Gianni Alemanno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianni-alemanno/ un blog di approfondimento culturale Thu, 11 Jun 2015 17:31:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gianni Alemanno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianni-alemanno/ 32 32 Roma, 2015 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-2015/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/roma-2015/#comments Thu, 11 Jun 2015 17:31:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27281 E così nel pomeriggio del 9 giugno, in piazza Santi Apostoli[1], i tre sindacati uniti convocano una Fiaccolata per la legalità, dopo la seconda ondata di arresti per “Mafia Capitale”. Non esattamente una folla oceanica. Dal palco parlano i tre segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, preceduti da una compilation registrata di cantautori di ogni tempo. Parole che si perdono nell’afa. Sul finire della manifestazione arriva il sindaco, Ignazio Marino, scortato da mezza giunta. La scena accelera rapidamente. Boati di fischi, qualche applauso, le urla “vattene” o “dimissioni”, soprattutto da gruppi di lavoratori coinvolti in vertenze varie. Il gruppo-sindaco-fotografi scivola prima dal fondo verso il centro, sottopalco, poi devia a sinistra, quindi imbocca una viuzza laterale, proprio mentre gli altoparlanti diffondono i rullanti che aprono “La canzone popolare” di Ivano Fossati. Nel frattempo volano insulti tra pro-sindaco e anti-sindaco. Si accendono le fiaccole, una ventina, nel cielo ancora luminoso delle sette. La piccola folla si disperde.

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Riot police in Tor Sapienza

(fonte immagine)

E così nel pomeriggio del 9 giugno, in piazza Santi Apostoli[1], i tre sindacati uniti convocano una Fiaccolata per la legalità, dopo la seconda ondata di arresti per “Mafia Capitale”. Non esattamente una folla oceanica. Dal palco parlano i tre segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, preceduti da una compilation registrata di cantautori di ogni tempo. Parole che si perdono nell’afa. Sul finire della manifestazione arriva il sindaco, Ignazio Marino, scortato da mezza giunta. La scena accelera rapidamente. Boati di fischi, qualche applauso, le urla “vattene” o “dimissioni”, soprattutto da gruppi di lavoratori coinvolti in vertenze varie. Il gruppo-sindaco-fotografi scivola prima dal fondo verso il centro, sottopalco, poi devia a sinistra, quindi imbocca una viuzza laterale, proprio mentre gli altoparlanti diffondono i rullanti che aprono “La canzone popolare” di Ivano Fossati. Nel frattempo volano insulti tra pro-sindaco e anti-sindaco. Si accendono le fiaccole, una ventina, nel cielo ancora luminoso delle sette. La piccola folla si disperde.

È come se negli ultimi mesi i grovigli che covavano sottotraccia nella città  si fossero dati appuntamento, tutti insieme, per uscire allo scoperto. È come se si fosse riaperto – seppure in una forma a volte farsesca – l’abisso immaginato da Nathaniel Hawthorne nel Fauno di marmo: «Senza dubbio», disse Kenyon battendo il piede con fermezza, «questo è il punto esatto dove si aprì l’abisso in cui Curzio si gettò insieme al suo nobile destriero. Immaginate il grande squarcio buio, d’insondabile profondità, i mostri informi e gli orridi volti che indistinti si intravedono sul fondo, con grande spavento dei buoni cittadini che spiavano dall’orlo! Ecco, questo è un buon soggetto a cui finora non si è mai pensato, per una storia sinistra e orrorosa, e forse, con una morale profonda come la stessa voragine. Al suo interno, è fuor di dubbio, c’erano delle visioni profetiche – preannunzio di tutte le future calamità di Roma – ombre di Goti e di Galli e persino dei soldati francesi di oggi. Fu un peccato richiuderla così presto! Darei non so cosa per dare un’occhiata in quell’abisso».

