Giancarlo Fusco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giancarlo-fusco/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 Aug 2014 21:33:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giancarlo Fusco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giancarlo-fusco/ 32 32 Tommaso Besozzi e il giornalismo che non c’è più https://minimaetmoralia.it/ritratti/tommaso-besozzi/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/tommaso-besozzi/#comments Fri, 15 Aug 2014 05:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22831 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

In un'epoca in cui i giornali sono in crisi e, per molti di essi, si affaccia lo spettro della chiusura, non è forse inutile volgere lo sguardo ai grandi esempi del passato, in particolare a quel giornalismo che negli anni quaranta e cinquanta, sui settimanali ancora di più che sui quotidiani, seppe raccontare un paese che usciva dalla dittatura e dalla guerra, innovando le sue forme e anticipando per certi versi lo stesso boom economico. Nel recentissimo meridiano Scrittori italiani di viaggio, a cura di Luca Clerici, sono raccolti molti di questi esempi e degli autori che hanno dato loro vita. Uno in particolare, tra gli autori antologizzati, merita di essere ricordato: Tommaso Besozzi, firma dell'“Europeo” fuori dagli schemi, scomparso esattamente cinquant'anni fa, nel 1964, e oggi pressoché dimenticato.

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In un’epoca in cui i giornali sono in crisi e, per molti di essi, si affaccia lo spettro della chiusura, non è forse inutile volgere lo sguardo ai grandi esempi del passato, in particolare a quel giornalismo che negli anni quaranta e cinquanta, sui settimanali ancora di più che sui quotidiani, seppe raccontare un paese che usciva dalla dittatura e dalla guerra, innovando le sue forme e anticipando per certi versi lo stesso boom economico. Nel recentissimo meridiano Scrittori italiani di viaggio, a cura di Luca Clerici, sono raccolti molti di questi esempi e degli autori che hanno dato loro vita. Uno in particolare, tra gli autori antologizzati, merita di essere ricordato: Tommaso Besozzi, firma dell’“Europeo” fuori dagli schemi, scomparso esattamente cinquant’anni fa, nel 1964, e oggi pressoché dimenticato.

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Quando Salvatore Giuliano fu assassinato il 5 luglio del 1950, la prima versione fornita nelle ore successive dai carabinieri, e subito accreditata dallo stesso ministro dell’interno Mario Scelba, sosteneva che il famigerato bandito di Montelepre fosse rimasto ucciso al termine di un conflitto a fuoco con gli uomini del reparto speciale per la repressione del banditismo tra le stradine di Castelvetrano. Ma la verità era un’altra: Giuliano fu ammazzato nel sonno dal cugino ed ex luogotenente Gaspare Pisciotta che aveva già “trattato” la sua eliminazione, dopo che la stessa mafia aveva voltato le spalle a quello strano intreccio di criminalità, banditismo, anticomunismo, separatismo isolano. È uno delle prime  pagine nere della Repubblica, strettamente intrecciata a quello che viene a ragione indicato come il primo grano del lungo rosario delle Stragi di Stato: la mattanza di Portella della Ginestra, quando il primo maggio del 1947, undici braccianti vennero falcidiati dai colpi sparati dallo stesso Giuliano e dai suoi uomini.

A svelare come erano andate realmente le cose fu Tommaso Besozzi sulla prima pagina del settimanale “L’Europeo”, in quello che rimane uno dei grandi reportage della nostra tradizione giornalistica.

Besozzi, che conosceva bene l’isola e il fenomeno del banditismo, si immerse per giorni nei paesi della Sicilia occidentale, tra le provincie di Trapani e Palermo. Visitò i posti dell’agguato, ascoltò gli abitanti di Castelvetrano che, tra mille reticenze, iniziavano a far emergere qualcosa. Parlò a lungo con coloro i quali erano accorsi per primi sul luogo dell’agguato, confrontò le foto scattate sul cadavere con la versione ufficiale. E la smontò pezzo per pezzo in un lungo articolo uscito il 16 luglio del 1950 con il titolo Di sicuro c’è solo che è morto.

Senza fare il nome di Pisciotta (verrà fatto sul numero successivo dell’“Europeo” in un  articolo di Nicola Adelfi), Besozzi scrisse subito come erano andate le cose. Le ricostruì al dettaglio, in un meticoloso lavoro di contro-inchiesta: “chiunque sia stato il traditore, entrò nella camera dove era nascosto Salvatore Giuliano, ma gli mancò il coraggio di svegliarlo e di condurlo fuori. Preferì sparargli a bruciapelo nel sonno. Poi, si sa: a nessuno poteva far piacere che si venisse a conoscere un così brutto episodio. Forse anche colui che ospitava il brigante era a parte del primitivo progetto, aveva aderito a facilitare la cattura e non si poteva ripagarlo lasciandogli in casa il cadavere (quel cadavere) fino al momento in cui sarebbero venuti il giudice, i fotografi, i becchini. Allora lo portarono nel cortile di via Mannone. Spararono. Il capitano andò a bussare alla porta e gridò che gli portassero acqua per un ferito, perché tutti sentissero che Giuliano non era morto ancora.”

Besozzi ricompone la messinscena, lasciando intendere di sapere molto di più. E tuttavia già quel che scrive produce un terremoto che investe carabinieri e governo. È  impossibile smentire l’articolo nei suoi dati essenziali: i colpi sono stati sparati a bruciapelo su un uomo in canottiera, inerme, che non ha fatto niente per difendersi.

