del resto, non avremmo saputo cosa farne. L’ho detto: il nostro è una specie di scombinato e vitale volontariato culturale, fatto di passione e curiosità. E i soldi per la benzina nel motorino ce li mettiamo noi.

Ci piacerebbe, adesso, allargarci un po’. Ci piacerebbe avere un bel sito, cioè una sede virtuale, e qualche soldo per farlo funzionare. Stiamo cercando di capire in che modo trovare il denaro che ci serve, come “trovare una soluzione”.

Faccio difficoltà a capire cosa significa “libri utili e libri inutili”, e ancora più facilmente posso dirti che non credo affatto che la tua generazione sia stata “l’ultima generazione innamorata dei libri, massicciamente, e non per stravaganza d’élite”.

Ma credo molto, invece, a quello che stiamo facendo, noi Piccoli Maestri e le decine di associazioni con le quali siamo entrati in contatto in questi anni. E credo che il momento più divertente sia quando finalmente ci si alza dal tavolo e si fanno le cose. Si prende il motorino e si va a raccontare Moby Dick in qualche scalcagnata scuola di periferia, e i ragazzini ci guardano come fossimo marziani. E certe volte va bene e li conquistiamo, altre invece, poche devo dire, ci tirano i libri dietro e ci prendono in giro. Ma noi continuiamo, imperterriti. A scrivere i nostri libri e a raccontare quelli degli altri. E a convincere altri scrittori e scrittrici a venire a fare questa cosa insieme a noi.

È molto? È poco? È qualcosa.

E questo qualcosa lo abbiamo fatto senza invocare o insultare “le istituzioni”.

Sai cosa sarebbe bello? Che qualcuno ci chiedesse se ci serve una mano, piuttosto che chiedercela. Perché vedi, la risposta che noi potremmo darti, sedendoci al tavolo di cui parli, è quella che abbiamo già dato: per aiutare la diffusione della lettura, noi scrittori immaginiamo che sarebbe bello andare nelle scuole pubbliche e leggere i libri che abbiamo amato più degli altri, che sono stati fondamentali… ecc ecc.  La risposta alla domanda che tu ci faresti, sarebbe: facciamo Piccoli Maestri!

E noi lo abbiamo già fatto.

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Giusto due parole a Gian Arturo Ferrari https://minimaetmoralia.it/editoria/giusto-due-parole-a-gian-arturo-ferrari/ https://minimaetmoralia.it/editoria/giusto-due-parole-a-gian-arturo-ferrari/#comments Mon, 14 Oct 2013 22:27:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15841 di Christian Raimo Mi ero ripromesso di non essere ancora polemico con Gian Arturo Ferrari. Gli avevo imputato precedentemente varie responsabilità: in supersintesi, 1) la deriva mercatista della Mondadori, che volenti o nolenti hanno seguito tutti i gruppi editoriali grandi e piccoli e che oggi mostra le sue ferali conseguenze; e soprattutto 2) una gestione tutto […]

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di Christian Raimo

Mi ero ripromesso di non essere ancora polemico con Gian Arturo Ferrari. Gli avevo imputato precedentemente varie responsabilità: in supersintesi, 1) la deriva mercatista della Mondadori, che volenti o nolenti hanno seguito tutti i gruppi editoriali grandi e piccoli e che oggi mostra le sue ferali conseguenze; e soprattutto 2) una gestione tutto sommato fallimentare del Centro per il Libro e la Lettura, di cui è presidente da ormai qualche anno. Ma appunto erano e sono opinioni discutibili che ho espresso in qualche acceso dibattito in radio o al Salone del Libro o scritto su questo blog in qualità di lavoratore dell’editoria militante, sedicente intellettuale attento come si dice ai processi produttivi etc…
Eppure questa polemica apparentemente ad hominem aveva una motivazione che ieri per l’ennesima volta mi è stata chiara. Il Corriere della Sera del 14 ottobre pubblicava un corsivo sulla Buchmesse di Francoforte (potete leggerlo qui sul sito di Dagospia), in cui con tono blasé si raccontava il declino francofortese dell’editoria italiana: un ingloriosissimo viale del tramonto in cui turchi e azeri hanno ormai occupato gli avamposti (leggi: gli stand) che un tempo erano territorio italofono, lasciando al nostro paese un ruolo marginalissimo, residuale, nella scena internazionale.
L’ho letto e ho pensato: l’ha scritto un blogger dalla penna sapida, l’ha scritto uno studente scapigliato in cerca di riconoscimento intellettuale a forza di paradossi e dati allarmanti, uno stagista-cervelloinfuga di passaggio a Francoforte che ha fatto tracimare giustamente il vaso di una sana indignazione nei confronti di un’editoria stanca, arroccata su se stessa, priva di idee. La firma invece era quella di Gian Arturo Ferrari, il presidente del Cepell, ossia colui che la politica – il Ministero dei Beni Culturali nella gestione Bondi-Galan – ha designato per dirigere l’istituzione più importante per trovare soluzioni a un mondo complicato e in supercrisi come quello del libro. Trovare soluzioni, non lanciare geremiadi sul Corriere: questo mi sembra il compito di un’istituzione. Se non ci riesce, può passare la mano. Se per esempio non scova il modo di finanziare un settore al collasso (dove per inciso la “sua” Mondadori chiede sovrasconti ai librai per gli ordini e invita i suoi dipendenti a aprire la partita Iva), dopo aver pensato di trasformare le istituzioni che si occupano di editoria in fondazioni – come accade per altri beni culturali – e non esserci riuscito perché la legge italiana non lo permette, e dopo non essere riuscito a cambiare la legge, può passare la mano. Se per esempio non fa opera di militanza culturale, se non incoraggia o non conosce tutte le iniziative che dal basso in questi anni si sono sforzate di trovare le risorse culturali e finanziarie per sopravvivere nel tracollo, può passare la mano. Se in questi anni di presidenza del Cepell ad esempio non ha riscosso le simpatie di buona parte dell’editoria grande, media e piccola, probabilmente per i suoi trascorsi come capo di Mondadori e quindi non si è riuscito a creare, nonostante il suo indubbio profilo intellettuale e manageriale, un consenso tale da consentirgli di fare pressioni sulla classe politica, può passare la mano. Se utilizza i costosi dati Nielsen come campanello d’allarme della diffusione di un analfabetismo di andata e ritorno ma di fatto non ha un antidoto di sistema a tutto ciò, può passare la mano. Se di fatto quel ruolo di proposta politica e coordinamento del mondo del libro in questi anni l’ha svolto un soggetto informale e supplente come il Forum del Libro e non il Cepell, può passare la mano. Se il Cepell rimane nonostante investimenti nell’autopromozione un’entità sconosciuta alla maggior parte dei lettori italiani, può passare la mano. Etcetera.
E lo dico, sul serio, senza polemica. In qualità di editorialista trovo i suoi pezzi trancianti, millimetricamente centrati, ben scritti; con l’unico difetto – piuttosto evidente: che dovrebbero essere diretti contro se stesso visto che Ferrari mantiene questo ruolo al Cepell. Si tratta, a ben pensare quindi, di un difetto facilmente eliminabile.

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Il Centro per il libro e la lettura: se ne cominciassero a parlare gli scrittori e i lettori? https://minimaetmoralia.it/editoria/il-centro-per-il-libro-e-la-lettura-se-ne-cominciassero-a-parlare-gli-scrittori-e-i-lettori/ https://minimaetmoralia.it/editoria/il-centro-per-il-libro-e-la-lettura-se-ne-cominciassero-a-parlare-gli-scrittori-e-i-lettori/#comments Sat, 12 May 2012 17:21:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7819 Ieri al Salone di Torino, ci sono stati un paio di incontri con Gian Arturo Ferrari, presidente del Cepell, che per l’ennesima volta ha completamente e si direbbe colpevolmente glissato sulle sue responsabilità pubbliche, incarnando la figura dell’intellettuale o dell’esperto di editoria e di marketing. In questi ultimi giorni, rispettivamente sul Venerdì, su Alfabeta2 e […]

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Ieri al Salone di Torino, ci sono stati un paio di incontri con Gian Arturo Ferrari, presidente del Cepell, che per l’ennesima volta ha completamente e si direbbe colpevolmente glissato sulle sue responsabilità pubbliche, incarnando la figura dell’intellettuale o dell’esperto di editoria e di marketing. In questi ultimi giorni, rispettivamente sul Venerdì, su Alfabeta2 e su Lettera43.it questi tre pezzi.

