Gian Luigi Rondi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gian-luigi-rondi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 08 Sep 2016 09:02:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gian Luigi Rondi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gian-luigi-rondi/ 32 32 Pasolini, cercando la verità nascosta https://minimaetmoralia.it/cinema/pasolini-cercando-la-verita-nascosta/ https://minimaetmoralia.it/cinema/pasolini-cercando-la-verita-nascosta/#comments Thu, 08 Sep 2016 13:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31919 A quarant'anni dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini fa ancora paura. Ci sono però alcune figure che, con coraggio e tenacia, in diversi ambiti, stanno lottando per far riemergere le verità nascoste sulla sua morte.

Uno degli ultimi a cimentarsi con la questione è stato il resgista David Grieco, amico e collaboratore del grande intellettuale, vicino a lui anche negli ultimi giorni, con il suo film La Macchinazione.

Il film di Grieco, non impeccabile dal punto di vista estetico, è importante come testimonianza coraggiosa e controcorrente rispetto ad uno dei misteri, paradossalmente, più discussi e occultati della Prima Repubblica.

L'articolo Pasolini, cercando la verità nascosta proviene da Minima et Moralia.

]]>
grieco-pasolini-davoli

A quarant’anni dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini fa ancora paura. Ci sono però alcune figure che, con coraggio e tenacia, in diversi ambiti, stanno lottando per far riemergere le verità nascoste sulla sua morte.

Uno degli ultimi a cimentarsi con la questione è stato il resgista David Grieco, amico e collaboratore del grande intellettuale, vicino a lui anche negli ultimi giorni, con il suo film La Macchinazione.

Il film di Grieco, non impeccabile dal punto di vista estetico, è importante come testimonianza coraggiosa e controcorrente rispetto ad uno dei misteri, paradossalmente, più discussi e occultati della Prima Repubblica.

Sarebbe superficiale muovere critiche alla sceneggiatura o alla regia del film: lo scopo e la rilevanza dell’opera risiedono altrove, ovvero nella volontà di imporre all’attenzione pubblica le clamorose, sconcertanti contraddizioni e omissioni che hanno sancito le indagini sul caso Pasolini negli ultimi decenni.

Il film ha, infatti, rappresentato l’occasione per riaprire una Commissione d’inchiesta (voluta anni fa, invano, da Enrico Berlinguer) volta ad esplorare le zone d’ombra della ricostruzione ufficiale dell’omicidio, così da capovolgere i luoghi comuni infamanti e riabilitare completamente la figura del poeta.

Ecco la nostra conversazione con David Grieco.

Come è nata l’urgenza di realizzare La Macchinazione?

Devo dire grazie ad Abel Ferrara. Dovevo scrivere la sceneggiatura del suo Pasolini ma sono scappato a gambe levate perché a lui interessava soltanto la vita sessuale di Pasolini.

Io stavo per fare un altro film, a Praga, ma l’idea che Ferrara avrebbe fatto un film che temevo ignobile, e che questo film sarebbe stato il testamento cinematografico di Pier Paolo Pasolini, non mi faceva dormire. E così, ho finito per rinunciare a quel film a Praga per mettermi a scrivere con Guido Bulla “La Macchinazione”.

Il film che ha fatto Abel Ferrara non l’ho ancora visto per, diciamo così, onestà intellettuale. Lo vedrò quando sarò sereno e pronto a vederlo fino in fondo senza incazzarmi, senza indignarmi dopo cinque minuti. Prima o poi succederà.

Qual è stata la reazione di critica e pubblico?

Cominciamo col dire che la critica non esiste più. Negli Anni Settanta io ero uno dei critici cinematografici italiani che contavano di più perché scrivevo sul giornale della sinistra, l’Unita’, che era secondo per tiratura soltanto al Corriere della Sera. Noi critici avevamo il potere di mandare o non mandare il pubblico a vedere un film e stavamo attenti a non scrivere troppe cazzate perché eravamo consapevoli di questa responsabilità. Eravamo doverosamente anche tutti, chi più chi meno, degli storici del cinema.

Oggi ci sono migliaia di sfaccendati che scrivono recensioni sul web. Scrivono per farsi leggere dai genitori o dagli amici più stretti. Ma questi conoscono solo il cinema degli ultimi dieci o vent’anni. Del resto, non influenzano nessuno. Si limitano ad accodarsi a una moda del momento o a un successo già costruito in partenza.

Questo genere di recensioni sono state buone e cattive in egual misura. Elogi a volte imbarazzanti, attacchi a volte volgari e spesso personali.

