Gianrico Carofiglio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianrico-carofiglio/ un blog di approfondimento culturale Wed, 25 Nov 2015 09:51:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gianrico Carofiglio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gianrico-carofiglio/ 32 32 Tu non conosci il sud: la rassegna https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/ https://minimaetmoralia.it/cinema/tu-non-conosci-il-sud/#comments Tue, 24 Nov 2015 16:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29215 Torna a Matera, il 28 e il 29 novembre 2015, il progetto culturale itinerante Tu non conosci il Sud, prodotto dall’associazione Veluvre – Visioni Culturali. Il tragitto di Tu non conosci il Sud è partito da Bari un anno fa con una serie di incontri e spettacoli (Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Roberto Cotroneo, Gianluca Arcopinto, Erica Mou) e con la mostra del fotografo Ferdinando Scianna “Il Sud e le donne”. Pubblichiamo di seguito il testo introduttivo alla manifestazione scritto da Oscar Iarussi, direttore artistico della rassegna.

Senza esilio non c’è patria. È la lontananza a definire l’appartenenza, come sa il lettore di Foscolo e di Mazzini, ma anche di Brodskij e di Sepúlveda. Il sogno dell’Unione europea sboccia nel confino a Ventotene degli antifascisti Rossi e Spinelli. E l’idea stessa di un possibile riscatto meridionale si focalizza nel domicilio coatto di Levi in Lucania.

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carlo

Torna a Matera, il 28 e il 29 novembre 2015, il progetto culturale itinerante Tu non conosci il Sud, prodotto dall’associazione Veluvre – Visioni Culturali. Il tragitto di Tu non conosci il Sud è partito da Bari un anno fa con una serie di incontri e spettacoli (Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Roberto Cotroneo, Gianluca Arcopinto, Erica Mou) e con la mostra del fotografo Ferdinando Scianna “Il Sud e le donne”. Pubblichiamo di seguito il testo introduttivo alla manifestazione scritto da Oscar Iarussi, direttore artistico della rassegna (fonte immagine). 

Senza esilio non c’è patria. È la lontananza a definire l’appartenenza, come sa il lettore di Foscolo e di Mazzini, ma anche di Brodskij e di Sepúlveda. Il sogno dell’Unione europea sboccia nel confino a Ventotene degli antifascisti Rossi e Spinelli. E l’idea stessa di un possibile riscatto meridionale si focalizza nel domicilio coatto di Levi in Lucania. Oggi l’Europa vive soprattutto lungo le frontiere, là dove i fuggitivi da altri Sud agognano una nuova patria e l’affabulano, rischiando la vita. Ma la “terra promessa” si sottrae ai racconti e si rinserra nei conti delle ”quote immigrati”, sulle quali i governi europei ingaggiano scaramucce come un tempo sulle “quote latte”. Intanto gli esuli, i profughi, i naufraghi, cioè i sopravvissuti dell’esodo, continuano a saltare muri in cerca di rifugio. D’altronde, innalzare quei muri non mette l’Europa al riparo dal terrorismo, mentre ne snatura la qualità morale e forse il futuro.

Una storia di nomadi e clandestini dall’Africa alla Calabria palpita nel film Mediterranea del trentenne Jonas Carpignano, negli ultimi mesi invitato da numerosi festival internazionali e finalista al Premio Lux del Parlamento europeo. A riprese concluse, Carpignano ha deciso di stabilirsi a Gioia Tauro per lavorare ad altri progetti, lasciando New York dove è cresciuto. Una scelta non sbandierata, al pari di molte esperienze in vari campi, ignorate o sottostimate.

“Tu non conosci il Sud”, appunto. L’incipit folgorante di una lirica di Vittorio Bodini offre spunto e nome a questa rassegna che fa tappa a Matera per la seconda volta nel giro di pochi mesi. Perché Matera? Per il valore dei Sassi arcaici e rigenerati che, ricordiamolo, sta alla radice della sfida vinta per il titolo di Capitale europea della cultura 2019. Eppure Matera è irriducibile a qualsiasi omologazione, fosse anche virtuosa, restando fedele – echeggiamo Pasolini – alla diversità che la fece stupenda. Qui le pietre sono parole e dicono di una sobrietà abbastanza estranea all’estetismo di massa, al bric-à-brac postmoderno e allo stupidario mediatico. La relativa marginalità nella Storia politica post-unitaria ha preservato questa terra dagli eccessi di disincanto che paralizzano e impediscono di produrre nuovo senso.

Perciò la forza di Matera sta giusto nella sua debolezza rispetto ai canoni correnti, la sua centralità simbolica si nutre nel perenne esilio da tutti e da tutto, e non di rado da se stessa. Tale prospettiva di presenza/assenza, una paradossale ostinazione zen, la rende interessante per ricominciare dal Sud, senza la zavorra dei fallimenti meridionalistici. Per non parlare della messa al bando del Mezzogiorno dall’agenda della politica, mai così indifferente – a Roma e in molte regioni – ai temi concreti o alle dinamiche che esulano dalla mera perpetuazione del potere.

Manlio Rossi-Doria, maestro di Scotellaro a Portici, distingueva la “polpa” costiera e l’“osso” appenninico nell’economia agricola meridionale del dopoguerra. E se invece coltivassimo l’ipotesi che la polpa è l’osso? Se l’apparente retroguardia fosse l’avanguardia di un’inversione di marcia che non tutti ancora colgono? Sia chiaro, non si tratta di favoleggiare una regressione o la cosiddetta “decrescita felice” né di innalzare lodi alla lentezza meridiana o di contemplare i paesi perduti, le nostalgiche rovine, le alternative possibili nel… passato (“Ah, se soltanto i Borbone avessero sconfitto i Piemontesi!”). Piuttosto, strada facendo, vorremmo provare a riconoscere e a conoscere le esperienze, le qualità e le novità del Sud di oggi. Perciò abbiamo scelto “Qui e ora” come titolo del dialogo inaugurale della rassegna con Salvatore Giannella, giornalista, scrittore ed esploratore di mondi lontani o talora insospettabili dietro l’angolo, e con Giampaolo D’Andrea, storico contemporaneista dell’Università della Basilicata e capo di Gabinetto del Mibact.

A Matera vengo a piedi, parto da Roma due settimane prima”, dice al telefono con naturalezza il regista Guido Morandini. Il suo itinerario, aggiunge, si chiamerà “Io non conosco il Sud”. All’arrivo ne parlerà con Alessandra Bocchino, autrice di un recente viaggio per parole e immagini nella Basilicata dei nostri giorni che, memore di Camus, ha intitolato Ci riguarda, e con Andrea Rolando del Politecnico di Milano, esperto di rappresentazioni urbane e territoriali e di Architettura e Turismo.

A proposito, Casa Netural e l’associazione “Bicilona” propongono alcuni tragitti insoliti, a piedi o in bicicletta, nel quartiere materano di Adriano Olivetti e nei dintorni della città. Matera è “la terra vista dalla luna” nell’installazione sperimentale in 3D di Giacomo Giannella e Giuliana Geronimo (Streamcolors). È promossa dalla Fondazione con il Sud ed è ispirata alla vita di Rocco Petrone, ingegnere della Nasa e direttore del leggendario Programma Apollo, figlio di emigranti lucani negli Usa.

Ma nel cielo sopra Matera e lungo i sentieri del tempo, Carlo Levi è ancora una stella polare? “Eboli, addio!” notifica l’italianista e narratore Giuseppe Lupo nella sua ricognizione della letteratura meridionale. “Cristo si è fermato a Sondrio”, rincara la dose Gaetano Cappelli, i cui libri dai titoli belli e impossibili hanno tolto la coppola ai terroni e mostrato quanta… Potenza vi sia nel mondo d’oggi (e viceversa). “Nessun mondo nuovo senza un nuovo linguaggio”, ammonisce Ingeborg Bachmann, la poetessa austriaca che scandagliò la Lucania e il Mezzogiorno per restituirne la sotterranea utopia. Quella sua citazione appare in epigrafe al nuovo saggio di Gianrico Carofiglio, Con parole precise. Breviario di scrittura civile. Un tema cruciale a ogni latitudine.

