Gianni Morandi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianni-morandi/ un blog di approfondimento culturale Fri, 27 Apr 2018 13:21:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gianni Morandi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianni-morandi/ 32 32 Le sottoculture come modello per un futuro di comunità https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-sottoculture-come-modello-per-un-futuro-di-comunita/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-sottoculture-come-modello-per-un-futuro-di-comunita/#comments Mon, 21 Mar 2016 13:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30327 Questo pezzo è uscito su Che-Fare.

How a culture comes again, it was all here yesterday
And you swear it’s not a trend, doesn’t matter anyway

Nirvana, Aero Zeppelin, 1988

un addio con il rock
la foto di un cuore di carta un cuore fatto con un
manifesto per concerto appallottolato
sarebbe ora di mettersi il cuore in pace
con grande dispiacere di molti siamo di nuovo all’anno zero

Nanni Balestrini, Blackout (1979)

 

I.

Il modello ideale per gestire la “transizione” italiana attuale, per predisporre un immaginario più coerente e funzionale di quello vigente, e soprattutto per far sì che le dimensioni dell’innovazione culturale, politica, sociale, economica finalmente si sostengano a vicenda rimane sempre e comunque quello delle sottoculture: qualcosa che il nostro Paese, non a caso, ha conosciuto a differenza di altri finora in forma unicamente embrionale e subliminale.

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How a culture comes again, it was all here yesterday
And you swear it’s not a trend, doesn’t matter anyway

Nirvana, Aero Zeppelin, 1988

un addio con il rock
la foto di un cuore di carta un cuore fatto con un
manifesto per concerto appallottolato
sarebbe ora di mettersi il cuore in pace
con grande dispiacere di molti siamo di nuovo all’anno zero

Nanni Balestrini, Blackout (1979)

 

I.

Il modello ideale per gestire la “transizione” italiana attuale, per predisporre un immaginario più coerente e funzionale di quello vigente, e soprattutto per far sì che le dimensioni dell’innovazione culturale, politica, sociale, economica finalmente si sostengano a vicenda rimane sempre e comunque quello delle sottoculture: qualcosa che il nostro Paese, non a caso, ha conosciuto a differenza di altri finora in forma unicamente embrionale e subliminale.

Questo per una serie di motivi storici molto profondi. Innanzitutto, a potentissima rimozione storica attiva lungo tutti gli ultimi tre decenni ha portato molto presto all’identificazione tra pensiero creativo e violenza politica, cancellando e risucchiando in un gigantesco “buco nero” – l’immagine metaforica in assoluto più usata per descrivere i Settanta italiani: qualcosa vorrà dire – tutti i fenomeni e i fervori culturali che hanno attraversato il decennio, soprattutto nella sua fase finale (dalle radio libere alla grande produzione fumettistica, alle riviste satiriche come Il Male e Frigidaire, dagli spunti underground ai collettivi come A/traverso), e che in altri Paesi sono fioriti e successivamente sono divenuti parte integrante dell’identità nazionale e collettiva.

Da un certo punto di vista, è come se in quel momento si fosse stabilita una connessione davvero molto pericolosa e perniciosa tra conflitto fisico e qualunque forma di conflitto culturale, senza il quale non può esistere di fatto alcuna reale innovazione: una connessione che si è estesa nei decenni e che perdura ancora oggi, in forme persino più rigide e inespugnabili. Questo è stato ed è il problema principale che abbiamo davanti.

Nell’Italia del 1978, tra le P38 da una parte e Tony Manero dall’altra, in mezzo non c’è – apparentemente – niente a livello di produzione culturale, niente almeno che oltrepassi il livello dell’imitazione, e quello della regressione. Niente di quello che altrove genererà prima le sottoculture contemporanee, e poi l’intera cultura popolare come la conosciamo oggi.

La verità è che le condizioni e gli spunti per una produzione sottoculturale solida e corposa esistono, ma invece di essere lasciati fiorire vengono soffocati anzitempo. Il riflusso immediatamente successivo si caratterizza, perciò, come un autentico clash culturale, la fine brusca ed ingloriosa di un mondo (“come una distrutta famiglia”) e il presentimento di un’entità misteriosa e potente che si avvicina, di un nuovo spirito rappresentato dalla palla d’acciaio che sfonda la parete dell’auditorium-Italia in Prova d’orchestra (1979) di Fellini. Così, gli intellettuali e gli artisti italiani alla fine degli anni Settanta possono riconoscersi nelle parole del bizzoso direttore, che registrano una condizione reale e collettiva: “Che allora vuoi sapere da me? Se la musica è una parte di mondo? Io vorrei chiedere a voi: ma la musica esiste? No? Allora mondo non esiste più. Solo le abitudini sono restate. […] Quando io dirigo mi sento ridicolo. Come morto. Mi sento un fantasma.”

 

II.

morandipasolini

(fonte immagine)

Mi ha sempre molto stupito, inoltre, il modo in cui la maggior parte dei nostri genitori ascoltava musica: da una parte Gianni Morandi, Mino Reitano, Little Tony, ecc.; dall’altra, una serie di cantanti e di gruppi che ‘interpretavano’ le canzoni di band inglesi (King Crimson, The Moody Blues, giusto per fare un paio di esempi) rendendole però monche, eliminando e tagliando cioè le parti strumentali progressive – cioè proprio quelle più interessanti. Se ci pensiamo, visto da oggi questo fenomeno è abbastanza incredibile. E però ci dice qualcosa di importante: c’è sempre questa idea – che ritroviamo ancora oggi, più forte che mai – che il pubblico italiano non sia adatto all’intelligenza, alla critica, alla complessità. Si è creato così un ritardo mostruoso in termini di idee e di elaborazione culturale. Persino se indaghiamo, anche solo superficialmente, i dischi e i gruppi che le famose radio libere mandavano in onda attorno al mitologico ‘77, cominciamo a comprendere molto bene questo aspetto: Led Zeppelin, Deep Purple, David Bowie, Pink Floyd per i più raffinati.

Da noi, paradossalmente, solo il cinema della grande commedia italiana – a quell’altezza, per così dire, terminale, quella compresa tra primi anni Settanta e l’inizio del decennio successivo – ha tutte le caratteristiche di una vera e propria sottocultura, tranne una, quella fondamentale: la gioventù. È l’unica sottocultura, infatti, prodotta da cinquantenni. I registi cinquantenni di allora (Risi, Monicelli, Scola, Fellini, Comencini, ecc.) risultano a quell’altezza molto più abrasivi, affilati, brillanti e crudeli rispetto ai colleghi e agli intellettuali trentenni (i sessantenni di oggi).

Il biennio 1976/1977 – in cui compaiono tra gli altri Brutti sporchi e cattivi, Il secondo tragico Fantozzi, Un borghese piccolo piccolo e I nuovi mostri – è allora davvero, da un punto di vista culturale e soprattutto cinematografico, un anno chiave anche per l’Italia: in qualche modo, è questo il nostro punk. Certo, un punk malinconico e liminale, quasi privo di aria attorno, costruito e messo a punto da autori già in là negli anni e non da quelli più giovani. Questo cinema dipinge, in colori saturati e al tempo stesso tenebrosi, la fine italiana: le dà una forma e uno stile, scavando negli eventi di cronaca. Racconta l’Italia che si avvita, che collassa, che si autodistrugge – esattamente come succede oggi. Solo che, oggi, questi film mancano.