Crisi dell’editoria? Forse il punto è un altro

di Nicola Lagioia

Nel 2011 in Italia è andata in crisi l’editoria libraria: secondo l’ISTAT si sarebbero volatilizzati 700mila lettori. Molti sarebbero tra l’altro lettori forti, quelli che acquistano più di dieci libri l’anno.
La recessione spiega molte cose ma può essere una scusa. Di più: le grandi crisi hanno di buono che impedisono ai modelli al capolinea di fingersi in salute. Che il sistema della diffusione del libro avesse imboccato un binario morto era chiaro da tempo. Ma solo il crollo dei fatturati trasforma le Cassandre in persone di buonsenso e causa incidenti lunguistici ai signori del vapore. Riccardo Cavallero, dg Mondadori, ha dichiarato che gli editori sono vicini al panico, non sono più in grado di controllare il mercato perché tra crisi e digitale oggi “il lettore se ne frega di quel che dici, è lui che decide. Non puoi più menarlo per il naso”.
Chiudendo il sillogismo: non sarà che molti di quei 700mila si sono stancati di essere menati per il naso? Non sarà che gli editori (tutti o quasi, beninteso) puntando sull’aumento di produzione e trascurando una vera politica culturale, hanno preferito l’uovo alla gallina? Aver inondato le librerie con migliaia di volumi, spesso pessimi per la regola dei numeri, aver preferito i salotti televisivi al lavoro sul territorio, l’exploit del megaseller al progetto di lungo corso, non può aver messo in fuga i lettori rimpiazzandoli con semplici clienti? I quali si sono poi volatilizzati ai primi venti di crisi. Tanto che ora c’è chi prova a far cassa agitando le sirene del self-publishing (tu paghi, noi stampiamo, nessuno leggerà).
Se dal privato si passa al pubblico la musica non cambia. Il governativo Centro per il Libro aveva grandi ambizioni: “ci prefiggiamo di aumentare in un decennio i lettori abituali di due punti percentuali”. A due anni di distanza il fallimento è lampante, e se è vero che il Centro riceve dallo Stato pochi milioni, per misurare la distanza dal paese reale basta contare i follower del suo profilo twitter: poco più di un centinaio, meno di un decimo di quelli di un blogger a costo zero.
Eppure negli ultimi anni, dal basso, si sono moltiplicate le iniziative a sostegno della lettura. Festival, riviste, associazioni, per non parlare della Rete. Perché non tenerne conto? La sensazione è che, come i politici preferiscono a volte le plebi ai cittadini, le classi dirigenti del mondo editoriale ritengono che sfornare consumatori sia più redditizio che formare lettori. Ma il banco alla lunga non paga. Per dirla con Isaiah Berlin: “la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”.

Il mondo dei libri secondo GAF
di Christian Raimo

Disclaimer. Probabilmente chi leggerà quest’articolo è un lettore forte. Probabilmente però chi leggerà quest’articolo non avrà mai sentito parlare del Cepell, ossia del Centro per il libro e la lettura. Ecco, questa mancanza d’informazione è in se stessa una questione che andrebbe affrontata. Sintetizzare cos’è il Cepell, quelle che sono le sue funzioni, perché è stato creato, necessiterebbe di una premessa molto lunga. Sul sito Cepell.it ci sono delle informazioni direi sufficienti. Il decreto del 25 gennaio 2010 che lo istituisce è reperibile sulla Gazzetta Ufficiale del 10 marzo 2010, anche on line.
Ringraziamenti. Di alcune delle riflessioni che seguiranno sono debitore a Francesca Santarelli e a Luisa Capelli.

Un paio di anni fa si installa alla guida del Cepell Gian Arturo Ferrari. Ha appena lasciato il gruppo Mondadori dove è stato per anni una sorta di eminenza indiscussa – colui che è riuscito a far vincere il Premio Strega per quattro volte di seguito (con milioni di copie vendute), e a essere uno spauracchio sul lavoro per molti (si dice che a Einaudi si facessero delle riunioni preparatorie per “parare i colpi” prima dei suoi incontri)

È il 17 febbraio 2010, e alla presenza di Maria Stella Gelmini, Sandro Bondi, Giorgia Meloni, Paolo Bonaiuti (giusto per ricordare gli intellettuali che abbiamo avuto al potere in questo Paese), nella conferenza stampa che vara la struttura, GAF espone il suo progetto con queste parole precise: “Va da sé che gli obiettivi si raggiungano con programmi e progetti per ora ne sono stati preparati cinque, ai quali si aggiunge un’indagine finale a verifica dei consumi reali degli italiani”.
Su questa ricerca sui consumi non si dilunga, mentre sui progetti GAF è più articolato. Dice per esempio che (1) “Il mio obiettivo è di allargare la base di lettura conferendo valore sociale al libro. Ci siamo prefissi di passare nell’arco di un decennio dall’8% di lettori abituali adulti, al 10%”; dice che (2) “siccome non esistono precedenti cui rifarsi incrementare il numero dei lettori in un paese, di conseguenza, bisogna costruire un modello di promozione della lettura su scala provinciale applicabile successivamente a tutto il territorio nazionale”; dice che (3) “saranno donati gratuitamente libri di buona qualità, che gli editori eliminano, alle situazioni più svantaggiate (ospedali, case per anziani, piccole scuole, biblioteche di piccoli centri, carceri…). Il libro come cura della solitudine, fisica sociale, spirituale. Sarà effettuato un censimento per le disponibilità dei libri e un censimento delle destinazioni per avere l’esatta corrispondenza tra i due insiemi”; dice che (4) “Con lo scopo di familiarizzare al libro e attribuirgli un valore affettivo è prevista una campagna di comunicazione, concentrata in una settimana che, in collaborazione con AIE (Associazione Italiana Editori), culminerà nella giornata di domenica 23 maggio, dove tutti saranno invitati a regalare un libro a coloro cui si vuol bene. Un’operazione che durerà nel tempo, almeno 5 anni, in modo da creare, con un appuntamento fisso, l’abitudine a donare un libro”; dice che (5) “si punterà a dare agli autori e alle opere italiane la presenza internazionale che oggi non hanno, con il finanziamento della traduzione di libri italiani all’estero, a fronte di un concreto contratto di un editore straniero. Si lavorerà in coordinamento con le parallele iniziative del Ministero degli Esteri”; dice che (6) “Il Centro sarà infine un punto di riferimento per rappresentare gli interessi del mondo dei libri nelle sedi istituzionali, anche con riguardo ai provvedimenti legislativi: prezzo del libro; perequazione tra Iva libri e IVA quotidiani e periodici; perequazione Iva tra libri di carta e libri elettronici; riforma del trattamento fiscale del diritto d’autore”; dice che (7) sarà costituita l’Associazione Fahrenheit 451 attraverso la quale i privati potranno fare le proprie donazioni con la speranza di riuscire a finanziare, con il tempo, tutto il progetto. Un gesto di generosità e un’assunzione di responsabilità personale da parte delle persone economicamente più fortunate.
A proposito delle ricerche di mercato ha un’idea piccola ma precisa: affidarsi alle rilevazioni Nielsen: (8): “Per poter costituire un’unica autorevole fonte di dati sul mondo dei libri, è indispensabile procedere con rilevazioni dell’acquisto reale dei libri da parte delle famiglie italiane Le ricerche fatte fino ad oggi si sono basate su dichiarazioni di singole persone risultando essere del tutto aleatorie. Le nuove rilevazioni saranno invece fondate su dati reali d’acquisto, che saranno integrati con Nielsen Bookscan /rilevazione delle vendite) e con i dati di fatturato mensile delle case editrici”.