Questo mi aspettavo e questo desideravo. Non ho voluto realizzare un film “figo”. Volevo fare un film che scatenasse una discussione, come succedeva negli Anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

Chi mi ha veramente commosso è stato Gian Luigi Rondi, che fu politicamente il “mio nemico” negli Anni Settanta. Rondi ha scritto una recensione estremamente positiva sul Tempo ed è voluto andare anche in TV, sulla sedia a rotelle, a perorare la causa del film. Rondi ha raccontato, in una trasmissione di grande ascolto, che Pasolini gli telefonò una settimana prima di morire per chiedergli un consiglio. Pier Paolo gli rivelò che il negativo di “Salo’ o le 120 giornate di Sodoma” ce l’avevano quelli della Magliana e intendevano restituirglielo gratis. Gian Luigi Rondi lo sconsigliò. Gli disse di stare attento, di non andare ad incontrarli. Dopo queste affermazioni, che hanno lasciato a bocca aperta anche il conduttore (Tiberio Timperi), ho chiamato Gian Luigi per ringraziarlo e gli ho chiesto come mai non avesse mai parlato di questa telefonata. “Ho avuto paura”, mi ha risposto.

Il pubblico, invece, l’ho sentito sempre dalla mia parte, senza eccezioni. Ho incontrato in giro per l’Italia circa 10.000 spettatori. Devo fare una distinzione, però. I miei coetanei o quelli più vecchi di me spesso mi ringraziano, mi abbracciano o vogliono stringermi la mano. Poi li vedo andare via a capo chino e ho la sensazione che rientreranno a casa per prendersi un bel sonnifero, dormirci sopra e dimenticare tutto. I giovani invece mi hanno impressionato. Parlo di ventenni, che sanno informarsi meglio dei trentenni e dei quarantenni che sono stati sottoposti a lavaggio del cervello dalla televisione fin da quando erano in fasce. I ventenni invece stanno su Internet e rifiutano la televisione. Questi ragazzi, quando non scappano all’estero, sono l’unica, forse l’ultima speranza del nostro paese.

Su che fonti ti sei basato per la ricostruzione della vicenda?

Di esempi come l’improvviso ricordo di Gian Luigi Rondi potrei citarne tanti. C’è parecchia gente, direi forse centinaia di persone, che conosce dettagli e passaggi di quella che io ho definito una macchinazione. A cominciare dalle 36 persone che vivevano nelle baracche sul luogo del delitto. Molti di loro hanno parlato: con me, con Sergio Citti, con Furio Colombo che si recò lì il 2 novembre per scrivere un articolo per La Stampa. Ci dissero che l’avevano massacrato in tanti ma non vollero mai andare a deporre perché erano stati intimiditi in mille modi, anche con la minaccia di demolire le loro casupole abusive.

La verità è che chi voleva indagare non ha voluto indagare. Non serviva che un testimone andasse spontaneamente a deporre. La magistratura procede sempre d’ufficio se qualcuno, intervistato da un giornalista, racconta come sono andate veramente le cose. Questa è la prova evidente che si è trattato di un Delitto di Stato.

Senza contare un testimone oculare russo, che si chiama Bessendorf, vive a New York e quella notte vide tutto. Nessun magistrato si è mai preso la briga di andarlo a trovare, o di mettere in moto l’Interpol, per chiedergli conferma delle sue affermazioni riportate da Paolo Brogi sul Corriere della Sera.

Quali difficoltà hai incontrato nella realizzazione del film?

Per realizzare il film è stato usato denaro privato e non finirò mai di ringraziare Marina Marzotto che ha avuto il coraggio di produrlo. A parte questo, nessun altro ostacolo. Ho avuto poco tempo per girarlo ma lo sapevo, e tutti i miei collaboratori hanno dato l’anima per questo film. I problemi sono venuti dopo. Quando lo ha visto la RAI, che ci ha espressamente chiesto di vederlo, sono cominciati i guai veri. Ci hanno fatto il vuoto intorno ed è stata veramente dura. Il Ministero dei Beni Culturali è arrivato persino a rifilarci un divieto ai minori di 14 anni alla vigilia dell’uscita del film per impedirci di portare il film nelle scuole. La motivazione del divieto è stata direi esemplare: si vieta questo film ai minori di 14 anni perché un ragazzo di età inferiore ai 14 anni non può capire la complessità storica e politica di questo film.

Una motivazione scopertamente politica, veramente fascista, a dir poco ingenua, che avrebbe fatto incazzare non poco uno come Andreotti. Ci siamo incazzati anche noi e gliela abbiamo fatta rimangiare. “La Macchinazione” nei prossimi mesi verrà proiettato nelle scuole e questo è un aspetto della faccenda che per me è molto importante.

Qual è il ricordo che hai di Pasolini che ritieni più significativo?

Di ricordi ne ho veramente tanti, persino troppi dopo tre anni di sforzi per ricordare tutto di quando ero bambino, adolescente, giovane giornalista. Il libro che si intitola  La Macchinazione è pieno di ricordi, ma potrei facilmente riempirne un altro. Ho tanti ricordi anche buffi, divertenti. Ma qui vorrei ricordare qualcosa che apparteneva alla banalità quotidiana di Pier Paolo Pasolini.

