Gianni Brera Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianni-brera/ un blog di approfondimento culturale Sun, 29 Mar 2026 10:42:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gianni Brera Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianni-brera/ 32 32 Dalla Bassa: racconti di un giovane Gianni Brera https://minimaetmoralia.it/libri/dalla-bassa-racconti-un-giovane-gianni-brera/ https://minimaetmoralia.it/libri/dalla-bassa-racconti-un-giovane-gianni-brera/#respond Tue, 05 Feb 2019 13:11:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39390 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Dario Borso al volume Dalla Bassa, una raccolta di quattro racconti scritti da Gianni Brera in età giovanile.

L’arte di narrare storie è sempre
quella di continuare a narrarle.
Walter Benjamin

«Ho riflettuto molte volte sulla diversa natura del descrittore e del narratore, e ho dedotto che, contrariamente al descrittore, costretto a ricoprire le cose delle sue colorite immagini e nei suoi scritti necessariamente multiforme, il narratore può essere un’anima semplice. Le vicende corrono gonfie di significati diversi dalla mente al cuore, dal cuore ancora alla mente e, senza particolari deformazioni, dalla mente alla penna».

A parlare così non è un critico, né uno scrittore al termine della sua carriera, bensì un sottotenentino che ha appena compiuto ventidue anni: Brera Giovanni, nato l’8 settembre 1919.

Il quale continua, precisando così profilo e ruolo: «Una conferma nuova mi offrì di questo il mio caporal maggiore Battaglino, che si preparava a superare gli esami di sergente.

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la prefazione di Dario Borso al volume Dalla Bassa, una raccolta di quattro racconti scritti da Gianni Brera in età giovanile.

L’arte di narrare storie è sempre
quella di continuare a narrarle.
Walter Benjamin

«Ho riflettuto molte volte sulla diversa natura del descrittore e del narratore, e ho dedotto che, contrariamente al descrittore, costretto a ricoprire le cose delle sue colorite immagini e nei suoi scritti necessariamente multiforme, il narratore può essere un’anima semplice. Le vicende corrono gonfie di significati diversi dalla mente al cuore, dal cuore ancora alla mente e, senza particolari deformazioni, dalla mente alla penna».

A parlare così non è un critico, né uno scrittore al termine della sua carriera, bensì un sottotenentino che ha appena compiuto ventidue anni: Brera Giovanni, nato l’8 settembre 1919.

Il quale continua, precisando così profilo e ruolo: «Una conferma nuova mi offrì di questo il mio caporal maggiore Battaglino, che si preparava a superare gli esami di sergente. Egli è senza dubbio un’anima semplice, – non per altro certamente mi ha proposto di dargli qualche tema da svolgere: “Voi scrivete su per i giornali, e con la vostra scuola mi sarà facile superare ogni difficoltà”. L’uomo si lusinga di tutto ciò che non gli sappia di critica e di offesa, perciò nonostante la mia pigrizia, fui lusingato della proposta di Battaglino. Ecco – pensavo, – che avendo ancor tanto (tutto) da apprendere io stesso, già posso permettermi il lusso di avere un allievo nell’arte dello scrivere».

A farla breve, Brera gli assegnò il tema: «Ne venne fuori un capolavoro; e Battaglino si salvò soltanto in grazia della sua straordinaria conoscenza dei servizi di compagnia e del maneggio delle armi».

Ma cosa aveva scritto Brera sui giornali fino ad allora?

È presto detto (dopo l’opera mia di recupero però, comicamente matta e disperata): un mazzetto di poesiole d’occasione, svariati articoli di cronaca locale soprattutto sportiva e una dozzina di racconti “dal vivo” – il tutto sparso tra bollettini parrocchiali, quotidiani di provincia e il mensile “Ticinum”. I quattro qui presentati componevano la galleria Quadri di casa nostra, uscita tra febbraio e giugno 1939 su “Il popolo di Pavia”[1]; li ho scelti “a naso”, per l’aura gastronomica che da essi potentemente emana.

Odorerà il lettore.

Tornando al grigioverde ottobre 1941 da cui ero partito, bisogna specificare che di stanza a Barletta come fante, Giuânén spasimava in  attesa di una chiamata da Tarquinia, avendo egli fatto domanda d’entrare nell’avveniristico corpo paracadutisti, non senza avvertire con baldanza i familiari[2].

Risposero costoro tutti distintamente nella stessa lettera, di cui qui va almeno citata la reazione della «sorella-madre» Alice: «Poco tempo fa, i giornali parlavano di un reduce d’Albania che è venuto in licenza e si è ucciso tornando dai campi con un comunissimo carro agricolo. Di fronte a queste cose, tu senti che vale la pena di osare, per una cosa bella, tutto l’osabile. A parte scrivo la ricetta per il risotto».

Manna per gli occhi del Nostro l’acconsentimento, e manna per il palato la ricetta. Che in quattro e quattr’otto eseguì alla lettera (o quasi,  penuria stante degl’ingredienti): «Ho dinanzi un grembiule di bucato, sto trafficando intorno ai fornelli. Brodo di carne, cipolle, uno zinzino di burro (che non se ne trova più, mannaggia), riso, zafferano. Mia sorella Alice è stata precisa, nel compilare la ricetta. Ha tuttavia dimenticato una cosa: il tempo. Debbo aggiungere il brodo, quando il riso è tostato un poco; ma ogni quanti minuti? Buon Dio, vediamo un po’… il foglio della ricetta ha già tante impronte che potrebbe essere servito per antipasto: condito ottimamente».

Finché «si spande un grato odore per la casa. Arrivo io con la zuppiera fumante – modestia a parte, so anche servire con stile: un mestolo a te, uno a lui, si mangia».

E al commilitone (meridionale), che gli chiede cosa sarebbe questo:  «Risotto alla milanese – dico, e la mia voce è angelica».

[1] Altre due dozzine ne pubblicherà entro l’8 settembre 1943 anche sotto pseudonimo (primus inter pares Gian del Po), altrettanto  sparsi ed ora in cerca di editore.

[2] Mi avvalgo qui del fondo archivistico conservato alla Fondazione Arnaldo e Alberto Mondadori, oltreché del miliare P. Brera-C. Rinaldi, Gioannfucarlo, Boroli, Milano 2004.

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La rivoluzione arancione di Johan Cruyff https://minimaetmoralia.it/libri/la-rivoluzione-arancione-di-johan-cruyff/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-rivoluzione-arancione-di-johan-cruyff/#respond Fri, 07 Oct 2016 10:17:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32226 Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Crujiff o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell’autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: “La mia rivoluzione”. Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio. Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni ‘70, quando arrivò due volte in finale del mondiale e due volte la perse. Contro Germania e Argentina (ma nel ‘78 Cruyff non c’era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni.

Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: “Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno”. Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. “E’una squadra-cicala” diceva dell’Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Crujiff o Cruijff? Cruyff, è scritto in copertina dell’autobiografia del campione, scritta con Jaap de Groot e pubblicata da Bompiani: “La mia rivoluzione”. Esce a circa sei mesi dalla morte, per cancro ai polmoni. E poco importa come si scrive il cognome: tutti sanno chi era. La copertina è color arancia, un colore che prima di lui, e di quelli della sua generazione, non era nel gotha del calcio. Ed è un grande risultato, lo pensava anche lui, che quella Nazionale olandese sia ricordata a tanta distanza dagli anni ‘70, quando arrivò due volte in finale del mondiale e due volte la perse. Contro Germania e Argentina (ma nel ‘78 Cruyff non c’era), le padrone di casa, ma per chiunque allora non fosse tedesco o argentino i veri vincitori, per come giocavano, erano gli arancioni.

Per chi non avesse mai visto Cruyff in azione, valga il sintetico ritratto tracciato da Alfredo Di Stefano: “Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno”. Il Pelé bianco, lo definì Gianni Brera, che pure non amava molto il calcio totale. “E’una squadra-cicala” diceva dell’Olanda. Preferiva le squadre-formica, e infatti puntò sui tedeschi per la vittoria in finale.

Ma di Cruyff c’era poco da criticare: sapeva essere cicala e formica, centravanti e terzino, una strano esemplare di individualista votato al collettivo: nell’Ajax, poi nel Barcellona, oltre che in maglia arancione. Era il più bravo di tutti ma aveva bisogno degli altri, perché nel calcio non si vince mai da soli. Ma era anche il ragazzo-prodigio, il direttore d’orchestra, quello che dava i tempi al padre del tiki-taka. Perché, ha sempre ammesso Pep Guardiola, quel modo di giocare, dai ragazzini della cantera fino alla prima squadra, l’ha pensato, voluto e imposto il Cruyff allenatore.

Uno molto sicuro di sé, a volte anche troppo. Come quando buscò un pesantissimo 0-4 dall’incompleto Milan di Capello. A questa partita sono dedicate nove righe in 234 pagine. Voglia di dimenticare, di guardare sempre in avanti, la stessa voglia che lo porta a trascurare od occuparsi di sfuggita anche dei successi (i tre Palloni d’oro, ad esempio). Il libro è bello per almeno due terzi,  quando Cruyff racconta le sue famiglie, quella dignitosamente povera di Betondorf e quella formata sposando Danny Coster, figlia di Cor, uno dei maggiori commercianti di diamanti  in Olanda.

Il padre di Cruyff aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro. Sfidava i clienti a chi resistesse di più guardando il sole, si copriva con una mano l’occhio buono e intascava la scommessa. Era tifosissimo dellAjax e amico del custode del campo. Il padre muore quando Johan ha 12 anni, la madre sposa il custode del campo e quello che Johan chiamava zio Henk diventa il suo secondo padre. Inidoneo al servizio militare (piedi piatti) a 21 anni sposa Danny, e Cor gli da procuratore, segue i suoi affari. Nel ‘68 si presenta ai dirigenti dell’Ajax per la firma del contratto affiancato dal suocero, la cui presenza non è gradita dai dirigenti. Pronta replica di Cruyff: “Voi siete in sei, perché io dovrei essere da solo?”.

Qundo Johan decide di fare a meno dei consigli di Coster non gli va bene: riesce a rimetterci sei milioni di dollari in un allevamento di maiali, ma non spiega come. Per rimpinguare la cassa andrà ai Los Angeles Aztecs. Per lui,dice, il denaro è secondario. “Ovviamente i soldi contano , sebbene non abbia mai visto un sacco di soldi segnare un gol. Può sembrare contraddittorio, ma io sono un idealista. Sono cresciuto nell’Ajax e, nonostante abbia lasciato il club tre volte in malo modo, ho sempre provato gioia per ogni sua vittoria. E’ un sentimento che ti entra nel sangue, difficile da definire ma bellissimo”. Il club in malo modo lo lasciò la prima volta perché voleva la fascia da capitano, ma anche Keizer la voleva.

Fu chiamato a votare l’intero spogliatoio, vinse Keizer e Cruyff partì per Barcellona. Di sfuggita, il Olanda pagava il 70% di tasse, meno della metà in Spagna. In Catalogna, anzi. Perché tra i meriti di Cruyff non c’è solo la manita (5-0) al Bernabeu, quand’era arrivato da poco, ma anche la convinta adesione all’indipendentismo catalano. Chiamò suo figlio Jordi, non Jorge. Allenò la nazionale catalana. Ma soprattutto, e questo vale per gli innamorati del pallone al di là delle bandiere, interpretò un calcio basato sulla velocità, sulla tecnica, sull’interscambiabilità. Un calcio quasi sacrilego per gli italiani, abituati alla specializzazione in un ruolo, e solo quello.

Un calcio quasi provocatorio per gli italiani abituati al ritiro pre e post partita, a volte entrambe le cose, tranne che con Scopigno (“A Cagliari si è in ritiro tutta la settimana”). Loro, in ritiro con mogli e fidanzate. Loro, a vederli fuori campo, capelli lunghi, basette come ussari, potevano sembrare un’allegra compagnia di squinternati appena usciti da un coffee shop. Vogliamo metterci anche un portiere con l’8 sulla schiena che giocava in posizione quasi da libero? Erano gli anni dei figli dei fiori, e quel calcio sembrava nato in una comune. Al potere non andava l’immaginazione ma un altro modo di giocare a calcio. Su tecnica e interscambiabilità Cruyff è d’accordo. Sulla velocità meno. “Non era un calcio dispendioso. Certo c’era da correre, ma era più importante correre bene che correre tanto”. Da qui, spiegazione di un gioco basato su una serie di triangoli. Da qui il tiki taka.

In quella squadra, ricorda Cruyff, c’era la fascia destra, tutta gente seria: Suurbier, Neeskens, Swart. Da loro ti potevi aspettare un lavoro ben fatto. Sulla sinistra c’erano Krol, Muhren e Keizer, chiamati dai compagni “Tuttifrutti”. Da loro ti potevi aspettare qualunque cosa. L’abilità innata di Cruyff stava nell’inserirsi di qua o di là, adattandosi alle caratteristiche, o anche al centro. Molti gol li ha realizzati in posizione da centravanti, pur non essendolo, pure avendo al Barça il 9 sulla schiena, ma solo perché il regolamento non permetteva il 14 . Pur di non rinunciare a quel numero, Cruyff infilava una 9 sopra una 14.

Nel libro, enormi meriti sono riconosciuti a Michels, assai meno a Kovacs. Il primo, parere di Cruyff, aveva fatto crescere l’Ajax dicendo: “Adesso voi fate come dico io”. Con il secondo (“Esprimetevi liberamente”) il vino prese ad andare in aceto, cominciarono le piccole gelosie, i mugugni di spogliatoio, insomma lo spegnersi del gruppo, l’inizio della fine. Meno interessante, ma     era giusto trattarne, la parte che riguarda l’incompatibilità e le rotture del dirigente Cruyff con altri dirigenti. Con un fil rouge nel racconto: la ragione era sempre di Cruyff. Parola di Crujiff e di Cruijff.

 

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In difesa dell’ambientazione https://minimaetmoralia.it/letteratura/in-difesa-dellambientazione/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/in-difesa-dellambientazione/#comments Thu, 22 Sep 2016 06:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32032 “Yahoo Answers”: pare che nessuno sia ancora riuscito a cogliere in castagna gli instancabili utenti che, giorno dopo giorno, rispondono a tutte, tutte, le domande più strampalate, fornendo informazioni con aplomb e serietà documentale, anche di fronte all’assurdo. “Romanzi ambientati sulla Costa Azzurra”, oppure “a Venezia”, addirittura “a Koufonisia” – potrà mai essere? –: questo sono io che digito, e che confido nelle capacità investigative della comunità.

Che brutte abitudini che ho, e le confesso pure: specialmente nell’approssimarsi di un viaggio o nelle ore più malinconiche dei ritorni, mi metto lì e vado alla ricerca di romanzi ambientati nei posti che immagino o ricordo. L’accusa: quella che io cerco non è la letteratura, ma la cartolina, perché sono un fanatico del pittoresco, dei piccoli borghi dipinti dall’occhio lucido di qualche visitatore un po’ naïf, magari straniero.

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“Yahoo Answers”: pare che nessuno sia ancora riuscito a cogliere in castagna gli instancabili utenti che, giorno dopo giorno, rispondono a tutte, tutte, le domande più strampalate, fornendo informazioni con aplomb e serietà documentale, anche di fronte all’assurdo. “Romanzi ambientati sulla Costa Azzurra”, oppure “a Venezia”, addirittura “a Koufonisia” – potrà mai essere? –: questo sono io che digito, e che confido nelle capacità investigative della comunità.

Che brutte abitudini che ho, e le confesso pure: specialmente nell’approssimarsi di un viaggio o nelle ore più malinconiche dei ritorni, mi metto lì e vado alla ricerca di romanzi ambientati nei posti che immagino o ricordo. L’accusa: quella che io cerco non è la letteratura, ma la cartolina, perché sono un fanatico del pittoresco, dei piccoli borghi dipinti dall’occhio lucido di qualche visitatore un po’ naïf, magari straniero.

Scrittori che scendono dal Nord e che hanno scelto lo sfondo italiano, come i britannici Michael Dibdin e Magdalen Nabb, il primo proveniente dalle Midlands occidentali e l’altra dal Lancashire, accomunati da scritture giallistiche di cui l’ambientazione (esclusivamente fiorentina, nel caso della seconda) costituisce buona parte del fascino: trasferitisi a vivere nel nostro Paese, a legarli è stata anche una numerologia infausta, che ha portato entrambi, nati nel 1947, a morire nel 2007, ad appena sessant’anni, quando le vicende di Aurelio Zen e del Maresciallo Guarnaccia avevano ancora notevoli possibilità di sviluppo.

Sarà addirittura Simenon a scomodarsi, nel caso della Nabb, indirizzandole una lettera in cui prospettava che le sarebbe accaduto “quello che è successo a me: non avrà più bisogno di usare la parola giallo, sarà semplicemente una grande scrittrice…”. Comunque, a parte rari casi del genere, il rischio di cadere nelle accoglienti e morbide braccia del kitsch sub-letterario per turisti americani in vena di romanticherie mediterranee e nozze nel Vecchio Continente è altissimo, e decidere di costeggiarlo non è da furbi: perché non darsi finalmente un tono? Carrère è là, ha una facciotta buffa, le orecchie a sventola, mi sorride. Invece, di nascosto, passo la moneta al tipo della bancarella dei libri usati ed ecco Nantas Salvalaggio, di nuovo, uno degli ormai pochissimi suoi libri che mi mancava – tutti letti, nessuno lasciato lì ad arredare.

Poi, ogni anno, ricomincia Montalbano, e con lui ricominciano i miei sensi di colpa, perché finisco a far parte del mucchio, mi unisco ai milioni di italiani che, come me, saranno alla ricerca di “romanzi ambientati in Sicilia” e delle loro traduzioni televisive;poi, ogni anno, tutti a domandarsi il perché del suo trionfo d’ascolti: e che ci vuole? Innanzitutto, la libertà: Montalbano non esita a far perdere le proprie tracce, pur di non affrontare gli obblighi sociali del veglione di Capodanno e tira una bisettrice tirrenica che lo colleghi a Livia, dalla Sicilia a Boccadasse, disegnata sull’amore e basta, sulla lontananza, sull’indipendenza; tanti vorrebbero, come lui, far parte del “club” di quelli che non parlano a tavola, e tanti vorrebbero mandare gli altri, sì, a fare le ore piccole e andare a letto presto, loro, proprio nella notte più indiavolata dell’anno.