Ora, proviamo a fare un bilancio piccolo piccolo di queste dichiarazioni?
(1) I lettori stanno diminuendo a vista d’occhio. Meno 700.000 lettori forti in meno l’anno scorso, così dice l’Istat. Le piccole case editrici chiudono, le grandi case editrici gridano al si salvi chi può. È ovviamente anche colpa della crisi economica. Come pensa GAF di rispondere a questa tendenza terribile? In un intervento su Repubblica del luglio 2011 scrive che sostanzialmente l’unica soluzione sono le ricerche di mercato che permetterebbero alle case editrice di evitare l’improvvisazione nelle strategie commerciali. Mentre il 23 marzo di quest’anno, alla presentazione dell’allarmante studio sulle abitudini di lettura degli italiani (sì, ne parliamo più sotto) chiarisce, all’esplicita domanda Beh, di fronte a questa crisi che pensate di fare?, che secondo lui lo scopo del Cepell è di fotografare la situazione più che di prospettare soluzioni.
(2) Perché si dice sempre nelle politiche culturali che bisogna ripartire da zero? Si parla sempre di costruire e mai di gettare ponti, di fare manutenzione alle strade? Non esistono esperienze modello da tesaurizzare? Per dire, a livello internazionale (il Centre National du Livre francese, per citare proprio il più banale) o a livello locale (le centinaia di progetti istituzionali o meno che si sforzano di promuovere la lettura in contesti magari complicati)?
(3) Perché anche qui non preoccuparsi dell’attenzione per quello che già c’è? Esempi? Le biblioteche scolastiche sono al collasso, il personale per le biblioteche in generale è poco e mal pagato, ci sono milioni di libri e documenti che senza manutenzione rischiano di andare al macero; che senso ha lanciare l’idea di questo beau geste caritatevole invece di chiedere una politica più assennata perché le biblioteche delle carceri e degli ospedali funzionino il meglio possibile, abbiano dei fondi per acquisire i libri, etc…? E, in secondo luogo, questo censimento è stato fatto?
(4) La giornata in cui si regalano i libri… ehm… Anche qui, in un mondo in cui la cultura del booksharing è ormai diffusa tra centinaia di associazioni, circoli, virtuali e reali, perché fare una campagna di marketing con tanto di slogan “Se mi vuoi bene, regalami un libro” e testimonial tipo Carofiglio e Saviano per inventarsi una tradizione che sembra semplicemente pubblicitaria? Ovvero: possibile che promozione voglia dire essenzialmente pubblicità? E, anche qui, com’è andata nel 2010 e nel 2011: si sono regalati tanti libri?
(5) Il 26 gennaio di quest’anno è stato reso noto l’elenco delle opere per le quali verrà erogato un finanziamento per la traduzione all’estero: sono circa venti tra narrativa, saggistica, letteratura per ragazzi (sul sito del Cepell potete trovare l’elenco). A parte che uno potrebbe dire: pochine, no? Ma, giusto per fare un paragone sul sistema dei finanziamenti, il Centre du Livre francese finanzia oltre le traduzioni, le borse ai traduttori verso il francese; oltre i la promozione dei libri, i soggiorni di studio per gli scrittori. Anche qui l’idea è quella di agire sul processo di scrittura, sul lavoro culturale, più che soltanto sul prodotto.
(6) In realtà questo ruolo di riferimento il Centro del Libro non è riuscito a conquistarselo. Pesa probabilmente la poca fiducia che la direzione di Ferrari porta con sé. Pesa una sorta di apparente doppia anima: accanto al presidente Ferrari, la direttrice Flavia Cristiano ha scelto di avere un profilo basso. E per esempio, ogni volta che in pubblico si è cercato un confronto sulla politica culturale del Centro, Cristiano si è sempre dimostrata disponibile. GAF si è invece quasi sempre defilato o mostrato irritato.
Poi, c’è da dire che altre realtà, auto-organizzate come il Forum del libro o i Mulini a Vento sono state e sono dei veri riferimenti per una nuova legislazione sul libro. Spesso il Centro per il Libro, proprio per l’ostentata inerzia di GAF (alla riunione del Forum del libro a Matera per esempio), è stato visto come un ostacolo più che un veicolo nei rapporti con le istituzioni.
(7) Questa associazione esiste? Io non ne ho mai sentito parlare.
(8) Le ricerche Nielsen sono state sicuramente una priorità assoluta per il Centro del Libro secondo GAF. (Per farle sono stati spesi 80.000 euro dice Flavia Cristiano, Ferrari aveva citato cifre più alte a Matera). Il 23 marzo alla Biblioteca Casanatense sono stati presentati i risultati della ricerca sulla lettura degli italiani. Questi dati hanno suscitato molto allarme: l’abbiamo detto, un crollo (altro che il 10% in più in dieci anni!). Ma ancora di più hanno lasciati aperti vari interrogativi: era necessario fare queste ricerche di mercato? Questi dati che indagano più l’acquisto che le abitudini di lettura non sono utili forse più agli uffici commerciali delle case editrici piuttosto che agli amministratori che si dovrebbero occupare di promozione alla lettura? Queste ricerche sono state finanziate tutte con soldi pubblici o magari qualche soggetto privato, tipo l’AIE, ci ha messo dei soldi? Perché la Nielsen non fornisce i criteri con cui ha realizzato queste indagini?
GAF terminava l’articolo per Repubblica il luglio scorso con un tono di caustica lapalissianità: “Sarà anche vero che il libro è anticiclico e si avvantaggia delle crisi, ma fino a un certo punto”. Vien da rispondergli, con altrettanta ovvietà. Sarà pur vero che durante un naufragio, l’importante è salvare la pelle, ma fino a un certo punto; se si è scelto di fare il capitano, è bene farsi uscire un’idea di come uscire dal disastro. Altrimenti è meglio passare la mano a qualcun altro.

A Panorama in Ferrari

di Bruno Giurato

Da guru del libro a (probabile) guru dei periodici. Gian Arturo Ferrari per anni direttore editoriale di Mondadori libri e attualmente presidente del Cepell (Centro per il libro e la lettura, Roma) è entrato a far parte del gruppo di lavoro per il restyling del settimanale Panorama.
Ferrari ha confermato il nuovo impegno con Lettera43.it, senza sbilanciarsi sui particolari del suo novo ruolo che, a quanto pare, è ancora in fase embrionale. Ferrari, classe 1946, laurea in Lettere classiche, anni di insegnamento di Filosofia della scienza, è stato dalla fine degli Anni 90 alla fine del 2000, l’uomo più potente nel panorama librario italiano. E adesso è approdato a Panorama, mentre il settimanale vive una fase difficile. Quello del 2012 è il quarto restyling in cinque anni per il giornale fondato nel 1939 da Gianni Mazzocchi, che da qualche anno soffre un calo di copie pressoché costante: secondo i dati Audipress dal dicembre 2010 al dicembre 2011 la tiratura è scesa di un ulteriore 3,9%. Un’emorragia di vendite che ha messo in dubbio la stessa identità editoriale del settimanale. È incerto se a Segrate si sia deciso per la linea del direttore Giorgio Mulè, focalizzata sulla cronaca e le inchieste, o per quella del neo vicedirettore Walter Mariotti, centrata sui personaggi e sul lifestyle. Mariotti è approdato a Segrate dopo aver lasciato la direzione di Il, mensile del Sole 24Ore, ora guidato dall’ex ‘fogliante’ Christian Rocca.
Ma insieme a quello di Panorama è in discussione un cambio di faccia generale dei periodici Mondadori. Dai rumors si apprende che per il 13 aprile è stata convocata una riunione generale, con i responsabili di Panorama, quelli del magazine Panorama Icon (diretto da Emanuele Farneti), e quelli di Flair. Mentre sembra confermato che la versione italiana di Instyle sarà affidata a Silvia Grilli, attuale vicedirettore di Panorama.

L'articolo Il Centro per il libro e la lettura: se ne cominciassero a parlare gli scrittori e i lettori? proviene da Minima et Moralia.

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Grazie della foto, e ora? Un’interpretazione candida (ma anche no) dei dati Nielsen sulla lettura presentati dal Cepell giusto ieri https://minimaetmoralia.it/editoria/grazie-della-foto-e-ora-ovvero-una-lettura-candida-ma-anche-no-dei-dati-nielsen-sulla-lettura-presentati-dal-cepell-un-paio-di-giorni-fa/ https://minimaetmoralia.it/editoria/grazie-della-foto-e-ora-ovvero-una-lettura-candida-ma-anche-no-dei-dati-nielsen-sulla-lettura-presentati-dal-cepell-un-paio-di-giorni-fa/#comments Sat, 24 Mar 2012 09:52:25 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7111 È un po' di tempo che ci stiamo occupando del Cepell, ossia del Centro per il libro e la lettura, un organismo fortemente voluto da chi ha a cuore la promozione della lettura in Italia. Il Cepell ha visto la luce solo nel 2008 e ieri in un'attesa conferenza stampa ha presentato il rapporto Nielsen sulla lettura degli italiani relativi al 2011. In questi mesi ci eravamo chiesti se tra le priorità delle attività del Cepell ci dovesse essere quella di fare ricerche di mercato - più utili agli uffici commerciali delle case editrici che ai tanti bibliotecari, per dire, che vivono una situazione di urgenza al di là dell'immaginabile. Comunque, abbiamo aspettato questa conferenza stampa, sperando di venire smentiti. Non è accaduto.

