Gian Maria Tosatti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gian-maria-tosatti/ un blog di approfondimento culturale Fri, 20 Nov 2015 17:18:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gian Maria Tosatti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gian-maria-tosatti/ 32 32 Paesaggio italiano, oggi https://minimaetmoralia.it/arte/paesaggio-italiano-oggi/ https://minimaetmoralia.it/arte/paesaggio-italiano-oggi/#comments Thu, 19 Nov 2015 16:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29112   Questo pezzo è uscito, in forma leggermente diversa, su “Artribune”. (Immagine: Luigi Ghirri, Reggio Emilia, 1973) Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. (…) Giacomo Leoparti, La sera del dì di festa (1819-’21) Una […]

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Luigi Ghirri Reggio Emilia (1973) 

Questo pezzo è uscito, in forma leggermente diversa, su “Artribune”. (Immagine: Luigi Ghirri, Reggio Emilia, 1973)

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. (…)

Giacomo Leoparti, La sera del dì di festa (1819-’21)

Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taranto a Bari, e a quell’ora era di solito deserta.

Nicola Lagioia, La ferocia (2014)

Recensendo il libro di Anna Ottavi Cavina, Terre senz’ombra. L’Italia dipinta, pubblicato da Adelphi nella collana Imago, Tomaso Montanari conclude così: “Ma ‘esiste ancora l’Italia?’ (…) Da molti decenni, e con pochissime eccezioni (una è Tullio Pericoli), gli artisti non ci prestano più i loro occhi e le loro mani per vedere e sentire il paesaggio italiano”.

Sì, l’Italia esiste ancora. Partendo anche solo dall’immediato ‘post-neorealismo’ (la fase in cui, significativamente, si arrestava un testo imprescindibile e attualissimo come La percezione visiva dell’Italia e degli Italiani di Federico Zeri), da molti decenni la rappresentazione artistica del paesaggio italiano sembra certamente mutata e trasformata, ma non così impoverita.

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Senza pretese di esaustività, il punto di partenza dopo la fondamentale ricostruzione dello sguardo portata avanti dal Neorealismo è inevitabilmente – accanto al Pasolini delle “borgate”, dell’invenzione mentale della periferia e dell’“umile Italia” – Michelangelo Antonioni. L’eclisse (1962) come tutti sanno fa parte della ‘tetralogia dell’incomunicabilità’, dopo L’avventura (1960) e La notte (1961) e prima del Deserto rosso (1964). Come dimostra l’intero svolgimento del film, e in particolare la straordinaria sequenza dei sette minuti finali, gli elementi del paesaggio urbano – edifici, piante, strade, oggetti, luci – sono perfettamente equivalenti ai personaggi umani, e addirittura intercambiabili con essi.

Questo aspetto fondamentale, se da una parte accentua la sensazione di straniamento e di alienazione, dall’altra fa avanzare radicalmente l’indagine sulla realtà avviata dal Neorealismo, di cui lo stesso Antonioni era stato uno dei discepoli ed esponenti: l’esplorazione del mondo esteriore cede il passo a, e si integra con, l’analisi lucida di quello interiore. Lo spazio della città – con richiami precisi, puntuali e aggiornati alla pittura metafisica, che proprio a Ferrara, luogo di nascita del regista, aveva trovato la sua piena espressione – si trova al centro di questa scoperta e ricostruzione dell’identità. Questo processo viene portato alle estreme conseguenze dal film successivo.

Ravenna e il territorio circostante, metà degli anni Sessanta: Giuliana è sposata con un ricco e indifferente industriale, e conosce Corrado, in procinto di salvare la fabbrica del padre; il contesto è quello dell’Italia del boom, una pianura padana costellata di strutture industriali e macchine che compongono un ambiente nuovissimo e alieno. Un ambiente che Giuliana – traumatizzata da un incidente automobilistico non grave – percepisce e vive come ostile: i colori sono la funzione e lo strumento di questo progressivo scollegamento da una realtà irriconoscibile. L’unico rifugio per la protagonista è rappresentato dalla natura metafisica dell’ambiente urbano e naturale e della relazione umana, tangibili e materiali.