Inoltre, “tutto il resto”: tempo fa, Roberto Costantini, autore di un’apprezzata trilogia noir, se l’è un po’ presa, lamentando che, nelle vicende del commissario di Vigàta, non sia l’indagine a contare, bensì “tutto il resto”, ovvero “i personaggi e l’ambientazione”, che produrrebbero emozioni quasi narcotiche, la “progressiva sensazione di rilassamento che ci accompagna dolcemente per due ore”, nonché quella “di ritrovarsi in famiglia”.

A seguire, apologia di Montalbano da parte di Silvia Sereni (pubblicata su “Ho un libro in testa”), la quale individuava nelle “riprese di case, chiese, stradine di campagna, terrazze” alcuni dei motivi del meritato successo della fiction e non teneva conto, però, della zampata finale di Costantini, che invitava l’italiano medio a pretendere qualcosa di civilmente più elevato, a farsi “più consapevole”: “Lo so, lo so, quest’ultima cosa fa un po’ paura…”. Ecco: posto il “legittimo desiderio di intrattenimento” (grazie), il Sistema ci propina Montalbano per addormentarci e per renderci poco reattivi. C’è da verificare come l’abbia presa Camilleri, che non risulta esattamente un moderato.

Viene fuori, così, lo scontro: “tramisti” contro “ambientalisti” (“ambientazionalisti”?) su opposti fronti, nella narrativa contemporanea, in particolare poliziesca. “In generale penso che la ragione per cui vai avanti a leggere, nei libri, non dovrebbe essere che vuoi arrivare in qualche posto, ma che vuoi rimanere in quel posto lì”: quando uno come Alessandro Baricco esplicita la propria preferenza di modesto lettore di gialli, manifesta anche tutto il disinteresse per le vicende di sangue e l’identità dell’assassino. Certo, apprezza Chandler, ma aggiunge la postilla: “mai capito niente dell’intreccio”.

Esalta Simenon: “Così io leggo e sto a Parigi, annuso portinerie, sfioro letti sfatti, sorseggio Armagnac e prendo il vento sui ponti: il nome del colpevole mi è a ogni pagina più indifferente (talvolta anche a lui, Maigret)”. Già Pier Vincenzo Mengaldo si domandava chi altro, come Simenon, riuscisse a “trasmettere sinesteticamente l’immagine di un ambiente attraverso il pungere degli odori”. Cesare Garboli, invece, notava il ruolo quasi epistemologico del mangiare, nelle inchieste del commissario del Quai des Orfèvres, grazie al quale “il lettore si sente protetto, riscaldato, passa di sapore in sapore, gode di quel senso della realtà, di quella certezza di esistere che niente come il cibo riesce a garantire”.

Paradossale, che il relax per mezzo narrativo si raggiunga, oggi, quasi unicamente dalla lettura di romanzi dove i morti ammazzati si affastellano uno sull’altro: oppure no, oppure questo è il risultato di qualcosa che è avvenuto, nella narrativa “d’autore”, negli ultimi decenni. Da un Piero Chiara, per esempio, mi sento accolto cordialmente, e sto incuriosito al gioco, seguo la sua bella parlantina, desidero frequentare quegli ambienti lacustri, quelle cittadine sonnacchiose, con tutto il contorno di personaggi da paese, abitudinari e sfaticati.

Lo stesso succede con Mario Soldati, e non è un caso che si tratti di due rimpatriati: il primo, ancora minorenne, si trasferì prima in Francia e finì poi in Svizzera, dove fu internato nel ’44 e dalla quale fece ritorno dopo la Liberazione; il secondo traversò l’Oceano, ma decise di abbandonare il dream, avendo come parziale ricompensa la pubblicazione di “America primo amore”. Rientrare significava riaccasarsi nell’Italia di cui disprezzavano i vizi, ma amavano i costumi: tuttavia, vedersi riconosciuta la dignità di classici del Novecento italiano non è stato affatto semplice, per i due.

Per dire: a Chiara sono serviti trent’anni esatti (di morte), prima di guadagnarsi l’accesso ai Meridiani Mondadori, perché a lungo sembra essere durata un’indecisione relativa al suo effettivo valore, non meno che per altri romanzieri domestici e d’ambientazione, dalla prosa liscia e superficialmente inoffensiva, tutti giallisti mancati come Graham Greene, Somerset Maugham e Soldati, “il quale quando produce al meglio sfiora sempre il giallo”, secondo Cesare Garboli: basta osservare le tentazioni “di genere” che hanno subito e dalle quali, salvo rapidi sconfinamenti, si sono infine tenuti lontani.

Certe volte, la meticolosità descrittiva nell’ambientazione della vicenda romanzesca sembra derivare da una vera e propria ossessione geografica, che trova concretezza nella predilezione di Soldati per “la rossa” sfotticchiata da Cesare Cases, all’apparizione de “L’attore”:

“Guardai ancora, nella guida del Touring che avevo meco, la piantina di Bordighera”. Ma era in taxi, dopo che aveva passato la notte a giocare al casinò di San Remo, aveva vinto un mucchio di soldi, aveva avuto incontri sconvolgenti, aveva fatto una passeggiata fino all’alba, aveva scritto una lettera, aveva perfino dormito un po’ e poi era balzato sul predetto taxi. Chi mai in simili frangenti si sarebbe ricordato di prender seco la guida del Touring, specie avendo come mèta una città così poco tentacolare come Bordighera e recandovisi per ragioni nient’affatto turistiche? Lui, sì.

Non che, oggi, si producano romanzi immobili, tutt’altro: ricordo un reading molto partecipato durante il quale il plot che provocava sussulti nei presenti riusciva a svolgersi, nel giro di un paio di pagine, prima a Bologna, poi in Svezia, per terminare nell’immancabile Barcellona – un Erasmus narrativo che è, d’altronde, la quotidianità europea delle giovani generazioni. Ma resta una differenza che mi sembra anzitutto d’atteggiamento, di rapporto con il lettore, che non si realizza più in quella volontà narrativa di farlo sentire protetto, a casa, oppure trasportato in luoghi che rispondano alle richieste del suo immaginario, proprio grazie alle possibilità offerte da una calda ed efficace descrizione degli ambienti o dalle svelte chiazze impressionistiche di un Simenon.

Ovvero: in tante pagine contemporanee avverto un giacobinismo di fondo che richiede adesione ideologica, un occhio che passa in rassegna, scruta e giudica il vizio, o il ghigno muto della sentenza implicita che discrimini un lettore dall’altro e riservi affetti e complicità al proprio simile, ostilità o freddezza ai restanti. Se nella narrativa “di genere” che, senza tanti sofismi, badano al sodo, il sodo è la trama che sia stata liberata dagli orpelli dell’ambientazione,molti romanzi “d’autore”, specie se scritti da under 70, avvelenano il piacere del testo con dosi di risentimento (sociale) e/o denuncia (sociale) e/o promozione (sociale) che non si è sempre disposti a mandar giù, e va a finire che ci si butta sui gialli, in mancanza di quella “terra di mezzo” popolata da tipi come Chiara e Soldati.

Si diceva del giacobinismo di fondo: ma che c’entra la politica? Poco, qualora ci si limiti a schieramenti poveramente parlamentari: ma ricreare ambienti confortevoli, riuscire a far sentire a casa il proprio lettore, fosse anche all’altro capo del mondo, rendere familiare ciò che non lo era, sembra avere a che fare con una certa inclinazione conservatrice, che la si prenda più bassa o che si vada a scomodare Heidegger e l’heimlichkeit. Per un Vincenzo Consolo che sosteneva essere il giallo in quanto tale conservatore e “tipico di una società capitalistica”, poiché lo svelamento finale contribuirebbe alla restaurazione della serenità necessaria al nostro modo di produzione, c’è anche chi, come Camilleri e Petros Markaris (uno che, snocciolando lo stradario di Atene, tira su romanzi), non nasconde il proprio impegno politico di sinistra, passato o presente, e tuttavia esprime un amore per culture e costumi passati: non si tratta di smuovere e riattizzare il dibattito che seguì, quasi tre lustri fa, all’articolo in cui Giovanni Raboni ribaltava la vulgata dell’egemonia progressista – ricordo la reciproca soddisfazione dei contendenti, con la sinistra che annuiva, leggera come dopo essersi liberata di una responsabilità schiacciante, e la destra che aveva ottenuto la tanto attesa considerazione.

Di sinistra, ma conservatori: si pensi al socialista Gianni Brera, al Soldati nostalgico delle bottiglie senza etichetta di “Vino al vino” anch’egli più volte candidato del PSI, l’ultima delle quali a ottant’anni compiuti, a Piero Chiara, animatore del PLI varesino, al Simenon conservatore senza partito, ma anche al suo sodale Federico Fellini, del tutto insofferente ai posizionamenti, tranne rarissime eccezioni:

Credo che chi ha una certa inclinazione artistica sia naturalmente conservatore e abbia bisogno di ordine attorno; il chiasso, i canti, i cortei, gli spari, le barricate, danno fastidio, disturbano, bisogna chiudere le finestre. (…) Ho bisogno di ordine perché sono un trasgressore, anzi mi riconosco un trasgressore, e per esercitare la trasgressione ho bisogno di un ordine molto rigido, con molti tabù, contravvenzioni a ogni passo, moralismi, processioni, sfilate e cori alpini. Ed essere poi premiato dalle autorità costituite, dal sindaco, dal cardinale: come un trasgressore che si è fatto onore.

Così, con noncuranza, non è da tutti riuscire ad allestire quasi un’ambientazione intera, a metterci voglia d’abitarla: le sfilate, i cori alpini, il sindaco, il cardinale…Paesaggio con figure umane, insomma: raramente avvengono, nei romanzi “ambientalisti”, rapimenti estatici di fronte a spettacoli naturali, i quali, di per sé stessi, non sembrano modificare più di tanto la disposizione dei personaggi; ciò che più spesso si avverte è la volontà “immersiva” degli stessi, che provano il desiderio improvviso di vivere dove e come vedono vivere gli altri attori umani della vicenda, coloro che a quell’ambiente appartengono, essendone felici o sembrando tali – “immersiva”, di conseguenza, si fa anche la volontà del lettore.

Se uno scrittore giacobino non può sapere in quali mani sia capitato il suo libro, se in quelle di un nemico ideologico o di un famigerato lettore-massa, sembra più consequenziale, per un conservatore, puntare sulla comune umanità del proprio pubblico, appellandosi ad appartenenze e sentimenti più elementari, meno culturalistici: la vita popolare, i piaceri della tavola, le ambientazioni già presenti nella memoria visiva nazionale, e sarà da intendersi duplice la misericordia evocata dal programma artistico del cattolico Graham Greene: “Il ruolo di uno scrittore è quello di suscitare nel lettore simpatia verso quegli esseri che ufficialmente non hanno diritto alla simpatia”. Cioè, colui che sta impugnando la pistola, ma anche quell’essere che sta impugnando il libro, il lettore, che ha da essere pietoso, bendisposto, simpatico a sé stesso.

Diversamente, nella “Millennium Trilogy” di Stieg Larsson: l’iper-progressismo di Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander mi sembrò sospetto e non desiderabile, anche perché quei due non fanno altro che mangiare tramezzini, tramezzini e basta per migliaia di pagine, niente a che vedere con le delizie di mare freschissime della trattoria San Calogero, o con la progressione di spuntini fuori orario di Maigret, che Garboli ricostruiva così: “E ora un cognacchino, ora il panino e la birra, e il pernod, e il caffè, e magari le salsicce, le acciughe, certi formaggi freschi, o piccanti…”.

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Dolcechiaré Pelé. I 75 anni di O Rei https://minimaetmoralia.it/letteratura/dolcechiare-pele-i-75-anni-di-orei/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dolcechiare-pele-i-75-anni-di-orei/#respond Fri, 23 Oct 2015 05:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28826 Oggi, 23 ottobre, Edson Arantes do Nascimento, noto in tutto il mondo come Pelé, compie 75 anni. Per festeggiare il compleanno di uno dei calciatori più forti di tutti i tempi (se non il più forte in assoluto), ospitiamo uno straordinario pezzo scritto da Gianni Brera per la partita Benfica - Santos, finale di coppa Intercontinentale del 1962. La partita si giocò a Lisbona e i brasiliani vinsero per 5 - 2, con tre reti segnate da Pelè. L'articolo è incluso nell'antologia Il principe della zolla, pubblicato dal Saggiatore, che ringraziamo.

di Gianni Brera

Dunque andiamo a Lisbona. Spira vento da sud-ovest e io domando ai portoghesi: «Par piasé, cal vent chì ’l sarà mia sciròk!?». «Nao che nao l’è scirok» mi rispondono «parché ’l sciròk u ven d’l’Afriché.»

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Oggi, 23 ottobre, Edson Arantes do Nascimento, noto in tutto il mondo come Pelé, compie 75 anni. Per festeggiare il compleanno di uno dei calciatori più forti di tutti i tempi (se non il più forte in assoluto), ospitiamo uno straordinario pezzo scritto da Gianni Brera per la partita Benfica – Santos, finale di coppa Intercontinentale del 1962. La partita si giocò a Lisbona e i brasiliani vinsero per 5 – 2, con tre reti segnate da Pelè. L’articolo è incluso nell’antologia Il principe della zolla, pubblicato dal Saggiatore, che ringraziamo.

di Gianni Brera

Dunque andiamo a Lisbona. Spira vento da sud-ovest e io domando ai portoghesi: «Par piasé, cal vent chì ’l sarà mia sciròk!?». «Nao che nao l’è scirok» mi rispondono «parché ’l sciròk u ven d’l’Afriché.»

«Ben, gli dico, quast chì l’è anca pegg dal sciròk parché ’l porta la spussa ch’ho sentì a Giacarta gnand indré d’l’Australia; ch’la spussa d’romantich e d’muffa che Pierre Loti l’disia ch’l’era ’l profum di tròpich, e chissà parché s’at taca la majetta a la pell e t’vorissat faà la doccia tutt i moment.»

«Nao, nao ch’l’è nao sciròk» insistevano i portoghesi, e qualche volta erano di Reggio Emilia, qualche altra volta delle parti del povero Coppi. Parlando pavese schietto andavo benissimo: così ho comperato le Lusiadi in edi­zione di lusso e la regalo al mio amico Rico Banderal, che sicuramente non ha mai immaginato di poter leggere Camoens in lingua.

Pelé mi incanta come non ha mai potuto nei giorni più splendidi. Capisco perché i brasiliani prendano cappello alla sola idea di vederlo emigrare; perché gli abbiano stampato l’orma del piede sulla copertina del libro Eu sou Pelé; perché chiedano sogghignando un miliardo. Sono onesti. Se per Morbello sono stati chiesti e ottenuti novanta milioni, per Pelé ci vuole un trilione, cioè mille miliardi.

È alto 1,73, mi pare; traccagnotto e potente, ma nello stesso tempo agile e sciolto, come i grandi atleti olimpici che corrono soltanto. Batte di sinistro e destro, sempre mirando. Dribbla con movenze armoniose, sor­nione, plastiche, senza sculettare o danzare come tanti. Rifiuta il numero di dribbling (el pase) come una manife­stazione deteriore e inutile.

È un vero classico. Dolce, chiara è la notte e senza vento. Pronunciate le comunissime parole di questo che è fra gli endecasillabi di più limpida trasparenza. Continuate: e cheta sovr’ai tetti e dentro gli orti… È mia nonna che parla affacciandosi nottetempo alla finestra. Mia nonna analfabeta e grande. Posa la luna e di lontan rivela – serena ogni montagna. Sapete che è Giaco­mino: ha il Parnaso fra le scapole, e i coglioni dicono che è gobbo.

Bene: adesso guardate Pelé. Dolcechiaré: ha alzato il piedino prensile: lanotte: la palla si è fermata al primo contatto e senza vento: ricade ammansita sull’erba: un piedino prensile l’accarezza mentre l’altro spinge: echetasovraitetti: accorreva un avversario: si è coricato come un birillo: tettiposalà: avanza un altro: piroetta; lalùna: ecco un compagno smarcato: oppure, ecco una nuova battuta di dribbling: si corica il secondo birillo: o magari no, questa volta il birillo non si corica e vince il tackle: Pelé ha sbagliato il dribbling: càpita: anch’io ho dimenticato: sovr’ai tetti e dentro gli orti. Ripetizione: posalalunedì lontàn rivèla: ora parte Pelé in progressivo: è Berruti che vòlita fìngendo di allenarsi. Serenognì montàgna. Cor­rendo, senza sforzo apparente, ha fissato i bulloni in terra ed ha scaricato fulmineo la pedata: ha mirato, si è visto: mentre correva ha mirato e battuto a rete. Serenognì montàgna. Punto. Gol.

Mi dico di non aver mai visto nulla di simile. Gli dedico epinici. Mi esalto e lo esalto. L’ho veduto far questo: coricare tre birilli e battere di sinistro sul portiere: palla che schizza verso il fondo: prima che esca, continuando la corsa, Pelé compie un gran balzo e ricade col sinistro sulla palla: la colpisce a volo, in modo che s’infila tesa e bassa in diagonale.

Sono tutti a guardarlo allibiti. E la quarta rete del Santos e fa quattro a zero. I lusitani, benché abbiano pagato il biglietto, scoppiano in singhiozzanti applausi.

O Gòngora ti cheta, ch’io non son poeta. Se avete capito «dolce chiara è la nottesenzavento» non ho bisogno di proseguire. Pelé vede il gioco suo e dei compagni: lascia duettare in affondo chi assume l’iniziativa dell’attacco e, scattando a fior d’erba, arriva a concludere. Mettete tutti gli assi che conoscete in negativo, poneteli uno sull’altro: stampate: esce una faccia nera, non cafra: un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti: è Pelé. Ma ce ne vogliono molti, di assi che conoscete, per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione.