È qualcosa di molto strano. Che si spiega in gran parte con la natura di quei trentenni, individuata benissimo prima da Pasolini (negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane) e poi da Arbasino (in In questo Stato e soprattutto in Un paese senza): una natura che, contrariamente alle retoriche rivoluzionarie e anticonformiste sbandierate e brandite per anni, era fortemente orientata all’omologazione, all’assenza di originalità, accompagnate dalla presunzione e dalla fragilità estrema dei risultati creativi. Tutte queste caratteristiche non sono mai venute meno, ma si sono sviluppate – dando gli effetti che tutti abbiamo sotto gli occhi. Mario Monicelli ha espresso questa condanna senza appello, che mi sembra valida ed efficace ancora oggi perché ispirata a un altissimo senso storico: “Ci ha fregato il benessere. La generazione che l’ha toccato per prima si è illusa che fosse eterno, inalienabile. Invece era stato conquistato dai padri con sofferenza e sacrificio. Così l’ha dissipato senza trovare la formula per rinnovare il miracolo, e gli eredi di quel gruppo umano hanno deluso le aspettative ad ogni livello. Gente senza carattere, priva di ambizioni, sommamente pretenziosa e basta.”

 

III.

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(fonte immagine)

La sottocultura nel mondo anglosassone, invece, viveva su una tensione fondamentale: da una parte essa si opponeva alla cultura mainstream, calata dall’alto, e rappresentava qualcosa di autogenerato, prodotto integralmente dal basso; d’altra parte, ogni sottocultura tendeva naturalmente verso il mainstream, a ciò che in altri ambiti e regimi discorsivi si definirebbe ‘il successo’.

È lo schema che Tom Wolfe in Come ottenere il successo in arte (The Painted Word, 1975) definiva “danza BoHo”, riferendosi alle avanguardie e alle neoavanguardie artistiche (e il legame è abbastanza naturale e immediato, dal momento che per molti versi le sottoculture sono gli eredi legittime delle avanguardie: l’avanguardia non finisce né muore tra anni Sessanta e Settanta, ma semplicemente salta, esorbita dal territorio di partenza verso la cultura di massa): BoHo deriva dalla fusione di Bohémien e SoHo, e Wolfe voleva dire che l’artista oscilla sempre tra retoriche rivoluzionarie e aspirazioni di altro genere (SoHo era rapidamente diventato, all’epoca, il quartiere newyorkese più alla moda).

Inoltre, occorre tenere presente un processo abbastanza ovvio, ma che spesso ci sfugge: nel periodo che le riguarda (cioè tra gli anni Sessanta dei Mod e i primi anni Novanta del grunge, passando per psichedelia, glam rock, punk, post-punk, new wave, hip-hop, techno), le uniche sottoculture che conosciamo sono quelle che hanno compiuto il salto decisivo verso il mainstream, il livello di massa; senza questo passaggio (storico, culturale, economico e biografico), la sottocultura si estingue anche nella percezione collettiva – perché riguarda al massimo il centinaio o il migliaio di persone che ne hanno fatto parte. Nessuno la ricorderà.

E invece è abbastanza magico che, per esempio, un genere musicale nato in pochissimi locali-non locali della città più squallida, desolata e isolata degli anni Ottanta americani (Seattle) e ascoltato dagli stessi che lo praticavano e lo inventavano praticandolo abbia oltrepassato gli angusti confini della penisola di Olympia e abbia raggiunto adolescenti e preadolescenti di tutto il pianeta (me, per esempio, dodicenne nell’estremo Sud Italia). Grazie all’impatto sulla cultura di massa, la sottocultura non solo oltrepassa i suoi confini spazio-temporali, ma estende la sua stessa percezione, in ampiezza e profondità: così, attraverso i Nirvana posso conoscere e apprezzare i Melvins, gli Screaming Trees, gli Husker Dü, gli Alice in Chains, i Mudhoney, i Tad; oppure passando per i Cure e i Depeche Mode posso raggiungere Joy Division, Siouxsie and the Banshees, Wire, The Danse Society e Young Marble Giants.

Non a caso, il grunge è l’ultima sottocultura conosciuta: il periodo della sua estinzione, la metà degli anni Novanta, coincide esattamente con l’avvento di Internet. In un bellissimo documentario di Scott Crary del 2004, Kill Your Idols, il musicista Arto Lindsay commentava così il confronto tra la scena musicale newyorkese dei primi anni Duemila e quella tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta: “la questione è che qui c’è una generazione che viene venduta a se stessa”. Dietro queste parole c’è il pensiero che negli ultimi vent’anni non siano riconoscibili forme di produzione culturale ‘resistente’ in grado di costruire e sostenere comunità, che non ci sia stato più nessun ‘sotto’ o ‘fuori’ ma solo un gigantesco, unico ‘dentro’ fatto unicamente di quelle che, con toni forse incautamente entusiastici, nel 2006 Chris Anderson definì nicchie.

La questione è se oggi l’Italia sia pronta a scrollarsi di dosso la sua proverbiale avversione al rischio e al nuovo, derivata in gran parte da quella inquietante connessione di cui si diceva all’inizio e che risale ormai a quarant’anni fa, e se sia in grado di stabilire e praticare un inedito modello di sottocultura che funzioni per tutti gli spazi e le dimensioni della vita collettiva – un modello adatto al XXI secolo, che ne mutui e al tempo stesso ne definisca le caratteristiche fondamentali dal punto di vista formale ed esistenziale. Se non è avvenuto finora, non è un buon motivo perché non avvenga nell’immediato futuro.

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Memorie dal Concertone https://minimaetmoralia.it/musica/concertone-primo-maggio/ https://minimaetmoralia.it/musica/concertone-primo-maggio/#comments Fri, 01 May 2015 08:45:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26511 È il Dodicesimo Primo Maggio, primavera 2002. Verso le 21.00 il palco ruota su se stesso rivelando alla folla gli Oasis, Ospiti Internazionali del Concertone insieme a Robert Plant. Liam Gallagher esordisce con un inequivocabile pugno chiuso alzato al cielo, prima di iniziare a cantare «The Hindu Times» con la sua solita posa – inclinato, mani incrociate dietro la schiena, abbassandosi sul microfono. Suo fratello Noel, il chiacchierone della band, accennerà un “Ciao” prima di attaccare «Don’t Look Back in Anger», in una versione slow che consente di apprezzare meglio l’omaggio a «Imagine». Il tema del concerto di quell’anno è CONTRO LE MODIFICHE DELL’ARTICOLO 18 E LOTTA CONTRO IL TERRORISMO.

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(Fonte immagine)

Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria
Karl Marx e Friederich Engels, Manifesto del Partito comunista

È il Dodicesimo Primo Maggio, primavera 2002. Verso le 21.00 il palco ruota su se stesso rivelando alla folla gli Oasis, Ospiti Internazionali del Concertone insieme a Robert Plant. Liam Gallagher esordisce con un inequivocabile pugno chiuso alzato al cielo, prima di iniziare a cantare «The Hindu Times» con la sua solita posa – inclinato, mani incrociate dietro la schiena, abbassandosi sul microfono. Suo fratello Noel, il chiacchierone della band, accennerà un “Ciao” prima di attaccare «Don’t Look Back in Anger», in una versione slow che consente di apprezzare meglio l’omaggio a «Imagine». Il tema del concerto di quell’anno è CONTRO LE MODIFICHE DELL’ARTICOLO 18 E LOTTA CONTRO IL TERRORISMO.

(Poche settimane prima, Il 19 marzo, un commando delle Nuove Brigate Rosse aveva assassinato Marco Biagi, consulente del ministro del Lavoro Roberto Maroni. Quattro giorni dopo, il 23, il Circo Massimo ospiterà una delle più grandi manifestazioni mai organizzate in Italia, indetta dalla Cgil di Sergio Cofferati in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ecco un racconto di quel giorno: «Arrivano i politici. Alla spicciolata. Ci sono Fassino, D’Alema, Di Pietro, Salvi, Turco, Pecoraro Scanio, Rosy Bindi con l’adesivo dei girotondisti. Arriva Bertinotti, Cofferati lo saluta. Spunta Nanni Moretti con il sorriso stampato sul viso. Irrompe Sabrina Ferilli. La sua ultima volta al Circo Massimo era stata per lo spogliarello per lo scudetto della Roma»).