Con Paolo si andava spesso in giro la sera e si finiva sempre a mangiare una pizza in qualche ristorante popolare tipo “Al Biondo Tevere”, quello dove lui ha portato a cena Pelosi quella notte. Spesso, prima di entrare, capitava di notare un capannello di ragazzi che si facevano i conti in tasca per capire se avrebbero potuto permettersi una pizza e una birra. In quei casi, Paolo andava dritto dall’oste e gli diceva: “Ci sono una dozzina di ragazzi, qui fuori, che vorrebbero entrare a mangiare una pizza ma temo che non abbiano i soldi. Li inviti lei, per cortesia. Il conto poi passo a pagarlo io”.

Gliel’ho visto fare diverse volte. E ricordo anche questi gruppi di ragazzi, quando uscivamo, che parlavano tra loro chiedendosi chi diamine avesse offerto loro quella pizza.

A che punto sono le indagini della commissione sulla riapertura del Caso Pasolini?

Come si dice in gergo, la Commissione Pasolini (mono camerale, cioè soltanto alla Camera dei Deputati) è stata “incardinata” ormai da tre mesi ed è stata nominata relatrice Celeste Costantino di Sinistra Italiana. È una donna giovane, molto agguerrita, si è già occupata di Mafia, ha ricevuto minacce, non vuole la scorta. Mi ha fatto una gran bella impressione. Mi ricorda una Tina Anselmi (che fu a capo della Commissione per indagare sulla P2) giovane e meridionale. Ha esordito con queste parole: “Che il Delitto Pasolini sia stato un delitto politico credo non esistano ormai più dubbi”.

Ora, alla ripresa dei lavori della Camera dei Deputati, la Commissione Pasolini dovrà ricevere l’OK della Prima Commissione della Camera, poi dovranno essere scelti i componenti e i consulenti.

È evidente che oggi in Italia di questioni urgenti da risolvere ne abbiamo fin troppe. Ma il Caso Pasolini è molto importante perché il vero tema di cui stiamo parlando è il rapporto con la nostra Storia e la nostra Memoria che sono state sempre mistificate, depistate, occultate, ignorate. Quale futuro possiamo avere se non ci decidiamo mai ad aprire gli armadi e a fare pulizia pulizia innanzitutto dentro di noi?

La trattativa Stato-Mafia c’è stata, lo sappiamo tutti. Uomini dei servizi segreti si trovavano in via Fani durante il sequestro Moro e a Capaci quando è stato ammazzato Falcone, sappiamo anche questo. Se non hanno fermato i brigatisti e i mafiosi, questi signori erano evidentemente lì per proteggerli.

Per la strage di Brescia è stato condannato all’ergastolo un agente dei servizi segreti e il giudice ha scritto nella sentenza che gli uomini dei servizi, i terroristi neofascisti e non meglio specificati militari americani si riunivano periodicamente per organizzare attentati in Italia.

Eppure, si continua a cercare di ignorare, insabbiare, occultare.

Perché? Forse i nostri governanti sono ancora complici degli assassini di un tempo?

Pur essendo considerato un “complottista”, io credo di no. Credo piuttosto che noi italiani siamo “vigliacchi, opportunisti, tutti figli di Don Abbondio”, come dice il personaggio interpretato da Roberto Citran a Ranieri/Pasolini ne La Macchinazione. Purtroppo, siamo noi italiani che dobbiamo cambiare. Ma se ancora il coraggio “non ce lo possiamo dare”, come Don Abbondio, siamo veramente nei guai.

* * *

Se La Macchinazione ricostruisce gli ultimi giorni di Pasolini, e getta luce sui possibili mandanti degli omicidio, utilizzando un registro romanzesco, il libro Frocio e Basta (Edizioni Effigie) di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti è una lunga, puntuale, spietata accusa alla classe politica e  intellettuale italiana, rigorosa nei riferimenti filologici quanto appassionata nelle argomentazioni rivendicate.

Gli interrogativi posti sono inquietanti: perché stato fatto sparire l’appunto Lampi sull’Eni da Petrolio? Perché si è atteso 17 anni prima di pubblicare un libro, da Pasolini stesso definito (in una lettera a Moravia) “una summa di tutte le mie esperienze, tutte le mie memorie”? Perché nelle edizioni non vengono mai inseriti i discorsi di Eugenio Cefis nei punti in cui esplicitamente Pasolini lo indicava?

Ne abbiamo parlato con gli autori Benedetti e Giovannetti.

Quali sono le principali novità e integrazioni di questa nuova edizione?