In Besozzi, però, in questo come in altri articoli, non c’è per contrasto nessuna edulcorazione del bandito. Non cede mai alla mitologia dell’eversione antistatale che tanto aveva affascinato altri giornalisti (per la verità americani o nord-europei, più che italiani) e legge fin da subito la sua fine come il prodotto di una trasformazione dei rapporti di forza tra mafia, politica, banditismo: Giuliano era ormai divenuto “anacronistico” per la mafia che voleva farsi istituzione.

Il reportage Di sicuro c’è solo che è morto costituisce il momento di massima notorietà per un giornalista in fondo molto schivo, riservato, taciturno come Tommaso Besozzi. Oggi pressoché dimenticato, se non nelle antologie che includono quel pezzo, fu tuttavia una delle principali firme di quel nuovo giornalismo esploso nel dopoguerra, che ebbe il suo fulcro in settimanali come “L’Europeo” di Arrigo Benedetti e “il Mondo” di Mario Pannunzio, entrambi promossi da Gianni Mazzocchi. Era un giornalismo che mescolava modelli anglosassoni e lavoro sul campo, scrittura letteraria priva di fronzoli e gusto del racconto, intarsio dei personaggi e cronaca dei costumi. Un giornalismo che seppe raccontare il paese al paese, mescolando testi e foto, quando ancora la tv non c’era e quando ancora i quotidiani erano fatti di poche pagine e venivano chiusi in fretta e furia.

Su “L’Europeo” di quel decennio d’oro, tra il 1945 e il ’54, scrissero oltre a Besozzi, Emilio Radius, Camilla Cederna, il già citato Adelfi, e poi i più giovani Manlio Cancogni e Giancarlo Fusco. Un gruppo irrequieto, anticonformista, attento a quello che allora veniva definito “impressionismo”, e che rivoluzionò il modo di scrivere al di qua delle Alpi, prima delle grandi stagioni del “Giorno” o dell’“Espresso”.

Besozzi fu il grande outsider di quel decennio. Per Oreste del Buono e Bernardo Valli fu un maestro. In una intervista con Enrico Emanuelli, Hemingway lo definì addirittura l’unico Hemingway italiano. Ed hemingwaiana è stata la sua vita, oltre che la sua scrittura, vorticosamente attratta verso la progressiva dissipazione di sé. Se Tommaso Besozzi oggi è pressoché dimenticato (a parte un bella biografia scritta da Enrico Mannucci una ventina di anni fa: I giornali non sono scarpe, Baldini&Castoldi), è anche perché egli stesso, per primo, ha fatto di tutto per scivolare fuori da un mondo della stampa che non riconosceva più. Nella seconda metà degli anni cinquanta, dopo aver lasciato “L’Europeo” nel frattempo passato a Rizzoli, scrisse sempre meno articoli. Le nuove collaborazioni, prima con “il Corriere d’Informazione” poi con “il Giorno”, si esaurirono presto. Fu colpito da una grave forma di depressione, ormai convinto che di non saper più scrivere e di essere incapace di andare al di là di poche righe. Il 18 novembre del 1964 si uccise nella sua casa a Roma, una palazzina alle spalle di via Dandolo, con un cannone rudimentale che aveva costruito con le sue stesse mani. Erano giorni, settimane, che non vedeva più nessuno.

***

A Besozzi non è mai interessata la Storia, con la s maiuscola. Provava una sorta di fastidio per gli Eventi, i Personaggi, i Sistemi. Preferiva lavorare sui margini, sulle storie minute, sugli sconfitti. Dopo aver lavorato al “Corriere della sera” negli anni trenta, e in seguito per giornali di secondo piano negli anni della dissoluzione del fascismo, Besozzi esordì sulle pagine dell’“Europeo” in una Milano appena liberata. Tra i suoi primi pezzi vi è un racconto autobiografico, che è un po’ lo specchio della sua scrittura e del suo stare a mondo: L’asino di Nimis. Il protagonista (alter ego dello stesso giornalista) attraversa nella seconda metà dell’aprile ’45 il Nord Italia in macerie, a dorso di un asino da consegnare a un amico. Parte dal Friuli insieme alla bestia per arrivare alle porte di Milano: un lungo viaggio in cui la Storia (come in un celebre saggio di Nicola Chiaromonte su Fabrizio Del Dongo) scorre via incomprensibile. A valle sembra fatta di detriti e frammenti dalla cui massa informe è impossibile ristabilire un discorso unitario. Più che una visione apolitica, quella di Besozzi appare radicalmente impolitica, venata da una sorta di anarchismo.

Le decine di pezzi che scrive in quelli anni per il settimanale ricostruiscono storie a lato. Minatori, emigrati, marinai, preti di periferia, ciclisti, sfollati dell’Istria, gente della foce del Po, carcerati che si ribellano a San Vittore, abitanti di Africo, in Calabria, che non hanno mai visto un auto né un carro. C’è perfino un ritratto, quasi simenoniano, di uno degli ultimi boia parigini, odiato e disprezzato da tutti. In Francia, tra l’altro, Besozzi era già noto prima del  celebre reportage sulla fine di Giuliano, perché un’altra sua contro-inchiesta aveva scagionato Gino Corni, un emigrato condannato a vent’anni di lavori forzati per un omicidio che non aveva commesso, e ribattezzato – proprio dopo l’inchiesta di Besozzi – “il mancino innocente”.

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Forse i reportage più belli di Tommaso Besozzi sono quelli scritti dall’Africa, in seguito  raccolti nel volume Il sogno del settimo viaggio, pubblicato da Fazi nel 1999.