L'articolo Grazie della foto, e ora? Un’interpretazione candida (ma anche no) dei dati Nielsen sulla lettura presentati dal Cepell giusto ieri proviene da Minima et Moralia.

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È un po’ di tempo che ci stiamo occupando del Cepell, ossia del Centro per il libro e la lettura, un organismo fortemente voluto da chi ha a cuore la promozione della lettura in Italia. Il Cepell ha visto la luce solo nel 2008 e ieri in un’attesa conferenza stampa ha presentato il rapporto Nielsen sulla lettura degli italiani relativi al 2011. In questi mesi ci eravamo chiesti se tra le priorità delle attività del Cepell ci dovesse essere quella di fare ricerche di mercato – più utili agli uffici commerciali delle case editrici che ai tanti bibliotecari, per dire, che vivono una situazione di urgenza al di là dell’immaginabile. Comunque, abbiamo aspettato questa conferenza stampa, sperando di venire smentiti. Non è accaduto.

Sotto riportiamo sintesi per la stampa con i risultati dell’indagine, qui invece potete scaricarvi per intero il pdf con i grafici, e a seguire invece abbiamo incollato un piccolo report della conferenza stampa scritto da Francesca Santarelli per il blog Tropico del Libro.Vi invitiamo a leggere tutto questo, ma vi invitiamo anche a riflettere su altri dati meno neutri che ci sembrano emergere sottotraccia. Ossia: sembra che sul Cepell pesino due visioni strategiche diverse. Una è quella di Flavia Cristiano, direttrice del centro, che pare impegnarsi per trasformare il centro in un luogo di coordinamento di quell’impegno spesso volontario e spesso informale che avviene intorno ai libri (le reti dei traduttori, i blog letterari, le tante iniziative esistenti sul territorio…). L’altra è quella di Gian Arturo Ferrari, presidente del centro, le cui decisioni più importanti dal momento dell’insediamento sono state quella di spostare una manifestazone già avviata e con un’identità come Ottobre piovono libri a Maggio, l’altra quella di sostenere fortemente l’utilità di queste ricerche Nielsen.
La Nielsen è una società che fa ricerche di mercato, cioè che censisce quello che la gente compra. Ovviamente, questa ricerca sui libri è stata più raffinata e si è cercato di spostare l’attenzione sulle abitudini di lettura più che sul consumo. I dati che emergono però mostrano a nostro avviso comunque più un profilo di consumatori che di utenti/cittadini. Le fasce di prezzo dei libri, per fare un semplice esempio, sono un parametro molto più indagato delle condizioni sociali di chi legge. A leggerli, questi dati, non si capisce molto che utilità dovrebbero avere per un assessorato alla cultura o per un coordinatore di biblioteche o per un gruppo di insegnanti che vuole promuovere la lettura nella scuola. Si capisce invece benissimo quale utilità possono avere questi dati per le case editrici (soprattutto quelle grandi) che devono pensare a quale politica dei prezzi fare, a che tipo di collane lanciare, a quale categoria di lettori rivolgersi per avere una maggiore fetta di mercato. La promozione della lettura – questa ci sembra la domanda chiave – è una questione di marketing?
Il grande problema che Gian Arturo Ferrari lamentava per il mondo dei libri in un intervento molto caustico uscito su Repubblica l’estate scorsa era proprio questo: l’assenza di ricerche di mercato nell’editoria era la principale causa della crisi economica dell’editoria a suo avviso, perché gli editori secondo Ferrari utilizzano i libri come merce-test. Ora queste ricerche ci sono. E quando vengono presentati in conferenza stampa dipingono, al contrario dell’ottimismo di Ferrari, una situazione un po’ critica. Così è anche normale che qualcuno gli chieda “Cosa pensate di fare al Cepell?”. Che è una domanda che può essere letta evidentemente in modo molto diverso: o Come pensate di salvare le case editrici (almeno alcune) dal baratro economico (dal quel quasi-panico che confessava in un’intervista recente a Repubblica Riccardo Cavallero, ad di Mondadori) o Come pensate di rieducare le persone alla lettura? Con un aplomb degno di miglior causa, Ferrari ha risposto sostanzialmente Nulla. Questi dati, si dice, intanto fotografano. Va benissimo, il lavoro sporco per i commerciali è stato fatto; ora possiamo andare oltre la fotografia?

L’Italia dei libri – Un anno, le stagioni, due trimestri a confronto

Il 23 marzo 2012 il presidente del Centro per il libro e la lettura, Gian Arturo Ferrari, ha presentato presso la Biblioteca Casanatense di Roma il rapporto L’Italia dei libri – Un anno, le stagioni, due trimestri a confronto, commissionato dal Centro per il libro e la lettura alla Nielsen Company per rilevare analiticamente le abitudini di lettura e il consumo di libri nell’arco di tempo che va da ottobre 2010 fino a dicembre 2011. È intervenuto Paolo Peluffo, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria.

Sulla base di questa puntuale rilevazione mensile, il Rapporto fornisce un quadro preciso e dettagliato dei comportamenti di acquisto e di lettura degli italiani nell’anno 2011, ne descrive gli andamenti stagionali nei quattro trimestri e, infine, confronta i dati relativi all’ultimo trimestre 2010 con quelli dell’ultimo trimestre 2011. L’indagine si differenzia dalle precedenti ricerche per una maggiore attendibilità, analiticità e sistematicità e si propone di integrare e approfondire i dati Istat sulla lettura.

Il metodo: premessa

L’indagine è affidata alla Nielsen Company, azienda leader nelle ricerche, informazioni e analisi di mercato. Lo strumento su cui poggia la rilevazione è il Panel Consumer Nielsen di 9.000 famiglie, che stima i principali indicatori relativi al comportamento degli acquirenti nei mercati di largo consumo. Il campione rappresenta 23,363 milioni di famiglie, ossia l’universo delle famiglie italiane.

Le interviste, rivolte agli individui di 14 anni e più, indagano sia l’acquisto che la lettura di libri nel mese di riferimento. Il questionario raccoglie informazioni relative a ciascun acquisto (tipologia e genere di libro acquistato, canale di acquisto, prezzo, utilizzo) e informazioni relative alla lettura (tipologia e genere di libro letto, canale di provenienza). Le informazioni vengono poi aggregate su base trimestrale, semestrale e annuale.

Tra gli indicatori introdotti nell’analisi, si segnalano l’Affluency (classe socioeconomica) e i 7 Life stages, che descrivono le diverse tipologie familiari.

I RISULTATI

L’acquisto di libri e la lettura degli italiani nel 2011

Che cosa è accaduto nel 2011 al mondo del libro in Italia? Quanto hanno acquistato e quanto hanno letto gli italiani lo scorso anno? Il Rapporto ci offre un profilo dettagliato degli acquirenti e dei lettori di libri grazie a un accurato sistema di rilevazione: i dati sono il risultato della somma di quattro rilevazioni trimestrali (di tre singoli mesi ogni trimestre) e non il risultato di una rilevazione unica.

Questo fornisce un quadro preciso e dettagliato: più attendibile, per la vicinanza (massimo un mese) tra l’atto, di acquisto o lettura, e la sua rilevazione; più analitico, per l’introduzione di parametri specifici su genere, stagionalità e contesto familiare; più sistematico, per la cadenza mensile.

I primi risultati riguardano l’acquisto di libri e la lettura dei lettori saltuari (sono i cosiddetti “lettori deboli” per l’Istat). Dall’indagine emerge che il 44% della popolazione italiana adulta ha acquistato un libro nel 2011, mentre il 49% ha letto un libro nello stesso arco di tempo. Il comportamento di acquisto si conferma in prevalenza femminile: il 48% degli acquirenti è donna mentre gli uomini hanno una quota del 42%. La differenza di genere si accentua sulla lettura: il 53% delle donne legge libri, contro il 43% degli uomini. Il 70% dei ragazzi – tra i 14 e i 19 anni – legge un libro l’anno. L’elemento discriminante è costituito dalla fascia di reddito: più gli individui sono benestanti, maggiore è la predisposizione all’acquisto e alla lettura (il 61% appartenente alla fascia di reddito più elevata, high affluency, ha acquistato un libro nel 2011, il 63% lo ha letto). Il tasso di lettori scende al 46% – ovvero di 3 punti percentuali sotto la media nazionale – quando le famiglie sono appena formate (new families). Anche la correlazione con l’istruzione è notevole: gli acquirenti e i lettori si attestano sopra la media se sono diplomati o laureati (il 75% dei laureati acquista e legge libri), e la differenza tra il Sud Italia e il resto del paese rimane, purtroppo, quasi abissale: se al Centro-Nord Italia legge il 52-53% della popolazione adulta, questo dato scende al 39% al Sud (10 punti percentuali sotto la media nazionale). Anche gli acquirenti si distribuiscono allo stesso modo: al Centro-Nord superano la media nazionale del 45%, attestandosi tra il 48 e il 51%, mentre al Sud acquista il 36% della popolazione maggiore di 14 anni.

