Gianluca Cataldo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianluca-cataldo/ un blog di approfondimento culturale Sun, 11 Aug 2013 10:08:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gianluca Cataldo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianluca-cataldo/ 32 32 Recensioni in forma di suggestione 10 https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-10/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-10/#respond Fri, 16 Aug 2013 06:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15238 Recensioni in forma di suggestione 10: Di creta (Maria Attanasio)

Il professore rigirò il bicchiere fra le mani, ruotandolo tra i palmi, mentre un riflesso ambrato gli colorava la linea della vita della destra e un’indolente musica si incaponiva da un altoparlante in radica. Vic Chesnutt diceva che A o B, per lui, sarebbe stato uguale, e il professore si era perso un momento a confondere A e B. «In fondo, siamo tutti analfabeti», amava dire, «chi più chi meno». Si versò un altro po’ di liquore, con mano ferma, sorpreso di non tremare più. Aveva smesso di piovere e dagli scuri, spalancati perché l’aria settembrina sferzasse il corpo indolenzito del professore, entravano le voci metalliche degli autobus, che a intervalli irregolari, con cadenza isolana, annunciavano l’arrivo alla fermata Terranova. Poi si chiudevano le porte, e un leggero tremolio dei vetri alle finestre segnalava il movimento del serpentone metallico nell’intricata toponomastica cittadina, una piccola narrazione, protesi altalenante di una storia che acquista nuova vita, una vitarella in verità, tra parcheggi in doppia fila e discrete targhe commemorative.

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quadri

Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Ritratto eseguito da Francesco Quadri.)

Recensioni in forma di suggestione 10: Di creta (Maria Attanasio)

Il professore rigirò il bicchiere fra le mani, ruotandolo tra i palmi, mentre un riflesso ambrato gli colorava la linea della vita della destra e un’indolente musica si incaponiva da un altoparlante in radica. Vic Chesnutt diceva che A o B, per lui, sarebbe stato uguale, e il professore si era perso un momento a confondere A e B. «In fondo, siamo tutti analfabeti», amava dire, «chi più chi meno». Si versò un altro po’ di liquore, con mano ferma, sorpreso di non tremare più. Aveva smesso di piovere e dagli scuri, spalancati perché l’aria settembrina sferzasse il corpo indolenzito del professore, entravano le voci metalliche degli autobus, che a intervalli irregolari, con cadenza isolana, annunciavano l’arrivo alla fermata Terranova. Poi si chiudevano le porte, e un leggero tremolio dei vetri alle finestre segnalava il movimento del serpentone metallico nell’intricata toponomastica cittadina, una piccola narrazione, protesi altalenante di una storia che acquista nuova vita, una vitarella in verità, tra parcheggi in doppia fila e discrete targhe commemorative.

Nel tempo tra un autobus e l’altro, il professore aveva preso l’abitudine – che i suoi amici non avrebbero esitato a definire fastidiosa – di aspettare l’autobus seguente, versandosi un goccetto di tanto in tanto, e riflettendo su un tema differente. In fondo la casualità degli orari dell’amat garantiva un certo brivido nella riflessione: dieci minuti sono pochi per soffrire di un pensiero, e un’ora troppo per non andare oltre. Mediamente, sarebbe arrivato a una soglia limite, ma poi avrebbe dovuto cambiare almeno prospettiva oppure, meglio, argomento. L’analisi parziale, però, avrebbe lasciato aperte molte parentesi e ci sarebbe voluta una certa forza di spirito per ignorarle, che il professore non era sicuro di possedere. Si versò dunque un altro bicchiere, questa volta a metà, «per rendere onore in egual misura al pessimismo e all’ottimismo», amava dire, e si sorprese a sorridere, ormai da molto tempo, di quelle ripetizioni che tanta ilarità suscitavano nei suoi alunni.

Da qualche parte aveva letto che il pensare positivo è proprio di chi non dubita di niente, ma si trovava più d’accordo con quanti reputavano l’ottimismo tipico di chi preferisce non fare i conti con le conclusioni del proprio dubitare. Forse deboli, forse santi, di sicuro soli nell’apparire ottimisti per paura. Dal canto suo, il professore aveva preferito l’equidistanza, come in ogni altra cosa. Era equidistante dalla politica, dai movimenti che aveva frequentato in gioventù, ed era rimasto equidistante persino dinanzi alla sua reazione, quella sera.

A dire il vero, però, la sua equidistanza era sostanziale timidezza, tale da, ad esempio, portarlo a lasciare il circolo maschile del Partito Comunista di Caltagirone quando questo si era ritrovato a fare la guerra a quello femminile. E da fuori – «dalla parte giusta ma un po’ discosto», amava dire – aveva notato germinare quell’atteggiamento oltre le classi che, anni dopo in Asia, ripreso dal solito Gramsci, avrebbe assunto le sembianze dei Subaltern Studies. Aveva scorto una comunione d’intenti al di sopra dell’individuo, senza l’invidia del singolo, che, potendo godere di una liquidità maggiore, era riscontrabile ovunque. In fondo, anche fra gli operai ci sono i primi e gli ultimi e, si sa, le resistenze più grandi affiorano proprio quando si parla di genere. Al professore, mentre per la terza volta l’autobus comunicava asetticamente, venne in mente di come loro, lui e lei, erano invece riusciti a creare un fragile equilibrio emotivo, raro proprio perché instabile come alcuni difficili legami chimici. E di come quella sera, che poi, svegli abbracciati e inerti, avevano visto farsi notte e quindi mattino, lei aveva pianto.

Seduta sul letto lo aveva guardato come se fosse un ricordo e non era riuscita a trattenere le lacrime, lasciandosi andare a un pianto isterico che entrambi si erano illusi, poi, di considerare inspiegabile, sorridendoci su avvinghiati, sperando di fondersi prima di separarsi per sempre. Ma il pianto aveva una spiegazione, e così non si erano fusi. Anzi si erano presto sfilacciati, come una pezza la cui trama si fa sempre più sottile. L’indomani si erano svegliati sfatti dalle poche ore di sonno e, una volta in piedi, avevano scorto l’uno sull’altra delle linee di penna che disegnavano i loro corpi come dei puzzle irregolari. Sulle prime si erano stupiti, tanto da sorridere interdetti, ma avvicinandosi avevano notato che le linee erano in realtà dei solchi, profondi e violacei come sangue rappreso.

Avevano avuto un moto di paura e lei aveva alzato fulminea la testa per controllare il riflesso nello specchio. Quelle linee attraversavano tutto il corpo, dalla sommità del capo alla punta lontana dell’alluce, scavate con un punzello che avevano provato a cercare fra le coperte e che non avevano trovato. «Cosa saranno?», aveva chiesto lui, e per rispondere lei aveva scrollato le braccia, mentre con due dita tremolanti sollevava un piccolo lembo di pelle lungo la linea nera che ritagliava, sul braccio sinistro, una specie di mattonella, quasi stesse svellendosi. Poi un tonfo, e il ritorno alla solitudine, cui non erano abituati. Alla solitudine sì, ma al suo riproporsi no.

Il professore, al quarto passaggio dell’autobus, stavolta irregolare, si versò un altro bicchiere, due dita soltanto, e cercò di riesumare il volto di lei, perso ormai nella memoria di quel giorno cannibale. Pian piano riaffiorarono due zigomi, alti e fieri, con due piccole fossette sul sinistro, dolce segno di un sorriso. E infatti, poco più in basso, proprio un sorriso diede forma alla bocca. Via via il resto, pescando nella memoria bugie e verità. Un ricostruzione più che un restauro, mentre un nuovo volto si sovrapponeva a uno più vecchio, esercizio incompleto di descrizione di una persona tutta, un personalissimo tentativo di evitare che anche lei, come tanti altri, si perdesse tra i flutti di un mare tempestoso, esplodendo «a contatto con la contemporaneità».

La narrazione, per quanto parziale, arricchisce i volti, nelle parole, del significato che il tempo carica su di essi e sulle loro storie, parallele alla Storia, e più ricche e sfaccettate. Il racconto è sempre germinativo, ma la memoria del professore era invece una narrazione troppo privata e intima per non bagnare il liquore che strizzava nella mano, ridotta ormai a un fascio di muscoli, mentre a tanti piccoli Menard, il professore, aveva ormai lasciato il compito di riscrivere le vite di città distrutte, evitando volgari anacronismi, e raccontare vite nuove e identiche vite creando tante piccole maschere di creta.

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Recensioni in forma di suggestione 09 https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-09/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-09/#respond Tue, 16 Apr 2013 14:02:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14004 Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Antoni Tàpies)
Recensioni in forma di suggestione 09: Sintesi (Carmelo Samonà)

Non mi ricordo quando successe, ma so che a un certo punto me ne accorsi. Le azioni si sviluppano negli interstizi del tempo, e un tempo dilatato oltremodo concede possibilità inaspettate, che la mente coglie e restituisce alla mente.

Trascorrevo le mie giornate con naturale indifferenza a ogni forma di azione o iniziativa, scivolando sulle scale per tre piani ogni mattina e risalendole alla sera. Così, ogni giorno uguale per non so quanto tempo, in un costante presente che ha reso il mio tempo puntiforme, nell’illusione che tra spazio – lo spazio della mia casa – e tempo, quello fuori dalla casa, esistesse una relazione più ampia della mia interiorità.

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Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Antoni Tàpies)

Recensioni in forma di suggestione 09: Sintesi (Carmelo Samonà)

Non mi ricordo quando successe, ma so che a un certo punto me ne accorsi. Le azioni si sviluppano negli interstizi del tempo, e un tempo dilatato oltremodo concede possibilità inaspettate, che la mente coglie e restituisce alla mente.

Trascorrevo le mie giornate con naturale indifferenza a ogni forma di azione o iniziativa, scivolando sulle scale per tre piani ogni mattina e risalendole alla sera. Così, ogni giorno uguale per non so quanto tempo, in un costante presente che ha reso il mio tempo puntiforme, nell’illusione che tra spazio – lo spazio della mia casa – e tempo, quello fuori dalla casa, esistesse una relazione più ampia della mia interiorità. Per questo intessevo con gli oggetti una relazione schizofrenica, in grado di passare da un affetto quasi umano a un’indifferenza che non temo, oggi, di definire politica. Soprattutto con i libri. Non c’era giorno in cui non passassi in rassegna con l’indice le mie librerie, sfiorando le costine dei volumi con la noia stanca di chi ha già letto un autore che non potrà più scoprire. Ogni tanto ne prendevo uno tra le mani, rigirandolo nervosamente come se fosse qualcosa di alieno, ormai estraneo, un oggetto differente da qualche tempo prima, svuotato.

La sera mettevo su un disco, mi cucinavo qualcosa, e lasciavo che il silenzio piatto che accompagnava le mie giornate venisse incrinato dallo sfrigolare della cipolla, o dal tintinnio della bottiglia sul bicchiere. In quegli attimi, mentre leggevo aspettando che bollisse l’acqua, indagavo su questi due linguaggi, sullo scarto tra il silenzio della scrittura – così pieno, denso – e quello che mi circondava davvero, reale, percepito senza bisogno di dover essere annunciato da una parola. E mi chiedevo se i nostri silenzi interiori avessero qualcosa da spartire con quelli al di fuori, se il silenzio avesse un qualche legame col pensiero. Così, credo per la prima volta, pensai ad alta voce, mi ascoltai con attenzione e timore, e iniziai a interloquire con me stesso mentre mi servivo un branzino al cartoccio con contorno di cipolla e pomodori di Pachino.

Da quel giorno iniziai ad affrettarmi la sera, fuori dalla redazione, a rincorrere l’autobus, timbrare il biglietto, e timidamente lanciare sul finestrino uno sguardo d’intesa, dando a intendere a qualche ragazza che era con lei che stavo giocando. Poi compravo qualcosa da cucinare, e già ai fornelli tentavo un impacciato dialogo con la mia metà nuova, tutta da scoprire, mentre il vapore appannava con insondabile pazienza i vetri della finestra, e un odore esotico di soffritto si levava in aria, appetitoso. Tentavo di intuire i miei gusti, le miei opinioni riguardo all’imminente chiusura degli ospedali psichiatrici, della lotta del Perugia in campionato. Sorridevo, mentre sfumavo con un buon aceto di vino la carne in padella, e una musica spagnola avvolgeva la stanza, naturale conseguenza delle mie abitudini letterarie.

Tuttavia, nonostante quel piccolo accenno di dialogo qualche giorno prima, la mia metà non tornava a farsi sentire, a interloquire, mi imponeva un silenzio ottuso che stentavo a comprendere, mentre nervosamente muovevo le mani sfregandole una contro l’altra. Quel mutismo coriaceo mi sembrava illogico nell’economia di un dialogo che sarebbe stato salvifico per entrambi: la creazione di un linguaggio bicefalo, più completo di quello cui eravamo abituati finora. Eppure non feci niente, continuavo a domandare, domandare, elemosinando un contatto visibile, che andasse oltre il mio corpo. Finii per ammalarmi, e il medico – che nulla sapeva dei miei tribolamenti – mi consigliò di concedermi un periodo di ferie, «per riposare lo spirito», mi disse. Pensai che una volta a casa, senza pressioni dal mondo esterno, sarebbe stato più facile ottenere una parola, un segno che non fosse indice dell’altrui esistenza ma della mia, una parola che mi avrebbe restituito la certezza di esistere davvero.

Passarono sei giorni, durante i quali lo spazio ridotto della casa finì per togliere profondità ai miei atti, che si susseguivano ridotti al minimo. Un’ora poteva trascorrere in un attimo o pesare come l’eternità, e questi sbalzi erano decisi dall’intensità del mio desiderio di un contatto. Cominciai a compiere azioni rituali, che mi aiutarono a codificare le attività tramite un meccanismo che iniziai a chiamare ‘cumulo del tempo’: mentre gli chiedevo, a intervalli regolari, un cenno o una sillaba di intimità, dividevo il tabacco che poco prima avevo mischiato a della segatura. Con certosina pazienza separavo segatura e tabacco, quindi mi concedevo una sigaretta e gli chiedevo cosa ne pensasse, uno due tre dieci volte al giorno, sfinendomi. Mi sembrava di avere dimenticato chi fossi, chiuso in segmenti di spazio che avevano trasformato la casa in una geometria spietata, divano-tavolino-bagno-divano-tavolino-sigaretta-tavolino-sigaretta-sigaretta, finché non proferì quella frase.

«Non fermarti».

Lo disse cogliendo un attimo di indecisione nel movimento delle mie mani, ormai ridotte all’osso e gialle di nicotina. Lo disse con una calma sovrumana, come se parlare con me, per lui, fosse la cosa più banale che potesse fare, lui che fino a quel momento era stato sordo a ogni mia richiesta. E io, che quel contatto lo avevo desiderato tanto, andai avanti, e continuai anche a parlare, domandare, spiegarmi, con ansia emotiva e tentando di insinuarmi in quello spiraglio che mi era stato concesso. Qualche giorno dopo, snervato da quell’illusione che con una semplice frase era riuscito a impormi, mi accorsi che le mie mani avevano cominciato a muoversi differentemente, che la sinistra – nonostante io non fossi mancino –eseguiva i compiti che mi ero inventato con una solerzia che non le apparteneva, mentre la destra sembrava vigilare, ticchettando con le cinque dita un ritmo monotono sul legno, sempre uguale. Spaventato, ribaltai il tavolo rovesciando per terra tabacco e segatura, impietrito dall’inerzia del mio braccio destro, mentre col l’altra mano sparpagliavo in ogni angolo tutto quello che avevo fatto cadere, in una specie di reazione isterica a una paresi che non capivo.

Alla fine, mentre aprivo e chiudevo il palmo della destra, pensai con gioia che l’indomani sarei dovuto tornare a lavoro. Terminavano infatti le due settimane che mi aveva consigliato il medico, e dopo una notte tutto sommato serena, rinfrancato dalla sveglia mattutina e da un buon caffè, dopo la doccia, mi vestii di tutto punto. Scelsi un paio di pantaloni di fustagno – fuori cominciava a fare freddo – e un maglione di lana pesante, posai la tazzina nel lavabo e, prese le chiavi, mi diressi verso la porta contento di reinserirmi in società, un’umanità a me ostile perché non troppo conosciuta, indifferente e individualista, ma sicuramente reale. Tuttavia, più reale fu la paura che mi travolse mentre stringevo la maniglia. «Se esco da qui, dove vado?», pensai, e poi, a voce alta chiesi «Cosa ho fatto? Perché sono chiuso qui?».

«Non sta a me decidere il perché. Quanto a quello che hai fatto, perché ti credi colpevole di qualcosa?»

«Non sarei giunto a questo altrimenti».

«Se non conosci il motivo, come fai a includere la colpevolezza tra le cause?»

«Già, come faccio… Perché è l’unico motivo che conosco…?»

«Non è l’unico che conosco io».

«E chi sei tu?»

«Tu sei mio fratello e io sono il tuo custode».

Mi accorsi all’improvviso che la mano destra stava chiudendo a chiave la porta.

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Recensioni in forma di suggestione – 08 https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-08/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-08/#respond Mon, 04 Mar 2013 16:21:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13377 Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Francesco Quadri.)

Nuovi Mimi (Francesco Lanza)

Il calatafimaro

– Ciccio, che fa, mi ieccu?

– Nca ieccati...

E fu così che l’amico di Ciccio si buttò.

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Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Francesco Quadri.)

Nuovi Mimi (Francesco Lanza)

Il calatafimaro

– Ciccio, che fa, mi ieccu?

–  Nca ieccati…

E fu così che l’amico di Ciccio si buttò.

Il palermitano

Stava tutto assorto seduto sulla sedia. A sdraio la sedia, e sdraiato lui, riposava all’ombra di un fico. Era estate e il sole coceva ovunque tranne sul palermitano, sdraiato all’ombra.