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Gianni Brera, il padano globale https://minimaetmoralia.it/estratti/brera-ormezzano/ https://minimaetmoralia.it/estratti/brera-ormezzano/#respond Mon, 12 Oct 2015 06:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28719 Da qualche giorno è in libreria "I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva" (66thand2nd), di Gian Paolo Ormezzano. Il libro contiene brevi ritratti di alcune tra le più illustri firme del giornalismo sportivo, da Sandro Ciotti a Candido Cannavò, fino a Mario Sconcerti e Gianni Mura. Pubblichiamo qui la voce dedicata a Gianni Brera, ringraziando l'editore.

di Gian Paolo Ormezzano

Non aveva mai stimato Bearzot, ovviamente. E adesso quel commissario tecnico gli aveva vinto un Mundial, quello dell’82. Tornavo con lui, Gianni Brera, dalla Spagna. Volo Madrid-Linate, non è ancora tempo di Schengen: c’è la frontiera, dove ci aspetta un doganiere in borghese, riconoscibile dal cartellino al collo. Gianni e io stiamo procedendo affiancati e parliamo ovviamente di vini, unico territorio di conversazione nel quale lui ammetteva una leggerissima superiorità dei piemontesi (Langhe, Monferrato, Astigiano) sui lombardi (vigneti delle sue sublimi colline pavesi). Il doganiere lo riconosce e gli getta le braccia al collo urlando: «Gianni, siamo forti!». Lui lo scosta, lo guarda gelido, gli dice: «Dietro i forti vanno a cagare i soldati». Il doganiere si ritrae di botto, come fulminato, noi due procediamo. Imbarazzatissimo gli dico: «Quel poveretto aspettava da anni di incontrarti, gli è accaduto all’indomani di un fatto che ha reso felici tutti gli italiani, e tu lo tratti in quel modo?». Replica lo stesso guardo di pochi istanti prima e dice: «Se la pensi così, ti mando a fare in culo con lui».

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Da qualche giorno è in libreria “I cantaglorie. Una storia calda e ribalda della stampa sportiva” (66thand2nd), di Gian Paolo Ormezzano. Il libro contiene brevi ritratti di alcune tra le più illustri firme del giornalismo sportivo, da Sandro Ciotti a Candido Cannavò, fino a Mario Sconcerti e Gianni Mura. Pubblichiamo qui la voce dedicata a Gianni Brera, ringraziando l’editore.

di Gian Paolo Ormezzano

Non aveva mai stimato Bearzot, ovviamente. E adesso quel commissario tecnico gli aveva vinto un Mundial, quello dell’82. Tornavo con lui, Gianni Brera, dalla Spagna. Volo Madrid-Linate, non è ancora tempo di Schengen: c’è la frontiera, dove ci aspetta un doganiere in borghese, riconoscibile dal cartellino al collo. Gianni e io stiamo procedendo affiancati e parliamo ovviamente di vini, unico territorio di conversazione nel quale lui ammetteva una leggerissima superiorità dei piemontesi (Langhe, Monferrato, Astigiano) sui lombardi (vigneti delle sue sublimi colline pavesi). Il doganiere lo riconosce e gli getta le braccia al collo urlando: «Gianni, siamo forti!». Lui lo scosta, lo guarda gelido, gli dice: «Dietro i forti vanno a cagare i soldati». Il doganiere si ritrae di botto, come fulminato, noi due procediamo. Imbarazzatissimo gli dico: «Quel poveretto aspettava da anni di incontrarti, gli è accaduto all’indomani di un fatto che ha reso felici tutti gli italiani, e tu lo tratti in quel modo?». Replica lo stesso guardo di pochi istanti prima e dice: «Se la pensi così, ti mando a fare in culo con lui».

Gianni Brera, oltreché un grande studioso dello sport è stato l’inventore dell’erotismo sportivo, giornalisticamente sino a lui oggetto di amore e basta. Ho già scritto e qui ribadisco che darei molto della mia vicenduola giornalistica per avere scritto cinque righe come le sue. L’episodio che ho ricordato in apertura non deve far pensare che fosse una persona insensibile e ne ho la prova. Da piccolino il mio terzo figlio aveva avuto un brutto incidente domestico, perdendo due falangi delle dita di una mano negli ingranaggi della cyclette e da allora Gianni non ha mai lasciato passare uno scambio di saluti, per quanto rapido, senza domandarmi sue notizie.

Quando al Tour de France il grande Mario Fossati annunciava Brera in arrivo, sapevo che per me c’era posto alla tavola dove Gianni consumava la sua prima cena in terra gallica, spiegandoci che in qualsiasi bettola della Bassa lombarda si mangiava meglio che nel più celebre ristorante di Francia. Alla fine bevevamo cognac preceduto da una sorsata d’acqua, così lui ci ordinava. Lui che era stato corrispondente della «Gazzetta dello Sport» a Parigi, che parlava bene il francese, che aveva succhiato il meglio della Ville Lumière senza però cedere a nessunissima sottomissione da provinciale. Ribadiva che il ragù d’oca della sua Bassa era il miglior cibo del mondo, altro che quello degli chef stellati dei grandi ristoranti d’Oltralpe.

Aveva studiato sport, davvero e seriamente, cominciando dall’atletica. Non c’era discussione in cui non sostenesse la sua tesi sul filtro delle razze. Un giorno gli dissi che mi rifiutavo di credere che un tal centravanti avesse sbagliato un gol fatto perché di origini lucane e venni trattato malissimo. Tuttavia giurava di non essere per questo razzista, ed era troppo intelligente per esserlo davvero. Era casomai uno studioso delle razze, di cui sottolineava le differenze e riconosceva l’importanza, a patto che non si mettesse in discussione la superiorità di quella padana. Il fatto che io avessi dato non pochi esami della mia inutile avanzata verso una laurea in Giurisprudenza all’università di Pavia mi aveva giovato per avere accesso privilegiato alle sue disquisizioni.

Naturalmente era stato lui a convincermi a lasciare Torino, dove avevo professori secondo me ostili che si ostinavano a pretendere che studiassi anziché lavorare, trasferendomi a Pavia, dove lui conosceva tutti e soprattutto dove potevo mangiare le rane in riva al Ticino e addirittura passare la notte prima dell’esame in uno dei due più celebri casini della città, Grotta Azzurra o Villino Novecento, per tradizione goliardica aperti la notte (senza la presenza delle loro signorine, però) agli studenti «di fuori», affinché potessero sonnecchiare sui divani.

Brera era perfettamente al corrente del fatto che scrivere di sport era in fondo una limitazione, per uno come lui. E se ne compiaceva. Possedeva esperienza internazionale; sapeva addentrarsi nei meandri della lingua italiana a cui contribuiva sfornando continui neologismi; conosceva, oltre al francese, pure il tedesco e l’inglese; fumava scenograficamente bene la pipa. Però non accettava che gli si dicesse che in fondo era sciupato a stare nella tribuna stampa degli stadi. Affermava che scrivendo di sport si può scrivere di tutto, sia perché ci si allena al lavoro veloce dei reportage, stando «sul pezzo», sia e soprattutto perché lo sport ha molte sfaccettature che rispecchiano il resto del mondo e della vita. Non stimava la letteratura contemporanea, tranne Umberto Eco, che era di Alessandria e quindi già bassaiolo.

Gianni Brera ha scritto libri bellissimi (e padanissimi) senza riferimento alcuno allo sport, ma giocava a far credere che li avesse scritti con la mano sinistra. Era molto serio quando in tribuna, prima del via di una partita di calcio, a voce alta annunciava chi avrebbe giocato da libero (allora il ruolo c’era), chi a centrocampo, chi sulla fascia. Più che probabilmente dentro di sé sghignazzava, vedendo che tutti prendevano appunti per uniformarsi al suo dire. Alla fine della sua grandiosa carriera, quando declinava fisicamente, gli stessi paggi che gli s’inchinavano pochi mesi prima presero a trattarlo malamente, fingendo di non sentire le sue domande. E questa è una delle cose più tristi e vili che abbia visto in una tribuna stampa.

Non credo che capisse di sport quanto lui diceva di capire, penso addirittura che a un certo punto avesse smesso di informarsi per arroccarsi sulle sue posizioni dogmatiche. Ma chi se ne frega? Era bravo, anzi bravissimo, anzi straordinario a scrivere, a raccontare. Noi vedevamo la partita con i nostri occhi poi però andavamo a leggere come l’aveva vista e la raccontava lui. In ogni caso, trattava lo sport sempre con maggiore competenza di tutti i suoi predecessori. Guadagnava molto e spendeva molto: era generoso. Un giorno gli dissi che poteva anche chiedere a ognuno di noi suoi colleghi una tangente sullo stipendio, cresciuto con la crescita di considerazione del giornalista sportivo avvenuta grazie a lui. Rispose che ero un pericoloso cretino ma credo stesse mentendo e avesse apprezzato.

Mi è morto di incidente stradale, non sono riuscito mai a dirgli quanto gli ero grato, e come gli avevo voluto bene: anche se ero del Toro e lui si diceva del Genoa ma tifava le milanesi, anche se amavo un villaggio (in paragone a Pavia e Milano) chiamato Torino e lui lo ascriveva alla mia pochezza provinciale (ma non bassaiola, ahimè), anche se non condividevo un’acca del suo modo di giudicare e classificare il calcio utilitaristicamente, prediligendo il difensivismo becero, anche se non stavo alla sua corte. Amava il paradosso e se lo palleggiava bene. Era ridicolo, anche per via dell’epa, quando simulava di dare calci al pallone o persino di mettersi in guardia per un match di boxe, ma lo sapeva e rideva di ei stesso prima che noi sorridessimo di lui. Giudicarlo è impossibile: si era già giudicato da solo, meglio e più severamente di quanto chiunque altro avrebbe potuto fare.

 

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Perché Bianciardi https://minimaetmoralia.it/letteratura/perche-bianciardi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/perche-bianciardi/#comments Tue, 22 Sep 2015 13:29:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28541 Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Potremmo iniziare dalla fine, per esempio. Un filmato Rai del 1971 mostra Luciano Bianciardi pochi mesi prima della sua morte a bordo di un tram che gira per le strade milanesi stipato di gente e addobbato di prosciutti e salami appesi al soffitto. È il “tram della cultura”, un’iniziativa dell’amministrazione per celebrare la fine della stagione culturale di quell’anno. Si vedono ragazze vestite alla moda e ragazzi incravattati; sulla vettura ci sono scrittori (Mario Castellaneta, Luciano Bianciardi, Lucio Mastronardi), musicisti e pittori. Fico, no? In un clima festoso e addirittura spensierato, l’intervistatore si rivolge agli illustri ospiti chiedendogli che ne pensano, del tram e di tutto il resto. “È un’idea molto simpatica”, fa Castellaneta. E Mastronardi, il dolente Mastronardi del Maestro di Vigevano: “È bellissimo”, dice, nel sottofondo di una canzone, si direbbe, in dialetto milanese. Invece Bianciardi, il viso gonfio, uno sguardo indecifrabile, scandisce con un dolore che appare totalmente sincero: “Io volevo dire questo... Questa gita in tram conclude una stagione culturale milanese veramente disastrosa”. Avrà continuato a parlare, perché aveva l’aria di voler spiegare tante cose, ma il montaggio si interrompe bruscamente.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Potremmo iniziare dalla fine, per esempio. Un filmato Rai del 1971 mostra Luciano Bianciardi pochi mesi prima della sua morte a bordo di un tram che gira per le strade milanesi stipato di gente e addobbato di prosciutti e salami appesi al soffitto. È il “tram della cultura”, un’iniziativa dell’amministrazione per celebrare la fine della stagione culturale di quell’anno. Si vedono ragazze vestite alla moda e ragazzi incravattati; sulla vettura ci sono scrittori (Mario Castellaneta, Luciano Bianciardi, Lucio Mastronardi), musicisti e pittori. Fico, no? In un clima festoso e addirittura spensierato, l’intervistatore si rivolge agli illustri ospiti chiedendogli che ne pensano, del tram e di tutto il resto. “È un’idea molto simpatica”, fa Castellaneta. E Mastronardi, il dolente Mastronardi del Maestro di Vigevano: “È bellissimo”, dice, nel sottofondo di una canzone, si direbbe, in dialetto milanese. Invece Bianciardi, il viso gonfio, uno sguardo indecifrabile, scandisce con un dolore che appare totalmente sincero: “Io volevo dire questo… Questa gita in tram conclude una stagione culturale milanese veramente disastrosa”. Avrà continuato a parlare, perché aveva l’aria di voler spiegare tante cose, ma il montaggio si interrompe bruscamente.

Non è importante sapere come sia realmente andata quella “stagione culturale” del ’71 a Milano. È persino probabile che fosse una di quelle iniziative capaci – vista con gli occhi di noialtri italiani invischiati negli anni dieci del duemila e dintorni – di suscitare oggi rimpianti e un coro di “ooooh com’erano belli quegli anni.” Ma il fatto è che Bianciardi aveva capito tutto. E chi tutto capisce, come ci viene tramandato da sempre, è destinato a essere spesso incompreso, e infelice; esattamente quello che gli accadde. Del resto l’arma del cinismo non gli apparteneva.

Morì solo, Bianciardi, neanche cinquantenne, senza nessuno accanto nell’ospedale che lo accolse, come ricorda Gian Paolo Serino in Luciano Bianciardi, il precario esistenziale, uscito per Clichy pochi mesi fa, e Pino Corrias prima di lui in Vita agra di un anarchico. S’era attaccato alla bottiglia più che mai, dopo aver passato un’esistenza a sfuggire ogni etichetta e alla ricerca di una libertà senza compromessi e tessere di partito, sia come romanziere sia come giornalista – anche se raramente fu un reporter in senso stretto. In alcuni casi (“L’Unità”, ad esempio) l’indipendenza dei suoi pezzi, corrosivi e ritagliati su un’ironia lieve e beffarda gli era costata l’allontanamento, in altri qualche “problema” (si legga: bisticci vis-à-vis) con i borghesucci di cui si prendeva gioco sugli elzeviri che costruiva per i giornali di provincia. Tantissime volte, però, ci aveva preso. Scrisse per “l’Avanti!”, “Belfagor”, “Il mondo”, “L’Automobile”, “Le ore”, “Annabella”, “Il Giorno”, “Playmen”, il “Guerin sportivo” di Gianni Brera e altre riviste ancora. Per il quotidiano socialista lavorò con Carlo Cassola a una serie di inchieste sulle condizioni dei lavoratori della Maremma, lui che era nato a Grosseto, la sua Kansas City.

Ma era il costume la materia in cui eccelleva, riuscendo a carpire i tic verbali e fisici dei suoi contemporanei e a riprodurli su pagina con grande precisione (in uno dei suoi primissimi pezzi, Europeisti, racconta di questi “quattro o cinque professori” che si radunano nel caffè e parlano di varie cose, di come fosse necessaria l’integrazione europea, e di come d’altro canto la nazionale di calcio fosse derelitta, con tutti gli stranieri che s’affacciavano nel campionato, giocatori come Nordhal). Gli stessi costumi di cui poi scrisse occupandosi di critica televisiva e sportiva. Nella sua rubrica Telebianciardi indovinò quello che c’era dietro il fenomeno Mike Buongiorno con netto anticipo su osservatori ben più quotati, difese Enzo Jannacci e altri autori dalla bigotta censura dell’epoca, analizzò finemente la nuova lingua che il mezzo imponeva alla nazione. Sul “Guerin sportivo” tenne invece una delle più belle rubriche di lettere mai apparse su giornale, rispondendo a missive che spesso inventava di sana pianta – Alighiero Noschese che gli chiedeva se “I giocatori giocano con la testa o con le gambe?”, o Paola Pitagora “Se preferisce Bach o Vivaldi”.

Tra articoli di giornale, rubriche e romanzi, ognuno può ritrovare il Bianciardi che preferisce. A me è capitato rileggendo di recente la sua traduzione del Tropico del cancro di Henry Miller. È stupefacente come dietro certe trovate linguistiche – quelle stesse trovate che gli venivano rimproverate dagli inflessibili editor che popolano i suoi romanzi – si possa intravedere la sua personalità, l’aderenza intellettuale e quasi fisica con quello che scriveva Miller – e oltre a Miller, Bianciardi tradusse autori come Bellow, Faulkner, Huxley, Kerouac e Kingsley Amis, Steinbeck e Tennessee Williams. Raramente autore e traduttore hanno finito per coincidere così tanto.

Al suo funerale erano in quattro gatti. Proprio quello che capita nella Vita agra a Enzo, un conoscente della voce narrante, ovvero dello stesso Bianciardi: “Poi rivolse a me gli occhi incattiviti, vivi soltanto di rancore, e mi disse: Tu scrivi, io crepo. Tu parli con gli altri, almeno, voleva dirmi, hai degli amici, anche se non li vuoi né li cerchi. E io, che in trent’anni ho cercato soprattutto di stare col prossimo, invece muoio solo. E al funerale infatti c’erano i parenti di Lodi, quattro malmaritate, io e il fratello alto e grosso […] Il traffico rallentava appena, in quel pezzo di strada da casa sua fino alla chiesona di mattoni, poi ricominciava a correre nel senso rotatorio, una macchina dietro l’altra ma ciascuna per i fatti suoi”.

Ciascuna per i fatti suoi, secondo l’individualismo allevato e consacrato dal boom economico. Quel boom che Bianciardi aveva visto prima nascere e poi rientrare, lasciando alle sue spalle scorie tossiche e un paese antropologicamente mutato, per sempre. Tu sapessi la sorte dei bambini in città, confidò in un’altra intervista, riferendosi all’alienazione metropolitana, soprattutto alla crescente riduzione degli spazi di umanità, ai cortili stretti nel cemento.

In un articolo apparso sull’Avanti nel 1970 Bianciardi offre un piccolo testamento. “Ai giovani quindi, che si apprestano a entrare nella vita moderna, non si può dare altro consiglio: prima di una religione, prima d’una vocazione, prima d’un partito, prima d’un mestiere sceglietevi una funzione; sceglietevela complessa, esclusiva, rara, scavatevici dentro una nicchia, non ne parlate mai con nessuno. E funzionate”. Ed ecco che dalla Milano dei tram e dei palazzoni che sbucavano come funghi e dalle strade polverose della sua Grosseto del dopoguerra la voce di Bianciardi ancora giunge a noi, libera.