Anzitutto la pubblicazione commentata dei tre discorsi di Eugenio Cefis che Pasolini intendeva pubblicare integralmente in Petrolio, al centro del romanzo, così da dividerlo in due parti «in modo perfettamente simmetrico e esplicito», come ha scritto. Di fatto, questi discorsi sono un capitolo mancante del romanzo, inspiegabilmente ignorati dai curatori delle varie edizioni di “Petrolio”, dal 1992 a oggi. Se avessero rispettato la volontà dell’autore non sarebbe stata sostenibile la lettura a sfondo sessuale che si dette al momento dell’uscita del libro e che ancora oggi resiste. Nulla di più falso: Petrolio scava nella mutazione del potere, è un testo profondamente politico, da affiancare ai coevi Scritti corsari.

Quale percorso di ricostruzione documentale avete intrapreso per realizzare la vostra indagine?

Ad eccezione di alcuni riscontri orali, le nostre fonti sono pubbliche: atti giudiziari e relazioni di commissioni parlamentari su servizi segreti, stragismo e malaffare… Se si vuole che una verità non emerga occorre parcellizzarla, noi invece abbiamo messo tutto in relazione, accostando i vari tasselli: se ne ricava la storia “altra” di un Paese, l’Italia, pervasivamente a democrazia limitata. Un doveroso riconoscimento spetta all’inchiesta di Vincenzo Calia sull’assassinio di Enrico Mattei. Indagando sulle trame petrolifere legate all’assassinio del presidente dell’Eni, il magistrato segnalò alcune fonti di Petrolio, in particolare Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, uno strano libro su Eugenio Cefis, il presunto capo occulto della P2, uscito nel 1972 e subito fatto sparire. Da questo libro Pasolini copia interi passi, facendone la parafrasi in “Petrolio”.

Qual è secondo voi la principale verità negata sul caso Pasolini?

Che Pasolini negli ultimi tempi aveva preso di mira Cefis, tanto da farne un personaggio-chiave di Petrolio, accusandolo dell’omicidio di Mattei e di altri reati legati sia al suo ambiguo passato partigiano sia all’immenso impero privato, accumulato con capitale pubblico mentre era presidente dell’ Eni e poi di Montedison. Se avessero ucciso un magistrato o un giornalista che stava conducendo un’inchiesta sarebbe venuto a chiunque lo scrupolo di controllare se in ciò che stava preparando, e che gli è stato impedito di finire  e di divulgare, non ci fosse qualcosa che desse fastidio a qualcuno di molto potente. Invece nel caso di Pasolini questo nesso è stato addirittura occultato. Petrolio è stato pubblicato ben 17 anni dopo l’omicidio, quando ormai i processi si erano conclusi, e per di più mutilo dei discorsi di Cefis  e del capitolo “Lampi sull’Eni”.

Qual è stata per voi la principale responsabilità degli intellettuali italiani nel “gestire” l’eredità di Pasolini?

Molti degli intellettuali amici di Pasolini sapevano che stava indagando e scrivendo su Cefis, ma tacquero. Sapevano che Pelosi e Pasolini si frequentavano da tempo ma tacquero. Sapevano che Pasolini aveva subito un furto delle pellicole di Salò ma tacquero. Eppure avevano voci autorevoli che sarebbero state ascoltate se avessero fatto una dichiarazione pubblica, mentre tutti, giornali e tv, raccontavano la storiella dell’omosessuale ucciso in una rissa da un diciassettenne rimorchiato quella notte stessa. Poi c’è la responsabilità degli eredi e dei filologi che hanno acconsentito a pubblicare Petrolio senza i discorsi di Cefis, che pure erano tra le carte di Pasolini. Così, quando Petrolio uscì, molti poterono sostenere, e qualcuno ancora oggi lo fa,  che parlava della sessualità masochista del suo autore. C’è stato quindi anche un depistaggio filologico, oltre a quello sulle indagini. Ma la responsabilità più grande, che coinvolge tanti  intellettuali italiani, è di aver creduto, senza nessuno scrupolo, alla storiella dell’omicidio per sesso, e di averla anzi accreditata con tutti quei discorsi sulla “morte sacrificale” del poeta, sulla sua “bella morte omosessuale”. Questa estetizzazione dell’omicidio è stata come una pietra messa sopra alla verità.

Vi pongo la domanda in maniera diretta: Chi ha ucciso Pasolini? Per voi Cefis è tra i possibili mandanti?

Come per l’uccisione di Aldo Moro, la datata verità giudiziaria sul massacro di Pasolini appare sempre più lontana da quella storica. Oggi sappiamo che non fu Pelosi, pur presente, a ucciderlo, ma un branco di almeno sette persone composto da fascisti e criminali; conosciamo anche i nomi di alcuni di loro. Nulla però si sa dei mandanti, della sovrastante scala di comando che ordinò l’agguato. Pasolini, come Mino Pecorelli (altro giornalista assassinato), era ormai a conoscenza di verità scottanti su stragismo di Stato, su massoneria deviata (all’imberbe Pelosi la P2 fece promesse e mise gratuitamente a disposizione l’avvocato Rocco Mangia), su burattini fascisti, manovali della malavita, burattinai atlantici e filo-atlantici, e cioè sulla caratura criminale del potere, un “patto” già riscontrabile in alcune oscure pagine della lotta di liberazione, in Val d’Ossola così come in Friuli (il fascismo dell’antifascismo, direbbe Pasolini). Lo stesso mondo, le stesse persone che sempre più lo scrittore corsaro incalzava nei suoi sin troppo espliciti articoli sul Corriere della Sera nonché nell’affondo che si accingeva a pubblicare in Petrolio; e così l’hanno fermato.