Dalle Ande agli Appennini. Non è solo una questione meridionale: si annuncia così la serata a Casa Cava. Non sarà il tipico spettacolo fra lamento e denuncia, anzi, non sarà uno spettacolo, bensì un modo di dare forma teatrale e musicale alle idee in gioco, concepito e allestito da Gianpiero Borgia, Raffaello Fusaro, Elena Cotugno, Antonella Rondinone e altri.

 

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Dati sulla lettura: apocalittici, elitari e male informati https://minimaetmoralia.it/editoria/dati-sulla-lettura/ https://minimaetmoralia.it/editoria/dati-sulla-lettura/#comments Thu, 29 May 2014 07:50:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20831 Cosa ci dicono i dati sulla lettura e sull'acquisto di libri? Pubblichiamo un intervento di Alessandro Gazoia (jumpinshark) che arriva in libreria con Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell'editoria digitale.

Il 23 marzo Giovanni Solimine così sintetizzava nel suo blog i dati sulla lettura e l’acquisto di libri per il periodo 2011-13 rilevati da Nielsen:

troviamo una conferma delle tendenze al ribasso sia per quanto riguarda la percentuale dei lettori (dal 49% al 43% in due anni), sia per quella degli acquirenti di libri (dal 44% al 37% in due anni). La sfasatura tra libri letti e libri acquistati si spiega col fatto che quasi il 40% dei libri letti, forse anche per effetto della crisi economica, viene da circuiti non commerciali (le biblioteche coprono il 18% delle provenienze). Complessivamente si sono “persi” 3 milioni di lettori nell’arco di un biennio. […] Tra i lettori prevalgono le donne e i giovani (si legge più della media tra i 14 e i 19 anni e tra i 25 e i 34), i residenti al nord-est e le persone con un titolo di studio elevato.

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Cosa ci dicono i dati sulla lettura e sull’acquisto di libri? Pubblichiamo un intervento di Alessandro Gazoia (jumpinshark) che arriva in libreria con Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale.

Il 23 marzo Giovanni Solimine così sintetizzava nel suo blog i dati sulla lettura e l’acquisto di libri per il periodo 2011-13 rilevati da Nielsen:

troviamo una conferma delle tendenze al ribasso sia per quanto riguarda la percentuale dei lettori (dal 49% al 43% in due anni), sia per quella degli acquirenti di libri (dal 44% al 37% in due anni). La sfasatura tra libri letti e libri acquistati si spiega col fatto che quasi il 40% dei libri letti, forse anche per effetto della crisi economica, viene da circuiti non commerciali (le biblioteche coprono il 18% delle provenienze). Complessivamente si sono “persi” 3 milioni di lettori nell’arco di un biennio. […] Tra i lettori prevalgono le donne e i giovani (si legge più della media tra i 14 e i 19 anni e tra i 25 e i 34), i residenti al nord-est e le persone con un titolo di studio elevato.

I commenti a questa indagine periodica commissionata dal Cepell (Centro per libro e la lettura) e a quella dell’ISTAT su Produzione e lettura di libri (ultimo rapporto, per gli anni 2012-3, pubblicato il 30 dicembre 2013) solitamente si dispongono lungo due fronti, che chiamerò, con consapevole approssimazione, “pessimista” e “relativista”. Il primo considera fortemente negativi i risultati e ritiene che la presente condizione costituisca un grave danno per i singoli e la società (vedi ad es. Lipperini, e m’includo, buon ultimo, nel gruppo). Il secondo, meno compatto, oppone a questa interpretazione diversi tipi di obiezioni (che, nelle parentesi seguenti, riprodurrò in una forma un poco estrema):

  • nega che i numeri siano così sfavorevoli, in assoluto e soprattutto in prospettiva storica (“un tempo si leggeva molto meno e c’erano molti più analfabeti”).
  • lamenta la limitata concezione della lettura, intesa quasi sempre come lettura di libri (“chi apre repubblica.it o gazzetta.it è chiaramente un lettore”), e contesta la categoria\autorappresentazione di non-lettore (“chi segue la preparazione di un piatto su GialloZafferano o su un ricettario è un lettore, anche se non si definirebbe tale”).
  • mette in dubbio il “ruolo centrale” della lettura di libri rispetto ad altri veicoli di informazione, arte e cultura (“un post su lavoce.info insegna molto di più di un romanzo di Fabio Volo”, scrittore che qui, in onore alla convenzione, ancora una volta interpreterà generosamente il ruolo di idolo polemico).
  • si spinge sino a ritenere inadatta alla nostra era la lettura di libri e quindi trova giustificato, se non direttamente provvidenziale, il calo (“un libro impiega 300 pagine per esporti un’idea; spiace ma non si ha più il tempo e l’attenzione; meno male che sul web trovi quella stessa idea in 3000 battute”).

Per ragioni di spazio (in un post ben oltre le 3000 battute e con – spero – qualche idea) preferisco semplicemente presentare questi rilievi, che mi paiono accomunati dal contenere un nucleo di verità e derivare da esso risultati anche molto scorretti, e concentrarmi su alcuni pericoli e paralogismi ritrovabili in argomenti dei pessimisti difensori del libro (infine, per implicito raffronto, vorrei pure mostrare diversi limiti dei relativisti).

Cominciamo con la categoria di lettore forte. In Italia usualmente si definisce tale chi legge in media un libro al mese, quindi 12 all’anno: sono meno di 4 milioni, anzi secondo la recente indagine Nielsen sono giusto 2,8 milioni i maggiori di 14 anni che leggono almeno 12 libri, mentre nell’ultima ISTAT le persone di 15 anni e più che hanno letto almeno 12 libri nel tempo libero superano di poco 3,1 milioni (come si vede, tra le varie rilevazioni disponibili non vi è una perfetta sovrapponibilità). Molti commentatori non solo si rammaricano per il loro basso numero ma contestano pure la qualifica, cioè ritengono che vero lettore forte è chi legge almeno 2 libri al mese, 1 a settimana, 2 a settimana, ovvero 20, 30, 50, 100 all’anno. A questa revisione concettuale corrispondono spesso proposte sulla promozione della lettura e l’acquisto dei libri orientate in special modo ai superlettori.

Molto probabilmente tu, caro Lettore di un post sulla lettura in un blog letterario, rientri nella categoria: qui non voglio spingerti a comprare e leggere un volume in più, anche se mi piacerebbe che tu potessi avere risorse per un libro e pure per un disco, un cinema e una pizza, ogni week-end (come, narrano i favolosi Antichi, accadeva nel pur distopico 1984). Il carattere anticiclico del libro, cioè l’andare in controtendenza rispetto alle crisi economiche e “tenere la quota di mercato”, è stato assunto nel recente passato come un dato immodificabile, di natura, proprio perché i lettori forti, sia per il reddito non bassissimo di molti fra loro sia perché disposti a sacrificare altri beni all’acquisto dei libri, continuavano a comprare oggetti che a fronte di un investimento contenuto (10-20€) offrono loro un grande piacere. Ma le condizioni economiche si sono per troppi fatte così dure da impedire anche l’amato giro in libreria e il settore editoriale che, nella lunga crisi e per ragioni facili a comprendere, tanto ha puntato sulla tenuta dei clienti più pregiati e fedeli, i lettori forti, ha subito un ulteriore grave colpo. A questo proposito, una mia curiosità è vedere se gli “80 euro di Renzi” porteranno presto maggiori vendite, ovvero se tra i primi consumi che (nell’ipotesi più rosea) “ripartono” un poco vi saranno gli anticiclici libri.