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Gianni Brera, un grande fiume senza mai problemi di siccità https://minimaetmoralia.it/estratti/gianni-brera-un-grande-fiume-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/estratti/gianni-brera-un-grande-fiume-di-gianni-mura/#comments Sun, 29 Mar 2015 08:56:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26059 Torna in libreria, per Il Saggiatore, Il principe della zolla di Gianni Brera, antologia curata da Gianni Mura. Pubblichiamo di seguito l'introduzione originale alla prima edizione, anticipata su La Repubblica, e ringraziamo l'editore e l'autore. (Fonte immagine)

Curare antologie non è il mio forte, sono abituato a scrivere cose che durano al massimo un giorno. Nel caso di Brera, so che i suoi scritti dureranno ma mi pareva, in qualche modo, arbitrario stabilire che cosa proporre e che cosa no. E, ancora: scegliere con la testa o col cuore? E, una volta fatte le scelte, come ordinarle? Devo spiegazioni al lettore. Mi sento troppo breriano per indossare i panni di chi sta sopra le parti.

Qualcuno dice che sono l'erede di Brera e una volta di più io dico che non è vero. Per onestà ammetto che in un periodo della mia vita ho pensato che potevo essere come Brera, anche meglio, perché no? Avevo diciannove anni, ero passato direttamente dai banchi del liceo Manzoni a una piccola scrivania della Gazzetta, in via Galilei. Ero già un lettore di Brera ( Giorno e Guerino ) e, a dirla tutta, l'idea che esistesse Gianni Brera mi faceva accettare la realtà, per me agli inizi poco piacevole, di lavorare in un quotidiano sportivo (io, destinato a fioriti elzeviri). Dopo un po' di gavetta, il direttore decise che era tempo di vedere come me la cavavo a scrivere. Andassi a Milanello, c'era il brasiliano Germano fermo per un infortunio, raccogliessi il suo sfogo.

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Gianni_BreraTorna in libreria, per Il Saggiatore, Il principe della zolla di Gianni Brera, antologia curata da Gianni Mura. Pubblichiamo di seguito l’introduzione originale alla prima edizione, anticipata su La Repubblica, e ringraziamo l’editore e l’autore. (Fonte immagine)

 

Curare antologie non è il mio forte, sono abituato a scrivere cose che durano al massimo un giorno. Nel caso di Brera, so che i suoi scritti dureranno ma mi pareva, in qualche modo, arbitrario stabilire che cosa proporre e che cosa no. E, ancora: scegliere con la testa o col cuore? E, una volta fatte le scelte, come ordinarle? Devo spiegazioni al lettore. Mi sento troppo breriano per indossare i panni di chi sta sopra le parti.

Qualcuno dice che sono l’erede di Brera e una volta di più io dico che non è vero. Per onestà ammetto che in un periodo della mia vita ho pensato che potevo essere come Brera, anche meglio, perché no? Avevo diciannove anni, ero passato direttamente dai banchi del liceo Manzoni a una piccola scrivania della Gazzetta, in via Galilei. Ero già un lettore di Brera (Giorno e Guerino) e, a dirla tutta, l’idea che esistesse Gianni Brera mi faceva accettare la realtà, per me agli inizi poco piacevole, di lavorare in un quotidiano sportivo (io, destinato a fioriti elzeviri). Dopo un po’ di gavetta, il direttore decise che era tempo di vedere come me la cavavo a scrivere. Andassi a Milanello, c’era il brasiliano Germano fermo per un infortunio, raccogliessi il suo sfogo.

Sessanta righe, le mie prime sessanta righe. Ci misi dentro struggle for life e se capiss, crapottone e Weltanschauung, pirlare e saudade. Consegnai l’articolo fierissimo, dopo dieci minuti mi mandò a chiamare il direttore, Gualtiero Zanetti. Teneva i due fogli di carta rosa in punta di dita. Mi disse che potevo arrotolarli e ficcarmeli proprio lì, che Brera dovevo scordarmelo ed ero fermamente pregato di riscrivere il pezzo in un italiano normale. Era davvero un brutto pezzo e finì nel cestino di Zanetti, cui sono molto grato. In cinquant’anni non ho più riscritto un pezzo, una lezione era bastata.

Scordarmi Brera quanto a scrivere sì, ma il resto no. Siamo diventati amici, gli devo molto per i consigli, molto di più per l’esempio. Da dieci anni lavoravamo nello stesso giornale e quindi raramente sullo stesso servizio. Ci vedevamo di più prima. L’ho sentito discutere con un tassista di Monaco e accusare i bavaresi di aver copiato la stazione ferroviaria di Voghera, al momento di erigere il teatro municipale, ho diviso aringhe e uova nelle brutte levate di Montreal e bevuto improbabili Barbareschi a Stoccolma. Abbiamo fatto l’alba in camere d’albergo in mezzo alla nebbia delle sigarette, dei sigari, delle pipe, a parlare di Riva e Leopardi, di comunismo e latifondi, di lepri e di ciclisti, di giornalisti e discoboli, di donne e settenari doppi.

L’ho amato e l’ho studiato, Brera. Ai mondiali del ’74 rileggeva i volumoni del Flora, nei momenti più impensati citava a memoria Rabelais o Goethe in lingua originale. Avendolo studiato, posso dire che s’è inventato un linguaggio. Prima da artigiano (gli strumenti per lavorare, i neologismi), poi da artista. Vedo che anche dopo la sua morte continua il dibattito: era un giornalista sportivo che scriveva anche altro o uno scrittore arruolato dallo sport? Vedo che c’è buonafede nel dibattito, ma lo trovo fastidioso come la domanda «Vuoi più bene al papà o alla mamma?». Fastidioso e inutile. Brera era uno che amava scrivere e sapeva scrivere. Era perfettamente consapevole della schiavitù del mestiere e fiero del rapporto qualità-tempo. In un giornalismo senza computer, fax, telecopier, si fosse al Tour o ai mondiali di calcio, il «trombettiere» di Brera estraeva cartella per cartella dalla Olivetti e man mano le dettava. Erano ritmi da pizzeria. Ma l’avventore-lettore non aveva ripercussioni negative. Il lavoro di politura, diceva lui, era possibile solo coi romanzi (uno lo scrisse in tre settimane, durante le vacanze al mare). Aveva sempre qualche storia per la testa e quasi mai il tempo di scriverla. La raccontava a tavola, era bello ascoltarlo. C’era sempre il suo fiume sullo sfondo. Aveva il senso del limite e insieme il senso dell’epico, Brera. Chi l’ha ascoltato parlare non si stupirà più del trasporto, della passione con cui ha raccontato i gesti dello sport. Analizzandone la meccanica, da studioso di atletica passato per il ciclismo prima di identificarsi, complici gli editori dei suoi quotidiani, quasi totalmente con il calcio. Gli piaceva il pugilato, non il basket. Sentiva il fascino dei motori ma imprecava appena si passavano i 120 in autostrada. Guardava sempre con attenzione la terra, i campi coltivati, in qualunque parte del mondo si trovasse.

Nella sua casa sul lago di Pusiano piantava un albero, in genere un acero, in ricordo di ogni amico che moriva. Ho riproposto gli scritti di Brera senza il minimo ritocco, così come sono usciti negli anni su libri, riviste, quotidiani. Ho scelto quelli che mi piacevano di più, che ricordavo quasi a memoria, e molti altri sono rimasti esclusi per ragioni di spazio. Ho ritrovato quello che mi pareva di trovarci da studente, Folengo e Runyon o anche Lardner.

Ho creduto di intravedere, nei tagli di alcuni dialoghi, un omaggio a Verga, e quando c’era (spesso) un animale di mezzo ho ripensato a Tombari. Ho poi deciso di non ordinare le scelte per argomenti né cronologicamente e quindi mi scuso se il lettore si sentirà sballottato fra uno storione e il Tourmalet. La colpa è mia e il merito è di Brera. Ho fatto una scelta «fluviale» perché Brera è stato un grande fiume senza mai problemi di siccità. Molto generoso nel dissetare, attento a non premere troppo sugli argini, carico di sedimenti, cose e voglia di andare. Posso ammetterlo solo alla fine: ho scelto col cuore.

 

Gianni Brera
Il principe della zolla
A cura di Gianni Mura
Il Saggiatore

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I 70 anni di Gigi Riva in un’intervista storica che sembra fatta ieri https://minimaetmoralia.it/interviste/70-anni-di-gigi-riva-intervista-mura/ https://minimaetmoralia.it/interviste/70-anni-di-gigi-riva-intervista-mura/#comments Fri, 07 Nov 2014 06:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24211 Oggi, 7 novembre, Gigi Riva compie 70 anni. Il nostro modo di fargli gli auguri è ripubblicando quest'intervista di Gianni Mura in occasione dei suoi 60 anni, uscita su la Repubblica, e per la quale ringraziamo la testata e l'autore.

Quando Riva indossò per la prima volta la maglia numero 9 e si ruppe per la prima volta una gamba (la sinistra) a Roma, il 27 marzo del ' 67, lo andai a trovare. Stanza 126 del Policlinico Italia. «Vuoi un' intervista? Va bene. Ti costerà un paio di sigarette, perché qui oltre al gesso non mi lasciano fumare». Ricordo meno il titolo che uscì sulla Gazzetta. Il concetto era: «Quando torno spero di trovare un terzino che meni». Riva era così: forza e coraggio, come le polisportive d' una volta. Frangar, non flectar, per chi era fresco di liceo. Rombo di Tuono lo sarebbe diventato prima del Messico. Gli piaceva il soprannome? «Molto, anche se a Brera non l' ho mai detto. Veniva da uno importante, all'estero il più intervistato dei giornalisti italiani era lui». Riva non ha mai amato i giornalisti. Poteva rispettarli (è il caso di Brera) o sopportarli (era il caso mio). Ma la sua specialità era dribblarli.

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12809Oggi, 7 novembre, Gigi Riva compie 70 anni. Il nostro modo di fargli gli auguri è ripubblicando quest’intervista di Gianni Mura in occasione dei suoi 60 anni, uscita su la Repubblica, e per la quale ringraziamo la testata e l’autore.

Quando Riva indossò per la prima volta la maglia numero 9 e si ruppe per la prima volta una gamba (la sinistra) a Roma, il 27 marzo del ‘ 67, lo andai a trovare. Stanza 126 del Policlinico Italia. «Vuoi un’ intervista? Va bene. Ti costerà un paio di sigarette, perché qui oltre al gesso non mi lasciano fumare». Ricordo meno il titolo che uscì sulla Gazzetta. Il concetto era: «Quando torno spero di trovare un terzino che meni». Riva era così: forza e coraggio, come le polisportive d’ una volta. Frangar, non flectar, per chi era fresco di liceo. Rombo di Tuono lo sarebbe diventato prima del Messico. Gli piaceva il soprannome? «Molto, anche se a Brera non l’ ho mai detto. Veniva da uno importante, all’estero il più intervistato dei giornalisti italiani era lui». Riva non ha mai amato i giornalisti. Poteva rispettarli (è il caso di Brera) o sopportarli (era il caso mio). Ma la sua specialità era dribblarli. Non essendoci telefonini, ai campioni si faceva la posta sotto casa. Per Riva, la casa di Fausta, la sorella che gli ha fatto da madre. O era in ritardo l’ aereo dalla Sardegna, o Gigi era appena uscito e chissà quando sarebbe rientrato. Nell’attesa, spesso inutile, Fausta faceva un caffè, mi mostrava i quadri (paesaggi) che dipingeva suo marito, gli album di ritagli su Gigi calciatore. «A me non importa nulla, se vuoi pensaci tu», le aveva detto. Gigi di suo aveva due scatoloni di ritagli in garage: uno scatolone per Bandini, morto bruciato a Montecarlo, l’altro per Tenco suicida (forse) a Sanremo. E anche per questo sono felice di brindare ai 60 anni di Riva, perché allora, prima del Messico, pensavo che non sarebbe arrivato a 40, che fosse come segnato dalla tragedia, del resto a Cagliari i compagni lo chiamavano Hud (“Hud il selvaggio” era un film con Paul Newman). A volte mollava tutti al tavolo del ristorante Corallo e usciva a correre in macchina sulla costa, a tutta velocità, da solo. Boninsegna diceva di aver fatto un’ assicurazione sulla vita, dopo la prima uscita sull’Alfa 1600 di Gigi. Quando lo rividi, fuori dall’Amsicora, aveva una Dino e sotto il tergicristallo c’erano poesie, bigliettini di ragazze, molto espliciti per i tempi, richieste d’ incontro. Due giorni prima aveva segnato un gol importante e io ero pagato anche per fare domande cretine, tipo «a chi lo dedichi?». Accendendosi l’ ennesima sigaretta, come Yanez (il lunedì un pacchetto abbondante, ma poi a scalare, fino a quella della domenica negli spogliatoi, prima del via), mi guardò come se non ci fossi: «Mi sarebbe piaciuto far vivere a mia madre una vita decente. E’ morta quando sono partito per Cagliari. Cosa vuoi che ti dica? Che dedico il gol alla Sardegna, o all’Italia se gioco in Nazionale? Ma non facciamo ridere. Io non ho nessuno a cui dedicare nulla. Segno per dovere».

La storia della famiglia l’ avevo saputa da Fausta e prima, a Leggiuno, dai paesani. Ugo Riva, il padre, era tornato dalla prima guerra mondiale con una medaglia di bronzo al valore. Aveva fatto il sarto, il barbiere, poi era entrato in fonderia. Una scheggia di ferro schizzata via dalla pressa lo passa da parte a parte, come fosse in guerra. Muore il 10 febbraio del ‘ 53. Edis, la madre, lavora in filanda e arrotonda facendo pulizie nelle case dei meno poveri. Gigi è mandato in collegio dai preti: a Viggiù, a Varese, perfino a Milano. Scappa un sacco di volte, e ogni volta lo riportano indietro. Se avrà incubi, da adulto, riguarderanno i giorni in collegio e più tardi quelli in divisa militare, sempre obbligato a obbedire. «E il peso, l’ umiliazione di essere poveri, le camerate fredde, il mangiare da schifo, il cantare ai funerali anche tre volte al giorno, il dover dire sempre grazie signora grazie signore a chi portava il pane, i vestiti usati, e pregare per i benefattori, e dover stare sempre zitti, obbedienti, ordinati, come dei bambini vecchi».

L’ ho chiamato per gli auguri. Gli ho chiesto se avrebbe rifatto tutto, compresi i tanti no alle squadre del Nord. «Per orgoglio, quando giocavo, ho sempre difeso la mia scelta, ma qualche dubbio l’ avevo. Adesso sono convinto di aver fatto bene. La Sardegna mi ha dato affetto e continua a darmene. La gente mi è vicino come se ancora andassi in campo a fare gol. E questa per me è una bella cosa, non ha prezzo. Lo sai che a Cagliari non volevo andare». Lo so. Quand’ era ancora al Laveno gli arrivò la convocazione dell’ Inter e Gigi era interista. Mostrò quel pezzo di carta a tutto il paese, compresi i dirigenti del Laveno che glielo sequestrarono e addio convocazione dell’ Inter. E poi, quand’ era al Legnano e in Nazionale juniores, la svolta. Italia-Spagna all’ Olimpico, 13 marzo ‘ 63, molti osservatori in tribuna, per il Cagliari Silvestri, Tognon e il dirigente Arrica. Nell’ intervallo, accordo col Legnano per 37 milioni. Nel secondo tempo Gigi segna il definitivo 3-2 e Dall’Ara (Bologna) offre 50 milioni. Ma ormai è fatta. Ancora Riva: «La Sardegna allora non era la Costa Smeralda, l’ Aga Khan, era il posto dove mandavano i carabinieri per punizione. Dall’ aereo, sembrava di andare in Africa. Un aereo che non andava oltre i quattromila metri, viaggi da incubo. Sono arrivato a Cagliari massacrato dalla vita, incazzato, chiuso e anche cattivo, se mi toccavano reagivo. Ero senza famiglia e ne ho trovate tante: quella del pescatore che m’ invitava a cena, quella dell’ edicolante, del macellaio, del pastore. Quando giocavamo a Milano, a Torino, c’ erano cinque-seimila sardi che arrivavano dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Francia. Mi dispiace di non aver tenuto tutte le loro lettere, ne basterebbe una o due per far capire perché abbiamo amato Cagliari, la Sardegna. Tutti, non solo io. E nessuno di noi giocatori era sardo. Ma eravamo un gruppo forte, solido, senza che nessuno ci avesse mai chiesto di fare gruppo. Rappresentavamo tutta l’ isola, lo sapevamo e ci piaceva». Per questo non si è mai mosso? «Anche per questo, e perché stavo bene così. Ma ogni volta ne parlavo coi compagni: se a voi va bene, rimango. Un giorno Martiradonna mi disse: rimani, così finisco di pagare la cucina. Ai tempi, si viveva di premi-partita, gli ingaggi non erano granché, tutto quello che ci veniva in tasca lo sudavamo sul campo, non c’ erano sponsor per le scarpe, gli occhiali, le tute. L’ unica possibilità di guadagno extra mi arrivò dal regista Zeffirelli: 400 milioni per intepretare san Francesco in “Fratello sole, sorella luna”. No grazie».