Il 4 dicembre 2014 i carabinieri del Ros arrestano Massimo Carminati  a bordo della sua Smart in una strada di campagna a Sacrofano, accendendo i riflettori su “Mafia Capitale”. Anche grazie alla pomposità metonimica dell’operazione, Mafia Capitale diventa nei mesi successivi la porta dell’abisso che sembra inghiottire la città, dalla stazione di servizio in corso Francia, presunto quartier generale di Carminati, fino ai piedi del Marco Aurelio in Campidoglio, le cui mura tremano sotto i colpi delle intercettazioni, degli arresti e dei sospetti. Qualcuno sostiene che l’operazione sia tutta fuffa (“roba da stracciaculi e giudici intrufolini”: è la posizione del Foglio), altri che sia l’ennesima e non ultima tappa di una nazione endemicamente corrotta, i partiti di opposizione fiutano l’occasione di cavalcare il mostro. Ma non si ferma a Mafia Capitale quello che sta vivendo questa Roma immortalata tra la fine del 2014 e i primi sei mesi del 2015.

A febbraio viene fuori la cosiddetta “Affittopoli” : appartamenti sparsi in tutta la città, centro compreso, affittati da anni a canoni fissi e irrisori, con perdite per il Comune di milioni di euro tra evasione e mancati incassi. Sempre a febbraio, a cavallo della partita di Europa League tra Roma e Feyenoord, centinaia di ultrà olandesi si danno appuntamento in pieno centro. Scontri con la polizia, scene di guerriglia tra piazza di Spagna e Campo de’ Fiori. La fontana della Barcaccia imbrattata e colma di bottiglie diventa immediatamente un simbolo – un altro, per una città che ne ha fin troppi. Il mese si chiude con la discesa nella Capitale di Matteo Salvini, accolto dai camerati di Casapound in piazza del Popolo. Le bandiere verdi della Lega che si vedono dal Pincio erano inimmaginabili fino a qualche anno fa, ma nel complesso la manifestazione non sfonda, e nelle stesse ore un ben più nutrito corteo, “MaiConSalvini”, sfila per le strade della città.

Se Lega e neofascisti hanno visto in Roma un’opportunità di propaganda, è perché come e più di altre città italiane la questione dell’immigrazione e delle periferie esasperate ha rappresentato durante questi mesi un altro fronte in ebollizione, probabilmente il più rumoroso e redditizio in termini di consenso elettorale. Nel novembre scorso brucia Tor Sapienza, quartiere periferico che ospita un centro d’accoglienza – poco tempo prima era toccato al quartiere di Corcolle. Bruciano i cassonetti, monta (o viene montata?) la protesta – si diffonde la voce di un nuovo centro – si rivede l’ex sindaco Gianni Alemanno.  Il 27 maggio un’automobile travolge nove passanti nel quartiere di Primavalle, ancora periferia, uccidendo una donna e ferendo altre otto persone. A bordo della macchina ci sono tre residenti in un campo nomadi sull’Aurelia. Il mattino dopo, il titolo del «Tempo» è “Saluti da Rom”.

Poi, a intorpidire ulteriormente l’aria di una città già depressa, ci sono gli sgomberi e la chiusura dei locali storici, affondati da altri nodi irrisolti che si trascinavano da anni. Il 16 marzo vengono messi i sigilli al Circolo degli artisti, spazio che negli anni ha ospitato decine di concerti, mostre, tante serate di banale divertimento («Il punto è che al Circolo ci va tanta gente diversa. È così grande e misterioso che mi verrebbe di paragonarlo a una spiaggia. Ognuno si diverte a modo suo e per conto suo», ha scritto Francesco Pacifico all’indomani del sequestro del locale). A inizio maggio la polizia con un blitz sgombera lo Scup, un centro sociale che dal 2012 ospitava una palestra popolare, una biblioteca, una cucina economica, una ludoteca per i bambini.

In giro, nei discorsi e nelle chiacchiere che si fanno – ogni giorno ne viene fuori una! –  si tende a vivere tutto questo con rassegnazione (“che ci vuoi fare?”). I più ottimisti confidano in tempi migliori, in una rinascita a breve, ma è pura professione di fede. Nei confronti del sindaco si oscilla tra l’autentico odio politico e la compassione umana per chi si è ritrovato a governare in una delle fasi storiche più delicate degli ultimi trent’anni. Di certo, di fronte a tutto questo, la piazza dei sindacati semivuota e i fischi al suo indirizzo sembrano riflettere l’immagine di questa rabbia/rassegnazione; e il 2015 è ancora lungo.