Nel decennio successivo Luigi Ghirri si impone per la rappresentazione del paesaggio urbano, naturale, culturale dell’Italia. Il suo sguardo ridefinisce, da solo, l’immagine del nostro Paese, cogliendone lati nascosti e inediti. Nelle sue fotografie l’aspetto concettuale e il realismo si intrecciano e si fondono, aggiornando ancora una volta la lezione della metafisica dechirichiana. Parallelamente, Gabriele Basilico con le sue fotografie di gasometri, periferie e fabbriche milanesi (Sironi) ha allargato l’immaginario culturale della città nazionale; il suo sguardo si è presto ampliato a dismisura, fino a comprendere le città mutate e trasformate dalla guerra (Beirut) o dalla globalizzazione, tra cui questa dedicata a San Francisco. Sempre indagando i lati e gli aspetti meno conosciuti, meno ovvii, i margini e le periferie.

Sempre in ambito fotografico, Olivo Barbieri inizia a dare corpo – a partire dai suoi straordinari Flippers (1978, qui un esempio) – al suo ambizioso progetto di raccontare attraverso lo strumento della fotografia le trasformazioni fisiche e sociali che investono l’ecosistema dell’Italia, nei suoi molteplici livelli e dimensioni.

Gli anni Ottanta sono segnati da un evento che trasformerà in profondità l’immagine dell’Italia: la mostra Viaggio in Italia (1984), curata da Ghirri, Gianni Leone e Enzo Velati presso la Pinacoteca Provinciale di Bari. Le 300 fotografie esposte sono il racconto di un Paese che è del tutto fuoriuscito dalla versione oleografica del Belpaese: margini, luoghi abbandonati e deserti, spazi liminali. È una percezione rivoluzionaria, il cui impatto ancora oggi – forse, soprattutto oggi – dura e si riverbera.

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Anche la riflessione sul paesaggio, oggi, implica necessariamente un’indagine della sua dimensione sociale e politica. L’Italia non è semplicemente un luogo geografico, ma anche e soprattutto – come sempre, del resto – uno spazio mentale. E come tale gli artisti migliori delle ultimi decenni lo stanno impiegando, descrivendo, usando.

Il paesaggio italiano è spettrale, degradato, sfuggente, inafferrabile, evanescente, inabitabile: ma proprio per questo, interessante. Come con il neorealismo, anche in questi anni il cinema rivela aspetti in gran parte inediti. Si pensi solo al Matteo Garrone di Gomorra (2008) e del sottovalutato Reality (2012: finora, il suo capolavoro). Nella trasposizione cinematografica libro di Roberto Saviano, lo spazio urbano delle “Vele” di Scampia assume un ruolo ancora più centrale che nel testo: la qualità distopica e concentrazionaria di questi vicoli sopraelevati, di questi cunicoli, di questi cubi sovrapposti e di questi anfratti è ciò che dà il tono e la temperatura all’intera narrazione. Garrone rappresenta le geometrie del complesso abitativo progettato dall’architetto Franz Di Salvo e costruito tra il 1962 e il 1975 con la gelida precisione mutuata proprio da Antonioni.

Con le sue Sette Stagioni dello Spirito, Gian Maria Tosatti sta combinando un romanzo di formazione collettivo con lo scavo nel paesaggio urbano di Napoli e nelle sue stratificazioni: la storia recente della nazione si condensa in questi ambienti abbandonati e trasformati. Delle precedenti puntate abbiamo parlato qui e qui. In 4_Ritorno a casa e 5_I fondamenti della luce Tosatti configura il suo personale Purgatorio: un luogo in cui “l’uomo scopre chi e che cosa è”. La spiaggia (il complesso della Santissima Trinità delle Monache nel quartiere Montecalvario, ex ospedale militare) e la montagna (l’ex reclusorio femminile di Santa Maria della Fede, in seguito ospedale per le prostitute) di Dante si condensano qui in una forma molto specifica di desolazione e di rinascita; delineano modi di conquistare una salvezza insieme individuale e collettiva.