L'articolo Pasolini, cercando la verità nascosta proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/pasolini-cercando-la-verita-nascosta/feed/ 3
Natale a casa De Sica https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/ https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/#respond Thu, 02 Jan 2014 13:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17236 Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall'omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

L'articolo Natale a casa De Sica proviene da Minima et Moralia.

]]>
desica

Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall’omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

Un grande terrazzo, inferriate alle finestre, molta quiete. Molte opere d’arte in un salone grande-borghese, cotto al pavimento, un po’ Sunset Boulevard. In un portariviste, solo giornali con in copertina Lui (spicca un Sette di qualche tempo fa). Una cucina a vista dietro un vetro, tipo ristorante stellato o casa bling ring; un maxi frigorifero a doppia anta, metallico, incrostato di calamite, con molti cornetti napoletani scaramantici, e frasi “fatevi i cazzi vostri!”, e una foto del Dalai Lama. Un boudoir tutto boiserie bianche, con una nicchia e la sua statua, e quadretti anche molto importanti col loro lumino ottonato, da museo, o tea room, o Olgiata. Una gardenia viola, in vaso; librerie di mogano; vezzosi posacenere di ceramica bianchi con la sua cifra, C, e sopra coroncina dorata nobiliare; un ripiano con i premi: tre Telegatti, due David di Donatello, decine di “biglietti d’oro”, il premio del botteghino, in cui CDS è vincitore imbattuto: foto in cornici e cornicette d’argento, su tavolini bassi: lui con la moglie Silvia Verdone (in una foto, giovanissimi, lei con aria di trionfo, da cacciatrice di impegnativa preda; in una meno antica, lui in smoking e lei in gran sera, lui molto sorridente, luminoso; lei un po’ provata).

Molti quadri, da collezionista non improvvisato: Turcato, Depero, un Sebastian Matta importante; uno regalato da Cesare Zavattini, suo padrino e mentore («un comunista vero, dava metà dei soldi che prendeva con le sceneggiature al Partito. Stava a via Angela Merici, sulla Nomentana, in un sottoscala, e unico lusso un parquet che fece mettere, una volta, ma si riempì subito di bolle per l’umidità – ciac-ciac»). Un ritratto in bianco e nero di Andy Warhol e Basquiat, la celebre foto di Tony Curtis e Jack Lemmon truccati e vestiti da donna (A qualcuno piace caldo) di Annie Leibovitz. «Agli americani noi gli abbiamo dato Caravaggio, gli abbiamo dato Michelangelo, gli abbiamo dato Morandi. Loro chi ci hanno dato? Sta monnezza». Ride.

CDS è comparso, anticipato da un grosso cane simpatico e da uno piccolo che sta in disparte, poi da una filippina che dice Signor-Christian-arriva-subito-sta-preparando ed è un momento molto Vanzina. Poi Signor Christian entra, dolcevita grigio e blazer, gentilezza e puntualità e affabilità grande-borghese, e qualcosa in più. Effetto straniamento. Ti vien voglia di toccarlo, lo conosci già, perché è come quando si va a New York per la prima volta, ma in realtà l’hai già vista tante volte nei film; con lui è ancora peggio, perché si ha una sorta di effetto-Droste; puoi chiudere gli occhi e solo con la sua voce è Sapore di mareYuppies, più citazioni e saccheggi di suo padre Vittorio (VDS) e Alberto Sordi: i tempi, le pause, le facce; i dialetti, i birignao e la presa in giro dei birignao.

CDS è soprattutto Figlio di papà. Così si intitola un suo libro di memorie (Mondadori, 2008).

Vittorio Domenico Stanislao Gaetano Sorano De Sica, ciociaro, padre del neorealismo, nato nel 1901, morto nel 1974; regista di culto ma anche attore popolare, bell’uomo, 4 premi Oscar che ne segnalano l’eclettismo: Sciuscià, Ladri di biciclette, Ieri Oggi Domani, Il giardino dei Finzi Contini. Grande giocatore d’azzardo, come è noto. Questa casa dove stiamo adesso è quello che rimane alla disfatta economica: un tempo VDS era un enorme proprietario immobiliare grazie ai proventi dei film, possessore di luoghi anche simbolici della capitale: tutta piazza Santiago del Cile – Parioli in purezza, ci stanno Angelo Guglielmi e molti psicanalisti junghiani; grandi gastronomie, l’unico vitel tonné buono di Roma; poi tutta via Cortina d’Ampezzo, dunque Finte Bionde, Moccia, Smart, romanordismo in purezza. E gli studi televisivi Dear della Rai sulla Nomentana – Dear sta per De Sica-Amato-Rizzoli, un tempo comproprietari), Domenica In, Prova del Cuoco, l’Eredità, eccetera.