Una mosca, zizzagando, gli andò a rovinare l’ombra sotto al fico, passandogli sotto il naso e camminandogli sulla peluria delle spalle. A manate cercò di difendersi il palermitano, ma il caldo lo rallentava e il sudore lo frenava. Idea, pensò allora – ché il palermitano è conosciuto da uomo sottile – e sparì in casa a rimestare.

La mosca intanto zizzagava beata all’ombra del fico, quando un boato ne accelerò il volo. E il palermitano, che sproporzionava colpi dal fucile al grido di “mora mora”, finì per sparare alla moglie che, nella sedia a fianco, era rimasta a godersi l’ombra.

Il carabiniere

Un carabiniere si ritrovò senza sigarette, e come lui il collega di guardia.

–Senti, le compri anche a me?

– Certo, ma ho solo cinque euro.

– E che problema è? Cinque e cinque dieci, ecco a te.

Il carabiniere, con cinque euro per mano, entrò in tabaccheria e trionfalmente disse – Tabaccaio, queste cinque sono per il mio pacchetto di nazionali e queste cinque per quello del mio collega.

Il tabaccaio, che rideva, mise un pacchetto per mano al carabiniere, e gli fece due scontrini per due resti. Tornato dal collega, il carabiniere fu attento a dargli resto e pacchetto giusti.

Il racalmutese

Viveva di rendita, oziosamente e pigramente. E aveva un vizio ben strano, ovvero quello di giocare al fantasma. Forzava cancelli porte e portoni, e si addentrava nelle case altrui per spaventare quando il momento era più propizio. Fece così persino in conventi, fingendosi statua per terrorizzare le suorine, o donna per ficcarsi nei letti.

Innocuo, è vero, ma non altrettanto poteva dirsi della moglie del castrofilippese. Costui, infatti, quanto a corna poteva competere con una coffa di lumachelle. Una sera, tornato a casa, trovò la porta aperta, socchiusa, ed entrò con passo felpato per beccare il colpevole con la moglie. Ma trovò la casa vuota. Vuota la cucina, vuota la camera da letto, e così decise che era stanco e che sarebbe andato a letto.

Avrebbe aspettato lì la moglie, che chissà dove se n’era andata.

Il pioppitano

Il pioppitano faceva mala vita. Senza soldi lui, e senza moglie. Solo se ne andava per le vie del paese salutando ora tizio ora caio, ma nessuno lo sentiva e nessuno gli rispondeva. Neanche il parroco parlava al pioppitano, tanto che gli pareva di confessarsi con un legno. E persa per persa che era la sua vita, cominciò a parlare con Dio.

Così tutti si accorsero del pioppitano, e quando passava davanti alla chiesa persino il parroco rideva – To’, il pazzo sta passando.

Il roccafioritese

Era parroco di paese, e badava con grande solerzia alle sue poche pochissime pecorelle. Un pastore senza troppi affanni e tanto zelo. Buono come la ricotta, perdonava alle sue animelle ogni piccolo peccatuccio di noia.

Però, quando all’improvviso si sentì male e cadde di cuore, non si trovava un altro prete in tutto il paese, ché lui era l’unico.

Il roccafioritese morì così, senza poter confessare se stesso.

Il prizzitano

Che di nome faceva Felice, e di cognome Becco. Era dunque intristito dall’essere deriso al grido –To’ chi c’è, il “Cornuto Felice”.

Dovunque andasse, con chiunque parlasse, al momento di presentarsi, il prizzitano veniva preso da più grande sconforto, finché un giorno alla moglie non venne una bella idea.

– Se ti disturba il tuo nome, cambialo.

– Vero! –  rispose il prizzitano, che tutto contento si recò al comune, e giunto che fu disse di volersi cambiare di nome.

– Perché, come si chiama? –  chiese il messo.

– Becco Felice.

– E come vorrebbe chiamarsi? – rise il messo.

– Becco Gaetano.

Il Cristo di Canicattì

A Canicattì fecero il Cristo come si deve, con croce, corona e i due ladroni di fianco. Ma come fu scesa la notte, il Cristo, quando furono tutti e tre soli, si liberò dai legacci, e in spalla si caricò la croce ché il legno gli serviva per l’inverno. E nascosto che ebbe la croce se ne tornò sul montarozzo.

L’indomani, quando tutti i canicattinesi gli chiesero cosa fosse successo, il Cristo gridò al miracolo e che per quell’anno era stato graziato. Tutti i canicattinesi lo portarono in spalla tra urla festose, mentre i due ladroni, rimasti in croce si dicevano – E poi i ladri saremmo noi…

Il Pattese

Quell’anno a Patti ci furono elezioni, e gli sgherri politici del Signore, memori dell’ultima sconfitta benedetta dall’ex-vescovo, andavano piazze piazze a gridare di votare per loro.

Un pattese si avvicinò a uno di quelli e gli domandò chi fosse e per chi dovesse votare. – Per Dio – gli rispose lo sgherro – Per Dio, contro Satana!

– E sia! – se ne andò convinto il popolano.

E così, il giorno delle elezioni, il pattese sulla scheda scrisse Dio.

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Recensioni in forma di suggestione – 07 https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-07/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-07/#respond Wed, 30 Jan 2013 14:21:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12788 Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Luigi Ghirri.)

In questo lavoro ho voluto compiere un viaggio nel luogo che invece cancella il viaggio stesso, proprio perché tutti i viaggi possibili sono già descritti e gli itinerari già tracciati. Le isole felici care alla letteratura e alle nostre speranze sono ormai tutte descritte, e la sola scoperta, o viaggio possibile, sembra quello di scoprire l’avventura scoperta.

(Luigi Ghirri, Atlante)

Finito di leggere Entromondo, o qualsiasi altro racconto di Antonio Castelli, mi viene voglia di mettermi alla finestra. E provare a imitarlo. Più volte mi è stata rimproverata questa strana attitudine, più volte sono stato accusato di feticismo letterario, ma la travolgente forza del ricordo – che vibra durante tutto lo scritto – ha smosso qualcosa che, a volte, ho pensato sedato. «Paese come cosmo», e, per i cittadini, quartiere come paese e quindi come cosmo, nel districare i colori di un profilo architettonico, muovendo d’analogia.

Ricordo il bordò del palazzo dove vivevo, un’allegria di cemento armato a sei piani, in fondo allo stradone di Mezzo Monreale. Palazzo come quartiere, quartiere come paese, e dunque palazzo come cosmo. Mi metto in disparte – come Castelli – e intuisco appena la funzione che si è ritagliata all’interno del paese. Deve essere stata dura fare pace con il proprio ruolo di osservatore, defilarsi dalla vita per registrarne i battiti più soavi, con «genio di polpastrelli» e impercettibile pedinamento.

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Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Luigi Ghirri.)

In questo lavoro ho voluto compiere un viaggio nel luogo che invece cancella il viaggio stesso, proprio perché tutti i viaggi possibili sono già descritti e gli itinerari già tracciati. Le isole felici care alla letteratura e alle nostre speranze sono ormai tutte descritte, e la sola scoperta, o viaggio possibile, sembra quello di scoprire l’avventura scoperta.

(Luigi Ghirri, Atlante)

Finito di leggere Entromondo, o qualsiasi altro racconto di Antonio Castelli, mi viene voglia di mettermi alla finestra. E provare a imitarlo. Più volte mi è stata rimproverata questa strana attitudine, più volte sono stato accusato di feticismo letterario, ma la travolgente forza del ricordo – che vibra durante tutto lo scritto – ha smosso qualcosa che, a volte, ho pensato sedato. «Paese come cosmo», e, per i cittadini, quartiere come paese e quindi come cosmo, nel districare i colori di un profilo architettonico, muovendo d’analogia.

Ricordo il bordò del palazzo dove vivevo, un’allegria di cemento armato a sei piani, in fondo allo stradone di Mezzo Monreale. Palazzo come quartiere, quartiere come paese, e dunque palazzo come cosmo. Mi metto in disparte – come Castelli – e intuisco appena la funzione che si è ritagliata all’interno del paese. Deve essere stata dura fare pace con il proprio ruolo di osservatore, defilarsi dalla vita per registrarne i battiti più soavi, con «genio di polpastrelli» e impercettibile pedinamento.

Lo spio invisibile, penna alla mano, timido di natura e nascosto anche a sé stesso, gironzolare tra gli appartamenti del mio palazzo, e non intervenire per fermare il signor Cardinale che, a penzoloni dal quarto piano, probabilmente sta pensando alla signora del primo, allo shock che le causerà l’indomani mattina quando, come ogni giorno, si sveglierà di buon’ora per dare l’acqua alle sue invidiate piante. Forse non interviene perché già sa, nel tempo confuso della memoria, che quel vecchietto non si lascerà cadere dalla finestra, con tutti i suoi stanchi ottant’anni, troppo pesanti per non sfondare il pavimento e scomparire inghiottito per sempre nelle viscere del palazzo. Chiude la finestra il signor Cardinale, e piange appena di quella sua gentilezza che gli costerà altri quattro anni su questa terra, prima che,insieme alla sua vita, il tempo si porti via anche il senno e la memoria della moglie.

Osservo l’osservatore «spartire» la gente del palazzo, e lo vedo seguire, quattro anni dopo, proprio la signora Cardinale, che ha un telecomando in mano e la vestaglia aperta sulla sottana. Con occhi d’Alzheimer si guarda attorno, smarrita e inconsapevole, finché Riccardo, per tutti sempre e comunque Riccardino nonostante si sia fatto un ragazzone, non la prende sottobraccio con l’amore del vicino di pianerottolo (che è un amore affatto particolare), mentre lei gli domanda Tu mi conosci? Riccardino non piange, lui è uno che da piccolo mangiava formiche, e le dice Sì, la conosco zia, e tutto questo mentre l’osservatore ha girato lo sguardo altrove, per ricordare quel bambino che affondava le mani nella terra ingabbiata in grossi vasi, l’unica terra possibile in città. Ficcava prima un dito e poi l’altro, l’indice e il medio e poi di nuovo indice e medio, mai gli altri. Chissà perché? Riccardino era oscuro a capirsi, primitivo, con un suo linguaggio cacofonico e dislessico, e due occhi neri di pece con i quali fissava le formiche camminargli sull’indice e il medio, prima di avvicinarle alla bocca.

Se il tempo esiste, quello della memoria ha confini incerti, e a noi «sradicati», dal nostro tempo e dal nostro spazio, non rimane che questo. Così pedino Castelli, che ha polpastrelli buoni e poesia da vendere, per capire come mia nonna mi salvò la vita, tanti anni or sono. Mi vedo!, e vedermi mi impaurisce, perché tra me e me non c’è uno specchio (che è una finzione accettata) ma un niente, e attorno solo estate che si appresta a «sgozzare la primavera» e a bruciare tutto nel suo sangue. Mi vedo giocare nel terrazzo al primo piano. Una palla rimbalza. Io la seguo. Mia nonna urla Accura!, ma non è questo il momento in cui mi salva.

Quell’attento, quell’accura gridato senza troppa convinzione, rientra tra i caratteri di mia nonna, che Castelli mi dice essere «mamma due volte» e perciò preoccupata due volte. In fondo la capisco, cammino con passo malfermo e non parlo ancora, mugugno suoni indistinti in attesa di governare le due lingue che ascolto dalla nascita, quella elegante e distinta dei miei genitori, e quella blandamente esclamativa di mia nonna. Lei ha perso il marito da tre anni, qualche mese prima che nascessi io. Sarei stato il suo primo nipote maschio, dopo due figlie femmine e tre nipoti, e per un isolano dall’aspetto fiero era un’attesa importante. Tuo nonno ha fregato la guerra, mi dice Castelli. Non lo sapevo, gli rispondo, ma non mi azzardo a chiedere spiegazioni, turbato dal fatto che lui sappia, del mio cosmo, più cose di me. Ma forse è giusto così, oltre ai polpastrelli servono anche occhi buoni per registrare tutto, per essere storico fra gli storici.

Un urlo lacera la mia distrazione e quando mi volto vedo il balcone del secondo piano staccarsi dal prospetto bordò del palazzo, farsi macerie con un tonfo terrificante sul terrazzo di mia zia. Ecco, sono morto, penso spaventato. La signora Ginetta, del terzo piano, nonostante la malattia che presto le prosciugherà la vita, torna ad affacciarsi. Aveva appena finito di stendere i panni, e aveva visto me e mia nonna giocare. Adesso urla Il bambino, il bambino è morto!, attirando alle finestre tutte le altre donne, i bambini. Castelli mi spiega che è perché «i bambini sono di tutti» che la signora Ginetta non considera mia nonna, sono di tutti come gli uccelli. E io penso che se solo fossi stato un’aquila avrei spiccato il volo con mia nonna tra gli artigli e, con quella confusione di immagini che è propria dell’Isola, l’avrei salvata. Invece appartengo all’umanità, e l’uomo è fatto di nascita e morte, estremi di una parentesi che speriamo mai chiusa.

Da tutto il palazzo accorrono a cercarci fra le macerie, mentre la signora del secondo piano guarda sconcertata lo squarcio oltre la sua cucina. Scavano furiosamente, scorticandosi i polpastrelli sul cemento armato che uccide rendendo fede al proprio nome, spostano pietre, balate, pezzi di ferro, e finalmente trovano il corpo piccolo di mia nonna. Ha gli occhiali storti, sul naso che praticamente non c’è più. La bocca, senza denti, simula un ghigno fuori luogo, e ha il cranio spaccato. Sulla schiena, sulla sua gobba, rivoli di sangue sembrano vene scoperte, o piccoli fiumi che seguono il solco delle rughe. Mia madre piange per sua madre, mentre il padre di Riccardino si avvicina a mia nonna per scostarla. Sotto ci sono io, miracolosamente vivo, salvo qualche piccola escoriazione. Il bambino è vivo!, urla Orazio, e tutti adesso gridano al miracolo, alla mano di Dio che ha salvato quel picciriddu muto! Ma io so che a salvarmi è stata mia nonna, che adesso appartiene agli angeli, che sono uccelli evoluti.

Sono stordito da quella visione, che avevo tante volte immaginato, colpevolizzandomi per la morte di una persona della quale, in fondo, non avevo che pochi ricordi. Castelli mi sorride, e gli domando cos’ha da ridere. Mica siamo storici, mi dice. E poi aggiunge Guarda là. Mi volto, e rivedo il balcone staccarsi dal secondo piano, i calcinacci farsi schegge di bombe di cemento, letali. Odo la signora Ginetta urlare Il bambino, il bambino è morto! Mi sembra la stessa scena di prima, e non capisco dove Castelli voglia andare a parare. Finita la catastrofe, però, vedo mia nonna uscire sul terrazzo, e io sono fra le sue braccia. Poco prima che il balcone si staccasse le avevo fatto capire di avere sete.

Torno in me quando un gatto nero zompa sul mio balcone, mi sento confuso. Non ricordo più come sia andata.

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Recensioni in forma di suggestione – 06 https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-06/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-06/#respond Fri, 28 Dec 2012 09:48:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11855 Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Francesco Quadri.)

Lettera aperta
(Goliarda Sapienza, passando per Cortàzar)

"Mi amareggia entrare in un luogo ove qualcuno che vive tranquillo ha disposto tutto come una reiterazione visibile della sua anima, qui i libri (da una parte quelli spagnoli, dall'altra quelli inglesi e francesi), là i cuscini verdi, in questo preciso punto il portacenere di cristallo [...]. Comunque, feci le valigie, avvisai la sua cameriera che mi sarei sistemato qui, e salii nell'ascensore. Arrivato fra il primo e il secondo piano sentii che stavo per vomitare un coniglietto. Non gliene avevo mai detto niente, e non per slealtà creda, solo perché come fa uno a spiegare alla gente che di tanto in tanto gli viene da vomitare un coniglietto?"

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Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Francesco Quadri.)

Lettera aperta
(Goliarda Sapienza, passando per Cortàzar)

“Mi amareggia entrare in un luogo ove qualcuno che vive tranquillo ha disposto tutto come una reiterazione visibile della sua anima, qui i libri (da una parte quelli spagnoli, dall’altra quelli inglesi e francesi), là i cuscini verdi, in questo preciso punto il portacenere di cristallo […]. Comunque, feci le valigie, avvisai la sua cameriera che mi sarei sistemato qui, e salii nell’ascensore. Arrivato fra il primo e il secondo piano sentii che stavo per vomitare un coniglietto. Non gliene avevo mai detto niente, e non per slealtà creda, solo perché come fa uno a spiegare alla gente che di tanto in tanto gli viene da vomitare un coniglietto?”

Gentile Julio,

Rispondo alla lettera che mi ha inviato mentre occupa, abusivamente (approfittando della mia assenza per un lungo viaggio nell’Isola), casa mia a Bologna. Esordisco scrivendole che, in qualche modo, devo ammettere che mi è mancato. La sua perfezione stilistica nel sintetizzare un pensiero in una frase secca continua a sorprendermi nonostante ci conosciamo ormai da anni o, meglio, io la conosca da anni. Perché mi pare di notare che, nonostante l’eleganza, lei stenti ancora a capire la mia natura e ceda troppo spesso all’indolente tentazione di apostrofare un animo in maniera troppo netta. Certo, la pretesa che lei si riferisca proprio a me potrà sembrare altezzosità – e forse lo è – ma il fatto che lei indirizzi al sottoscritto questa missiva mi pare che possa giustificare il mio peccatuccio borioso. Spero, ad ogni modo, che si goda il soggiorno in casa mia e che, tra i ritratti a china appesi alle pareti,la sua immagine accanto a quella di Borges non la turbi più di tanto.

