Gianni Pannofino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianni-pannofino/ un blog di approfondimento culturale Thu, 10 Jan 2019 11:27:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gianni Pannofino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianni-pannofino/ 32 32 La trilogia di Grouse County di Tom Drury https://minimaetmoralia.it/recensioni/la-trilogia-grouse-country-tom-drury/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/la-trilogia-grouse-country-tom-drury/#comments Thu, 10 Jan 2019 07:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39163 Aveva sempre capito troppo tardi quali erano le persone che voleva vicino e cosa avrebbe dovuto fare per non perderle.

Bisognerà domandarsi seriamente perché amiamo i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

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Aveva sempre capito troppo tardi quali erano le persone che voleva vicino e cosa avrebbe dovuto fare per non perderle.

Bisognerà domandarsi seriamente perché amiamo i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

Ho sempre apprezzato la narrativa della staticità, dei lunghi silenzi, dei tormenti vissuti sottotraccia, delle vecchie cucine, della puzza di vacche e di cavalli, la narrativa che attraversa gran parte del territorio degli Usa, la parte centrale principalmente, e quindi del Midwest), della Holt di Haruf, dei romanzi di John Williams, dell’Ohio di Sherwood Anderson, fino ad arrivare più a sud alle frontiere di McCarthy, al Texas, all’Arizona.

Sento miei certi luoghi, riconosco subito l’atteggiamento dei personaggi. Ho capito che certe case di legno e pietra, certi fienili, alcune strette di mano, le manifestazioni di antipatia o di solidarietà sono per me una sorta di riparo. Datemi un luogo in cui non vivrei mai e mettetelo un romanzo. Datemi le sigarette che non ho mai fumato, datemi l’ubriacone che non sono mai stato. Fatemi leggere di donne e uomini disperati, fategli trovare conforto. Fatemi commuovere davanti a una nevicata o a un timido bacio. Portatemi, infine, a mietere il grano in una novella di Carson McCullers.

Questo nulla che ci appassiona è semplicemente il tutto in cui non abbiamo mai vissuto, lo spazio dentro il quale non ci siamo mai potuti muovere. Non pensavo di essere pronto per altri romanzi di questo tipo ma poi è arrivato, tra il 2017 e il 2018, Tom Drury con La trilogia di Grouse County  (interamente pubblicata in Italia da NN editore per la traduzione di Gianni Pannofino) e tutto è ricominciato da capo.

In tv davano un telefilm poliziesco; Louise trovò un grosso difetto nella trama, Mary prese un bicchiere di latte e si accomodò sul divano. Durante un’interruzione pubblicitaria, Louise fissò l’orologio appeso alla parete e si voltò verso la madre. «Pensi davvero che io sia così isolata?» domandò. Mary la guardò inespressiva, come toccata da qualcosa di profondo. Andò in anticamera, e dal buio si rivolse a Louise. «Sono tornata a casa senza il bastone» disse.

Questo passaggio si trova a pagina 37 del primo romanzo della trilogia: La fine dei vandalismi, Louise e Mary sono madre e figlia e sono due protagoniste del romanzo. Questa scena ci dice già molto della scrittura di Drury e del libro che stiamo leggendo, di ciò che troveremo. Madre e figlia in una situazione domestica, un dialogo breve, il classico bicchiere di latte, e quella domanda lì in mezzo che Louise rivolge alla madre, domanda collegata a qualcosa che Mary deve averle detto, domanda che presa così ci fa pensare a una donna che sta da sola, che forse crede di starci bene, ma non è così che la vedono gli altri. Non è così che la pensa Mary, che “toccata da qualcosa di profondo” – eccolo il talento di Drury – non sa (non vuole rispondere), fa per andarsene e dice una cosa che pare non c’entrare niente ma che c’entra eccome «Sono tornata a casa senza il bastone» è una perfetta rappresentazione di un’idea di vita solitaria ben presente nel cuore delle persone anziane. Questo è Tom Drury.