Nel primo caso, l’esperienza è quella di una dolorosa e allucinata dilatazione temporale, che sembra quasi annullare lo sforzo di questa conquista mentre in realtà lo sedimenta, lo fa maturare; nel secondo, l’ascensione riesce per un attimo a sconfiggere la natura concentrazionaria dello spazio di ieri e di oggi: fino alla misteriosa parete dorata, una “porta della percezione” che annuncia e prefigura il Paradiso. In questi casi, il paesaggio italiano contemporaneo si fa completamente interiore integrandosi in modo organico con luoghi che incarnano i traumi di una città e di un Paese intero. La “ricostruzione di uno sguardo” alla base di Viaggio in Italia vive ancora in operazioni di questo tipo, e lo fa in modo non nostalgico né archeologico.

Così come è viva nella ricerca Atlas Italiae di Silvia Camporesi, compendio fotografico delle ghost town e degli edifici storici abbandonati nel posto ancora conosciuto come “il Belpaese”. Il procedimento tecnico suggerisce una chiave per avvicinarsi a queste immagini: la colorazione a mano sulla foto in bianco e nero riesce a trasferire lo spazio rappresentato, e lo spettatore con esso, in una dimensione ulteriore, ultrareale, fantasmatica. A conferirgli un’identità che è simile a quella originaria, ma che al tempo stesso se ne discosta in maniera sottilmente perturbante.

Infine, un “eretico” come Antonio De Pascale, che lavora ostinatamente per dimostrare come la pittura possa svolgere, ancora oggi, una funzione di critica radicale della realtà esistente. Come la pittura cioè, nella gloria della sua inattualità, se orientata nel modo giusto sia in grado di comprendere e di rendere leggibile la natura profonda del presente italiano, così come lo stiamo (ri)conoscendo. Il trompe-l’oeil “compete” direttamente con il paesaggio mediatico, con la seconda natura del flusso informativo – disperso, disgregato. Dalle sue tele “esondano” i disastri e le tragedie dell’Italia negli ultimi anni: queste opere hanno a che fare con con presenze ingombranti, con eventi drammatici che interpellano noi, la nostra coscienza, la nostra responsabilità. Rappresentazioni e scenari post-apocalittici, tremendi e infernali, che pure fanno parte della quotidianità del nostro Paese.

D’altra parte, negli ultimi anni qualche anno, ormai, una parte cospicua produzione culturale italiana – visiva e letteraria – si concentra sulle rovine contemporanee e sui luoghi desolati che costellano l’Italia (tra gli esempi più recenti: La ferocia di Nicola Lagioia e Effetto Domino del padovano Romolo Bugaro). È come se artisti, scrittori, studiosi percepissero un’affezione, un legame stretto e intimo tra l’atmosfera di questi luoghi e l’atmosfera del nostro spazio interno: assistiamo così alla raffigurazione e alla materializzazione del mood generale, del clima psichico che caratterizza profondamente la nostra società.

Così, l’Italia esiste ancora: disperatamente, residualmente, spettralmente, ma esiste.

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Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito: Lucifero https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gian-maria-tosatti-sette-stagioni-dello-spirito-lucifero/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/gian-maria-tosatti-sette-stagioni-dello-spirito-lucifero/#comments Wed, 17 Jun 2015 16:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27367 Questo pezzo è uscito su Artribune. Poi venne un tratto di terra brulla, un tempo bosco, Quindi uno stagno, pareva, diventato terriccio, Disperato e informe (così un pazzo si diverte, Fa una cosa e la distrugge, finché il suo umore Cambia e se ne va!); in pochi metri – Pantano, fango e pietrisco, sabbia e […]

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lucifero
Questo pezzo è uscito su Artribune.