Ricordiamo ora che sono circa 10 milioni gli italiani che leggono fra 3 e 12 libri all’anno – chiamiamoli generosamente tutti “lettori medi” – e poniamo l’obiettivo lodevolissimo di circa 60 milioni di libri letti in più: li potremmo dividere come 10 libri in più per i 4 milioni di italiani lettori forti e 2 in più per i medi oppure come 4,5 libri in più per 14 milioni. A queste situazioni alternative io preferisco quella che porta gli attuali 10 milioni di lettori medi a leggere 15 libri all’anno o i famigerati 12 o i minuscoli 8, che segnalano comunque un rapporto non instabile col libro. Il già citato Solimine, autore dei preziosi L’Italia che legge e Senza sapere, presidente dell’associazione Forum del Libro [1], ha più volte insistito su questo punto: considerate le risorse finite (anzi ben scarse), si operi prima di tutto per allargare la base di lettori forti, nell’accezione comune, si lavori cioè per aumentare la lettura tra chi ha con il libro un rapporto non saldissimo ma neppure tanto episodico da risultare troppo difficilmente “trasformabile” in lettore abituale. E se mi posso permettere una piccola nota retorica: un’Italia con 15 milioni di persone che leggono almeno 10 libri all’anno sarebbe un Paese diverso, e migliore (cambierebbe meno un’Italia dove i 3-4 milioni di lettori forti leggono in media 10 libri in più).

Il lettore forte non viene contestato dai pessimisti solo nella quantità ma anche nella qualità dei libri: “non devono essere inclusi i manuali di cucina e di trekking, i romanzi rosa ed erotici, le biografie di calciatori e cantanti, contano solo i libri veri”. Qui immancabilmente il passo cede e il terreno frana, sino a non ritenere “lettore vero” chi ama Fabio Volo, anzi Gianrico Carofiglio, anzi Andrea Camilleri, anzi Alessandro Piperno e Walter Siti, e pure l’ultimo Arbasino, signora mia… Questa strada ripropone il peggior elitarismo – quasi sempre straccione e censorio – in coppia col feticismo dell’oggetto libro. I valori letterari non sono tutti uguali e, personalmente, vorrei che un numero molto maggiore di fan di Volo apprezzasse Piperno e Coetzee, così come ritengo dannosa un’editoria dominata solo dal “buon senso” commerciale di breve periodo, ma dare, sulla base del proprio gusto autopromosso a criterio oggettivo, patenti di lettore vero solo ad alcuni lettori forti è il modo peggiore per riflettere e agire su questi temi.

Soprattutto si cade nell’errore di considerare lettori entusiasti e voraci, come sono molto quelli di genere, dei sempliciotti ai quali può essere propinata qualsiasi cosa. In queste comunità vi sono, invece, preferenze diverse, all’interno dell’ampio macrogenere di partenza, chiare opinioni sui valori e molto amore per la scrittura e le storie. Considerare e trattare da “sublettore” un amante del fantasy, che saprebbe parlare per ore delle differenze tra un Gene Wolfe e una Licia Troisi o tra un Neil Gaiman e un Robert Jordan, è stupidamente offensivo e garantisce quasi sicuramente il suo non avvicinamento a Dostoevskij e Bellow. Un simile atteggiamento irrispettoso è, ancora una volta, riscontrabile pure in molti professionisti dell’editoria che lucrano sulla letteratura di genere senza mostrare una grande considerazione per i clienti – potrei segnalare lo spacchettamento dei singoli libri della saga di G.R.R. Martin in più volumi o le numerosissime serie di romanzi interrotte in traduzione

Tra i lettori di genere vi sono molti giovani e forse il dato più allarmante delle ultime rilevazioni è la perdita del piacere della lettura durante l’adolescenza e nella prima età adulta. Oggi s’imputa questo calo ai social network e agli smartphone e sicuramente il loro impatto non va sottovalutato ma si devono ricordare, pur senza enfatizzarne la portata, almeno due circostanze: possiamo anche leggere ebook su uno smartphone (piuttosto comodamente, grazie a miglioramenti della qualità degli schermi e a formati pensati proprio per adattarsi alle dimensioni del supporto di lettura) e possiamo usare i social network anche per parlare di libri (i generalisti Facebook e Twitter come gli specializzati Anobii e Goodreads). Anzi Wattpad, un social network orientato tutto sui giovani, la lettura mobile e la condivisione di storie, tra i risultati del suo fortunato 2013 segnala che il 53% degli scrittori della piattaforma ha scritto una storia col proprio smartphone. Internet e gli smartphone sono anche nuovi mediatori della lettura e della scrittura.

Un’ultima nota contro l’atteggiamento di lungo periodo dei pessimisti che vede l’assassino della lettura  nel nuovo “mezzo” favorito dai giovani – ruolo ricoperto negli anni, e anche contro inconfutabili evidenze, dalla tv, dai cartoni animati giapponesi, dai videogiochi, infine da internet. Tutti questi ambienti e contenuti sono, in una certa misura e da un certo punto di vista, in competizione per la nostra attenzione, il nostro tempo e il nostro portafoglio, soprattutto oggi nella loro condizione digitale, nella loro fruibilità immediata su un pc, e, in mobilità e sempre con noi, su tablet e smartphone. Ma si rafforzano pure gli uni con gli altri e per moltissime persone questo effetto moltiplicatore prevale. Continuando con l’esempio fantasy: la serie tv Game of Thrones ha creato non pochi lettori e probabilmente ne ha “recuperati” un numero discreto, specie tra adolescenti e post-adolescenti. Questi lettori, su carta o ebook, di G.R.R. Martin, J.K. Rowling, Tolkien e Veronica Roth mostrano anche come i “nativi digitali” (categoria tutta da demistificare, vd. almeno danah boyd) non sono deprogrammati per la lettura di testi lunghi.

Le future politiche di promozione della lettura dovrebbero, a mio giudizio, affrontare la sfida dei nuovi ambienti senza cedere a due eccessi infine imparentati: a) la lode di ogni cosa nuova, ad es. il vedere sempre un abilissimo multitasking dove altri denunciano la distrazione digitale (la lettura continuamente interrotta o proprio sostituita da notifiche Facebook, canzoni su SoundCloud, tweet, mail, chiamate Skype, giochi); b) la rassegnazione alla battaglia di retroguardia se non alla sconfitta, la conversione al determinismo tecnologico e all’ideologia sbarazzina dell’era post-libro. Molti ventenni sono nella condizione di non-lettori di libri o sono ritornati in essa non perché il loro cervello è stato reso troppo stupido/intelligente dalla rete e dagli smartphone, ma perché il libro, di carta o digitale, non è stato comunicato e trasmesso in forme adatte alle loro condizioni di vita e maturazione. Infine, mutatis mutandis, lo stesso si può dire, con rammarico e con speranza di cambiamento, per le altre fasce d’età e per le divisioni geografiche, sociali ed economiche così forti nella diffusione della lettura in Italia.

[1] Il Forum del libro ha prodotto anche l’utilissimo Rapporto sulla promozione della lettura in Italia con analisi, proposte e un censimento delle buone pratiche presenti sul territorio.

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La luce di Kubrick nel buio del futuro https://minimaetmoralia.it/cinema/la-luce-di-kubrick-nel-buio-del-futuro/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-luce-di-kubrick-nel-buio-del-futuro/#respond Thu, 06 Mar 2014 13:46:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19152 Si intitola «Un altro ’68. 2001: Odissea nello spazio», l’iniziativa di cittadinanza culturale che si tiene questa sera 6 marzo a Bari (multisala Showille, ore 20). Una serata Kubrick, a 15 anni esatti dalla morte del regista, che sarà aperta dalla performance musicale «Full Music Jacket ’68» del sassofonista Roberto Ottaviano, una breve composizione di brani celebri e composizioni originali. Seguirà un dialogo su Kubrick e le culture del ’68tra lo scrittore Gianrico Carofiglio e il critico cinematografico Oscar Iarussi. Quindi la proiezione del capolavoro del regista americano Stanley Kubrick, «2001: Odissea nello spazio» (Gran Bretagna/USA, 1968, 140 minuti). L’iniziativa è curata da Michele Bisceglie, Oscar Iarussi, Alessandro Laterza, in collaborazione con Veluvre - Visioni Culturali e Libreria Laterza.

Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (Fonte immagine)

«È un contenuto che non ho mai pensato di formulare in parole». Suonava beffarda la risposta riservata da Stanley Kubrick (SK) a chi gli chiedeva di spiegare una scena o un film come 2001: Odissea nello spazio. Argomentò in un’intervista del 1968 a Eric Nordem di «Playboy»: «Che giudizio daremmo oggi della Gioconda se Leonardo avesse scritto in calce alla tela “Questa signora sorride perché ha mal di denti”, oppure “perché sta nascondendo un segreto al suo amante”?». L’interlocutore veniva così riportato all’essenza del cinema irriducibile al logos, ovvero alla sua trama di sogni e incubi (Shining, 1980). Secondo il critico francese Michel Ciment - fra i massimi esperti dell’Autore del quale curò la retrospettiva veneziana nel 1997 - Kubrick, Boorman e Malick sono i rari registi contemporanei «che hanno voluto, senza rinunziare agli arricchimenti del parlato, ricongiungersi alle origini della loro arte» (Les conquérants d’un nouveau monde, Gallimard 1981).

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Si intitola «Un altro ’68. 2001: Odissea nello spazio», l’iniziativa di cittadinanza culturale che si tiene questa sera 6 marzo a Bari (multisala Showille, ore 20). Una serata Kubrick, a 15 anni esatti dalla morte del regista, che sarà aperta dalla performance musicale «Full Music Jacket ’68» del sassofonista Roberto Ottaviano, una breve composizione di brani celebri e composizioni originali. Seguirà un dialogo su Kubrick e le culture del ’68tra lo scrittore Gianrico Carofiglio e il critico cinematografico Oscar Iarussi. Quindi la proiezione del capolavoro del regista americano Stanley Kubrick, «2001: Odissea nello spazio» (Gran Bretagna/USA, 1968, 140 minuti). L’iniziativa è curata da Michele Bisceglie, Oscar Iarussi, Alessandro Laterza, in collaborazione con Veluvre – Visioni Culturali e Libreria Laterza.

Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (Fonte immagine)

«È un contenuto che non ho mai pensato di formulare in parole». Suonava beffarda la risposta riservata da Stanley Kubrick (SK) a chi gli chiedeva di spiegare una scena o un film come 2001: Odissea nello spazio. Argomentò in un’intervista del 1968 a Eric Nordem di «Playboy»: «Che giudizio daremmo oggi della Gioconda se Leonardo avesse scritto in calce alla tela “Questa signora sorride perché ha mal di denti”, oppure “perché sta nascondendo un segreto al suo amante”?». L’interlocutore veniva così riportato all’essenza del cinema irriducibile al logos, ovvero alla sua trama di sogni e incubi (Shining, 1980). Secondo il critico francese Michel Ciment – fra i massimi esperti dell’Autore del quale curò la retrospettiva veneziana nel 1997 – Kubrick, Boorman e Malick sono i rari registi contemporanei «che hanno voluto, senza rinunziare agli arricchimenti del parlato, ricongiungersi alle origini della loro arte» (Les conquérants d’un nouveau monde, Gallimard 1981).

Il cinema materico e onirico di Kubrick non esclude l’indagine meticolosa delle strutture, delle forme e delle potenzialità espressive della settima arte. Anzi. Il focus della sua ossessione è l’epistemologia della visione con i relativi limiti. Chiamiamolo «il paradigma di Tiresia»: vedere lontano significa tenere chiusi gli occhi spalancati, aderendo al gioco di significati del film postumo Eyes Wide Shut (1999). Non a caso l’indovino cieco della mitologia greca ricorre nei quadri di un altro genio novecentesco, Mark Rothko, l’artista dei celebri Black-Form Paintings.

2001: Odissea nello spazio (1968) si apre con alcuni minuti di schermo nero. Persino più sconcertante nell’«ordine del discorso», per abusare del titolo di Foucault, è l’intervallo buio nel bel mezzo del film, che nella versione originale durava quasi otto minuti, poi ridotti a tre. Incipit e «pausa» sono entrambi scanditi dalle Atmosphères del compositore ungherese GyörgySándorLigeti, mai interpellato in merito, che per questo fece causa a Kubrick e la vinse. D’altronde il viaggio omerico nello spazio di 2001 – che secondo taluni trova il suo Polifemo nel computer HAL 9000 – riserva soltanto una quarantina di minuti di dialoghi su due ore e venti. Un film «al di là delle parole», alla stregua di «un festival della immaginazione» (Jacques Goimard).

Il Gran Visionario intravedeva cose di là da venire, relazioni, mondi che si sarebbero concretati in seguito. Per dirne una, in 2001 c’è… Skype. E pensate all’icona occhiuta del Grande Fratello mutuata da quel capolavoro. Kubrick morì d’infarto il 7 marzo 1999, a settantuno anni, nell’Inghilterra dove si era trasferito quarant’anni prima in polemica col sistema hollywoodiano, avendo a lungo litigato con Kirk Douglas durante le riprese di Spartacus (1960).

Figlio di un medico ebreo del Bronx, SK aveva in sospetto gli intellettuali snob di New York, era un agnostico, e, sebbene gli attribuissero l’etichetta di «nietzschiano», il suo resta un nichilismo incantato, quasi speranzoso di essere contraddetto. Confidava: «L’aspetto più spaventoso dell’universo non è il fatto che esso sia ostile ma che esso sia indifferente; ma se riusciamo a fare i conti con questa sua indifferenza e se accettiamo le sfide della vita nei limiti imposti dalla morte, la nostra esistenza può avere un senso. Per quanto vaste siano le tenebre, sta a noi procurarci la luce». Pare di leggere il Freud che durante la prima guerra mondiale riflette sulla «bellezza e finitezza di essere al mondo».

SK esordisce da fotografo sulla rivista «Look» nel 1945, coltivando il mito del fotoreporter noir Weegee, che sarebbe stato invitato a scattare le immagini di scena del Dottor Stranamore (1963). Il giovane Stanley è partecipe nel Greenwich Village della nascente Beat Generation. È lì che si formano la matrice dell’«artista-mondo» e l’afflato enciclopedico per varietà e sintesi degli interessi: pittura, letteratura, architettura, scienza, musica, teatro intessono un corpus cinematografico (tredici lungometraggi) paragonabile per intensità solo a quelli di Fellini e Bergman, i registi prediletti da Kubrick.

Egli è l’ultimo degli allucinati e tersi interpreti del futuro, ben oltre la dimensione fantascientifica. Archiviato il Novecento «secolo americano», si stenta tutt’oggi a ipotizzare quel che può attenderci oltre il passaggio epocale dell’11 settembre 2001 e l’abbattimento delle Twin Towers, totem monolitici del commercio mondiale. Già, non è forse un monolito a scatenare la violenza delle scimmie antropoidi nel prologo di 2001? Per Kubrick, tanto lucido quanto apocalittico, la violenza nasce e si sviluppa con la civiltà e va a regime come «un’arancia ad orologeria» (Arancia meccanica, dall’omonimo apologo di Burgess, 1971). Ma può assume i toni suadenti della voce di HAL 9000, il computer di bordo assassino e fragile nel viaggio dell’astronave verso Giove. Nel vuoto primitivo o in quello cosmico, il presagio luttuoso sta nella compattezza: il monolito è il contrario della dialettica, della complessità e della modernità. E non sempre si fa mente locale sul fatto che 2001: Odissea nello spazio, con un’eco luddista contro le macchine che asserviscono l’uomo, uscì nel 1968, l’anno cuspidale della rivolta giovanile in Occidente.

Le immagini testamentarie di Eyes Wide Shut restituiscono i volti mascherati nelle orge dei potenti/impotenti. Una volta di più per Kubrick il Re Occhio è nudo, perché il delirio di onnipotenza del «vedere tutto» coincide paradossalmente con un principio di cecità. Eyes Wide Shut, l’abbiamo detto, sta per occhi al tempo stesso «spalancati» e «chiusi», come le fessure delle maschere veneziane o le palpebre dei defunti che restano aperte finché una mano pietosa non le abbassa. Il film è un apologo erotico – e politico – ispirato al romanzo breve Doppio sogno di Arthur Schnitzler (1926) sulla dissoluzione/ricomposizione del legame fra i giovani e ricchi coniugi interpretati da Tom Cruise e Nicole Kidman in un cupo universo di sesso imprigionato e di irrimediabile violenza di classe, lungo la frontiera pericolosa che separa – ma invero congiunge – realtà e sogno, un po’ come in Giulietta degli spiriti di Fellini.