Tutto perso al tavolo da gioco. Aneddotica di CDS su VDS: quando il croupier del casinò di Sanremo (nonché papà di Eugenio Scalfari) dà a VDS il “viatico” cioè nel codice dei giocatori le centomila lire per tornare a casa quando ti sei giocato tutto («l’alternativa era spararsi, come i granduchi russi, dietro le tende. Si sentiva un colpo di pistola. Pum. Erano bravissimi a suicidarsi dietro le tende»). Ricchezza: «Le automobili a Roma ce l’avevamo noi, ce l’aveva Gronchi, presidente della Repubblica, ce l’aveva il chirurgo Valdoni, e altre dieci persone». A proposito di presidenti, CDS chiama al Quirinale per farsi passare Mauro Leone, figlio del presidente della Repubblica, suo compagno di scuola. «Sono De Sica, mi passi Leone». Passano minuti. Poi: «Proonto» con inconfondibile accento napoletano. È il capo dello Stato. Imbarazzo. E poi: «Maurooo! Maurooo! C’è Christian che ti vuole, corri!», sempre un presidente sotto impeachment, poi riabilitato.

Familismo umorale: CDS è come tutti sanno figlio di Maria Mercader, bellezza spagnola, e per anni amante di VDS, che poi la sposerà dopo un divorzio dalla prima moglie Giuditta Rissone; divorzio non riconosciuto dallo Stato italiano, di qui pubblica riprovazione e scomunica – sic – da parte del Vaticano. VDS per anni continuerà a frequentare le due famiglie l’una all’insaputa dell’altra, di qui «doppie case, doppi natali, doppi capodanni, con spostamento in avanti delle lancette»; come nel primo Fantozzi quando il direttore d’orchestra Maestro Canello si fa due veglioni invece che uno. Raccomandazioni: quando CDS parte per il Sudamerica (ha fatto la maturità, collegio Nazareno, Roma super-bene, compagno di banco come è noto di Carlo Verdone; è fidanzato con una venezuelana e tenta la fortuna come showman in Sudamerica)  all’aeroporto, la mamma piange. VDS, chiamandolo quando sta per salire sulla scaletta: «Christian! Christian». CDS: «Che è». VDS: «Mi raccomando, prima di entrare in scena, un po’ di grigio sulle palpebre!».

Anche il cinepanettone – d’ora in poi: CP – che sarebbe il tema di questa intervista, è una cosa di famiglia. Non solo perché CDS è protagonista del primo episodio della saga, il celebre Vacanze di Natale, 1983, regia di Carlo Vanzina, di cui salutiamo il trentennale. Piuttosto perché i prodromi sono da ritrovarsi proprio in casa De Sica, e, per estensione, Sordi. Nel 1937 Mario Camerini dirige infatti un primo Signor Max, storia di un giornalaio sub-proletario di via Veneto che si finge il conte Max Orsini Varaldo (suo squattrinato mentore) e parte per Cortina, con tutte le dinamiche miseria-nobiltà che si conoscono. Nel 1957 Giorgio Bianchi dirige un secondo Conte Max in cui protagonista è Alberto Sordi e VDS fa il conte squattrinato. Nel 1991 il figlio CDS dirige un nuovo Conte Max in cui lui è anche il giornalaio-finto conte. Nel 1959 poi Sordi e VDS sono protagonisti del prequel riconosciuto dei CP, Vacanze d’inverno, 1959, regia di Camillo Mastrocinque, che racconta ancora una volta le gesta proletarie a Cortina coi soliti plot (interessante che anche Neri Parenti, regista degli ultimi CP, sia stato scomunicato, come VDS).

CDS ha appena finito di girare quello nuovo, di CP, che esce a Natale, «si intitola Colpi di fortuna, sono tre episodi, nel mio faccio un industriale ricchissimo, un Brunello Cucinelli della situazione, che ha saputo resistere alla crisi perché molto superstizioso. Sono in Mongolia per fare affare con dei mongoli, e ho bisogno di un interprete. Ma l’unico disponibile è Francesco Mandelli, famoso per essere uno jettatore tremendo, porta una sfiga micidiale, tanto che nemmeno la sua famiglia lo vuole vicino. Io prima penso che porti fortuna, poi mi accorgo che porta sfiga». Questo, dice CDS, sarà l’ultimo, perché il contratto quinquennale che lo lega al produttore Aurelio De Laurentiis non è stato rinnovato. CDS sogna adesso di fare un altro musical, dopo il successo di Un americano a Parigi: Tributo a George Gershwin Parlami di me. Gli piacerebbe uno spettacolo su «Cinecittà, dalle origini, i telefoni bianchi, alla Dolce Vita, Hollywood sul Tevere, a oggi: in fondo una volta si sognava di entrare in un kolossal, oggi al Grande Fratello, ma alla fine sempre a Cinecittà si sogna di andare». Ma non gli si crede molto. Un CP è per sempre.