Il 7% della popolazione (3,8 milioni di italiani) è costituito da Alto acquirenti che hanno comprato nel 2011 tra i 9 e i 12 libri: sono stati loro ad acquistare il 52% dei libri nel 2011, oltre la metà degli acquisti editoriali in Italia (pari a 63 milioni di copie, su un totale di 135 milioni di copie acquistate). Gli Alto lettori, che hanno letto tra i 9 e i 12 libri (paragonabili ai cosiddetti “lettori forti” Istat), rappresentano il 14% della popolazione adulta italiana, e a essi va attribuito il 58% dei libri letti nel 2011, pari a 86 milioni sui 169 milioni di libri letti nello scorso anno.

Il genere di lettura preferito nel 2011 si conferma la Narrativa e Letteratura: rappresenta il 61% delle copie lette e il 44% delle copie acquistate. Manuali e testi divulgativi (libri “utili”) e libri umoristici/fumetti seguono entrambi con l’8% degli acquisti e i Libri per bambini (da 0 a 9 anni) rappresentano il 7% degli acquisti totali dell’anno scorso.

Il libro elettronico rappresenta appena l’1,1% del mercato nel 2011 (567 mila gli acquisti di e-book, contro i 22,7 milioni di copie cartacee). Raddoppia però la quota di lettori, che costituisce il 2,3% della popolazione. Gli italiani si avvicinano perciò lentamente al mercato dei libri digitali e, quando lo fanno, la metà delle volte lo fanno scaricando gratuitamente i libri.

Da notare che l’82% degli acquirenti si indirizza sugli autori italiani (contro il 57% di autori stranieri) – pari a una fetta di mercato del 60% -, ma quando si tratta di leggere, la percentuale di letture italiane scende all’80% e quella di autori stranieri sale al 65%.

Importante anche il dato sul canale d’acquisto: il preferito rimane la Libreria (tradizionale o di catena) dove viene acquistato il 42% dei libri, mentre il 16% viene acquistato nei canali della grande distribuzione, il 12% in edicola e il 9% su internet. Per quanto riguarda la provenienza dei libri letti nel 2011, nel 21% dei casi i libri sono stati acquistati nel mese, nel 17% i libri erano in casa da tempo, mentre il 16% delle copie lette proveniva dalla biblioteca e sempre il 16% erano le copie prese in prestito da amici/conoscenti. Quasi un libro su tre letto nel 2011, dunque, non è frutto di un atto di acquisto.

Per ciò che riguarda la spesa effettuata, in media ogni acquirente ha speso lo scorso anno 28,97 €, ogni italiano adulto ha speso 7,17 €: la spesa totale degli italiani per i libri nel 2011 è di 1,5 miliardi di €.

La maggiore parte dei libri acquistati – il 58% – è compreso nella fascia di prezzo tra i 6 e i 15 euro, mentre gli acquisti per copie dal prezzo di copertina maggiore di 20 € rappresentano il 10% delle copie acquistate. Nel complesso, nel 2011, in Italia, sono stati acquistati 135 milioni di libri, mentre ne sono stati letti 169 milioni.

La stagionalità

Grazie alle rilevazioni trimestrali (sono stati rilevati ben 5 trimestri, dall’ultimo del 2010 all’ultimo del 2011) è possibile oggi presentare l’andamento dei fenomeni legati alla stagionalità dell’acquisto e della lettura dei libri. E scopriamo che esistono variazioni notevoli, nell’arco dell’anno, legate alle abitudini degli italiani.

Le percentuali degli acquirenti di almeno un libro a trimestre sono stabili, durante l’anno, salvo per il picco dell’ultimo trimestre, quando da una media del 22-24%, si passa al 29%. I lettori non seguono lo stesso andamento: il picco del 34% si registra nel terzo trimestre dell’anno. Un discorso diverso riguarda gli acquirenti di almeno tre libri a trimestre: il momento in cui acquistano leggermente di più è il periodo estivo (toccano il 36%), mentre flettono leggermente gli acquisti dell’ultimo trimestre, per questa categoria. Questo andamento è ancora più forte per i lettori di almeno tre libri nel periodo, che hanno il picco del 42% in estate, mentre calano al 38% nel quarto trimestre dell’anno. Per quanto riguarda il “che cosa” si compra e si legge, la risposta è sempre la stessa: Narrativa e letteratura è il genere preferito dagli italiani (oltre la metà degli acquirenti si indirizza su un libro di narrativa e letteratura, ma la percentuale di lettori dello stesso genere arriva a sfiorare il 70% dei libri letti). In merito alla spesa, il IV trimestre è quello in cui gli italiani hanno speso di più: 471 milioni di euro, contro il picco inferiore del II trimestre, quando sono stati spesi appena 290 milioni di euro.

Sul luogo o sulla modalità scelta per gli acquisti, l’italiano non ha dubbi: a Natale predilige l’acquisto in libreria (tradizionale o di catena, rispettivamente il 26% e il 20%), che rappresenta complessivamente quasi la metà delle copie acquistate.

Due trimestri a confronto: ultimo 2010 e ultimo trimestre 2011

Qualcosa è cambiato nelle abitudini di acquisto di libri e di lettura degli italiani, tra l’ultimo trimestre del 2010 e l’ultimo trimestre 2011?

Il confronto dei dati relativi agli acquisti nell’ultimo trimestre dell’anno parlano chiaro: dal 2010 sono state perse 1,7 milioni di copie, pari a un calo degli acquisti del 10%: si è passati dal 33% degli acquirenti di almeno un libro nel periodo al 29% degli acquirenti di almeno un libro nello stesso periodo nel 2011. Anche i lettori sono calati: dal 32 al 30%, facendo calare il tasso di lettura del 6% dal 2010 al 2011.

Dove sono stati persi maggiormente gli acquirenti? Un po’ sono calati gli uomini e i possessori di titoli di studio più bassi (licenza elementare e media), con un -2%, mentre le donne e i diplomati hanno acquistato qualcosa in più e anche i giovani tra i 14 e i 24 anni non hanno diminuito gli acquisti.

I lettori che si sono un po’ scoraggiati, nell’ultimo trimestre 2011, sono stati nella fascia 25-34 anni (hanno perso il 3%). L’area geografica più colpita è stata l’area 4 (Centro Sud), che ha perso il 3% dei lettori.

La percentuale degli acquirenti di almeno tre libri nel trimestre, che registrava nel terzo trimestre dell’anno un picco, cala del 20%, passando dal 13% della popolazione, nel 2010, al 10% nel 2011.

Confrontando i lettori di almeno tre libri nel IV trimestre 2010 con quelli dello stesso periodo 2011, si è perso un 18% dei lettori, passati dal 14 al 12%.

Questa volta, però, sono le donne Alto acquirenti ad avere perso quota, calando del 4%, mentre gli uomini hanno acquistato in più nella stessa percentuale. Il Nord Ovest è quello che ha guadagnato acquirenti, il 3%, rispetto alle altre aree del Paese.

“L’Italia dei libri” e delle statistiche: i numeri di Paolo Peluffo e Gian Arturo Ferrari

Si è appena conclusa la conferenza stampa di presentazione dei dati di ricerca sullo stato di salute del mercato librario in Italia, “L’Italia dei Libri”. A presentare le statistiche Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il Libro e la Lettura (CEPELL), organo pubblico committente della ricerca Nielsen, con la partecipazione dell’attuale sottosegretario all’Editoria, Paolo Peluffo e alla presenza dei più importati dirigenti dei gruppi editoriali italiani.