Come recita il titolo del primo pezzo, inserito anche nel meridiano Scrittori italiani di viaggio, Besozzi era attratto innanzitutto dalle mille peripezie de I disperati dell’Africa orientale. Cioè, dice il sottotitolo, da “Come vivono i camionisti italiani tra gli avanzi dell’impero sulle strade tra Addis Abeba e Gondar”.

Sono gli “insabbiati”, gli ultimi rappresentanti di un mondo coloniale in putrefazione. Coloro i quali, dopo la fine della guerra, si sono arenati in Africa, non volendo o non potendo fare ritorno in Italia. L’assurdità della loro vita è racchiusa da Besozzi in poche righe: “Nel 1940 gli autocarri veloci che trasportavano la frutta impiegavano trentasei ore a compiere il tragitto Asmara-Addis Abeba, che è di 1075 chilometri. Oggi, se tutto va bene, un autotreno impiega un mese tra l’andata e il ritorno. Ma quel ‘tutto va bene’ è un po’ come il dodici alla Sisal.”

Il viaggio in realtà dura molti mesi in più. Non ci sono più strade che siano tali, non c’è più asfalto, i ponti sono crollati, le pietre spuntano aguzze metro dopo metro. Attraversare l’Africa orientale vuol dire viaggiare a 3-4 chilometri all’ora, quando non si è costretti a fermarsi per giorni interi.

Il tempo non conta più, è una variabile impazzita. Eppure sono ancora diverse centinaia i camionisti “insabbiati”, legati ai loro camion (la loro unica fonte di sostentamento, arenatasi con loro nei dintorni di Asmara). I reportage di Besozzi diventeranno un modello per quei pochissimi giornalisti e scrittori che proveranno a narrare il nostro post-colonialismo. Nelle sue pagine non c’è né il trionfalismo del passato, né l’esotismo o l’orientalismo di tante scritture di viaggio. L’Africa in fondo non gli interessa se non come immenso scenario tragico. I protagonisti che escono dalla sua penna sono questi antieroi melanconici, ultimi epigoni di un’Italia scomparsa, che non hanno più alcun rapporto con la nuova Italia.

Forse gli autisti asmarini, insabbiati ai margini in un mondo che non riconoscono più, sono la metafora di qualcosa di molto più ampio. Senza dubbio, Besozzi vedeva in loro molte affinità. Ormai si sentiva sempre più inattuale, aveva capito che – con l’avanzata della tv e la proliferazione delle agenzie – il mestiere del “giornalista impressionista” sarebbe mutato. Soprattutto, come nota Mannucci nella sua biografia, Besozzi aveva intuito (proprio a partire dal celebre caso di Wilma Montesi) la nuova voglia di protagonismo delle “fonti” che si accalcano intorno ai fatti di cronaca. Un mondo stava cambiando, l’Italia stava cambiando, e non si sentiva più a suo agio.

Sono passati cinquant’anni dal suo suicidio. Quel giornalismo, anticamera del giornalismo attuale, è stato sommerso sotto una montagna di trasformazioni tecniche e meno tecniche. Quegli stessi settimanali degli anni cinquanta appaiono reperti archeologici (e forse iniziavano a essere tali già negli anni del boom). Eppure, per chiunque oggi voglia accostarsi al reportage narrativo, quell’ossimoro che altri in seguito avrebbero definito new journalism, Tommaso Besozzi continua a essere un riferimento imprescindibile.

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Intervista a Bernardo Valli https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-bernardo-valli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-bernardo-valli/#comments Sat, 05 Apr 2014 14:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19795 Questa intervista è uscita su IL a maggio 2013. (La foto è di Marco Visini.)

Vive a Parigi dal 1975 e mi colpisce che un uomo che ha raccontato i più grandi eventi storici e conflitti mondiali degli ultimi cinquant’anni si dichiari legato alla città da motivi puramente letterari: “Io sono un lettore, un lettore non studioso, un lettore-lettore. In questo quartiere”, il nono arrondissement, siamo a casa sua, in salotto, in un mattino di fine marzo freddo e coperto, “c’è tutta la letteratura francese dell’Ottocento. C’è l’Education Sentimentale, a Rue des Martyrs e via del quattro settembre... Flaubert abitava a Rue Herold, quando veniva da Rouen. Dov’è il museo della vie romantique viveva un pittore, che era il pittore dell’imperatrice Sissi, da lui veniva Lamartine, veniva Turgenev, veniva George Sand, era un luogo d’incontro. Se guarda nei romanzi di Balzac c’è ogni strada del quartiere, sono tutti luoghi della commedia umana. I racconti di Bel Ami alla Trinité, è lì che lui seduce la padrona, e lui abitava qua... Zola abitava qui. Voglio dire, qui c’è stato tutto quello che io ho letto da ragazzo... Cos’era la casa di un borghese della pianura padana nella mia giovinezza? C’erano tutti i romanzi francesi. Secondo me questa è la spiegazione per la quale io vivo bene a Parigi. Ha poco a che fare con la Francia di oggi”.

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bernardovalli

Questa intervista è uscita su IL a maggio 2013. (La foto è di Marco Visini.)

