Gian Paolo Ormezzano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gian-paolo-ormezzano/ un blog di approfondimento culturale Mon, 12 Oct 2015 08:40:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gian Paolo Ormezzano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gian-paolo-ormezzano/ 32 32 Gianni Brera, il padano globale https://minimaetmoralia.it/estratti/brera-ormezzano/ https://minimaetmoralia.it/estratti/brera-ormezzano/#respond Mon, 12 Oct 2015 06:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28719 Da qualche giorno è in libreria "I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva" (66thand2nd), di Gian Paolo Ormezzano. Il libro contiene brevi ritratti di alcune tra le più illustri firme del giornalismo sportivo, da Sandro Ciotti a Candido Cannavò, fino a Mario Sconcerti e Gianni Mura. Pubblichiamo qui la voce dedicata a Gianni Brera, ringraziando l'editore.

di Gian Paolo Ormezzano

Non aveva mai stimato Bearzot, ovviamente. E adesso quel commissario tecnico gli aveva vinto un Mundial, quello dell’82. Tornavo con lui, Gianni Brera, dalla Spagna. Volo Madrid-Linate, non è ancora tempo di Schengen: c’è la frontiera, dove ci aspetta un doganiere in borghese, riconoscibile dal cartellino al collo. Gianni e io stiamo procedendo affiancati e parliamo ovviamente di vini, unico territorio di conversazione nel quale lui ammetteva una leggerissima superiorità dei piemontesi (Langhe, Monferrato, Astigiano) sui lombardi (vigneti delle sue sublimi colline pavesi). Il doganiere lo riconosce e gli getta le braccia al collo urlando: «Gianni, siamo forti!». Lui lo scosta, lo guarda gelido, gli dice: «Dietro i forti vanno a cagare i soldati». Il doganiere si ritrae di botto, come fulminato, noi due procediamo. Imbarazzatissimo gli dico: «Quel poveretto aspettava da anni di incontrarti, gli è accaduto all’indomani di un fatto che ha reso felici tutti gli italiani, e tu lo tratti in quel modo?». Replica lo stesso guardo di pochi istanti prima e dice: «Se la pensi così, ti mando a fare in culo con lui».

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Da qualche giorno è in libreria “I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva” (66thand2nd), di Gian Paolo Ormezzano. Il libro contiene brevi ritratti di alcune tra le più illustri firme del giornalismo sportivo, da Sandro Ciotti a Candido Cannavò, fino a Mario Sconcerti e Gianni Mura. Pubblichiamo qui la voce dedicata a Gianni Brera, ringraziando l’editore.

di Gian Paolo Ormezzano

Non aveva mai stimato Bearzot, ovviamente. E adesso quel commissario tecnico gli aveva vinto un Mundial, quello dell’82. Tornavo con lui, Gianni Brera, dalla Spagna. Volo Madrid-Linate, non è ancora tempo di Schengen: c’è la frontiera, dove ci aspetta un doganiere in borghese, riconoscibile dal cartellino al collo. Gianni e io stiamo procedendo affiancati e parliamo ovviamente di vini, unico territorio di conversazione nel quale lui ammetteva una leggerissima superiorità dei piemontesi (Langhe, Monferrato, Astigiano) sui lombardi (vigneti delle sue sublimi colline pavesi). Il doganiere lo riconosce e gli getta le braccia al collo urlando: «Gianni, siamo forti!». Lui lo scosta, lo guarda gelido, gli dice: «Dietro i forti vanno a cagare i soldati». Il doganiere si ritrae di botto, come fulminato, noi due procediamo. Imbarazzatissimo gli dico: «Quel poveretto aspettava da anni di incontrarti, gli è accaduto all’indomani di un fatto che ha reso felici tutti gli italiani, e tu lo tratti in quel modo?». Replica lo stesso guardo di pochi istanti prima e dice: «Se la pensi così, ti mando a fare in culo con lui».

Gianni Brera, oltreché un grande studioso dello sport è stato l’inventore dell’erotismo sportivo, giornalisticamente sino a lui oggetto di amore e basta. Ho già scritto e qui ribadisco che darei molto della mia vicenduola giornalistica per avere scritto cinque righe come le sue. L’episodio che ho ricordato in apertura non deve far pensare che fosse una persona insensibile e ne ho la prova. Da piccolino il mio terzo figlio aveva avuto un brutto incidente domestico, perdendo due falangi delle dita di una mano negli ingranaggi della cyclette e da allora Gianni non ha mai lasciato passare uno scambio di saluti, per quanto rapido, senza domandarmi sue notizie.