Uno scudetto: poco o tanto? «Poco, altrove ne avremmo vinti tre, ma davamo fastidio al Nord. E il destino, anche. Prima che Hof mi rompesse una gamba a Vienna, avevamo vinto 3-1 in casa dell’ Inter ed eravamo primi in classifica. Mazzola sul 3-0 venne a dirmi: Gigi, andateci piano o qui vien fuori un casino. Rallentammo. Angelo Moratti so che mi voleva, ma Herrera preferiva Pascutti, più maturo e affidabile secondo lui. Non andò in porto. Ogni anno, sapendomi interista, Moratti mi mandava una sterlina d’ oro per Natale. Una volta chiaro che non mi avrebbero preso, credo abbia dato dei soldi al Cagliari per garantirsi che non andassi altrove». Con quali giocatori ha legato di più? «Non guardavo alla grandezza ma alla simpatia. Uno, Aristide Guarneri, che non vedo almeno da 35 anni, l’ altro il povero Bruno Mora. Con Fabbri lui poteva fumare, io no perché ero l’ ultimo arrivato. Allora Bruno mi chiamava dietro il pullman e mi passava una cicca. E poi, amici veri sono Boninsegna, Gori, Cera, Ferrero, Zignoli, Tomasini, quelli di quel periodo». Una volta con Riva, Cera, Longoni e Niccolai c’ era un tavolo di ramino pokerato, in una saletta dell’ hotel Belvedere a Bassano del Grappa. E grappa nei bicchierini, e tanto fumo a mezzanotte passata. Entra Scopigno e dice serafico: «L’ ultimo che va via apra la finestra». Questa non l’ ho sentita raccontare perché il quinto al tavolo ero io, passato da sopportato ad accettato. Scopigno diceva: «Il calcio è un castello le cui fondamenta sono le bugie. Io dico pane al pane e brocco al brocco e passo per un tipo bizzarro. Tutti gli altri, dal mago Helenio al mago di Turi passando per l’ asceta Heriberto, sono tipi regolari». Dice Riva: «Scopigno era intelligentissimo, ci faceva ragionare oltre il calcio e ci trattava da uomini. Pensa cos’ era a quei tempi abolire il ritiro prepartita. Quando si ruppe Tomasini inventò Cera libero e giocavamo un 4-4-2 molto attuale, solo Martiradonna e Niccolai giocavano a uomo. Scopigno aveva tanti interessi, dalla musica alla pittura, ci dava fiducia ma non dovevamo deluderlo. Se in albergo facevamo chiasso a tavola, picchiava il coltello su un bicchiere e diceva: ragazzi, non siamo a casa nostra. E non volava più una mosca. Una notte in albergo si giocava a poker in camera mia, con Albertosi, Poli e Gori, fumo da tagliare con l’ accetta, avevamo fatto salire panini e bottiglie. Bussano alla porta, sarà l’ una, Gori intuisce chi è e si nasconde nell’ armadio. Scopigno entra e dice: “Almeno invitare gli amici, quando si fa festa”. Si siede sul mio letto e fa: disturbo se fumo? Noi zitti. E lui: però è l’ ultima, anche per voi. Il giorno dopo abbiamo vinto 3-0». Scopigno era un bel terzino destro, paragonato a Maroso. Era nel Napoli e chiuse la carriera (rottura legamenti) dopo uno scontro con Sivori. E’ morto il 26 settembre del ‘ 93 e non ci fu a ricordarlo nessun minuto di silenzio, nemmeno a Cagliari. Il nostro calcio faceva già abbastanza tristezza allora.

E adesso, Riva? «Adesso faccio fatica a seguire fino al 90′ , ma mi sforzo, per dovere. Non sopporto le moviole, le frasi tipo “ecco, la maglia è leggermente tirata, c’ è trattenuta, è rigore”, oppure “anche se minimo un contatto con la caviglia sinistra c’ è stato”. Sarà che ho vissuto un calcio in cui certi liberi tiravano una riga vicino alla loro area e dicevano “se la passi ti spacco”, tempi in cui per ottenere un rigore a Milano o a Torino non bastava un certificato medico di 15 giorni. Ma tutto questo rovina il calcio, che è un gioco fisico. Io sarei spietato coi simulatori, prova tv e anche 5 giornate di squalifica. Mi ha fatto sincera pena quel difensore dell’ Udinese, Bertotto, con Adriano che avanzava lui pedalava all’ indietro, non lo sfiorava nemmeno per paura del rosso. Ma che calcio è, così iperprotettivo? All’ estero arbitrano in un altro modo, e noi facciamo la parte dei piagnoni, dei vittimisti, di quelli che basta soffiarti addosso e vai giù chiedendo l’ ammonizione. Questo non è il mio calcio». S’ era intuito. Bisogna aggiungere che Scopigno abolì il ritiro prepartita perché diceva che vivere a Cagliari equivaleva a stare in ritiro. Mister, è vero che Cagliari ha un buon vivaio? «Sì, ma di ostriche». Mister, come ha visto mio figlio? «Dalla fine del secondo tempo in poi s’ è comportato benissimo». Riva, cos’ avrebbe fatto se non fosse diventato calciatore? «Il contrabbandiere». Era un calcio impastato di ironia, di rabbia, di umanità. Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti come nella canzone di Conte. Non tornerà più perché il castello è cresciuto e le fondamenta sono sempre bugie. Ma se uno mi chiedesse di stringere Riva (Giggirrivva) in due parole, dovrei ricorrere allo spagnolo: hombre vertical.

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Letteratura e calcio https://minimaetmoralia.it/libri/letteratura-e-calcio/ https://minimaetmoralia.it/libri/letteratura-e-calcio/#comments Wed, 18 Jun 2014 09:20:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21590 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

di Francesca Serafini

“Raccogliere scritti sul calcio è un po’ come raccogliere conchiglie in riva al mare: ne trovi sempre, ogni mareggiata ne porta di nuove, e ciascuno se ne può sbalordire come fosse la prima volta”. Esordiva così Sandro Veronesi nella sua Prefazione a “Panta Calcio” (Bompiani, da qui in poi PaC), uscito alla vigilia dei Mondiali di Francia del 1998. A distanza di sedici anni, proprio quando ci prepariamo a barattare ore di sonno con le emozioni di un altro campionato a molti fusi orari da qui, la similitudine è tanto più valida perché ad arricchire il panorama di scritti calcistici di vario tipo che continuano a essere pubblicati su quotidiani, riviste o libri, ora ne circolano molti altri anche in rete, nei siti (come www.ultimouomo.com) o nei blog (come www.lacrimediborghetti.com) che sono sorti nel frattempo.

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di Francesca Serafini

“Raccogliere scritti sul calcio è un po’ come raccogliere conchiglie in riva al mare: ne trovi sempre, ogni mareggiata ne porta di nuove, e ciascuno se ne può sbalordire come fosse la prima volta”. Esordiva così Sandro Veronesi nella sua Prefazione a “Panta Calcio” (Bompiani, da qui in poi PaC), uscito alla vigilia dei Mondiali di Francia del 1998. A distanza di sedici anni, proprio quando ci prepariamo a barattare ore di sonno con le emozioni di un altro campionato a molti fusi orari da qui, la similitudine è tanto più valida perché ad arricchire il panorama di scritti calcistici di vario tipo che continuano a essere pubblicati su quotidiani, riviste o libri, ora ne circolano molti altri anche in rete, nei siti (come www.ultimouomo.com) o nei blog (come www.lacrimediborghetti.com) che sono sorti nel frattempo.

Orientarsi non è semplice: soprattutto se si è in cerca di bellezza; dal momento che la suggestione del tema non basta in sé a rendere questo tipo di letteratura – usando il termine come si fa nel diritto o nella medicina, per esempio, per intendere l’insieme degli scritti di una data disciplina su un certo argomento – letteratura tout court. Tra molti dei testi sul calcio in circolazione e la Letteratura sul calcio, infatti, c’è un po’ la stessa differenza esistente tra la cronaca – per quanto dolorosa e coinvolgente nel ricordo della barbarie – del rapimento di Dori Ghezzi e di Fabrizio De André e ciò in cui l’ha trasformata il cantautore genovese nell’album a tutti noto come Indiano (1981). E quella differenza è l’arte, sempre affidata, proprio come in una partita di calcio, al gesto e all’intuizione dei fuoriclasse: alla loro formidabile tecnica (e da questo punto di vista, se pensiamo al lavoro di Gianni Brera sulla lingua, si capisce che il campione, quando c’è, è in grado di smarcarsi da ogni smania tassonomica: Brera è uno scrittore o un giornalista? De André, il cantautore che si diceva o un poeta?).

A leggere le pagine sul calcio di Soriano, di Bolaño, di Marías, di Peace o – per guardare anche in casa nostra – di Pasolini (quello che una volta aveva assegnato ai suoi studenti il tema “Ringraziamento a Umberto Saba per le sue poesie sul calcio”), non c’è il rischio di incorrere in delusioni, sebbene scrivere di calcio sia difficile, come sottolineano due scrittori molto distanti tra loro. Da un lato Giovanni Arpino che, in una lettera indirizzata a Soriano (allora poco più che esordiente), durante la gestazione del romanzo Azzurro tenebra (Einaudi, 1977) – la storia tribolata dell’Italia ai Mondiali di Germania del 1974 – scrive: “È ambientato nel mondo del calcio, che in Italia (non solo in Italia, però) è molto complesso, acqua che scappa dalle mani”. E dall’altro lato, Enrique Vila-Matas, secondo cui – come ricorda Massimo Raffaeli nella raccolta mirabile La poetica del catenaccio (Italic, 2013) – “il calcio è una realtà autocentrata, un fenomeno auto-evidente”, e allora “raccontarlo non è più possibile”.

Eppure – si diceva – nonostante questa dichiarata difficoltà (o magari invece proprio in virtù della sfida che comporta), di calcio si continua a scrivere molto e in tanti modi diversi. C’è chi lo racconta in una dimensione privata, famigliare, che poi è il contesto in cui nella maggior parte dei casi si sviluppa questa passione: come Fernando Acitelli nelle poesie struggenti dedicate al padre in Epilogo in cielo (PaC). E c’è chi, come Carlo D’Amicis, offre due diverse declinazioni di questo tema. Da un lato un racconto di finzione in cui il calcio fa da sfondo a una storia più ampia, come fissazione del suo protagonista, nel Ferroviere e il golden gol (Transeuropa, 1998); e dall’altro lato il racconto di un eroe – come sempre vengono vissuti dai tifosi i loro campioni – in Ho visto un Re. Luciano Re Cecconi, l’eroe biancoazzurro che giocava alla morte ed è morto per gioco (Limina, 1999). Che poi è anche la variante più diffusa tra gli scritti di calcio, anche perché, come ci ha spiegato Eduardo Galeano in Gli abitati (in PaC, trad. E. Pintor): “Dentro alcuni atleti, abita una folla, una moltitudine di gente. E quando i discriminati, i disprezzati, i condannati al fallimento eterno si riconoscono nel successo di un eroe solitario, in questo trionfo pulsa, in qualche modo, la speranza collettiva”.

È questo il caso di uno degli eroi più fascinosi – il filosofo, il medico, la bandiera del Corinthians – a cui è dedicato il libro di Lorenzo Iervolino Un giorno triste così felice. Sócrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario (66th and 2nd, 2014); e tanti altri sono i protagonisti di questa straordinaria epopea nell’ultimo libro di Giancarlo Liviano D’Arcangelo Gloria agli eroi del mondo di sogno. Il gioco del calcio. Racconto fantastico di un universo mitico (Il Saggiatore, 2014), che insieme mostrano la validità dell’idea di Vila-Matas del calcio come racconto in sé, forma di narrazione (e dunque – non bisogna avere paura a dirlo – di arte, quando i suoi interpreti sono quei campioni lì). Motivo per cui ogni tentativo di raccontarlo diventa immediatamente mise en abyme, operazione metanarrativa, che moltiplica a sua volta le possibilità di rimandi e di intermittenze.

Un gioco di specchi che, quando riesce, può determinare nel lettore-tifoso – in ogni appassionato di calcio e di letteratura insieme – lo stesso sconvolgente rimescolamento che determinano per esempio le pagine di Noa Noa (Passigli, 2000, trad. M. C. Marinelli) di Paul Gauguin, a leggerle sdraiati in riva al mare (lo stesso che porta le conchiglie di cui parlava Veronesi), quando si arriva al punto in cui – nella descrizione di Tahiti che si sporge sull’orizzonte da Morea – uno, avendo la fortuna di trovarsi proprio lì, alza gli occhi e la riconosce. Legge Tahiti e intanto la vede. Qualcosa di simile a quell’emozione, insomma, ma accessibile a tutti, perché a un costo infinitamente più contenuto rispetto a un viaggio in Polinesia, come quello di uno dei libri che hanno raccolto la sfida di Vila-Matias e sono riusciti a vincerla.

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La partita più bella di tutti i tempi secondo Gianni Brera https://minimaetmoralia.it/calcio/la-partita-piu-bella-di-tutti-i-tempi-secondo-gianni-brera/ https://minimaetmoralia.it/calcio/la-partita-piu-bella-di-tutti-i-tempi-secondo-gianni-brera/#comments Thu, 12 Jun 2014 09:06:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21432 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Provare a indovinare quale sia stata la più grande partita della storia dei Mondiali di calcio è uno dei giochi più antichi. Ancora più antico delle nostre infanzie (e qui intendo le infanzie di coloro i quali, dalla settimana prossima fino alla metà di luglio, rimarranno incollati al televisore, sospendendo ogni altra attività umana). O per lo meno antico quanto la trasformazione di quello che Gianni Brera definiva “un dramma agonistico completo”, intriso di epos in ogni suo anfratto, in evento planetario.

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FIFA

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Provare a indovinare quale sia stata la più grande partita della storia dei Mondiali di calcio è uno dei giochi più antichi. Ancora più antico delle nostre infanzie (e qui intendo le infanzie di coloro i quali, dalla settimana prossima fino alla metà di luglio, rimarranno incollati al televisore, sospendendo ogni altra attività umana). O per lo meno antico quanto la trasformazione di quello che Gianni Brera definiva “un dramma agonistico completo”, intriso di epos in ogni suo anfratto, in evento planetario.

Quando gli chiedevano quale fosse la partita più bella cui aveva assistito nella sua pluridecennale carriera di critico (non semplice cronista, sia chiaro), Brera rispondeva sempre allo stesso modo: Ungheria-Uruguay del 1954, semifinale di una delle più intense edizioni dei Mondiali, che aveva visto contrapposto lo squadrone magiaro, imbattuto da quattro anni, agli “splendidi uruguagi”. Brera chiamava sistematicamente gli uruguaiani “uruguagi”, traslitterando la pronuncia platense, e così li chiameremo in questo articolo, per riverenza nei confronti del Maestro oltre che per amore del calcio giocato nelle strade e nei campi di Montevideo.

Nel 1988, rispondendo a una lettrice che gli poneva la “solita” domanda, nella rubrica delle lettere ospitata da “Repubblica” ribadì il concetto: “L’Ungheria-Uruguay del ’54 rappresentò ai miei occhi il vertice tecnico-agonistico del gioco per me più bello del mondo.” E qui bisogna soppesare le parole. “Vertice tecnico-agonistico” vuol dire che quella partita non fu solo un fatto epico in sé, per l’intensità del gioco, per i grandi campioni che vi si affrontarono, per i capovolgimenti repentini dettati dal genio o dalla fortuna. Racchiudeva anche molto altro: una summa del gioco del calcio fino ad allora disputato e ancora da disputarsi.

Alla fine prevalsero gli ungheresi, per 4-2, ai tempi supplementari. Ma l’indomani Brera pubblicò sulla “Gazzetta dello sport” un elogio a nove colonne degli sconfitti. Perché proprio vedendoli giocare, e sfiorare in almeno due occasioni la vittoria, aveva potuto raggiungere “la piena maturità” circa le cose del fútbol. Tutto ciò che Brera ha scritto in seguito sul catenaccio e il contropiede, sul difensivismo o lo spirito profondo del calcio italiano, deriva in buona parte da quella partita e dalla riflessioni che lo assillarono nei giorni seguenti. Si potrebbe dire che il calcio italiano degli anni sessanta, settanta, ottanta – così profondamente influenzato, oltre che rivelato, dalla penna di Brera – derivi in buona parte dai rapporti diretti e indiretti con la sublime scuola uruguagia. Deriva da quella partita. Non semplicemente la Partita più bella di tutti i tempi, ma addirittura uno scontro tra mondi e culture differenti, tra due diversi modi di adattarsi alla Storia e ai suoi eventi.

Anni fa confidai a Massimo Raffaeli, forse il maggiore studioso di Brera, che avrei dato una mano per poter rivedere quella partita, per capire fino in fondo cosa il Maestro intendesse dire quando scrisse che gli uruguagi erano stato grandi perché “avevano difeso la sconfitta”. Così come la darei per vedere Charley Patton esibirsi dal vivo o Alfredo Binda in bicicletta.

Oggi è possibile vederne buona parte su Youtube. Almeno da questo punto di vista, l’infinita riproducibilità tecnica del web permette di consultare con relativa facilità eventi sportivi unici.

***

Era il 30 giugno del 1954, sono passati sessant’anni. Le due squadre scesero in campo allo stadio Olympique de la Pontaise di Losanna poco prima delle 6 di pomeriggio.

Da una parte l’Ungheria, l’Aranycsapat, cioè la “Squadra d’oro”, una delle più grandi compagini di tutti i tempi, costituita sull’ossatura della Honved di Budapest, la squadra dell’esercito: un pugno di campioni (Bozsik, Czibor, Kocsis…) stretti intorno a un autentico fuoriclasse, Ferenc Puskas, che però non giocò per infortunio la fatidica partita.

L’Ungheria giocava una sorta di calcio totale ante litteram, modificando il Sistema allora in voga in una sorta di modulo tattico 3-2-3-2 che prevedeva l’avanzamento delle ali laterali per creare costantemente superiorità numerica. Formule tattiche a parte, è uno dei primi tentativi in cui i giocatori si muovono come un corpo unico, privilegiando il fraseggio ai lanci lunghi, e un gioco compatto in cui tutti fanno praticamente tutto. Nell’Ungheria di Puskas & co. vi sono tracce in seguito elaborate dall’Olanda di Cruijff, il Milan di Sacchi o il Barcellona di Guardiola.

Dopo aver vinto la medaglia d’oro ai Giochi olimpici del 1952, il momento di massimo splendore dell’Aranycsapat fu raggiunto il 25 novembre del 1953 a Wembley, quando sconfisse la nazionale inglese per 6-3 davanti a centomila spettatori. Anche questa partita è integralmente su Youtube: ad impressionare non è solo la bellezza estetica del calcio danubiano, o il fatto che la partita sarebbe tranquillamente potuta finire 14-3, ma una sorta di scissione temporale. Gli ungheresi sembrano davvero piombare dal futuro e inventare metro dopo metro, passaggio dopo passaggio, un calcio mai visto prima.