Vive a Parigi dal 1975 e mi colpisce che un uomo che ha raccontato i più grandi eventi storici e conflitti mondiali degli ultimi cinquant’anni si dichiari legato alla città da motivi puramente letterari: “Io sono un lettore, un lettore non studioso, un lettore-lettore. In questo quartiere”, il nono arrondissement, siamo a casa sua, in salotto, in un mattino di fine marzo freddo e coperto, “c’è tutta la letteratura francese dell’Ottocento. C’è l’Education Sentimentale, a Rue des Martyrs e via del quattro settembre… Flaubert abitava a Rue Herold, quando veniva da Rouen. Dov’è il museo della vie romantique viveva un pittore, che era il pittore dell’imperatrice Sissi, da lui veniva Lamartine, veniva Turgenev, veniva George Sand, era un luogo d’incontro. Se guarda nei romanzi di Balzac c’è ogni strada del quartiere, sono tutti luoghi della commedia umana. I racconti di Bel Ami alla Trinité, è lì che lui seduce la padrona, e lui abitava qua… Zola abitava qui. Voglio dire, qui c’è stato tutto quello che io ho letto da ragazzo… Cos’era la casa di un borghese della pianura padana nella mia giovinezza? C’erano tutti i romanzi francesi. Secondo me questa è la spiegazione per la quale io vivo bene a Parigi. Ha poco a che fare con la Francia di oggi”.

È stato inviato in tutto il mondo: Santo Domingo, Argentina, Sudafrica, Algeria, Congo, Israele, Egitto, Iraq, India, l’Africa Occidentale, Singapore, India, Cina, Vietnam, per giorni, mesi o anni. Tutto comincia però dalla cronaca nera.

Bernardo Valli: Il reporter io l’ho imparato a fare a Milano. Volevo fare il giornalista: per vari motivi, non ho mai capito se era per viaggiare o per scrivere, penso fosse più per viaggiare. Allora c’era in Piazza della Stazione a Milano un piccolo grattacielo (il Pirellone non c’era ancora) dove c’erano dei giornali, e dentro c’erano La Notte che era un quotidiano del pomeriggio. Allora i quotidiani del pomeriggio erano molto importanti. A Milano c’era La Notte, c’era Milano Sera, c’era Il Corriere Lombardo, ed erano giornali e quotidiani di informazione, come a Roma c’erano Paese Sera che era già un giornale più articolato e Momento Sera e non so quali altri, a Milano c’era anche Milano Sera e facevano una grande concorrenza, grandi titoli ad effetto.

Uscivano il pomeriggio, tutti nel pomeriggio, alle tre alle quattro del pomeriggio, alcuni verso l’una, e avevano un grande impatto nella città. Si occupavano molto di cronaca nera e di cronaca rosa. La cronaca nera erano i fattacci. La cronaca nera in Italia è cambiata con il terrorismo che ha reso banale la cronaca comune e ha dato spazio alla cronaca nera. Allora questi giornali avevano i cronisti nei commissariati. Oggi nessuno si muove dalla redazione mentre lì si andava ogni giorno, ogni giornale, con la mazzetta del giornale del pomeriggio ai carabinieri in via Moscova e ai vari commissariati al centro della periferia, la stazione centrale, per raccogliere le notizie… Era un’atmosfera a Milano… Tutto è bello quando si è giovani e Milano era una città affascinante mentre adesso la trovo estremamente noiosa. Era una città dove arrivavano gli immigrati, quindi era pieno di storie, era anche una città non fredda come Torino rispetto agli immigrati. Quindi accogliente. Inoltre c’erano degli idoli popolari, il ciclismo era una cosa enorme… Il cinema, bisogna pensare per dare un’idea di quella che era la società che i fotoromanzi avevano un successo enorme, il giornale più venduto in Italia era Grand Hotel.

Siamo negli anni ‘50, i secondi anni ‘50. Io volevo andare a La Notte. C’erano vari piani in questo edificio. C’era La Notte, c’era La Patria, che era un giornale con uno staff napoletano, credo che nessun milanese abbia mai comprato La Patria, però aveva una cronaca eccellente che era fatta da Angelo Rozzoni, un capocronista che era stato credo al Tempo

Io volevo entrare a La Notte perché il giornale più thrilling, diretto da Nino Nutrizio, un giornalista famosissimo allora. Non sono riuscito ad entrare a La Notte, non c’era posto. C’era un altro giornale nell’edificio, un giornale cattolico, L’Italia, che poi diventerà l’Avvenire, diretto da un prete, Monsignor Pisoni, un prete molto mondano e noto e a un certo punto amministratore del giornale, a cui ero riuscito ad arrivare. Mi disse “Se vuoi entrare puoi entrare come praticante a L’Italia”. Io non avevo nessuna idea di cosa fosse un cronista in un giornale cattolico e in effetti era una cosa strana: non potevo dare i nomi degli assassini, i suicidi non c’erano…

E gli omicidi-suicidi?

I suicidi non si potevan dare, gli omicidi sì. Quindi erano solo i furti, i delitti… (Perché allora si facevano le inchieste sul delitto. Uno andava a cercare, le fotografie, e alcuni trovavano anche degli indizi.) Rimasi alcuni mesi a fare il cronista all’Italia. Insomma, nonostante questi limiti, ad un certo punto si accorsero di me alla cronaca della Patria che era al piano di sopra, e fu determinante perché quando nacque Il Giorno nel ‘56, Il Giorno prese Angelo Rozzoni come caporedattore, lo prese dalla Patria.