Peluffo apre la conferenza dicendo che è importante puntare al «capitale umano come elemento di competitività centrale per la crescita del Paese». Afferma che «non servono solo politiche ma anche comportamenti, per migliorare», ma non capiamo esattamente a cosa si riferisca. Il Governo, dice il sottosegretario, sta attuando una «Campagna strategica» a favore della lettura (anche se per ora ci mostra solo un video-spot di “promozione alla lettura” realizzato a nostre spese dalla Saatchi&Saatchi) e ci invita a partecipare al suo grande ottimismo: ora con la rete la lettura si democraticizza, interrompendosi l’intermediazione obbligata dell’editore; ora lo scrittore è anche lettore e viceversa. Saranno lieti gli editori, a sentire che grazie alla loro lenta dipartita il sistema si “virtuosizzerà”. E certo Paolo Peluffo si è reso conto del vero problema: la «frequentazione dei luoghi della lettura è un problema civile. C’è scarsità di luoghi pubblici in cui la comunità si riconosce. …Scuola, biblioteche, librerie, ecc. sono fondamentali». Certo non dice che la scuola è a pezzi, che le biblioteche stanno chiudendo una dopo l’altra per mancanza di fondi e che le librerie son quasi ormai tutte emanazioni di grandi gruppi editoriali. Suvvia un po’ di ottimismo, in fondo in 150 anni c’è stata una costante crescita della lettura. Ah sì? Forse tirando una riga dritta dall’analfabetismo pre-unitario a oggi, sì, sì può affermare così. I dati che verrranno snocciolati da Ferrari tra un attimo contraddiranno qualsiasi altra interpretazione di questa dichiarazione. D’altronde, come forse gli scappa a un certo punto: «la promozione della lettura sarà un asse strategico della comunicazione [non “azione”, ndr] del Governo».

Ma insomma, questa importante ricerca? Quali sono i dati? Ecco qui i più importanti, snocciolati da Gian Arturo Ferrari in tutta la loro ambigua purezza matematica.

Partendo dalla fine, dal dato che definisce più di ogni altro la situazione: il mercato librario nel 2011 ha perso il 10% di acquirenti (15, 3 milioni di persone che hanno acquistato almeno un libro nel 2010, non hanno acquistato nemmeno quello, nel 2011) e la spesa complessiva in libri è stata il 20% in meno dell’anno prima. Se continua così, conclude Gian Arturo Ferrari con un sorriso, nel 2012 l’intero settore accuserà gravi conseguenze.

Noi di Tropico del Libro abbiamo chiesto a Ferrari che intenzioni ha il Centro per il Libro e la Lettura vista la situazione, quali passi pensa di fare per risollevare le sorti di questo settore. La risposta di Ferrari, diretta e disarmante, è stata: «Nessuna». Silenzio in sala. Dopo un po’ di imbarazzo interviene Peluffo dicendo che ora, grazie a questa ricerca si ha un ottimo quadro su cui riflettere e che ripone alcune speranze nelle nuove tecnologie web. Tutto qui. Queste sono le due principali istituzioni preposte al settore dell’editoria in Italia, e tutto quello che hanno da dire è – aggiunge Ferrari alla successiva e incalzante domanda di un astante «qualcuno si è preso la briga di capire i motivi di questo crollo?» – che il CEPELL recupera dati, soprattutto. Punto. Ognuno è poi libero di interpretare come vuole. Noi «fotografiamo». E costa molto fotografare, con Nielsen, dice Ferrari. Insiste molto sul costo di questa ricerca come fosse un punto d’onore. Ma non ricorda che l’abbiamo pagata noi, come pure il suo stipendio.

Altro elemento caratterizzante del settore librario in Italia è, lo sapevamo già, la presenza di una «minoranza erculea di alto-lettori». Ferrari definisce così i lettori che più leggono in Italia, una élite risicatissima (possiamo anche chiamarli “Super Lettori“). Il mercato librario ha «una platea larga ma con un fortilizio altissimo» in cui stanno 2.5 milioni di persone (5% della popolazione) che comprano più di 12 libri l’anno e «si mangiano» il 41% dei libri che vengono comprati in Italia. Quanto ai lettori (quindi di libri non per forza acquistati), poco cambia: il 7% della popolazione legge il 43% dei libri letti. Detto questo, in un anno (dal 2010 al 2011) gli “alto-lettori” sono diminuiti del 18%.

Cerchiamo di estrapolare qualche consiglio per voi…
Le statistiche aiutano a scegliere il prezzo dei libri: i libri a 11, 14, 17, 19 e >25 euro li comprano molto meno dei libri di cifre simili. Volete sapere quali cifre funzionano davvero bene? A quanto ci dicono, 6-9 euro in testa (bene ma meno l’intervallo 9-10), poi 15 euro e tra 20 e 25.

Vi abbiamo detto qualcosa, ma i dettagli sono importanti. Noi li riassumeremo nel corso dei prossimi giorni e in aggiornamento di questo articolo, ma vi consigliamo anche una lettura individuale, è sempre bene controllare le statistiche che ci vengono comunicate. Ecco qui il pdf della ricerca, da scaricare gratuitamente: L’Italia dei Libri. Buona lettura a tutti. Aspettiamo con interesse le vostre considerazioni. C’è ancora molto da dire.

L'articolo Grazie della foto, e ora? Un’interpretazione candida (ma anche no) dei dati Nielsen sulla lettura presentati dal Cepell giusto ieri proviene da Minima et Moralia.

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https://minimaetmoralia.it/editoria/grazie-della-foto-e-ora-ovvero-una-lettura-candida-ma-anche-no-dei-dati-nielsen-sulla-lettura-presentati-dal-cepell-un-paio-di-giorni-fa/feed/ 7
Una lettera dal Centro per il Libro e la Lettura https://minimaetmoralia.it/interventi/una-lettera-dal-centro-per-il-libro-e-la-lettura/ https://minimaetmoralia.it/interventi/una-lettera-dal-centro-per-il-libro-e-la-lettura/#comments Fri, 24 Feb 2012 09:08:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6682 In un articolo di qualche giorno fa apparso su minima&moralia, Christian Raimo, nell'elencare le iniziative indipendenti e quasi mai finanziate che alimentano la vita culturale nella capitale, apriva una parentesi molto critica sul Centro per il Libro e la Lettura, un organismo ministeriale di cui, almeno all'autore del pezzo, sfuggiva il senso. Ieri è arrivata in redazione una lettera dal Ministero dei Beni e le Attività Culturali firmata da Flavia Cristiano, direttore del Centro, in cui si rettificano alcune asserzioni presenti nell'articolo. Ci sembra giusto e doveroso pubblicare in questa sede la sua replica.

di Flavia Cristiano

Ho letto con interesse le informazioni contenute nell’articolo di Christian Raimo, pubblicato il 19 febbraio sul blog culturale di minimum fax. L’articolo contiene alcune osservazioni sul merito e sull’operato del Centro per il libro e la lettura alle quali desidero replicare; pur riconoscendo che le critiche costruttive e i suggerimenti sono sempre ben accetti (e ne faremo tesoro per migliorarci), vorrei segnalare alcune imprecisioni.

L'articolo Una lettera dal Centro per il Libro e la Lettura proviene da Minima et Moralia.

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In un articolo di qualche giorno fa apparso su minima&moralia, Christian Raimo, nell’elencare le iniziative indipendenti e quasi mai finanziate che alimentano la vita culturale nella capitale, apriva una parentesi molto critica sul Centro per il Libro e la Lettura, un organismo ministeriale di cui, almeno all’autore del pezzo, sfuggiva il senso. Ieri è arrivata in redazione una lettera dal Ministero dei Beni e le Attività Culturali firmata da Flavia Cristiano, direttore del Centro, in cui si rettificano alcune asserzioni presenti nell’articolo. Ci sembra giusto e doveroso pubblicare in questa sede la sua replica.

di Flavia Cristiano

Ho letto con interesse le informazioni contenute nell’articolo di Christian Raimo, pubblicato il 19 febbraio sul blog culturale di minimum fax. L’articolo contiene alcune osservazioni sul merito e sull’operato del Centro per il libro e la lettura alle quali desidero replicare; pur riconoscendo che le critiche costruttive e i suggerimenti sono sempre ben accetti (e ne faremo tesoro per migliorarci), vorrei segnalare alcune imprecisioni.

Il nostro sito vorrebbe rappresentare uno strumento di dialogo con la comunità del libro e si impegna a dare voce a tutte le iniziative che – sull’intero territorio nazionale – interessano il mondo del libro. Per poter fare questo, lo abbiamo impostato (dopo un restyling grafico e tecnico partito nel dicembre scorso) all’insegna dell’interattività. Il sito è stato arricchito di sezioni e servizi e può risultare lacunoso in alcuni aspetti (la redazione lavora molto grazie alle segnalazioni dei diretti interessati e cerca di dare spazio a tutte le informazioni ricevute), mentre il passaggio da una struttura a un’altra ha comportato senza dubbio inconvenienti tecnici, ai quali stiamo cercando di porre rimedio.