Pareva quasi che avessero camminato come sonnambuli verso il declino della loro comunità.

Ci troviamo nella contea di Grouse County, paesini, fattorie, poche case, strade poco battute, tutti si conoscono, quasi nessuno si odia, se si detesta qualcuno ci si limita a una battuta. Il buon senso la fa da padrone, chi vive qui sa governare l’attesa; è in grado di gestire uno scatto di rabbia, una rissa o un bacio improvviso con la stessa calma, sospeso tra l’avvedutezza e la disillusione. Viene in mente il Pagliarani de La ragazza Carla (ultima edizione Il Saggiatore) quando scrive “Chi c’è nato vicino a questi posti / non gli passa neppure per la mente / come è utile averci un’abitudine”; con la differenza che i personaggi di Drury pare lo sappiano quanto sia utile avercela un’abitudine. E di questo ne fanno una forza. La calma del quotidiano, il ripetersi delle vite e delle poche cose che accadono dà la forza per reagire quando tutto crolla, quando il vento cambia.

Louise divorzia da Tiny, un poco di buono ma non cattivo, un perdente, forse, ma indimenticabile, e si innamora di Dan, lo sceriffo, l’uomo saggio; si sposeranno. Intorno a questi tre, Mary e altri pochi personaggi ruota il primo dei tre romanzi; un libro che mi è molto caro. Gli stessi personaggi torneranno nei due successivi romanzi: A caccia nei sogni e Pacifico. Alcuni come Tiny, con la somma delle sue debolezze e tenerezze, con la sua scarsa capacità di mettersi in salvo, di preservarsi, ci prenderanno il cuore. Tiny vedrà crescere i figli, proverà a dargli qualche insegnamento, li vedrà sparire dall’altra parte del paese e chissà se li vedrà tornare.

«Come stai?»
«Ho trovato una fidanzata pa’».
Tiny si sentì vecchio a quella notizia. Si sedette e tornò ad avvicinare il telefono al suo orecchio sano.
«Una fidanzata, Michah».
«Si chiama Charlotte. Va a cavallo».
«Devi aprirle le porte, capito? E non farle prendere freddo».
«Okay, pa’».
«Prendono freddo facilmente. Cioè, magari non tutte, ma alcune sì».

Drury prende le vite di queste persone e ce le consegna piano piano, di dialogo in dialogo, di battuta in battuta, regalandoci istanti solari e attimi di profonda commozione. Ogni tanto la vita pare sfuggire di mano, ogni tanto tutto pare perduto. E ci si può perdere, e pagine avanti ritrovarsi. Si può assistere a ridicole discussioni in un consiglio comunale, piangere con una donna alla quale mai verrà dato il figlio che vorrebbe in adozione, seguire Tiny nelle sue fughe nei suoi ritorni, nella sua disperazione e nella forza – strana – di ricominciare pur avendo un peso sul cuore. Una ferita. Drury sa farci sorridere con le battute taglienti di Mary e poi commuovere davanti alla morte e ai difficili tentativi di rinascita. La capacità di Louise e di Dan di ragionare e di amare, di trovare il modo di andare avanti dopo una perdita, modo che avranno trovato in Pacifico. Donne e uomini che si muovono lungo l’arco dei tre romanzi, alla ricerca di qualcosa, che siano un vecchio fucile per Tiny, o le aspirazioni da attrice di Joan, la sua seconda moglie, tutto non smetterà di ruotare intorno alle vecchie quattro case, le roulotte, lo sceriffo. La contea ti attrae e ti respinge ma a quanto pare può seguirti fino alla California. Tutti conoscono la misura della compassione, tutti provano a capire lo stato d’animo di un fratello, di un vicino di casa, di una capra. Sono romanzi pieni di domande complicate alle quali i personaggi rispondono come gli viene e quasi sempre gli viene bene.

Chi è in cerca di segni, ne troverà dappertutto.