Era un giornale con il cuore a sinistra. Il primo editoriale che uscì era “Il cuore a sinistra”. L’editore era Del Duca, il cugino di quello che faceva Grand Hotel e che faceva in Francia Nous Deux… che era il Grand Hotel francese, grande successo. Del Duca aveva fatto soldi ma aveva librerie molto raffinate a Parigi ed era anche un editore di libri d’arte, erano degli anarchici antifascisti i quali erano diventati editori di fotoromanzi. I cugini in Italia con Grand Hotel e gli altri cugini qua (hanno chiuso la libreria Del Duca, bellissima, qui a pochi metri da qua da poco tempo…) Però dietro c’erano già i soldi dell’Eni e di Mattei… Però era un giornale fatto da antifascisti di sinistra. Però il redattore capo era Angelo Rozzoni, uno che veniva dal Popolo di Italia e che ci ha lavorato fino al ’45, e fu l’anima del giornale.  C’era Goffredo Parise, Gianni Brera, Clerici, Tommaso Besozzi, c’era Giancarlo Fusco… era una redazione straordinaria… e nelle pagine culturali lavorarono Italo Calvino, Carlo Emilio Gadda e Arbasino, Pietro Citati…

Stazionando ai commissariati avevo imparato a fare il giornalista perché il capocronista riscriveva il pezzo dieci volte, dove c’era proprio il modo di dare la notizia semplice secondo le regole del chi, dove, quando, eccetera. Spesso chi andava in commissariato a prendere notizie dettava i dati di quello che era accaduto e poi c’era l’estensore in cronaca che lo faceva.

E chi firmava il pezzo? 

I pezzi non li firmava nessuno. In un giornale firmavano venti persone, Il Giorno aumentò un po’ le firme ma era rarissimo firmare. Quindi si imparava a scrivere il fatto, l’aggettivazione, la semplicità della scrittura e soprattutto le solite domande del cronista, quindi le cose più banali venivano spesso riscritte e venivano fatte riscrivere.

Quali erano le regole più importanti?

Be’ ovviamente quello che era importante era l’attacco del pezzo che doveva agganciare il lettore immediatamente… con l’informazione: non c’era nessuno svolazzo, il racconto era nudo.

Il fatto di occuparsi di cronaca le creava dei problemi?

Ne ero affascinato e mi è sempre rimasta dentro. Io avevo allora delle ambizioni diciamo letterarie, ma combaciavano benissimo con quello che era il lavoro, mi piaceva moltissimo il lavoro del racconto, che quando c’era un delitto uno lo seguiva, andava a casa dell’assassinato o dell’assassino e conduceva a suo modo l’inchiesta in parallelo con la polizia, anche se erano cose spesso banalissime. Quella è stata una cosa estremamente importante che non ho mai dimenticato. Era un giornale nuovo, lì la scrittura era importante, Il Giorno nasceva come giornale che voleva essere ed è stato moderno: ha eliminato la terza pagina (anche se poi fece un rotocalco…).

Era tutta notizia, avevano messo le notizie, non mettevano più i grandi racconti. Il Giorno era un giornale moderno, anche nell’impaginazione, mentre gli inviati del Corriere avevano un loro passo molto personale che poteva anche essere stravagante… da ragazzo leggevo Cesco Tomaselli, con il quale poi ho lavorato, che andava in Marocco per non so che cosa e raccontava come faceva le valige… Al Giorno no, ci doveva essere subito la notizia e l’ultima notizia in testa… E c’era uno stile nella scrittura contro il montanellismo perché era una forma di… il montanellismo era il racconto più rilassato, più fantasioso, immaginifico e anche efficace, ma invece al Giorno si voleva evitare questa cosa, volevano essere anglosassoni.

Come divenne reporter?

Dopo sette mesi entrò in stanza Baldacci [il direttore], e siamo nel ‘57 più o meno, e mi disse “Lei va in Venezuela” e allora io cercai subito dov’è il Venezuela e come ci si andava.

E come? in nave? In aereo?

C’erano gli aerei – a pistoni. Non mi ricordo più se si andava… Per il Venezuela, per Caracas… l’Alitalia andava all’Isola del Sale, la KLM faceva Lisbona…

E che andò a fare?

C’era un colpo di stato contro Pérez Jiménez, il dittatore era scappato e gli italiani avevano partecipato alla difesa, erano stati un po’ la base del dittatore e quindi venivano aggrediti per la strada: venivano riconosciuti perché non avevano il risvolto ai pantaloni. (Io da allora li ho sempre portati col risvolto…) E quindi quello fu il primo grande servizio che telegrafai per telefono.

Rimasi almeno venti giorni, poi andai a Santo Domingo perché vi si era rifugiato Peron e il dittatore Pérez Jiménez che era scappato con i soldi a Santo Domingo, che allora si chiamava Ciudad Trujillo, perché il dittatore della Repubblica Domenicana era Trujillo, e quindi c’erano i tre dittatori che vivevano insieme a Santo Domingo. Lì intervistai Peron, che poi lui voleva rientrare in Argentina e quindi andai in Argentina, rimasi in America Latina.

Allora gli inviati giravano per Corriere, Stampa e Giorno Messaggero e qualche volta il Tempo… Insomma direi che erano quattro, cinque giornalisti. Egisto Corradi per esempio, che è stato uno dei grandi inviati del Corriere sui fatti di cronaca e di guerra faceva il delitto, il processo e poi partiva per fare invece l’Ungheria. Io ho fatto la mafia, Agrigento, il delitto Tandoj nel ‘60, il primo delitto contro un commissario, e dopo partii e andai a fare l’Apartheid nell’Unione Sudafricana, e dopo di lì il Congo dove sono rimasto mesi per l’indipendenza del Congo, quello è durato due anni almeno…

L’intervista con Peron fu la sua prima intervista seria e impegnativa?