Il Centro come istituto autonomo è operativo dal settembre 2010; il presidente, Gian Arturo Ferrari, è stato nominato per la durata di un triennio con decreto del Ministro il 12 maggio 2010. Ferrari, che non è “un funzionario pubblico” e non percepisce alcun compenso per il suo incarico, rappresenta il Centro e ne presiede i due organi di gestione: Consiglio Scientifico e Consiglio di Amministrazione. L’Istituto è diretto da un dirigente del Ministero, la sottoscritta (a tutti gli effetti un “funzionario pubblico”), e la gestione viene controllata dal Collegio dei revisori dei conti.

La sede del Centro – il citato palazzetto di via della Lungara – è di proprietà demaniale e fa parte del complesso di edifici dell’Accademia dei Lincei. Le necessità riguardano quelle di ogni ufficio, pubblico o privato che sia: vi lavorano 26 impiegati che operano in un ambiente adeguatamente gestito, nel rispetto delle norme di sicurezza previste dalla legge vigente. La cifra citata nell’articolo rappresenta, indicativamente, lo stanziamento del capitolo di funzionamento nell’anno 2011 necessario a coprire le spese per la gestione e la realizzazione delle attività istituzionali. Lo scorso anno il Centro ha realizzato e/o partecipato a numerose iniziative quali la mostra “L’Italia dei Libri”, la campagna “il Maggio dei Libri”, la fiera del libro di Mosca, il “Premio Città del Libro”, la fiera “Più libri più liberi”, il progetto “Nati per leggere”, oltre a due convegni internazionali e alla citata Rilevazione Nielsen. Le linee di attività si possono approfondire navigando sul sito; è chiaro che nessuno dei progetti e delle attività realizzate ha potuto avere un costo di 700.000 euro.

Per quanto riguarda la banca dati dei traduttori editoriali, la stessa non è ovviamente immune da problemi tecnici, ma ricordo che vuole essere una risorsa a disposizione degli editori e dei traduttori. Si precisa che l’iscrizione avviene su base volontaria e che a oggi i traduttori iscritti sono 303.
Al riguardo, Raimo segnala che, alla ricerca di un nome specifico, non “viene fuori niente”: il caso citato trova il riscontro della diretta interessata che, alle ore 18.07, lamenta problemi di iscrizione. La traduttrice risulta essersi poi registrata con successo alle ore 18.14. A prescindere dal caso specifico, devo ammettere che altri hanno avuto problemi analoghi, risolti dopo avere scritto all’indirizzo di posta elettronica in calce al form, ottenendo sempre risposta e assistenza tecnica da parte del Centro.
Va chiarito che la registrazione non equivale all’iscrizione, che è un passo successivo direttamente a cura dell’interessato; l’iscrizione deve poi essere validata dal Centro e solo dopo tale validazione il nome risulta nella banca dati, quindi sul motore di ricerca.

Sappiamo di non aver chiarito tutti i punti sollevati da Christian Raimo e dai suoi interlocutori del blog, ma confidiamo in ulteriori occasioni per conoscerci meglio e mettere a profitto le critiche e i suggerimenti.

Grazie

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A proposito del futuro del libro in Italia. Prolegomeni per un’analisi cafonamente marxista dell’industria editoriale nostrana https://minimaetmoralia.it/editoria/a-proposito-del-futuro-del-libro-in-italia-prolegomeni-per-unanalisi-cafonamente-marxista-dellindustria-editoriale-italiana/ https://minimaetmoralia.it/editoria/a-proposito-del-futuro-del-libro-in-italia-prolegomeni-per-unanalisi-cafonamente-marxista-dellindustria-editoriale-italiana/#comments Mon, 06 Feb 2012 01:17:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6438 Qualche giorno fa un simpatico blogger e esperto di new media e di narrazioni digitali che si fa chiamare Gallizio in rete e che si è prestato come consulente per Mondadori ha invitato un gruppo di persone che si suppone siano anche loro esperte di editoria e new media a discutere del futuro del libro. Si era pensato dare a quest'appuntamento anche un nome e un hashtag: #narrativa12. Mi sono ritrovato così verso le sei e mezza al superlussuoso Hotel Philosophy a Roma, a farmi versare del té da un distinto cameriere in livrea, e poi a condividere insieme a una ventina di persone una stanzetta riunioni. La ventina di persone era variamente composta: c'era Antonio Franchini (chief editor della Mondadori suddetta), altra gente sempre della Mondadori (alcuni li conoscevo di faccia, alcuni li potrei definire amici tipo Carlo Carabba), e poi c'erano consulenti di Telecom, blogger, esperti di social media... Ora, dopo un po' di imbarazzate autopresentazioni, Nicola Lagioia ha espresso a voce quello che era l'interrogativo che ci eravamo detti prima tra noi, io e lui, camminando nel gelo verso l'hotel di lusso: "È molto chiaro perché voi siete interessati a noi, mentre è meno chiaro perché noi dovremo essere interessati a voi". Ossia: sembra palmare riconoscere che esista una realtà fertilissima di discussione sull'editoria 2.0, il selfpublishing, il libro digitale... e forse io e Nicola eravamo stati invitati lì nella quadriplice veste di lavoranti in una casa editrice, giornalisti culturali, autori, e animatori del blog minimaetmoralia.it. Ma che cosa avremo dovuto ascoltare?

L'articolo A proposito del futuro del libro in Italia. Prolegomeni per un’analisi cafonamente marxista dell’industria editoriale nostrana proviene da Minima et Moralia.

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Qualche giorno fa un simpatico blogger e esperto di new media e di narrazioni digitali che si fa chiamare Gallizio in rete e che si è prestato come consulente per Mondadori ha invitato un gruppo di persone che si suppone siano anche loro esperte di editoria e new media a discutere del futuro del libro. Si era pensato dare a quest’appuntamento anche un nome e un hashtag: #narrativa12. Mi sono ritrovato così verso le sei e mezza al superlussuoso Hotel Philosophy a Roma, a farmi versare del té da un distinto cameriere in livrea, e poi a condividere insieme a una ventina di persone una stanzetta riunioni. La ventina di persone era variamente composta: c’era Antonio Franchini (chief editor della Mondadori suddetta), altra gente sempre della Mondadori (alcuni li conoscevo di faccia, alcuni li potrei definire amici tipo Carlo Carabba), e poi c’erano consulenti di Telecom, blogger, esperti di social media… Ora, dopo un po’ di imbarazzate autopresentazioni, Nicola Lagioia ha espresso a voce quello che era l’interrogativo che ci eravamo detti prima tra noi, io e lui, camminando nel gelo verso l’hotel di lusso: “È molto chiaro perché voi siete interessati a noi, mentre è meno chiaro perché noi dovremo essere interessati a voi”. Ossia: sembra palmare riconoscere che esista una realtà fertilissima di discussione sull’editoria 2.0, il selfpublishing, il libro digitale… e forse io e Nicola eravamo stati invitati lì nella quadriplice veste di lavoranti in una casa editrice, giornalisti culturali, autori, e animatori del blog minimaetmoralia.it. Ma che cosa avremo dovuto ascoltare?

Gallizio ci ha rassicurato subito dicendo che l’avremo capito nel corso dell’incontro. Subito dopo Antonio Franchini ha fatto una interessante e malinconica storia in pillole di Mondadori editore vista da uno che ci lavora da trent’anni e che si è appassionato anche a quello che c’era prima di lui, spulciando l’archivio: Mondadori che negli anni ’60, ’70 pubblicava Nabokov, Simenon e Kundera. Mondadori che faceva fare delle schede sui manoscritti che arrivavano che oggi a rileggerle danno un’idea della qualità media molto più bassa del panorama presente articolatissimo e insintetizzabile. Di Mondadori che allora per tenere d’occhio gli scrittori napoletani, bastava dare un’occhiata a quello che facevano Rea, La Capria, la Ortese, e oggi bisogna conoscere almeno una ventina di persone. Il mestiere dell’editor Mondadori come è cambiato: è più difficile selezionare e direzionare il lavoro se il livello in generale si è alzato, se gli autori si sono moltiplicati, se l’alfabetizzazione di massa produce di più e di meglio. Mondadori che ha deciso di fare un restyling della collana Sis, perché ogni tanto è giusto che la grafica editoriale cambi: libri in brossura, e con un formato più grande.