 

 

 

 

 

 

 


[1] La piazza delle “vittorie” del centrosinistra dai tempi del bipolarismo. Autenticamente festosa quella celebrata nel 1996, quando il neonato Ulivo sconfisse il centrodestra. Grottesco-surreale  il raduno notturno nel 2006, quando l’Unione vinse alla Camera per poche migliaia di voti.

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Un militante fascista può riabilitarsi? La galera serve a qualcosa? https://minimaetmoralia.it/societa/un-militante-fascista-puo-riabilitarsi-la-galera-serve-a-qualcosa/ https://minimaetmoralia.it/societa/un-militante-fascista-puo-riabilitarsi-la-galera-serve-a-qualcosa/#comments Mon, 30 Jul 2012 22:14:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8897 Riprendiamo questo articolo dall'edizione on line de Gli altri

di Susanna Schimperna

L’indignazione per l’incarico al Comune di Roma dato da due anni all’ex carcerato Maurizio Lattarulo arriva il giorno dopo la notizia che, rifiutandogli il permesso con pretestuosi motivi burocratici, è stato impedito a un detenuto di Regina Coeli di discutere la propria tesi di laurea. Due casi che non possono non togliere le ultime illusioni a chi ancora creda che il carcere abbia davvero, come previsto nei codici, una funzione rieducativa accanto a quella meramente punitiva.

Ma se a deplorare l’episodio del laureando (trenta esami dati durante la reclusione, i parenti già avvisati del gran giorno, rassicurazioni sul fatto che nessun problema ci sarebbe stato fino solo a poche ore prima…), si sono sentite tante voci, persino dei più irredimibili giustizialisti, difendere Lattarulo e il suo diritto a lavorare sembra molto più difficile. Perché?

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Riprendiamo questo articolo dall’edizione on line de Gli altri

di Susanna Schimperna

L’indignazione per l’incarico al Comune di Roma dato da due anni all’ex carcerato Maurizio Lattarulo arriva il giorno dopo la notizia che, rifiutandogli il permesso con pretestuosi motivi burocratici, è stato impedito a un detenuto di Regina Coeli di discutere la propria tesi di laurea. Due casi che non possono non togliere le ultime illusioni a chi ancora creda che il carcere abbia davvero, come previsto nei codici, una funzione rieducativa accanto a quella meramente punitiva.

Ma se a deplorare l’episodio del laureando (trenta esami dati durante la reclusione, i parenti già avvisati del gran giorno, rassicurazioni sul fatto che nessun problema ci sarebbe stato fino solo a poche ore prima…), si sono sentite tante voci, persino dei più irredimibili giustizialisti, difendere Lattarulo e il suo diritto a lavorare sembra molto più difficile. Perché?

Pesano le stigmate di essere un ex fascista, prima di tutto. In quanto amico da sempre dell’ex Nar Massimo Carminati, Lattarulo venne definito all’epoca (una ventina d’anni fa) “vicino ai Nar”. Carminati lo presentò poi ai membri della Banda della Magliana, lui per loro conto cominciò a gestire l’allora illegali macchinette del videopoker e qualche pasaggio dei prestiti a usura, per cui diventò “il braccio destro di Renatino De Pedis”. Per amore di verità, va puntualizzato che Lattarulo ebbe una condanna per il solo reato di associazione a delinquere e scontò 30 mesi, che non fu mai iscritto ai Nar anche se frequentava ambienti di destra, che quando l’accusa nei suoi confronti di banda armata cadde lui uscì da ogni inchiesta. E una volta che si sia riabilitati, come la legge insegna e vuole, l’interdizione ai pubblici uffici viene meno, sparisce, non esiste più. Si negasse a un individuo, pur responsabile di crimini gravi, la possibilità, la speranza di cambiare e di vivere un pezzo di vita in modo diverso, tanto varrebbe ucciderlo o abbandonarlo per sempre su uno scoglio in mezzo al mare. Il principio della riabilitazione garantisce il reinserimento a pieno diritto nella società, e altrimenti non potrebbe essere. Nel caso di Lattarulo, le espressioni “vicino ai Nar”, “amico dei boss” e “luogotenente di Renatino” danno la misura di un perbenismo peloso, che pretenderebbe, sulla base di frequentazioni passate considerate sgradevoli (e che di per sé non costituiscono reato), di proibire per sempre a qualcuno di partecipare alla vita della comunità.