Quando al Tour de France il grande Mario Fossati annunciava Brera in arrivo, sapevo che per me c’era posto alla tavola dove Gianni consumava la sua prima cena in terra gallica, spiegandoci che in qualsiasi bettola della Bassa lombarda si mangiava meglio che nel più celebre ristorante di Francia. Alla fine bevevamo cognac preceduto da una sorsata d’acqua, così lui ci ordinava. Lui che era stato corrispondente della «Gazzetta dello Sport» a Parigi, che parlava bene il francese, che aveva succhiato il meglio della Ville Lumière senza però cedere a nessunissima sottomissione da provinciale. Ribadiva che il ragù d’oca della sua Bassa era il miglior cibo del mondo, altro che quello degli chef stellati dei grandi ristoranti d’Oltralpe.

Aveva studiato sport, davvero e seriamente, cominciando dall’atletica. Non c’era discussione in cui non sostenesse la sua tesi sul filtro delle razze. Un giorno gli dissi che mi rifiutavo di credere che un tal centravanti avesse sbagliato un gol fatto perché di origini lucane e venni trattato malissimo. Tuttavia giurava di non essere per questo razzista, ed era troppo intelligente per esserlo davvero. Era casomai uno studioso delle razze, di cui sottolineava le differenze e riconosceva l’importanza, a patto che non si mettesse in discussione la superiorità di quella padana. Il fatto che io avessi dato non pochi esami della mia inutile avanzata verso una laurea in Giurisprudenza all’università di Pavia mi aveva giovato per avere accesso privilegiato alle sue disquisizioni.

Naturalmente era stato lui a convincermi a lasciare Torino, dove avevo professori secondo me ostili che si ostinavano a pretendere che studiassi anziché lavorare, trasferendomi a Pavia, dove lui conosceva tutti e soprattutto dove potevo mangiare le rane in riva al Ticino e addirittura passare la notte prima dell’esame in uno dei due più celebri casini della città, Grotta Azzurra o Villino Novecento, per tradizione goliardica aperti la notte (senza la presenza delle loro signorine, però) agli studenti «di fuori», affinché potessero sonnecchiare sui divani.

Brera era perfettamente al corrente del fatto che scrivere di sport era in fondo una limitazione, per uno come lui. E se ne compiaceva. Possedeva esperienza internazionale; sapeva addentrarsi nei meandri della lingua italiana a cui contribuiva sfornando continui neologismi; conosceva, oltre al francese, pure il tedesco e l’inglese; fumava scenograficamente bene la pipa. Però non accettava che gli si dicesse che in fondo era sciupato a stare nella tribuna stampa degli stadi. Affermava che scrivendo di sport si può scrivere di tutto, sia perché ci si allena al lavoro veloce dei reportage, stando «sul pezzo», sia e soprattutto perché lo sport ha molte sfaccettature che rispecchiano il resto del mondo e della vita. Non stimava la letteratura contemporanea, tranne Umberto Eco, che era di Alessandria e quindi già bassaiolo.

Gianni Brera ha scritto libri bellissimi (e padanissimi) senza riferimento alcuno allo sport, ma giocava a far credere che li avesse scritti con la mano sinistra. Era molto serio quando in tribuna, prima del via di una partita di calcio, a voce alta annunciava chi avrebbe giocato da libero (allora il ruolo c’era), chi a centrocampo, chi sulla fascia. Più che probabilmente dentro di sé sghignazzava, vedendo che tutti prendevano appunti per uniformarsi al suo dire. Alla fine della sua grandiosa carriera, quando declinava fisicamente, gli stessi paggi che gli s’inchinavano pochi mesi prima presero a trattarlo malamente, fingendo di non sentire le sue domande. E questa è una delle cose più tristi e vili che abbia visto in una tribuna stampa.

Non credo che capisse di sport quanto lui diceva di capire, penso addirittura che a un certo punto avesse smesso di informarsi per arroccarsi sulle sue posizioni dogmatiche. Ma chi se ne frega? Era bravo, anzi bravissimo, anzi straordinario a scrivere, a raccontare. Noi vedevamo la partita con i nostri occhi poi però andavamo a leggere come l’aveva vista e la raccontava lui. In ogni caso, trattava lo sport sempre con maggiore competenza di tutti i suoi predecessori. Guadagnava molto e spendeva molto: era generoso. Un giorno gli dissi che poteva anche chiedere a ognuno di noi suoi colleghi una tangente sullo stipendio, cresciuto con la crescita di considerazione del giornalista sportivo avvenuta grazie a lui. Rispose che ero un pericoloso cretino ma credo stesse mentendo e avesse apprezzato.