Ne feci un’altra subito dopo molto più importante, perché in Venezuela c’era un ambasciatore che si chiamava Giusti Del Giardino, che era stato uno dei giovani diplomatici dell’epoca del fascismo e poi però era stato antifascista e uno degli epuratori del ministero degli esteri durante la liberazione… Era ambasciatore lì e come ambasciatore fu attaccato perché gli Italiani erano responsabili dell’affare Pérez Jiménez e quindi i giornali venezuelani uscivano con “l’ambasciatore d’Italia ha ucciso cinquecento venezuelani” (che non era vero). Comunque la cosa rimbalzò in Italia, andò in Parlamento dove vi furono molte discussioni. In Venezuela l’attacco agli italiani fu un grande fatto allora. Io però attaccai l’ambasciatore d’Italia perché in effetti non era stato a mio avviso abbastanza neutrale di fronte al problema di Pérez Jiménez. C’era una banda di fascisti, erano gli italiani di Etiopia…

Erano andati dall’Etiopia in Venezuela? E lui non era stato neutrale, era stato troppo favorevole al regime?

Sì, e quindi aveva coinvolto gli italiani… Però non è che avesse ucciso cinquecento venezuelani. Io allora a un certo punto difesi Giusti Del Giardino: fatto è che rimasi amico suo. Da lì viene l’intervista importante: lui fu mandato ambasciatore a Nuova Delhi. Allora a Nuova Delhi la residenza dell’ambasciata d’Italia era la vecchia casa del Pandit Nehru, il papà di Indira Gandhi, e Nehru ogni tanto era sentimentale e voleva andare a vedere il giardino della casa in cui aveva abitato, e diventò amico di Giusti Del Giardino, anche Indira Gandhi, molto amica. Nehru era inaccessibile, e invece io andai a Nuova Delhi per fare il servizio e Giusti mi fece incontrare Nehru e l’intervista con Nehru fu molto importante. Le storie di un giornalista allora… Forse anche adesso, ma il mondo era più piccolo, era frequentato da meno persone… Si stabilivano dei rapporti.

Prendi un fatto molto semplice, prendi una guerra medio orientale, io le ho fatte tutte, tutte quelle che rientravano nella mia età: il ‘67, il ‘73, l’82, non lo so, i colpi di stato. Il numero di giornalisti che partivano, certo eravamo alcune centinaia. Se tu pensi cosa è stata la guerra del ‘91 contro l’Iraq, non c’erano neanche le seggiole per far sedere i giornalisti. Già a Baghdad erano molti ma non tanti perché molti avevano accettato di andarvi sotto i bombardamenti pensando che c’erano le armi chimiche – ma all’inizio era un fatto dissuasivo. Quando si dice giornalista embedded, è vergognoso: qual è l’esercito che accetta tremila giornalisti che vanno tra i suoi carri armati senza chiedergli chi sono? È una sciocchezza. Chiunque chiede il controllo di sapere chi è. Gli americani, siccome non fanno la censura di principio… però fanno dei controlli. In Vietnam erano tutti embedded, cioè uno poteva essere non embedded, eh, intendiamoci, però poteva difficilmente girare. Non implicava delle condizioni esserlo, nessuno veniva a vedere quello che scrivevamo però avevamo un tesserino, potevamo andare ad una mensa, prendere un elicottero. Quindi non significava niente… però insomma, il numero di giornalisti era abbastanza limitato mentre adesso sono masse.

Intervistare Nehru, intervistare Peron, andare in posti di guerra… Mi faccia capire come si entra in un tipo di vita del genere. 

Prima di tutto diciamo subito che per fare questo mestiere… Il mestiere è molto cambiato perché i mezzi di comunicazione e l’approccio alle notizie son diventati diversi con l’informatica. Ma in generale un giornalista che cosa dev’essere? Qui abbiamo fatto a Sciences Po un corso di giornalismo e prima del corso hanno invitato alcuni giornalisti per  farsi un’idea di come dovesse essere questa scuola… Soprattutto perché aveva un numero limitato di partecipanti. E a un certo punto si pose il problema di come selezionare i candidati… E allora quali sono le caratteristiche per un giornalista? Essere il primo della classe? Non obbligatoriamente. Uno che conosce le lingue? Be’, meglio conoscerle, però uno può fare anche lo steward dell’Alitalia. Uno colto? Sicuramente una cultura generale la deve avere se vuol fare il giornalista perché deve distinguere quel che è eccezionale nel fatto. Io credo che la prima cosa è la curiosità, se non sei curioso non puoi fare questo mestiere. La seconda è una capacità di capire velocemente, devi avere un certo occhio e avere un’idea. Poi c’è naturalmente la sfacciataggine, l’irruenza, il fatto di affrontare un argomento con sfacciataggine.

E lei all’inizio come faceva le domande?

Prima di tutto, se andavo a vedere Peron…

In che lingua ha parlato con Peron?

In spagnolo. Ma lui parlava anche italiano, una specie di dialetto veneto, e poi aveva un addetto stampa che si chiamava Amerigo Bario. Il grande tema di Peron allora era, il grande slogan era “Volve Peron”. Pensava di tornare. Nehru era un po’ più complicato, era un grande intellettuale, secondo me uno dei più grandi uomini di stato che ci siano stati e poi soprattutto un intellettuale che diventa uomo di governo…

E la mise in difficoltà?

No, per carità… Con Nehru ero abbastanza intimidito, intendiamoci… Però era molto affettuoso, gentile. Poi soprattutto io avevo letto le sue memorie. Nehru era uno che l’Italia, il Risorgimento, eccetera, quindi… E poi l’India era in un momento… L’indipendenza fu nel ‘47, eravamo già tredici anni dopo… Io poi ho fatto una campagna elettorale con lui e con la figlia Indira Gandhi che era l’addetta stampa sua… Su un treno lui faceva la campagna elettorale in India, girando. Però era estremamente curioso e poi allora a lui interessava il rapporto con la Cina: erano domande semplici, uno con Nehru se aveva la faccia tosta di affrontare argomenti che non conosceva… Quando io parlo della curiosità e della sfacciataggine che ha un giornalista… e poi della velocità di scrittura.