Si sono distinti per risentimento e sdegno i deputati del Pd, che gridano alla vergogna e proclamano che il Campidoglio è diventato una succursale lavorativa per ex terroristi di destra, fascisti e boss della malavita. «Chi si è macchiato di connivenza con la malavita e soprattutto con quella legata alla destra nera e fascista non può lavorare in una pubblica amministrazione», proclamano i virtuosi Fiano e Meta, annunciando un’interrogazione parlamentare. Per Pedica, Idv, «con Alemanno la malavita è entrata in Campidoglio». Onorato, dell’Udc, si domanda angosciato come è possibile che sia stato scelto proprio il braccio destro di De Pedis per una consulenza esterna. Meno drammatico ma decisamente crucciato il garante dei detenuti del Lazio Angelo Marroni, per il quale la vicesindaco Sveva Belvisto avrebbe fatto meglio a non dare a Lattarulo un incarico così impegnativo, onde evitare «pericolose ambiguità». A parte le inesattezze – ex terrorista. Boss, braccio destro De Pedis – il punto della riabilitazione (sentenza definitiva nel 2010) è totalmente rimosso. Con coraggio bisognerebbe allora affermare o che la riabilitazione non ha senso e non se ne deve tener conto (nonostante la legge), o che l’ipocrisia deve dettare le linee guida dell’amministrazione. Altra opzione non si vede, non c’è.

Un dettaglio non da poco: la consulenza di Lattarulo, arrivata dopo anni di volontariato nel settore e ricompensata con 1.500 euro mensili, riguarda il programma di reinserimento dei detenuti, materia su cui l’uomo certo può dimostrarsi più competente di tanti altri, puri teorici.

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Nazifascismo: «Non è male…» https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nazifascismo-non-e-male/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nazifascismo-non-e-male/#comments Thu, 22 Mar 2012 09:51:15 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7091 Otto mesi fa oggi, un giovane invasato nazifascista, estremista cattolico, di nome Andres Behring Breivik si rese responsabile di una strage di innocenti nell'isola di Utoya, dove si stava svolgendo un meeting dei giovani laburisti. L'articolo che vi proponiamo di Alberto Sebastiani è tratto da «Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale», n. 4, novembre 2011, parte da questo episodio che tutti ricordiamo per denunciare alcuni atteggiamenti violenti e allarmanti del presente, scorie di nazifascismo spacciate per folklore.

di Alberto Sebastiani

Venerdì 22 luglio 2011, da Oslo notizie di attentati, immagini da 11 settembre, vetri in frantumi, fumo e macerie, feriti, voci di stragi su un’isola: Utoya, spari al meeting dei giovani laburisti. Si pensa al terrorismo islamico, Al Qaeda, e partono pavlovianamente discorsi sul fondamentalismo e sull’attacco all’Occidente cristiano. Durano però poche ore.

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Otto mesi fa oggi, un giovane invasato nazifascista, estremista cattolico, di nome Andres Behring Breivik si rese responsabile di una strage di innocenti nell’isola di Utoya, dove si stava svolgendo un meeting dei giovani laburisti. L’articolo che vi proponiamo di Alberto Sebastiani è tratto da «Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale», n. 4, novembre 2011, parte da questo episodio che tutti ricordiamo per denunciare alcuni atteggiamenti violenti e allarmanti del presente, scorie di nazifascismo spacciate per folklore.

di Alberto Sebastiani

Venerdì 22 luglio 2011, da Oslo notizie di attentati, immagini da 11 settembre, vetri in frantumi, fumo e macerie, feriti, voci di stragi su un’isola: Utoya, spari al meeting dei giovani laburisti. Si pensa al terrorismo islamico, Al Qaeda, e partono pavlovianamente discorsi sul fondamentalismo e sull’attacco all’Occidente cristiano. Durano però poche ore.