Mi è morto di incidente stradale, non sono riuscito mai a dirgli quanto gli ero grato, e come gli avevo voluto bene: anche se ero del Toro e lui si diceva del Genoa ma tifava le milanesi, anche se amavo un villaggio (in paragone a Pavia e Milano) chiamato Torino e lui lo ascriveva alla mia pochezza provinciale (ma non bassaiola, ahimè), anche se non condividevo un’acca del suo modo di giudicare e classificare il calcio utilitaristicamente, prediligendo il difensivismo becero, anche se non stavo alla sua corte. Amava il paradosso e se lo palleggiava bene. Era ridicolo, anche per via dell’epa, quando simulava di dare calci al pallone o persino di mettersi in guardia per un match di boxe, ma lo sapeva e rideva di ei stesso prima che noi sorridessimo di lui. Giudicarlo è impossibile: si era già giudicato da solo, meglio e più severamente di quanto chiunque altro avrebbe potuto fare.

 

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I 70 anni di Eddy Merckx, il più forte di tutti i tempi https://minimaetmoralia.it/ritratti/i-70-anni-di-eddy-merckx-il-piu-forte-di-tutti-i-tempi/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/i-70-anni-di-eddy-merckx-il-piu-forte-di-tutti-i-tempi/#comments Thu, 18 Jun 2015 05:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27372 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (fonte immagine)

Ha vinto tante corse, ha sconfitto tanti pregiudizi, ha obbligato e continua ad obbligare esperti e tifosi al solito vecchio esercizio: più grande Coppi o Merckx? Per uscire intatti dal ginepraio, la risposta esatta è: "Coppi il più grande, Merckx il più forte". La paternità della frase è attribuita a Jacques Goddet, Bruno Raschi e Gian Paolo Ormezzano. Non so chi sia stato il primo ma posso sottoscriverla. Oppure affermare che, di tutti quelli che ho visto correre, Merckx è stato il più grande e il più forte (poi, Hinault). La grandezza non si misura solo sulle vittorie, altrimenti con Merckx non ci sarebbe sfida. Si misura anche sul valore degli avversari, e Coppi ne ha avuti, tanti e forti. Anche Merckx, però.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (fonte immagine)

Ha vinto tante corse, ha sconfitto tanti pregiudizi, ha obbligato e continua ad obbligare esperti e tifosi al solito vecchio esercizio: più grande Coppi o Merckx? Per uscire intatti dal ginepraio, la risposta esatta è: “Coppi il più grande, Merckx il più forte”. La paternità della frase è attribuita a Jacques Goddet, Bruno Raschi e Gian Paolo Ormezzano. Non so chi sia stato il primo ma posso sottoscriverla. Oppure affermare che, di tutti quelli che ho visto correre, Merckx è stato il più grande e il più forte (poi, Hinault). La grandezza non si misura solo sulle vittorie, altrimenti con Merckx non ci sarebbe sfida. Si misura anche sul valore degli avversari, e Coppi ne ha avuti, tanti e forti. Anche Merckx, però.

Cominciò quando erano agli sgoccioli Anquetil, Van Steenbergen e Van Looy. Gli altri, mescolando velocisti, uomini da corse a tappe, cronomen:  Poulidor, Guimard, Thevenet, Ocana, Fuente, Jimenez, Agostinho, Gimondi, Adorni, Motta, Zilioli, Bitossi, Dancelli, Durante, Basso, Zandegù, Zoetemelk, Van Springel, Roger De Vlaeminck, Pingeon, Reybroeck, Godefroot, Leman, Janssen, Altig, Maertens, Ritter, Sercu, Bracke. Quasi una trentina, con una loro specializzazione. Quella di Merckx era di non averne. Andava forte su tutti i terreni. Si presentò a Sanremo, nel ’66. Aveva finito da un mese il servizio militare. Aveva già vinto un mondiale dilettanti, ma fu ugualmente una sorpresa. E per un po’ si pensò che l’eredità dei due grandi Rik era assicurata, ecco il nuovo dominatore delle classiche. Ma un belga forte davvero in salita si doveva ancora vederlo. Essendo belga, disse Brera, Merckx avebbe scontato una dieta povera di carboidrati. Neanche un po’, invece.

Dopo una breve stagione alla corte dei due Rik (che certamente non lasciavano spazio a un pivello) e due alla Peugeot, Eddy scelse l’Italia, le squadre italiane: tre anni con la Faema (poi Faemino), sei con la Molteni di Arcore. Vinse il Giro del ’68 con un’impresa sulle Tre Cime di Lavaredo, sotto la neve in maniche corte. In 12 km di salita aveva recuperato 9′ a sedici fuggitivi, tra cui Bitossi. Gli buttarono addosso una coperta di lana e lo scortarono al rifugio, dove si lavò in una tinozza d’acqua bollente. Lo so perché c’ero. Era un ciclismo così, quando faceva caldo i corridori mettevano una foglia di verza sotto il berrettino. “Non sono mai andato così forte in salita”, disse Merckx anni dopo.