Questo è Tom Drury e mi pare che i tre romanzi siano la storia di una speranza che si allontana e poi si avvicina, che pare sparire davanti a un incendio, davanti ai brutti sogni, davanti ai silenzi, per ritornare davanti a un binario, a una birra stappata, a una fioritura.

Una volta a Pistoia ho ascoltato Tom Drury parlare in pubblico, ha il tono di voce che ti aspetti che abbiano i suoi personaggi, pacato, con le parole un po’ smozzicate, sembra quasi di ascoltare una cantilena. Quando l’ho visto aggirarsi, con l’aria un po’ sperduta, tra le sedie vuote, a tarda sera, della Biblioteca San Giorgio, ho pensato a Tiny, alla faccia che avrebbe potuto avere in certe sere, quelle in cui se ne erano andati tutti.

I colori erano vividi e veri, ma in qualche modo loro due sentivano che stavano osservando il panorama senza più riuscire a farne parte.

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La fine dei vandalismi: la storia minima di Tom Drury https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-fine-dei-vandalismi-la-storia-minima-tom-drury/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-fine-dei-vandalismi-la-storia-minima-tom-drury/#respond Wed, 12 Apr 2017 12:30:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34148 Questo pezzo è uscito su Robinson, l'inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Negli Stati Uniti la parola «contea» descrive tanto un territorio concreto quanto un livello amministrativo intermedio tra lo Stato e i comuni. La contea è però anche un contesto narrativo. Che coincida con un luogo reale o del tutto immaginario, quella nordamericana – dalla Madison County di Robert James Waller (e poi di Clint Eastwood) all’eternamente impronunciabile Yoknapatawpha di William Faulkner (e volendo potremmo annettere anche la Winesburg di Sherwood Anderson e la Spoon River di Edgar Lee Masters) – è uno spaziotempo concluso e insieme poroso, una regione drammaturgica che assorbe materiali da ciò che la circonda rielaborandoli in chiave letteraria.

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Negli Stati Uniti la parola «contea» descrive tanto un territorio concreto quanto un livello amministrativo intermedio tra lo Stato e i comuni. La contea è però anche un contesto narrativo. Che coincida con un luogo reale o del tutto immaginario, quella nordamericana – dalla Madison County di Robert James Waller (e poi di Clint Eastwood) all’eternamente impronunciabile Yoknapatawpha di William Faulkner (e volendo potremmo annettere anche la Winesburg di Sherwood Anderson e la Spoon River di Edgar Lee Masters) – è uno spaziotempo concluso e insieme poroso, una regione drammaturgica che assorbe materiali da ciò che la circonda rielaborandoli in chiave letteraria.

Nell’inaugurare la Trilogia di Grouse County, La fine dei vandalismi di Tom Drury (NN Editore, traduzione di Gianni Pannofino, edizione americana del 1994) si rivela prima di tutto un libro bellissimo, che ancora una volta fa della contea un’enclave realmente immaginaria (e viceversa) in cui si sviluppa l’epica solo all’apparenza secondaria di decine di personaggi coinvolti in fatti quasi sempre minimi eppure imprescindibili.

Siamo all’inizio degli anni ’90 e nel presepe di Grafton i giorni trascorrono quieti, tra una presentazione di diapositive sulla storia della museruola, le torri dell’acqua che spiccano verticali interrompendo il paesaggio lentamente uniforme, bambini travestiti da vampiri che per Halloween bussano alla porta in cerca di confetti alla cannella; nella cittadina di Grafton i salvadanai sono a forma di chiesa, i pompieri si esercitano bruciando e spegnendo le case dismesse, e può sempre capitare di imbattersi in una predicatrice pronta a redimerti (magnifica versione femminile dell’Hazel Motes comicamente fanatico di La saggezza nel sangue di Flannery O’Connor).

A Grafton le stagioni si succedono mitemente brutali, tra piogge, gelate e incandescenze («L’aria non voleva cambiare, il sole surriscaldava il bacino del fiume Rust e gli eventi assumevano un carattere aleatorio, separati tra loro da cerchi concentrici di calura»), e a volte, entrando nel soggiorno della propria casa, ci si trova davanti a un cervo intento a mangiare i tralci di una pianta.