Conduce il Primo Maggio 2002 Claudio Amendola, che a proposito dell’articolo 18 dice, «Ci sono diritti fondamentali che vanno tutelati». Un giovane segretario provinciale della Margherita prende appunti.
Come ultimo pezzo del loro set gli Oasis suonano «Rock ‘n roll star», rivedo il filmato e penso che se devo sobbarcarmi quel casino di Ichnusa, Peroni e vino di pessimo qualità, almeno che sia per ascoltare canzoni così.

Se gli Oasis arrivarono a San Giovanni quando il brit pop dell’ondata anni ’90 era ormai un discorso buono per critici musicali e vecchi amici ormai prossimi ai trenta, i Blur c’erano stati nel 1997. Suonarono «Beetlebum» e «Song 2», nota ai ragazzotti del tempo anche perché colonna sonora di un videogame calcistico. Prima di loro salirono sul palco quell’anno Jovanotti e Litfiba – di lì a qualche tempo avrebbero inciso un pezzo (insieme a Ligabue), «Il mio nome è mai più», contro l’intervento militare in Kosovo deciso dal governo D’Alema; attualmente i due sono politicamente agli antipodi.

A vedere gli Iron Maiden, il primo maggio del 1993, di gente ce n’era parecchia. Generalmente i gruppi heavy metal vengono associati a un certo immaginario destrorso, sarà per il machismo o per il nero o chissà – ma i Maiden (almeno Steve Harris e Dave Murray, due tra i fondatori storici) hanno una solida tradizione da working class britannica. E comunque uno show del gruppo di «The Number of the Beast» con alle spalle la cattedrale di San Giovanni in Laterano e di fronte la Scala Santa è memorabile di suo. Forse Dickinson e gli altri sapevano che nell’anno 897 proprio la basilica di San Giovanni aveva ospitato il cosiddetto Sinodo del Cadavere, il processo per così dire in contumacia ai danni di papa Formoso – riesumato per l’occasione, rivestito, piazzato sul trono e pronto per le accuse: all’epoca certe dispute venivano prese parecchio sul serio.
Papa Formoso come Eddie.

30 aprile 2015: a pochi passi da piazza San Giovanni c’è un chioschetto che vende grattachecca, birra, bevande. Mi dice L’Uomo della Grattachecca: «Per la prima volta in venticinque anni – me li so’ fatti tutti i concertoni – oggi so’ venuti i vigili. Mi hanno mostrato l’ordinanza che mi proibisce di vendere alcolici dopo mezzanotte. Mi hanno detto che ho trenta giorni di tempo per fare ricorso. Grazie al cavolo, il primo maggio è domani». Ha aggiunto: «Certo è dal 2009, dall’ultima volta di Vasco Rossi, che non c’è tanta gente. Che vuoi, che la gente venga a vedè J-Ax o Noemi?».

Il ’94-95 rappresentano gli Anni D’Oro del Primo Maggio. Nel 1995 un Colin Greenwood (bassista dei Radiohead) piuttosto imbarazzato viene intervistato nel backstage da Kay Rush, presentatrice del concertone. «Ho sentito dire che sono molto bravi dal vivo», dice lei, e lui si fa rosso.
Sempre Kay si augura che suonino «Creep». Era il 1995 e già c’era gente che voleva che i Radhioed suonassero «Creep». Probabilmente per ripicca, inaugurando vent’anni di delusioni per i fan che si aspettano quella canzone, i Radiohead fanno «The Bends» e «High and Dry». In ogni caso, i migliori 15 minuti mai andati in scena su quel palco.

Ricordo un Primo Maggio in cui ho passato tutto il tempo a insultare Luca Dirisio, incomprensibilmente on stage.
Gli chiedo scusa.
Anzi no.

Lou Reed è passato al Concertone due volte, nel 1994 e nel 2000. Il primo maggio del ’94 è conciato come una vecchia zia spettinata ed eccentrica. Parte con «Sweet Jane», solo chitarra e voce, a cui seguono a raffica «I’m Waiting for the Man» e «Satellite of Love» (in effetti questo tris se la gioca con i Radiohead 1995). Guardate il video: incredibilmente, il pubblico è quasi del tutto silente, rapito. Nell’aria doveva esserci una strana malinconia: alle 14:17 il pilota di Formula Uno Ayrton Senna è finito contro un muro, a Imola, guidando la sua Williams. Morirà poche ore dopo. Quello del 1994 è anche il primo concertone con il Nemico dei prossimi Vent’anni appena insediato a palazzo Chigi.

«Anche quest’anno ce sta la Bandabardò?», chiede l’Uomo della Grattachecca.

1990. Mentre sul palco del primo Primo Maggio si alternavano «i più importanti musicisti italiani: i Pooh, Zucchero, Gianni Morandi, Pino Daniele, Enrico Ruggeri, Edoardo Bennato e altri», come recitano i comunicati del tempo, qualcosa di grosso stava accadendo a Mosca e dintorni. Quello che bolliva in pentola lo spiega un pezzo di Ezio Mauro, all’epoca inviato di «Repubblica» nella capitale dell’Urss: «La protesta del Primo maggio contro Gorbaciov era organizzata con un obiettivo preciso: portare mezzo milione di persone sulla piazza Rossa, per convincerle ad assaltare il Cremlino e la sede del Kgb. La denuncia-rivelazione è di Gorbaciov, in un incontro con gli operai di Mosca». Più sotto: «Gorbaciov ha ribadito che il centralismo democratico deve ormai ammettere la libera espressione di opinioni diverse, ma si è detto contrario all’organizzazione di frazioni all’interno del Pcus, spiegando che bisogna dare una risposta decisa ai conservatori di sinistra e di destra».
Sono passati venticinque anni e tra i personaggi citati quello che è rimasto più a sinistra, almeno a giudicare dalle cronache più recenti, è Gianni Morandi.

Del resto, come ha scritto in un tweet il profilo-fake di Bill Murray: «1990 is as far away as 2040».

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Come parlare di immigrazione a scuola https://minimaetmoralia.it/interventi/come-parlare-di-immigrazione-a-scuola/ https://minimaetmoralia.it/interventi/come-parlare-di-immigrazione-a-scuola/#comments Sat, 25 Apr 2015 08:35:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26352 Questo articolo è apparso su Internazionaleche ringraziamo. (Fonte immagine)

È complicato, a scuola, in questi giorni parlare di immigrazione. È complicato innanzitutto perché la morte di 800 persone non è entrata nel discorso pubblico con quella forza dirompente che ci si sarebbe aspettati. Nessun giornale è andato a cercare di capire chi erano i migranti morti, a dargli un nome, a ricostruire le loro vicende familiari. Spesso quando accadono stragi del genere, per settimane i mezzi d’informazione sono pieni di testimonianze dei parenti e dei superstiti; in questo caso la voce delle vittime è stata praticamente spenta insieme a quella dei morti.

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Questo articolo è apparso su Internazionaleche ringraziamo. (Fonte immagine)

È complicato, a scuola, in questi giorni parlare di immigrazione. È complicato innanzitutto perché la morte di 800 persone non è entrata nel discorso pubblico con quella forza dirompente che ci si sarebbe aspettati. Nessun giornale è andato a cercare di capire chi erano i migranti morti, a dargli un nome, a ricostruire le loro vicende familiari. Spesso quando accadono stragi del genere, per settimane i mezzi d’informazione sono pieni di testimonianze dei parenti e dei superstiti; in questo caso la voce delle vittime è stata praticamente spenta insieme a quella dei morti.

Ma è complicato parlarne a scuola, intavolare un dibattito in classe, anche perché le voci politiche che hanno dominato la reazione si sono modulate da subito su un’isterica ricerca delle cause, che in pochi secondi diventa una caccia ai colpevoli e quindi la loro criminalizzazione.