Poi venne un tratto di terra brulla, un tempo bosco,
Quindi uno stagno, pareva, diventato terriccio,
Disperato e informe (così un pazzo si diverte,
Fa una cosa e la distrugge, finché il suo umore
Cambia e se ne va!); in pochi metri –
Pantano, fango e pietrisco, sabbia e desolazione.
Robert Browning,
Childe Roland to the Dark Tower Came (1855)

Per questa terza puntata delle sue Sette Stagioni dello Spirito, allestita presso gli ex-Magazzini Generali del porto di Napoli che ricorda da vicino gli ambienti della seconda stagione di The Wire, Gian Maria Tosatti si confronta con la figura, l’immagine, il simbolo e la mitografia di Lucifero. Mentre il primo ambiente, al piano terra, funziona da collegamento e connessione con la seconda tappa (Estate, presso l’ex-Anagrafe Comunale in piazza Dante: le radiografie, i documenti, le testimonianze individuali…), il primo e il secondo piano, immensi spazi che coprono insieme una superficie di 6000 metri quadrati – “basiliche”, le definisce a ragione l’artista: ma basiliche scarnificate, consunte, minacciose – ci immettono in un mondo a parte, in una dimensione diversa rispetto al fuori e al resto della città presente.

Al primo piano, la fatica nel percorrere le dune sabbiose e nell’attraversare la distesa corrisponde a un’intenzione precisa: siamo nel deserto, un deserto insieme materiale e immateriale, fisico e spirituale. A sinistra, un soggiorno scarno, nudo, essenziale, povero, un soggiorno in cui l’acqua bolle nella pentola sul fuoco e il televisore trasmette un vecchio film degli anni Quaranta. E tutto è qui come altrove – più avanti, vecchie latte di olio di oliva e sacchi di caffè accatastati sono consunti da un accumulo di tempo impossibile – anni Quaranta, immerso in uno strano neorealismo spettrale privo di presenze umane, di figure. In cui tutto è ex-, e anche la vita è una ex-vita. Come ricorda Anna Maria Ortese a proposito dei suoi primi racconti: “Per questa ragazzetta, votata istintivamente a contemplare, meditare, apprendere emozioni sempre più rare e isolate – in questo mondo già spazzato dalla guerra e dove la prima civiltà Sette-Ottocento non era più, e una nuova civiltà molto sinistra veniva avanti -, non era davvero più posto. E la disperazione, prima che nello spirito narrativo, era nei suoi soggetti di intrattenimento – graziosi spiriti, fanciulli isolati, Dio stesso, sotto aspetto di un bel giovane senza molta vita -, e nei luoghi – atemporali, strade poco illuminate, giardini abbandonati, carceri, deserti. Come in De Chirico, che conobbi solo dopo queste scoperte, e nei surrealisti francesi, il mondo non era affatto più abitato, e tutto l’uomo era già memoria e rimpianto. E tutto, proprio tutto il tempo vivibile, nei miei bizzarri racconti, era cosa passata – sebbene presente – vista da fuori, e viverlo non sarebbe stato dato più” (“Dove il tempo è un altro”, in Corpo celeste, Adelphi 1997, pp. 73-74).

Lucifero canta questa “nuova civiltà molto sinistra” che non solo è venuta avanti, ma si è pienamente realizzata – derealizzando tutti il resto, persone cose pensieri cultura. In alto, tra i pilastri, campeggiano in oro le tre frasi pronunciate da Satana nelle Sacre Scritture: “Scit enim deus quod in quocumque die comederitis ex eo aperientur oculi vestri et eritis sicut Deus scientes bonum et malum” (Genesi 3.5); “IN CAELUM CONSCENDAM, SUPER ASTRA DEI EXALTABO SOLIUM MEUM SEDEBO IN MONTE CONVENTUS IN LATERIBUS AQUILONIS ASCENDAM SUPER ALTITUDINEM NUBIUM, SIMILIS ERO ALTISSIMO” (Is 14.12-14); “Haec tibi omnia dabo si cadens adoraveris me” (Matteo 4.9). Il linguaggio, che colloca Lucifero in situazioni specifiche, in spazio-tempo determinato, è anche la sua gabbia, il suo carcere, il suo limite: è dentro il linguaggio che Lucifero rimane intrappolato, deciso, condannato.