Dopo, quali direbbe che sono gli eventi più importanti di questa sua formazione? Prima di arrivare al Vietnam che altro ha fatto?

I primi servizi che io feci furono credo in Venezuela e in Marocco. In Marocco siamo già vicini alla guerra di Algeria, che io ho fatto dal ‘57 e soprattutto dal ‘58 quando. Ero a Parigi nel ‘58, quando nasce la quinta repubblica: c’è il putsch dei militari ad Algeri il 13 maggio e qui io venni a Parigi, non si poteva andare ad Algeri, e c’erano grandi manifestazioni perché i paracadutisti volevano sbarcare qua ed ero all’Hotel d’Orsay, dove c’è il Museo d’Orsay, De Gaulle tenne la conferenza stampa quando prese il potere, era il 20 maggio, 25 maggio, quando sarà? Io arrivai, non avevo il permesso, andai all’Hotel d’Orsay. C’era un albergo e una stazione.

E De Gaulle com’era? Era la prima volta che lo vedeva?

Sì, certo. Era la prima volta e arrivò e disse che prendeva il potere. Noi eravamo seduti per terra, erano le otto di sera e fu, be’ certo, una sera abbastanza curiosa. Poi io riuscii a prendere un albergo per Algeri subito dopo e lì tutta la storia dell’Algeria…

E lì faceva paura?

Il giornalista non deve mica esagerare. Quelli che parlano sempre della morte… Muoiono più muratori sui tralicci. La guerra di Algeria non era una guerra di fronte. C’era stato il terrorismo ad Algeri, prima… La battaglia di Algeri, quella di Gillo Pontercorvo (con il quale ho lavorato molto per il film), però era prima…

E le notizie come si prendevano?

Questa è la grande differenza di oggi. Io per esempio son stato molte volte in Cina… ricordo sempre la Cina perché quando uno vi arrivava era emozionato, io sono andato che c’era ancora la rivoluzione culturale, il primo viaggio in Cina che ho fatto credo… c’era Lin Biao che era scomparso, non si sapeva ancora se era morto, sarà stato ’67 ‘68… Quando uno arrivava in Cina era solo in albergo, allora doveva cominciare a lanciare le notizie, le informazioni. A volte l’ambasciata serviva, spesso l’ambasciata non serviva a un cazzo. In Cina non c’era neanche l’ambasciatore. Una delle fonti più rassicuranti era stabilire rapporti con le agenzie di stampa, la Reuters, l’Associated Press, l’Agence France Press, perché lì c’era il file, e poi la BBC. Uno metteva la radio da qualche parte della stanza perché bisognava che ci fosse campo e spesso non c’era e quindi non si sentiva la BBC… E poi naturalmente via via allacciare i rapporti.

Uno non sapeva quello che accadeva a cinquecento metri. Oggi tutto questo viene risparmiato perché uno apre il computer e ha tutte le agenzie, quindi deve aggiungere qualche cose, quindi la Cina che uno aveva, attraverso i rapporti che riusciva a stabilire, quando uno partiva aveva qualcuno, qualche conoscenza, questo vale per tutti i giornalisti da quando esiste il giornalismo. L’informatica, il computer cambiano completamente tutto, anche la propria autonomia perché prima era la mia Cina, magari anche sbagliata, ma l’influenza di quello che mi dà il computer è inevitabile, molto forte, e quindi il mestiere in questo senso è molto cambiato.

(La conversazione va avanti. La partecipazione a eventi epocali che avrebbero costituito il ricordo fondamentale della vita di qualcun altro vengono chiamati in causa per far capire come funziona il giornalismo. Qui di seguito parliamo del rapporto tra i pezzi d’occasione e i lenti cambiamenti del mondo.)

Io ho fatto una delle cose più importanti, la decolonizzazione… quando le dico che nel sessanta vado nel Sudafrica, poi vado in Congo dove sono rimasto molto a lungo… per due, tre anni stavo lì dei mesi… allora si stava lì molto tempo, ma poi io ho fatto la decolonizzazione di quasi tutta l’Africa Occidentale… il Ghana, la Guinea… magari ci stavo poco però spesso ho conosciuto o comunque bazzicato tutti i protagonisti dell’Africa indipendente. Vedere un continente che diventa indipendente è una cosa esaltante. Anche prendendo delle fregature enormi, perché Sékou Touré diventava un eroe e poi invece si rivelava dopo qualche anno un criminale.

E questo ora con la primavera araba è stato un po’ simile?

Sì, però bisogna pensare sempre una cosa molto precisa: il giornalismo non è prevedere la storia, uno racconta la verità lì, del momento, quella è… una rivoluzione come quella in Egitto in un paese come l’Egitto dura tra i dieci e i quindici anni minimo. Lei sa quanto tempo è passato dalla rivoluzione francese alla prima democrazia? Ottant’anni, dall’89 alla prima vera democrazia, quella della terza repubblica nel 1870 quindi sono quanti?, ottantuno anni… Ci passa il terrore, napoleone, la restaurazione, la seconda restaurazione, il secondo impero. Diciamo che fare la decolonizzazione è già un fatto… Tutti questi grandi capi africani spesso diventano dei tiranni e spesso criminali come Sékou Touré mentre io li vedevo come gli eroi che prendevano e liberavano il proprio paese: ma infatti erano degli eroi, perché già il conquistare la propria indipendenza nazionale, se non le libertà individuali, era già un fatto…

(Passiamo a parlare di estremo oriente. La guerra del Vietnam e soprattutto il popolo vietnamita rapisce l’intervistato, che risponde con lentezza, fermandosi di continuo ad acchiappare ricordi privati, che però non mi racconta. Per tutta questa sezione ho la sensazione di averlo perso.)