Quanto ai coniglietti, si ritenga libero di vomitarne quanti crede. Al contrario di quanto lei pensa di me, l’ordine di casa mia, della mia scrivania così come quello della mia libreria, non risponde a un tentativo di rendere visibile una metafora dell’animo, quanto piuttosto all’esigenza di dare un contrafforte a un’interiorità tremolante. “Solo chi ha il disordine in testa è così ordinato nella vita reale”, disse una volta un mio caro amico. E conosco un’autrice che ha fatto rabdomanzia di questa massima, cercando le parole più adatte a districare le frasi che le si erano conficcate nella memoria. Non pretendo di avere il disordine in testa, quest’espressione così smaccatamente beat, né di tracciare un confine tra la mia scrivania – la vita reale – e i coniglietti di cui tanto lei ama scrivere, ma pretendo rispetto per un’insicurezza così palesemente malcelata. È buffo, questa scrittrice (ma anche grande attrice) ha cercato per tutto un libro di vomitare polpi, mentre apprendo che lei, con una facilità irritante, già in ascensore ha vomitato un coniglietto.

Mi sorprende questa mancanza di rispetto, e mi sorprende, inoltre, che incuneatosi negli interstizi della mia vita, aggirandosi per la mia stanza con un indice accusatore sulle costine dei miei libri,una personaacuta come lei non ne abbia notato la disposizione. L’idea di ogni accostamento è ragionata, al punto da sembrare provocatoria, ma, a farci davvero caso, a rifletterci meglio, un attento osservatore scoprirebbe che l’idea dell’ordine – e parte della collocazione stessa – è dovuta a un suo conterraneo che ci è impazzito dappresso al suo ordine, e che ha finito per costruire una casa di libri per sfuggire a quella che con tanto disprezzo lei definisce “una reiterazione visibile dell’anima”. Mi dica, lei che è tanto attento, che ordine può avere un animo che pone al centro dei ritratti appesi alle pareti l’ideatore dei Canti del caos?

Ci fosse stato un ritratto di Goliarda Sapienza (la scrittrice di cui sopra) avrei perdonato le sue illazioni, e avrei compreso il perché di questo suo ostinato pensiero. Ma quel ritratto manca, perché ho paura del coraggio che ha avuto quell’isolana di mettere disordine in un finto ordine, di iniziare – e a fatica terminare – un  tentativo di auto-analisi di cui la signora Sapienza si è assunta ogni responsabilità, all’impiedi, imparando persino a chiedere scusa contravvenendo alla sua educazione. E pazienza se per riuscire (?) in tutto questo è stato necessario vivere il ruolo di straniera, aliena alla propria città, alla propria infanzia e, in definitiva, a se stessa.

Nella speranza che i suoi coniglietti non distruggano casa mia e, soprattutto, non distruggano lei, le ricordo che nel freezer troverà del limoncello fatto in casa.

Nonostante tutto, la saluto con affetto.

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Recensioni in forma di suggestione – 05 https://minimaetmoralia.it/recensioni/recensioni-in-forma-di-suggestione-05/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/recensioni-in-forma-di-suggestione-05/#respond Tue, 09 Oct 2012 14:49:17 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9758 Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli.

Il carrubo (Giuseppe Bonaviri)

Il piccolo Giuseppe se ne stava sdraiato sotto un carrubo, fissando alcuni uccelletti che sembravano portati dal vento per ubriache rotte che parevano più ghirigori arabeggianti. Andavano su e giù secondo un moto affatto uniforme, che insinuava nella mente del bambino una cocciuta idea di programmaticità del caos, come se, dato che una forma nel mondo terreno deve assumerla anche ciò che è casuale, quella forma, per l’appunto, fosse stata decisa da un ordine superiore agli uccelletti. Ma anche allo stesso Giuseppe e al carrubo.

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Ritratto eseguito da Francesco Quadri

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Il carrubo (Giuseppe Bonaviri)

Il piccolo Giuseppe se ne stava sdraiato sotto un carrubo, fissando alcuni uccelletti che sembravano portati dal vento per ubriache rotte che parevano più ghirigori arabeggianti. Andavano su e giù secondo un moto affatto uniforme, che insinuava nella mente del bambino una cocciuta idea di programmaticità del caos, come se, dato che una forma nel mondo terreno deve assumerla anche ciò che è casuale, quella forma, per l’appunto, fosse stata decisa da un ordine superiore agli uccelletti. Ma anche allo stesso Giuseppe e al carrubo.

Era una calda mattinata estiva e, sotto la chioma dell’albero, Giuseppe si godeva l’ombra fresca che sfocava di nero il giallo pagliericcio del terreno. Una leggera brezza gli solleticava gli avambracci, nudi come il torace che aveva scoperto dalla canottiera per potersi godere il contatto con l’erba fresca. Si alzava a sedere per gioire appieno del venticello, e si ributtava giù quando il soffio, lento ma costante, gli infreddoliva, per quanto era possibile sentire freddo nel boschetto di Ballarò, le spalle scoperte. I colori del paesaggio – tagli netti in lunghissime linee verticali e orizzontali – cozzavano appena con l’armonia complessiva che si era infiltrata nell’animo del piccolo Giuseppe, incline a concedere un’apparente fuga asimmetrica soltanto al volo degli uccelli.

Sua zia era solita dirgli, con tono di reale timore, di non addormentarsi sotto un carrubo o avrebbe sentito “alte grida e visto gli spiriti dei trapassati”. Diceva così in base a popolari credenze che attribuivano, per dirla in termini scientifici, proprietà allucinatorie a delle presunte esalazione che provenivano da non si capiva quale oscuro anfratto del tronco del carrubo. O della chioma, chissà. Giuseppe sorrideva dei timori ignoranti della zia, e mentre osservava quei piccoli volativi in cielo disegnare scarabocchi, gli capitò di addormentarsi. E in sogno – o in quello che a lui, una volta svegliatosi, parve essere stato un sogno – vide le fronde dell’albero aprirsi a sipario su un cielo che intanto si era capovolto, e cominciava a perdere il suo colore acceso, colando, come se sudasse a causa di un sole sempre più grande e più grande. Giuseppe vedeva quella stella diurna ingigantirsi sempre di più, bruciando il sipario-chioma del carrubo, squamando persino la sua pelle, eppure non aveva paura. Sentiva solo un lieve bruciore di stomaco, e non riusciva a decidersi se fosse colpa dell’incandescenza dell’astro copernicano, o una sensazione dovuta allo svuotamento di cui era vittima (o del riempimento).

I rami del carrubo persero le foglie, che si staccavano ma non cadevano, venivano prese dal vento e portate verso gli scoppi di fuoco del sole, e lì bruciavano con un rumorino cinereo e un po’ di fumo. I rami, nudi, rinsecchirono e si fecero dita gracili eppure cariche della forza della natura, antichissima, senza tempo. Quelle stesse dita presero Giuseppe per la collotta e lo mostrarono al sole, squamato e sempre più vuoto, e quella luce accecante disegnava migliaia di ombre strane sul dorso del telo bianco che una volta era stato il cielo. Animali mostruosi (o meravigliosi) figli di accoppiamenti fra specie, sirene, cavalli lunari, teschi in forma di donna, uccelli peregrini, tutto un turbinio di amore vero, se è vero che nell’amore barbaro tra specie si annulla ogni odio.

A Giuseppe, a vedere quel balletto incestuoso, venne un’idea bizzarra, blasfema quasi. Era piccolo, è vero, ma grande abbastanza per sapere degli umori del sangue quando passava Angelica, la sua bianchissima Angelica, i cui fianchi, tondi come crateri lunari, gli mandavano il sangue alla testa. E non solo. Sapeva dello smottamento che provava quando lei sorrideva, leggendo le poesie di Ibn Hamdis, consapevole che non si torna mai dove il cuore è stato lasciato “a guardia di una dimora”. Con il suo lieve accento arabeggiante, bianca come la ricotta, o la luna, sapeva che non si fa ritorno se si vuole continuare a cantare dell’esilio, e a ricordare.

Era piccolo Giuseppe, ma sapeva dell’amore carnale, lo immaginava, lo praticava in solitudine, e a vedere la promiscuità della natura che le dita del carrubo, e lo spettacolo del sole infuocato, gli avevano messo innanzi, gli venne quella bizzarra idea di fare l’amore con Dio, che fosse possibile fare l’amore persino con Dio. A quel pensiero vide la terra squarciarsi, e un ranuncolo germogliare. Lo vide crescere istantaneamente, e vide Angelica sbucare fuori dai suoi dodici petali di color bianco, candidi. Angelica era bella, eppure non aveva le solite abusate fattezze umane, era piuttosto… trasparente! I raggi solari l’attraversavano come pulviscolo, come la polvere che non solo siamo stati e ridiventeremo, ma che non abbiamo mai cessato di essere. Come una specie di ologramma investito dalla luce solare, per contrappasso, si avvicinò al piccolo Giuseppe, che intanto si era svuotato completamente (o riempito) e del quale non restavano che parole di cosmogonia, e lo baciò con tutto il corpo, inghiottendolo con la bocca. L’amore con Dio è totale, pensò Giuseppe, e una carezza è fondersi alla sua epidermide, uno sguardo è entrargli negli occhi, un bacio è un morso, l’amore un’unione. Stettero così un tempo indefinito perché il tempo nella natura si fa immobile, istante in evoluzione ciclica e non lineare, continuamente interrotto. Puntiforme. Fu così che Giuseppe divenne una creatura creante.

Quando si risvegliò – o credette di risvegliarsi – il sole tramontava dietro i monti di Mineo, e la chioma del carrubo, sferzata dal vento, suonava un motivetto tenue di fruscii. L’erba rinfrescata della sera gli solleticava la schiena mentre la sua fanciullezza si perdeva (o si espandeva) spargendosi nella terra attraverso le dita che conficcò al suolo. Quando le tirò fuori erano umide. Angelica, in quel momento, lo chiamò dal muretto davanti al casolare, ché la cena era pronta.

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Recensioni in forma di suggestioni – 04 https://minimaetmoralia.it/recensioni/recensioni-in-forma-di-suggestioni-04/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/recensioni-in-forma-di-suggestioni-04/#respond Thu, 06 Sep 2012 15:19:12 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8581 La rubrica di Gianluca Cataldo racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli.

Le lettere del vicolo (Maria Messina)

Cara Caterina,

ti ricordi i nostri discorsi che non mi sarei mai familiarizzata con mio marito? Ebbene, credo che ci sto riuscendo. Se difficilmente piglierò una reale confidenza con quest’uomo saggio e così silenzioso, poco a poco sto invece rendendomi amabile, camminando in punta di piedi quando lui ha da fare o accorrendo quando mi chiama. Eppure, devo dire, per fortuna che con me c’è Nicoletta. Senza sarei persa, superata da una specie di tristezza nel cuore che non mi ha lasciata neanche ora che sono in città con Don Lucio. E sono contenta molto anche di come vanno le cose tra nostra sorella e mio marito. Si rispettano, Nicoletta è bravissima in molte cose, quasi più brava di me.

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Le lettere del vicolo (Maria Messina)

Cara Caterina,

ti ricordi i nostri discorsi che non mi sarei mai familiarizzata con mio marito? Ebbene, credo che ci sto riuscendo. Se difficilmente piglierò una reale confidenza con quest’uomo saggio e così silenzioso, poco a poco sto invece rendendomi amabile, camminando in punta di piedi quando lui ha da fare o accorrendo quando mi chiama. Eppure, devo dire, per fortuna che con me c’è Nicoletta. Senza sarei persa, superata da una specie di tristezza nel cuore che non mi ha lasciata neanche ora che sono in città con Don Lucio. E sono contenta molto anche di come vanno le cose tra nostra sorella e mio marito. Si rispettano, Nicoletta è bravissima in molte cose, quasi più brava di me.

Con affetto,

Antonietta.

****

Amata Caterina,

da quando mi sono trasferita da Antonietta il tempo sembra d’ovatta, e le giornate sono scandite da una rassicurante abitudine. Don Lucio è il brav’uomo che ci era sembrato, corretto e premuroso. Elargisce consigli con la stessa gravità con cui amministra i denari e, anche se a volte può sembrare duro,  per lo più ha ragione.

Sto imparando molte cose qui con loro, e do una mano ad Antonietta con Don Lucio. La mattina gli pettino i capelli, con l’attenzione dovuta e con un ritmo costante che lui sembra gradire; gli preparo da mangiare a pranzo, e dopo cena riempio la pipa che lui fuma in silenzio, seduto o davanti ai vetri della finestra. Ha un paio di quaderni che legge e rilegge e compila ogni santo giorno, annotando cifre su cifre. Non so cosa fa, ma sarà qualcosa in qualità di amministratore del Barone. A me basta di poter dare una mano a nostra sorella.

Spero di rivederti presto,

Nicoletta.

 ****

Care sorelle,

Ho avuto molto piacere a leggere le vostre lettere. Mi fa contenta sapervi insieme, come due acini di uno stesso grappolo, mentre io me ne sono rimasta a S.Agata, con mamma e papà. Ammetto di invidiarvi. A te, Antonietta, invidio il matrimonio con Don Lucio che, se non è un uomo bello, è un uomo generoso che con i suoi denari aiuta tanta gente, non ultimo nostro padre che gli è tanto riconoscente da dire per scherzo che sua figlia gliel’ha data volentieri. E a te, Nicoletta, invidio la città che scoprirai in fondo al vicolo. Mentre io sono qui che aspetto.

Vi abbraccio tanto,

Caterina.

****

Cara Caterina,

Abbiamo deciso di scriverti insieme questa volta, con la mia bella grafia. Ad Antonietta sta crescendo la pancia ed è sempre più bella, mentre io vedo avvicinarsi la fine del mio mese e mezzo in città. Don Lucio dice che «chiusa la porta non abbiamo niente a che fare con i vicini», e ha ragione. Perciò la città la vedrò un’altra volta. Ma non ho pentimenti, questo mese e mezzo è stato come una vacanza con Antonietta, durante la quale abbiamo parlato tanto della nostra infanzia e mai del futuro, che sarà senz’altro splendido quando arriverà il piccolo Anselmo. Don Lucio sarà un padre premuroso, come lo è con me e Antonietta. Non ci fa mancare niente, e quando ci sgrida lo fa per il nostro bene, spiegandoci come funziona il mondo fuori dal vicolo, evitandocelo da inesperte.

Antonietta vuole che ti scriva che le manchi, e anche se dice che quando me ne andrò si sentirà persa so che non è così perché avrà un bambino e un marito a cui badare.

Ti stringiamo forte,

Antonietta (col pancione) e Nicoletta.

 ****

Nostro padre ha avuto un malore grave STOP è deceduto STOP vi prego di tornare STOP

 ****

Cara Caterina,

Da quando, dopo la morte di papà, sono dovuta restare in città con Antonietta e Don Lucio mi sento strana. Ho un malessere dentro che non so spiegare. Se prima vivevo l’ospitalità di Don Lucio come una vacanza, adesso mi sento come una servetta senza soldo. Stiro, cucino, lo pettino, gli verso il bicchiere d’acqua che beve con una lentezza che mi esaspera, due ore dopo cena. Sempre due ore dopo avere mangiato. E gli preparo la pipa, mentre Antonietta deve badare al povero piccolo Anselmo, così piccolo e di già così cagionevole. Un bambino così sensibile che non faticherà ad accorgersi dell’insofferenza del padre nei suoi confronti. O almeno così mi sembra.

Con me, invece, ha sempre più premure, ed è sempre più stranamente gentile, tanto che Antonietta, non avendo la forza di dire niente al marito, se la prende con me. Sento che tra di noi sta nascendo un fantasma freddo che Don Lucio amministra come fa con i suoi denari. Non mi è dato sapere cosa pensa, salvo quando si lamenta della poca limpidità della limonata che gli preparo alla maniera di Antonietta, con un po’ di vino e zucchero. Don Lucio mi mette soggezione, eppure non riesco a oppormi alle sue certezze. E le sue carezze, che sono figlie di quelle certezze, stanno rovinando il rapporto tra me e Antonietta. E con le sue figlie. Mi rimane sono il piccolo Anselmo…

Probabilmente non ti spedirò mai questa lettera, per non causarti dolore e per non causarne al cuore debole di nostra madre, ma io mi sento come una sposa senza anello, con tutti, ma proprio tutti, i doveri di una moglie e nessun diritto. È proprio vero, «le donne sono nate per servire e soffrire».

Sarà inutile, ma le lettere vanno firmate.

Con tanta nostalgia,

Tua sorella Nicoletta.

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Recensioni in forma di suggestioni – 03 https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestioni-03/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestioni-03/#respond Tue, 07 Aug 2012 13:30:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8579 La rubrica di Gianluca Cataldo racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli.

Lettera come memoria a Michele (Stefano D’Arrigo)

Le isole sono isolate per definizione, per natura. Se ne stanno là, e non si spostano anche se non sono ancorate. O forse lo sono, almeno una lo è. Con le sue tre belle colonne tornite come fossero cosce di femmina, anzi di femminota (che c’è una bella differenza!). Non c’è da fidarsi di quelle terre stabili, una attaccata all’altra come tante isole che fingono di non esserlo.

Una volta ero al porto – mi permetto di divagare – e fissavo dal di qua di Cariddi, e quindi a Scilla, i traghetti che attraversavano questo lungo lungo stretto. Io sono di Scilla, e noi di Scilla non abbiamo ferry-boat (abbiamo i nostri treni che si fermano a Villa e ci fanno scendere proprio prima di essere inghiottiti da questi traghetti, fere immense che mangiano carcasse di metallo che hanno mangiato carcasse d’uomini diretti all’Isola).

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Ritratto eseguito da Francesco Quadri

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Lettera come memoria a Michele (Stefano D’Arrigo)

Le isole sono isolate per definizione, per natura. Se ne stanno là, e non si spostano anche se non sono ancorate. O forse lo sono, almeno una lo è. Con le sue tre belle colonne tornite come fossero cosce di femmina, anzi di femminota (che c’è una bella differenza!). Non c’è da fidarsi di quelle terre stabili, una attaccata all’altra come tante isole che fingono di non esserlo.

Una volta ero al porto – mi permetto di divagare – e fissavo dal di qua di Cariddi, e quindi a Scilla, i traghetti che attraversavano questo lungo lungo stretto. Io sono di Scilla, e noi di Scilla non abbiamo ferry-boat (abbiamo i nostri treni che si fermano a Villa e ci fanno scendere proprio prima di essere inghiottiti da questi traghetti, fere immense che mangiano carcasse di metallo che hanno mangiato carcasse d’uomini diretti all’Isola).