Proprio perché nella Grouse County il tempo è una massa opaca, tra normalità e anomalie non ci sono grandi differenze: da uno scatolone di birra abbandonato nel parcheggio di un supermercato può venire fuori un neonato, e nel bel mezzo del ballo organizzato in una palestra per sensibilizzare contro gli atti di vandalismo, qualcuno fa irruzione vandalizzando la festa medesima (cosicché il titolo del romanzo celebra ironicamente uno tra i paradossi tipici della vita nella contea).

A Grafton, da qualche parte nell’Iowa (lo stato dove Drury, oggi residente a Berlino, è nato nel 1956), vivono Dan, lo sceriffo, e Louise, assistente fotografa; ed è in quello spazio-pastello che prende forma, sottilissimo e allo stesso tempo silenziosamente robusto, il loro legame, nella condivisione del quotidiano più minuto, quel brusio di situazioni durante il quale si produce il bene, o nei momenti in cui il male si manifesta in tutta la sua traumaticità, pur restando sempre elementare e naturale, qualcosa che accade perché non può non accadere (generando però consapevolezze improvvise: «Non dissero nulla; si tennero soltanto per mano tra i due sedili anteriori della Vega.

I colori erano vividi e veri, ma in qualche modo sentivano che stavano osservando il panorama senza più riuscire a farne parte»). A gravitare intorno a questo legame ci sono anche Tiny, l’ex marito di Louise, un po’ ladro un po’ traffichino, osservato da Drury con una compassione lontana da ogni patetismo, e Mary, la madre di Louise, misurata e imprevedibile, che con la figlia divide pezzetti di esistenza normale: «Louise andò a caccia di ragnatele con una scopa coperta da uno straccio. Mary cucì l’orlo del vestito di Louise. Louise ornò di nastri bianchi i lampadari. Insieme prepararono tramezzini senza crosta».

Tom Drury mette in scena l’incanto di un ordinario inseparabile dalla bizzarria, procedendo sulla falsariga delle tall stories – le storie incredibili – organiche all’immaginario nordamericano. E lo fa attraverso una scrittura che si fonda su una delicatezza sobria e precisa, su una tenerezza sempre asciutta.

Si ha la sensazione che i personaggi di Edward Hopper – quei corpi della provincia americana ritratti in una camera di motel o al bancone di un diner – siano venuti fuori dai dipinti del pittore di Nyack, e senza perdere la loro malinconia abbiano preso ad andarsene in giro per la Grouse County con un’allure più lieve che li rende definitivamente terrestri.

Infine,la sintesi migliore di che cos’è una contea – spazio fisico, forma di vita, stato d’animo – è la mobile home. Presente fin dalla copertina di La fine dei vandalismi, la casa mobile è l’emblema di quell’impulso simultaneo al nomadismo e alla stanzialità che negli Stati Uniti non ha nulla di contraddittorio.

Incerti e vulnerabili, i personaggi di Drury percorrono i pavimenti della mobile home – sotto i quali, essendo sospesi da terra, si avverte il vuoto – fiduciosi che, per quanto ogni vita umana sia perfettamente radicata nello sradicamento, toccherà loro il privilegio e l’avventura di muovere ancora un passo.

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Esercizi d’immaginazione con Giulio Milani https://minimaetmoralia.it/editoria/esercizi-dimmaginazione-con-giulio-milani/ https://minimaetmoralia.it/editoria/esercizi-dimmaginazione-con-giulio-milani/#comments Thu, 26 Jul 2012 09:27:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8819 Pubblichiamo un'intervista di Pierfrancesco Matarazzo a Giulio Milani, editore di Transeuropa.

di Pierfrancesco Matarazzo

Quando si parla di librerie online, il pensiero corre a nomi come ISB o Amazon. Certo, sono fra i più noti e utilizzati, ma nell’intricata foresta dell’e-commerce librario italiano, è spuntato da un paio d’anni qualcosa di “strano”, che potrebbe essere, addirittura, qualcosa di nuovo e perché no, di utile, per i lettori stavolta.