L’attentatore sembra essere uno solo. Biondo, occhi azzurri, norvegese doc. Si chiama Andres Behring Breivik, 32 anni, cristiano, di estrema destra, carico d’odio per islamici, gay, decadenza morale dell’Occidente, debolezza dell’Europa piegata alla follia del multiculturalismo. Il modello Pavlov agisce ancora: è un folle. Come Timothy McVeigh, l’attentatore di Oklaoma City nel 1995.

I giornali raccontano la sua biografia, come ha costruito la bomba nella casetta di legno nel cuore agricolo della Norvegia, com’è arrivato all’isola di Utoya, come ha sparato, come se n’è andato. Dicono della sua passione per videogame violenti e film epici. Analizzano il suo profilo Facebook, costruito ad hoc per creare un personaggio (“amici”, però, nessuno). Accennano al neonazismo (con mappe e grafici sull’estrema destra europea, istituzionale o meno) e all’integralismo cattolico, spesso alleati.

Sotto vesti pacifiche, la Norvegia cova braci pericolose? Il diavolo passa per la musica, sempre, e i nordici gruppi black metal (noti satanisti…) e le loro imprese sono considerati indice di un’inquietudine diffusa, che i lettori di gialli scandinavi già conoscono.

Gabriele Romagnoli ne parla su Repubblica (24/07/2011), ricordando che «la funzione della letteratura noir è spesso questa: sporcare le illusioni. Se possibile, ammazzarle». Cita Anne Holt, Arne Dahl, Stieg Larsson, parla dell’ombra neonazista nei loro libri, ma chiude con Lars Saabye Christensen, nel cui romanzo La modella la moglie del protagonista cura la scenografia di un lavoro di Ibsen. «Lei è molto fiera di una sua trovata: ha fatto dipingere di rosso il muro alle spalle degli attori sul palco. Lui osserva perplesso, poi dice: “Non è eccessivo? Manca solo che tu appenda un cartello con su scritto: qui sta per accadere qualcosa di terribile”. Ecco: la letteratura nordica degli ultimi anni è stata quel muro rosso. Ma abbiamo continuato a pensare che fosse il fondale di un palco dove si recitava e poi tutti tornavano a casa, felici e assistiti».

Ecco, a ben vedere, quel palco esiste da tempo ovunque, anche in Italia. Quella scenografia rossa si è arricchita di svastiche o celtiche, ed è entrata nel nostro campo visivo senza produrre reazioni di massa efficaci, anzi: arrivando a non produrre più allarme.

Torniamo ai giorni di luglio, alle notizie norvegesi. Si trova on line A European Declaration of Independence – 2083, manuale-manifesto di Andrew Breivik (così si firma). Un memoriale con giustificazioni teoriche, analisi storiche, individuazione di buoni e cattivi, una lunga autointervista. Il quotidiano norvegese Verdens Gang lo mette in relazione con Theodore Kaczynski, Unabomber (quello americano). L’analogia è ripresa da tutto il mondo. Breivik mescola Odino, Crociati, Templari, Adorno e molto altro in un collage da brivido. Immagina una sorta di ordine cavalleresco: Commilitones Christi Templique Salomonici, pro crociata paneuropea, conservatori monoculturalisti, inneggianti al patriarcato, antiislamici, cattolici, anticomunisti e (in qualche modo) antifascisti, in lotta contro femminismo, Unione Europea e globalizzazione. Breivik si definisce «cultural conservative, revolutionary conservative, Vienna school of thought, economically liberal», e non si ritiene né nazista, né fascista, né razzista. Ha però ammirazione per l’English Defence League, estrema destra inglese (che sostiene abbia allontanato dal suo interno i neonazisti) e indica tra gli schieramenti politici stranieri da appoggiare anche gli italiani Alleanza Nazionale, Lega Nord, Movimento Sociale Fiamma Tricolore, La Destra, Fronte Sociale Nazionale, Forza Nuova e Destra Nazionale.