Summa tematica dell’autore, Eyes Wide Shut è una «odissea nella coppia» cui non sono estranee le fantasie libertine di Lolita (1962) che Stanley giudicò sempre troppo casto rispetto al romanzo di Nabokov, le fosche suggestioni di Arancia meccanica, la metafora economica di Barry Lyndon (1965) spesso equivocato per la sua algida perfezione formale settecentesca.

L’anelito più profondo di SK – testimonia lo scrittore e sceneggiatore Michael Herr – era rivolto a inserire in qualsiasi storia «la presenza pulsante dell’Ombra» cara alla psicoanalisi di Jung, «perché il recinto della tenebra è la sede della creatività» (Con Kubrick. Storia di un’amicizia e di un capolavoro, a cura di Simone Barillari, minimum fax 2009). Così, di film in film, Kubrick ribadisce il suo «illuminismo» radicalizzato nel corpo a corpo con il mistero, nella sfida cui l’irrazionale non smette di sottoporci. Opere splendidamente spettacolari e al tempo steso favole filosofiche, saggi storici irrituali e non meno perturbanti: da Orizzonti di gloria  a Spartacus, dal Dottor Stranamore a Full Metal Jacket, la «sua» guerra del Vietnam. Tra gli altri, avrebbe voluto fare un film su Napoleone e uno sulla Shoah, abbandonando il primo progetto per motivi produttivi e l’altro quando seppe che Spielberg si accingeva a girare Schindler’s List.

«In casa nostra non si cercavano gli aghi, si cercavano i pagliai» – ricorda Christiane Kubrick, la terza moglie conosciuta a Monaco nel 1957 sul set di Orizzonti di gloria nel cui struggente epilogo è la prigioniera tedesca che canta davanti ai soldati. «I pagliai», come dire il futuro col suo corredo di Paura e desiderio, per citare il titolo del primo film (1953). La fine è l’inizio.

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Solidarietà a Vincenzo Ostuni per la causa civile intentata da Gianrico Carofiglio https://minimaetmoralia.it/interventi/solidarieta-a-vincenzo-ostuni-per-la-causa-civile-intentata-da-gianrico-carofiglio/ https://minimaetmoralia.it/interventi/solidarieta-a-vincenzo-ostuni-per-la-causa-civile-intentata-da-gianrico-carofiglio/#comments Tue, 25 Sep 2012 23:39:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9606 Nei giorni scorsi Gianrico Carofiglio ha citato in giudizio Vincenzo Ostuni, poeta ed editor della casa editrice Ponte alle Grazie, per aver affermato sulla propria pagina facebook all’indomani del Premio Strega dello scorso luglio che il suo ultimo romanzo, Il silenzio dell’onda, sarebbe «un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes».Le storie letterarie sono piene di stroncature assai più feroci, eppure questa è in assoluto la prima volta che uno scrittore italiano ricorre alla magistratura contro un collega per far sanzionare dalla legge un giudizio critico sfavorevole. Non è necessario condividere il parere di Ostuni per rendersi conto che la decisione di Carofiglio costituisce in questo senso un precedente potenzialmente pericoloso. Se dovesse passare il principio in base al quale si può essere condannati per un’opinione – per quanto severa – sulla produzione intellettuale di un romanziere, di un artista o di un regista, non soltanto verrebbe meno la libertà di espressione garantita dalla Costituzione, ma si ucciderebbe all’istante la possibilità stessa di un dibattito culturale degno di questo nome.

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Nei giorni scorsi Gianrico Carofiglio ha citato in giudizio Vincenzo Ostuni, poeta ed editor della casa editrice Ponte alle Grazie, per aver affermato sulla propria pagina facebook all’indomani del Premio Strega dello scorso luglio che il suo ultimo romanzo, Il silenzio dell’onda, sarebbe «un libro letterariamente inesistente, scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di ‘responsabilità dello stile’, per dirla con Barthes».Le storie letterarie sono piene di stroncature assai più feroci, eppure questa è in assoluto la prima volta che uno scrittore italiano ricorre alla magistratura contro un collega per far sanzionare dalla legge un giudizio critico sfavorevole. Non è necessario condividere il parere di Ostuni per rendersi conto che la decisione di Carofiglio costituisce in questo senso un precedente potenzialmente pericoloso. Se dovesse passare il principio in base al quale si può essere condannati per un’opinione – per quanto severa – sulla produzione intellettuale di un romanziere, di un artista o di un regista, non soltanto verrebbe meno la libertà di espressione garantita dalla Costituzione, ma si ucciderebbe all’istante la possibilità stessa di un dibattito culturale degno di questo nome.

La decisione di Carofiglio è grave perché, anche a prescindere dalle possibilità di successo della causa, la sua azione legale palesa un intento intimidatorio verso tutti coloro che si occupano di letteratura nel nostro paese. Ed è tanto più grave che essa giunga da un magistrato e parlamentare della Repubblica. Per questi motivi offriamo la nostra solidarietà a Vincenzo Ostuni e ci diamo appuntamento mercoledì prossimo alle ore 11 davanti al commissariato di Piazza del Collegio Romano – il commissariato di don Ciccio Ingravallo in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda – per pronunciare pubblicamente la frase incriminata di Ostuni e rivendicare il diritto alla libertà di parola e di critica. E invitiamo scrittori, intellettuali e cittadini a iniziative analoghe.

 

Fulvio Abbate

Maria Pia Ammirati

Luca Archibugi

Vincenzo Arsillo

Nanni Balestrini

Marco Belpoliti

Maria Grazia Calandrone

Rossana Campo

Andrea Libero Carbone

Maria Teresa Carbone

Roberto Ciccarelli

Franco Cordelli

Andrea Cortellessa

Michele Dantini

Cristiano De Majo

Matteo Di Gesù

Francesca Fiorletta

Stefano Gallerani

Sergio Garufi

Giovanni Greco

Andrea Inglese

Tiziana Lo Porto

Valerio Magrelli

Massimiliano Manganelli

Carlo Mazza Galanti

Giordano Meacci

Matteo Nucci

Tommaso Ottonieri

Francesco Pacifico

Francesco Pecoraro

Gabriele Pedullà

Tommaso Pincio

Christian Raimo

Daniela Ranieri

Francesco Raparelli

Raissa Raskina

Luca Ricci

Luigi Scaffidi

Fabio Stassi

Carola Susani

Fabio Teti

Giorgio Vasta

Sara Ventroni

Paolo Virno

Paolo Zanotti

 

 

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Prenditela con le Muse, non con chi ti critica https://minimaetmoralia.it/editoria/prenditela-con-le-muse-non-con-chi-ti-critica/ https://minimaetmoralia.it/editoria/prenditela-con-le-muse-non-con-chi-ti-critica/#comments Wed, 19 Sep 2012 23:21:36 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9499 Perché scrivere?, è la domanda che a un certo punto si fa qualunque scrittore serio. Ossia: perché sottoporre il proprio libro all'attenzione di un lettore e magari rubargli quel tempo che potrebbe utilizzare per gustarsi qualche capolavoro. Chi si è fatto questa domanda ha già ben nascosta nel proprio cuore una risposta che non rivelerebbe mai: Io valgo più tutti gli altri. Se pure razionalmente riconosce la propria mediocrità, il proprio non essere fondamentale, c'è una parte irrazionale che lo porta - giustamente - a sragionare, e a sentirsi solo contro tutti: il migliore. Se non ci fosse quest'innocente arroganza, la pudica autocritica stroncherebbe qualunque desiderio di vedersi pubblicato, e ciascuno dovrebbe semplicemente sperare in un Max Brod.