Parliamo di ISBF (Internet Slow Book Farm), una libreria specializzata nell’editoria della ricerca e di proposta nata nell’orbita dei tanti progetti Transeuropa, che ha un occhio di riguardo per la piccola e media editoria di qualità. Qualità, parola abusata eppure spesso dimenticata all’atto pratico dagli editori, quando decidono, tutti insieme, di pubblicare circa 60.000 libri all’anno, intasando la memoria, sempre più sotto pressione, dei lettori italiani con uno tsunami di autori che cercano l’occasione e sorprendentemente ancora la visibilità in un mondo fatto sempre più di piccoli numeri.

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Pubblichiamo un’intervista di Pierfrancesco Matarazzo a Giulio Milani, editore di Transeuropa.

di Pierfrancesco Matarazzo

Quando si parla di librerie online, il pensiero corre a nomi come ISB o Amazon. Certo, sono fra i più noti e utilizzati, ma nell’intricata foresta dell’e-commerce librario italiano, è spuntato da un paio d’anni qualcosa di “strano”, che potrebbe essere, addirittura, qualcosa di nuovo e perché no, di utile, per i lettori stavolta.

Parliamo di ISBF (Internet Slow Book Farm), una libreria specializzata nell’editoria della ricerca e di proposta nata nell’orbita dei tanti progetti Transeuropa, che ha un occhio di riguardo per la piccola e media editoria di qualità. Qualità, parola abusata eppure spesso dimenticata all’atto pratico dagli editori, quando decidono, tutti insieme, di pubblicare circa 60.000 libri all’anno, intasando la memoria, sempre più sotto pressione, dei lettori italiani con uno tsunami di autori che cercano l’occasione e sorprendentemente ancora la visibilità in un mondo fatto sempre più di piccoli numeri.

Pochi, sempre meno, i lettori forti (ossia chi legge almeno un libro al mese), e in diminuzione i lettori occasionali, nonostante una corsa continua al best seller di genere da parte dei grandi marchi, capace “magicamente” di generare nuovi lettori. Un settore in crisi, quello dell’editoria, con dati sconfortanti sulle vendite nel primo trimestre del 2012. Non c’è mercato, i clienti si stanno autodistruggendo (delusi da prodotti così generalisti e trasversali da diventare invisibili), con il governo e la politica girati a fissare ben altri e altrettanto sconfortanti panorami. E allora perché tutti questi scrittori? Perché tanto desiderio di esprimersi con la parola scritta, se non si è disposti ad ascoltare l’espressione altrui neanche in forme più immediate e corali, come la parola? E perché l’esigenza di creare nuove vetrine di questo bisogno?

Giriamo subito queste prime domande a Giulio Milani, direttore responsabile di Transeuropa edizioni, nonché direttore e creatore del progetto ISBF.

Tutta questa offerta non rischia di confondere a tal punto il lettore da distruggere la bibliodiversità di cui gli editori si ergono a difensori?

Dice bene quanto pone in premessa: l’iperproduzione è uno dei problemi con cui l’editoria deve fare i conti. La causa di questa iperproduzione non sta tanto (o non sta solo) nella presenza di moltissimi scriventi – d’altra parte questa è l’epoca della comunicazione di massa – quanto nella struttura dei modi della distribuzione su cui si plasmano anche i modi della produzione: la grande distribuzione organizzata (GDO) prevede di raggiungere il maggior numero di punti vendita per vendere il maggior numero di esemplari dello stesso prodotto al minor prezzo. Questo impianto “ecumenico”, ovviamente, si paga in termini di qualità: il prodotto dovrà omologarsi secondo lo standard del più vendibile, che corrisponde alla sequela del più venduto. La GDO da questo punto di vista chiede all’editore di produrre il libro che vende, che ha funzionato, determinando un’omologazione epigonale della produzione.