Non a caso, Harold Bloom nel suo straordinario saggio L’angoscia dell’influenza (The Anxiety of Influence, 1973), riconosceva proprio nel Satana di John Milton l’archetipo del poeta moderno: “Perché chiamo Satana poeta moderno? Perché egli simboleggia in modo gigantesco un malessere che sta al fondo di Milton e di Pope… (…) La poesia moderna ha inizio in due dichiarazioni di Satana: ‘Non conosciamo nessun tempo in cui non eravamo come adesso’ e ‘Operando o soffrendo, essere deboli è indegno’. Vediamo di adottare la sequenza stessa di Milton nel poema. La poesia comincia con la nostra consapevolezza, non di una Caduta, ma che stiamo cadendo. Il poeta è l’uomo che viene scelto, e la sua coscienza di essere eletto gli è una sorta di maledizione; come si diceva, non ‘Sono un uomo caduto’, ma ‘Sono Uomo, e sto cadendo’ – o meglio, ‘Ero Dio, ero Uomo (per il poeta essi costituiscono la stessa cosa), e sto cadendo da me stesso’. Quando tale coscienza di sé ha raggiunto un apice assoluto, allora il poeta precipita nell’Inferno, o meglio, cade in fondo all’abisso, dall’impatto col quale crea l’Inferno” (L’angoscia dell’influenza, Abscondita 2014, pp. 29-30).

Il Lucifero di Tosatti non viene scagliato da Dio “in fondo all’abisso”, nel lago ghiacciato: ma al secondo piano dell’opera – introdotto da teche spoglie che racchiudono uccelli morti, i suoi fratelli angelici che l’hanno aiutato nella ribellione fallita – viene depositato in una cameretta dorata. Essendo, come i suoi compagni, un bambino difficile, problematico, che ha fatto il male credendo sinceramente di fare il bene, viene messo in punizione: costretto dunque a scrivere e riscrivere come Bart Simpson su un quadernetto il monologo di Dio tratto da libro di Giobbe, a fare l’Aerosol per riprendersi dai traumi e dalle ferite della battaglia, con un libro di Jules Verne come unica consolazione per l’eternità. Una figura tremenda nella sua tenerezza, nella sua fragilità, nella sua immedicabile solitudine.

Anche Tosatti, come ogni poeta e artista forte, sta elaborando la sua personale “angoscia dell’influenza”, confrontandosi con i suoi predecessori e gli ‘artisti forti’ di altre epoche, di altri secoli: nella fattispecie, direi, Dante, Michelangelo, De Chirico. Ciò che lo spettatore prova, irretito da questa esperienza, da questo apparato, da questo dispositivo, è infatti: serena, misurata, pacata tristezza. (Qualcosa di simile, per dire, a ciò che proviamo entrando nella Sagrestia Nuova di Michelangelo.) E, a mio parere, non c’è quasi nulla di così italiano – maestosa proprio perché inafferrabile, struggente proprio perché equilibrata – come questo tipo di tristezza artistica. Così promettente e al tempo stesso così diversa (anche difficile, per carità: ma dove sta scritto che le opere d’arte debbano essere facili?) rispetto al rumore bianco che ci circonda: “Oggi si dà alla parola diverso una dimensione fisica o psichica limitata alla sfera affettiva, personale. I veri diversi, per mia esperienza, sono altri, e sono di sempre: sono i cercatori d’identità, propria e collettiva, e nazionale, e d’anima. Coloro che videro il cielo, che mai lo dimenticarono, che parlarono al disopra dell’emozione, dove l’anima è calma. Che non credono, o credono poco, ai partiti, le classi, i confini, le barriere, le fazioni, le armi, le guerre. Che nel denaro non hanno posto alcuna parte dell’anima, e quindi sono incomprabili. Quelli che vedono il dolore, l’abuso; vedono la bontà o l’iniquità, dovunque siano, e sentono come dovere il parlarne. I cercatori di silenzio, di spazio, di notte, che è intorno al mondo, di luce, che è intorno al cuore” (A. M. Ortese, Attraversando un paese sconosciuto, in op. cit., pp. 30-31).