È un meccanismo pavloviano: di fronte a qualunque tema che si impone con urgenza, che si sia al governo o all’opposizione, si risponde con “un inasprimento delle pene e dei controlli” – un afflato che può valere in modo onnicomprensivo. Dai femminicidi alla gente che spara al Palazzo di giustizia, da Charlie Hebdo ai disastri aerei: promettere o promulgare subito pene più severe e controlli più rigidi viene usato come politica ansiolitica.

Anche se in questo caso, a sottolineare il vero, c’era poco da inasprire: cosa possiamo fare di peggio a delle persone che hanno perso la vita in mare e che non avranno nemmeno una sepoltura?

Ci si è scagliati allora contro gli scafisti. Un movimento di immigrazione così ampio e articolato come quello che sta avvenendo dall’Africa all’Europa è colpa degli scafisti. Sarebbe un’affermazione che evidenzia la sciocchezza di chi la pronuncia, e invece mezzi d’informazione e politici l’hanno ripetuta come se addirittura avesse una sua forza morale.

Lo stesso Matteo Renzi ieri l’ha avvalorata nel suo discorso alla camera:

Combattere i trafficanti di uomini significa combattere gli schiavisti del ventunesimo secolo. La storia ha già conosciuto un momento in cui si prendevano uomini e si infilavano nei barconi e ciò che sta avvenendo ora con la compravendita di uomini è esattamente una forma di moderno schiavismo.

E perfino nel suo editoriale sul New York Times:

Human traffickers are the slave traders of the 21st century, and they should be brought to justice.

Ma che paragone è? Cosa c’entrano gli scafisti con gli schiavisti? Se un mio studente facesse un paragone del genere io lo inviterei a riflettere sulle sue parole.

Da una parte – oggi – ci sono persone che vogliono disperatamente scappare dai loro paesi e raggiungere l’Europa e che utilizzano gli scafisti; dall’altra – la tratta umana del settecento – c’erano persone strappate ai propri paesi e condotte forzatamente in un altro luogo. Quale pur minima analogia trovate?

La stessa sciatteria di ragionamento Matteo Renzi l’ha espressa per tutta la lunghezza del suo breve editoriale americano: un articolo che è stato evidentemente scritto con un’accurata scelta di frasi, e che per questo vi invito a leggere per intero.

Si dà per scontato, per esempio, che quest’immigrazione sia riducibile a un fenomeno illegale e che come tale vada contrastata. Si parla del Corno d’Africa solo per nominare la lotta alla pirateria come modello d’intervento, non spendendo una parola sul ruolo che ha avuto l’Italia in quell’area e azzardando un altro paragone pessimo: tra pirati e migranti. Si dice – senza citare una fonte, un dato, un numero – che “non tutti i passeggeri delle navi dei trafficanti sono famiglie innocenti”, ventilando l’ipotesi che questi viaggi alimentino un flusso di terroristi dalla Libia all’Italia; anche perché poche righe prima veniva chiamata in causa l’azione del gruppo Stato islamico in Libia.

E potrei andare avanti.

Ma quello che m’interessa è come quest’approssimazione colpevole di Renzi in questi giorni non sia un’eccezione. Il che rende molto complicato provare a discutere in classe di immigrazione: le affermazioni che non si reggono su nessuna evidenza empirica o su nessuna coerenza logica la fanno da padrone.

Eppure, forse, mi dicevo ieri dopo due ore di discussione sfiancante, non ci si può esimere (se non lo fa innanzitutto la scuola, chi lo fa?) dal condividere riflessioni e anche reazioni di pancia, provando a destrutturare le affermazioni che vanno per la maggiore.

“Vanno aiutati sì ma a casa loro”.

“Vengono qui e rubano il lavoro agli italiani”.

“Sono troppi”.

“La maggior parte sono criminali”.

“Se vogliono venire qui in Italia lo facessero in modo legale”.

Eccetera.

Il primo passo se si vuole provare ad avviare un dibattito su questi temi, anche a partire da questo genere di considerazioni, è darsi una regola preliminare e farla rispettare. Restare sul tema.

È molto complicato imporre questa regola, e non far derapare subito la discussione in: “E i campi rom?”,“Sì, ma sa cosa vuol dire la crisi e quanta gente perde il lavoro?”, “La criminalità aumenta e nessuno fa niente”. È difficile perché il modello di discussione – che sia la televisione con i talk show in cui il conduttore non arbitra tra le posizioni, o i blog con i loro commenti che nessuno modera – è il modello di argomentazione che gli studenti hanno presente e che hanno fatto proprio: discutere vuol dire accumulare opinioni, discutere vuol dire difendere a tutti i costi la propria (impulsiva) posizione.

Occorre innanzitutto chiarire che questi sono tutti temi interessanti, ma sono altritemi. E sovrapporli non aiuta a parlarne.

Poi bisogna chiedere ogni volta di avvalorare empiricamente e logicamente le proprie affermazioni.

Un esempio. Partiamo dall’idea che siano troppi e che siano una causa importante della crisi e dell’impoverimento dell’Italia.

Ogni volta che in classe chiedo: secondo voi quanti sono gli stranieri in Italia, segno le risposte (50 per cento, 25 per cento, 60 per cento, 15 per cento…), metto le percentuali in fila alla lavagna, faccio una media, e viene fuori all’incirca il 30 per cento.

Allora, prima di fornire il dato reale, invito a considerare: quanti stranieri ci sono in classe o a scuola? Mettiamo anche che la nostra classe o la nostra scuola sia un’eccezione: conoscete per caso una classe o una scuola dove le percentuali di stranieri sono così alte? E se sì, non vi sembrano quelle un’assoluta eccezione?

Il numero di stranieri presenti in Italia è di circa l’8 per cento della popolazione. Quello che potrebbe essere definito il“tasso di immigrazione percepita” varia dal 20 al 30 per cento, secondo vari studi. Abbassare questo tasso, almeno a scuola, credo sia una priorità assoluta.

Ma aggiungiamo un piccolo passo d’analisi, ponendoci un altro interrogativo. Quanta ricchezza producono gli stranieri in Italia? Quanto contribuiscono al Pil nazionale? Se faccio questa domanda in classe, le risposte che ricevo variano dallo zero per cento fino al 5. Difficilmente raggiungono mai l’8 per cento. E sono anche delle risposte comprensibili: gli stranieri hanno di media lavori meno redditizi degli italiani: quanti dirigenti d’azienda stranieri conoscete? O quanti italiani conoscete che raccolgono pomodori d’estate?

Eppure il dato è superiore: almeno il 10 per cento.

Come è possibile? Per una semplice ragione: gli stranieri incidono molto meno degli italiani sulla spesa sociale. Quanti stranieri anziani conoscete? Quanti dializzati? Quanti diabetici? Quanti disabili? Quanti pensionati? Quanti invalidi civili?

Se i redditi medi sono minori da una parte, dall’altra utilizzano il welfare molto meno degli italiani.

Facciamo un altro esempio: nella bolla di chiacchiere, reazioni a caldo, dichiarazioni ufficiali e non di questi giorni successivi alla strage, una delle questioni che non è stata quasi mai nominata è quella dei profughi, dei rifugiati, dei richiedenti asilo.

Quasi nessuno ricorda che il vero motivo di quest’ondata di ultime migrazioni è la fuga da situazioni di conflitto in Africa e che di fatto è un dovere accogliere chi “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale oppure opinioni politiche, si trova fuori dello stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopraindicato, non vuole ritornarvi”.
È quello che recita la convenzione per i rifugiati del 1951, un documento scritto dopo due guerre mondiali che avevano generato oltre 70 milioni di morti e una quantità spaventosa di profughi.