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Insomma se non ci si odia almeno un po’ tra scrittori non si combina molto sulla pagina. Per questo un libro che non smetterei di leggere è l’infinita antologia degli insulti che nei secoli si sono scambiati gli scrittori; un’edizione francese, il Dictionnaire des injures littéraire ha solo 730 pagine! Di questi, tra i miei preferiti, ce ne sono sicuramente un paio contro Hemingway (il primo è di Faulkner: “Non risulta aver adoperato mai parola che costringesse il lettore a consultare il dizionario”, il secondo di Nabokov: “Something about bells, balls and bulls”), c’è l’insuperabile Virginia Woolf su Joyce: “L’Ulisse è l’opera di un nauseabondo studente universitario che si schiaccia i brufoli”, Oscar Wilde su Alexander Pope: “Ci sono due modi per disprezzare la poesia: uno è disprezzarla, l’altro è leggere Pope”, ma anche Truman Capote su Kerouac: “Quello non è scrivere, è battere a macchina”, o il livorosissimo Ungaretti che si sfogava contro i giurati del Nobel che avevano premiato Quasimodo al posto suo: “Un pappagallo, un pagliaccio e un fascista”… A leggerli uno di seguito all’altro, ne viene una sorta di storia della letteratura iperliofilizzata, ma molto utile a capire come il mondo degli scrittori sia fatto di grandi contrapposizioni, battaglie ideali combattute ognuna in nome di una fede ai propri demoni.

Chi ama la letteratura, potrebbe giurare che è così: i giudizi tiepidi li usiamo per non offendere, ma se ci venisse data la possibilità potremmo inscenare nel nostro soggiorno un giudizio universale. Del resto schierarsi fa parte della propria formazione estetica, così anche cambiare fronte. Per dire, si può stare dalla parte di Gore Vidal quando si ha vent’anni (contro Truman Capote: “È in tutto è per tutto una casalinga del Kansas, pregiudizi compresi”) o con David Foster Wallace quando liquidava in un solo colpo Philip Roth, Norman Mailer e John Updike come “grandi narcisisti” ossessionati dal proprio pisello; e ritrovarsi invece a quaranta d’accordo con Bret Easton Ellis che su twitter ha etichettato Wallace come “un impostore” per chiosare che “chiunque giudichi Foster Wallace un genio letterario andrebbe incluso nel pantheon degli imbecilli”. O viceversa.

Così quando ieri ho letto la notizia che Gianrico Carofiglio ha veramente mandato una lettera a Vincenzo Ostuni, colpevole di averlo apostrofato (dopo la mancata vittoria allo Strega del “suo” candidato Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi – pubblicato da Ponte alle Grazie, di cui Ostuni è editor) sulla propria pagina Facebook come uno “scribacchino mestierante”, ho sperato che la querelle fosse – anche in sedicesimo – del tipo che abbiamo visto. Duelli, affondi, stigmi.

Purtroppo, non è così. La lettera non è una reprimenda biliosa alla poetica di Ostuni, ma una tristissima e un po’ vigliacca convocazione per causa civile. Carofiglio non difende la propria poetica (e quindi non ha l’ambizione di liquidare quella altrui), ma la propria dignità di letterato perbene, e quindi in fondo la propria immagine di best-sellerista. E lo fa con armi deboli, non potendo permetterselo in fondo. Semplicemente, il suo Silenzio dell’onda è un libro artificioso, stilisticamente pedestre, arrancante nella narrazione, piattamente sociologico [non scrivere “mestierante”… non scrivere “scribacchino”… mi suggerisce il mio super-io mentre batto al pc questo pezzo… non hai né i soldi né il tempo per una causa civile]; un libro per cui la candidatura allo Strega è stata un premio del tutto immeritato – allo sponsor Ferruccio De Bortoli bisognerebbe chiedere il motivo.

Allora qual è la morale che impariamo da questa piccola storia, se non vogliamo rubricarla in un gossip di serie b, quella della pseudo-mondanità letteraria? Beh, non certo il brivido che ci poteva regalare Savador Dalí quando licenziava Louis Aragon con un “Così tanto arrivismo per arrivare a così poco”. Piuttosto, potremmo comprendere come alla colpa – emendabile – di Carofiglio di aver scritto un brutto libro (capita, magari farà meglio col prossimo), lui stesso ne abbia voluto aggiungere un’altra meno scusabile. Voler veder ridotta la letteratura a marketing editoriale. Per questo la sua vittoria in tribunale, che non gli auguriamo, varrebbe molto molto meno di qualche aggettivo che avrebbe potuto infilare al punto giusto.

[una versione molto più breve di questo pezzo è apparsa oggi sul quotidiano “Pubblico”]

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Ancora sulla cinquina #3 La letteratura da sindrome da stress post-traumatico https://minimaetmoralia.it/letteratura/ancora-sulla-cinquina-3-la-letteratura-da-sindrome-da-stress-post-traumatico/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ancora-sulla-cinquina-3-la-letteratura-da-sindrome-da-stress-post-traumatico/#respond Mon, 02 Jul 2012 13:52:58 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8548 Se fosse vero quello che ormai da un decennio a questa parte un po' di critici vanno sostenendo, ossia che letteratura italiana, tutta chiacchiera e noir, soffra di mancanza di un reale trauma (vedi per es. Senza trauma di Daniele Giglioli) di esperienza (vedi per es. La letteratura dell'inesperienza di Antonio Scurati o Autoreverse dell'esperienza di Filippo La Porta), di autenticità (vedi per es. le riviste come Il primo amore o Lo straniero e i rispettivi mentori Carla Benedetti e Goffredo Fofi), dovremmo ragionare sul perché questa cinquina di candidati allo Strega diano invece a un lettore, forte o debole che sia, un'impressione diversa. Il silenzio dell'onda, Qualcosa di scritto, Il tempo di mezzo, La colpa, Inseparabili raccontano storie di scampati, di sopravvissuti proprio a una lesione, a cui sono legati a filo doppio: lasciarsela alle spalle vuol dire far morire una parte molto consistente di sé, attraversarla rischia di imprigionarli come in delle sabbie mobili. Come ne usciranno?

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Se fosse vero quello che ormai da un decennio a questa parte un po’ di critici vanno sostenendo, ossia che letteratura italiana, tutta chiacchiera e noir, soffra di mancanza di un reale trauma (vedi per es. Senza trauma di Daniele Giglioli) di esperienza (vedi per es. La letteratura dell’inesperienza di Antonio Scurati o Autoreverse dell’esperienza di Filippo La Porta), di autenticità (vedi per es. le riviste come Il primo amore o Lo straniero e i rispettivi mentori Carla Benedetti e Goffredo Fofi), dovremmo ragionare sul perché questa cinquina di candidati allo Strega diano invece a un lettore, forte o debole che sia, un’impressione diversa. Il silenzio dell’onda, Qualcosa di scritto, Il tempo di mezzo, La colpa, Inseparabili raccontano storie di scampati, di sopravvissuti proprio a una lesione, a cui sono legati a filo doppio: lasciarsela alle spalle vuol dire far morire una parte molto consistente di sé, attraversarla rischia di imprigionarli come in delle sabbie mobili. Come ne usciranno?