Dicevo, io sono di Scilla, e quindi quel treno diroccato ridotto a ferraglia stridente che si ostinano a chiamare Freccia del sud, Treno dell’Etna, Trinacria o Treno del sole, non l’avevo mai preso fino a fine corsa, ero sempre sceso prima dell’inghiottimento, prima di scomparire nel buio delle interiora di una nave che trasporta un treno… mah? E però, l’altra sera, mentre me ne passeggiavo al porto, intento a fissare la luna “con una sorta di imprecisato e inconfessabile orrore” (per citare proprio uno scrittore dell’Isola) mi accorsi che l’Isola, appunto, era sempre immobile, lì nello stesso punto di sempre, quasi che con il Continente facessero come due magneti pigri messi a faccia uguale uno davanti all’altro. Si dovrebbero respingere, eppure né si attraggono né si allontanano, magari proprio in virtù di quella accidia che, forse, è il peccato dei cariddoti e, ahimé, anche di noi di Scilla.

Ad ogni modo, facevo queste banali considerazioni quando mi venne in mente che io all’Isola, col traghetto, non c’ero mai andato, che quel traghetto che inghiotte il treno, io, l’avevo sempre visto inghiottire, ma non ne ero mai stato inghiottito. Fu allora che mi prese una strana voglia di inghiottimento, di sparire come bolo alimentare nello stomaco metallico di un traghetto, e di essere risputato dall’altra parte dello stretto, nello slargo del traghetto che ti deposita tra le braccia della Madonna. Un donnone alto alto che dice Vos et ipsam Civitatem benedicimus: facili alle conversioni e ancor più alle illusioni, questi isolani credono che la Madonna li abbia scelti, che l’unica cosa che sia stato concesso di scegliere alla Madonna sia stata proprio la loro prima città a venire col traghetto. Esaltati!

Pensai queste cose mentre me ne passeggiavo al porto, salvo che io ancora la Madonna non l’avevo vista, ma ne avevo solo sentito parlare da qualche amico che ancora oggi, spesso, attraversa lo stretto e si ferma al mio bar per un caffè, l’ultimo caffè decente prima del Continente, si dice. Ma quella volta venne voglia a me di assaggiare un caffè dell’Isola, e quelle famose arancine del traghetto di cui tanto si parla. Così, lasciai passare la notte e l’indomani mi affrettai verso il porto, leggero leggero, senza una borsa a tracolla né una giacca, in pantaloni e camicia. Mi portai soltanto i soldi necessari all’inghiottimento, all’arancina e al caffè. Un biglietto per l’inghiottimento dissi in biglietteria a Villa, e arrossii di vergogna quando mi corressi con traghettamento.

Il treno era tutto in fremere, un siluro di carne che indietreggiava e avanzava come a corteggiare il barcone. Il mio primo pensare fu una specie di ribaltamento, e passai dalla prospettiva del traghetto a quella del treno, che lo accarezzava il traghetto, lo stuzzicava e poi se ne allontanava ancora, lasciando un suo pezzo dentro staccato dal resto. Mi cambiò la prospettiva il treno, e l’inghiottimento mi si fece inculamento, tutto di una meccanica sensuale che smontava pezzi su pezzi di treno come una tenia che si anfrattava. Avanti e indietro, e alla fine toccò anche al mio vagone che fu accolto da quell’antro nero, non inghiottito, ma accettato dopo tanto insistente corteggiamento.

Si spensero le luci dentro il mio vagone, e con i miei compagni di cuccetta ci guardammo nei visi contenti, loro di scambiare il ciuf ciuf con le onde e i gabbiani, io di guardare la mia piccola Scilla a punta sfocarmisi alle spalle una volta partiti. Lasciammo dunque il treno – io c’ero stato sì e no mezz’ora mentre quei poveri cristi anche diciotto diciannove – e salimmo in coperta. Molta gente al bar si lamentava di quanto ancora ci sarebbe voluto per arrivare alla Città, ma a me, e a molti altri, la Città pareva troppo lontana, e l’unico obiettivo possibile era Zancle, la città della Madonna. Un’arancina per favore grazie, e me ne andai sul ponte lasciandomi alle spalle una piccola scia di piselli insughettati. Risalire dalle viscere di un traghetto arrossato dalla ruggine, assordato da continui clangori  e dalle urla dei custodi che paiono anch’essi di metallo, è una bella cosa, è come una scalata al purgatorio, se non fosse che arrivato in cima inizia il traghettamento e lo stretto si fa Stige, tanto che mi parse che i sommozzatori immersi nei pressi di un ferry-boat vicino, armeggiando con catene e catenacce, gorgogliassero ne la strozza quanto tristi erano stati “ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, portando dentro accidioso fummo”.

Finalmente il traghetto partì, e io mi entusiasmai, affacciato con le braccia a penzoloni, a vedere Scilla, a destra, farsi piccola, e a sinistra ingigantirsi Cariddi. La traversata fu breve e, eccezion fatta per quella visione portegna, per niente allegorica, circondato com’ero da giovinastri di ritorno dalle vacanze in Europa o da intere famiglie pronte ad affrontare non la Fera, bensì le ferie. In prossimità del porto di Zancle ci dissero di ridiscendere di ponte verso il nostro treno, che placido aspettava, senza essere stato digerito, di essere espulso dal buco del traghetto. Rifacemmo tutto al contrario, e rimontammo la tenia che cigolando sui binari si mosse verso la stazione. Lì comprai un biglietto di ritorno per Villa e, nei venti minuti che mancavano al fischio del capotreno, presi un ottimo caffè in un baretto proprio di faccia alla stazione. Il treno-tenia si scompose un’altra volta, io risalii i vari ponti-gironi per riaffacciarmi al quinto – quello che spetta a tutti noi – comprai un’arancina (stavolta al burro) e, una volta approdati a Villa, proprio quando cominciavo a pensare che l’inghiottimento, lo stretto-Stige che separa Scilla e Cariddi, e il traghetto-Caronte, non fossero poi questo gran turbinio di insinuazioni letterarie, sentii la voce di un uomo che gridava “subito parte treno per il Continente!”.

Be’, signori miei – e qui la finisco con questa mia lunga divagazione – al sentire quella frase, io mi misi a fissare la faccia di un uomo che dal treno non era sceso, che era diretto chissà dove chissà perché, le sue rughe di fiumi prosciugati, gli occhi scuri, le labbra poco poco sporgenti, e cambiai tutto d’opinione riguardo all’inghiottimento e a quel traghetto che pare sputarti lontano, con l’espressione colpevole di chi sente il viaggio come “un’ignobile fuga dall’Isola di cui si sanno i malinconici confini”.

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Recensioni in forma di suggestione 02 https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-02/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-02/#respond Fri, 15 Jun 2012 13:40:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8390 La rubrica di Gianluca Cataldo racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui il primo articolo.

Ore di Spagna (Leonardo Sciascia)

In molti casi l’uomo europeo si domanda della potenza delle arti, in molti si risponde evitando di utilizzare la parola ‘potere’, la parola ‘generazione’. Ha sentito letterati arguti parlare di traumatizzazione senza trauma; incappare nel fatal errore di incaponirsi nella ricerca di un punto di non ritorno. Alcuni lo hanno trovato nella tragedia dell’Heysel, altri nella guerra in Vietnam. Entrambi nello strappo col reale, nel solco scavato tra il nostro divano e il proiettore di questi traumi al silenziatore: il televisore. Abbiamo osservato l’altrui morire senza la pienezza dei sensi. Il solletico pietoso della vista è di un pallore abbacinante dinanzi alla pienezza dei cinque sensi, e quei letterati hanno colto in questa menomazione l’angolo del piano inclinato.

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Foto di Ferdinando Scianna

La rubrica di Gianluca Cataldo racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui il primo articolo.

Ore di Spagna (Leonardo Sciascia)

In molti casi l’uomo europeo si domanda della potenza delle arti, in molti si risponde evitando di utilizzare la parola ‘potere’, la parola ‘generazione’. Ha sentito letterati arguti parlare di traumatizzazione senza trauma; incappare nel fatal errore di incaponirsi nella ricerca di un punto di non ritorno. Alcuni lo hanno trovato nella tragedia dell’Heysel, altri nella guerra in Vietnam. Entrambi nello strappo col reale, nel solco scavato tra il nostro divano e il proiettore di questi traumi al silenziatore: il televisore. Abbiamo osservato l’altrui morire senza la pienezza dei sensi. Il solletico pietoso della vista è di un pallore abbacinante dinanzi alla pienezza dei cinque sensi, e quei letterati hanno colto in questa menomazione l’angolo del piano inclinato.

Tutto ciò ha destato una traumatizzazione senza trauma, dicono.

Oltre l’Europacentrismo c’è l’Italia nella sua piccolezza. E la Storia nella sua infinita ode di dio, e quindi nelle infinite strade che passando da Roma portano a rotonde in stile Zaia. Osserviamo tutto, e tutto è il Trauma. Dall’undici settembre 2001 al 2001 di Genova; Da Katrina all’alluvione di Giampilieri. Il muro, la caduta della Grecia, Freedomflottilla, Fukushima, Chernobyl, Three Miles Island, gli stupri correttivi.

E se proprio vogliamo un trauma nostrano (e già dal sapore globale) la legge 30 del 2003. Il Trauma generazionale, ma di un’altra generazione. Cattedratici, giornalisti e radiofonici, io sono con voi – pensa l’uomo europeo – ma ho 42 anni e sono fuori dai giochi. Eppure, l’uomo europeo, guarda al di là della propria età, dei traumi che si pensano esclusivi, e crede anche che l’arte abbia un ruolo importantissimo. Persino un ragazzo accorto come Sciascia ha dovuto aspettare il patrio tradimento a Chaplin e Gary Cooper per schierarsi a favore dei rojos nella guerra di Spagna. Nel suo gustoso libretto Ore di Spagna (e le foto di Scianna!) dice di essersi schierato con Franco e Mussolini, quando il trauma civile spagnolo ebbe inizio, a causa della stampa italiana. Quindi, cambiò radicalmente idea allorché gli stessi giornali suggerirono un boicottaggio nei confronti di quegli artisti nordamericani colpevoli di avere inviato denaro ai rojos, e di essersi con questi ideologicamente schierati. Non potendo tollerare una tale offesa a Charlot, il sedicenne Sciascia si incuriosì e lesse tutto, compreso il Quijote (come se il Don potesse spiegare la guerra civil con quasi quattrocento anni di anticipo!), e si fece un’idea avulsa dalla propaganda fascista.

Forse, la mescita dell’arte con la vita reale è un merito – e una pecca, basti ricordare che nell’Affaire Moro le citazioni presenti sono di Pasolini (un reale) e di Borges (l’irreale) – di Sciascia; forse non tutti sarebbero disposti a darle il credito che merita, ma l’arte possiede il pregio della globalità, una peculiarità, declinata per esso con le fattezze del difetto, propria anche del trauma in questo secolo.

La sfida reale sarebbe quella di creare una letteratura – dato che solo di letteratura si parla – europea. Se di una cosa si sente la mancanza, e almeno tutto ciò vale per l’uomo europeo, è dell’Europa unita.

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Recensioni in forma di suggestione 01 https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-01/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-01/#respond Thu, 07 Jun 2012 14:00:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8267 Comincia oggi una piccola rubrica a cura di Gianluca Cataldo che dai romanzi (o dai racconti) che si propone di recensire subisce, e restituisce, brevi suggestioni. Nate da una frase o da un animo condiviso, da una pagina, o da 1257 (ma anche dal timore di non riuscire a parlarne adeguatamente) non si propongono di setacciarne le strutture, né di collegare relazionare schematizzare, ma semplicemente (o forse arditamente) di incuriosire.

Libertà! (Giovanni Verga)

Il vecchio libraio, Carmelo Viola, chiese a Virgilio se avesse letto la novella che gli aveva prestato. Nel farlo mosse leggermente la mano sinistra dal basso verso l’alto, secondo quel suo gesto tipico che sembrava volesse invitare l’interlocutore a continuare un discorso, anche quando il discorso, a ben guardare, non era che al suo inizio. Si trattava di Libertà, una novella di Verga che lui, il libraio, aveva ricopiato a mano su un paio di fogli perché il ragazzo potesse leggerla senza che gli rovinasse il libercolo che custodiva gelosamente nella sua libreria. Era un libraio ben strano, il cui affetto per i libri lo portava ad assomigliare più a un amanuense che a un venditore.

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Alfredo Montalti, illustrazione per Libertà, in Novelle rusticane (1883)

Comincia oggi una piccola rubrica a cura di Gianluca Cataldo che dai romanzi (o dai racconti) che si propone di recensire subisce, e restituisce, brevi suggestioni. Nate da una frase o da un animo condiviso, da una pagina, o da 1257 (ma anche dal timore di non riuscire a parlarne adeguatamente) non si propongono di setacciarne le strutture, né di collegare relazionare schematizzare, ma semplicemente (o forse arditamente) di incuriosire.

Libertà! (Giovanni Verga)

Il vecchio libraio, Carmelo Viola, chiese a Virgilio se avesse letto la novella che gli aveva prestato. Nel farlo mosse leggermente la mano sinistra dal basso verso l’alto, secondo quel suo gesto tipico che sembrava volesse invitare l’interlocutore a continuare un discorso, anche quando il discorso, a ben guardare, non era che al suo inizio. Si trattava di Libertà, una novella di Verga che lui, il libraio, aveva ricopiato a mano su un paio di fogli perché il ragazzo potesse leggerla senza che gli rovinasse il libercolo che custodiva gelosamente nella sua libreria. Era un libraio ben strano, il cui affetto per i libri lo portava ad assomigliare più a un amanuense che a un venditore.

Allora, l’hai letta la novella? Virgilio era molto intimidito da quell’uomo, dalla sua barba curata e dai libri accatastati sul suo tavolo. La madre, Ines, diceva sempre che le persone che sapevano leggere andavano rispettate, e lui si era convinto che la capacità  di lettura fosse direttamente proporzionale alla quantità di libri letti. Ergo, quell’uomo era degno del più grande rispetto, parola che al solo pensarla incuteva a Virgilio, come agli altri isolani, il più malcelato timore. I due si erano incontrati per la prima volta una domenica, all’uscita dalla messa. Per la precisione, il piccolo Virgilio era solito recarsi ogni domenica a messa con le cugine, di cinque anni più grandi di lui. Belle quanto credenti, le due ragazze, benché non fossero gemelle, si assomigliavano incredibilmente e, incaponitesi nella loro fede, finivano per perdere sulla strada verso la chiesa gran parte del loro fascino. Non troppo alte, ma nemmeno troppo basse, scure di carnagione e con un bel viso di meridionale lattiginosa freschezza, scortavano Virgilio verso Santa Maria la Reale, ogni domenica alla messa delle nove, respingendo gli attacchi dei buontemponi che, dal bar della nonna, gettavano sul selciato occhiate melliflue speranzose di essere raccolte.

Sotto il sole cocente dell’estata isolana, c’era un che di stoico in quelle due piccole figure che, telo sulla testa, camminavano a capo chino verso l’eucarestia settimanale. Onorate ragazze ben educate, reprimevano senza troppi sforzi gli attacchi dei giovanotti Vitaliani e, più a fatica, le titubanze che venivano direttamente dal loro animo. Consapevoli della loro bellezza, e intimamente convinte che in essa non ci fosse niente di male, non riuscivano a superare del tutto un’educazione troppo cattolica che, lungi dall’essere rifiutata in blocco, finiva per essere edulcorata in uno sguardo di sottecchi. Paradossalmente, finivano per assomigliare all’Annunziata di Antonello da Messina, così pudibonda eppure così sfrontata. Mariuzzo, l’eretico del quartiere, nei momenti di libertà, non perdeva occasione per avvicinarsi alle due ragazze. Nell’Isola, a quei tempi, c’era una strana discrasia tra il rispetto dovuto a una donna e la considerazione che si aveva del genere femminile. Capitava così che, reprimende oltremodo, le donne godessero però di uno status privilegiato, se così si può dire, riflessivo. Appartenenti a qualcuno, marito fratello o padre, risultavano intoccabili in virtù di un machismo mal travestito da galanteria. Al contrario, al riparo dalle mura domestiche, il controverso diritto di proprietà poteva estendersi longa manu a qualunque aspetto della vita di una donna, dall’educazione all’aborto, dal lavoro all’eredità. Le due ragazze, dunque, vivevano con tranquillità le attenzioni di Mariuzzo che, lontano dal minacciare l’incolumità fisica delle Annunziate, mirava piuttosto a mettere a repentaglio la loro immagine sacrale, eccitato insanamente da ogni costruzione blasfema che incontrava lungo il suo cammino. Il piccolo Virgilio assorbiva quei riti pagani, identici ogni domenica, in attesa di osservare quelli ieratici, meno oscuri a un animo ancora innocente come il suo, e si era stupito, quella volta, all’uscita dalla messa, di non trovare il solito Mariuzzo, bensì il Don Carmelo Viola, il libraio.

L’uomo, a fatica, aiutandosi col suo bastone, si era fatto incontro alla triade, aveva salutato le due ragazze levandosi la coppola e si era rivolto direttamente a Virgilio muovendo la mano sinistra dall’alto verso il basso. Tua madre mi ha detto che vorresti leggere qualche libro, ma che non sai da dove cominciare… Il piccolo Virgilio aveva chinato il capo in un cenno d’assenso mentre il vecchio gli porgeva dei fogli scritti a mano e gli diceva Ecco, mi sono preso la briga di scriverti due righe, non c’è inizio migliore che cominciare da una novella di nome Libertà.