Il diritto d’asilo non è un’opzione nel gioco delle parti: è un diritto, un dato giuridico. E ipotizzare blocchi navali, respingimenti, omettere azioni di salvataggio, non accogliere rifugiati non è solo immorale o inumano (su questo si può discutere anche con chi ha posizioni fasciste come Matteo Salvini o Daniela Santanché), è illegale.

Per esempio: tra il 2008 e il 2011, quando il governo Berlusconi-Maroni attuò respingimenti in mare, oltre a causare centinaia di morti, violò una legge e venne condannato.

Chi si occupa di profughi? Tra gli altri: l’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Studiare quando è stata fondata quest’agenzia dell’Onu, che funzioni ha, che storia ha, cercare di delineare una storia – almeno novecentesca – dei profughi può essere utile a contestualizzare l’ondata migratoria di oggi, ma soprattutto a riconoscere come alcuni diritti fondamentali – come il diritto d’asilo – siano il frutto di una lunghissima riflessione storica e civile.

Un ultimo esempio, brevissimo. La geografia. Uno degli interrogativi che alle volte pongo quanto ci mettiamo a parlare di sbarchi in classe è: quanto è grande la Libia e quanti abitanti ha?

Provate a rispondere anche voi senza guardare su Wikipedia.

Dopo aver sparato, confrontate la voce online, dove si dice: 6.120.585 abitanti (al censimento del 2008) per 1.759.840 km quadrati. Una densità di 3,9 abitanti a chilometro quadrato. Possiamo capire qualcosa da questo semplice dato? Sì.

Che è un paese demograficamente molto disomogeneo, con qualche zona abitata e un grande territorio desertico. Un paese molto difficile da governare come un’unità politica, soprattutto in una situazione di conflitto endemico come quella attuale. Riconoscere che la politica parte dalla storia dei luoghi e ancora prima dalla geografia può essere utile a contestualizzare e a correggere da subito le nostre convinzioni.

Un piccolo post scriptum.

Chi ha avuto in questi giorni la tenacia pedagogica di tenere il dibattito dentro le regole dell’argomentazione nel discorso pubblico? Quasi nessuno, nessun politico, pochissimi giornalisti, rari intellettuali. L’eccezione significativa c’è stata ieri con Gianni Morandi, che sul suo profilo Facebook ha replicato con una pazienza encomiabile a tutti i commenti al suo post in cui comparava le emigrazioni di oggi a quelle degli italiani all’inizio del secolo scorso.

Di fronte a “Questi stuprano!”, “Sono terroristi! Vanno uccisi!”, “Torna a cantare che è meglio”, Morandi ha mostrato la rarissima qualità di rispondere punto su punto, di controargomentare, di non esasperare o liquidare il dibattito.

Senza nessuna ironia e con un po’ di sconforto, è lui il modello pedagogico migliore da cui la scuola dovrebbe prendere esempio oggi.

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Intervista a Francesco De Gregori https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-francesco-de-gregori/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-francesco-de-gregori/#comments Thu, 13 Mar 2014 14:07:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19310 Questa intervista a Francesco De Gregori è uscita su IL a marzo 2013. Ringraziamo l'intervistatore, la testata e l'intervistato.

Per telefono, prendendo appuntamento per pranzo, mi ha chiesto che genere di intervista volessi fare. Gli ho detto che volevo solo fargli domande sul suo lavoro e non gli avrei chiesto le sue opinioni sul mondo. Ha risposto: “Ah bene, ecco, così mi avevano anticipato”, preferisce anche lui così.

Pranzo in un ristorante nel quartiere Prati, a Roma, diluvia, macchina in seconda fila, sala fumatori, pesce al forno. Francesco De Gregori è una specie di ragazzo molto romano dall’aria leggera, maglia a maniche lunghe, sigarette francesi, barbetta. Prima di cominciare parla molto del mestiere di scrittore e di cos’è la poesia e delle tecniche di scrittura del poeta Valerio Magrelli, suo amico. Fa molte domande; sono state espunte.

Componi alla chitarra?

Mmm no compongo anche molto al pianoforte però quando sto in giro mi lamento che in camerino non ce l'ho quasi mai quindi compongo con la chitarra, però a casa con il pianoforte...

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D&DG 2

Questa intervista a Francesco De Gregori è uscita su IL a marzo 2013. Ringraziamo l’intervistatore, la testata e l’intervistato.

Per telefono, prendendo appuntamento per pranzo, mi ha chiesto che genere di intervista volessi fare. Gli ho detto che volevo solo fargli domande sul suo lavoro e non gli avrei chiesto le sue opinioni sul mondo. Ha risposto: “Ah bene, ecco, così mi avevano anticipato”, preferisce anche lui così.

Pranzo in un ristorante nel quartiere Prati, a Roma, diluvia, macchina in seconda fila, sala fumatori, pesce al forno. Francesco De Gregori è una specie di ragazzo molto romano dall’aria leggera, maglia a maniche lunghe, sigarette francesi, barbetta. Prima di cominciare parla molto del mestiere di scrittore e di cos’è la poesia e delle tecniche di scrittura del poeta Valerio Magrelli, suo amico. Fa molte domande; sono state espunte.

Componi alla chitarra?

Mmm no compongo anche molto al pianoforte però quando sto in giro mi lamento che in camerino non ce l’ho quasi mai quindi compongo con la chitarra, però a casa con il pianoforte…

Ma come è organizzata casa tua? È uno spazio dedicato?

A casa mia c’è una tastiera elettronica che simula il pianoforte perché non c’è spazio per un pianoforte, poi ho un posto con un pianoforte vero vicino casa, dove vado proprio lì nel momento più disciplinato, quando sono molto avanti col lavoro di una canzone ma anche di due o tre e ho bisogno di uno strumento che mi dia anche una gratificazione sonora…

Ma è una sala?

No no, è una casa, è una casa… una specie di studio-ufficio a casa. Ma niente di tecnologico, ci sono solo un pianoforte e qualche chitarra in più. I testi li scrivo a casa. Io scrivo con la macchina da scrivere. Prima scrivo a mano, queste idee vanno su pezzi di carta sparsi, poi i più meritevoli finiscono dentro una cartella, con il titolo provvisorio dell’eventuale canzone. Quando la cosa prende una sua forma, quando riesco ad avere una sintesi di tutto questo dal punto di vista del testo, avendo comunque già un’idea di musica, allora passiamo alla fase più disciplinata che è quella che chiama in causa la macchina da scrivere perché mi piace vedere la bella copia. Però ti dico la macchina da scrivere e non il computer perché con la macchina da scrivere premere un tasto significa assumersi una responsabilità, perché non cancelli, è subito lì. Se devi scegliere un aggettivo non è che lo scrivi e dici tanto poi lo cambio, ci pensi un minuto?, no anche troppo, trenta secondi? Però ci pensi…

Quando hai detto cartella io stavo pensando spontaneamente a cartella del computer invece no, una cartellina.

No no, una cartellina di quelle che si comprano da Vertecchi… Questo appartiene un po’ alla mia cultura cartacea: sul computer, io non sopporto che a volte non risponda, perché sai i computer a volte fanno cose strane. Allora io preferisco incazzarmi perché fisicamente non trovo dove ho messo la cartella, se l’ho poggiata su quel ripiano lì o su quell’altro piuttosto che incazzarmi con il computer perché non mi si apre la cartella. Però quello fa anche parte del mio essere un uomo del Novecento.

Quando non hai una penna ti capita di dire a mente, ripetere una cosa per non dimenticartela?

Se non ho una penna se ne va… Però sono anche convinto che se la cosa merita di essere dimenticata viene dimenticata, se la cosa deve essere ricordata riaffiora. Forse lo dico per consolarmi, però a volte mi tornano in mente delle cose che ricordo di aver pensato un anno prima, e dico “vedi, era questo”… [fa una smorfia, per dire che era brutto, NdR] Però ovviamente non posso sapere di quelle che non mi tornano in mente, quindi… Ma con la testa pratichi una specie di selezione naturale, virtuosa… Penso proprio di sì, perché le cose veramente belle che mi vengono in mente hanno un peso e tendono a tornare, sono convinto di questo.