Nel 1956, due anni dopo i Mondiali elvetici, quella splendida squadra sarebbe stata travolta dall’invasione sovietica. Chi poté riparò all’estero. Le stelle si accasarono quasi tutte in Spagna, dividendosi tra Barcellona e Real Madrid. Ironia della sorte, il colonnello Puskas (oltre mille gol in carriera) avrebbe affiancato Alfredo Di Stefano nell’attacco atomico del Real tanto amato da Francisco Franco.

Di contro, quel pomeriggio, c’erano gli splendidi uruguagi campioni del mondo in carica, gli eroi del Maracanazo, cioè il più grande shock collettivo che la storia dello sport ricordi. Nel 1950 avevano vinto i Mondiali contro il Brasile al Maracanà di Rio davanti a duecentomila spettatori, una capienza mai raggiunta da nessuno stadio per una partita di calcio, né prima né in seguito.

Se c’era stata fino ad allora una scuola calcistica in grado di fondere fantasia ed estrema concretezza, non-gioco e improvvise fiammate,  innata sapienza tattica e contenimento dello sforzo, questa era proprio quella uruguagia. I brasiliani – come notò lo stesso Brera – avevano patito innanzitutto la propria inferiorità tattica, e per questo persero 2-1. Ma il Maracanazo (su cui ha scritto pagine rivelatrici Alex Bellos in Futebol. Lo stile di vita brasiliano) non nasceva all’improvviso. Lo stile platense era maturato già negli anni venti e trenta, quando un piccolo paese di poco più di due milioni di abitanti aveva vinto due olimpiadi di fila e il primo mondiale organizzato in casa, sconfiggendo in finale gli argentini. Fulcro della squadra nella disfida di Losanna era un altro campione assoluto: Juan Alberto Schiaffino, detto il Pepe. Colui che insieme a Ghiggia aveva ammutolito i duecentomila del Maracanà, e che proprio dopo la Coppa del ’54 sarebbe approdato al Milan. Da oriundo (era nipote di un macellaio genovese) avrebbe giocato anche 4 partite in maglia azzurra.

***

Ciò che sorprende rivedendo Ungheria-Uruguay del 1954 è l’intensità di gioco. Soprattutto da parte ungherese, il ritmo è molto sostenuto, non tanto dissimile da una partita dei giorni nostri. L’Ungheria era arrivata all’incontro con i campioni del mondo in carica dopo aver battuto 9-0 la Corea del Sud, 8-3 la Germania Ovest, 4-2 il Brasile. L’Uruguay invece aveva perso per infortunio nei quarti di finale (4-2 all’Inghilterra) ben tre giocatori, tra cui il capitano Varela.

Per chi è avvezzo a leggere gli schemi del calcio, è evidente come ungheresi e uruguagi disegnino due distinte partiture. Sostanzialmente i primi attaccano e cercano di aprire nuovi spazi (cosa che facevano sempre, asfaltando ogni opposizione), mentre i secondi bloccano il giocano avversario e provano a ripartire in velocità.

All’inizio del secondo tempo l’Ungheria è già sul 2-0, risultato che stroncherebbe chiunque. Eppure succede qualcosa di strano: gli uruguagi, per usare la criptica espressione breriana, “difendono la sconfitta”. Detto in altri termini: non si buttano forsennatamente all’attacco, non mutano i propri schemi e il proprio gioco. Continuano ad aspettare le folate avversarie, benché il tempo stringa… ed è la scelta vincente. La partita sembra cambiare stile, e quando le maglie si allargano aumentano le tonalità platensi. I capovolgimenti si fanno improvvisi, ora si danza e si lotta alla latinoamericana. Grazie al contropiede, la Celeste riesce a pareggiare con una doppietta di Hohberg e, nei secondi finali, sfiora la clamorosa vittoria con Schiaffino.

Si va ai supplementari, e gli uruguagi – che hanno ormai capito come impallare il sistema danubiano – sfiorano nuovamente la vittoria, ma beccano un palo. Schiaffino si mangia un altro gol. La partita corre sul filo sottilissimo dell’equilibrio. Poi, complici due papere del portiere Maspoli, Kocsis segna due volte di testa portando l’Ungheria in finale.

Per tutti i supplementari gli uruguagi ormai esausti hanno continuato a “difendere la sconfitta”, non rinunciando al contropiede. In quell’atto estremo di eroismo davanti a una corazzata atleticamente superiore, Brera intravvide tutto quello che c’era da sapere sul calcio e sull’adattamento alle sue infinite formule e incastri. Ne scrisse a lungo, influenzando il nostro modo giocare e di guardare le partite. E, per quanto si possano preferire altri stili, è difficile negare che i maggiori successi del calcio italiano siano maturati giocando a quel modo, e cioè costruendo a partire dal binomio catenaccio&contropiede il proprio stare al mondo, fino ai mondiali  del 2006.

Per la cronaca, lo squadrone magiaro perse clamorosamente la successiva finale di Berna contro la Germania Ovest, precedentemente surclassata per 8-3. Andarono avanti per 2-0, ma poi si fecero rimontare e superare. Secondo alcuni, avevano esaurito gran parte delle proprie energie proprio nella semifinale con l’Uruguay. Secondo altri, i tedeschi s’erano imbottiti di farmaci (le voci sul doping, che iniziarono a girare allora, non si sono mai sopite). Secondo altri ancora, bisogna riconoscere a Fritz Walter (stella di quella squadra) ciò che è di Fritz Walter…

Nella scena finale di Il matrimonio di Maria Braun di Fassbinder è possibile riconoscere la radiocronaca della partita, proprio nel momento in cui la casa della protagonista salta in aria. Come se, nella coscienza collettiva del paese uscito dal nazismo, la guerra fosse finita davvero solo allora, con il triplice fischio dell’arbitro. Ma questa è un’altra storia.

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Intervista a Bernardo Valli https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-bernardo-valli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-bernardo-valli/#comments Sat, 05 Apr 2014 14:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19795 Questa intervista è uscita su IL a maggio 2013. (La foto è di Marco Visini.)

Vive a Parigi dal 1975 e mi colpisce che un uomo che ha raccontato i più grandi eventi storici e conflitti mondiali degli ultimi cinquant’anni si dichiari legato alla città da motivi puramente letterari: “Io sono un lettore, un lettore non studioso, un lettore-lettore. In questo quartiere”, il nono arrondissement, siamo a casa sua, in salotto, in un mattino di fine marzo freddo e coperto, “c’è tutta la letteratura francese dell’Ottocento. C’è l’Education Sentimentale, a Rue des Martyrs e via del quattro settembre... Flaubert abitava a Rue Herold, quando veniva da Rouen. Dov’è il museo della vie romantique viveva un pittore, che era il pittore dell’imperatrice Sissi, da lui veniva Lamartine, veniva Turgenev, veniva George Sand, era un luogo d’incontro. Se guarda nei romanzi di Balzac c’è ogni strada del quartiere, sono tutti luoghi della commedia umana. I racconti di Bel Ami alla Trinité, è lì che lui seduce la padrona, e lui abitava qua... Zola abitava qui. Voglio dire, qui c’è stato tutto quello che io ho letto da ragazzo... Cos’era la casa di un borghese della pianura padana nella mia giovinezza? C’erano tutti i romanzi francesi. Secondo me questa è la spiegazione per la quale io vivo bene a Parigi. Ha poco a che fare con la Francia di oggi”.

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bernardovalli

Questa intervista è uscita su IL a maggio 2013. (La foto è di Marco Visini.)

Vive a Parigi dal 1975 e mi colpisce che un uomo che ha raccontato i più grandi eventi storici e conflitti mondiali degli ultimi cinquant’anni si dichiari legato alla città da motivi puramente letterari: “Io sono un lettore, un lettore non studioso, un lettore-lettore. In questo quartiere”, il nono arrondissement, siamo a casa sua, in salotto, in un mattino di fine marzo freddo e coperto, “c’è tutta la letteratura francese dell’Ottocento. C’è l’Education Sentimentale, a Rue des Martyrs e via del quattro settembre… Flaubert abitava a Rue Herold, quando veniva da Rouen. Dov’è il museo della vie romantique viveva un pittore, che era il pittore dell’imperatrice Sissi, da lui veniva Lamartine, veniva Turgenev, veniva George Sand, era un luogo d’incontro. Se guarda nei romanzi di Balzac c’è ogni strada del quartiere, sono tutti luoghi della commedia umana. I racconti di Bel Ami alla Trinité, è lì che lui seduce la padrona, e lui abitava qua… Zola abitava qui. Voglio dire, qui c’è stato tutto quello che io ho letto da ragazzo… Cos’era la casa di un borghese della pianura padana nella mia giovinezza? C’erano tutti i romanzi francesi. Secondo me questa è la spiegazione per la quale io vivo bene a Parigi. Ha poco a che fare con la Francia di oggi”.

È stato inviato in tutto il mondo: Santo Domingo, Argentina, Sudafrica, Algeria, Congo, Israele, Egitto, Iraq, India, l’Africa Occidentale, Singapore, India, Cina, Vietnam, per giorni, mesi o anni. Tutto comincia però dalla cronaca nera.

Bernardo Valli: Il reporter io l’ho imparato a fare a Milano. Volevo fare il giornalista: per vari motivi, non ho mai capito se era per viaggiare o per scrivere, penso fosse più per viaggiare. Allora c’era in Piazza della Stazione a Milano un piccolo grattacielo (il Pirellone non c’era ancora) dove c’erano dei giornali, e dentro c’erano La Notte che era un quotidiano del pomeriggio. Allora i quotidiani del pomeriggio erano molto importanti. A Milano c’era La Notte, c’era Milano Sera, c’era Il Corriere Lombardo, ed erano giornali e quotidiani di informazione, come a Roma c’erano Paese Sera che era già un giornale più articolato e Momento Sera e non so quali altri, a Milano c’era anche Milano Sera e facevano una grande concorrenza, grandi titoli ad effetto.

Uscivano il pomeriggio, tutti nel pomeriggio, alle tre alle quattro del pomeriggio, alcuni verso l’una, e avevano un grande impatto nella città. Si occupavano molto di cronaca nera e di cronaca rosa. La cronaca nera erano i fattacci. La cronaca nera in Italia è cambiata con il terrorismo che ha reso banale la cronaca comune e ha dato spazio alla cronaca nera. Allora questi giornali avevano i cronisti nei commissariati. Oggi nessuno si muove dalla redazione mentre lì si andava ogni giorno, ogni giornale, con la mazzetta del giornale del pomeriggio ai carabinieri in via Moscova e ai vari commissariati al centro della periferia, la stazione centrale, per raccogliere le notizie… Era un’atmosfera a Milano… Tutto è bello quando si è giovani e Milano era una città affascinante mentre adesso la trovo estremamente noiosa. Era una città dove arrivavano gli immigrati, quindi era pieno di storie, era anche una città non fredda come Torino rispetto agli immigrati. Quindi accogliente. Inoltre c’erano degli idoli popolari, il ciclismo era una cosa enorme… Il cinema, bisogna pensare per dare un’idea di quella che era la società che i fotoromanzi avevano un successo enorme, il giornale più venduto in Italia era Grand Hotel.

Siamo negli anni ‘50, i secondi anni ‘50. Io volevo andare a La Notte. C’erano vari piani in questo edificio. C’era La Notte, c’era La Patria, che era un giornale con uno staff napoletano, credo che nessun milanese abbia mai comprato La Patria, però aveva una cronaca eccellente che era fatta da Angelo Rozzoni, un capocronista che era stato credo al Tempo

Io volevo entrare a La Notte perché il giornale più thrilling, diretto da Nino Nutrizio, un giornalista famosissimo allora. Non sono riuscito ad entrare a La Notte, non c’era posto. C’era un altro giornale nell’edificio, un giornale cattolico, L’Italia, che poi diventerà l’Avvenire, diretto da un prete, Monsignor Pisoni, un prete molto mondano e noto e a un certo punto amministratore del giornale, a cui ero riuscito ad arrivare. Mi disse “Se vuoi entrare puoi entrare come praticante a L’Italia”. Io non avevo nessuna idea di cosa fosse un cronista in un giornale cattolico e in effetti era una cosa strana: non potevo dare i nomi degli assassini, i suicidi non c’erano…

E gli omicidi-suicidi?

I suicidi non si potevan dare, gli omicidi sì. Quindi erano solo i furti, i delitti… (Perché allora si facevano le inchieste sul delitto. Uno andava a cercare, le fotografie, e alcuni trovavano anche degli indizi.) Rimasi alcuni mesi a fare il cronista all’Italia. Insomma, nonostante questi limiti, ad un certo punto si accorsero di me alla cronaca della Patria che era al piano di sopra, e fu determinante perché quando nacque Il Giorno nel ‘56, Il Giorno prese Angelo Rozzoni come caporedattore, lo prese dalla Patria.

Era un giornale con il cuore a sinistra. Il primo editoriale che uscì era “Il cuore a sinistra”. L’editore era Del Duca, il cugino di quello che faceva Grand Hotel e che faceva in Francia Nous Deux… che era il Grand Hotel francese, grande successo. Del Duca aveva fatto soldi ma aveva librerie molto raffinate a Parigi ed era anche un editore di libri d’arte, erano degli anarchici antifascisti i quali erano diventati editori di fotoromanzi. I cugini in Italia con Grand Hotel e gli altri cugini qua (hanno chiuso la libreria Del Duca, bellissima, qui a pochi metri da qua da poco tempo…) Però dietro c’erano già i soldi dell’Eni e di Mattei… Però era un giornale fatto da antifascisti di sinistra. Però il redattore capo era Angelo Rozzoni, uno che veniva dal Popolo di Italia e che ci ha lavorato fino al ’45, e fu l’anima del giornale.  C’era Goffredo Parise, Gianni Brera, Clerici, Tommaso Besozzi, c’era Giancarlo Fusco… era una redazione straordinaria… e nelle pagine culturali lavorarono Italo Calvino, Carlo Emilio Gadda e Arbasino, Pietro Citati…

Stazionando ai commissariati avevo imparato a fare il giornalista perché il capocronista riscriveva il pezzo dieci volte, dove c’era proprio il modo di dare la notizia semplice secondo le regole del chi, dove, quando, eccetera. Spesso chi andava in commissariato a prendere notizie dettava i dati di quello che era accaduto e poi c’era l’estensore in cronaca che lo faceva.

E chi firmava il pezzo? 

I pezzi non li firmava nessuno. In un giornale firmavano venti persone, Il Giorno aumentò un po’ le firme ma era rarissimo firmare. Quindi si imparava a scrivere il fatto, l’aggettivazione, la semplicità della scrittura e soprattutto le solite domande del cronista, quindi le cose più banali venivano spesso riscritte e venivano fatte riscrivere.

Quali erano le regole più importanti?

Be’ ovviamente quello che era importante era l’attacco del pezzo che doveva agganciare il lettore immediatamente… con l’informazione: non c’era nessuno svolazzo, il racconto era nudo.

Il fatto di occuparsi di cronaca le creava dei problemi?

Ne ero affascinato e mi è sempre rimasta dentro. Io avevo allora delle ambizioni diciamo letterarie, ma combaciavano benissimo con quello che era il lavoro, mi piaceva moltissimo il lavoro del racconto, che quando c’era un delitto uno lo seguiva, andava a casa dell’assassinato o dell’assassino e conduceva a suo modo l’inchiesta in parallelo con la polizia, anche se erano cose spesso banalissime. Quella è stata una cosa estremamente importante che non ho mai dimenticato. Era un giornale nuovo, lì la scrittura era importante, Il Giorno nasceva come giornale che voleva essere ed è stato moderno: ha eliminato la terza pagina (anche se poi fece un rotocalco…).

Era tutta notizia, avevano messo le notizie, non mettevano più i grandi racconti. Il Giorno era un giornale moderno, anche nell’impaginazione, mentre gli inviati del Corriere avevano un loro passo molto personale che poteva anche essere stravagante… da ragazzo leggevo Cesco Tomaselli, con il quale poi ho lavorato, che andava in Marocco per non so che cosa e raccontava come faceva le valige… Al Giorno no, ci doveva essere subito la notizia e l’ultima notizia in testa… E c’era uno stile nella scrittura contro il montanellismo perché era una forma di… il montanellismo era il racconto più rilassato, più fantasioso, immaginifico e anche efficace, ma invece al Giorno si voleva evitare questa cosa, volevano essere anglosassoni.

Come divenne reporter?

Dopo sette mesi entrò in stanza Baldacci [il direttore], e siamo nel ‘57 più o meno, e mi disse “Lei va in Venezuela” e allora io cercai subito dov’è il Venezuela e come ci si andava.

E come? in nave? In aereo?

C’erano gli aerei – a pistoni. Non mi ricordo più se si andava… Per il Venezuela, per Caracas… l’Alitalia andava all’Isola del Sale, la KLM faceva Lisbona…

E che andò a fare?

C’era un colpo di stato contro Pérez Jiménez, il dittatore era scappato e gli italiani avevano partecipato alla difesa, erano stati un po’ la base del dittatore e quindi venivano aggrediti per la strada: venivano riconosciuti perché non avevano il risvolto ai pantaloni. (Io da allora li ho sempre portati col risvolto…) E quindi quello fu il primo grande servizio che telegrafai per telefono.

Rimasi almeno venti giorni, poi andai a Santo Domingo perché vi si era rifugiato Peron e il dittatore Pérez Jiménez che era scappato con i soldi a Santo Domingo, che allora si chiamava Ciudad Trujillo, perché il dittatore della Repubblica Domenicana era Trujillo, e quindi c’erano i tre dittatori che vivevano insieme a Santo Domingo. Lì intervistai Peron, che poi lui voleva rientrare in Argentina e quindi andai in Argentina, rimasi in America Latina.