Qualche tempo dopo, rimembrando quella scena, davanti al libraio che lo incalzava chiedendogli cosa ne pensasse, Virgilio sorrise al pensiero che con le sue cugine di fianco l’intero quadretto potesse sembrare un’annunciazione apocrifa. Allora, cosa ne pensi ragazzo? Rispose che lo aveva incuriosito il fatto che la libertà si facesse. E, convinto di dire qualcosa di innocuo aggiunse, con finta spavalderia, La libertà o c’è o non c’è. Don Carmelo lo guardò con una certa curiosità, si alzò a fatica dalla sua grossa sedia e gli si avvicinò. Nel farlo fece cadere dei libri per terra e, contrariamente a quanto faceva di solito, non si chinò subito a raccoglierli ma li fissò con una certa indifferenza. Col suo bastone si aiutò a spostarli sotto il tavolo, ripromettendosi mentalmente che li avrebbe sistemati in seguito, e poi mise una mano sulla spalla di Virgilio come se stesse per confessargli una grande verità. Noi siamo in grado di fare anche la libertà, siamo così astratti da creare tutto… il problema e che poi ci consegniamo ai signori, convinti che la nostra creazione sia sufficiente. Siamo in grado di creare tutto ma non siamo dei, rammentalo! qualunque cosa leggerai in futuro.

Virgilio, lì per lì, non capì cosa Don Carmelo volesse dire, e in ogni caso il vecchio non volle spiegarsi oltre perché la pressione della sua mano sulla spalla del ragazzo si fece via via più pesante, fino a trasformarsi in una spinta di commiato con la quale lo accompagnò alla porta. Sull’uscio staccò la mano dalla spalla, come se si fosse accorto all’improvviso di averla sopra qualcosa che non gli fosse concesso toccare. Chiese a Virgilio di tornare, e promise che gli avrebbe prestato altri libri, ma soltanto di scrittori isolani perché Bisogna sempre partire da un animo che si conosce, e anche perché sono di più facile reperibilità.

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Intervista ad Alberto Laiseca https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-alberto-laiseca/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-alberto-laiseca/#comments Wed, 22 Jun 2011 10:49:16 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4594 bblichiamo di seguito una lunga intervista – uscita per la Revista de Cultura Ñ a cura di Gabriela Cabezon Camara – allo scrittore Alberto Laiseca. Originario di Rosario, la sua opera è pressoché sconosciuta in Italia, ma in patria ha influenzato scrittori del calibro di Fogwill e Ricardo Piglia. Scrive di lui Cesar Aira: «Laiseca non solo è un grande scrittore [...]: è uno degli inventori della letteratura, unici e imprevedibili, con i quali tutto termina e comincia di nuovo». Il suo libro più importante, Las Sorias, è considerata l’opera più ampia della letteratura argentina.

Traduzione di Gianluca Cataldo

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Pubblichiamo di seguito una lunga intervista – uscita per la Revista de Cultura Ñ a cura di Gabriela Cabezon Camara – allo scrittore Alberto Laiseca. Originario di Rosario, la sua opera è pressoché sconosciuta in Italia, ma in patria ha influenzato scrittori del calibro di Fogwill e Ricardo Piglia. Scrive di lui Cesar Aira: «Laiseca non solo è un grande scrittore […]: è uno degli inventori della letteratura, unici e imprevedibili, con i quali tutto termina e comincia di nuovo». Il suo libro più importante, Las Sorias, è considerata l’opera più ampia della letteratura argentina.

Traduzione di Gianluca Cataldo

Interno. Luce artificiale. Scrittorio con una quantità smisurata di fogli. Voce grave, mediamente rauca e però dolce, di una melodia sottile che non viene da Buenos Aires. Dice “Attento”. È Alberto Laiseca, che in qualche modo si arrangia ogni giorno della sua vita per scrivere, a mano, perché così scrive, su questo tavolo, dove inoltre, quasi sempre, c’è una bottiglia di birra, una tazza di birra coperta da un panno e un posacenere ricolmo: “è un tavolo vaticano, tutto si perde per 700 anni, il tuo registratore si può perdere per 700 anni”, avverte e si siede al suo scrittoio. Un istante prima dell’impressione che la sua testa colpisca la lampada: è una montagna Laiseca. Una montagna con dei baffoni alla Nietzsche che emette fumo tutto il giorno. Il resto della scena: due gatte dormono sul letto, che è attaccato allo scrittoio. Fuori dalla finestra, due cani di impronta giapponese vivacchiano in un cortile coperto. Circondando il letto, una biblioteca conosciuta perché tutti i suoi libri hanno le copertine foderate.
Lasieca è magro, cenerino, stanco. Una polmonite lo ha colpito poco più di un mese fa, fino al ricovero all’ospedale. Qualche settimana dopo, quando stava un po’ meglio, furono messi in vendita i suoi Cuentos completos (ed. Simurg), e la coppia di registi Cohn e Duprat[1] licenziarono Querida, voy a comprar cigarrillos y vuelvo, film basato su un suo racconto e attraversato dalla sua voce e dal suo istrionismo.
Dovrebbe essere un buon momento della sua vita, però la mancanza di denaro, la necessità di trovare una casa per trasferirsi con tutta la sua fauna e l’eccessivo lavoro, “quasi non sto scrivendo né studiando” affaticano questo scrittore, padrone di un’opera tanto originale che sembra non avere tradizione né eredi, così figlia delle opere di Wagner, l’archeologia egizia, le filosofie orientali, l’opera di Shakespeare e i racconti di Edgar Allan Poe come della “Billiken”[2] degli anni Quaranta, i libri di avventura, i film horror e il porno di serie z.
La lingua di Laiseca è fatta di registro scientifico, formula esoterica, racconto di fate e delirio paranoico, triturati fino a raggiungere una polvere che, innaffiata con birra, gli servì per costruire la propria piramide, un monumento attorno al potere nei suoi versanti più tortuosi e tormentosi: il dittatore onnipotente, arbitrario e folle, e l’amore sadomasochista.
Può trattarsi di un libro come il leggendario Los Sorias, che tardò dieci anni a scrivere e altri sedici a pubblicare. O di racconti di due pagine. Possono svolgersi, come nel racconto del 1971 che apre i suoi Cuentos completos, “nell’anno 200 della Egira in un remoto paese arabo”, dove gli autobus hanno un motore a combustione umana: i galeotti morti sono scambiati alle stazioni di servizio. O una decade fa, nel cimitero della Recoleta[3], dove un nobile parla con la sua amata defunta, come nella “Verdadera historia de la mujer de Blanco”, il racconto che terminò qualche mese fa e che chiude lo stesso libro. Possono essere molto diverse. Però sono variazioni dell’identico: Laiseca è riuscito a fare alta poesia con le frattaglie più putride e gli artigli più affilati del potere, in buona parte della sua opera.
Una produzione che quasi lo uccide, e che anche gli salvò la vita, una vita che fu difficile, e però “il cammino più duro è il più facile”, dirà lui. E tutto iniziò così:
“A papà capitò una tragedia, era profondamente innamorato di mamma e mamma morì molto giovane. Papà impazzì, impazzì del tutto.

– Doppia tragedia per te.
– Sì, ho vissuto agli ordini contraddittori di un pazzo, povero papà. Castighi, lasciarmi solo di fronte a una domestica prepotente, sadica: così come ebbi buone domestiche, ne ho avute di cattive, e dovetti soffrirle. Mio padre evitava di agire, mai ci mise la faccia per me. Le domestiche avevano il potere totale e assoluto, soffrii abbastanza.
– E questo ti portò alla lettura.
– Io sostengo che la lettura, i libri furono ciò che mi salvò la vita, altrimenti impazzisci come tuo padre o ti suicidi, ci sono bambini che si suicidano, lo sapevi?
– Non lo sapevo.
– Non ne hai mai sentito parlare?
– No.
– Sì, ci sono bambini che si suicidano.
– Che disastro.
– Sì, bimbi che si impiccano.
– Avevi paura.
– Sì, avevo paura del mostro che viveva sotto il letto. Era un mostro in abstractum, che stava sotto il letto, non ne dubito, però non sbavava dalla bocca, neanche aveva una bocca o zanne, non faceva rumore. Passai decadi prima di capire che questo mostro era mio padre, e siccome gli volevo bene, non riuscivo a capire, cadevo in contraddizione.
– Scrivesti in quel periodo il tuo primo racconto?
– No. Da bambino provai a scrivere una cosa e non la terminai mai. Era totalmente autobiografica: un bambino che aveva perso sua madre e uscì a cercarla per la strada, e sembra che si accorse che non riusciva a trovarla. Quindi l’autore preferì abbandonare il racconto. Dopo tornai a scrivere, da grande, suppongo che avessi venti anni, e scrivevo molto male.
– Lo racconti sempre.
– Ed è la verità.
– Studiavi ingegneria?
– Cominciai a migliorare come scrittore quando cambiai vita.
– Ti aveva iscritto tuo padre?
– Sì, e anche il piano lo studiai perché lo voleva papà, già.
– Nella tua opera si nota che hai nozioni di matematica, meccanica.
Negra querida, vediamo se ci capiamo, io amo la scienza ma non pretendere che io sia ingegnere, perché non fa per me. Studiai fisica teorica fuori dall’università perché mi piaceva, perché avevo voglia, e feci abbastanza progressi.
– E il tuo amore per Wagner risale a quando studiavi musica?
– Fu dopo. Dovetti conoscerlo da solo, perché in primo luogo a nessuno della mia famiglia piaceva Wagner, a nessuno. Papà era innamorato di Beethoven e devo confessarti, querida negra, che all’inizio a me non piaceva per rabbia nei confronti del mio vecchio. Però Beethoven è un genio.
– Come mai hai abbandonato l’ingegneria e la vita da studente?
– Hai letto la frase che disse Mijail Sergueivich (Gorvachov), l’ultimo presidente sovietico quando impose la Perestroika? “Adesso non abbiamo un luogo al quale tornare, o cambiamo o cadiamo”. Bene, loro caddero. Però io inventai la frase o l’ho vissuta prima. E per fortuna, mi andò meglio che all’Unione Sovietica.
– La Russia è un paese sfortunato.
– Dai tempi più lontani: i poveri russi prima dovettero beccarsi lo zarismo, una cosa orrenda, quindi i sovietici e adesso i gangsters.
– E tu non potevi tornare indietro.
– Chiaro, malgrado scrivessi così male, dovevo essere scrittore perché era l’unica possibilità che mi restava, e per fortuna lo sono diventato. Avevo un piano B: essere ricco, andare a lavorare in Africa del sud, in una piantagione o che so io quale merda, cominciare come operaio e terminare comprando la terra al proprietario. Fantasia, però anche lo scrittore vive di fantasie.
– Con questa fantasia andasti a lavorare come vendemmiatore?
– No. Andai per rompere con le mie abitudini.
– E che rottura.
– Sì. Come disse qualcuno, non è una mia frase, ricordati negrita per favore di chiarirlo o mi accusano di plagio: “il cammino duro è il più facile”. Ne feci la legge della mia vita. È per questo che mollai ingegneria, smisi di ricevere il mio stipendio mensile e seguii il cammino duro che fu il più facile.
– Perché?
– Perché se avessi continuato in quel modo sarei morto.
– Cosa hai imparato coi i vendemmiatori?
– Imparai a osservare gli altri, imparai quanto è dura la vita nel campo, le ingiustizie che vi si commettono.
– Sono grandi.
– Enormi. C’è una frase che appresi dai capisquadra e che ho dovuto ascoltare anche fuori dalle cuadrillas[4]: “Se non le piace se ne vada”.
– Lo dicono quasi tutti i cattivi capi del mondo.
– Io lo appresi con i capisquadra delle cuadrillas.
– E quanto tempo sei rimasto?
– Due anni, due stagioni. E dopo andai a Buenos Aires e feci il netturbino per quattro anni e mezzo. Dopo, ero già stufo, una zia molto in gamba, che poveretta morì, mi trovò un lavoro nell’ ENTel[5], ti ricordi?
– Sì, ho ancora un cospel[6]
– Erano simpatici, di alluminio.
– Sembravano di rame.
– Hai ragione. Sono un coglione, mi sono confuso con quelli del subte, che erano sì di alluminio.
– Hai cominciato a scrivere con i vendemmiatori?
– Sì. Scrivevo molto male, però meno di prima.
– Sarai stato stanco.
– Non era questa la ragione. Scrivevo male perché non conoscevo niente della vita e dell’arte, e perché vivevo schiavizzato eseguendo ordini. Allora un giorno ti liberi, ma non è da un giorno all’altro che cominci a scrivere bene.
– E come sei riuscito a introdurti nel mondo intellettuale di Buenos Aires pur essendo un netturbino?
– Guarda, fu una di quelle cose ingenue che a volte portano dei risultati. Stavo lavorando quando vidi un uomo barbuto, “deve essere un intellettuale”, pensai. Gli parlai, “senti, vengo da fuori, sto a Buenos Aires da poco, non c’è un luogo dove si riuniscono gli scrittori?”. E curiosamente il tipo non mi derise e mi rispose: “Sì, c’è un luogo dove si riuniscono pittori, scrittori, poeti, è il Bar Moderno, all’800 e qualcosa di calle Maipù”. E lì andai, cominciai a conoscere gente, leggevo le mie cose, i miei manoscritti, sempre con una vita molto underground. Che può arrivare a essere una perfetta maledizione.
– È stato un prima e un dopo.
– Il Moderno mi cambiò la vita, non esiste più, poveretto, che disgrazia. Sai cosa c’è dove c’era Il Moderno? Un enorme buco, un pozzo.
– Perché?
– Perché adesso in questo luogo ci hanno messo un parcheggio sotterraneo; a volte vado non so perché, da masochista, questa cosa impossibile dei bambini, spero di trovare il locale, sapendo che non c’è più. Ritrovo sempre il grande buco.
– Come nel tuo racconto da bambino.
– Sì, qualcosa così, hai ragione.
– Chi ricordi con più affetto di quell’epoca?
– Molta gente, Sergio Mulet per esempio, un tipo che mi ha protetto abbastanza. Marcelo Fox – si riferisce a due scrittori del gruppo Opium, che si definivano come “satiri-cinici-ubriachi-innamorati figli della decadenza dell’occidente”.
– Dicono che Marcelo Fox fosse un genio. E non c’è niente di suo.
– Non c’è, si è perso nell’oblio più assoluto. Scrisse un libro di racconti che si chiama Invitaciòn al masacro. Io dico sempre che Fox non aveva nessun talento: aveva esclusivamente genio, niente più che genio, solo genio.
– Dicono che scrisse della sua morte.
– Ti dico come comincia il primo dei suoi racconti: “è ora di morire, tutto finisce, l’immondizia la allontanano, allontanano me. La ghigliottina cadrà lucida e esatta”. Sai come morì Fox? Decapitato, lo decapitò un treno a Belgrano R, così immagina tu se scrisse della propria morte.
– Chi altri hai conosciuto?
– Molta gente, non voglio ricordarmi di nessuno.
– Raccontami dei “buoni”.
– Conobbi Reynaldo Mariani, un poeta tremendo, lo cito in Los Sorias, cito una delle sue poesie. Poeta geniale Mariani, sì.
– Che anno era più o meno?
– Quando passai per Il Moreno avrò avuto venticinque anni, sarà stato il 1966.
– Che scrivevi in quell’epoca?
– Quelli che chiamavo “Testi caotici”. C’era un argomento a volte, però senza inizio né fine, erano il medium dell’argomento, e dopo frasi, riflessioni, questo.
– Sarà stato strano.
– Era stranissimo, attirò molto l’attenzione, c’era gente che voleva pubblicarmi, io non volevo pubblicare perché ero impazzito, avevo una questione che non c’entra niente. Una questione con i sindacati.
– Come con in sindacati?
– Ah, non farmelo spiegare. Scrissi un romanzo in quel periodo che si chiama Sindacalia, la fuente de la eterna anti-juventud. Ora mi hanno offerto di pubblicarla, dirò di sì. Però la semplice pubblicazione di questo romanzo sarà in contraddizione con quello che dice: che non si deve pubblicare.
– Perché pensavi che non si doveva pubblicare?
– Perché ero pazzo: pensavo “pubblicherò soltanto in un luogo dove ci sia libertà corporativa”.
– E come arrivasti a pubblicare?
– Bene, mi passò questa follia. Penso di lasciare il romanzo com’è, non traviserò la sua essenza, anche se devo fare un prologo esplicativo. I venti libri che pubblicai esistettero perché non continuai a pensarla così. C’è una frase in questo romanzo che è incredibile: “Chi scrisse questo libro, è già morto”, ed è la pura verità, io stesso ero molto vicino al suicidio.
– Come ti sei salvato?
– Vuoi che ti dica la verità? Mi aiutò il cielo. Voglio dire che il cielo e la terra, come ti direbbe un cinese, perché i cinesi non menzionano solamente il cielo, ma anche la terra, il ying e lo yang. Mi hanno protetto il cielo e la terra. Sì, perché senza aiuto celeste e materiale, per un tipo nella mia situazione l’unica via d’uscita era il suicidio, così che hai bisogno di molto aiuto terreno e celeste. Io sono credente, come saprai.
– L’esoterico è molto presente nei tuoi libri.
– Sono pagano, eterodosso diciamo, non ho religione particolare. Sì, sono pagano.
– Non vuoi parlare di politica, me lo hai detto e non ti chiedo di raccontarmi del tuo anticomunismo. Però quando seppi che avevi spedito una lettera al presidente Johnson chiedendo di arruolarti all’esercito degli Stati Uniti pensai: pensa se gli dicevano di sì.
– No, piuttosto cosa provai quando mi dissero che non mi avrebbero mandato in Vietnam.
– Sollievo.
– No. Orrore: e ora che faccio, perché adesso il suicidio sì che era più vicino che mai, e io non volevo uccidermi. Sono sempre stato molto pauroso. Pensavo che andando in Vietnam sarei tornato dentro un sacco verde con una bandiera piegata sopra, o che mi sarebbe passata la paura. Io non sono un indovino, tesoro, tra le mie molte doti non si annovera questa, però sì credo che mi avrebbero ammazzato. E c’è qualcosa di molto peggio, gli atei bolscevichi avevano bombe molto buone.
– Lo credo che vinsero.
– Avevano qualcosa chiamato “La Betty salterina”, che era una mina che saltava fino a quest’altezza e ti mozzava le braccia, ti lasciava cieco, cosette così. C’erano anche lattine di Coca-Cola interrate e piene di pallini da caccia o di pietruzze, con polvere da sparo e una specie di miccia, restavi castrato.
– Molto…
– Sfortunati furono quelli che morirono. Ah, un dato che conosce poca gente: tutti sanno che morirono 58 mila ragazzi in Vietnam, 58 mila soldati nordamericani, però poca gente sa che dei ragazzi che tornarono se ne suicidarono 50 mila. Così che abbiamo 108 mila caduti.
– Sono contento che Lyndon Johnson non ti abbia arruolato.
– Che vuoi che ti dica negra, anch’io sono contento. E ti dichiaro che se dovessi cominciare di nuovo non invierei la lettera a Johnson, farei quello che feci molto dopo: andare in un dojo a imparare il karate. Non se ne va la paura però sì, hai un po’ più di fiducia, controllo sul tuo corpo e ti aiuta con la salute. Se avessi continuato con il karate, dubito molto che mi sarei beccato questa merda di polmonite.
– Ti tranquillizzerebbe anche.
– Ti aiuta anche a livello di testa. Il karate, sia giapponese o cinese, è qualcosa di più di un’arte marziale, è un’arte integrale che fa in modo che tu non sia tanto aggressivo, curiosamente. La prima cosa che ti dice il tuo maestro è: “Non deve litigare con la gente, lei litiga fuori dal dojo, non serve, fuori”. Il karate cinese è il kung fu.
– Sono bellissimi i film di kung fu.
– Alcune cose sono fantasiose.
– Ho visto un documentario di monaci, e sembravano maghi.
– Sì. Vidi una foto di un karateka giapponese, un vecchietto, l’istantanea presa nel momento esatto di un colpo, con la sua mano destra tagliò la testa a un toro. L’ho visto, ci credo.
– Sanno cose che noi non sappiamo.
– Sì, chiaro.
– Come quel monaco che si diede fuoco in posa da loto.
– Ah, sì, in Vietnam, a Saigon. Però gli faceva male, gli fece male.
– Ma lo dominò.
– Lo dominò, ma gli fece male.
– Si bruciarono in circa 64.
– Non so quanti, però ti dico che era un governo pessimo quello che c’era nel Vietnam del sud.
– Che perseguitava i religiosi per qualunque sciocchezza.
– Ngo Dihn Diem, un dittatore tremendo. Non ho niente contro i cattolici se non contro i cattolici fanatici, tutto il gabinetto di questo governo era fanatico-cattolico e i buddisti erano perseguitati  in un paese a maggioranza buddista. Come se qui io fossi dittatore, mi faccio buddista e perseguito i cattolici, sono pazzo, sto perseguitando la maggioranza del paese, un pazzo. Ci tengo a dirti che non si giustifica nemmeno la persecuzione a una minoranza, fai che fosse una minoranza, nemmeno.
– Il Vietnam era un manicomio.
– Diem era un uomo molto cattivo e molto pazzo. Era sposato con una donna, la signora Nu, che era molto bella come alcune vitnamite, anche lei cattolica fanatica e quella che realmente comandava, al punto che per il golpe, dove uccisero Diem, aspettarono che lei fosse a fare shopping a Parigi, ti giuro.
– Questi personaggi ti affascinano.
– Ah, sì, chiaro. Il potere deve esistere, però che fare allora con il potere, perché questo, ti dico,  mi tocca molto da vicino; devi sapere che ero anarchico, ero contro lo Stato. Anarchico fino alla morte e da lì passai a rispettare il potere, lo Stato deve esistere. Ossia; abbandonai l’anarchia. Molto bene: secondo Laiseca lo Stato e il potere devono esistere, che facciamo allora con loro?
– Può essere mostruoso.
– Bene, però cara amica, ben scrissi Los Sorias per parlare di tutto questo.
– Tutto chiaro.
– E che te ne pare, se avessi continuato a essere anarchico Los Sorias non sarebbe esistito, avrei scritto un altro romanzo ma non Los Sorias. Ero anarchico, sì, per questo il mio odio verso i sindacati unici.
– Veniva dall’anarchia.
– Dal mio periodo anarchico. Però i miei amici anarchici, che erano meno pazzi di me, dicevano “sì, Laiseca, però devi pubblicare, non ha senso, così non combatti i sindacati unici”. Chiamavamo sindacati unici i sindacati monolitici di una CGT[7] unica.
– Bene, avevi una qualche ragione.
– Sì, ad ogni modo, piccola, i miei amici, gli anarchici avevano ragione, io dovevo pubblicare. Loro non erano pazzi.
– Eri nichilista.
– No. Ero folle. Perché vuoi chiamarlo in un altro modo? Vuoi che ti dica che ero orticoltore? No, ero un pazzo.
– E quando vivevi a Escobar eri orticoltore?
– No. A quei tempi viaggiavo tutti i giorni per andare all’atro lavoro che avevo, fui correttore nel giornale La Razòn, a Barracas.
– Avresti viaggiato 4 ore…
– Sì, un sacrificio enorme. Ma fu l’unica volta che ebbi una casa mia, una casa molto umile, però era magico, entravo a casa e dicevo vado a scrivere. E questo che stavo quasi per sdraiarmi senza togliermi i vestiti. Però no, accendevo la luce, chiudevo la porta a chiave, guardo i miei passerotti e passava la stanchezza. Mi preparavo una tazzona di acqua bollente e un sacchettino di te ben forte, lasciavo quasi un dito e aggiungevo rum Negrita, allo scopo di scrivere. Ma la stanchezza non se ne andava con questa bibita, se ne andava in maniera magica una volta entrato.
– Ti piaceva.
– Sì. Fui molto felice e fui molto sfortunato in quella casa, certamente fui molto felice quando ebbi ragazze che mi amavano, e fui molto sfortunato quando mi abbandonarono.
– Succede in tutte le case.
– Chiaro, però io sto parlando dell’unica casa che ho avuto, anche qui mi hanno abbandonato però questa è una casa affittata, mi viene adesso in mente che è più grave che ti abbandonino in casa tua. Mi viene in mente proprio adesso, hai una primizia per il giornale.
– E perché?
– Sei del tutto tu in casa tua. Che ti lascino in casa tua è morire integralmente. È sempre terribile che ti abbandonino, ma è più facile che ti abbandonino in una casa affittata.
– Non ci avevo mai pensato.
– Nemmeno io ci avevo mai pensato, per questo ti dico che è una primizia.
– Ti ho sentito dire che la letteratura ti fu molto cara.
– Ti sembra poco tutto quello che ti ho raccontato?
– Beh, però dici che ti salvò dalla pazzia e dalla morte.
– Sì, però dovetti pagare un prezzo molto alto, non sai quanto fu dura lavorare alla vendemmia, lavorare come netturbino. Abbandonare tutto quello che conoscevo, mettermi a nuotare senza sapere nuotare. Sapevo così poco delle mie capacità che a Mendoza, durante una vendemmia, nel mio primo giorno di lavoro avevo una paura enorme, cosa se muoio dopo il lavoro perché il mio corpo non resiste. No, non mi successe un cazzo. Terminò il lavoro, ero morto di sete, l’unica acqua che c’era era quella del canale, e se muoio avvelenato? Ah, ma la sete era troppa. Ho bevuto tantissimo e pensa che non morii, no.
– A volte dici che anche le donne ti salvarono. Nei tuoi testi i personaggi maschili sono molto crudeli e a volte…
– Sono totalmente sottomessi alla donna.
– Come mai?
– è una contraddizione, però è così. Senza le donne non sarei stato neanche la metà di un uomo, il tuo genere mi ha fatto crescere, essere uomo. Mi ha anche fatto diventare scrittore, essere davvero uno scrittore lo devo alle donne.
– Perché?
– Signora, lei che è donna mi fa questa domanda, mi sorprende.
– Ma perché ti fecero diventare scrittore, ti domando.
– Bene, perché mi dedicai alla letteratura e mi fecero crescere come essere umano, sì. Non ho debiti, attenta, da saldare con alcuna donna, neanche con quelle che mi fecero soffrire. Sai perché?
– Perché ne scrivesti?
– No, perché gliene sono grato. Voglio dire: tu, non tu, qualche mia ragazza dico, mi avrai fatto soffrire molto quando mi hai abbandonato, d’accordo, ma tutta la felicità che mi hai dato quando stavamo insieme non si può dimenticare. Sai come si chiamo questo nel mio paese? Essere grato. E mai sarò ingrato. Mai mi sentirai parlare male delle donne, no, non sono misogino.
– Me ne rallegro. Un’ultima domanda e terminiamo.
– Per favore, cara, che la polmonite mi ha sfinito.
– Cosa consiglieresti a uno scrittore principiante, oltre a venire al tuo workshop.
– Che venga al mio workshop, di sicuro. Stephen King, che molti guardano dall’alto in basso per invidia, suppongo, perché guadagna tantissimo, è un gran maestro, e però te lo citavo perché lui quasi muore in un incidente, e convalescente scrisse un libro che si chiama On writing: Autobiografia di un mestiere, uno scritto nel quale parla dei problemi dello scrittore; dice King: “Non c’è nessuna isola segreta piena di idee”. E anche che “l’unico consiglio che io posso dare a chi vuole essere scrittore è leggere di più e scrivere di più”, e mi sorprese perché sono due dei tre consiglio che do io. Io aggiungo: vivere di più. Ho sempre detto queste tre cose.