Proprio in Italia, nella fiammata d’interventi sorpresi del nemico in casa, cristiano, conservatore, di destra, appaiono articoli sorprendenti. Vittorio Feltri su Il Giornale (Quei giovani norvegesi incapaci di reagire, 25/7/201) non discute le tesi di estrema destra, ultranazionaliste, integraliste cattoliche, razziste, dell’attentatore norvegese, non attacca i frasari violenti di ambienti di destra, non solo estrema (frasari considerati in Italia folclore di certi partiti), che alimentano un modo banalizzante e pericoloso di vedere la complessità del presente. Si chiede invece come mai i 500 giovani sull’isola di Utoya non siano riusciti a fermare la carneficina.

In compenso, Mario Borghezio (già frequentatore di raduni europei di estrema destra) dichiara ai microfoni della Zanzara su Radio24 che Breivik «è il risultato di questa società aperta, multirazziale, direi orwelliana», che «questo tipo di società è criminogeno» e che «certe situazioni di disagio e di insofferenza è inevitabile che sfocino in tragedia», perché «quando una popolazione si sente invasa, poi nascono dei fenomeni di reazione», anche se gli eccessi «sono da condannare» (26/7/2011).

Insomma, Feltri ignora il problema, Borghezio conferma il manifesto di Breivik. Con l’europarlamentare, per pressioni internazionali, c’è una parvenza di reazione, anche nella Lega Nord, con Roberto Calderoli che prende le distanze (d’altronde, nel ’94 Bossi tuonava: «mai coi fascisti!»). Ma la reazione dura il tempo della notizia in prima pagina, poi arriva il “generale agosto”.

Negli stessi giorni, su Radio Popolare Network esperti e studiosi dicono che non si può parlare di gruppi nazisti in Norvegia, perché là esiste una diffusa lotta antifascista e antinazista. Lo stesso Breivik, infatti, sostiene di non esserlo. E comunque ha poco senso parlare di problema “nazionale” nell’era di internet. Già nel 2001, all’esplosione del web 2.0, Manuel Castells in Internet galaxy scriveva: «i movimenti sociali di ogni tipo, da quelli ambientalisti a quelli di estrema destra (per esempio nazismo e razzismo), hanno tratto vantaggio dalla flessibilità della rete per dare voce alle loro visioni e collegarsi alla nazione e al globo».

L’Italia, più volte citata da Breivik, è come il resto del mondo connessa alla rete, e saltuariamente il rapporto tra neofascismo e web arriva alle sue cronache. Succede o in occasione di atti di violenza, o in presenza di fatti troppo clamorosi per essere ignorati. Come nel 2008, sulla scia del caso dei video su youtube dei 99 Fosse, gruppo anni ’90 con canzoni inneggianti al nazismo e al razzismo su musiche di brani come “Laura non c’è” di Nek, che diventa “Anna non c’è”, su Anna Frank. L’Unità (20/11/2008) dedicò alcune pagine al dilagare dell’estrema destra nei social network, a suoi presunti rapporti con il fondamentalismo islamico, e a una task-force israeliana, i “Wiesenthal del Terzo Millennio”, cacciatori di nazisti sul web, mappatori dell’odio antisemita in rete, tra revisionismo e negazionismo.

Che i gruppi organizzati esistano e usino la rete è cosa nota. Come che i social network siano grandi contenitori, come d’altronde il web, in cui sta di tutto, in conflitto. Ed è ipocrita gridare al neonazifascismo quando avvengono fatti eclatanti. Il problema è piuttosto che si diffonde da anni l’humus: la familiarità e l’indifferenza verso icone, slogan e simboli di estrema destra. «Un’onda nera appiccicosa, che cola dalle tv e dai settimanali rosa», cantavano in Giro di vite i Modena City Ramblers nel ’96. Gli anni in cui Francesco Guccini, intonando ai concerti Canzone del bambino nel vento (Auschwitz) diceva che quando l’aveva composta, mai avrebbe creduto di dover continuare a cantarla così a lungo. E non si riferiva al compiacere il desiderio del pubblico.