Un sacco di notizie, ha commentato Gallizio. Gallizio che poi ci ha tenuto a dire come questo breve incontro voleva partire da una prospettiva inedita che ci accomunava tutti. Nella piccola Sala Cassiopea eravamo tutti appassionati di storie, non era così? Come negarlo? Ecco che a Franchini sono seguiti altri interventi, anche interessanti ma ovviamente molto vaghi, non essendo chiara nemmeno l’area che circoscriveva il discorso. Qualcuno portava la sua esperienza personale, qualcuno citava le classifiche effettivamente sorprendenti dei best-seller su Amazon, qualcuno tipo Giulia Blasi ragionava sugli esperimenti di libri tratti dai blog (pochi esempi commercialmente validi, tipo quelli di Pulsatilla o quello di Carolina Cutolo), qualcuno come Nicola rifletteva su come sia cambiato secondo lui il rapporto tra editor e autore, etc…

A un certo punto io ho detto la mia. Ho detto che avevo l’impressione che il tema-convitato-di-pietra non fosse il dibattito sull’editoria, la letteratura, le storie, insomma non mi sembrava che si avesse bisogno del mio umile pensiero di intellettuale letterator, ma mi sembrava che Mondadori stesse manifestando implicitamente un problema di business. Mi sembrava, restando sul generico ovviamente, che Mondadori avesse attraversato gli ultimi cinquant’anni di editoria mantenendo una posizione dominante ogni volta con una strategia diversa, e che la domanda che non veniva posta esplicitamente a questo gruppetto di cui io facevo parte era: e adesso? Fino agli anni ’70 Mondadori era una delle più importanti case editrici perché faceva ricerca: e lo faceva in fondo con un’idea di editoria forse non molto diversa da quella che descrive Calasso in un articolo per il Corriere del dicembre scorso e che – sempre secondo Calasso – ha dato la direzione dagli inizi del ‘900 in poi: “l’idea della casa editrice come forma, come luogo altamente idiosincratico che avrebbe accolto opere reciprocamente congeniali, anche se a prima vista divergenti o addirittura opposte, e le avrebbe rese pubbliche perseguendo un certo stile precisamente delineato e ben distinto da ogni altro”. Un’idea che filogeneticamente Calasso fa risalire a Kippenberg in Germania e Gallimard in Francia. Adelphi si è ispirata e si ispira ancora a quest’idea, e forse allora non è un caso che oggi gli autori citati da Franchini – Simenon, Nabokov, Kundera – siano nel catalogo Adelphi. Come forse non è un caso che la grafica delle copertine Adelphi è la più immutabile che io conosco nel panorama italiano. Ispirata all’arte di Beardsley, creata con la complicità di Enzo Mari…, confrontatela con la nuova-di-zecca della Sis Mondadori a firma di Giacomo Callo, con le solite facce di adolescenti che guardano in tralice, o pre- o post- orgasmiche, e fatevi un’idea vostra di quali siano più belle, o quali funzionino di più in termini commerciali.

           

Dagli inizi degli anni ’90, la situazione dell’editoria è profondamente cambiata. Lo raccontava Richard Nash in un articolo sulla Lettura un paio di settimane fa, in cui citava anche il caso di minimum fax tra le varie case editrici indipendenti che sfruttano le trasformazioni tecnologiche per nascere. Se per impaginare un libro basta un personal computer, mettere su una casa editrice sarà molto più semplice, alle volte addirittura un gioco da ragazzi (quali erano appunto Marco Cassini e Daniele Di Gennaro nel 1994). Ma Mondadori negli anni ’90 non entra in crisi, anzi. E come fa? La mia idea è che sposti scientemente la sua posizione dominante sul resto della filiera: se nel 1994 la possibilità di riconoscere e decidere di pubblicare un autore interessante è identica per una minimum fax e una Mondadori (e allora non sarà un caso che Cassini e Di Gennaro decidano di comprare i diritti di un Raymond Carver, soffiandolo proprio alla Mondadori che ce l’aveva in catalogo nei Classici Moderni, in traduzioni parziali e addirittura monche di interi pezzi che ne stravolgevano il senso), vorrà dire che la forza industriale di Mondadori si dimostrerà nella sua potenza di fuoco negli altri segmenti: distribuzione Mondadori, promozione Mondadori, librerie Mondadori, e anche per un bel po’ cartiere di proprietà Mondadori (e anche per un bel po’ un presidente del consiglio proprietario o giù di lì). Non serve aver letto Il capitale per intuire che il potere economico ce l’ha chi possiede i mezzi di produzione. E quindi minimum fax resta per vent’anni una casa editrice indipendente che deve puntare sulla qualità per emergere (fidelizzare i lettori, sperare di battere la concorrenza editoriale di qualità sempre più diffusa), Mondadori diventa sempre di più una casa editrice generalista che deve contare sulla quantità e per cui la qualità non è più un parametro essenziale. Come del resto ha ricordato Gian Arturo Ferrari, ex-amministratore delegato di Mondadori (1997-2009) e ora semipensionato a capo del cadaverico Centro per il Libro e la Lettura, in un articolo su Repubblica di luglio scorso, in cui confessava che gli editori non possono non pubblicare tantissimo e anche quindi indiscriminatamente.

Siamo agli anni ’10, e pare, si dice, che la carta non sarà più il mezzo di produzione del libro. Pare dunque che tipografia, distribuzione e librerie non siano più come si dice asset fondamentali per l’industria culturale. Resta la promozione, uno dice. E infatti c’era proprio uno in saletta che aveva detto poco prima che prendessi la parola: “Ma allora secondo voi dovremmo investire sulla promozione, sull’ufficio stampa, sulla pubblicità?”. A qualcuno in Mondadori non sarà sfuggito questo cambiamento, e a fine luglio 2011 questo qualcuno deve aver deciso di fare un accordo con Amazon, cominciando con 2000 titoli…

La questione di mantenere per il futuro l’egemonia di Mondadori allora è risolta? Pare di sì. Perché allora si respira un’atmosfera di ansia? che fa commentare me e Nicola all’uscita: sembrava una riunione di Lehman Brothers che chiedono a un centro sociale di pensionati come fanno loro a gestire i loro risparmi. Beh forse perché è chiaro rispetto ai rapporti di forza che oggi fanno apparire Mondadori in una posizione migliore rispetto ad Amazon, uno si può onestamente chiedere se fra tre anni queste posizioni non saranno esattamente rovesciate. Dato che Amazon avrà la posizione dominante nei mezzi di produzione dell’industria editoriale, i Kindle e i magazzini, cosa può offrire Mondadori? Un buon ufficio stampa? Una buona campagna di marketing? Ossia, per dirla in un modo un po’ duro, se io fossi Fabio Volo fra tre anni (mi rendo conto, è un’ipotesi per assurdo molto molto dura anche per me), e avessi appena finito il mio nuovo romanzo e le condizioni economiche di Mondadori sono se va benissimo il 15% di royalties e quelle di Amazon se va malissimo il 35%, perché io dovrei decidere di continuare a pubblicare per Mondadori? Per il marchio? Per la tradizione? Per la pubblicità sulle riviste del gruppo?

Facevo tutto questo discorso non parlando da esterno, già. Perché io sono, confessavo, un autore del gruppo Mondadori. Fra pochi mesi dovrebbe uscire, se Dio vuole, il mio romanzo per Einaudi. E allora qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore. E questa ragione, nel momento in cui l’autore diventa un soggetto economicamente rilevante, può essere una delle cose che una casa editrice può offrire. La stessa probabilmente che offriva Kippenberg nel 1910 e Gallimard nel 1920

E quindi?, mi è stato chiesto a questo punto. Come sarà il futuro? Che strategie possiamo avere? A queste domande da centomila dollari sono rimasto un po’ ammutolito. Ma dentro di me ho pensato: Cari, se parliamo di letteratura, posso sproloquiare qui tutto il tempo, ma se parliamo di business editoriali, mi viene da dire che le strategie si pagano… E quindi, ho detto, spero che nei prossimi anni Mondadori ritornerà a essere una piccola casa editrice indipendente e di ricerca come negli anni ’60.

Risatine. Qualche altro intervento. Grazie a tutti. Distribuzione gratuita di campioni della nuova collana. Aperitivo: dove ho mangiato a scrocco cose buonissime e tantissime. Non si sa mai, approffittiamone finché dura.

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