Tanto più che CDS non sembra interessato a entrare in un meccanismo di ecologia attoriale alla Pupi Avati: di diventare venerato maestro non gliene importa molto. Di andare a Capalbio all’Ultima Spiaggia, con quell’acqua verdastra, non sembra avere molta voglia, meglio Capri dove è cittadino onorario. Soldi, ne ha fatti tanti. Ed è probabilmente l’attore più famoso d’Italia. Con Pupi Avati pure un film l’ha fatto: era Il figlio più piccolo (2010), in cui faceva un padre imprenditore molto fijo de na mignotta, e chi si aspettava tutto un «sopire, troncare», e un De Sica minimalista e ronconiano è rimasto molto molto deluso, perché lì c’era esattamente la stessa maschera di sempre: il borghesone cinico tutto battute e facce e boccucce, con un sovrappiù di cattiveria (alla fine il padre imprenditore scarica tutte le rogne societarie sul figlio un po’ ritardato e che lo ammira tanto), e addio venerato maestro, benvenuto overacting (e però, un Nastro D’Argento vinto).

Per la cronaca, il CP attuale, con la forma a episodi e il tema dell’oroscopo è il tentativo di rinnovare il CP dopo che il celebrativo Vacanze di Natale a Cortina (il 2011 ha segnato il punto d’arrivo del paradigma. Naturalmente la tentazione della lettura metaforica è forte: il primo CP è del 1983, primo governo Craxi. L’ultimo, 2011, corrisponde al declino del berlusconismo. Su Repubblica Curzio Maltese non si è risparmiato: «il crollo di incassi del cinepanettone di Natale […] è forse il primo e più clamoroso segno della fine dell’epoca berlusconiana. Il cinepanettone sta al ventennio berlusconiano così come i «telefoni bianchi» stanno al ventennio fascista. […] Le anomalie, politica e cinematografica, hanno viaggiato in parallelo dall’inizio degli anni ’90 fino a ieri, per crollare di schianto insieme».

Ma è un po’ una semplificazione facile: CDS naturalmente non la accetta. «Quando facevo la pubblicità della Tim in cui ero un vigile urbano, l’Espresso fece un articolo in cui diceva che Amendola, che invece era testimonial della Tre, era di sinistra e io invece di destra, anzi di estrema destra. Di estrema destra. Ma perché? Se faccio il vigile sono fascista? Io faccio il borghese, anche perché fisicamente devo fare per forza il borghese. Non posso fare l’operaio. Ho questa faccia qua, sono alto. Posso fare l’architetto, il dentista. Poi da vecchio farò l’aristocratico, il cardinale, come faceva mio padre. È questione di fisico. Io i borghesi li ho sempre presi per il culo. Parolacciai, misogini, mascalzoni. Non è che io sono fascista e rappresento il berlusconismo, io li prendo per il culo».

CDS difende anche il trentennio cinepanettonico: «È chiaro che drammaturgicamente i CP lasciano il tempo che trovano… è ovvio, sono una serie di scenette così. Però è vero anche che in ognuno ci sono sempre cinque minuti fantastici. Anche in Totò era così. Totò contro Maciste era una grande cacata. Però ci sono quei cinque minuti in cui viene fuori il genio» (e pure in Totò Peppino e la Malafemmina, effettivamente, non si ricordano altri momenti se non la lettera e il colbacco a Milano). Poi c’è pure un problema generazionale; «quelli della mia generazione non avevano paura di far ridere» dice; «non avevamo paura di pigiare l’acceleratore sulla superficialità sulla volgarità sul doppio senso. Oggi se ritengono che sia troppo scurrile pensano “no, non sta bene, io non la faccio”. Ci sono dei comici che lo fanno ancora, come Checco Zalone, e infatti fa il botto. La verità è che gli altri sono dei brillanti, non sono comici. Hanno paura di far ridere, non sta bene. La comicità nasce dalla cattiveria, dalla scurrilità. Per far ridere bisogna essere volgari».