Allora gli inviati giravano per Corriere, Stampa e Giorno Messaggero e qualche volta il Tempo… Insomma direi che erano quattro, cinque giornalisti. Egisto Corradi per esempio, che è stato uno dei grandi inviati del Corriere sui fatti di cronaca e di guerra faceva il delitto, il processo e poi partiva per fare invece l’Ungheria. Io ho fatto la mafia, Agrigento, il delitto Tandoj nel ‘60, il primo delitto contro un commissario, e dopo partii e andai a fare l’Apartheid nell’Unione Sudafricana, e dopo di lì il Congo dove sono rimasto mesi per l’indipendenza del Congo, quello è durato due anni almeno…

L’intervista con Peron fu la sua prima intervista seria e impegnativa?

Ne feci un’altra subito dopo molto più importante, perché in Venezuela c’era un ambasciatore che si chiamava Giusti Del Giardino, che era stato uno dei giovani diplomatici dell’epoca del fascismo e poi però era stato antifascista e uno degli epuratori del ministero degli esteri durante la liberazione… Era ambasciatore lì e come ambasciatore fu attaccato perché gli Italiani erano responsabili dell’affare Pérez Jiménez e quindi i giornali venezuelani uscivano con “l’ambasciatore d’Italia ha ucciso cinquecento venezuelani” (che non era vero). Comunque la cosa rimbalzò in Italia, andò in Parlamento dove vi furono molte discussioni. In Venezuela l’attacco agli italiani fu un grande fatto allora. Io però attaccai l’ambasciatore d’Italia perché in effetti non era stato a mio avviso abbastanza neutrale di fronte al problema di Pérez Jiménez. C’era una banda di fascisti, erano gli italiani di Etiopia…

Erano andati dall’Etiopia in Venezuela? E lui non era stato neutrale, era stato troppo favorevole al regime?

Sì, e quindi aveva coinvolto gli italiani… Però non è che avesse ucciso cinquecento venezuelani. Io allora a un certo punto difesi Giusti Del Giardino: fatto è che rimasi amico suo. Da lì viene l’intervista importante: lui fu mandato ambasciatore a Nuova Delhi. Allora a Nuova Delhi la residenza dell’ambasciata d’Italia era la vecchia casa del Pandit Nehru, il papà di Indira Gandhi, e Nehru ogni tanto era sentimentale e voleva andare a vedere il giardino della casa in cui aveva abitato, e diventò amico di Giusti Del Giardino, anche Indira Gandhi, molto amica. Nehru era inaccessibile, e invece io andai a Nuova Delhi per fare il servizio e Giusti mi fece incontrare Nehru e l’intervista con Nehru fu molto importante. Le storie di un giornalista allora… Forse anche adesso, ma il mondo era più piccolo, era frequentato da meno persone… Si stabilivano dei rapporti.

Prendi un fatto molto semplice, prendi una guerra medio orientale, io le ho fatte tutte, tutte quelle che rientravano nella mia età: il ‘67, il ‘73, l’82, non lo so, i colpi di stato. Il numero di giornalisti che partivano, certo eravamo alcune centinaia. Se tu pensi cosa è stata la guerra del ‘91 contro l’Iraq, non c’erano neanche le seggiole per far sedere i giornalisti. Già a Baghdad erano molti ma non tanti perché molti avevano accettato di andarvi sotto i bombardamenti pensando che c’erano le armi chimiche – ma all’inizio era un fatto dissuasivo. Quando si dice giornalista embedded, è vergognoso: qual è l’esercito che accetta tremila giornalisti che vanno tra i suoi carri armati senza chiedergli chi sono? È una sciocchezza. Chiunque chiede il controllo di sapere chi è. Gli americani, siccome non fanno la censura di principio… però fanno dei controlli. In Vietnam erano tutti embedded, cioè uno poteva essere non embedded, eh, intendiamoci, però poteva difficilmente girare. Non implicava delle condizioni esserlo, nessuno veniva a vedere quello che scrivevamo però avevamo un tesserino, potevamo andare ad una mensa, prendere un elicottero. Quindi non significava niente… però insomma, il numero di giornalisti era abbastanza limitato mentre adesso sono masse.

Intervistare Nehru, intervistare Peron, andare in posti di guerra… Mi faccia capire come si entra in un tipo di vita del genere. 

Prima di tutto diciamo subito che per fare questo mestiere… Il mestiere è molto cambiato perché i mezzi di comunicazione e l’approccio alle notizie son diventati diversi con l’informatica. Ma in generale un giornalista che cosa dev’essere? Qui abbiamo fatto a Sciences Po un corso di giornalismo e prima del corso hanno invitato alcuni giornalisti per  farsi un’idea di come dovesse essere questa scuola… Soprattutto perché aveva un numero limitato di partecipanti. E a un certo punto si pose il problema di come selezionare i candidati… E allora quali sono le caratteristiche per un giornalista? Essere il primo della classe? Non obbligatoriamente. Uno che conosce le lingue? Be’, meglio conoscerle, però uno può fare anche lo steward dell’Alitalia. Uno colto? Sicuramente una cultura generale la deve avere se vuol fare il giornalista perché deve distinguere quel che è eccezionale nel fatto. Io credo che la prima cosa è la curiosità, se non sei curioso non puoi fare questo mestiere. La seconda è una capacità di capire velocemente, devi avere un certo occhio e avere un’idea. Poi c’è naturalmente la sfacciataggine, l’irruenza, il fatto di affrontare un argomento con sfacciataggine.

E lei all’inizio come faceva le domande?

Prima di tutto, se andavo a vedere Peron…

In che lingua ha parlato con Peron?

In spagnolo. Ma lui parlava anche italiano, una specie di dialetto veneto, e poi aveva un addetto stampa che si chiamava Amerigo Bario. Il grande tema di Peron allora era, il grande slogan era “Volve Peron”. Pensava di tornare. Nehru era un po’ più complicato, era un grande intellettuale, secondo me uno dei più grandi uomini di stato che ci siano stati e poi soprattutto un intellettuale che diventa uomo di governo…

E la mise in difficoltà?

No, per carità… Con Nehru ero abbastanza intimidito, intendiamoci… Però era molto affettuoso, gentile. Poi soprattutto io avevo letto le sue memorie. Nehru era uno che l’Italia, il Risorgimento, eccetera, quindi… E poi l’India era in un momento… L’indipendenza fu nel ‘47, eravamo già tredici anni dopo… Io poi ho fatto una campagna elettorale con lui e con la figlia Indira Gandhi che era l’addetta stampa sua… Su un treno lui faceva la campagna elettorale in India, girando. Però era estremamente curioso e poi allora a lui interessava il rapporto con la Cina: erano domande semplici, uno con Nehru se aveva la faccia tosta di affrontare argomenti che non conosceva… Quando io parlo della curiosità e della sfacciataggine che ha un giornalista… e poi della velocità di scrittura.

Dopo, quali direbbe che sono gli eventi più importanti di questa sua formazione? Prima di arrivare al Vietnam che altro ha fatto?

I primi servizi che io feci furono credo in Venezuela e in Marocco. In Marocco siamo già vicini alla guerra di Algeria, che io ho fatto dal ‘57 e soprattutto dal ‘58 quando. Ero a Parigi nel ‘58, quando nasce la quinta repubblica: c’è il putsch dei militari ad Algeri il 13 maggio e qui io venni a Parigi, non si poteva andare ad Algeri, e c’erano grandi manifestazioni perché i paracadutisti volevano sbarcare qua ed ero all’Hotel d’Orsay, dove c’è il Museo d’Orsay, De Gaulle tenne la conferenza stampa quando prese il potere, era il 20 maggio, 25 maggio, quando sarà? Io arrivai, non avevo il permesso, andai all’Hotel d’Orsay. C’era un albergo e una stazione.

E De Gaulle com’era? Era la prima volta che lo vedeva?

Sì, certo. Era la prima volta e arrivò e disse che prendeva il potere. Noi eravamo seduti per terra, erano le otto di sera e fu, be’ certo, una sera abbastanza curiosa. Poi io riuscii a prendere un albergo per Algeri subito dopo e lì tutta la storia dell’Algeria…

E lì faceva paura?

Il giornalista non deve mica esagerare. Quelli che parlano sempre della morte… Muoiono più muratori sui tralicci. La guerra di Algeria non era una guerra di fronte. C’era stato il terrorismo ad Algeri, prima… La battaglia di Algeri, quella di Gillo Pontercorvo (con il quale ho lavorato molto per il film), però era prima…

E le notizie come si prendevano?

Questa è la grande differenza di oggi. Io per esempio son stato molte volte in Cina… ricordo sempre la Cina perché quando uno vi arrivava era emozionato, io sono andato che c’era ancora la rivoluzione culturale, il primo viaggio in Cina che ho fatto credo… c’era Lin Biao che era scomparso, non si sapeva ancora se era morto, sarà stato ’67 ‘68… Quando uno arrivava in Cina era solo in albergo, allora doveva cominciare a lanciare le notizie, le informazioni. A volte l’ambasciata serviva, spesso l’ambasciata non serviva a un cazzo. In Cina non c’era neanche l’ambasciatore. Una delle fonti più rassicuranti era stabilire rapporti con le agenzie di stampa, la Reuters, l’Associated Press, l’Agence France Press, perché lì c’era il file, e poi la BBC. Uno metteva la radio da qualche parte della stanza perché bisognava che ci fosse campo e spesso non c’era e quindi non si sentiva la BBC… E poi naturalmente via via allacciare i rapporti.

Uno non sapeva quello che accadeva a cinquecento metri. Oggi tutto questo viene risparmiato perché uno apre il computer e ha tutte le agenzie, quindi deve aggiungere qualche cose, quindi la Cina che uno aveva, attraverso i rapporti che riusciva a stabilire, quando uno partiva aveva qualcuno, qualche conoscenza, questo vale per tutti i giornalisti da quando esiste il giornalismo. L’informatica, il computer cambiano completamente tutto, anche la propria autonomia perché prima era la mia Cina, magari anche sbagliata, ma l’influenza di quello che mi dà il computer è inevitabile, molto forte, e quindi il mestiere in questo senso è molto cambiato.

(La conversazione va avanti. La partecipazione a eventi epocali che avrebbero costituito il ricordo fondamentale della vita di qualcun altro vengono chiamati in causa per far capire come funziona il giornalismo. Qui di seguito parliamo del rapporto tra i pezzi d’occasione e i lenti cambiamenti del mondo.)

Io ho fatto una delle cose più importanti, la decolonizzazione… quando le dico che nel sessanta vado nel Sudafrica, poi vado in Congo dove sono rimasto molto a lungo… per due, tre anni stavo lì dei mesi… allora si stava lì molto tempo, ma poi io ho fatto la decolonizzazione di quasi tutta l’Africa Occidentale… il Ghana, la Guinea… magari ci stavo poco però spesso ho conosciuto o comunque bazzicato tutti i protagonisti dell’Africa indipendente. Vedere un continente che diventa indipendente è una cosa esaltante. Anche prendendo delle fregature enormi, perché Sékou Touré diventava un eroe e poi invece si rivelava dopo qualche anno un criminale.

E questo ora con la primavera araba è stato un po’ simile?

Sì, però bisogna pensare sempre una cosa molto precisa: il giornalismo non è prevedere la storia, uno racconta la verità lì, del momento, quella è… una rivoluzione come quella in Egitto in un paese come l’Egitto dura tra i dieci e i quindici anni minimo. Lei sa quanto tempo è passato dalla rivoluzione francese alla prima democrazia? Ottant’anni, dall’89 alla prima vera democrazia, quella della terza repubblica nel 1870 quindi sono quanti?, ottantuno anni… Ci passa il terrore, napoleone, la restaurazione, la seconda restaurazione, il secondo impero. Diciamo che fare la decolonizzazione è già un fatto… Tutti questi grandi capi africani spesso diventano dei tiranni e spesso criminali come Sékou Touré mentre io li vedevo come gli eroi che prendevano e liberavano il proprio paese: ma infatti erano degli eroi, perché già il conquistare la propria indipendenza nazionale, se non le libertà individuali, era già un fatto…

(Passiamo a parlare di estremo oriente. La guerra del Vietnam e soprattutto il popolo vietnamita rapisce l’intervistato, che risponde con lentezza, fermandosi di continuo ad acchiappare ricordi privati, che però non mi racconta. Per tutta questa sezione ho la sensazione di averlo perso.)

La seconda esperienza estremamente importante è l’Asia. Io ho passato tanti anni in Asia e chi ha fatto l’Asia, chi ha fatto la guerra del Vietnam rimane… ma non perché la guerra del Vietnam fosse un’esperienza rischiosa o di guerra ma per l’esperienza umana in quel paese… Un giornalista che faceva l’Asia ed era fisso lì, guardava tutto il resto…

Ci ho passato anni. Ero a Singapore ma facevo il Vietnam, avevo la casa perché era ad un quarto d’ora di aereo dal Vietnam e da Singapore si trasmetteva. In Vietnam sono stato tante volte, per il Corriere sono stato alcuni anni ma son stato tante volte prima… È stata una cosa molto importante perché il rapporto con la popolazione era straordinario, si son creati dei rapporti formidabili, non dico che rientrassi nella società vietnamita però avevo un rapporto con la società vietnamita…

Il carattere del vietnamita è allo stesso tempo orgoglioso, dignitoso, di grande coraggio, le donne hanno un ruolo estremamente importante, non solo perché sono carine, sono belle, spesso ci si stabilivano rapporti amorosi, di concubinaggio eccetera. Poi la religione che non è come si dice buddhista, non è per niente buddhista, è una religione di tipo confuciano, il culto degli antenati, e quindi non ci sono dogmi, impedimenti, non c’è un’ostilità di origine religiosa. I francesi che hanno combattuto i vietnamiti avevano più rispetto, ma anche gli americani: per esempio se uno parla di un’altra guerra, io son stato in Iraq parecchie volte durante la guerra e dopo e non ho mai visto, non c’è mai stato un soldato americano in un bar che ha bevuto una Coca cola con un iracheno, non ha mai camminato per le strade senza un’arma.

In Vietnam l’americano si mischiava, la sera andava nei locali notturni, si trovava la ragazza, che era la con gái, stabiliva un rapporto… E questo è avvenuto anche durante la presenza francese che è durata quasi un secolo, dal secondo impero fino al ‘54… E nonostante ci fosse la brutalità del rapporto coloniale, razzista, c’era però la capacità vietnamita di assorbire delle cose dalla civiltà occupante, percepirle senza lasciarsi completamente coinvolgere. Se lei va in un museo vietnamita lei vede che la guerra americana sì c’è ma non è la guerra più importante, la presenza francese c’è ma non è la più importante anche se è durata un secolo. Quella che importa è quella cinese, perché è lì da sempre. Il Vietnam è stato estremamente importante più che come guerra come esperienza di vita. I giornalisti che hanno sposato delle vietnamite sono ancora sposati con delle vietnamite.

Adesso ho persino paura, ci son tornato, c’è troppo traffico, le cose cambiano, come tutto.

Com’era organizzata la sua vita in Vietnam?

Uno poteva anche abitare in Vietnam, eh, però io seguivo la Cina, andavo in India, quindi Singapore era perfetto per vivere. Era un posto dove il telefono funzionava. Avevo una casa, a Singapore, per il Corriere. A Telok Blangah, sotto il Mount Nelson, che è un monticello che domina Singapore, ha la teleferica che scende; è di fronte a un’isola dove adesso c’è un meraviglioso museo oceanografico bellissimo, ed era un pezzetto di giungla dove c’erano le vecchie case, le palafitte, che erano le case del porto di Singapore…

E lei viveva in una palafitta?

Sì, vuole vedere la mia casa? Gliela faccio vedere, mi piace perché è bella. Tiziano [Terzani] abitava invece ad Alexander Park, un grandissimo parco. Erano cose normali, non palafitte come gli indigeni… La mia gliela faccio vedere perché era una meraviglia.

(Prende un album di foto, le guardiamo. Case coloniali, giardini, italiani eccentrici, Terzani giovane.) Quindi lei scompariva per dei mesi dalla sua vita italiana?

Per degli anni.

E come manteneva i rapporti, scriveva lettere? Che vita faceva? Fa fatica a raccontare le cose sue…

Eh, mica c’è bisogno di raccontarle… No, la vita, a Singapore nei momenti… uno leggeva… Ci sono degli anni in cui uno legge… il mestiere raccontato così sommariamente ha dei grandi spazi vuoti, il viaggio… E uno in quei momenti lì non è che si sposa o stabilisce dei rapporti… E quindi legge: io ho letto le cose più strane rispetto ai posti… ho letto Musil in Asia e non c’entrava nulla… Naturalmente lì era facile leggere Conrad, a Singapore. Quando giravo a Singapore la sera rientravo e avevo i fari bassi e non vedevo i grattacieli perché la luce era bassa quindi vedevo i quartieri malesi, i canali con i barconi e davano l’impressione di essere in un libro di Conrad.

E lì imparava anche la lingua?

No, io ho avuto sempre un problema: di conoscere la mia lingua. Facendo questo tipo di vita a me capitava di non frequentare persone che parlassero l’italiano per mesi o per anni; dici lì c’era Tiziano, certo, ma è durato pochi mesi, insomma. Uno è legato alla propria lingua. Tiziano sì… (Lui è stato più amico di quanto io non lo sia stato con lui…) Lui parlava molto bene le lingue, aveva una grande facilità, lui parlava in malese, quindi andavamo nelle isole lì, al mare, e lui dopo dieci giorni parlava il malese, parlava un po’ il cinese. Poi è tornato in Italia. Ma io no, la mia preoccupazione è sempre stata quella di tenere l’italiano.