Tu hai un’idea quando scrivi di essere troppo te stesso e ti infastidisci? Sai, lo stile, la cosa “alla De Gregori”…

Ah no me ne frego, se la cosa è uscita così… De Gregori sono io e mi prendo le responsabilità. Sì lo so, c’ho uno stile o anche dei vizi letterari e musicali, me li tengo. Fammici pensare, aspetta… A volte dico ai miei musicisti mentre stiamo suonando “questa cosa è troppo da cantautore”, forse questo che intendi sì, quello sì… è troppo da cantautore, questo mi capita spesso di dirlo…

E come descriveresti la cosa “troppo da cantautore”?

Possiamo dire le parole non si mescolano abbastanza col suono: la parola tende ad essere enfatica rispetto a quella che è la dimensione della canzone. Io considero la canzone qualcosa di molto popolare e easy, mentre l’immagine del cantautore, che pure io ho incarnato e incarno, non voglio spogliarmi di questo, viene identificata spesso come un artista che vuole tirare molto il tessuto della canzone per farla diventare qualcosa di più nobile…

Quindi troppi accenti, troppe…

Troppa importanza, troppa autoreferenzialità, forse, troppo voler dire “guardate come scrivo bene, guardate che bell’aggettivo è questo”, queste cose qua…

Nel tuo suono dal vivo degli ultimi anni la voce scompare molto nel sound, canti cercando poco di far emergere la voce, ogni tanto dài i tuoi accenti, quelli tuoi insomma…

Sì, sì, quelli degregoriani insomma… però ecco, detesto il fatto che ci sia un cantante che sta sopra una base musicale e che, capito, declama la sua… il suo essere un piccolo Omero dentro una situazione che non lo rappresenta abbastanza perché la canzone tutto sommato è troppo povera. Ecco io questo non l’ho mai pensato. Sembra una falsa modestia, in realtà è esattamente il contrario: è la rivendicazione dell’importanza della canzone come forma d’arte, come forma espressiva autonoma che non va imparentata né alla poesia né a qualsiasi altra forma, la rivendicazione dell’autonomia dell’arte che pratico… e non suo la parola arte a caso, né per elevare: è un’arte, come le altre.

Parliamo della voce. Tu parti da Dylan, e da Leonard Cohen diciamo. Io poi Leonard Cohen lo associo più a De André e Dylan a te. Tu eri più zompettante.

Come timbro di voce sicuramente, perché la voce di Leonard Cohen io non ce l’ho, De André un pochino riusciva, faceva delle note basse importanti. Infatti a me piaceva molto quando cantava così all’inizio. Sai che la moglie di De André – non Dori Ghezzi, la moglie storica – disse una volta una cosa divertentissima. Si riferiva al periodo in cui io avevo lavorato con Fabrizio per scrivere un album insieme, e lei era venuta a trovarci all’inizio di questo lavoro e poi è tornata alla fine, dopo un mese… In Sardegna, in una casa di Fabrizio in Sardegna. E lei a distanza di anni disse: “Lasciai De Gregori e De André che erano De Gregori e De André, poi alla fine De André cantava come De Gregori”. E lui non era attratto da me, quanto dai miei maestri: da Dylan. Dylan glielo feci un po’ conoscere io; lui conosceva il mondo francese, quindi conosceva Cohen perché essendo canadese veniva da là; però Dylan lo guardava un po’ con sospetto. Credo di avergli rotto le scatole per un mese con Dylan, gli feci sentire tutto… il motivo per cui c’eravamo incontrati era che lui aveva sentito “Desolation Row” fatta da me, la voleva rifare, quindi poi la traducemmo insieme. Addirittura io partecipai alla session dove venne registrata, quindi mi chiamò a Milano per suonare la chitarra e l’armonica su “Desolation Row”. Lui era molto forte con queste note basse, impressionanti. Un po’ lasciò perdere perché si lasciò affascinare dal canto.

(Torniamo a parlare del problema “cantautore”.)

Sì c’è questo equivoco che il cantautore…

Ma come si è formato questo equivoco?

Verso l’inizio degli anni 70… Fin lì, levati alcuni esempi fantastici tipo Gino Paoli o Endrigo, il mondo della musica leggera era fatto di autori e di interpreti, c’erano i grandi autori di canzoni, i grandi parolieri, poi c’erano gli interpreti che potevano essere Iva Zanicchi, Caterina Caselli, o Mina. E poi c’era una pattuglia di autori che andavano da Pallavicini, a Mogol. C’era poi Paoli, De André che era poco conosciuto: alcuni che venivano definiti cantautori. Paoli veniva identificato con un ruolo abbastanza lugubre, sempre con gli occhiali da sole, esistenzialista, cultura francese… Però con me e Bennato e Venditti e Baglioni, coevi proprio come nascita, improvvisamente i cantautori diventano la parte dominante del mercato e dell’attenzione. Prima dell’attenzione del pubblico giovanile, poi del mercato. Quindi si forma una categoria di cantautori, che sono la musica emergente italiana, e in quel momento proprio si volta pagina: la musica leggera italiana volta pagina. Per questo i cantautori poi diventano un simbolo. Infatti ogni mio coetaneo, nel ‘71, nel ’72, voleva suonare la chitarra ed esprimersi attraverso la scrittura di una canzone, e questo lo facevano tantissimi. Ci fu una fioritura di cantautori e il pubblico giovanile era attratto dai cantautori come oggi sono attratti dall’hip hop o dal rap, dal fenomeno musicale e culturale che sembrava più diretto e girava pagina con il mondo di Iva Zanicchi, di Gianni Morandi, di Caterina Caselli… E improvvisamente divennero appartenenti al passato musicale. Questo non vuol dire che prima non esistessero i cantautori: ti ho detto Paoli ma potevo dire Modugno, in qualche modo Battisti. Anche se non si scriveva le parole, più ci penso e più sono convinto che Battisti sia stato il più grande cantautore, nel senso che la sua parte autorale nelle cose che faceva – anche se poi c’era Mogol di mezzo – è predominante. È stato un autore che ha sparigliato.

E per quanto riguarda l’artigianato del cantare, lo stile di canto, come cambiavano le regole i cantautori? Voi non studiavate canto.

Guarda, all’inizio non sapendo cantare tranne alcuni che cantavano bene o per grande forza naturale, un talento innato. Nel mio caso io non sapevo cantare: ora ho trovato il mio modo ma allora ero legato alle cose che cantavo, al testo…

Le influenze di Baglioni, di Venditti, quali erano?

Ti dico Antonello perché Baglioni lo conoscevo poco, lo frequentavo poco. Credo per Antonello Elton John, per quella parte pianistica. Credo che me l’abbia fatto sentire lui… “Your Song”… Ma poi le influenze erano comuni, lì era il periodo della West Coast, Crosby Stills & Nash.

Neil Young, tu…?

Be’ insieme a Dylan uno dei più grandi. È uscita o sta per uscire una sua autobiografia.

Dicono che è abbastanza delirante.

Sì, me l’hanno detto: i primi tre capitoli parlano di trenini elettrici perché lui è un amante dei trenini elettrici.

Quando vi siete affermati, com’era il rapporto con l’estero? Era una cosa così basata sull’italiano… Andavate a suonare fuori?

No, no, nessuno di noi in particolare.