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Retorica della ripartenza e immaginazione del tempo nuovo https://minimaetmoralia.it/arte/retorica-della-ripartenza-e-immaginazione-del-tempo-nuovo/ https://minimaetmoralia.it/arte/retorica-della-ripartenza-e-immaginazione-del-tempo-nuovo/#comments Thu, 06 Nov 2014 14:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24070 Questo articolo è apparso, con il titolo redazionale Ripartenza e tempo nuovo. Gian Maria Tosatti e Antonio Gramsci, su Artribune. (Immagine: Gian Maria Tosatti, My dreams they'll never surrender)
All’identità storica e culturale dell’Italia fascista, che si supponeva (e si suppone) monolitica, si contrapposero diversi punti di vista narrativi sulla realtà italiana così come essa si era andata costruendo nel passato recente e come si stava sviluppando nel presente.

A loro volta, questi punti di vista furono in grado di generare racconti differenti del Paese, gli autentici punti di origine del futuro immediato: oltre a quelli elaborati dagli intellettuali esiliati (“Giustizia e Libertà”, “Lo Stato operaio”), soprattutto quello elaborato in carcere da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni che, composti tra 1929 e 1935 (l’autore muore nel 1937), videro la luce solo fra 1947 e 1951. In Gramsci c’è “un costante assillo di partire dall’esperienza di una grande sconfitta per cercarne le ragioni, per scoprire le insufficienze di uno schema di rappresentazione della realtà rivelatosi inadeguato, per congetturarne i mutamenti di posizione necessari”(P. Spriano, Introduzione a A. Gramsci, Scritti politici, Roma 1967, p. XXXVIII).

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Gian Maria Tosatti My dreams they'll never surrender (2014) Castel Sant'Elmo Napoli_veduta dell'installazione

Questo articolo è apparso, con il titolo redazionale Ripartenza e tempo nuovo. Gian Maria Tosatti e Antonio Gramsci, su Artribune. (Immagine: Gian Maria Tosatti, My dreams they’ll never surrender)

La ricerca (…) è di storia della cultura e non di storia  letteraria, meglio di storia letteraria in quanto parte e aspetto di una più vasta storia della cultura.

Antonio Gramsci, Letteratura e vita nazionale

All’identità storica e culturale dell’Italia fascista, che si supponeva (e si suppone) monolitica, si contrapposero diversi punti di vista narrativi sulla realtà italiana così come essa si era andata costruendo nel passato recente e come si stava sviluppando nel presente.

A loro volta, questi punti di vista furono in grado di generare racconti differenti del Paese, gli autentici punti di origine del futuro immediato: oltre a quelli elaborati dagli intellettuali esiliati (“Giustizia e Libertà”, “Lo Stato operaio”), soprattutto quello elaborato in carcere da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni che, composti tra 1929 e 1935 (l’autore muore nel 1937), videro la luce solo fra 1947 e 1951. In Gramsci c’è “un costante assillo di partire dall’esperienza di una grande sconfitta per cercarne le ragioni, per scoprire le insufficienze di uno schema di rappresentazione della realtà rivelatosi inadeguato, per congetturarne i mutamenti di posizione necessari”(P. Spriano, Introduzione a A. Gramsci, Scritti politici, Roma 1967, p. XXXVIII).