Facciamo un esempio. Nei giorni successivi ai fatti di Oslo, in un post del 23/7, Nicolò Mingozzi nel suo blog denuncia con un video la presenza di gadget nazifascisti nei negozi della passeggiata estiva riminese, viale Regina Elena. Bottiglie di vino con etichette con Hitler, Mussolini, svastiche, croci celtiche e affini, tra giochi per bambini e molto altro. Un fatto che l’Anpi denuncia da anni. La notizia rimbalza in rete, su quotidiani, ma dopo un po’ di clamore estivo, contenuto, tutto parrebbe passato.

Le immagini del revival nazifascista sono ovunque. Non solo nel web, non solo in spazi di gruppi neofascisti organizzati. Ed è tutto “normale”, quotidianità. Nella moda, appaiono da tempo vestiti decorati con croci celtiche, o richiami a esse. Se ne discute in rete, ma c’è sempre o il saputello che ricorda l’origine celtica (e quella orientale della svastica), o il “democratico” che dice che se non scompaiono falci e martello e Che Guevara, perché devono scomparire i simboli di destra?

Ragioniamo a partire da quest’ultima provocazione. Prendiamo il Che. Non a caso Viktor Pelevin nel suo Babylon (1999, trad. it. Mondadori 2000) mette in scena lo spirito del Che: spiega a un copywriter i meccanismi della pubblicità. Non è nulla di blasfemo, anzi: quale icona più commercializzata, più svuotata di significato? Nel migliore dei casi, politicizzato, il suo viso sulla bandiera esprime desiderio di giustizia, generica protesta (nulla a che vedere con: guerra no, guerriglia sì). E quanto rivoluzionarie sono magliette, perizoma, bandane, sciarpe, magliette, gadget vari col suo volto? Per non parlare del suo utilizzo su orologi e addirittura in pubblicità di finanziarie, com’è avvenuto negli anni zero.

Ci si abitua, diventa folclore, nessuno lo teme più. Così succede anche per i simboli della destra: nella civiltà delle immagini, l’homo videns familiarizza. E quindi l’allarme scema. Ma c’è un problema. A un certo punto, in Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia (Feltrinelli, 2004), Babi vuole farsi un tatuaggio; per sceglierlo, sfoglia un catalogo con l’amato Step, che le indica una svastica nazista dentro una bandiera dal fondo bianco dicendo «non è male…».

Ecco: «non è male…». Quei puntini lasciano in sospeso un’affermazione che può leggersi come «non è cattivo», un po’ come i bambini dicono per giustificarsi dopo una parolaccia o qualcosa di sbagliato: «non è una brutta cosa». Insomma, «non è un/il male». Oppure può leggersi come­ «non è brutto», un commento estetico: è carino. In entrambi i casi, cessa di essere segno di ciò che è stato. Cessa di essere l’orrore. E, nel secondo caso, guadagna in simpatia. E si associa al concetto di forza. E magari il saputello ne ricorda l’origine orientale e che il nazista ne ha solo invertito l’andamento. Insomma, viene sdoganata, piace, fa figo.

Il fatto è che Berlusconi nel ’94 ha sdoganato la destra postfascista, ma la storia politica istituzionale della destra italiana dell’ultimo ventennio dentro i Palazzi è stata accompagnata da tante cose successe fuori dal Palazzo, ben più importanti come impatto e capillarizzazione di un certo tipo di discorso. Si sono moltiplicati i centri sociali di destra, ad esempio, argomentazioni razziste e sessiste sono filtrate ovunque, si è scambiato il dimenticare/rimuovere/riscrivere il passato (basta con comunismo, fascismo, antifascismo, destra e sinistra! L’insopportabile e barboso Novecento!) con il desiderare un futuro, guardare avanti. E parole e gesti hanno perso valore, usati con troppa leggerezza. Berlusconi è solo un epifenomeno quando insulta Martin Schultz al Parlamento Europeo offrendogli la parte di “kapò” in un film sui campi di sterminio (2003), o quando dice ai giornalisti del tabloid inglese Spectator che il Duce “non ha mai ammazzato nessuno” e che “mandava la gente a fare vacanza al confino” (2001), o quando nel 2006 in campagna elettorale è acclamato da ragazzi di Forza Nuova al grido “Duce Duce”.