Se poi si pensa che nel nostro paese i maggiori gruppi distributivi e i maggiori gruppi editoriali spesse volte coincidono, costituendo un oligopolio di concentrazioni verticali e orizzontali che rappresenta il 91% dell’offerta libraria, si comprende come mai lo spazio per la produzione indipendente, per la produzione non omologata, per la produzione di ricerca, così come quello delle librerie indipendenti, sia ormai ridotto a numeri da riserva indiana.

Se la situazione non dovesse modificarsi, è facile prevedere la pressoché totale scomparsa della piccola e media editoria di qualità, così come delle librerie indipendenti, dentro un processo (conflittuale) di unificazione dei grossi gruppi editoriali e distributivi allo scopo di difendersi dai giganti dell’editoria – cartacea e oggi anche digitale – emergenti a livello internazionale (Amazon e Google in testa).

Lei ha più volte insistito sul tema della qualità, percorrendo strade inconsuete nell’attuale panorama editoriale, come quella della decrescita. “Meno titoli ma di maggiore qualità”. Può essere una soluzione economicamente sostenibile? In molti ritengono che il rischio sarebbe elevatissimo per l’editore, soprattutto per quelli di dimensioni ridotte, strozzati dalle logiche della distribuzione. È davvero così? Perché allora anche i grandi editori sembrano puntare sulla quantità?

Gli editori di dimensioni ridotte dovrebbero proprio ragionare, magari insieme alle librerie indipendenti e in modo coordinato, sulla possibilità di uscire dal circuito della GDO libraria. Ne guadagnerebbero tutti in termini di qualità della produzione, di diminuzione dell’esposizione debitoria e del rischio d’impresa, in termini di libertà di ricerca e forse perfino in termini di visibilità. Che senso ha, infatti, insistere nel voler occupare spazi sempre più ridotti, spazi sempre più presidiati dagli oligopoli, spazi che portano il piccolo editore al di là dei propri limiti e dunque della propria autenticità?

Sopra ho spiegato quali sono i motivi che portano i grandi gruppi editoriali e distributivi del nostro paese (che poi sono quattro: Mondadori, RCS, Gruppo Gems e Feltrinelli) a puntare sulla quantità: è una questione di struttura, difficile da riformare. Si possono pensare a dei correttivi, come ha provato a fare la legge Levi sulla limitazione degli sconti, ma se la struttura è quella che ho indicato ritengo difficile che possa prodursi un cambiamento effettivo. Penso che le maggiori novità si produrranno in conseguenza del cambiamento della struttura distributiva determinata dall’avvento degli ebook, una rivoluzione capace “sulla carta” di mettere in crisi l’intero settore editoriale per come lo conosciamo. Da questo punto di vista perfino i giganti dell’editoria italiana mi appaiono come dei nani da giardino un po’ obsoleti. Mentre si aprono qui nuove possibilità anche per i piccoli editori pionieri del digitale.

 ISBF ha fatto da tramite a un accordo fra alcuni marchi editoriali indipendenti (minimum fax, Keller, Laurana, solo per citarne alcuni) e le librerie Coop, per proporre ai lettori titoli con un “bollino qualità” assegnato da ISBF, basandosi sulle classifiche Dedalus/Pordenonelegge. Ci spiega come funzionerà questa assegnazione e quali i reali vantaggi per il lettore?

Tutto ha avuto inizio con le Classifiche di qualità ideate dai critici Alberto Casadei, Andrea Cortellessa e Guido Mazzoni. Prima 200, poi 400 “grandi lettori” – scelti tra poeti, scrittori, editor, giornaalisti, critici – stabiliscono ogni due tre mesi la classifica delle migliori novità tra poesia, romanzo, saggistica e altre scritture, secondo un criterio di qualità “pattizia”, ovvero determinato sulla base di quanto emerge dalle votazioni del “gruppo di pari”, allo stesso modo in cui in America si attribuiscono gli Oscar del cinema. È una pratica perfettibile, ma mi appare senz’altro migliore di quella dettata dalla vendita del maggior numero di pezzi.