I Quaderni dunque si dispongono a un’immane operazione intellettuale: filtrare una quantità sterminata di materiali culturali elaborati dall’Italia postunitaria e borghese, alla ricerca delle radici del presente e delle ragioni profonde di questa sconfitta. Che, insieme al luogo fisico e mentale in cui essa viene elaborata – il carcere: lo spazio e il tempo della prigionia – diventano i generatori di un nuovo, inedito punto di vista sulla realtà italiana. Al monolite distopico del totalitarismo realizzato, il “cervello a cui per vent’anni bisogna impedire di funzionare” (la frase fu pronunciata dal pubblico ministero Michele Isgrò durante la requisitoria finale del processo contro Gramsci, nel 1928) è in grado, da solo, di opporre un intero mondo immaginario e culturale perfettamente coerente, fatto di narrazioni intrecciate tra loro in maniera articolatissima, di temi attuali e soprattutto di un punto di vista: di uno sguardo.

Ancora oggi – forse più che negli anni Trenta e Cinquanta – si tratta di far funzionare il cervello, e i cervelli. Si tratta di attivare processi mentali, immaginativi, creativi che sono stati troppo a lungo sopiti, sedati. Per vent’anni, ancora.

Come si immagina un tempo nuovo per la nazione. Immaginazione sotterranea, che sotterraneamente scorre rispetto all’attuale retorica della ripartenza.

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E allora, un’opera nuova parte dalle premesse delle altre opere che la circondano e che occupano il suo tempo e il suo spazio, e le modifica: come afferma Frank Underwood, “se non ti piace come sono disposte le carte sul tavolo, ribalta il tavolo”. My dreams, they’ll never surrender (2014) di Gian Maria Tosatti a tutta prima si presenta come un’opera ambientale con forti richiami, da una parte all’estetica poverista anni Sessanta-Settanta, dall’altra a un modello specifico – il leggendario The Weather Project (2003) di Olafur Eliasson alla Tate Modern di Londra. Da questi riferimenti, però, l’opera di Tosatti si discosta in maniera decisa e percettibilissima: oltre al forte impatto emotivo e visivo con questo ambiente, oltre all’umile sole di latta che riverbera la luce artificiale del faro e al desolato, commovente campo di grano, c’è tutto quello che non si vede e che sostanzia questo lavoro.

My dreams,… ha vinto il concorso per l’opera permanente a Castel Sant’Elmo: ciò vuol dire che non solo essa rimarrà, occupando quello spazio attraverso il tempo, ma che riflette nel suo stesso funzionamento interno su quello che realmente rappresenta e vuol dire questa “occupazione” (fisica, mentale, artistica). L’enorme cisterna è l’unico luogo dove non arriva – non è arrivato e non arriverà – nemmeno un raggio di sole: è la prigione, lo spazio concentrazionario per eccellenza. La chiusura di ogni orizzonte e di ogni opportunità– qualcosa con cui in Italia, nell’ultimo decennio in special modo, abbiamo singolarmente familiarizzato.

È esattamente questa chiusura che può generare, nelle condizioni giuste, una nuova visione e un nuovo progetto: l’immaginazione del tempo nuovo.

L’opera avrebbe potuto essere realizzata in un qualunque materiale indistruttibile, non deperibile: e sarebbe allora ricaduta quasi certamente nel terreno della retorica e dell’autocelebrazione, dando corpo e visione a un’immagine del Paese che si discosta dal suo presente; a una rappresentazione culturale che, come quasi sempre avviene, consola e assolve invece di incidere il tessuto della realtà. Queste centomilaspighe di grano, invece, marciranno negli anni a meno che qualcuno non decida di “aver cura”: e se nessuno si preoccuperà di tenere vivo questo lavoro, la sua “morte” non sarà una vera scomparsa, ma una forma più sottile e inquietante di vita. Una non-vita. L’esatta percezione, la rappresentazione fedele di quello che stiamo diventando; non solo di come una comunità nazionale esperisce e vive il proprio rapporto con l’arte e con la cultura, ma di come negli ultimi anni siamo scivolati e stiamo ancora scivolando in una dimensione estranea e sconosciuta di esistenza.

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