Il vero sdoganamento del nazifascismo è nelle strade. Il comune paesaggio visivo quotidiano è costellato di oggetti che fanno familiarizzare con simboli e slogan atroci: la maglia “boia chi molla: o con noi o contro di noi” venduta tra i souvenir all’entrata di luoghi meta di gite scolastiche come le Grotte di Frasassi o nelle piazze di città d’arte; il saluto romano del calciatore Paolo Di Canio ai suoi tifosi, gli ultras laziali, già autori dello striscione “Onore alla tigre Arkan”; il fiorire di celtiche, svastiche e altro nelle curve degli stadi, conquistate dalla destra; i “documentari” televisivi sulla vita di Mussolini volti a scoprire l’uomo, così sensibile e delicato, nella sua intimità, tra camera da letto e cucina; le collanine con croci celtiche e icone naziste vendute nelle bancarelle di qualsiasi località turistica; i calendari e i busti del duce in qualsiasi mercatino più o meno d’antiquariato; la celtica al collo del sindaco di Roma Gianni Alemanno giustificata con il ricordo per l’amico…

Nel luglio 2011, la “Bild” tedesca costringe Michelle Hunziker a licenziare la sua guardia del corpo tatuata con il pugno bianco White power, per poi riassumerlo dopo pochi giorni, pentito, coperto il pugno con una rosa. E in Gran Bretagna, nel 2005, il principe Harry in divisa nazista alla festa in maschera immortalato sul Sun (“Harry The Nazi”) ha causato scandalo, riprovazione, ma si parlava di “gaffe”. «Non è male…»? I casi citabili sono tanti.

Massimo Zamboni, ex Cccp e Csi, ora solista, nel libro Prove tecniche di resurrezione (2011) ha inserito il racconto “Le ceneri, il ritorno”, riflessione sul Treno della memoria, che da Carpi ha portato 700 studenti ai campi di Auschwitz e Birkenau il 27 gennaio, giorno della memoria. E proprio a Birkenau, nel campo, ha incontrato quattro naziskin in divisa nera con una bottiglia di vino, per festeggiare.

Il problema è internazionale. Il circuito delle immagini pure. La scenografia rossa che annuncia qualcosa di terribile è sotto gli occhi di tutti. Ma in Italia, paese in cui da sempre si citano trame nere, in cui neofascisti condannati sono rimasti latitanti, in rapporti “curiosi” con i servizi segreti, si fa presto a dimenticare i coretti su Pinochet cantati alla caserma di Bolzaneto nei giorni di Genova 2001. Figurarsi quindi cosa importa quel che dice un Borghezio. E quel norvegese (come si chiamava?) era un povero pazzo. Non c’è tempo per pensare all’humus in cui si è nutrito. Voltiamo pagina.

Che distanza con l’immagine del carabiniere al processo per il Mostro di Firenze! Fine anni ’90: Vanni in vestaglia blu che sproloquia in aula urlando «Viva il Duce, il lavoro e la libertà! Ritorneremo! Prima o dopo!», e il carabiniere alla sua sinistra, appena inizia, gli afferra un braccio per farlo smettere. Perché inneggiare al fascismo non si può, l’apologia di fascismo è un reato, e un uomo dello Stato, un tutore dell’ordine deve intervenire per impedire un reato. Ma oggi, quel carabiniere sarebbe forse “antidemocratico”, e il giudice “comunista”, perché non lo lasciava parlare e lo trattava male, come si legge nei commenti al video su youtube.

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