[1] Laiseca ha anche recitato nel film El artista, pellicola tratta da un suo romanzo, e diretta dai due registi argentini.

[2] “Billiken” è una rivista infantile argentina. Dal 1919 continua a uscire, oggi, con cadenza settimanale.

[3] El cementerio de La Recoleta è uno storico cimitero di Buenos Aires situato nell’omonimo quartiere.

[4] Cuadrilla: Gruppo di operai.

[5] ENTel: Empresa Nacional de Telecomunicaciones, ex compagnia statale che deteneva il monopolio delle telecomunicazioni pubbliche, privatizzata nel 1990.

[6] Cospel: tipo di gettone simile ai nostri gettoni telefonici. Ricordate?

[7] CGT: Confederación General del Trabajo della Repubblica Argentina.

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Pippo Fava https://minimaetmoralia.it/ritratti/pippo-fava/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/pippo-fava/#comments Wed, 19 Jan 2011 09:54:27 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3659 Il 5 gennaio del 1984 Giuseppe Fava, scrittore e giornalista, fondatore dei Siciliani, veniva ucciso all’uscita del teatro Verga di Catania dove era andato a prendere la nipote.
Nel 2009 la casa editrice Mesogea (Messina) ha ripubblicato uno dei suoi romanzi, La passione di Michele, e volevamo cogliere l’occasione per parlare di un uomo che pagò con la vita la totale assenza di retorica del – e nel – suo lavoro.

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Il 5 gennaio del 1984 Giuseppe Fava, scrittore e giornalista, fondatore dei Siciliani, veniva ucciso all’uscita del teatro Verga di Catania dove era andato a prendere la nipote.
Nel 2009 la casa editrice Mesogea (Messina) ha ripubblicato uno dei suoi romanzi, La passione di Michele, e volevamo cogliere l’occasione per parlare di un uomo che pagò con la vita la totale assenza di retorica del – e nel – suo lavoro. Abbiamo chiesto a Riccardo Orioles, uno dei ragazzi di Fava, giornalista e instancabile aiuto e modello dell’”antimafia sociale”, se volesse scrivere lui qualcosa, qualcosa che ci (mi) evitasse di scadere nel sicilianismo facile e nell’etichetta critica che lo stesso Orioles chiama “civile tensione”.
Ci ha spedito un file che a ben vedere è datato 2004, data di cui però non ci interessa molto perché affronta – in pochissime pagine – un problema che lui non nomina, ma che noi (“fighetti di sinistra”) potremmo chiamare di ufficialità.
I distinguo tra la letteratura ufficiale, apertamente osannata da critici e pubblico (altro inutile distinguo?) e la letteratura minore.
I distinguo tra la Sicilia di chi grida che la mafia non esiste, e delle tante persone di fama ignota che fisicamente aiutarono la redazione dei Siciliani, e aiutano oggi le redazioni (web e non) di giornali come Casablanca, Ucuntu, La Periferica. O piccole reti televisive quali TeleJato. E altri.
Il distinguo manicheo tra il bene e il male, necessario a patto di conservare un’idea complessiva dell’uomo, tenendo bene a mente che “dietro ogni nome c’è un volto, c’è una storia: di passione, di tragedia, di quotidiana miseria, di abitudine. Storie di esseri umani: e non vanno mai derise, mai giudicate. Solo rispettate”.
Il distinguo tra la politica ufficiale, tendenzialmente di sinistra, e quella reale, anch’essa di sinistra; ammesso che per politica si intenda, per dirla con parole di Fava, “criterio morale della vita sociale”, e che per sinistra si intenda “il senso antico del termine, allonsanfan e compagni”, per dirla con le parole di Orioles. Distinguo superfluo, forse, quest’ultimo, quando basterebbe rispondere come nell’ultimo capoverso che più sotto ha scritto Orioles, come ha risposto Giuseppe Fava (1925-1984) a uno della prima generazione dei suoi giovani siciliani.

Giuseppe Fava
di Riccardo Orioles

Cinque gennaio. Perché la Sicilia è “vecchia”? Socialmente, voglio dire. Troppo piccola per autogestirsi, troppo grande per essere mantenuta con la forza, per duemila anni è stata regolarmente “invasa” e altrettanto regolarmente affidata alla classe dirigente di prima: latifondisti romani, feudatari spagnoli, notabili borbonici o “uomini di rispetto”. Cosa Nostra dialogava ufficialmente col governo italiano. Gestissero la Sicilia a modo loro. In cambio, ordine e disciplina e – quando richiesto – appoggio al governo “alto”. Perciò classi dirigenti obsolete (serbate artificialmente al potere) e società duramente divisa in due: viddani e baronia, coppole e cappeddi. Questa Sicilia dura tuttora. E questo marca, fra l’altro, i suoi intellettuali.
In nessun’altra regione si scrive bene come in Sicilia. Tomasi, Bufalino, Verga, Pirandello, Sciascia – la lingua italiana, già elegante di suo, qui tocca i vertici della raffinatezza. E in nessun’altra terra i grandi scrittori, alla fine della loro carriera, ripiegano così fiocamente su se stessi; sovente, con esiti reazionari e di destra. Pirandello s’iscrisse al fascio. Sciascia combattè l’antimafia. Verga elogiò Bava Beccaris. Come mai? È che nessun altro uomo al mondo come il siciliano è costretto a scegliere senza mediazioni. Qui non si può barare. La povertà, la violenza, il mondo ferocemente diviso ti gridano ogni momento “da che parte stai?”. Alla fine devi rispondere, e la risposta ti marchia. Qui, la libertà la ritrovi fra gli scrittori “minori”; messi da parte cioè; quelli che muoiono all’alba, da giacobini impenitenti, su una forca alla Marina; oppure per un colpo di pistola, in una serata qualunque, mentre stai uscendo dal tuo teatro.
Io non sono orgoglioso della nostra bellissima letteratura “ufficiale”: lo sono invece dei nostri cantastorie, dei nostri poeti di strada, dei nostri giornalisti; quelli “minori” e rimossi, anche stavolta. Ne abbiamo perso una decina, uccisi perché scrivevano contro i potenti; questa decina di uomini, coi nostri cento sindacalisti e compagni e giudici assassinati, sono l’anima dura della nostra Isola, ciò che ci fa dire con forza “sono siciliano”.

* * *

Giuseppe Fava, figlio di maestri di scuola, nipote di contadini, giornalista, fondatore dei Siciliani, scrittore, fu uno di costoro. I padroni di Catania lo uccisero il 5 gennaio del 1984, mentre usciva dal teatro in cui, poche settimane prima, aveva rappresentato un durissimo atto d’accusa contro il regime mafioso cittadino. Lo uccisero tranquillamente, sapendo che nessuno avrebbe reagito e che dopo un paio di giorni di chiacchiere tutto sarebbe tornato come prima. Non fu così. Qualcosa si risvegliò nella città, e uscì fuori al sole.
Io sono stato molti anni a Catania, e ho visto molte cose. Ho visto morti ammazzati e giudici venduti. Ho visto giornalisti prostituti, politici miserabili, e quanto più laido e osceno si possa immaginare. Ma se tu mi chiedessi, ora, cos’è Catania, risponderei: ho visto due vecchi contadini, marito e moglie, davanti alla loro casa con la lava dell’Etna a cinquanta metri. Smontavano il cancello, tranquillamente, perché sarebbe servito al momento di ricostruire. Questa era la Catania a cui s’era rivolto Giuseppe Fava. E questa Catania, incolta e qualunquista, facile da imbrogliare, politicamente rozza, aveva tuttavia in sè qualcosa di bello e antico.
Venivo a Catania – per “fare il giornalista” e dunque, a modo mio, per “sistemarmi” – da un decennio di militanza a tempo pieno nel movimento. Un “rivoluzionario professionale”, insomma: corretto, sofisticato e presuntuoso, con tanto di puzza al naso e destinato, probabilmente, a un posto nella sinistra perbene e poi nel regime. Dei giovani di Catania, avevo un’opinione molto precisa: qualunquisti e paesani.
Ma quando il Direttore morì e la Città fu chiamata, come in tempo di Resistenza, a scegliere fra occupanti e patrioti, si vide quanta civiltà e quanto coraggio vi fossero in questi giovani “comuni”. Noialtri redattori – ragazzi spaventati, in realtà, con una bandiera molto più grande di noi – decidemmo, più per affetto che per coscienza, di continuare. E il giorno dopo ci presentammo in redazione, per riaprire la sede. Ma fuori dai Siciliani, timidi ma risoluti, c’era un piccolo capannello di ragazzi. “Chi siete?”. “Siamo la Fgci di Battiati. Siamo qui per distribuire il giornale”. Noi non sapevamo ancora se avremmo avuto il coraggio di farlo, il giornale. Ma loro avevano già quello di distribuirlo.