C’ero anche nella camera numero 11 dell’hotel Excelsior di Albisola, quando Merckx in maglia rosa fu messo fuori corsa per doping. Mancavano solo i crisantemi fuori dalla porta, era tutta una processione a piccoli gruppi che Marino Vigna, col groppo in gola, filtrava sulla soglia. Prima le grandi firme, Zavoli con gli operatori del Processo alla tappa, poi gli altri alla spicciolata. Io entrai con un gruppetto della Scic (Armani, Paolini, Casalini), una pacca sulla spalla e via. Lui continuava a piangere come  un bambino che si ritrova col giocattolo rotto e quella mattina pensai: o è un attore più bravo di Marlon Brando o è davvero innocente e qualcuno gli ha messo qualcosa nella borraccia quando tutte le bici erano accatastate fuori dal duomo di Parma, e i corridori dentro, a  messa. Non ho cambiato idea, su quell’episodio in particolare.

So che in un’intervista a Philippe Brunel Merckx ha dichiarato che due giorni prima di Parma Rudi Altig gli si era presentato con una grossa borsa piena di soldi perché perdesse il Giro e lui gli aveva detto: “Non aprirla neanche, non voglio sapere quanto c’è dentro, io queste cose non le faccio e basta”. Ma aveva anche escluso che Gimondi fosse al corrente: “Felice è l’avversario più leale che ho incontrato”. Infatti si trovano ancora, almeno una volta all’anno, con le mogli. “Quando Felice si alza e dice buonanotte, non devo guardare l’orologio, so che è mezzanotte”.

Quel 1969 fu l’anno più buio (Savona e Blois) e più luminoso di Eddy. Aveva vinto la sua terza Sanremo, la Parigi-Nizza, il Fiandre con 5′ su Gimondi, la Lbl. Tornato ferito a Bruxelles (su aereo messo a disposizione dalla Casa reale) fu ammesso al Tour, mentre in Belgio si boicottavano i prodotti italiani e si sfiorò una crisi diplomatica. Dominò quel Tour da cima a fondo, conquistò la maglia gialla, quella della montagna, quella della classifica a punti e quella  della combinata, sei vittorie di tappa, 20 giorni in maglia gialla. Ed era il suo primo Tour. Goddet coniò “merckxismo” e la figlia di Christian Raymond, un corridore della Peugeot, “cannibale” (perché agli altri non lasciava neanche le briciole). Il soprannome gli è rimasto, e non gli piace, come non gli piaceva “l’orco di Tervuren”. Gli piaceva fumare una sigaretta con filtro quand’era rilassato (ero tra i fornitori), bere una pinta di birra con i compagni, dai quali esigeva il massimo. Nel periodo delle kermesses gli capitava di andare a letto molto tardi, poi si alzava che era una rosa e gli avversari stracci.

E nemmeno, come quasi tutti i ciclisti, arrivava da una famiglia povera. Jules e Jenny Merckx gestivano una drogheria nella periferia di Bruxelles. Eddy non aveva molta voglia di studiare. Faceva sport (corsa campestre, un po’ di pugilato), tifava per l’Anderlecht ma era solo discreto da calciatore, subito vincitore  da ciclista. A chi non c’era, dirò che Merckx andava forte in salita, in pianura e in discesa, che ha vinto anche un titolo belga di ciclocross, che ha battuto il record dell’ora, che ha vinto in pista 17 Sei Giorni. Gli chiesero: cos’è per te lo sport? “Vincere”, rispose.

Nel settembre del ’69 sulla pista di Blois il guidatore della sua moto fu investito, cadde e morì. Lui se la cavò con un trauma cranico e uno spostamento del bacino che in salita lo obbligava a una postura particolarmente dolorosa. “Ho pianto spesso per il male”. Ma resisteva bene alla fatica, non pativa né il caldo né il freddo. Era un ciclismo elementare e grandissimo. Bisogna avere una grande fantasia per vincere 7 volte la Sanremo. Ma, visto che oggi compie 70 anni, vorrei aggiungere che non era freddo né scostante, emanava luce da campione e calore umano, sapeva vincere, eccome, ma anche perdere. Un cardiologo piemontese, Giancarlo Lavezzaro, lo visitò ad Alba nel ’67 e gli riscontrò una miopatia ipertrofica non occlusiva, un cuore a rischio d’infarto. Oggi Merckx non otterrebbe la licenza per fare sport ad alto livello. Ipertrofia a parte, il cuore grande era molto generoso.

Pagato per dare spettacolo, fornito dalla natura di tutti i mezzi per darlo, di spettacolo ne ha dato davvero tanto, ogni anno da febbraio a ottobre, non come si usa adesso. Questo, con gli auguri per i 70 anni anni, va riconosciuto  a Edouard Louis Joseph Merckx. Con un grazie da ex suiveur che ha ancora un po di memoria.

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