Proprio per questo se uno desidera conoscere i fragilissimi protagonisti di questi romanzi, deve accettare la costitutiva plasticità di personaggi più simili a fantasmi che galleggiano sulla realtà che a esseri di carne; e sobbarcarsi insieme a loro dei riti di passaggio lunghi e sfibranti. In questo lento tempo interstiziale, le loro storie si articolano come degli spazi limbici, apertissimi interrogativi, bolle. Per dire: Roberto, maresciallo dei carabinieri in congedo del romanzo di Carofiglio, perché lo troviamo a naufragare come un flâneur psicofarmacologizzato per una Roma ridotta a un pretesto? E cos’è che spinge il giovane Trevi a affidarsi senza rete alle bizze della “pazza” Laura Betti tra commemorazioni tragicomiche in morte di Pasolini e trasferte in Grecia a cercare di esaudire un’iniziazione che somiglia a una vacanza esistenziale? Oppure chi è veramente per Marcello Fois questo Vincenzo, figlio di nessuno che a fatica accetta il suo cognome, la sua origine e finirà per meravigliarsi della sua stessa indole feroce? E Samuel, minore dei due “inseparabili” fratelli Pontecorvo della saga famigliare di Piperno, perché subisce per anni questa esistenza dimidiata: invisibile al fratello maggiore, alla madre, al padre, e capiremo alla fine anche a noi lettori? E infine come possono farcela a crescere Estefan, Martino e Greta, i ragazzini inventati da Lorenza Ghinelli, ipertraumatizzati, mentalmente instabili, per colpe appunto che non hanno capito se hanno commesso o meno?
Se volessimo dare di questo panorama-campione un’interpretazione psicanalitica, dovremmo aver cura di rintracciare prima i dettagli medici che sono profusi dagli scrittori; i romanzi contemporanei sono pieni di diagnosi psichiatriche, nomi di equilibratori dell’umore, e anche questi non fanno eccezione (fateci caso, le coppie per Carofiglio o Piperno o Ghinelli si formano come per Carlo Verdone o Woody Allen: chiacchierando di Prozac e psicosi…). Se invece fossimo in vena di sociologismi d’accatto, la risolveremo con la storia della liquidità baumaniana, e via così: che le identità che conosciamo sono così contradditorie non ce l’ha suggerito innanzitutto la letteratura, con i suoi Hyde e Jekyll, e le sue Madame Bovary? Ma è sintomatico come invece tutti e cinque questi scrittori – ognuno con i suoi mezzi, ma ognuno dotato di una sua idea ben precisa (leggi: sia consapevole che artificiosa) di cosa vuol dire costruire un romanzo – sembrino trovarsi di fronte un dilemma più complesso: cosa accade quando la ferita si cronicizza? Se la vita, per fare un esempio, scorre e nulla cambia. Se quel “tempo di mezzo” si prolunga all’infinito? Se “la pazza” Laura Betti assomiglia sempre di più al personaggio da lei interpretato in Teorema di Pasolini, una specie di santa sospesa tra la vita e la morte? Se il destino dell’amartema che ha trascinato con sé i Pontecorvo come i ragazzini della Ghinelli non soltanto non va a sfumare nell’oblio, ma divora ai fianchi, addirittura si ripete, si accanisce?
Non c’è una grande possibilità di azione o di reazione, se la condizione emotiva condivisa è quella di una sindrome da stress post-traumatico. A questo ci sta abituando sempre di più la letteratura contemporanea. Per giocare in casa, basta citare altri fortunati personaggi “stregati” degli anni passati: il Pietro Paladini di Caos calmo che sceglie di abitare la panchina davanti alla scuola della figlia dopo la morte improvvisa della moglie, o i due ragazzi Alice e Mattia della Solitudine dei numeri primi che a volersi bene non ce la faranno proprio, tetanizzati da indicibili shock infantili. (Ed è interessante come attraverso questa stessa lente si possano leggere anche La scomparsa di Lauren Armstrong di Gaia Manzini o La logica del desiderio di Giuseppe Aloe, candidati Strega perduti nella selezione della cinquina.)
Dunque la questione rimane: questi cinque romanzi candidati di quest’anno come la risolvono la drammatizzazione, l’evoluzione dei personaggi? Anche qui, sembrano immaginarla in un modo molto simile, la soluzione alla magia che condanna gli uomini a un limbo in cui si rimane inchiodati solo al proprio dolore. L’amuleto che rompe il cattivo incantesimo è in tutti e cinque i libri un un pezzo di scrittura, documento o romanzo che sia. O come scrive Trevi in copertina, “qualcosa di scritto”. Per il Trevi neanche trentenne sarà proprio il manoscritto di Petrolio, utile a accompagnarlo in un rito di conoscenza che lo porterà a diventare uno scrittore e a non rimanere per sempre orfano dei maestri novecenteschi come il padre-fantasma Pasolini. Per Samuel Pontecorvo sarà una lettera che troverà nella tasca della giacca del padre a dargli la possibilità di emanciparsi dalle interpretazioni autopunitive di tutta la famiglia. Per Vincenzo il documento che certifica che lui è un Chironi e che lui porge ai suoi parenti ritrovati come un viatico per poter essere accolto nel nuovo consesso sociale. Per Roberto sarà una biografia di Shakespeare che gli servirà per trovare un pretesto per parlare con la donna con cui, dopo anni di paresi anaffettiva, sta ricominciando a pensare di poter avere una relazione. Per Estefan saranno le scritte sui muri, che lui ogni volta che la sua testa viene invasa dagli incubi, si premura di sfiorare, come fosse una liturgia apotropaica.
E così se uno pensa a come nella crisi dell’editoria, nella perdita di autorevolezza della critica, il Premio Strega sia ancora una specie di cerimoniale fiabesco che permette di trasformare i libri in best-seller e dei semplici narratori in Autori con la maiuscola, allora in questa fede quasi magica per quel che può fare la scrittura ha anche la possibilità di vederci un desiderio inconscio che basti una votazione nel ninfeo di Valle Giulia per regalarci quel rito di passaggio verso l’adultità della letteratura di cui abbiamo una nostalgia sfrenata.

[Questo pezzo è uscito il 1 luglio sull’inserto domenicale del Sole 24ore]

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Sempre sulla cinquina #2 Gianrico Carofiglio, “Il silenzio dell’onda” https://minimaetmoralia.it/libri/8470/ https://minimaetmoralia.it/libri/8470/#comments Sun, 24 Jun 2012 07:44:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8470 Fa fatica pensare di uno scrittore - che viene considerato uno scrittore tale da poterlo candidare allo Strega e con cui ho rapporti anche amichevoli - che invece sia un non-scrittore, o almeno uno scrittore di non-letteratura. Però poi uno si scontra con il fatto abbastanza incontrovertibile che Il silenzio dell'onda di Gianrico Carofiglio è un libro sostanzialmente brutto, o talmente mal riuscito da essere brutto. Non perché costruito male, o quantomeno non perché costruito così male, ma perché scritto proprio male.

Abbandonato il genere e gli scritti d'occasione (il Contromano Laterza su Bari, il saggio sempre Rizzoli sulla Manomissione delle parole), Carofiglio confeziona un testo superintimista, esiguamente narrativo, che ha l'ambizione di descrivere i grandi cambiamenti dell'anima con molte parole lapidarie e piccoli spostamenti dei corpi, ma che pagina dopo pagina cicca quasi completamente le sue ambizioni letterarie.

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Fa fatica pensare di uno scrittore – che viene considerato uno scrittore tale da poterlo candidare allo Strega e con cui ho rapporti anche amichevoli – che invece sia un non-scrittore, o almeno uno scrittore di non-letteratura. Però poi uno si scontra con il fatto abbastanza incontrovertibile che Il silenzio dell’onda di Gianrico Carofiglio è un libro sostanzialmente brutto, o talmente mal riuscito da essere brutto. Non perché costruito male, o quantomeno non perché costruito così male, ma perché scritto proprio male.

Abbandonato il genere e gli scritti d’occasione (il Contromano Laterza su Bari, il saggio sempre Rizzoli sulla Manomissione delle parole), Carofiglio confeziona un testo superintimista, esiguamente narrativo, che ha l’ambizione di descrivere i grandi cambiamenti dell’anima con molte parole lapidarie e piccoli spostamenti dei corpi, ma che pagina dopo pagina cicca quasi completamente le sue ambizioni letterarie.

La struttura del Silenzio dell’onda è quella di una quarantina di microcapitoli, trenta dei quali sono dedicati al tentativo di Roberto, un maresciallo dei carabinieri in malattia, di riprendere possesso della sua vita scombiccherata dopo che – ci viene detto – a un certo punto qualcosa è andato storto. Traumi, buchi neri. Ora lo vediamo spingersi faticosamente per una Roma alienata, ancorato agli psicofarmaci che prende e alle due sedute settimanali dall’analista in uno studio che diventa da subito la scena dove si svolge gran parte della (non) azione. I restanti dieci capitoli sono pagine semidiaristiche di un ragazzino, Giacomo, di cui all’inizio non sappiamo che c’entri con la storia di Roberto, e che, buono e sagace come pochi, è turbato per quello che sta succedendo a scuola sua da una parte, a sé dall’altra: una ragazza è importunata da certi brutti ceffi suoi coetanei, lui un po’ si sta innamorando di questa ragazza. Gli altri personaggi sono appunto lo psicanalista (il Dottore), una paziente del Dottore (Emma), che Roberto conosce per caso (immaginate come… esatto, a lei non parte la macchina e lui l’aiuta) e di cui fatalmente s’invaghisce un po’, e – chiamiamolo così – il Passato. Il Passato, ovvero la lunga oscura storia dolorosa che ha ridotto Roberto e Emma come due reduci, che parlano come se avessero in bocca degli oroscopi.