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Gianni Mura: i 70 anni di Gianni Rivera https://minimaetmoralia.it/giornalismo/gianni-mura-i-70-anni-di-gianni-rivera/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/gianni-mura-i-70-anni-di-gianni-rivera/#comments Mon, 19 Aug 2013 07:29:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15266 È sempre un piacere per noi di minima&moralia ospitare un pezzo di Gianni Mura. Lo ringraziamo per averci autorizzato a pubblicare questo suo per i 70 anni di Gianni Rivera uscito ieri su “Repubblica”. di Gianni Mura Non ricordo se fosse un’intervista per i 40, 50 o 60 anni di Rivera, che oggi ne compie […]

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È sempre un piacere per noi di minima&moralia ospitare un pezzo di Gianni Mura. Lo ringraziamo per averci autorizzato a pubblicare questo suo per i 70 anni di Gianni Rivera uscito ieri su “Repubblica”.

di Gianni Mura

Non ricordo se fosse un’intervista per i 40, 50 o 60 anni di Rivera, che oggi ne compie 70, ma stavolta sono dispensato. “Cosa ricordo della mia gioventù? Che non sono mai stato giovane”. Così disse Gianni Rivera in quella circostanza. E, più recentemente: “Mai stato un calciatore. Ho semplicemente giocato a pallone”. Sono due frasi, utili a capire che cos’abbia rappresentato nel calcio italiano, e forse anche fuori. Da quasi coetaneo (ho due anni di meno) potrei dire di quando era già etichettato come golden boy e, Brera scripsit, abatino. E nel condominio di viale Misurata, non certo in centro, dormiva su un letto estraibile. I genitori si chiamavano Edera e Teresio, due nomi ottocenteschi. Lui, ferroviere ad Alessandria, e lei si erano spostati a Milano, ché il figlio non si smarrisse nella città tentacolare. Che non era ancora, per sua fortuna, una città da bere, ma da vivere sì. C’era tanto lavoro per tutti, c’era la massiccia e rassicurante presenza delle grandi fabbriche, che fasciavano da tutti i lati la città. I grandi manager guadagnavano 20/30 volte il salario di un operaio, non 300/400. E questo valeva per tutti. Anche per gli allenatori, anche per i calciatori.

Chi volesse ora respirare quell’aria può ancora visitare a Palazzo Reale (sì, proprio di fianco al Duomo) la mostra su Herrera e Rocco curata da Gigi Garanzini, c’è tempo fino all’8 settembre. È una delle ultime iniziative varate dall’assessore Boeri, poi sollevato per ragioni a me ignote, alla voce “cultura”. Non è un grazioso o gratuito omaggio al calcio, è che veramente queste due squadre erano un pezzo di città, impastate in una città piena di vita e di buona volontà, di cultura e di rispetto, anche di allegria. Era il boom. Poi sarebbe arrivato un terribile bum, la bomba di piazza Fontana, e la tristezza di Vincenzina davanti alla fabbrica è del ’72 (“‘sto Rivera che ormai non mi segna più”). Del ’73 è l’intervista di Beppe Viola a Rivera sul tram numero 15, tutti a dire quant’è bella e non a riflettere sul perché una cosa del genere non è più realizzabile. Semplice, perché non c’è più Beppe Viola e, a livello di calciatore in attività, non c’è più Rivera, e nemmeno c’è più quel frammento di Milano-Italia che stava in testa al tram, vicino al conducente, e non voleva prendersi la scena.

Fare il giornalista era più difficile, perché non c’erano i telefonini. Ma anche molto più facile, perché non c’erano i telefonini. A Milanello bastava un cenno con l’indice rotante (ci vediamo dopo?) e Rivera (ma anche Mazzola sull’altro fronte) faceva segno di sì con la testa. Oppure diceva: tra le sei e le sette mi trovi a casa, poi ceno fuori. Mai tirato un bidone, Rivera. E nemmeno Mazzola. E nemmeno tutti gli altri. Non c’erano procuratori né addetti-stampa: una pacchia. Ovviamente, Rivera era molto intervistato dalle grandi firme: Giorgio Bocca, Oriana Fallaci, Lietta Tornabuoni. Che scrisse: “Corre sul campo con la faccia esultante e ridente, con le braccia tese vicino al corpo e i pugni chiusi: senza grida né sguaiataggini né gesti osceni. Un’immagine così perfetta di felicità, così composta, così piemontese, impossibile da dimenticare”. Rivera non era solo il golden boy (el bambin de oro, tradotto in rocchiano) e l’abatino. Era anche chiamato Nureyev, per l’eleganza dei movimenti. Il poeta Alfonso Gatto aveva un suo grande poster sulla parete dello studio. E per scrivere due libri autobiografici Rivera non s’era rivolto a un giornalista sportivo, ma ad Oreste del Buono.

Dopo un po’ che ci andava seppi che Rivera era tra le voci di Telefono amico. Un’iniziativa di padre Eligio. Del ’73 è anche il processo arbitri-padre Eligio, visto come portavoce di Rivera. In quel periodo ero al Corriere d’informazione, quotidiano del pomeriggio, e il direttore Gino Palumbo voleva che si tastasse il polso dei contendenti, così da pubblicare qualcosa di diverso rispetto ai quotidiani del mattino. Ergo: cene semiclandestine con Paolo Casarin, in un locale pugliese vicino al tribunale, e più allargate, in un locale di piazza S. Eustorgio (nessuno dei due c’è più). Prima di uscire Rivera disse a mia moglie: “Se non vuoi figurare sui giornali come la mia ultima fiamma, stai lontana una decina di metri”. Il marciapiede era pieno di paparazzi. Preferivo le cene fuoriporta, a base di salame e rane (fritte, in umido, in frittata, col risotto). Si svoltava dalla Rivoltana, ricordo l’incrocio, ma nemmeno quell’osteria c’è più, e dai fossi sono sparite le rane. L’anziana cuoca si scioglieva (ghé chi el noster Giani) e tagliava il salame spesso il doppio. E poi, fuori, non c’era nessuno.

Al di là dei miei ricordi georgico-gastronomici, va detto in chiusura che il ragazzino gracile (e per questo scartato dalla Juve, cui l’Alessandria l’aveva proposto), sostenne il provino per il Milan su un campo allagato, e furono le garanzie di Schiaffino a rimuovere i dubbi del presidente Rizzoli. Prime partite col 9 sulla schiena, poi il 10, solo con Marchioro il 7. Con la maglia del Milan 19 stagioni, da capitano-bandiera, più altre da vicepresidente, fino all’arrivo di Berlusconi. In rossonero il suo zampino nei due gol in contropiede (oggi ripartenza) di Altafini al Benfica, il primo dopo un pressing su Cavém (allora, portando via la palla). E nella mattanza con l’Estudiantes, tra calci, gomitate e carognate assortite, segnò lui, dopo aver dribblato anche il portiere. In azzurro la fatal Corea (in quella circostanza Brera non infierì, anzi riconobbe che era il solo a non aver meritato di perdere) ma anche il 4-3 alla Germania che unì l’Italia e i 6 minuti col Brasile che tornarono a dividerla.

È stato un grande numero 10, senza una favela o un barrio miserabile a spiegarne la vocazione e il talento. Si è sempre esposto in prima persona pagando di persona e non ha mai dato una mano alla costruzione di un suo monumento celebrativo. Se proprio era il caso, sapeva correre, ma al Milan i compagni capirono presto (lo ammise Lodetti) che correre per lui era meglio. Nel ’68, con Mazzola, De Sisti, Bulgarelli e altri capitani famosi fondò il sindacato dei calciatori. Altri tempi, appunto. Era tutto più chiaro, nel calcio e fuori. I numeri parlavano, ma adesso che il 10 lo possono portare anche i portieri conviene chiudere qui. Auguri.

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Stili di gioco: Brera spiegato al popolo https://minimaetmoralia.it/sport/stili-di-gioco-brera-spiegato-al-popolo/ https://minimaetmoralia.it/sport/stili-di-gioco-brera-spiegato-al-popolo/#comments Mon, 28 May 2012 08:44:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8129 Con questo articolo su Gianni Brera si conclude su minima & moralia la rubrica «Stili di gioco» di Daniele Manusia. I lettori potranno ritrovarla prossimamente su Vice

Anche se si parla di Brera solo per i neologismi e i nomignoli che affibbiava a calciatori e allenatori, e per l'uso del dialetto in pezzi di cronaca sportiva, ancora oggi, a quasi vent'anni esatti dalla sua morte, è ai suoi articoli che torno quando mi chiedo come è giusto scrivere di calcio.

Tra sessant'anni qualcuno avrà interesse a farsi la tessera della biblioteca e leggersi, in sala emeroteca, la prima pagina della Gazzetta dello Sport il giorno dopo la finale di Champions League, con quel titolo senza senso Drogba d'Europa? Mettiamo anche che ci sarà un'applicazione per questo, qualcuno scaricherà il pezzo di Paolo Condò sulla finale? Eppure, se leggo la cronaca di Brera di un derby Inter-Milan del lontano '49 (mio padre aveva 8 anni) finito 6-5 (ripubblicato nella raccolta Il più bel gioco del mondo, come gli altri pezzi che citerò), non solo riesco a capire cosa è successo, arrivando a farmi un'idea di giocatori che non ho mai visto in azione, ma la trovo una lettura interessante. D'altra parte le tematiche di fondo sono le stesse di adesso, gioco orizzontale vs. verticale, sistemi difensivi vs. offensivi e l'analisi di quell'Inter-Milan potrebbe andar bene anche per Chelsea-Barcellona.

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Con questo articolo su Gianni Brera si conclude su minima & moralia la rubrica «Stili di gioco» di Daniele Manusia. I lettori potranno ritrovarla prossimamente su Vice

Anche se si parla di Brera solo per i neologismi e i nomignoli che affibbiava a calciatori e allenatori, e per l’uso del dialetto in pezzi di cronaca sportiva, ancora oggi, a quasi vent’anni esatti dalla sua morte, è ai suoi articoli che torno quando mi chiedo come è giusto scrivere di calcio.

Tra sessant’anni qualcuno avrà interesse a farsi la tessera della biblioteca e leggersi, in sala emeroteca, la prima pagina della Gazzetta dello Sport il giorno dopo la finale di Champions League, con quel titolo senza senso Drogba d’Europa? Mettiamo anche che ci sarà un’applicazione per questo, qualcuno scaricherà il pezzo di Paolo Condò sulla finale? Eppure, se leggo la cronaca di Brera di un derby Inter-Milan del lontano ’49 (mio padre aveva 8 anni) finito 6-5 (ripubblicato nella raccolta Il più bel gioco del mondo, come gli altri pezzi che citerò), non solo riesco a capire cosa è successo, arrivando a farmi un’idea di giocatori che non ho mai visto in azione, ma la trovo una lettura interessante. D’altra parte le tematiche di fondo sono le stesse di adesso, gioco orizzontale vs. verticale, sistemi difensivi vs. offensivi e l’analisi di quell’Inter-Milan potrebbe andar bene anche per Chelsea-Barcellona.

“E questo è il lato paradossale del derby ambrosiano: che il Milan ha quasi costantemente fatto gioco e l’Inter ha vinto. Ma si spiega, appunto, per fil di logica: in quanto il Milan, per l’antiquata impostazione tecnica del suo trio di centro, ha scatenato offensive praticando il non mai abbastanza deprecato gioco orizzontale (arresto, dribbling e passaggi brevi, quasi sempre di lato)”.

“Ma proprio qui, in questo suo ritorno rabbioso l’Inter ha dimostrato di possedere pur sempre il temperamento della grande squadra: nell’instancabile azione d’un Achilli trasfigurato quasi dalla lotta, nel coraggio di Franzosi, nell’esaltante slancio di Giovannini, nel lavoro disordinato, a volte indisponente ma spesso efficace di Lorenzi, nella bravura e nella grinta di un Amadei rinnovato dall’orgoglio, nella sempre temibile irruenza di Nyers, nel tecnico fraseggiare di Wilkes, molto prezioso lui pure, e però capace sempre di alleggerire, con un dribbling intelligente, il durissimo lavoro delle linee di retrovia.”

(Provate, per gioco, a sostituire Achilli con Meireles, Franzosi con Ashley Cole, Giovannini con Ramires, Amadei con Lampard, Nyers con Drogba e Wilkes con Mata…)

“A questi uomini il Milan ha opposto quella che, ore rotundo, va chiamata una squadra: non più, purtroppo, la sbrigativa compagine che sospingevano un tempo i lanci ariosi di Annovazzi e Tognon, che imbrigliava lo stesso grande Torino nel suo gioco volante e spericolato, bensì un undici che dalla sua forza medesima, dal quasi perfetto insieme dell’attacco trae motivi di grave squilibrio per la difesa: una squadra, insomma, che per segnare ha sempre bisogno di giocar a modino, in bellezza sempre.”

Quello che invidio ai pezzi di Brera, tutti, è l’equilibrio perfetto tra la parte di informazioni necessarie da dare e la sua personale rappresentazione di una partita di calcio come battaglia di idee. Critico sportivo militante, in un’epoca in cui i giudizi dei giornalisti potevano influenzare le scelte degli allenatori (in questo senso si trattava di una cosa più simile alla critica d’arte che alla letteratura), a Brera non sfuggiva mai la battaglia tattica dietro il conflitto muscolare dei ventidue in campo.

Dai tempi in cui si occupava di atletica si era fatto l’idea che gli italiani partissero svantaggiati dal punto di vista fisico rispetto ai popoli nordeuropei, e che quello di difendersi prudentemente e ripartire in contrattacco fosse l’unico modo per sperare di vincere. Può sembrare assurdo, ma in quegli anni si giocava con un modulo chiamato WM(una specie di 3-4-3 con due terzini larghi, e due ali altissime) che spezzava praticamente in due le squadre lasciando comunque un solo difensore in area di rigore. Fu proprio Brera a contribuire in modo significativo allo sviluppo di un modulo diverso, con un difensore in più senza incombenze di marcatura, chiamando per la prima volta quel difensore aggiuntivo col nome di “libero”.

Il sostegno di Brera al gioco all’italiana, o catenaccio, come lo chiamavano i suoi detrattori in senso dispregiativo, derivava da un’analisi antropologica tanto quanto da una predilezione personale per i temi epici rispetto a quelli della commedia, per le espressioni di virilità sportiva rispetto alla pura tecnica di giocatori come Rivera (da lui ribattezzato “abatino”: “omarino fragile ed elegante, così dotato di stile da apparire manierato e qualche volta finto”). Una cosa a metà, appunto, tra la critica marxista dell’architettura moderna fatta da Argan e le chiacchiere da bar.

Quando nel 1963 Umberto Eco definì il suo stile come “gaddismo spiegato al popolo”, Brera non la prese bene. Il paragone di Eco era superficiale, basato in sostanza sull’uso di neologismi e dialetto, e Brera ci tenne a mettere i puntini sulle i. “Il misogino Gadda non ha molto da raccontare e intarsia anche le cacatielle delle galline (…) Neanche per la lancia di Achille dalla lunga ombra ha fatto spreco di così solenni espressioni Omero: ma proprio quando ha luogo il ciak della stercatina sul pavimento, Carletto Emilio ti frega, e il dottor Ingravallo dice mannaggia (o si china il carabbunié e si ode come un pezzo di tela vecchia che si strappa dall’ordito)”.

La critica di Brera può non essere condivisibile (di certo gli sfugge l’intento parodico del Pasticciaccio), ma non è campata in aria: sta dicendo che Gadda fa un uso sperimentale della lingua italiana fine a sé stesso.

“Carletto Emilio è uscito col Pasticciaccio quando el Gioânn scriveva cronacazze muscolari da venti anni. El por Gioânn non ha mai preteso di fare letteratura. Se ha dovuto inventarsi un linguaggio, non già una lingua (scherzèm minga), lo ha fatto perché non esisteva. A scrivere di sport erano letterati minori, senza gran nerbo, o tecnici di sport che non sapevano di letteratura. I pirletta sghignettavano molto leggendo neologismi ad ogni pezzo: ma se non esistevano i termini?”.

O ancora: “In Italia si scrive di tutto con disinvoltura unica: nel calcio abbiamo perso quindici anni per colpa degli scriventi bene e non pensanti affatto”.

In un pezzo autobiografico del 1978: Interpretazione critica di una partita di calcio, ricordando i suoi inizi (fu chiamato a dirigerela Gazzetta a soli 26 anni) Brera dice: “Occuparsi di tattiche, in Italia, divenne presto uno sfizio colpevole. I vecchi colleghi irridevano al pivello che io ero, così pretenzioso ai loro occhi da voler scoprire un calcio assolutamente irreale, anzi cervellotico. (…) Passai travagliatissimi giorni, com’è facile immaginare, e intanto dovevo farmi un linguaggio, e con il linguaggio, non facile da escogitare e sopratutto da far accettare, un convincente metodo critico”.

Gadda, semplicemente, non c’entrava niente. I neologismi di Brera (“libero”, “centrocampista”, “cursore”, “incornata”, “forcing” o “melina”) erano funzionali allo scopo di raccontare una partita di calcio. Come Adamo nel giardino dell’Eden, Brera dà i nomi alle cose. In modo letterario, certo, non puramente tecnico, per un pubblico che nella maggior parte dei casi non aveva neanche guardato la partita in tv, e che andava intrattenuto.

L’epica era una scelta di gusto (anch’io, in sostanza, vi sto chiedendo di fidarvi del mio gusto, con metafore bibliche o anche solo scegliendo di parlare di Brera) che gli serviva per tradurre in qualche modo la fatica fisica provata dagli atleti e forse anche dagli spettatori. La tattica era lo strumento con il quale prendeva le distanze dagli uomini, con cui passava dal “muscolo” alle idee.

Brera aveva un’idea completa e complessa sia del calcio che della critica calcistica, come culturalmente rilevante. Se in Italia si parla di calcio con troppa disinvoltura a mio avviso è indizio di una valutazione di tipo opposto. Un cattivo giornalismo sportivo significa che in realtà noi non amiamo il calcio (ci piace giocarlo, guardarlo, parlarne, saperne qualcosa, ma non ci pensiamo veramente, forse sotto sotto pensiamo sia addirittura immorale, con tutti quei soldi immeritati), indipendentemente dal numero di pagine che ci si scrivono sopra. “Io, per me, sarei soddisfattissimo di poter aiutare qualcuno che non sappia a veder meglio e a spiegarsi con sempre maggior agio una partita. Il calcio è il gioco più bello del mondo per tutti quelli che amano il calcio. Purtroppo, o per fortuna, non sempre amare il calcio significa capirlo”.

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