La volgarità è un altro tema interessante. Adesso CDS sta facendo tutto un numero sugli accusatori dei CP che fa molto ridere: «cito a memoria» – va avanti, e fa tutte le facce e le bocche, e praticamente si assiste a un mini-De Sica da camera. Voce impostata, alta: imita Gian Luigi Rondi, «raramente abbiamo assistito a scene di tale volgarità». Risata ampia e affabile. «C’è uno snobismo bestiale», sospira, accasciandosi sul divano. «Certi attori non possono essere presi in certi film. Lino Banfi, che è un genio, da Gianni Amelio non viene scritturato. Non è elegante» (qui fa suo padre nel Processo di Frine). «C’è sempre il regista de sinistra sfigato, incazzato, che va a Venezia, che dice “io Lino Banfi non lo prendo, perché mi spovca il cast”, e qui di nuovo è VDS. «Devi metterci Battiston» (e pronuncia Battistòn con un accento veneto esagerato, e viene in mente “Zartolin, la mutanda”, al maestro di sci eponimo, nel primo Vacanze); «e devi metterci la Rohrwacher», e pronuncia Rohrwacher digrignando i denti e sporgendo in avanti la bocca, e ripete Rohrwacher un po’ abbaiando, come se fosse Rottweiller, e si ride molto.

Certo, la volgarità offre pure una bella lettura metaforica. «Beppe Severgnini sul Corriere della Sera si prese la briga di contare i cazzi in un mio film, non mi ricordo più quale. Centodue, record assoluto dai tempi del sonoro», dice ancora CDS. Qui evoca un pezzo del 2002, dal titolo Cento volgarità nel film di Natale, il cattivo gusto non ha argini. Eppure la deriva parolacciaia del CP era cominciata molto prima: è in Spqr 2000 e mezzo anni fa a cui la critica unanime attribuisce l’inizio della deriva impresentabile, con la famosa battuta: “a Iside, famme una pompa”. «La pompa è stato il momento in cui si è passati oltre. Da quel momento lì il produttore De Laurentiis ha pensato che il successo era dovuto solo a quello, quindi ha puntato molto su quella roba lì e ha dimenticato il resto» (intervista a Carlo Vanzina, contenuta in Fenomenologia del cinepanettone, di Alan O’ Leary, studioso dell’università di Leeds che si è prodotto sul tema. “Un matto”, dice CDS, e in effetti).

Interessante piuttosto notare che Spqr è del 1994. Primo governo Berlusconi. Un parallelo? Cazzate? «Cazzate». Eppure i cortocircuiti tra CP e la realtà ci sono e non sono secondari: racconta CDS che Simpatici e antipatici (1997), da lui diretto, venne ritirato dalle sale. Simpatici e antipatici era un film con una sua importanza documentaristica, dedicato al mondo dei circoli sportivi romani, dove alligna il Generone: raccontava ascesa e declino di un Alberto, avvocato-simbolo di quel mondo lì (cafone, di destra, soldi nuovi, moglie burina), e del suo arresto finale. Interpretato da Gianfranco Funari, tutto una montatura di corno e un gessato. Tutti ritennero che il riferimento fosse al ministro della Difesa Cesare Previti. Il film fu tolto dalle sale. «Non ci avevamo mai pensato, a Previti. Fu un disastro». I cortocircuiti ci sono, dunque, ma forse sono simmetrici: in Spqr, per esempio, quello di “Ah Iside, famme na pompa”, i riferimenti all’attualità sono grossolani e ingenui: il plot racconta della campagna moralizzatrice di un giudice, Antonio Servilio, che sembra Di Pietro; c’è un ultrà della squadra del Mediolanum che si chiama Silvio. E però Iside, quella dello sketch, è egiziana, e il senatore corrotto impersonato da De Sica le mette su casa, una specie di Olgettina, ma siamo nel 1994, vent’anni fa.

Sempre Spqr genera altre sovrapposizioni inquietanti con la realtà: Umberto Bossi, nel 2010, da ministro sosterrà che il celebre acronimo significa Sono porci questi romani, come da tormentone del film. Ancora: nel 2009, il ministero della Cultura concesse la qualifica di “film di interesse culturale” a Natale a Beverly Hills. Poi un altro ministro, Ignazio La Russa, rivelerà che Aurelio De Laurentiis gli propose un cameo «con insistenza» in un suo CP non identificato, ma lui «naturalmente» rifiutò.

Allora forse la lettura giusta è un’altra. Non è che CDS e la sua banda hanno fatto i sociologi, fini o meno fini, in questi anni. È che forse la realtà, disperata, è diventata cinepanettonica. L’illuminazione arriva leggendo l’ultimo libro di Filippo Ceccarelli, Come un gufo tra le rovine (Feltrinelli) in cui il giornalista di Repubblica semplicemente “monta” insieme come in un Satyricon ugualmente sbrindellato dichiarazioni e uscite dei politici proprio a partire dal caso La Russa. Da quel “naturalmente” molto sospetto. «Naturalmente un corno» scrive Ceccarelli. «L’ipotesi di studio su cui mi sto perigliosamente esercitando è che, dopo le drammatiche narrazioni collettive dello scorso secolo, la politica italiana si stia trasformando in un cinepanettone». «Ma che non lo vedi Bondi, il ministro» fa CDS accompagnandoci alla porta. «Quello è uguale a Boldi. Separati alla nascita».

L'articolo Natale a casa De Sica proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/feed/ 0