La seconda esperienza estremamente importante è l’Asia. Io ho passato tanti anni in Asia e chi ha fatto l’Asia, chi ha fatto la guerra del Vietnam rimane… ma non perché la guerra del Vietnam fosse un’esperienza rischiosa o di guerra ma per l’esperienza umana in quel paese… Un giornalista che faceva l’Asia ed era fisso lì, guardava tutto il resto…

Ci ho passato anni. Ero a Singapore ma facevo il Vietnam, avevo la casa perché era ad un quarto d’ora di aereo dal Vietnam e da Singapore si trasmetteva. In Vietnam sono stato tante volte, per il Corriere sono stato alcuni anni ma son stato tante volte prima… È stata una cosa molto importante perché il rapporto con la popolazione era straordinario, si son creati dei rapporti formidabili, non dico che rientrassi nella società vietnamita però avevo un rapporto con la società vietnamita…

Il carattere del vietnamita è allo stesso tempo orgoglioso, dignitoso, di grande coraggio, le donne hanno un ruolo estremamente importante, non solo perché sono carine, sono belle, spesso ci si stabilivano rapporti amorosi, di concubinaggio eccetera. Poi la religione che non è come si dice buddhista, non è per niente buddhista, è una religione di tipo confuciano, il culto degli antenati, e quindi non ci sono dogmi, impedimenti, non c’è un’ostilità di origine religiosa. I francesi che hanno combattuto i vietnamiti avevano più rispetto, ma anche gli americani: per esempio se uno parla di un’altra guerra, io son stato in Iraq parecchie volte durante la guerra e dopo e non ho mai visto, non c’è mai stato un soldato americano in un bar che ha bevuto una Coca cola con un iracheno, non ha mai camminato per le strade senza un’arma.

In Vietnam l’americano si mischiava, la sera andava nei locali notturni, si trovava la ragazza, che era la con gái, stabiliva un rapporto… E questo è avvenuto anche durante la presenza francese che è durata quasi un secolo, dal secondo impero fino al ‘54… E nonostante ci fosse la brutalità del rapporto coloniale, razzista, c’era però la capacità vietnamita di assorbire delle cose dalla civiltà occupante, percepirle senza lasciarsi completamente coinvolgere. Se lei va in un museo vietnamita lei vede che la guerra americana sì c’è ma non è la guerra più importante, la presenza francese c’è ma non è la più importante anche se è durata un secolo. Quella che importa è quella cinese, perché è lì da sempre. Il Vietnam è stato estremamente importante più che come guerra come esperienza di vita. I giornalisti che hanno sposato delle vietnamite sono ancora sposati con delle vietnamite.

Adesso ho persino paura, ci son tornato, c’è troppo traffico, le cose cambiano, come tutto.

Com’era organizzata la sua vita in Vietnam?

Uno poteva anche abitare in Vietnam, eh, però io seguivo la Cina, andavo in India, quindi Singapore era perfetto per vivere. Era un posto dove il telefono funzionava. Avevo una casa, a Singapore, per il Corriere. A Telok Blangah, sotto il Mount Nelson, che è un monticello che domina Singapore, ha la teleferica che scende; è di fronte a un’isola dove adesso c’è un meraviglioso museo oceanografico bellissimo, ed era un pezzetto di giungla dove c’erano le vecchie case, le palafitte, che erano le case del porto di Singapore…

E lei viveva in una palafitta?

Sì, vuole vedere la mia casa? Gliela faccio vedere, mi piace perché è bella. Tiziano [Terzani] abitava invece ad Alexander Park, un grandissimo parco. Erano cose normali, non palafitte come gli indigeni… La mia gliela faccio vedere perché era una meraviglia.

(Prende un album di foto, le guardiamo. Case coloniali, giardini, italiani eccentrici, Terzani giovane.) Quindi lei scompariva per dei mesi dalla sua vita italiana?

Per degli anni.

E come manteneva i rapporti, scriveva lettere? Che vita faceva? Fa fatica a raccontare le cose sue…

Eh, mica c’è bisogno di raccontarle… No, la vita, a Singapore nei momenti… uno leggeva… Ci sono degli anni in cui uno legge… il mestiere raccontato così sommariamente ha dei grandi spazi vuoti, il viaggio… E uno in quei momenti lì non è che si sposa o stabilisce dei rapporti… E quindi legge: io ho letto le cose più strane rispetto ai posti… ho letto Musil in Asia e non c’entrava nulla… Naturalmente lì era facile leggere Conrad, a Singapore. Quando giravo a Singapore la sera rientravo e avevo i fari bassi e non vedevo i grattacieli perché la luce era bassa quindi vedevo i quartieri malesi, i canali con i barconi e davano l’impressione di essere in un libro di Conrad.

E lì imparava anche la lingua?

No, io ho avuto sempre un problema: di conoscere la mia lingua. Facendo questo tipo di vita a me capitava di non frequentare persone che parlassero l’italiano per mesi o per anni; dici lì c’era Tiziano, certo, ma è durato pochi mesi, insomma. Uno è legato alla propria lingua. Tiziano sì… (Lui è stato più amico di quanto io non lo sia stato con lui…) Lui parlava molto bene le lingue, aveva una grande facilità, lui parlava in malese, quindi andavamo nelle isole lì, al mare, e lui dopo dieci giorni parlava il malese, parlava un po’ il cinese. Poi è tornato in Italia. Ma io no, la mia preoccupazione è sempre stata quella di tenere l’italiano.

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