Se prendiamo questi come elementi, l’intreccio c’è; minimo ma c’è. Tutti gli stereotipi della nostra società depressiva sono rispettati: poliziotti buoni che si sono dovuti comportare male, donne che non volevano ma hanno tradito il marito, ragazzini senza educazione che si ritrovano a filmare le compagne nude… Quello che manca è tutto il resto di cui uno vorrebbe conto quando compra un libro.

Ossia? Dialoghi scritti diversamente da questo, per esempio:

“Non ho molto tempo ma forse per un aperitivo ce la farei. Dovremmo vederci dalle mie parti”.
“Certo. Tu mi dici quali sono le tue parti e io ci vengo”.
“Io sto a via Panisperna. Potremmo vederci a Santa Maria dei Monti, c’è un bar con i tavolini all’aperto… oggi fa quasi caldo, magari possiamo stare fuori”.
Roberto non rispose. Santa Maria dei Monti era a non più di duecento metri da casa sua.
“Ehi, sei ancora lì?”
“No, cioè sì, scusa mi era passata una cosa per la testa – mi capita – e mi sono distratto. Santa Maria va benissimo, conosco il bar. A che ora ci vediamo?”
“Magari sei lontano ed è un problema arrivare fino a Monti, ma io non posso allontanarmi, mi dispiace”.
“Monti non è proprio un problema per me. Facciamo alle otto?”
“Sì, alle otto va bene”, e poi, dopo una breve esitazione: “Scusami…”
“Sì?”
“Ti avverto che sto per fare una figuraccia, ma io non ascolto mai i nomi quando faccio la conoscenza di qualcuno…”
“Neanch’io”.
“…e non ho sentito il tuo. Scusami”.
“Roberto”.
“Roberto. Anche tu, però. Potresti scriverlo il nome vicino al numero di telefono. Così mi avresti risparmiato l’imbarazzo di chiedertelo”
“Hai ragione, colpa mia. Stasera ti declino le mie generalità complete e ti lascio anche una fotocopia del documento, per ogni evenienza”.
Risata.
“Buona idea, così controllo se sei veramente un carabiniere. Allora, a stasera”.
“Alle otto”.

Vorrebbe una Roma diversa da una fotocopia di una cartolina, come quella che viene delineata in una scena-clou in un cui Roberto si fa portare in giro da un autista simpatico da cui si fa raccontare un aneddoto su Vacanze romane, un altro su C’eravamo tanto amati; e diversa dalla Roma nemmeno cartolinizzata ma circoscritta a dieci isolati tra Piazza Fiume e Largo Argentina, dove c’è la libreria dove Roberto va a comprare per la prima volta in vita sua un libro.

Già, c’è anche tutta questo parlare di arte & letteratura tra il carabiniere in congedo Roberto e l’ex-attrice Emma come se stessero addentrandosi dentro un Arcano, mentre tutto quello che li lega finisce inesorabilmente nella previdibilità. (A partire dal cd che si scambiano all’inizio, I’m a bird now di Antony and the Jonhsons, che fa pensare all’inizio a un altro libro – decisamente più bello sull’amore adulto – ossia Covacich, Prima di sparire, dove i protagonisti anche loro all’inizio vanno al concerto di Antony and the Johnson insieme) per passare ai discorsi su Shakespeare, sulle serie tv, messi in pagina in un modo che sembrano appuntati dopo essere stati origliati dai vicini di aperitivo. Allo stesso modo anche Giacomo è l’adolescente che esattamente ti aspetti: un ragazzo “adolescentizzato” secondo canoni di quasi-ovvietà, sensibile e solitario, anche lui con un’idea feticcio della letteratura:

Leggere è probabilmente la cosa che mi piace di più, e se vengo proprio costretto a rispondere alla domanda su cosa vorrei fare da grande, dico che voglio fare lo scrittore. Anzi, a dire le verità, mi piacerebbe farlo anche prima di diventare grande. Il mio modello è Christopher Paolini: lui ha cominciato a scrivere il suo primo romanzo – che ho letto due volte – a quindici anni.

E poi ci sono le onde del Pacifico dove surfare e la California, luoghi dell’anima per Roberto che c’ha passato una gioventù incantata e che vengono rievocati e descritti come un calco di pagine di Don Winslow. Didascaleggiando, istituendo una metafora talmente elementare che quando uno arriva al finale, se lo potrebbe scrivere da sé tanto è atteso.

Insomma, la prevedibilità del Silenzio dell’onda sembra dovuta alla capacità di Carofiglio di creare un soggetto abbastanza funzionante alla tessitura di una trama standard, fictionesca senza supportarla con un’altrettale capacità di invenzione e costruzione dei personaggi, che vivono in una condizione molto contemporanea: quella della vittima. Vittime del destino, vittime di sé, questi protagonisti loro malgrado si trovano sempre dalla parte del bene, agiscono perché costretti dalla situazione, dal proprio carattere, dalla banalità della loro funzione narrativa.

E allora l’impressione che si ha è che questo sbilanciamento, questa “questione morale” intrinseca, che il narratore Carofiglio deve mettere in scena è quella che tocca agli scrittori che hanno anche un ruolo anche politico. (Carofiglio è un magistrato in congedo, ora parlamentare del Pd). Ossia un pudore che costa caro a chi scrive: quello di non poter attraversare il male se non per arrivare a stigmatizzarlo. Per dire: se Roberto è un personaggio che di se stesso dice di avere una doppia personalità, vediamo che però il suo lato oscuro finisce per esprimersi in una scenata fatta allo psicanalista, in una scaltra presa per il culo di un criminale, in un grande peccato di cui si è macchiato ma in fondo non per colpa sua. La domanda è: Roberto poteva essere anche uno stronzo? Poteva avere in sé qualche piccola perversione? Poteva godere dell’essere un bugiardo (ha lavorato per anni come infiltrato) e non trovarla una condizione obbligata e subita? Poteva contenere in sé veramente un’ambiguità? E domande simili ce le si può fare sugli altri personaggi. Emma, il Dottore, Giacomo… È come se non potessero essere altro che così, in fondo buoni, magari imbrigliati nelle loro paure, di crescere, di concedersi una possibilità, ma sostanzialmente buoni. Dall’altra parte ci sono i criminali: gli spacciatori che Roberto arresta e i brutti adolescenti che Giacomo conosce. Il mondo limpido e manicheo. Come, forse giustamente, quello di una persona che fa il magistrato o il politico.

Dopo aver faticato moltissimo a finire un cosiddetto romanzo che si legge in un paio di pomeriggi – non è un complimento -, viene da chiedersi perché il gruppo Rizzoli abbia deciso di candidare questo libro così debole, mentre quest’anno aveva pubblicato libri molto più interessanti tipo Resistere non serve a niente di Walter Siti, La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico, Più in alto del mare di Francesca Melandri, Ivan il terribile di Alcìde Pierantozzi…
Certo, vero è che già l’anno scorso, con Storia della mia gente, un libro altrettanto debole e ancor più wannabe edificante di un scrittore talentuoso come Edoardo Nesi – che aveva deciso di punto in bianco di mettere da parte la sua qualità letteraria quasi unica in Italia, quella di mimesi nei confronti del mondo della borghesia riccastra, cafona, arrivista, intrallazzona, velleitaria (leggete lo splendido Figli delle stelle e il notevole L’eta dell’oro) per ingaggiare il ruolo dell’intellettuale engagé pontificante – aveva sbaragliato la concorrenza.
Forse la verità è che alle volte sembra che oggi molti lettori non siano interessati a conoscere la natura umana, ma la sua versione ridotta: sociologica, scolastica, da happy hour.

L'articolo Sempre sulla cinquina #2 Gianrico Carofiglio, “Il silenzio dell’onda” proviene da Minima et Moralia.

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