Grazie alle segnalazioni delle Classifiche e in seguito a quelle della rubrica Scaffali nascosti di Andrea Gentile su Nazione indiana, dal 2010 abbiamo raccolto nella vetrina virtuale del farm market di ISBF una selezione di editori via via crescente, aggiungendo come criterio quello di non praticare l’editoria a pagamento (specie nell’ambito della narrativa).

Nel 2011 ho contattato il responsabile delle Librerie Coop Fabrizio Lombardo, l’unico che abbia proposto i libri delle Classifiche nelle librerie di catena del gruppo Coop, ed è nato il progetto dello scaffale della bibliodiversità. Abbiamo selezionato una quindicina di editori, con cui ci siamo coordinati per individuare i primi titoli della proposta.

Si tratta di un circuito promozionale che vedrà la collocazizone di questi titoli alle casse e in vetrina, oltre a un “bollino” di segnalazione all’interno degli scaffali della libreria. Per me è un primo passo verso la creazione di circuito capace di aumentare la visibilità, la longevità e la redditività di libri di cui normalmente ignoriamo perfino l’esistenza.

In una sua recente intervista ha introdotto il concetto di “bioeditoria”, partendo dalla costituzione di un sistema di garanzia partecipativa, costituito da editori, lettori e esperti del settore per la promozione delle buone pratiche editoriali. Si comincia forse ad avvertire l’esigenza di un rinnovamento in editoria come sta avvenendo in politica? Avremo degli esiti migliori?

Siamo in anni difficili, anni di crisi, ma proprio in questi periodi si possono sperimentare e alle volte consolidare strumenti, strutture, pratiche alternative. La tecnologia ci mette alla prova, da una parte ci aiuta e dall’altra ci sottopone nuovi problemi. In questo senso non sono né ottimista né pessimista: penso che il bene e il male cresceranno in modo proporzionato, come sempre.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Può anticiparci qualcosa?

Sto lavorando a un progetto molto ambizioso: aprire una scuola libertaria dove iscrivere le mie bambine.

E ora una domanda da lettore. Si sbilancia e ci dice qual è stato il libro che ha amato di più nel 2011 (non fra quelli pubblicati da Transeuropa) e di quale genere letterario pensa si senta maggiormente la necessita oggi?

Il libro che ho amato di più è Chronic city di Jonathan Lethem, edito dal Saggiatore e tradotto in modo superbo da Gianni Pannofino. Un vero capolavoro nascosto. Appartiene a un genere letterario ibrido, che chiamerei “apocalittico”. A metà tra Philip Dick e Heidegger, tra letteratura americana pop e letteratura europea di stampo esistenzialista. Questo è un genere che mi piacerebbe venisse più frequentato anche dai nostri romanzieri. Che io sappia, in Italia ci ritrovo Laura Pugno e Giorgio Vasta.

Transeuropa è fra le poche case editrici che ha investito sulla poesia. Mi fa piacere ricordare l’ultima raccolta di Franco Arminio o gli inediti di Faulkner che attendo con curiosità. Come si riesce a acquisire lettori in questo settore?

Acquistare lettori in questo settore è molto difficile, forse impossibile. Pare proprio che la poesia da noi abbia un mercato ridottissimo, diciamo pressoché inesistente. Noi cerchiamo di puntare sulla selezione degli autori, svolta egregiamente dal comitato allargato della nostra collana Nuova Poetica, un comitato attraversato da due tendenze opposte, una più classicista e una più sperimentale. E per gli stranieri fa la differenza anche il valore di chi traduce. Comunque è vero che andiamo avanti con le pubblicazioni in spirito di mecenatismo: c’è dietro tanto lavoro benevolo da parte di tutti.

La ringrazio per il tempo dedicato ai nostri lettori e le faccio i nostri in bocca al lupo, di qualità, s’intende.

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