Vi capitava di incontrare musicisti stranieri, di scambiare…

Non musicisti famosi, però in quel periodo facevano tutti i dischi all’RCA, sulla via Tiburtina, e c’era una specie di consorteria inglese che stazionava lì, che erano musicisti molto bravi, ti dico i nomi: Derek Wilson, Dave Summer, Douglas Meakin… Erano venuti in Italia presso Mal, erano buona parte dell’entourage dei Primitives, e poi si erano stanziati all’RCA, erano credo stipendiati dall’RCA, facevano da home band e suonarono sia per i provini che in certi casi per i dischi, un po’ per tutti noi, quindi ci fu una specie di scuola estera tecnica che fu importante, ecco. Anche molti turnisti italiani impararono molte cose da questi inglesi, che sapevano in effetti suonare meglio di noi la musica che noi volevamo fare, il rock, è qui il concetto… Derek Wilson era un batterista che ha cambiato il modo di suonare di molti batteristi italiani. Antonello ancora credo che lavori con Derek alla batteria…

Mi ricordo, questo è qualche anno dopo, quando Lou Reed era già famoso, aveva già fatto Walk On The Wild Side. Venne a fare un concerto a Roma… forse ‘75… e venne a fare delle prove della sua band dentro lo studio dell’RCA, e noi chiaramente sapevamo che doveva venire lui, puoi capire, eravamo in fibrillazione. E io riuscii a vedere un po’ di questa prova perché mi intrufolai in regia per non farmi vedere perché lui era incazzoso e non voleva nessuno, giustamente. Assistetti a un po’ di queste prove.

E c’era qualcosa da imparare dal suo atteggiamento in studio?

Mah, il suo atteggiamento in studio non so quale fosse, non lo notai più di tanto, però la potenza di suono che emetteva con la sola sua chitarra era impressionante…

Questa è una cosa che mi ha sempre colpito, come suona la chitarra…

Lui c’ha un suono molto curato, passa ore a guardarsi tutto, mettere a punto il suono, prima di fare l’accordo e questo era impressionante, allora io lì capii, capimmo un po’ tutti la differenza di suono. E noi cercavamo di avere un suono americano, più americano che inglese, e credevamo che fosse un problema di tecnica, di strumentazione tecnica, di compressori, di mixer, di microfoni… Lì capimmo che invece no: questo stava usando il nostro stesso materiale però faceva così e veniva fuori qualcosa che noi avremmo tanto desiderato possedere…

Lui è un mago della pennata, perché non fa mai sembrare la chitarra una cosa leggera, sembra sempre durissima…

Quello e la voce fanno tutto capito?

Quindi comunque voi volevate importare delle cose, però poi avete creato una cosa completamente diversa.

Be’, sì, come sempre succede: prelevi, fai dei prelievi e poi chiaramente nelle tue mani diventano una cosa terza, vale anche per la letteratura, la pittura…

Mi interessa sapere com’è entrato nella tua musica quel suono più solare, che sembra un po’ tutto una crociera, al di là del fatto di Titanic voglio dire.

Sai cos’è, forse a un certo punto io, sempre con questa smania di non esser essere il cantautore che ero, ho cercato di dare una ritmica più importante ai miei pezzi perché io sono partito con la chitarra facendo fingerpicking, una linea melodica che non aveva bisogno di grandi lineamenti ritmici dietro tant’è che quando doveva suonarla un batterista non sapeva esattamente cosa fare… Quindi poi in questa ricerca ritmica sono andato a cercare le cose più appariscenti, che vanno dal calipso alla rumba… Quelli sono i movimenti ritmici che a un certo punto ho detto vabbè, tutto sommato questi reggono anche un testo molto narrativo, molto più del rock in sé e per sé. Adesso non ti so spiegare tecnicamente però se assumi come rock in sé e per sé i Rolling Stones, per dire, su quel tipo di ritmica, la ritmica di “Satisfaction” scrivere un testo italiano è ridicolo, senza cadere in tronche… mentre invece queste ritmiche che ti stavo dicendo io, derivate da qualcosa di europeo, c’è qualcosa di… reggono anche il testo di una canzone come Titanic che è una lunghissima litania, senza molte tronche, non troppe per lo meno, e riescono ad avere una scansione ritmica importante, quindi forse quello…

Anche “Caterina”… Quali sono stati i primi pezzi che hai fatto in questo… te lo ricordi?

Titanic

Lì hai dovuto cercare musicisti però che sapessero fare queste cose… cioè…

Ma lì imparavamo un po’ tutti insieme. Mi ricordo che alla fine però, ecco, arrivò un batterista inglese a finire il lavoro, avevamo registrato tutto ma non mi piaceva la parte della batteria… E alla fine venne un batterista punk, Chris Whitten, ragazzo giovanissimo: appena lo vidi mi fece paura, aveva un’enorme cresta in testa, un vero mercenario. Però insomma avevo sentito come suonava e mi piaceva. E nonostante il suo aspetto si mise a suonare queste cose con un amore e una professionalità unica e finì tutto il lavoro in due giorni. Risuonò la batteria sui pezzi dove avevano già suonato con la batteria e non andava bene e rifacemmo tutte le batterie…

E Bufalo Bill invece è di metà anni ’70… 76? C’era Ivan Graziani…

C’è sul disco perché io ricordo che Ivan suonava con noi spesso ma in session improvvisate come spesso succedeva all’RCA. Ti dicevo, c’erano questi turnisti che stazionavano là, in realtà stazionavamo tutti lì, però dovresti capire cos’era l’RCA allora: era da una parte un grande ministero, con uffici e vari parti, la promozione il marketing creativo… All’altezza dell’uscita del grande raccordo naturale, molto facile da raggiungere…

La vostra Highway 61… La Tiburtina poi era una zona industriale, un po’ sbrindellata…

Sì, era una zona industriale e infatti c’erano questi capannoni, no capannoni, erano edifici belli ma erano in mezzo alle fabbriche, c’era anche la fabbrica dei dischi, lì si stampavano i dischi… C’erano i magazzini e la stampa dei dischi… Poi gli uffici che ti ho detto e gli studi. Gli studi erano aperti, e ce n’erano tanti: c’erano quattro studi enormi dove si poteva registrare anche la grande orchestra, e c’erano altrettanti o forse sei studi medio piccoli che spesso erano vuoti perché non c’era tanto da fare, non si facevano tanti dischi come oggi, la produzione dei dischi in Italia era molto fievole… senonché, siccome comunque i fonici erano stipendiati…

E anche voi eravate stipendiati?

Stipendiati noi no… però erano stipendiati i fonici e molti dei turnisti per intenderci… il che faceva sì che la società senza aggravi di spesa poteva tranquillamente concedere a tutti noi artisti, artistoidi, artistucci che giravamo lì, la possibilità di suonare dentro lo studio e lavorare…

Poi suonavi con gente brava…

Sì, poi c’era un enorme bar, dove si passavano le ore in serenità e letizia…

Quindi tu verso che ora andavi?

Ma io anche la mattina perché non avevo veramente niente da fare. Sapevo che lì avrei incontrato amici, gente simpatica… Andavamo a mangiarci qualcosa sulla Tiburtina, questi ristoranti sai da camionisti che c’erano… Quindi si stava lì e si passava il tempo lì e si diceva “Sai c’ho un’idea, senti questo pezzo”… E quindi al bar ti facevano sentire, magari Ivan, “Andiamo a vedere se ci fanno registrare un provino allo Studio E”… Allo Studio E “possiamo fare una cosa per mezz’ora?”, “Fate…” Sai, solo a Roma, a Milano non si sarebbe potuto fare…

Quindi tu eri andato a cazzeggiare e ti ritrovavi col demo.

Col demo e col disco… No era veramente una specie di età dell’oro rispetto a come oggi si pensano e si producono i dischi.

(Torniamo all’inizio del pranzo: prima di parlare della composizione, mi aveva raccontato di com’è suonare dal vivo, girare l’Italia, perdere tempo prima del concerto.)