* * *

Quei tre anni durissimi, l’ottantaquattro, l’ottantacinque e l’ottantasei, furono gli anni dei ragazzi catanesi. Non l’entusiasmo delle manifestazioni (ci furono anche quelle, le più grandi mai viste a Catania) ma l’impegno concreto e operativo, giorno dopo giorno, per – almeno – trentasei mesi. I Siciliani – con scritto sotto: fondatore Giuseppe Fava – e SicilianiGiovani sono stati i miei giornali, e anche qualcosa di più, l’elemento centrale della mia, delle nostre, della nostra vita. E mi è difficile scriverne di più; non ora, non in questo giorno. Dirò soltanto che a Catania, in Sicilia, in Italia, di nuovo come in tempi di garibaldini o di partigiani, cresceva palpitando e lottando qualcosa di veramente nuovo. Non dirò, per non offendere quelli di noi che erano di altre idee (c’era persino un fascista), come mi verrebbe naturale, che stava nascendo una sinistra. O forse sì: ma sinistra nel senso antico del termine, allonsanfan e compagni. Una bella sinistra; la sinistra, quella davvero espressa profondamente dal Paese. “La meglio gioventù” per me fu questa.

* * *

Vent’anni sono una vita; t’insegnano, fra le altre cose, una difensiva autoironia. Così, ora chiudo in fretta. Farò dei nomi – non posso farli tutti: e dunque, questi sono qui solo in rappresentanza di tutti. Il più giovane, e la più anziana; il primo è Fabio D’Urso, “Fabiolino”; e davvero aveva solo tredici anni quando suo padre lo portò, il sette gennaio, alla sede dei Siciliani. Il signor D’Urso era stato, molti anni prima, giovane giornalista con Giuseppe Fava; poi uno era andato avanti, e l’altro aveva scelto un mestiere normale. Ed ora eccolo qui, a presentare suo figlio, che certo si sarebbe fatto onore. La signora Roccuzzo era la madre di uno di noi; si parlava, la mattina presto, di cosa sarebbe potuto succedere ancora. Per suo figlio, la rassicuravo, il pericolo era relativamente minore; l’avremmo sistemato fuori Sicilia al più presto. “Aspetta – disse lei – se c’è da rischiare dovete rischiare tutti insieme, anche lui”.

* * *

Questi erano i Siciliani. Nessuno di loro ha mai avuto il minimo riconoscimento – da partigiani quali erano, da garibaldini – per le cose grandi e eroiche che, ciascuno di loro al suo momento, seppero tirar fuori da sè stessi in quel tempo di guerra. C’è la signora, amica del Direttore, che due giorni dopo la sua morte si presenta ai Siciliani e abbandona la carriera universitaria per venire ad amministrare il giornale – lo fece per dieci anni di seguito, perdendovi ogni avere ma garantendone finchè possibile l’uscita. C’è il compagno che per quattro anni fornì notizie dall’interno del nemico, rischiando a ogni momento non la morte, ma una morte con torture. Ci sono i liceali dello Spedalieri, uno ora organizza scuole internet in Italia e un’altra è volontaria a Città del Messico. C’è il vecchio giudice, il prete, l’ingegnere – il nostro Cln, i capi del movimento civile. Ci sono quei ragazzini che alla manifestazione antimafia portarono i loro coetanei tossici, convinti uno per uno nelle piazzette della droga; a un tratto, in mezzo agli slogan contro Santapaola e i Cavalieri, uno di loro impallidisce per una crisi e fa per cadere: ed ecco tutti gli altri ragazzi, quelli che in un’altra società sarebbero stati i “normali”, far capannello attorno a lui, aiutandolo e nascondendolo e continuando a sfilare. C’erano loro, e altri esseri umani attorno a loro, e altri ancora più in là, a Catania, a Palermo, in Sicilia, e poi – man mano che quella pianta germogliò, con altri nomi – a Roma, a Milano, a Napoli, dappertutto.
C’ero anch’io, e credo che a quest’ora sappiate che il mio tratto peggiore è la superbia. Eppure, pensando a quello, che fu il tempo più nobile della mia vita, non ne provo affatto. “Uno dei Siciliani”. Un compagno. Che cosa si potrebbe essere di più? Davvero vale la pena, di fronte a cose come queste, di perder tempo a mettere puntini sulle i? No. Noi siamo quelli di Giuseppe Fava. Ognuno può dirlo, e ognuno ne risponde – a se stesso – a modo suo. Il resto, non ha importanza.
Non ha importanza nemmeno, dopo vent’anni di bavaglio “nemico”, cominciare a sentirsi addosso anche il bavaglio “politicamente corretto”. A Catania, da tre anni in qua, non si fa altro che cercar di dividere il Monumento a Giuseppe Fava (lodevole intellettuale siciliano) dal rozzo giacobinismo dei Siciliani, specie di alcuni. Perciò, fra le altre cose, non ci fanno parlare. Ma che importa? Fra noi e i Cavalieri, abbiamo vinto noi. Loro sono scomparsi, noi siamo ancora qui: poveri, ma ci siamo. Catania irredimibile e rozza? Ma c’è pure una Catania che può vincere, una Catania a maggioranza popolare: noi ci siamo arrivati vicinissimi, abbiamo dimostrato che si può fare. E altri no. Catania del monopolio, Catania in mano a Ciancio? Ma c’è anche una Catania dei liberi giornali: basta avere il coraggio di farli. Noi l’abbiamo avuto, e tuttora ci tentiamo. Altri no.

* * *

“Non si può chiedere a tutti di fare il lupo solitario”, disse una volta Giuseppe Fava, ed è una frase bellissima, romantica e spavalda al tempo stesso. I lupi solitari, tuttavia, hanno un senso solo se da qualche parte c’è un branco. Magari in quel momento distratto, ma però vivo, con le sue storie “ordinarie” di lupi e lupacchiotti, impegnati nella loro quotidiana sopravvivenza materiale e morale. Molto spesso divisi, qualche volta (troppo di rado…) uniti, essi sanno comunque, o quanto meno intuiscono, di essere un branco e non un gregge qualunque; una razza a parte. Questo è tutto ciò che può fare per loro uno come me, ricordargli chi sono e cosa possono fare. Il resto, se lo devono ritrovare e reinventare da sè, se no non funziona. Così è sempre stato nei branchi, da che mondo è mondo.

* * *

Di Giuseppe Fava si parlerà nelle letterature ufficiali – come fu per Stendhal – fra qualche cinquantina di anni. Non è facile, per l’accademia italiana, distinguere fra cocacola e vino: poiché la critica è astemia, e vino se ne passa poco; quando per caso ne trova, giù col “sicilianismo” e con la “civile tensione”, che è un modo per cercare di mettere quella roba aspra e forte in bottiglie di plastica e già conosciute.
Fava e Tomasi di Lampedusa sono comunque i massimi scrittori siciliani, e fra i massimi italiani, del dopoguerra. In più, Fava era uno scrittore amico. Parla dei contadini siciliani (La Violenza), degli operai emigranti (Passione di Michele, il suo capolavoro), della dignità del resistere (La Ragazza di Luglio), dell’atrocità del potere (L’Ultima Violenza). Ne parla popolarmente, in lingua densa e forte, dove la maestria dell’artista ottiene il premio più difficile – la semplicità. I suoi personaggi più sentiti sono donne e questa, in una letteratura misogina come la nostra, è anche una bella cosa.
Di tutte le creature che vivono nei suoi libri, nessuna è monolitica, nessuna priva di sfaccettature umane; il vecchio avvocato mafioso conserva – persino lui – una sua inquietudine, un suo dolore. Eppure Fava non “parla d’altro” mai, non è mai arcadico; tutti i suoi personaggi stanno in una loro precisa metà di mondo, o quella dei potenti o quella degli oppressi. Perché – giornalista, scrittore, fondatore dei Siciliani e quant’altro – egli era prima di tutto un rivoluzionario. Nel senso vero, vissuto, ottocentesco, della parola. Per questo, incontratolo una volta, non lo si abbandona mai più.

* * *

Così è stato per me. Vent’anni. Eppure non pesano affatto, non come nostalgia. Nè si riesce a non sorridere, pensando a una persona viva come lui. È morto semplicemente, facendo quel che doveva, da soldato. Non credo che gli sia stato difficile. È molto più difficile vivere, nel senso pieno e profondo in cui viveva lui. La vita che passa fra le persone care e gli amici, da uno all’altro, da un cerchio all’altro, da una generazione all’altra. La vita che te lo fa riconoscere in persone lontanissime, che non l’hanno mai conosciuto. La vita che si trasforma lentamente in cose umane da fare, in chiari pensieri e affetti, in militanza disciplinata e anarchica non più per un partito o una patria, ma per gli esseri umani in quanto tali. La vita che ti fa sorridere, ripensandolo, quando sei solo. “Ma insomma, si può sapere che cos’è lei, politicamente?” gli chiesi una volta, da quel fighetto “di sinistra” che ero. “Io? Io sono tolstoiano…” sorrise lui, e ci ho messo vent’anni prima di decidere se parlava sul serio o mi pigliava per il culo.

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Il conoscitore – appunti di un uomo di governo https://minimaetmoralia.it/estratti/il-conoscitore-appunti-di-un-uomo-di-governo/ https://minimaetmoralia.it/estratti/il-conoscitore-appunti-di-un-uomo-di-governo/#comments Sat, 13 Nov 2010 07:13:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3226 di Gianluca Cataldo

Pubblichiamo di seguito la prefazione del libro Il conoscitore – appunti di un uomo di governo. Le lettere (176 pag.), che uscirà per le edizioni Otto e mezzo il 20 novembre 2010. Ho personalmente avuto l’onore di leggere il pdf, gentilmente inviatomi dal mio amico Marco Milani, direttore editoriale della collana “Le memorie” della piccola casa editrice di Palermo, previo consenso dell’autore

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di Gianluca Cataldo

Pubblichiamo di seguito la prefazione del libro Il conoscitore – appunti di un uomo di governo. Le lettere (176 pag.), che uscirà per le edizioni Otto e mezzo il 20 novembre 2010. Ho personalmente avuto l’onore di leggere il pdf, gentilmente inviatomi dal mio amico Marco Milani, direttore editoriale della collana “Le memorie” della piccola casa editrice di Palermo, previo consenso dell’autore. Nel libro potrete leggere la corrispondenza privata di un politico che ha attraversato l’intera vita repubblicana e che, proprio per questo, è inutile identificare. L’artificio letterario di cui si serve l’autore è lo stesso: nel libro non si fa mai apertamente il nome di suo padre, il che (se non sapessimo anagraficamente di chi sta parlando – e lo sappiamo) rende superbo il tentativo di distaccarsi dall’Italia politica per includerci tutti, noi e loro. Non scegliere l’anonimato è per l’autore l’unico modo di non deresponsabilizzarsi; condannare all’anonimato suo padre, il Politico, sembra essere, forse peccando un po’ di qualunquismo, un modo per sottolineare i limiti di un’intera classe politica.

«Disprezzo le masse perché non sono in grado di perseguire le colpe di nessuno, tanto meno le mie, abnormi ed evidenti a un osservatore attento. Il male del nostro secolo è stato sganciare dalle responsabilità personali la persona responsabile. Si è parlato a sproposito di demonizzazione come qualcosa di negativo dalla quale tenersi non distanti bensì equidistanti, evitando di foraggiare rigurgiti elettorali che il tempo avrebbe naturalmente sopito. Lo scarto tra le responsabilità – e non le colpe e i peccati – e il responsabile ha prodotto un allontanamento dal tempo che ha finito per declinarsi al plurale. I tempi sono diventati il colpevole (riesumando una frattura tra l’atto e il contesto). In questo modo si nutre, sottilmente, una qualche deresponsabilizzazione, che si muove in due direzioni. La prima, pericolosa, per cui non solo si confondono peccato e reato, ma anche perdono e assoluzione, con la speranza che sarà la storia a parlare, obliterando il dato che la storia parla per nostra bocca e che, secolarizzando, dirà di “anni di” agganciando un sostantivo adatto al caso.
Secondariamente ci si autoassolve dalla fatica di incidere, in qualche modo, sui nostri anni, che non appartengono né al piombo né alla gomma né alla precarietà».

Chi scrive – non siamo noi, né potremmo esserlo – ha volutamente passato la vita incastrato in un minuscolo frammento dello Stato italiano, un interstizio dal quale si assume la forza di cambiare quello stesso Stato e, in qualche misura, ricattarlo. Dal 15 luglio del 1946, nella Commissione per la Costituzione, ha seduto di fianco a Leone, Moro, Taviani, Calamandrei, Pesenti, Nilde Lotti, Togliatti, ma non è chi pensate. Lui lì non c’era.
C’era il 18 giugno 1946, c’è stato per i governi De Gasperi. Tutti. C’è stato, senza soluzione di continuità, per tutti gli anni della sigla democrazia cristiana. Quando scrive “anni di” sa perfettamente di cosa parla, perché lui ha contribuito ad agganciare il sostantivo, con campagne giornalistiche e iniziative editoriali foraggiate dalla consapevolezza della propria equidistanza.
C’è stato anche dopo, fino alla caduta della seconda repubblica. E si è autorevolmente riciclato anche al sorgere della terza, scrivendo in altre lettere private (mai pubblicate) che temeva «l’ansia di chi dovrà giudicare la parola, di chi dovrà mettere in fila le lettere e fucilarle, immolarle al simulacro pagano di uno Stato che non vuole sapere di se stesso che ignora le proprie viscere. Che non parla di mestruazioni e che non si dispera se rimane pregno ciclicamente di un numero cardinale che indica in ordine sequenziale i fallimenti repubblicani. Uno. Due. Prima, seconda». Era lui a scriverlo sul finire degli anni Novanta.

«Rileggo Le Bon e penso che la massa, creatura per definizione provvisoria, si sia sedimentata e abbia finito per diventare l’unica veste che il popolo, come si diceva una volta, sia in grado di vestire. Se è l’inconscio del singolo a svilupparsi nella massa, e in questa svincolarsi da ogni ritrosia, l’inconscio italiano è votato all’inazione, o al più a quelle forme infantili denominate girotondi o, con dire più connotato, scioperi. Disprezzo le masse e, al tempo stesso, ne ho sfruttato i meccanismi: un individuo calato in una massa sarà più avvezzo ad accettare la massa stessa e a stemperare le proprie abitudini ideologiche in favore di un’ideologia media, per l’appunto massificata. Il passo definitivo verso il coinvolgimento del singolo nella massa è stato la legge elettorale passata alla storia come porcellum: l’illusione di una votazione equivale a una monarchia partitica dove il popolo può scegliere fra molti, ma nessuno scelto davvero e tutti soltanto nominati. L’ambiente massificato in cui è inserito l’individuo genera una sorta di apatia civica il cui punto fondamentale non è uno scadimento morale, né la possibilità, sia pur remota, di un comportamento etico della massa qualitativamente superiore a quello dei singoli, come concede Le Bon, quanto piuttosto la totale atarassia nei confronti della condizione di oggetto. Il riconoscimento dell’identità passa attraverso lo stereotipo creato dal far parte dell’istituzione. Il cerchio si chiude: l’individuo è nella massa, la massa è nell’istituzione, la massa è un unico individuo che subisce l’istituzione.
Completato questo passaggio è stato tutto più semplice».

Decido di pubblicare le sue lettere private ora che mio padre è morto. Ai funerali di Stato, pomposi e tanto diversi da quelli silenziosi che ha avuto mia madre, era tutto uno sfilare indistinto d’occasione. Mummie tenute in piedi da schede elettorali.
In casa mio padre era un uomo diverso, un uomo più consapevole di sé, di quello che era stato e di quello che non sarà più. Come scrive più sotto: un individuo sfocato nella massa e, aggiungo io, un padre mediocre e indeciso. La violazione della riservatezza di mio padre potrà sembrare il gesto risentito di un figlio trascurato, di un professore di Storia delle istituzioni politiche fiaccato dalla scarse vendite dei suoi libri di teoria politica alla ricerca del sicuro colpo editoriale, ma non è così. È solo la chiave di svolta per liberarci tutti, finalmente, di mio padre.

«Su una cosa ci si sbagliava: le masse non hanno mai una moralità superiore al singolo. Se subiscono le stesse dinamiche individuali, in maniera esponenziale, basterà suscitare atarassia civile nei confronti di una singola biografia personale perché anche la massa acquisisca una certa apatia. Il dossier personale deve diventare una sorta di elenco sintomatico in grado di garantire la smentita dei presupposti di ogni rivendicazione: i diritti sulla base dei quali l’individuo razionalizza le proprie pretese sono falsi.
Così si diventa gli unici detentori di una verità storica e assoluta.
L’eguaglianza dei deputati consiste nella loro inviolabilità, scriveva Canetti. Il sistema da noi creato può funzionare finché questa condizione egualitaria viene mantenuta ed elevata a prassi. Bisogna essere chiari su questo punto. Questa salvezza da morte civile che ci siamo concessi ci rende massa.
Io lo so, altri lo ignorano.
Anche nell’onorevole consesso di cui faccio parte quale senatore a vita, dopo anni di impegno indefesso. E tuttavia si tace, perché, come diceva il signore di prima, il silenzio ha un suo rovescio, in egual modo indispensabile e autentico. È la precisa conoscenza di quel che si tace a rendere il silenzio tanto vantaggioso. Su una cosa, però, è stato impreciso: il silenzio non è mai controproducente, non è una forma di difesa, e se a tacere sono io diventa una forma perfetta di attacco.
Se chiedessero a un pescatore su cosa si basa il proprio lavoro, probabilmente egli dichiarerebbe dipendenza dalle reti, dalle esche, e dalla pazienza. Se un giornalista accorto ponesse a me la stessa domanda, mentirei. Non potrei mai rispondere indicando la distrazione quale necessario utensile del mio mestiere. La distrazione dai meccanismi innescati sulla massa, e la distrazione dalla letteraria verità che la massa è differenziata e, come scrivevo prima, che è duplice. C’è la massa che subisce; e quella che agisce. Fino a che questa verità resterà parziale, e gli accorti intellettuali non rovesceranno la prospettiva, saremo salvi.
Io conosco molte cose dello Stato che ho contribuito a creare, se me lo chiedessero non esiterei a definirmi un conoscitore».