A volte dura diciotto ore al giorno fra spostamenti cose, prove… però è sempre molto… caotico, disordinato…

Non potrei mai fare il cantante e andare in viaggio tutte le ore vuote tra una cosa e l’altra, impazzirei.

Devo dire, ha il suo fascino.

Prendiamo il Never Ending Tour di Bob Dylan per capire questa estrema possibilità del…

Io penso che Dylan abbia tirato l’elastico all’estremo perché la mia idea, che mi sono fatto, è che Dylan ami la musica in modo talmente totale che tutto il resto della sua vita vuole… Vuole stare solo lì. E allora anche in situazioni diciamo non dico indegne di Dylan, ma anche posti piccoli… In Italia quest’anno è venuto a suonare in un paesino del Piemonte su una piazza che poteva tenere duemila, tremila persone. Da Dylan non ti aspetti questa cosa, ti aspetti che faccia diecimila persone. Lui vuole solo continuare e ogni tanto si prende delle pause di due tre mesi ma poi insomma appena può…

Insomma come funziona la parte fisica di questo lavoro?

La parte fisica consiste nel trasportare le cose che io ho scritto e che poi ho registrato sul disco, portarle in una dimensione calda dove la verifica di quello che io canto è immediata, dura due ore, io in due ore canto ventidue canzoni che sono un bel pezzo, le cambio abbastanza spesso… Non cambio solo gli arrangiamenti, cambio proprio la scaletta per non avere un senso della routine e tutto quanto. E in due ore c’ho un riassunto di tutto il mio lavoro di autore e un confronto immediato.

Come avviene questo effetto? Come si capisce la presa dei vari pezzi, della struttura, della band?

Be’ una serata che va bene da una serata che va male si distingue dal fatto che ti battono le mani in modo più convinto… C’è anche un tipo di attenzione, tu capisci anche questo, non capisci solo l’applauso ma anche quanto il silenzio mentre tu stai lavorando sia un silenzio che non deriva dalla noia ma dall’attenzione, a volte dalla commozione o dall’emozione… E queste sono cose che tu non provi mentre scrivi e non provi nemmeno mentre registri un disco in una sala di registrazione che davanti c’hai un vetro, hai musicisti con cui intrattieni un rapporto più tecnico… E poi canti canzoni che nel mio caso vanno da quella scritta nel ‘73 a quella scritta nel 2012…

Com’è alternarle?

Alternarle anche questo è interessante perché chiaramente io cerco – spontaneamente vorrei dire trovo – un’unità in tutto quello che faccio… Tra un pezzo del ‘75 e uno del 2012 a me non mi sembra di essere un uomo diverso e in realtà non sono un uomo diverso… Suonare dal vivo mi permette anche di restituire contemporaneità, attraverso il suono che produco che non è più quello del disco, alla canzone del ‘75 o del ’73. Quindi riporto un po’ tutto quanto sul terreno del giorno in cui sto lavorando: perché anche “Buonanotte Fiorellino” che io mi diverto a farla, deve diventare qualche cosa che abbia a che fare…

Qual è il punto più lontano a cui hai portano “Buonanotte Fiorellino”? Suonandola per darle una…

Adesso prima la faccio tutta quanta in una versione molto simile all’originale. Chitarra, pianoforte, basso, batteria ma suonato molto soft, molto molto piano… E poi la rifaccio tutta quanta di nuovo attaccata in una versione che cita ampiamente una canzone di Dylan che è “Rainy Day Women…” [Canticchia, NdR] E quindi metto a confronto una cosa tradizionale, storicamente depositata nella memoria un po’ di tutti, non solo della mia, con una versione che sento in qualche modo diversa…

Quando la serata va male, il pubblico è distratto, con che spirito tiri avanti?

Be’ direi che il professionismo in quel senso lì è molto importante… non è che come dire, visto che la serata va male allora canti in modo scazzato, cerchi di dare comunque il massimo… poi ti rendi conto che, per qualche misterioso motivo, o tu non sei abbastanza in forma, che può succedere, o il suono tecnicamente, perché gli altoparlanti sono messi male, succede questo, ti tocca un suono sbagliato, o il pubblico si aspettava una cosa diversa… Allora capisci che qualcosa non funziona, non sai bene cos’è però devi fare il tuo spettacolo, devi cercare di dare il meglio… Quando hai finito te lo dici con quelli della band “che è successo?” “e chi lo sa!”, perché non è che puoi saperlo, ma succedere raramente comunque eh… quando magari capiti in un posto sbagliato, quando hanno messo un biglietto troppo alto allora ti ritrovi le prime file che sono persone che hanno pagato molti denari e vogliono da me le cose classiche e basta, capito? Oppure cose banalmente tecniche, ad esempio in molti teatri all’italiana il palcoscenico davanti è molto profondo e noi suoniamo qua perché qui sotto c’è la buca dell’orchestra che non è praticabile per vari motivi, quindi noi abbiamo davanti almeno tre quattro metri prima della prima fila fisica di poltrone: questa è una distanza che rende tutto molto difficile, perché tu non li vedi e non li senti… Tu devi sentirlo, se lo senti ti aiuta molto. Se invece non lo senti perché stanno lontani oppure sono troppo composti e magari stai facendo un teatro storico importante, sei al Valle di Reggio Emilia e lì la gente entra a teatro con un atteggiamento di ascolto totalmente diverso di quello che ci può essere se sono all’Atlantico di Roma o all’Alcatraz di Milano, nei locali dove spesso mi piace andare perché so che lì c’è gente in piedi che magari beve, beve la birra mentre sto cantando…

Certo in teatro non puoi bere.

Non solo non puoi bere, hai anche l’idea che devi stare composto. Questo poi si supera, eh. Nella maggior parte delle serate mi diverto tantissimo. Nelle piazze d’estate… Però delle piccole differenze derivano anche dal tipo di posto dove vado a suonare…

Allora, intorno all’esibizione come si passa il tempo, quanto dura la procedura?

Mah dipende dai chilometri che uno deve fare per andare da un posto all’altro, di solito si viaggia e questo può richiedere una mattinata, partendo la mattina anche presto. Io c’ho da arrivare in un posto in cui devo suonare all’ora di pranzo, per poi stare in albergo fino alle 4.30, le 5, e poi parte il discorso del soundcheck, del controllo del suono del posto, si va lì e o si rimane lì fino alle 21 oppure se è vicino all’albergo si torna in albergo…

Quando arrivi in albergo che fai? Dormi, mangi?

Dormo, leggo, guardo la televisione. Raramente vado in giro a piedi perché, non lo so… è un modo di concentrazione per lo spettacolo della sera. Comunque se la sera devi lavorare non hai quella disposizione d’animo che ti consente di entrare in una galleria d’arte, in un museo, o anche visitare il centro storico di una città spensieratamente. Non è mai vacanza, ecco. Anche se sei a Verona, sei a Venezia, sei in una città dove veramente c’è gente che viene dal Texas per vedersela un pomeriggio, però io non sono in quella disposizione d’animo…

E quando sei nel teatro, nel posto del concerto, come passano le ore?

Quando sto in camerino? Be’ fondamentalmente è una rottura di scatole…

Ma guardi l’orologio? Stai lì, ci rinunci?

Be’, non vedo l’ora di cominciare sì poi c’è sempre qualcuno che ti viene a trovare o comunque passo il tempo con i musicisti che lavorano con me. È come fare il militare, si aspetta si aspetta si aspetta… A volte capita anche che tu in camerino abbia da mettere a punto alcune cose per il concerto della sera allora magari stai lì con due chitarre… Oppure provi a scrivere qualche cose, e qui arriviamo forse al tema di come si scrive una canzone, che è fatta di momenti, ci stai otto mesi, un anno, due anni… Quindi magari c’è qualcosa che hai in testa, delle parole, degli accordi, e non avendo proprio niente da fare per due ore stai lì e se hai voglia ci giri intorno, no?

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