06/09/2006

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Sotto forma di dialogo, atipico omaggio a Malaparte e Foster Wallace https://minimaetmoralia.it/letteratura/sotto-forma-di-dialogo-atipico-omaggio-a-malaparte-e-foster-wallace/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sotto-forma-di-dialogo-atipico-omaggio-a-malaparte-e-foster-wallace/#comments Thu, 17 Jun 2010 08:43:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2558 Il pezzo è di Gianluca Cataldo, l’immagine di Andrea Bruno – Non solo l’idea si serve della letteratura, ma spesso la letteratura è, inconsapevolmente, al sevizio dell’idea. Ad esempio, la letteratura a suo modo, è essenziale alla politica. La politica copia la letteratura. – Cioè? – Berlusconi sembrava avere letto Malaparte. Sembrava avere fatto tesoro, […]

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Il pezzo è di Gianluca Cataldo, l’immagine di Andrea Bruno

– Non solo l’idea si serve della letteratura, ma spesso la letteratura è, inconsapevolmente, al sevizio dell’idea. Ad esempio, la letteratura a suo modo, è essenziale alla politica. La politica copia la letteratura.
– Cioè?
– Berlusconi sembrava avere letto Malaparte. Sembrava avere fatto tesoro, aggiornandoli, degli impliciti consigli disseminati un po’ ovunque. Se Pilsudzki si era preoccupato fino all’ultimo di mantenere le apparenze della legalità, il buon Silvio ha fatto lo stesso. Il suo più grande terrore era quello di essere dichiarato fuori-legge, quindi si muove dentro-legge spostando all’occorrenza il baricentro legislativo.
– Ma per Malaparte quest’ansia di legalismo era un problema, un difetto.
– Certo, per questo Silvio è andato oltre. Se l’obiettivo tattico, caduto Craxi, era il Parlamento, lui lo ha piegato alle proprie esigenze trasportando la violenza del suo golpe liquido in un terreno rappresentativo. Ha occupato i ministeri e deteneva le leggi. Malaparte parlava di compromessi e complicità, niente di più facile quando da compromettere ci sono i giudici e a compromettersi c’è il PD.
– Il reinserimento dell’immunità parlamentare pre-tangentopoli.
– Esatto!
– Ma l’ambito parlamentare per Malaparte è anti-rivoluzionario…
– … e rischioso. Bonaparte, prima di aprovirgolette decidersi chiudovirgolette, cercava di muoversi entro gli angusti limiti di una procedura parlamentare. Questa burocratizzazione di un colpo di Stato può essere controproducente quando l’altra parte sa – e riesce – a opporsi utilizzando le armi concesse dalla natura parlamentare della rivoluzione: le procedure.
– E Berlusconi ha invertito… geniale.
– Sì! Il genio di Silvio ha ribaltato i termini della questione e le lungaggini procedurali, i regolamenti di camera e senato sono diventati i paletti legali della sua personalissima tecnica: leggine varie come la Cirielli o la Cerami, i vari lodi, l’aporia di fiducia…
– Malaparte ha fatto davvero tanti danni…
– Non credo l’abbia letto. Ci sono troppe finezze nella tecnica silviesca. Dai ponti mezzo novecenteschi è passato ai nuovissimi ponti mediatici (i decoder), e alle centrali elettriche ha sostituito centrali di produzione di informazioni talmente imponenti da rasentare la letteratura anche nei format targati Endemol.
– E le sinistre?
– Beh, hanno smesso di esistere nel momento esatto in cui hanno perso il legame con l’unica forza, paradossalmente, contro-rivoluzionaria. Quando all’inizio degli anni venti in Italia infuriava la guerra civile il dissenso contro i fascisti veniva dagli operai e dai contadini. Un immenso carico di violenza ha ammutolito i piccoli focolai lasciandosi alle spalle dissoluzioni o metodiche distruzioni di quello che restava dell’organizzazione socialista e comunista.

– E oggi anche questo si muove nel solco della legalità, dato che gli operai sono passati a destra.
– E al di là dei motivi che hanno causato tutto questo, resta il danno causato dalla perdita dell’unica forza in grado di difendere, e paralizzare, lo Stato.
– I sindacati sono diventati involucri di bandiere, e non riescono più a comunicare neanche fra loro.
– Sai che copiando la letteratura la Lega potrebbe vincere la sua reale battaglia per la secessione?
– Quante teorie innovative questa sera!
– Sai di Infinte jest e dell’experialismo inventato da Foster Wallace? Ecco, le camicie verdi leghiste dovrebbero presentarsi a Montecitorio e dire «noi ci assumiamo la responsabilità della gestione delle aree più degradate del paese, Palermo e Napoli, e voi in cambio ci concedete la Padania». Ci sono lievi differenze rispetto la politica della riconfigurazione dell’Onan, ma potrebbe funzionare lo stesso. Ora, l’Onan è presumo una Confederazione di Stati, l’Organizzazione delle Nazioni del Nord America, e in Italia manca una confederazione da ricattare. E serve una rete terroristica radicata sul territorio. Il radicamento per la Lega non è mai stato un problema, e sul terrorismo credo possano attrezzarsi per benino.
– Quello che manca è di nuovo l’Europa unita.
– Sì, se solo l’Unione Europea rappresentasse un fronte politico unico la Lega potrebbe utilizzare, nei confronti dell’Italia, Napoli o Palermo come merce di scambio e dire «gli atti terroristici da noi compiuti in nome dell’identità padana e per la secessione da Roma ladrona, da oggi in poi verranno rivendicati come esclusivamente leghisti e non più italiani. Ci date la secessione, ci date Napoli e noi la utilizziamo per fomentare le nostre genti contro la politica anti-padana che l’Europa tutta continua a manifestare riempiendo la nostra Napoli dei suoi rifiuti tossici e nucleari».
– Ma a farlo non è l’Europa, sono proprio le industrie del nord!
– Beh, stiamo ragionando per assurdo, stiamo asserendo che l’Europa è in grado di presentarsi come un blocco unitario, come una Federazione. Che i singoli Stati sovrani retrocedano dinnanzi al bene maggiore rappresentato dal peso politico di un’Europa unita. Continuando a ragionare per assurdo, se l’Europa fosse un enorme Stato, oppure scegli la formula che preferisci, le differenze tra nord e sud si acuirebbero. Tranne l’Irlanda i P.I.G.S., se ci pensi, sono tutti a sud e quindi le ricche regioni mitteleuropee comincerebbero a scaricare su quella che invece di chiamarsi “concavità” potrebbe diventare “la voragine”. A’ vuraggine, direbbero i napoletani, o se fosse in Sicilia su Palermo o Catania – curiosa la presenza di un vulcano nelle due zone – A’ voraggini e, vista la tendenza alla melodrammaticità biblica dei due popoli La voragine dell’inferno, La bocca di Lucifero o qualcosa di simile.
– E se l’Europa la smettesse di seppellire i propri rifiuti in Campania?
– Allora i Padani avrebbero un posto pulito dove andare in villeggiatura d’estate.

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Morire di stato https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-6/ https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-6/#comments Thu, 06 May 2010 08:49:38 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2358 14/01/2010 Decesso di undici rimpatriati in Libia La data fa riferimento all’articolo di Fabrizio Gatti, uscito per L’espresso all’inizio del nuovo anno. Per non perdere l’abitudine. Vi avvertiamo che le immagini del video sono davvero scioccanti ma è probabile che sia esattamente questa la reazione che serve. L’odierno clima politico trova naturale linfa in quello […]

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14/01/2010 Decesso di undici rimpatriati in Libia

La data fa riferimento all’articolo di Fabrizio Gatti, uscito per L’espresso all’inizio del nuovo anno. Per non perdere l’abitudine. Vi avvertiamo che le immagini del video sono davvero scioccanti ma è probabile che sia esattamente questa la reazione che serve.

L’odierno clima politico trova naturale linfa in quello che Bauman definisce, nel saggio Paura liquida, «lo Stato dell’incolumità personale».
Una paura diffusa, eterea, è definibile come paura di secondo grado. È tale una paura derivata che, indipendentemente dall’attualità di una minaccia, orienta il comportamento di un uomo, in seguito a una modificazione delle sue aspettative e della personale percezione del mondo.
Probabilmente il miglior termine che descrive questa declinazione dell’animo è una particolare forma di sensibilità, ossia: l’insicurezza. Chi accetta, nella propria vita, l’inclusione di tale variabile farà costantemente ricorso a meccanismi di difesa da questa paura ubiqua. Le paure derivate, dunque, si auto-alimentano.
Il negativo dell’insicurezza è la sicurezza, un simulacro politico cui si sono votati i partiti di destra – e non solo – di mezza Europa.
Il Devoto-Oli Ed. 2008 definisce sicurezza la «condizione oggettiva esente da pericoli, o garantita contro eventuali pericoli».
Attribuisce al termine simulacro il significato letterario di immagine divina o meglio, dal punto di vista tecnico, di «[…] modello al vero di una macchina o di una parte di essa, riproducente per lo più la sola forma esteriore».
L’incolumità, invece, rimanda alla sfera personale del proprio corpo e delle sue estensioni.
La stessa Europa che vive nell’incubo di una costante emergenza-sicurezza è, oggi, il continente statisticamente più al sicuro della storia dell’umanità. «Viviamo senza dubbio […] nelle società più sicure finora mai esistite »[1], eppure, nella sua assuefazione alla paura, la Società ha dimenticato di liberarsi dalle ansie e dalle paure derivate, nate e nutritesi in seno all’insicurezza.
Bauman analizza, a questo punto, le tre aree che hanno prodotto insicurezza nell’epoca pre-moderna:
1) La tecnologia ha sedato la natura rendendo stabile e sicuro il nostro habitat
(salvo vistose eccezioni quali l’uragano Katrina o l’alluvione a Giampilieri).
2) La cura di malattie e persino dei difetti congeniti del corpo ha raggiunto
livelli di protezione elevatissimi.
3) Inimicizia e ostilità tra gli uomini.
Riguardo alla terza area la promessa di sicurezza non è stata adempiuta e, anzi, se ne è persino complicata la realizzazione. Si può affermare che la paura nei confronti degli altri esseri umani rappresenti oggi il genus fondamentale dell’insicurezza moderna.

L’altro ci appare fonte di pericolo. E, se questa affermazione può sembrare banale, le implicazioni interiori della dicotomia noi-altro assumono dignità filosofica nelle parole di Escobar: «Di qua, […], c’è lo spazio del posseduto, il luogo chiuso della sicurezza, il mondo sottratto con l’artificio al non-umano e trasformato in un ambito di nessi conosciuti. Di là, […], c’è il mondo che non c’è dato, […], dove non siamo più»[2]. Come meglio si vedrà più avanti, l’affermazione personale e il circoscrivere un ruolo nella società passano attraverso la definizione dei confini della propria soggettività.
Di fronte a una situazione così frammentaria e inafferrabile reagiamo prendendo dei provvedimenti, e in tal modo «conferiamo immediatezza, concretezza e credibilità alla minacce, vere o presunte, da cui secondo noi derivano le paure»[3].
Bauman, seguendo il solco del suo storico ragionamento sulla liquidità, dice che, nel pieno della fase solida della modernità, la distinzione di classe si risolveva anche in una differenziazione sul controllo. Un bambino di una famiglia operaia era controllato dalla costruzione di un modello sociale basato su gerarchia di potere, di genere e di anzianità. In una famiglia della classe media il controllo avveniva, al contrario, attraverso la manipolazione di principi astratti.
Nella società «liquido-contemporanea», invece, gli uomini conducono le proprie attività all’interno di una costante esigenza di riconoscimento: non si cerca di promuovere un codice di condotta basato su principi astratti o modelli concreti, ma di colmare un deficit di legittimità. Si cerca di testare i limiti dell’estensione di una scelta individuale.
La redistribuzione sociale delle paure caratterizza la società contemporanea più dell’utopica – quanto auspicabile – redistribuzione del reddito. A mio avviso, la differenza di classe è colmata da una diffusione omogenea delle paure fra i votanti. E poiché votanti sono tanto le classe medio-ricche che quelle medio-povere, tale redistribuzione è uniforme, nel caso dell’Italia, su tutto il territorio nazionale.
Il risultato è l’impressione di una violenza costante.
Tuttavia questo eccesso di paura ha bisogno di essere incanalato, focalizzato su un bersaglio sostitutivo.
Sulla paura-della-Società, credo che lo Stato intervenga in tre modi:
1) Tacitazione delle paure.
Come nota Bauman, si cerca la convivenza con la paura. Lo Stato tenta quindi di obliterare le paure che derivano da pericoli incontrollabili o non più controllabili (es: i danni causati dal cambiamento climatico, la crisi finanziaria che ha investito l’intero pianeta nel 2009).
2) Sfruttando le paure dal punto di vista commerciale.
Il successo di format come il Grande Fratello può spiegarsi anche alla luce del fatto che fanno perno su una grande paura dell’uomo contemporaneo, oltre che, a parer mio, sulla perversione voyeuristica da gossip. Questa paura è il timore di essere esclusi dalla società di cui si fa parte.
I reality danno una visione semplicistica e caricaturale di quelli che sono i fenomeni di esclusione di un sistema più ampio e privo di telecamere. L’intero format è diretto verso la nomination, prima, e l’eliminazione, poi, di un concorrente, a cui seguono lunghe settimane di discussione da talk show per sviscerare le motivazioni e le dinamiche di questa esclusione.
3) Sfruttamento politico.
Il terzo modo di relazionarsi con le paure è quello che interessa lo «Stato dell’incolumità».
La tutela dell’ordine e della sicurezza sono diventati, soprattutto in questi ultimi anni, il principale argomento di campagne elettorali basate sull’incapacità di affrontare problemi reali quali la disoccupazione e la precarietà.
È possibile guadagnare legittimità politica barattando la paura con un simulacro-di-sicurezza. E cioè un modello che riproduca soltanto la forma esteriore di una condizione oggettiva garantita da eventuali pericoli. Un modello vacuo per due ragioni fondamentali: o perché il contenuto della paura è ineliminabile poiché incontrollabile; oppure, più sottilmente, perché tale contenuto è stato creato.
Tale sistema di creazione è stato accuratamente esposto da Alessandro Dal Lago nel saggio Non-persone, con la denominazione di «Tautologia della paura». Sebbene il sociologo romano tratti nel suo saggio d’immigrazione, io reputo che tale sistema possa risultare applicabile anche in molti altri settori.
Dal Lago definisce «“tautologico” questo meccanismo quando la semplice enunciazione dell’allarme […] dimostra la realtà che esso denuncia »[4].
La capacità di una definizione di diventare motivo oggettivo di allarme dipende da alcuni fattori.
In primo luogo dall’accordo degli attori incaricati di produrre le definizioni e, secondariamente, dalla loro legittimità. Quindi, il terzo fattore strategico determinante è rappresentato dalla capacità della stampa di imporre la definizione, attraverso la costruzione di un elemento di pubblico interesse.
Lo sbandieramento dell’allarme in prima pagina è, a sua volta, legittimato dall’intervento degli attori che rivendicano la rappresentanza della società. Quest’interpretazione politica attribuisce all’allarme risalto nazionale, e legittima l’interlocutore politico come risolutivo della paura.
I passaggi identificati da Dal Lago, nella figura della «Tautologia della paura»[5] , sono i seguenti:
· Risorsa simbolica: «I … sono una minaccia per i cittadini».
· Definizioni soggettive degli attori legittimi: «Abbiamo paura. I … ci
minacciano».
· Definizione oggettiva dei media: «I … sono una minaccia, come risulta
dalla voci degli attori [legittimi] (sondaggi, inchieste, eccetera), nonché dai fatti che stanno ripetutamente accadendo».
· Trasformazione della risorsa simbolica in «frame» dominante (è
dimostrato che i … minacciano la nostra società, e quindi «le autorità devono agire» eccetera).
· Conferma soggettiva degli attori legittimi: «Non ne possiamo più, che
fanno i sindaci, la polizia, il governo?»
· Intervento del «rappresentante politico legittimo».
· Eventuali misure politiche che confermano il «frame dominante».
A questo punto il «frame dominante» può essere invocato a ogni nuova emergenza.
Tornando a Bauman, egli conclude il saggio in esame con una inquietante riflessione.
Lo Stato sociale ha avuto, in seno alla democrazia, un ruolo strumentale in vista del raggiungimento di una fiducia nel futuro e dell’ottimistica sicurezza delle persone circa la loro capacità di agire. Ha garantito – o ha cercato di farlo – quella parte della società storicamente esclusa da questi due elementi, da cui attinge linfa la democrazia.
«Lo Stato dell’incolumità personale, invece, fa leva sulla paura e sull’incertezza e […] sviluppa interessi costituiti a moltiplicare le fonti del proprio nutrimento […]. Indirettamente, esso mina le fondamenta della democrazia»[6].

[1] ROBERT CASTEL, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, Einaudi, 2004
[2] ROBERTO ESCOBAR, Metamorfosi della paura, Il Mulino, 2007
[3] ZYGMUNT BAUMAN, Paura liquida, Laterza, 2006
[4] ALESSANDRO DAL LAGO, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, 2009
[5] ALESSANDRO DAL LAGO, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, 2009
[6] ZYGMUNT BAUMAN, Paura liquida, Laterza, 2006

Qui l’articolo di Fabrizio Gatto

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